Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

giovedì 20 febbraio 2020

LA VIGNETTA DI GIANNELLI

corriere.it

Furti d’auto: più è tecnologica e più va a ruba. Ecco le nuove frontiere del cyber ladro

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di Alessio Ribaudo

Poche settimane fa, a Verona, rubano la Range Rover Sport di un ex calciatore della Juventus. Dopo la denuncia, grazie all’antifurto satellitare con Gps, la polizia localizza la costosa Suv: era già quasi a Roma.

Gli agenti arrestano i ladri: il furto era su commissione. La consegna al «mandante» doveva avvenire in zona Monterotondo. Di solito, però, non va così.

Dopo cinque anni di costante calo, i furti sono tornati a crescere e nel 2018, ogni santo giorno, sono state rubate in media 287 vetture, per un totale di 105.239 auto (+5,2%). Contemporaneamente è diminuita la percentuale di ritrovamento: 39,5%, era del 44% nel 2016 e del 53% nel 2007.



A seconda della regione in cui si vive le probabilità di restare vittima di un furto d’auto e poi di ritrovarla possono cambiare in modo significativo. In testa c’è la Campania con 21.577 furti, seguita dal Lazio (19.232), Puglia (17.818), Lombardia (13.004) e Sicilia (12.920).

Le regioni in cui le percentuali di ritrovamento si riducono al lumicino restano il Lazio e la Campania. Quelle meno a rischio sono Valle D’Aosta, Trentino-Alto Adige, Molise, Basilicata, Friuli-Venezia Giulia, Liguria e Marche.


Il cyber ladro
Anche la figura del ladro è cambiata, oramai sono perlopiù organizzazioni criminali che, spesso, provengono da Moldavia, Ucraina, Polonia, Romania e Slovenia.

Sono diventati dei «cyber ladri», capaci di «hackerare» le centraline di decine di auto in una giornata, che poi fanno sparire soprattutto in Serbia, Albania e Slovenia oppure verso l’Africa, l’estremo Oriente e il Brasile dove sono a loro volta rivendute come auto usate con telai, targhe e documenti contraffatti.

Altre, invece, vengono smontate, nel giro di poche ore, per essere immesse nel redditizio mercato dei ricambi rubati. Secondo la Polizia, l’Italia è pure uno snodo europeo anche per veicoli rubati in Spagna, Francia e Germania.

C’è poi la strada della truffa, quella dei proprietari con polizze contro il furto, che si fanno pagare in «nero» l’automobile dai criminali, poi denunciano la scomparsa dell’auto (e incassano il rimborso dalle assicurazioni) quando il mezzo è già stato smontato ed espatriato.
I metodi e il paradosso della tecnologia
Secondo le stime LoJack, elaborate anche sulla base degli strumenti di ritrasmissione recuperati dalla Polizia nelle attività congiunte di recupero, oggi in Italia il 25% dei furti di vetture Suv dotate di chiave che consente l’apertura/chiusura del veicolo a breve distanza, viene compiuto in soli 30 secondi. I metodi hi-tech sono due.



Il primo sfrutta una presa per diagnosticare i guasti (OBD) che oggi c’è in ogni auto: una sorta di scatola nera, che aiuta rapidamente i meccanici a capire cosa non va nell’auto. Ma aiuta anche i ladri che una volta a bordo si collegano a questa presa, «hackerano» il sistema, riprogrammano una chiave «vergine» nel giro di pochi secondi.

L’altro «sistema» sfrutta le auto con la tecnologica smart key: grazie a ripetitori di segnale in radiofrequenza il ladro, anche a distanza di alcuni metri, può captare quello della chiave elettronica del proprietario, farlo «rimbalzare» a quello del suo complice, posizionato nelle vicinanze della vettura da rubare.

Così i sistemi di protezione dell’auto vengono ingannati, le portiere si sbloccano e ciao auto.


La classifica delle auto più rubate
La classifica delle auto «nel mirino» vede in testa la Fiat Panda, seguita da Fiat 500, Punto e Lancia Y. Negli ultimi due anni sono entrate anche le Suv dal valore economico più elevato.

Nel 2018 si è avuta una crescita nei furti del 7%, concentrata soprattutto in tre Regioni che da sole rappresentano quasi circa il 60% del fenomeno: Lazio, Puglia e Campania (dove c’è stato un boom del +38% nel 2018).

L’attenzione della criminalità organizzata verso queste auto si nota anche dalle ridotte percentuali di recupero: meno di una su tre viene ritrovata. Le marche preferite dai ladri vede in testa la Nissan Qashqai, seguita da Range Rover Sport, Land Rover Evoque, Toyota RAV 4 e Kia Sportage.


Cosa fare?
Le soluzioni possono essere due: una pratica per difendere il proprio mezzo e una legislativa.

L’automobilista che vuole ridurre i rischi al minimo può proteggersi montando antifurti con localizzatore Gps, collegato alla rete di satelliti, e un modulo Gsm, che provvede a comunicare in tempo reale ogni movimento dell’auto allo smartphone del proprietario e a una centrale operativa, fornendo la posizione esatta del veicolo e la direzione di marcia.

È il sistema che ha permesso alla polizia di localizzare Fabrizio Corona in Portogallo. Una tecnologia che consente anche di attivare, a distanza, il blocco totale del motore. Il costo va da 600 a 1.000 euro.



Ci sono poi gli antifurti che possono inviare allarmi quando la vettura esce da un’area predefinita senza il proprietario a bordo, oppure che verificano il chilometraggio o lo stato di carica della batteria, dei percorsi compiuti e dello stile di guida. Il costo più o meno è sotto i 1.000 euro.

Un’ultima soluzione contro i cyber ladri è un protettore di chiave, costruito con materiali che si ispirano alla «gabbia di Faraday» e che impedisce la clonazione della chiave. Costo: circa cento euro. E lo Stato invece come ci difende da questo tipo di ladri?

Essendo un fenomeno gestito spesso da bande criminali transnazionali va detto che le polizie d’Europa si sono organizzate formando esperti nell’identificazione di veicoli rubati, stanno stringendo accordi con le case automobilistiche e gli enti di immatricolazione per contrastare il riciclaggio o la ricettazione dei pezzi di ricambio.

Il legislatore dovrebbe, però, intervenire sulle pene minime, così com’è stato fatto per i furti in appartamento. Un deterrente potrebbe essere anche l’obbligo di espiare la pena (senza sospensione condizionale) effettuando servizi di pubblica utilità: dalla ripulitura degli argini a quella dei giardini pubblici.

Magari qualcuno ci penserebbe due volte prima di rubare un’auto.

Italia senza figli: il record in Europa «Ultimo treno o il Paese sparirà»

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di Paolo Riva

Il cambiamento demografico incide anche sulla crescita economica. Il reddito medio pro capite è in caduta libera. E gli Stati della Ue sono 12 anni più vecchi del resto del mondo

Italia senza figli: il record in Europa «Ultimo treno o il Paese sparirà»

L’Italia è ultima in Europa per tasso di natalità: siamo il paese dell’Unione che fa meno figli in rapporto alla popolazione. I dati parlano chiaro:

siamo in declino demografico. A fine 2018 i residenti in Italia erano 60.359.546, 124mila in meno rispetto all’anno precedente e oltre 400mila in meno di quattro anni prima.

«La popolazione italiana spiega l’Istat ha da tempo perso la sua capacità di crescita per effetto della dinamica naturale». Nel 2018 le nascite sono state 439.747 e le morti 633.133, per un saldo negativo di oltre 193mila unità.

Non è un problema solo italiano. Se si prendono in considerazione tutti gli Stati dell’Unione europea nel loro complesso il numero dei morti ha superato nel 2018 quello delle nascite per la seconda volta consecutiva. In Europa l’età media è arrivata a 43 anni, dodici in più del resto del mondo.
La grande sfida
Per la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen «il cambiamento demografico è una delle sfide più profonde tra quelle che l’Unione deve affrontare».

Secondo i calcoli del think-tank Bertelsmann Stiftung «nel 2050 il cambiamento demografico avrà ridotto il reddito medio pro capite in Francia, Spagna, Italia e Germania di una cifra che va dai 4.759 ai 6.548 euro». Il cambiamento demografico, quindi, incide sulla crescita economica. Ma non solo.

Per Antonio Golini, demografo all’Università La Sapienza di Roma per oltre cinquant’anni e autore del libro Italiani poca gente, «se un Paese arriva ad avere una percentuale di ultrasessantenni pari o superiore al 30 per cento della popolazione totale raggiunge un punto di non ritorno: i bisogni sanitari e previdenziali diventano insostenibili».

L’Italia nel 2018 era al 27 per cento. Se il trend dovesse continuare in futuro non ci sarà un numero sufficiente di lavoratori per sostenere, attraverso i contributi, le cure e le pensioni dei più anziani. «La strada su cui siamo avviati è questa - prosegue Golini - ma la tendenza può essere invertita».

In Europa gli esempi a cui guardare non mancano.

Perché la questione demografica riguarda l’intero continente ma, al suo interno, le situazioni dei singoli Stati sono molto differenti. Paesi come la Francia non sono mai scesi troppo sotto la soglia dei due figli per donna grazie a continue misure per la natalità.

Altri, come l’Italia e la Spagna, hanno da tempo una bassa fecondità, senza segnali di ripresa. Altri ancora, come la Germania, si sono ritrovati in una situazione simile ma hanno investito in politiche famigliari con effetti positivi.

«Il caso tedesco - spiega il demografo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Alessandro Rosina - dimostra che una ripresa delle nascite è possibile: servono obiettivi chiari, risorse adeguate e ben mirate».
Controtendenza
A insegnarlo è anche l’esperienza di Bolzano, l’unica parte d’Italia a registrare più nati che morti. «L’Alto Adige - prosegue il professore è in controtendenza perché ha potenziato in modo solido le politiche familiari proprio durante il periodo di crisi».

Per Rosina, che sul tema ha scritto Il futuro non invecchia, l’unico modo per far tornare a crescere l’Italia è «far diventare le politiche familiari parte integrante delle politiche di sviluppo del Paese».

E il docente aggiunge: «Più che singole misure serve un nuovo approccio, per avviare un processo che anno dopo anno rafforzi gli strumenti su cui le famiglie possono contare e li adatti via via alle nuove esigenze». Golini concorda. A suo parere «servono azioni culturali ed economiche.

Un bambino è un bene per la collettività e non solo per i suoi genitori. Di conseguenza trovo giusto che la collettività sostenga economicamente i genitori». Il punto è come, con quanti e quali fondi.
Responsabilità
In gennaio Rosina è entrato nel Comitato tecnicoscientifico dell’Osservatorio nazionale sulla famiglia voluto dalla ministra per le Pari opportunità e la famiglia Elena Bonetti. Farà ricerca e consulenza per il Governo: «È una forte responsabilità.

Alcune condizioni positive per un buon lavoro ci sono dice ma andranno messe alla prova: servono risorse adeguate e una fattiva collaborazione tra Ministeri».

Ora da una parte la legge di Bilancio 2020 ha istituito il «Fondo assegno universale e servizi alla famiglia» con una dotazione di 1.044 milioni di euro per il 2021 e 1.244 milioni annui a partire dal 2022.

E dall’altra il Governo sta lavorando a un riordino delle misure a favore della famiglia, il cosiddetto Family act: dovrebbe essere presentato nei prossimi mesi.

La sfera del «Salvator Mundi» è cava: il mistero svelato dal sistema «Maya»

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di STEFANO BUCCI

L’analisi delle pieghe della veste di Cristo, messe sotto osservazione con un nuovo meccanismo 3D, dimostrano che non si tratta di una struttura piena bensì vuota

La sfera del «Salvator Mundi» è cava: il mistero svelato dal sistema «Maya»

la sfera di vetro nel «Salvator Mundi» di Leonardo da Vinci.

Il mistero di Leonardo da Vinci (1452-1519) continua ad affascinare. E questo nonostante si siano appena concluse le celebrazioni per i 500 anni della morte.

A suscitare e interesse (e non solo nella comunità degli artistici e dei critici) e ancora una volta il Salvator Mundi (1499 circa) l’opera più cara al mondo acquistata nel 2017 da Christie’s a New York per 450, 3 milioni di dollari, ma forse anche la più misteriosa di Leonardo (forse più ancora della
Gioconda): misterioso l’autore

(che potrebbe anche non essere Leonardo), misterioso l’acquirente ( a lungo si è pensato potesse essere un emiro saudita per poi scoprire che sarebbe stato acquisito dal Dipartimento di cultura e turismo degli Emirati Arabi Uniti di Abu Dhabi), misterioso il luogo dove sia attualmente conservato (forse un caveau, forse un panfilo).

Un articolo pubblicato sul numero del 2 gennaio della MIT Technology Review, la rivista del Massachusetts Institute of Technology, riporta l’attenzione sul Salvator Mundi grazie alla ricerca del team della University of California guidata da Marco Liang che avrebbe scoperto come la sfera di vetro che Cristo tiene nella sua mano sinistra e che

rappresenterebbe la sfera celeste) non sarebbe una sfera solida ma bensì cava con un raggio di 6,8 centimetri ma uno spessore di 1,3 millimetri e che Leonardo l’avrebbe raffigurata a una distanza dal corpo del Salvator Mundi di 25 centimetri mentre il punto di vista dell’artista sarebbe stato a 90 centimetri dal soggetto.

A aiutare Liang e colleghi sarebbe stata Maya, un sistema di modellazione e animazione a 3D.Un ruolo fondamentale in questa affermazione le pieghe delle vesti del Cristo: quattro hanno una disposizione a ventaglio che converge al centro

della sfera (che potrebbe far pensare a una struttura solida) mentre Leonardo ha offuscato questa parte del dipinto in cui la quinta piega entra nella sfera suggerendo che fosse ben consapevole del modo in cui una sfera cava distorce le linee rette che le passano dietro.

D’altra parte, i numerosi appunti di ottica lasciati dall’artista nei suoi taccuini dimostrano l’attenzione sempre dimostrata da Leonardo ai problemi della visione (un’attenzione condivisa da molti suoi contemporanei, da Parmigianino a Jan Van Eyck).

Il team di Marco Liang non è il primo a suggerire che il globo sia vuoto (già il biografo di Leonardo Walter Isaacson nel 2017 aveva formulato un’ipotesi moltosimile) ma certo è che grazie a Maya i ricercatori della University of California sono i primi a

dimostrare scientificamente che nella mano sinistra del Salvator Mundi c’è una rappresentazione fisicamente realistica di una sfera vuota e non più, come si credeva, solida. Ed è l’ennesimo mistero di Leonardo.

La torre di Pisa si vede in una foto scattata dalla Corsica, a 190 chilometri di distanza

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L’incredibile scatto di Antoine Mangiavacca, fotografo appassionato di natura: è salito sul monte Cinto e da lì, con un obiettivo a infrarossi, è riuscito a fotografare la costa e l’entroterra toscano, in cui sono riconoscibili i celebri monumenti di Piazza dei Miracoli

Pisa da molto, molto lontano

Pisa da molto, molto lontano

A che cosa serve un teleobiettivo? A scattare foto come questa (cliccateci sopra per ingrandirla, se state navigando da un pc). Un’immagine davvero unica, realizzata dal fotografo francese Antoine Mangiavacca.

Pubblicata pochi giorni fa sulla sua pagina Facebook Klape, ma scattata nel 2018, mostra la città di Pisa fotografata dalla Corsica.

Mangiavacca è salito sul monte Cinto, all’interno dell’isola e da lì, complice una giornata particolarmente tersa, è riuscito ad arrivare molto, molto lontano. Spiega Antoine:

«Nel 2018 sono riuscito a fotografare la Torre di Pisa, il Battistero e il Duomo dalla bellezza di 190 km di distanza. È una fotografia a infrarossi scattata con una focale equivalente di 1000 mm.Probabilmente è l’unica foto simile esistente.

In primo piano si vedono i rilievi di Capo Corso e la punta sullo sfondo è il Corno alle Scale, a 246 km di distanza».

Nel riquadro in alto a sinistra Mangiavacca ha inserito la ricostruzione di piazza dei Miracoli tratta da Google Earth; accanto c’è l’ingrandimento dalla sua foto, in cui i celebri monumenti di Pisa sono comunque riconoscibili nonostante l’enorme distanza
(foto Antoine Mangiavacca / Klape)

La mappa

La mappa

Da questa mappa ci può rendere meglio conto dell’eccezionale distanza colta nello scatto di Antoine Mangiavacca.

Appassionato, com’è facile intuire, di fotografia e di natura, raccoglie altre immagini di forte impatto sul suo sito Klape e spiega: «Questa pagina si propone di promuovere i paesaggi naturali e l’architettura attraverso la fotografia.

Potete seguire le mie piccole e grandi avventure attraverso il sud della Francia... e altrove!Sono un fotografo esperto, e ho un BTS (un diploma biennale post-maturità, ndr) in audiovisivi, con specializzazione in Immagine.

Ho questa passione dal 2011. Cerco di migliorare costantemente provando nuove tecniche (Infrarossi...) o stili diversi (Fotografia aerea per esempio).

L’obiettivo di questa pagina è farvi scoprire il mondo che ci circonda». Altre immagini di Mangiavacca sono sui profili di altri social fotografici come 500px e Instagram.

Il Crodino? Forse non si farà più a Crodo. Il paese si mobilita per difenderlo

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di Emily Capozucca

Il Crodino? Forse non si farà più a Crodo. Il paese si mobilita per difenderlo

Il Crodino non deve lasciare Crodo». Così gli amministratori della valle Antigorio (una laterale dell’Ossola) si mobilitano e protestano, per difendere l’aperitivo «biondo» di proprietà Campari che porta il nome del piccolo paese veneto e che venne imbottigliato per la prima volta il 28 Luglio 1965 in 53.855 pezzi.

Nel 2017 il gruppo Campari vendeva alla danese Royal Unibrew le bevande gassate analcoliche a base di frutta Lemonsoda, Oransoda, Pelmosoda e Mojito Soda e i marchi Crodo (a esclusione di Crodino) per 80 milioni di euro oltre al sito produttivo e di imbottigliamento di Crodo, la sorgente d’acqua e il magazzino.

Il piano industriale della cessione dello stabilimento prevedeva che per 3 anni si sarebbe mantenuta la produzione del Crodino in Ossola che puntava a mantenere la tenuta occupazionale. Tre anni sono passati.

E la produzione del Crodino dovrebbe cessare a dicembre 2020 per essere trasferita altrove, probabilmente nello stabilimento Campari di Novi Ligure. Sono 80 i dipendenti nello stabilimento di Crodo e per il momento non è stata presentata nessuna lista esuberi ai sindacati.

Il sindaco, Ermanno Savoia, ha deciso di chiamare a raccolta amministratori, politici, sindacalisti e lavoratori per un’assemblea che si terrà venerdì sera. L’amministrazione sta cercando di convincere Campari, che ha mantenuto la produzione a Crodo in questi anni nonostante la vendita.

«Dobbiamo fare di tutto perché una produzione che lega il suo nome al territorio, il Crodino, non emigri verso altri stabilimenti», sostiene il sindaco Savoia.

Giornalisti e politici A ognuno il suo mestiere

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risponde Luciano Fontana

(Solinas)

Caro direttore,
leggo sui vari giornali articoli sempre critici verso i governanti italiani. Non passa giorno che giornalisti tuttologi esprimono il loro dissenso talvolta in modo aspro nei confronti delle scelte e/o delle non scelte dei nostri politici.

Criticare è più semplice che governare, soprattutto quando al governo ci sono forze politiche che hanno poco in comune, questo lo si sa ma spesso lo si dimentica. Perché un giornale importante come il Corriere della Sera non si fa promotore di una proposta da sottoporre ai vari giornali concorrenti in questo modo?

Chiede ai direttori delle principali testate di diversi orientamenti e idee politiche di indicare un loro giornalista che si sieda ad un tavolo per avviare un gruppo di lavoro, una sorta di governo ombra, che affronti con spirito costruttivo i principali problemi del nostro Paese e formuli proposte e dia spunti al governo in carica.

Se funzionerà sarà un’iniziativa utile altrimenti sarà la prova che chiacchierare e criticare è semplice ma poi alla prova dei fatti è tutto un’altra cosa.
Mario Zanchi




Caro signor Zanchi,
È vero, criticare è molto più facile che governare e risolvere problemi. Vale per i politici (guardi cosa è successo al Movimento Cinque Stelle) e vale naturalmente anche per i giornalisti. Vorrei però ragionare su due punti. Il primo riguarda il ruolo dell’informazione indipendente:

il suo compito è sottoporre a un esame onesto e severo quello che fa il potere politico. Il controllo al servizio dei lettori è una funzione essenziale in una società democratica, l’importante che avvenga senza faziosità e spirito partigiano. È giusto però non essere sempre distruttivi e farsi promotori di proposte utili al Paese.

Credo che il Corriere con le proprie analisi e le competenze dei propri giornalisti ed editorialisti lo faccia largamente e cercheremo di farlo sempre di più. Ma ognuno deve impegnarsi nel suo mestiere e svolgere bene il proprio ruolo: nel nostro Paese ci sono già tanti comitati, commissioni, veri o presunti governi ombra.

Non so se sia una buona idea aumentare l’affollamento con un protagonismo politico dei giornalisti. Forse mi sbaglio ma informare bene, mettere i cittadini nella condizione di valutare e decidere con la propria testa sia già un compito difficile e importante.

Giulio Regeni, che cosa sappiamo del delitto quattro anni dopo

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di Giovanni Biancon

Il 24 gennaio 2016 il sequestro del ricercatore italiano a Il Cairo. Il coinvolgimento delle autorità di sicurezza locali e il lavoro degli inquirenti italiani. E i genitori intanto chiedono ancora un nuovo richiamo dell’ambasciatore

Giulio Regeni, che cosa sappiamo del delitto quattro anni dopo

I genitori di Giulio Regeni, Claudio e Paola, in Senato nel 2017, mentre mostrano l’immagine di un murales dedicato al figlio a Berlino ANSA
Quattro anni dopo, il mistero sul sequestro e la morte di Giulio Regeni è fermo ai silenzi dell’Egitto.

Alle mancate risposte all’ultima rogatoria inviata dai magistrati italiani, la primavera scorsa, per trovare riscontri alla deposizione di un testimone che sostiene di aver sentito un poliziotto del Cairo raccontare, durante una trasferta in Kenya, di come avevano arrestato e ucciso Giulio.

Domande precise, richieste di nomi, date, certificazioni di ingressi e uscite dal Paese, alle quali le autorità egiziane hanno evitato di dare seguito. Con il risultato di bloccare l’indagine: da lì non ci si muove.

Dal Cairo, e dalle responsabilità della polizia locale, non si va avanti; neppure indietro, però, perché è e sarà difficile negare ciò che la Procura di Roma ha scoperto in questi quattro anni, riferito con dovizia di particolari il mese scorso alla neonata commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto Regeni.
La «ragnatela»
Sul sequestro, le torture e l’omicidio consumati tra il 24 gennaio e il 2 febbraio 2016 ci sono le impronte della National security egiziana, l’apparato di sicurezza che sulla scomparsa e la morte del ricercatore friulano ha costantemente depistato e ostacolato ogni accertamento.

Dal momento della scoperta del cadavere, avvenuta sul ciglio della strada che conduce dal Cairo ad Alessandria la mattina del 3 febbraio, in avanti.C’è stato un unico intervallo di tempo, da allora, nel quale l’autorità giudiziaria del Cairo ha fornito elementi utili, e coincide con l’anno e mezzo in cui

l’Italia (dopo la rottura di aprile 2016) richiamò a Roma il suo ambasciatore; in quel periodo inquirenti e investigatori hanno individuato «la ragnatela in cui è caduto Giulio», per usare le parole del pubblico ministero Sergio Colaiocco davanti alla commissione d’inchiesta.

Ma dal 14 agosto 2017, quando il governo annunciò con un blitz di mezza estate il ritorno a normali relazioni diplomatiche, tutto s’è fermato di nuovo.
L’audizione
E ancora adesso l’Egitto continua a negare informazioni; da ultimo i dati per le notifiche ai cinque funzionari della Sicurezza individuati e indagati dalla Procura di Roma per sequestro

di persona, essendo emerso da testimonianze, tabulati telefonici e altri indizi un loro pressoché certo coinvolgimento nelle «attenzioni» riservate a Regeni fino al momento della sua scomparsa.

La richiesta del magistrato romano è stata inviata al Cairo il 30 aprile scorso, e non c’è stata risposta.

L’audizione in Parlamento del procuratore reggente Michele Prestipino e del sostituto Colaiocco è stata un puntiglioso, inedito e ufficiale resoconto di atti giudiziari che s’è tramutato in un corposo atto di denuncia politico-diplomatico.

Restituendo oneri e responsabilità allo stesso Parlamento e al governo. E quella relazione rimane, nel quarto anniversario del sequestro di Giulio, un «patrimonio conoscitivo» collettivo e imprescindibile su quel terribile delitto.
Gli amici che fecero la spia
«Abbiamo individuato il contesto, per non dire il movente, dell’omicidio, insieme alla stringente attività degli apparati egiziani nei confronti di Giulio, culminata col sequestro», ha spiegato il procuratore Prestipino.

E Colaiocco, che dal giorno in cui fu fatto ricomparire il corpo martoriato del ragazzo coordina l’indagine per ragioni di competenza dettate dal codice di procedura penale, ha raccontato «con grande imbarazzo e rispetto» che Regeni fu torturato per giorni, a più riprese, prima che gli venisse «rotto l’osso del collo».

Al ritrovamento del cadavere seguirono almeno «quattro tentativi di depistaggio» da parte della National security che aveva anche infiltrato un paio di soggetti, oggi inquisiti dalla Procura, nel team investigativo italo-egiziano.

Nei mesi precedenti al rapimento ogni aspetto della vita di Giulio (in casa, con gli amici e sul lavoro) venne spiato attraverso tre persone a lui vicine e rivelatesi ingranaggi del meccanismo che l’ha stritolato:

il coinquilino Mohamed El Sayad, che immediatamente prima e durante il sequestro, tra il 22 gennaio e il 2 febbraio 2016, ebbe almeno otto contatti con la Ns; l’amica Noura Wahby, che riferiva ogni conversazione a un informatore della Ns; il sindacalista Mohamed Abdallah, legato al maggiore Magdi Sharif, tra i maggiori indiziati del rapimento.

«C’è stata un’attenzione sempre più alta intorno a Giulio ha riferito il pm ed è difficile pensare che il 25 gennaio 2016, in una città blindata per la ricorrenza della rivolta di piazza Tahir, qualcuno lo abbia sequestrato senza che la Ns si accorgesse di nulla».
Il contesto geopolitico
Il coinvolgimento delle autorità di sicurezza egiziane può dunque essere considerato ragionevolmente certo. Resta da capire il movente dell’arrestorapimento, delle torture inflitte nel corso della detenzione e della scelta di uccidere il prigioniero.

I sospetti ci sono, ma dare corpo a idee e supposizione per poi trarne delle conseguenze (processuali e non solo) è necessaria la collaborazione dell’Egitto. Che però continua a latitare.

I genitori di Giulio, Paola e Claudio Regeni, insieme all’avvocato Alessandra Ballerini che dal primo giorno li affianca nella battaglia per la verità, continuano a reclamare un nuovo richiamo in Italia dell’ambasciatore in Egitto, visto che i soli risultati ottenuti sono arrivati dopo la rottura diplomatica del 2016.

Ma ci sono ragioni piuttosto evidenti di politica internazionale, in un momento di altissima crisi nel Mediterraneo, che rendono difficile e complicata questa scelta. Si resta alle generiche promesse di collaborazione e disponibilità ribadite anche la settimana scorsa al termine dell’ennesima riunione tra investigatori dei due Paesi.

Il risultato, al di là delle dichiarazioni ufficiali, continuano ad essere i silenzi egiziani e gli imbarazzi istituzionali (non solo egiziani) che, a quattro anni di distanza dal crimine compiuto contro un cittadino italiano ed europeo, rendono più accidentata la via della giustizia.

Chiusura delle gelaterie e svalutazione del prodotto: l’effetto multinazionale sul gelato torinese

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di Corinna De Cesare

Grom, chiusura delle gelaterie e svalutazione del prodotto: l'effetto multinazionale sul gelato torinese

Siamo orgogliosi di aver la possibilità di lavorare insieme ai migliori manager di Unilever, perché siamo certi che grazie alle loro competenze e alla loro conoscenza dei mercati internazionali riusciremo a realizzare il sogno, nato 12 anni fa in un piccolo negozio nel centro di Torino, di portare il gelato italiano di qualità nel mondo».

Furono queste le prime parole di Guido Martinetti e Federico Grom pronunciate nel 2015, quando i due fondatori annunciarono di aver venduto Grom a Unilever. Dopo cinque anni dalla vendita, di quel piccolo negozio nel centro di Torino non è rimasto niente.

Chiusa la storica location di via Cernaia ma non solo: quattro saracinesche abbassate nel 2019, altre tre previste nel primo trimestre di quest’anno. In Italia, mercato cruciale, Grom oggi ha 40 gelaterie, ne aveva 67 all’epoca della vendita.

Il gruppo ha subito ribattuto e ha sottolineato di voler puntare su altri canali di vendita (chioschi, biciclette gelato, la grande distribuzione, i bar e il canale
direct to consumer) ma resta il dubbio di essere di fronte al caso di un’azienda made in Italy comprata e snaturata.

Il colosso olandese-britannico, infatti, anziché continuare a puntare sulle gelaterie e su quell’aspetto artigianale del prodotto messo anche spesso sotto accusa (il Codacons aveva diffidato Grom per l’utilizzo improprio del termine artigianale, in quanto Grom prepara le miscele in un unico centro produttivo, in provincia di Torino, e da lì viene

smistato ovunque) ma che ne aveva decretato il successo agli inizi degli anni zero, ha puntato sull’internazionalizzazione, la diversificazione dei prodotti (marmellate, confetture, prodotti da forno) e la grande distribuzione con la vendita dei barattoli di gelato nei banconi frigo dei supermercati.

Un’operazione, quest’ultima, non proprio originale e che ha probabilmente indebolito la reputazione del prodotto che dalle gelaterie con le file chilometriche è passato ai banchi frigo di fianco ai surgelati.

L’azienda sostiene che «dal 2015 al 2019 Grom è cresciuta tutti gli anni, con una crescita complessiva del +46,7% se si considera il brand comprensivo di tutti i paesi e tutti i canali».

Ma restano molti dubbi, tanto che già si comincia a parlare di un possibile addio dei due fondatori, di certo consapevoli che una volta venduto il marchio al gruppo dell’Algida, le cose sarebbero cambiate.

Era dall’autunno del 2013 che Federico Grom e Guido Martinetti cercavano capitali o nuovi soci, trovando alla fine l’interlocutore adatto nel 2015. Ma i dubbi emersi subito dopo l’annuncio dell’operazione, sembrano essere oggi confermati.

Le grandi multinazionali acquistano soprattutto per occupare in modo rapido e diretto un mercato estero oppure per appropriarsi velocemente di asset materiali e immateriali dell’impresa: licenze, brevetti, rete di fornitori, clienti.

È successo con Findus, Valentino, Bulgari, Mv Agusta. Grom era all’epoca sulla cresta dell’onda tanto da entrare persino a Palazzo Chigi quando l’allora premier Matteo Renzi decise di farsi un gelato Grom in mondovisione per rispondere a una vignetta dell’Economist.

Poi la vendita e la nuova strategia della multinazionale che per abbattere i costi, lottare contro la concorrenza e la stagionalità dei prodotti, ha scelto la via dei supermercati. Il rischio boomerang è dietro l’angolo.

Mondovì, la scritta «Qui ebrei» sulla casa del figlio di una ex deportata

corriere.it
di Floriana Rullo

«Juden hier», come nelle città tedesche durante il nazismo, comparsa sulla porta dell’abitazione di Aldo Rolfi, figlio di Lidia, partigiana internata a Ravensbruck

Mondovì, la scritta «Qui ebrei» sulla casa del figlio di una ex deportata
Scritta sulla porta di casa di Aldo Rolfi, figlio di Lidia, partigiana internata nei lager

La stella di David segnata sulla porta come facevano i nazisti per identificare le case degli ebrei.

E la scritta «Juden hier», qui abita un ebreo.

Stamane Mondovì, in provincia di Cuneo, si è svegliata sconvolta dal gesto antisemita. Chi ha agito avrà forse dato un’occhiata al calendario: il 27 gennaio, lunedì prossimo, sarà il Giorno della Memoria per le vittime della Shoah.

La scritta è apparsa sulla porta dell’abitazione di Aldo Rolfi, figlio di Lidia Beccaria Rolfi, staffetta partigiana, deportata a Ravensbruck. Rolfi ha già sporto denuncia contro ignoti.
Lo storico Maida: «Essere antifascisti primo dovere»
«Ho attraversato questa porta molte volte. La scritta è apparsa oggi, dopo che Aldo è intervenuto su un giornale locale per ricordare sua madre. Al di là della patente ignoranza Lidia è stata una deportata politica è uno dei molti segnali che ci dovrebbero

fare alzare la voce per ricordare a tutti che essere antifascisti è il primo dovere della memoria che abbiamo» commenta lo storico Bruno Maida che con Lidia Rolfi ha scritto diversi libri sulla deportazione, l’ultimo nel 1996.

Il figlio di Lidia, Aldo, oggi, è fortemente impegnato nel tramandare il messaggio e la testimonianza della madre. Per questo, anche se non di origine ebraica, Aldo Rolfi, ha scritto una riflessione sulla memoria e sull’antisemitismo su un giornale locale.
Chi era Lidia Beccaria Rolfi
I proprietari dell’abitazione hanno denunciato l’episodio ai carabinieri. Indaga anche la Digos di Cuneo. Lidia Beccaria Rolfi lavorò per l’Istituto Storico per la Resistenza di Cuneo e per l’Associazione nazionale ex deportati.

Nel ‘78 scrisse «Le donne di Ravensbruck», prima opera in italiano sulla deportazione femminile nei campi di concentramento della Germania nazista.

Nel ‘97 uscì postumo «Il futuro spezzato», un saggio sull’infanzia durante la dittatura, con l’introduzione di Primo Levi.
Il sindaco: «Atto vergognoso»
«Un atto gravissimo che, da sindaco e da uomo, condanno fermamente. Un fatto vergognoso che offende ed indigna Mondovì, Città Medaglia di Bronzo al Valor Militare nella Guerra di Liberazione, e tutti i monregalesi» afferma il sindaco di Mondovì, Paolo Adriano in merito alla vicenda.

«Ci stiamo organizzando per rispondere con un’apertura straordinaria della Sinagoga di Mondovì: invito, quindi, tutti a partecipare per esprimere non solo vicinanza e solidarietà alla Comunità Ebraica, ma per affermare con forza la nostra appartenenza ad una società civile e democratica e condannare pericolosi rigurgiti di antisemitismo».

Claudio Martelli: «Vidi il corpo di Bettino Craxi, una scena insopportabile»

corriere.it
di Vittorio Zincone

Ha 76 anni, ha appena scritto un libro sulla sua esperienza come delfino dell’ex leader socialista («7 anni in simbiosi») e ha una fidanzata (del Pd) più giovane di quasi 40 anni. Di Craxi dice «La tragica verità è che dall’87 in poi non ne azzeccò più una»

Claudio Martelli: «Vidi il corpo di Bettino Craxi, una scena insopportabile»
Bettino Craxi scherza e tira l’orecchio a Claudio Martelli: i due partecipavano al congresso di Atene dei Socialisti internazionali. Era il 1982 (Arch. Cicconi/Getty)

Claudio Martelli è stato il numero due del Psi travolto da Tangentopoli, vice premier di Giulio Andreotti e ministro della Giustizia molto vicino a Giovanni Falcone.

Nella piccola guerra civile che divide gli italiani tra chi rimpiange Bettino Craxi come uno statista costretto all’esilio e chi lo considera un delinquente morto latitante, lui appartiene ovviamente alla prima categoria.

Ha appena scritto un libro (L’antipatico, Nave di Teseo) per ribadire i meriti craxiani e per denunciare la coalizione di poteri che si adoperò per plasmare il mito nero del leader socialista e per favorirne la caduta.

L’intervista si svolge nel suo appartamento romano. Il citofono non funziona e Martelli è costretto a scendere quattro piani per aprire il portone.

Si accende un piccolo dibattito sulla totale assenza di manutenzione che avvolge la Capitale e sulle differenze con Milano, dove lui è nato e cresciuto, e dove vive metà della settimana.

Lo sfogo prosegue sulla politica di oggi: ministri incompetenti, aggressioni sui social-network, nessuna riflessione o visione di lungo periodo: «Si salva poco».

Che cosa si salva?
«Situazioni come quella dell’attuale Pd milanese, dove è nato un gruppo di giovani che non ha nulla a che fare con la storia del PSI, del PCI o della DC. E poi Beppe Sala. È bravo».

Nel Pd milanese c’è anche la sua compagna, la deputata Lia Quartapelle. Avete quasi quarant’anni di differenza.
«Eheh, che ci posso fare? Succede, quando uno ne ha settantasei come me».

Come e quando vi siete conosciuti?
«Un paio di anni fa, a Milano, alla presentazione di Revolution il libro autobiografico di Emmanuel Macron».

Claudio Martelli (a destra) con Pillitteri e Bobo Craxi nel 2006
Claudio Martelli (a destra) con Pillitteri e Bobo Craxi nel 2006

È vero che le è capitato di darle una mano nella stesura di un discorso parlamentare sui migranti?
«È una balla. Un falso. Non ne ha proprio bisogno».

Parliamo dei leader negli anni del “Si salva poco”. Il premier Giuseppe Conte...
«Abile nelle mosse e nel gioco tattico. Certo, in campo internazionale il difetto di leadership fa paura».

Il ministro degli Esteri è Luigi Di Maio.
«Non si impara in un giorno a guidare la diplomazia italiana. Tra l’altro, grazie al populismo del signor Di Maio e dei suoi urlatori, la mia pensione da parlamentare è stata tagliata del 57,9%: ridotta a duemiladuecento euro. In politica l’onestà consiste nella capacità. E di capaci se ne vedono davvero pochi».

Il nome di un capace?
«Roberto Gualtieri, ministro dell’Economia. La sua esperienza nel Parlamento europeo lo ha reso di sicuro competente. Però mi chiedo se sia chiaro un punto che Craxi aveva evidenziato già nel 1993: il trattato di Maastricht va rinegoziato».

Nel suo ultimo libro lei sostiene che gli ex comunisti italiani si siano consegnati all’europeismo liberista.
«È così. Complice l’ubriacatura per la Terza via blairiana, la sinistra italiana di governo ha abbracciato un riformismo puramente liberale e una costruzione dell’Europa che difetta in solidarietà sociale.

Il Pd si è fatto establishment. Identificandosi principalmente con l’Unione europea e dimenticando la nazione, i democratici hanno spalancato un’autostrada elettorale a Matteo Salvini».

Martelli con Craxi e Amato (al centro) al 44esimo congresso del Psi (foto Ansa)
Martelli con Craxi e Amato (al centro) al 44esimo congresso del Psi (foto Ansa)

Discute mai della linea euro-lib del Pd con Quartapelle?
«È un continuo. Viviamo insieme!».

Voterà Pd per quiete domestica?
«Non lo so. Dipende da che cosa proporrà il Pd».

Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti...
«Se la sua idea di rinnovamento della sinistra è un ritorno alla Ditta, ci saranno sorprese amare. Lui non è un leader, è il segretario, l’amministratore. Il Pd è la scuola dei bravi amministratori emiliani. Zingaretti ha frequentato la versione romana, con alle spalle il genio oscuro di Goffredo Bettini».

Claudio Martelli sale sull’aereo per Hammamet il 18 gennaio 2001, in occasione della prima commemorazione di Bettino Craxi ad un anno dalla morte (foto Ansa)
Claudio Martelli sale sull’aereo per Hammamet il 18 gennaio 2001, in occasione della prima commemorazione di Bettino Cra