Evoluzione a Sinistra

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martedì 18 febbraio 2020

BlueFrag, la falla nel Bluetooth che mette a rischio milioni di utenti Android

corriere.it
di Davide Urietti

Gli smartphone, aggiornati alle versioni 8 e 9 del sistema operativo di Google, possono essere hackerati da un malintenzionato, sfruttando una falla presente nella funzione Blueto



La sicurezza di milioni di utenti Android è a rischio a causa di una vulnerabilità, denominata BlueFrag (CVE-2020-0022) , presente nella funzione Bluetooth degli smartphone interessati, ossia quelli aggiornati ad Android 8 e 9.

La falla è stata svelata a novembre 2019 dai ricercatori per la sicurezza di ERNW , ma solo a febbraio 2020 è stata rilasciata la patch per correggere l’errore. Quindi il pericolo è scongiurato?

In realtà no, perché, come da consuetudine, non tutti gli smartphone Android ricevono istantaneamente gli aggiornamenti. Il rischio, quindi, è di subire un attacco hacker:

un qualsiasi dispositivo, aggiornato ad Android 8 o 9, sprovvisto della patch di sicurezza di febbraio 2020, infatti non sarà adeguatamente protetto.
Come viene sfruttata la falla e come difendersi
Un malintenzionato, sfruttando la falla, potrebbe eseguire un codice per installare un malware e rubare i dati personali della vittima.

Il possessore dello smartphone non si accorgerà di nulla, perché al cybercriminale sarà sufficiente conoscere l’indirizzo MAC del Bluetooth, facilmente individuabile attraverso la connessione wifi a cui potrebbe essere collegato il dispositivo.

Il modo migliore per difendersi quindi è l’installazione della patch, rilasciata a febbraio da Google: dalle impostazioni del proprio device è possibile verificare quale versione sia presente.

Se l’ultimo aggiornamento installato, però, non fosse così recente, allora il team di ERNW propone due alternative: la prima consiste nel disattivare il Bluetooth o eventualmente attivarlo solo se strettamente necessario; la seconda prevede di non rendere visibile il proprio dispositivo.

Secondo il report di ERNW, inoltre, anche gli smartphone, il cui sistema operativo è Android 7 o inferiore, potrebbero essere a rischio, ma il team di ricercatori non ne ha ancora valutato le possibili conseguenze.

Gli unici a non correre alcun pericolo, quindi, sono gli smartphone aggiornati ad Android 10, su cui l’attacco di un hacker può al massimo causare un crash. Questa versione del sistema operativo di Google, la più protetta, tuttavia, per alcuni device arriverà più avanti, mentre per altri non arriverà mai.

Al momento, infatti, tra i modelli più popolari e che potrebbero essere vittime del BlueFrag troviamo Samsung Galaxy S7, S8 e Note 8, ma anche Huawei P9, P9 Plus, P9 Lite, P10 Plus, P10, P10 Lite, Mate 10 Lite, Mate 9 e P20 Lite, a cui si aggiungono quasi tutti gli Xiaomi rilasciati nel 2019.

All’asta la Nintendo Playstation, il prototipo della console mai realizzata

corriere.it
di Alessio Lana

Nata negli anni ‘90 ha segnato l’inizio (e la fine) della collaborazione tra una delle maggiori aziende del gaming e quella che lo sarebbe diventata

All'asta la Nintendo Playstation, il prototipo della console mai realizzata

È il Sacro Graal del gaming, una console di cui si è parlato per anni e non è mai uscita. La Nintendo PlayStation è singolare anche nel nome, oggi suona curioso, eppure l'unico modello rimasto in vita è al momento all'asta per 350mila dollari.

Per capirne il valore dobbiamo fare un lungo passo indietro fino agli inizi degli anni '90. Sony era una superpotenza dell'intrattenimento, aveva conquistato il salotto con i televisori Trinitron, le orecchie con il Walkman e stava pensando di espandere il proprio impero puntando proprio alle console.

Ma l'azienda era cauta, meglio evitare passi falsi e avvicinarsi gradualmente al mercato, magari scegliendo un partner di livello.
L’inizio dell’alleanza
La scelta sembrava ovvia: Nintendo. La casa giapponese al tempo rivaleggiava con Sega ma stava vincendo. Grazie a console come Nintendo e Super Nintendo e a serie come Super Mario e The Legend of Zelda la grande N era la protagonista indiscussa del mercato.

Accettò quindi la proposta di collaborazione. Da qui nacque un primo prototipo, quella Nintendo PlayStation che però non vide mai la luce.
Ecco lo Snes-Cd
Il nome ufficiale era Snes-Cd ed era stata pensata come un'aggiunta al Super Nintendo, le portava a bordo una sorta di Cd-Rom, i Super Disc, per farle fare un passo avanti. Le cartucce, la specialità di Nintendo, si stavano dimostrando sempre più limitate e stavano bloccando lo sviluppo dei giochi:

il cinema andava avanti aprendo sempre più le braccia al digitale e alla terza dimensione mentre la maggiore azienda videoludica ancora proponeva pixel. Si doveva fare qualcosa. E guarda caso Sony era un'esperta proprio di Cd. La formula sembrava perfetta.
La battaglia legale
O forse no. Perché trovatal'idea era partita la battaglia legale. Sony voleva tenere per sé i diritti sui dischi, avrebbe poi mantenuto il controllo di eventuali film e album musicali per la nuova piattaforma e in più chiedeva una costosa licenza agli sviluppatori per sfruttare il proprio chip audio integrato nella console.

Nintendo dalla sua si era ritrovata a cedere all'alleata gran parte del suo prezioso codice per realizzare l'integrazione. Troppo.
Un design curioso
Così la mamma di Super Mario segretamente si rivolse a un'altra regina dei Cd, Philips, e i nodi vennero al pettine al Ces del 1991. Una folla attonita si era trovata di fronte non una ma due nuove console.

Da una parte c'era Nintendo con il suo prototipo sviluppato con gli olandesi, dall'altra Sony con la nonna della PlayStation. Il design è curioso: il controller è quello del Super Nintendo, i tasti di accensione e reset quelli tondeggianti tipici della prima console di Sony.

Sulla scocca poi ci sono un piccolo display a cristalli liquidi per visualizzare il nome della traccia audio che si sta ascoltando e i tasti per controllare la riproduzione dei Cd.
ASCOLTA
L’unica superstite
La storia però non era finita ed è proprio ora che diventa rocambolesca. A quanto si sapeva, erano stati costruiti duecento prototipi di quelle prime PlayStation e si pensava fossero stati tutti distrutti. Nel 2015 però ecco spuntarne uno.

Era di Olaf Olafsson, il primo presidente della Sony Computer Entertainment, la divisione gaming dei giapponesi che nel 1994 aveva sviluppato la PlayStation vera e propria.

Il manager aveva portato con sé la console quando era passato a un'altra azienda, l'Advanta, ma poi l'aveva dimenticata lì quando, nel 1999, era andato a lavorare per Time Warner.
La console da un milione di dollari
È proprio questo il modello di PlayStation che si trova all'asta. L'attuale proprietario è Terry Diebold che dice, l'ha comprato in un negozio di cianfrusaglie per 75 dollari.

Visto che non funzionava l'ha fatto revisionare a uno degli YouTuber più seguiti del pianeta, Ben Heckendorn, meglio conosciuto come Ben Heck, che l'ha rimesso in forma .

Si pensa che la console risalga al 1992, all'anno successivo al Ces in cui era stato svelato in anteprima, e, come dicevamo, la base di partenza di 28mila dollari è già stata ampiamente superata.

Forse anche quei 350mila dollari saranno pochi: mancano ancora 21 giorni alla chiusura dell'asta e Diebold ha già rifiutato un'offerta diretta da 1,2 milioni di dollari. Difficile resistere a pezzo di storia tecnologica del genere.

Giorgia Meloni contro Etro (ex Br): «Insulta Rachele Mussolini e ha il reddito di cittadinanza»

corriere.it
Claudio Del Frate

Il terrorista condannato per il sequestro Moro ha postato un messaggio di ingiurie contro la nipote del duce e consigliera comunale a Roma per Fratelli d’Italia

Giorgia Meloni contro Etro (ex Br): «Insulta Rachele Mussolini e ha il reddito di cittadinanza»

«Bullo da tastiera con il reddito di cittadinanza»: Giorgia Meloni attacca senza mezzi termini l’ex brigatista rosso Raimondo Etro dopo che quest’ultimo ha insultato su Facebook Rachele Mussolini, esponente di Fratelli d’Italia e consigliera comunale a Roma per la lista «Con Giorgia».

«A lei la mia solidarietà scrive su Facebook Meloni rivolgendosi alla collega di partito, sicura che le parole di questo miserabile non la scalfiranno minimamente. Ma per voi è normale che gli italiani perbene debbano pagare con le loro tasche il reddito a questo «signore»?».

Rachele Mussolini, dal canto suo ha già annunciato che querelerà Etro e chiederà che ne venga oscurato il profilo social. Raimondo Etro aveva pubblicato ieri un post su Facebook nel quale rivolgeva insulti sessisti ed espliciti a Rachele Mussolini elencandone le parentele con il fondatore del fascismo.
Chi è Raimondo Etro
Etro, 62 anni, è stato condannato in via definitiva a 20 anni e sei mesi per la partecipazione al sequestro Moro e alla strage della scorta di via Fani.

Tornato in libertà, nel marzo del 2019 si è visto riconoscere dall’Inps l’assegno relativo al reddito di cittadinanza, diritto al quale può avere accesso poiché la sua condanna risale a più di dieci anni dall’entrata in vigore della legge.

  «Sono invalido e ho un tumore a un rene ma se ci saranno proteste sono pronto a restituirlo» aveva detto in un’intervista al Corriere nell’aprile dell'anno scorso.
Chi è Rachele Mussolini
Rachele Mussolini è invece figlia di Romano Mussolini, ultimogenito di Benito , e sorella di Alessandra da anni figura di spicco della destra italiana.

Del fascismo nha detto che «andrebbe consegnato alla storia» e sul 25 aprile «preferirei festeggiare altre date». E’ stata censurata da Facebook per avere postato un messaggio di auguri rivolto al nonno Benito.

Salice Terme, la desolazione di quella che un tempo fu la «Rimini dell’Oltrepò»

corriere.it
di Eleonora Lanzetti

Strade vuote, attività commerciali chiuse per sempre. Il fallimento delle Terme ha messo in ginocchio l’economia locale. Il sindaco: «Massima collaborazione a chi vorrà rilanciarle»

Salice Terme, la desolazione di quella che un tempo fu la «Rimini dell'Oltrepò»

Lungo il viale alberato che porta al centro di Salice Terme, un tempo capitale turistica dell’Oltrepò Pavese, le porte di locali e discoteche sono serrate.

Il fermento dei mesi estivi, la musica, i tavolini affollati dei bar all’aperto, stridono con il silenzio di oggi. Per ristoranti e pub non è conveniente tenere aperto durante il resto dell’anno. Lo dicono i cartelli appesi alle saracinesche abbassate con la scritta «Ci vediamo in primavera».

Lo si capisce da terrazze e dehor ricoperti di foglie secche e sedie accatastate. Che durante la stagione invernale si registri un calo delle presenze di turisti, è sempre stata una costante per la cittadina delle acque benefiche, ma commercianti ed albergatori arrancano e, in molti casi, si arrendono e chiudono.

Tre mesi non sono sufficienti per far quadrare i conti. Il grande colpevole di questo inesorabile declino iniziato sul finire degli anni Novanta sembra avere un nome: Terme di Salice, fallite due anni fa con un buco di 10 milioni di euro.

La prima asta dell’8 ottobre 2019 con base a 5 milioni era andata deserta, così anche la seconda con il ribasso a 3,7 milioni, e la possibilità di offerte fino a 2.798.437,50 euro. Ora ci si riprova in terza battuta, auspicando nell’investimento di imprenditori disposti a fare l’affare:

«Stiamo vivendo un inverno sempre più lungo, che dura nove mesi l’anno, sebbene d’estate Salice sia molto viva spiega il sindaco Fabio Riva.

Il 17 marzo si terrà la terza asta, e l’intero patrimonio che comprende Terme, Grand Hotel, Parco di Salice, l’antico maneggio, concessioni minerarie per l’estrazione delle acque e licenze, verrà battuto a 2,8 milioni di euro con possibilità al ribasso sino a 2,1 milioni.

Un rilancio in chiave moderna delle terme, con spa all’avanguardia ed ospitalità di livello, darebbe ossigeno al paese e all’intero territorio, fondamentale per l’indotto turistico».

«A Salice si sogna e si guarisce», così scriveva la poetessa Ada Negri, alla quale è dedicata la quercia secolare del Parco salvato dall’abbandono.

L’amministrazione comunale, in accordo con il curatore fallimentare, continua ad occuparsi della sua manutenzione per garantire a locali ed attività di aprire almeno per la stagione estiva.

La fotografia della Salice di oggi, però, è ben diversa: «Il mio negozio è stato aperto 30 anni fa da mia madre che aveva addirittura una commessa.

Ora entrano due persone al giorno, quindi tengo aperto solo al mattino e ho cercato un secondo lavoro per il pomeriggio spiega Simona Merli, titolare di una boutique e presidente dell’Associazione Operatori Turistici.

Tutto a Salice è nato attorno alle terme, e ora ci troviamo davvero in difficoltà. Speriamo nella prossima asta».

Qualche metro più in là, tra porte chiuse e serrande abbassate, si entra nella panetteria di Sara che, mentre batte uno dei pochi scontrini della mattinata, allarga le braccia sconsolata: «È difficile pensare di poter sopravvivere con un incasso decente da giugno a metà settembre.

Non c’è nessuno in giro, è desolante. È inutile negare l’evidenza: il fallimento delle terme ha messo in ginocchio l’economia di Salice».

Nel periodo di massimo splendore qui era un continuo via vai. Grazie ai prodigiosi effetti delle acque, all’aria pulita e al buon cibo, i turisti trascorrevano nella cittadina della Valle Staffora rilassanti periodi di vacanza.

Era la Salice del ritiro della Juventus e dei concorsi ippici, degli imprenditori che acquistavano ville in mezzo al verde. Poi il termalismo di Stato ha lasciato il posto alla privatizzazione e sono iniziate le note dolenti.

I mutuati che arrivavano con i pullman a fare i fanghi sono passati da diverse migliaia a qualche centinaio, e gli alberghi da una decina diventarono i quattro che resistono ancora oggi:

«Parliamo di oltre 300 posti letto, di paesaggi naturalistici meravigliosi, di buon cibo: le potenzialità ci sono prosegue il sindaco Riva.

Rispetto a quanto fatto in passato, assicureremo massima collaborazione a futuri acquirenti, seri e capaci, che ci presenteranno progetti mirati ed intelligenti per salvare le terme».

Sui campi di battaglia delle Fiandre si rivive la Grande Guerra del film “1917”

lastampa.it


Soldati australiani sul fronte delle Fiandre nel 1917 (foto VISITFLANDERS)

Tutte orrende, le guerre. Assurdo fare graduatorie. Ma se chi vive fortunatamente in tempi di pace vuole farsi una pur pallida idea di cosa sia, davvero, una guerra, il cinema può aiutare, almeno per accenni.

Parrebbe il caso di “1917” la pellicola diretta da Sam Mendes, in Italia dal 23 gennaio e fresca vincitrice ai Golden Globes.

Ciascuno giudicherà. Noi, qui, vorremmo invece cogliere l’occasione per suggerirvi un’esperienza di viaggio specificamente legata alle vicende del conflitto che ha ispirato il film.

Le Fiandre (Belgio), infatti, sono la regione europea che in maniera più sistematica ed efficace ha messo a tema le terribili vicende della guerra di posizione che ha mietuto milioni di vittime in terrificanti campi di battaglia sui vari fronti del continente.

E lo ha fatto con cospicui investimenti che hanno dato vita a musei modernissimi, ricostruzioni storiche, percorsi di visita, installazioni artistiche che si intrecciano a una fitta rete di luoghi della memoria, sacrari, monumenti tra cui spicca il cimitero inglese di Tyne Cot, vera e propria “Redipuglia” britannica.


Il cimitero di Tyne Cot (foto VISITFLANDERS)

Il nostro invito, quindi, è semplice: andate nelle Fiandre, percorrete anche solo in pochi giorni i “Flanders Fields”, i campi bagnati dal sangue oggi simboleggiato dai papaveri scarlatti e capirete cos’è

stata anche sui fronti italiani del Carso, del Pasubio, del Piave la Grande Guerra che i protagonisti della pellicola hanno vissuto tra le non lontane trincee francesi della Somme.

Per facilitarvi, seguono alcuni suggerimenti legati ai siti davvero imperdibili ma sull’ottimo sito in italiano troverete tutti i dettagli.


L'edificio gotico che ospita il Museo "In Flanders Fields" a Ypres (foto Berchi)

YPRES
Nella cittadina rasa al suolo e interamente ricostruita e che ha dato il nome all’“iprite”, il gas mortale usato qui dai tedeschi per la prima volta, c’è “In Flanders Fields”, uno straordinario museo interattivo ospitato nel gotico palazzo del commercio delle stoffe.


All'interno del museo (foto VISITFLANDERS)

L’accurato, evocativo, commovente allestimento lo rende ideale per iniziare da qui il vostro viaggio.Ogni sera alle 20, sotto il Menin Gate, su cui sono incisi 55mila nomi di soldati dispersi, si svolge la cerimonia del Last Post, con il silenzio fuori ordinanza suonato dai trombettieri.


L'installazione ComingWorldRememberMe (foto Eric Huybrechts)

ZILLEBEKE
Nei pressi di Ypres, l’installazione “ComingWorldRememberMe” è stata realizzata nel contesto del Centenario della Grande Guerra. L’impressionante distesa di 600mila statuette in terracotta simboleggia il numero di caduti di tutti gli eserciti in Belgio durante il conflitto.


Il museo di Passchendaele (foto Berchi)


Le ricostruzioni delle trincee (foto Berchi)

ZONNEBEKE
Qui da non perdere è il museo memoriale di Passchendaele, teatro della terza battaglia di Ypres. Cento giorni e 500mila caduti per otto km di terreno che i tedeschi poi riconquistarono.


Indicazioni lungo il percorso di visita (foto Berchi)

Si entra nella ricostruzione di un rifugio sotterraneo tra i fragori e tremori di un bombardamento e ci si muove silenziosi tra le trincee.


Le sepolture di soldati di identità ignota sono la maggioranza (foto Berchi)

Monumento in un cimitero militare tedesco (foto milo profi photography)

TYNE COT
Si è già accennato a questo immenso cimitero di guerra con 12mila lapidi di cui ben 8300 di ignoti. Tutta la regione è costellata di sacrari tra cui quattro dedicati ai soldati tedeschi e uno, quello belga, che contiene la memoria di 81 soldati italiani prigionieri di guerra e deceduti qui.


Trincee originali conservate nel sito di Hill 62 (foto Berchi)


Il cratere di una mina sotterranea (foto Berchi)

HILL 62
È un museo privato ma è tra i pochi a permettere la visita a un sistema di trincee originali.

Impressionanti i crateri delle mine sotterranee e delle bombe evocate anche in molte scene del film alcune mine, si dice, sono ancora da scoprire e  l’esercito belga ha ancora oggi un reparto dedicato al disinnesco degli ordigni bellici inesplosi.


La grande torre che ospita il museo dell'Ijzer (foto Westtoer)

DIKSMUIDE
La Trincea della morte è lunga circa un chilometro ed è uno dei pochi siti con trincee ancora originali visitabili.

Nella grande torre che ospita il Museo dell’Ijzer, invece, abbiamo visto il documento più crudo dell’intera visita (attenzione e prudenza con i bambini).

È un filmato (forse in esibizione temporanea) di 12 minuti, in bianco e nero, senza parlato ma solo con il sonoro girato in soggettiva nelle perfetta ricostruzione del fango di una trincea.

La torre è il monumento alla pace più alto d’Europa e reca una grande scritta in quattro lingue: “Mai più guerra”.


Monumento ai soldati canadesi che resistettero ai primi attacchi con il gas iprite (foto Berchi)

influencer raccontano quanto paga Youtube per i loro video che raggiungono da 100mila a 150 milioni di views

repubblica.it
Amanda Perelli


La stella di Youtube Natalie Barbu
  • Partner Program di YouTube consente agli influencer di guadagnare attraverso il proprio canale inserendo annunci pubblicitari nei video
  • Google piazza questi annunci e paga i creatori dei video sulla base di fattori come il tempo di visione, la durata e la composizione demografica di chi li guarda
  • Ecco quanto YouTube paga ai creatori per ogni video che raggiunge 100.000, 1 milione e 150 milioni di views, secondo alcuni influencer di primo piano
La quantità di soldi che YouTube paga a un creatore per un solo video dipende da vari fattori, ma uno dei più importanti è il numero delle views che ottiene.

I creatori di video con 1.000 iscritti e 4.000 ore di visione dei loro contenuti hanno diritto ad aderire al Partner Program di YouTube iniziando a guadagnare grazie all’inserimento di annunci pubblicitari che sono filtrati da Google:

quanto guadagna un creatore dipende dal tempo di visione di ogni video, dalla sua durata e tipologia e dalla composizione demografica di chi lo guarda, insieme ad altri fattori.

Il Cpm (costo per migliaio di views) varia enormemente, e alcuni creatori di primo piano seguono strategie di ad placement per massimizzare i propri guadagni.

Per esempio Andrei Jikh, influencer che si occupa di personal finance, ha detto a Business Insider di guadagnare più soldi grazie ai cosiddetti annunci midroll, cioè quelli che appaiono durante la visione delle clip.

Questi annunci possono essere inseriti nei video che durano più di dieci minuti; il creatore può decidere se permettere o meno a chi guarda di saltarli e può inserirli manualmente o impostare YouTube in modo che lo faccia in automatico.

Ci sono anche cose che un creatore può evitare per cercare di guadagnare di più. Alcuni video che contengono parolacce o musica coperta da diritti d’autore vengono “flaggati” da YouTube e demonetizzati, tanto che il rispettivo creatore finisce per guadagnare poco o niente.

Una delle più grandi star del sito, David Dobrik, ha dichiarato di recente in un’intervista di guadagnare circa 2.000 dollari al mese direttamente da YouTube, malgrado i suoi video settimanali ottengano in media 10 milioni di views.

Dobrik realizza la maggior parte dei suoi guadagni grazie alle sponsorizzazioni, come la sua partnership con SeatGeek.

Ecco quanto YouTube ha pagato ai creatori per una clip che ha raggiunto 100.000, 1 milione e 150 milioni di views, secondo alcuni famosi creatori di video.

100.000 views: da 500 a 1000 dollari (Natalie Barbu)


Natalie Barbu
Natalie Barbu ha creato il suo canale YouTube mentre frequentava le scuole superiori, all’incirca otto anni fa.

Pubblicava video di moda e bellezza come hobby pomeridiano, molto tempo prima di sapere che avrebbe potuto guadagnare dei soldi grazie alla piattaforma, ha raccontato a Business Insider.

Oggi gestisce un canale con 257.000 iscritti e pubblica video settimanali sulle sue esperienze di vita quotidiana.

Afferma di guadagnare in media una somma compresa fra 500 e 1000 dollari per ogni video che ottiene circa 100.000 views, a seconda della quantità di annunci che pone al suo interno.

Per esempio ha guadagnato solo 100 dollari grazie a un video di qualche anno fa che è arrivato a quel numero di views, perché aveva inserito solo un annuncio.

Ci sono alcuni fattori fondamentali che possono contribuire a incrementare il fatturato pubblicitario di un video. Gli inserzionisti, ha spiegato Barbu, pagano di più per un video informativo legato al mondo delle imprese che per una clip in stile vlog.

La tariffa ha anche un carattere stagionale, perché il Cpm (che in pratica corrisponde al budget pubblicitario) è più basso all’inizio dell’anno aumenta verso la fine.

Alcuni creatori di video su YouTube hanno anche delle strategie specifiche che seguono per guadagnare più soldi possibili grazie agli annunci.

1 milione di views: da 2000 a 40.000 dollari (4 creatori)


Schermata con Austen Alexander/YouTube.
Un video con 1 milione di views su YouTube non genera sempre lo stesso guadagno: può variare considerevolmente a seconda del creatore.

Business Insider ha parlato con quattro influencer di YouTube con canali molto diversi Marina Mogilko, Kevin David, Austen Alexander e Shelby Church per sapere quanto hanno guadagnato grazie ai loro video che hanno superato 1 milione di views (senza però arrivare a 1,5 milioni).
  • Church (1,4 milioni di iscritti): fra 2000 e 5000 dollari.
  • Alexander (165.000 iscritti): 6000 dollari.
  • Mogilko (1,7 milioni di iscritti): 10000 dollari.
  • David (844.000 iscritti): 40000 dollari.
Tutti questi creatori hanno detto che il fatto di abilitare tutte le opzioni pubblicitarie che comprendono i banner, gli annunci preroll (quelli che appaiono prima dell’inizio della clip) e i midroll li ha aiutati a guadagnare di più. Trovano utile anche far durare i video più di 10 minuti.

150 milioni di views: 97.000 (Paul Kousky)


Paul Kousky
Paul Kousky gira video per YouTube sui fucili giocattolo Nerf e ha 10,9 milioni di iscritti.Ha detto a Business Insider di guadagnare la maggioranza delle proprie entrate grazie agli annunci presenti sul suo canale, Pdk Films.

Il video di Kousky che gli ha fatto guadagnare più soldi è uno che ha pubblicato nel febbraio 2018, intitolato “Nerf War: Tank Battle“, che è diventato virale nel mondo intero sei mesi dopo, ha raccontato.

Quando ha raggiunto 150 milioni di views (views che oggi continuano ad aumentare), Kousky aveva guadagnato 97.000 dollari sotto forma di introiti pubblicitari tramite AdSense.

Quando l’ha caricato per la prima volta è stato visto per il 50% circa da utenti statunitensi, che rappresentano il target di Kousky. Dopo la sua diffusione virale la percentuale è scesa, e oggi si aggira solo sul 5%.

A causa di tale diffusione globale, il video ha ottenuto views da Paesi con un Cpm inferiore. Se la maggioranza degli utenti che l’hanno visto fossero stati statunitensi Kousky avrebbe guadagnato di più, ha spiegato.

La composizione demografica di chi vede i video è un fattore cruciale nel determinare il relativo Cpm.

La grande ingiustizia dei ticket sanitari

repubblica.it

Paolo vorrebbe sanare questa ingiustizia dei ticket prima di andare in pensione
Paolo vorrebbe sanare questa ingiustizia dei ticket prima di andare in pensione.

Paolo Tonello, 68 anni, medico di famiglia a Castelgomberto, provincia di Vicenza

"Sono un medico di famiglia prossimo alla pensione.

Le riporto quanto è successo recentemente ad una mia paziente. 28 anni, forse suo padre la mena. Pomeriggio tardo, viene in ambulatorio con dolori addominali e perdite vaginali ematiche.

La visito: addome teso, dolente alla palpazione; le spiego che per capire la causa dei suoi sintomi ho bisogno di un esame del sangue (bianchi) ed una ecografia da fare subito in pronto soccorso.

Non vuole andare in quanto è debitrice di un pagamento ticket di un precedente accesso. Le dico che non siamo negli Stati Uniti, che vada in ogni caso. Torna dopo 2 settimane. Prelievo, visita ginecologica, ecografia e un conto di 114 euro".

"Decido di saldare io il suo debito nei confronti dell’Azienda sanitaria essendo stato io a inviarla al pronto soccorso.

Credo che siamo al paradosso considerando la scandalosa normativa che esenta tutti i lavoratori autonomi, proprietari di mobili ed immobili, dal pagamento ticket se hanno compiuto 65 anni. Qui sotto la lettera che in proposito ho scritto ho scritto al ministro  Roberto Speranza".

"‘Caro ministro, questa mattina ho letto, finalmente, della possibilità di far pagare i ticket a tanti abbienti, ricchi. Dopo anni non ho smesso di indignarmi, ogni giorno in ambulatorio.

Famigerata normativa quella sull’esenzione dal pagamento ticket per età e reddito che vede una operaia della concia e suo marito operaio metalmeccanico pagare il superticket perché fanno cumulo  e tutti i lavoratori autonomi (ex meccanico

con villa con piscina e Jaguar, ex idraulico con 15 appartamenti, ex assicuratore con Porsche, ex ristoratore 4 stelle e potrei continuare) tutti miei pazienti, non pagare un centesimo per le prestazioni mediche.

Negli anni mi sono rivolto ai deputati del mio partito, Pd, prima Daniela Sbrollini, poi Filippo Cremin (allora neolaureato a cui ho fatto da tutor). Mi sono rivolto al presidente dell’Ordine di Vicenza, mio collega, che mi aveva promesso interessamento.

Ho constatato che i politici non sanno come stanno le cose. Ultimo Stefano Fracasso consigliere regionale in V° commissione Sanità Veneto.

Ti assicuro che sono decine e decine i milioni di euro non incamerati solo nella mia ricca regione. Questo succede perché in Sanità non viene applicata la tabella Isee e vale solo il reddito da pensione che in questi casi spesso non supera i 1000 euro.

Proprio geniale quel cretino che ha concepito simile ingiustizia’”.

Locri, reddito di cittadinanza con ville e Ferrari: 237 denunciati

corriere.it
di Ferruccio Pinotti

Tra di loro anche mafiosi in galera. La Guardia di Finanza si è mossa a partire da una precedente inchiesta sui falsi braccianti agricoli e sui falsi rimborsi fiscali. 870mila euro da recuperare

Locri, reddito di cittadinanza con ville e Ferrari: 237 denunciati
La Ferrari di uno dei percettori del reddito di cittadinanza

C’era chi aveva la villa e chi la Ferrari, chi era titolare di un’impresa ma si era «dimenticato» di fare la dichiarazione dei redditi e chi, invece, era direttamente in galera perché mafioso:

sono i 237 furbetti che tra aprire e dicembre del 2019 hanno chiesto il Reddito di cittadinanza e che sono stati scoperti dalla Guardia di Finanza di Locri nell’ambito di un’indagine, coordinata dalla Procura, nata da una precedente inchiesta sui falsi braccianti agricoli e sui falsi rimborsi fiscali.
Le verifiche sulle dichiarazioni dei redditi
L’attività è scaturita dall’analisi della numerosa platea di persone già denunciate per i fenomeni dei «falsi braccianti agricoli» nonché dei «falsi rimborsi fiscali»: tra di essi infatti ne sono stati individuati molteplici che avevano richiesto ed ottenuto anche la misura del reddito di cittadinanza.

Le attività d’indagine, condotte secondo le modalità tipiche della polizia economico-finanziaria e dei successivi rilevamenti anagrafici presso i comuni di residenza dei soggetti richiedenti, sono

state rivolte ad appurare la presenza di eventuali anomalie nelle Dichiarazioni Sostitutive Uniche (DSU) poste a fondamento della richiesta del beneficio.

Tali attività hanno permesso di riscontrare irregolarità su 237 istanze.

Nel corso delle azioni ispettive è stata accertata l’omessa indicazione nelle DSU di componenti del nucleo familiare anagrafico, del coniuge non separato, nonché del possesso di redditi, di beni mobili (veicoli e moto) ed immobili (terreni e fabbricati).
Anche gli ‘ndranghetisti tra i percettori
Tra i soggetti analizzati, i casi più eclatanti riguardano: due persone che risultano detenute per il reato di associazione di stampo mafioso a seguito di ordinanza di custodia cautelare in carcere eseguita la scorsa estate nell’ambito di un’importante operazione di polizia giudiziaria

denominata “Canada Connection”; un intero nucleo familiare riconducibile ad una nota famiglia di ‘ndrangheta, colpita nella maggior parte dei suoi componenti da una condanna penale definitiva con la conseguente interdizione dai pubblici uffici.

Uno di essi è peraltro in stato di arresto dall’aprile del 2018; diversi soggetti titolari di redditi, alcuni anche per oltre 55.000 euro, che non sono stati indicati nel nucleo familiare; alcuni intestatari di ville ed autovetture di lusso (tra cui uno è stato intestatario di una Ferrari oltre ad essere stato

anche destinatario di ordinanza di custodia cautelare domiciliare nell’ambito dell’operazione «Le Mille e una Notte»); titolari di attività imprenditoriale con partita Iva attiva che, pur avendone l’obbligo, non avevano presentato alcuna dichiarazione dei redditi.
Le somme da recuperare
I 237 indebiti percettori sono stati inoltre segnalati all’Inps per l’avvio del procedimento di revoca dei benefici ottenuti, con il conseguente recupero delle somme già elargite che ammontano a circa 870mila euro (importo consistente se posto in relazione ai soli 9 mesi di erogazione del beneficio);

nel contempo, sarà conseguentemente interrotta l’erogazione del sussidio che avrebbe altrimenti comportato, fino al termine del periodo di erogazione della misura, un’ulteriore perdita di risorse pubbliche di oltre 1milione di euro.

Il risultato conseguito testimonia l’approccio multidisciplinare e trasversale dell’azione sviluppata nelle attività di servizio dalla Guardia di Finanza, che vigila allo scopo di assicurare che le misure di

sussidio siano effettivamente destinate alle fasce più deboli e bisognose della popolazione e non siano invece preda di individui disonesti ed irrispettosi delle leggi.

La civiltà non è nata per impulso verso il progresso, ma per salvarci da una catastrofe ambientale provocata da noi

repubblica.it
Nick Longrich*, The Conversation**


Wikimedia Commons/Cloudordinary, CC BY-SA

  • L’agricoltura e la civilizzazione potrebbero essere state inventate non perché erano un miglioramento del nostro stile di vita ancestrale, ma perché non avevamo più scelta.
Perché ci abbiamo impiegato cosi tanto a inventare la civilizzazione? I moderni Homo sapiens hanno iniziato a evolversi tra i 250.000 e i 350.000 anni fa.

Ma i primi passi verso la civilizzazione la raccolta, e poi la domesticazione delle piante coltivate sono iniziati solo 10.000 anni fa circa, mentre le prime civiltà sono apparse 6.400 anni fa.

Per il 95% della storia della nostra specie, non abbiamo coltivato, né creato grandi insediamenti o complesse gerarchie politiche. Abbiamo vissuto in gruppi nomadi di cacciatori-raccoglitori. Poi qualcosa è cambiato.

Siamo passati da una vita di cacciatori raccoglitori alla raccolta e poi alla coltivazione delle piante, e infine alle città.

Sorprendentemente, questa transizione è iniziata solo dopo la scomparsa della megafauna dell’era glaciale: mammut, i megateri (bradipi giganti), i megaloceri (cervi giganti) e i cavalli selvaggi dello Yukon.

Non è ancora chiaro perché noi esseri umani siamo diventati agricoltori, ma la scomparsa degli animali da cui dipendevamo per nutrirci potrebbe aver costretto la nostra cultura all’evoluzione.


In Francia, gli uomini cacciavano bestiame selvatico, cavalli e cervi 17.000 anni fa. Wikipedia
Gli uomini primitivi erano abbastanza intelligenti da coltivare e allevare. Tutti i gruppi di uomini moderni hanno livelli di intelligenza simili, cosa che indica come le nostre capacità cognitive si sono evolute prima che queste popolazioni si separassero circa 300.000 anni fa, e in seguito sono cambiate poco.

Se i nostri antenati non hanno coltivato piante, non è stato perché non erano abbastanza intelligenti.Qualcosa nell’ambiente glielo impediva, o semplicemente non ne avevano bisogno.Il riscaldamento globale alla fine del periodo dell’ultima glaciazione, 11.700 anni fa, ha probabilmente facilitato la coltivazione.

Temperature più elevate, stagioni di crescita più lunghe, aumento delle precipitazioni e stabilità climatica di lungo periodo hanno permesso la coltivazione di superfici più vaste. Ma è improbabile che la coltivazione fosse impossibile ovunque.

 La Terra ha inoltre assistito a molti periodi di riscaldamento simili 11.700, 125.000, 200.000 e 325.000 anni fa, ma i primi riscaldamenti non hanno stimolato esperimenti di coltivazione.

Il cambiamento climatico non può essere stato l’unico fattore scatenante. Probabilmente, anche la migrazione umana ha contribuito.

Quando la nostra specie si è diffusa dall’Africa meridionale attraverso il continente africano, in Asia, Europa e poi nelle Americhe, abbiamo scoperto nuovi ambienti e nuove piante commestibili.

Ma le persone hanno occupato queste parti del mondo ben prima che iniziasse l’agricoltura. La domesticazione delle piante è arrivato decine di millenni dopo la migrazione umana.


Segale, una delle prime colture. Wikipedia
Se le opportunità per creare l’agricoltura erano preesistenti, allora il ritardo nella sua invenzione suggerisce che i nostri antenati non dovevano, o non volevano, coltivare.

L’agricoltura comporta svantaggi significativi rispetto alla caccia. Richiede sforzi maggiori e offre meno tempo libero e una dieta di qualità peggiore. Se i cacciatori sono affamati al mattino, possono avere cibo sul fuoco alla sera.

L’agricoltura richiede un duro lavoro oggi per produrre cibo dopo mesi o non produrne affatto.Richiede la conservazione e la gestione delle momentanee eccedenze alimentari per nutrirsi tutto l’anno.

Un cacciatore che ha avuto una brutta giornata può tornare a caccia il giorno dopo o cercare altri e più ricchi terreni di caccia; ma gli agricoltori, legati alla terra, sono alla mercé dell’imprevedibilità della natura.

Le piogge che arrivano troppo presto o troppo tardi, siccità, gelate, calamità o locuste possono provocare cattivi raccolti e carestie.


L’agricoltura comporta maggiori svantaggi rispetto all’agricoltura. Wikipedia
L’agricoltura presenta anche svantaggi militari. I cacciatori raccoglitori si muovono e possono percorrere grandi distanze per attaccare o ritirarsi.La continua pratica con lance e archi li ha resi combattenti letali. Gli agricoltori sono radicati ai propri campi e alle scadenze dettate dalle stagioni.

Sono bersagli prevedibili e stazionari, le cui scorte di cibo tentano estranei affamati. E se si fossero evoluti con quello stile di vita, gli uomini avrebbero semplicemente preferito essere cacciatori nomadi.

Gli indiani Comanche hanno combattuto fino alla morte per conservare il proprio modo di vivere da cacciatori. I boscimani del Kalahari dell’Africa meridionale continuano a resistere alla trasformazione in agricoltori e pastori.

Sorprendentemente, quando gli agricoltori polinesiani hanno incontrato i numerosissimi uccelli incapaci di volare della Nuova Zelanda, hanno abbandonato l’agricoltura in massa, creando la cultura Maori dei cacciatori di moa.
Abbandono della caccia
Ma qualcosa cambiò. Da 10.000 anni fa in poi, gli uomini hanno costantemente abbandonato lo stile di vita di cacciatori-raccoglitori a favore dell’agricoltura.

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