Evoluzione a Sinistra

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giovedì 23 gennaio 2020

Mutande pulite

corriere.it
desc imgdi  Massimo Gramellini

Ricorderete il vigile di Sanremo ripreso mentre timbrava il cartellino in mutande. Un’immagine tanto dirompente da diventare simbolica: come la gonna di Marilyn Monroe alle prese con il condotto di aerazione.

Ebbene, il giudice di primo grado ha assolto l’uomo in mutande con formula piena: «il fatto non sussiste». Intendiamoci. La mutanda sussiste eccome, mica si tratta di un fotomontaggio.
Ma era una mutanda, per così dire, legittima.

Il suo proprietario strisciava il badge nella macchinetta apposita, situata a pochi passi da casa, e poiché l’atto di vestire la divisa è considerato orario di lavoro, talvolta vi mandava la figlia oppure ci si recava personalmente in déshabillé.

Forse avrebbe potuto infilarsi una vestaglia, ma sono quisquilie rispetto alla sostanza: l’emblema dei furbetti del cartellino sarebbe in realtà la vittima di un equivoco colossale.

Una sentenza di portata storica, che d’ora in avanti costringerà noi malelingue a sospendere il giudizio persino davanti all’evidenza.

Non c’entra nulla con il vigile di Sanremo, ci mancherebbe, ma torna alla mente la storia di quel benefattore sorpreso dalle forze dell’ordine mentre usciva dalla finestra di una villa con un sacco di refurtiva.

«Ho sentito dei rumori sospetti e mi sono infilato dalla finestra aperta», spiegò ai carabinieri.«Appena mi hanno visto, i ladri sono scappati e io ho raccolto il sacco per portarlo in caserma da voi, ma per fortuna siete già qui!».

Il vigile di Sanremo che timbrava in mutande assolto dal giudice

corriere.it
Claudio Del Frate

Il vigile di Sanremo che timbrava in mutande assolto dal giudice

Era divenuto suo malgrado il simbolo dei «furbetti del cartellino», la sua immagine aveva fatto il giro del web e delle tv. Ma oggi il vigile di Sanremo sorpreso a timbrare il cartellino in mutande è stato assolto dal gup della cittadina ligure Paolo Luppi.

«Il fatto non sussiste» ha decretato il magistrato per il «vigile in mutande» e altri nove imputati. nella medesima udienza 16 persone sono state rinviate a giudizio e altrettante sono uscite dal processo con un patteggiamento.

Il blitz era scattato il 22 ottobre 2015 : vennero eseguite 43 misure cautelare e il comune di Sanremo licenziò in tronco 32 degli indagati.

Arrestato e licenziato
Alberto Muraglia, questo il nome del vigile, era il responsabile dei controlli al mercato ortofrutticolo ed era finito agli arresti domiciliari. Le immagini della Guardia di Finanza lo mostravano mentre strisciava il badge in «deshabillé» o faceva compiere l’operazione di timbratura alla figlia.

«Ma il nostro appartamento è proprio dentro il mercato, abbiamo la spiegazione per tutti gli episodi contestati» aveva detto la moglie del vigile interpellata dai cronisti dopo che il caso era esploso.«Mi è capitato di smontare dal servizio, arrivare a casa e ricordarmi di non ave timbrato.

Per evitare di rivestirmi sono andato a strisciare il badge in pigiama» aveva detto il vigile nel corso di un interrogatorio.

A gennaio del 2016 Muraglia aveva poi ricevuto la lettera di licenziamento del municipio; attraverso il suo avvocato aveva presentato ricorso al giudice del lavoro e nel frattempo aveva aperto una bottega per la riparazione di elettrodomestici nel centro della città.
La motivazione? Il «tempo tuta»
Ma come si è arrivati all’assoluzione? Le motivazioni del gup saranno depositate tra 90 giorni ma per spiegarla l’avvocato Alessandro Moroni, difensore del vigile, ricorre al paragone del cosiddetto «tempo tuta».

«Per gli operai della Fiat, di molte fabbriche, ma anche per i vigili afferma l’orario comincia a decorrere quando entrano nel luogo di lavoro e vanno negli spogliatoi per indossare la divisa.

Muraglia era sia vigile che custode del mercato: alle 5.30 del mattino, vestito in borghese, apriva i cancelli; poi rientrava in casa, alle 7.30 indossava l’uniforme e strisciava il badge».

«Nell’arco di un anno -prosegue il legale tanto è durata la videosorveglianza, il mio assistito è stato ripreso 4 volte, solo 4 volte, a compiere la timbratura in mutande. Ma era appunto tutto regolare, solo che il filmato è stato diffuso dagli inquirenti completamente fuori dal suo contesto.

Figuratevi che furono mostrate anche sul palco del Festival...»
La pm: «Impianto accusatorio confermato»
L’inchiesta che portò all’arresto di Muraglia era stata denominata «Stachanov» e, caso del vigile in mutande a parte, non è stata del tuto un buco nell acqua, visto che la maggior parte degli indagati hanno concordato la pena o andranno a processo.

«L’impianto accusatorio vede una sostanziale conferma in sedici patteggiamenti e altrettanti rinvii a giudizio - ha dichiarato Grazia Pradella, procuratore aggiunto di Sanremo.

Per quanto riguarda gli abbreviati leggeremo con attenzione le motivazioni e decideremo il da farsi anche perché su queste posizioni vi erano prove che la procura ha considerato importanti e di spessore.

Valuteremo con estrema serietà, così come con estrema serietà sono state considerate le prove fotografiche e documentali».

Il «tesoro» nascosto dei mormoni: 100 miliardi (che dovevano andare in beneficenza)

corriere.it

Secondo la denuncia di un ex dipendente, i dirigenti della chiesa hanno accumulato le donazioni invece di usarle per opere di beneficenza. La replica: «Rispettiamo tutte le leggi»

Il «tesoro» nascosto dei mormoni: 100 miliardi (che dovevano andare in beneficenza)

Scandalo tra i mormoni: un ex gestore degli investimenti della chiesa ha denunciato una truffa da 100 miliardi di dollari.

L’informatore, secondo quanto denunciato per la prima volta dal Washington Post qualche giorno fa e poi ripreso da tutti i media americani, ha dichiarato all’Internal Revenue Service (Irs), l’agenzia

governativa deputata alla riscossione dei
tributi negli Stati Uniti, che i dirigenti della chiesa hanno accumulato le donazioni invece di utilizzarle per opere di beneficenza.

E in particolare, con il denaro avrebbero finanziato due business privati. La denuncia è stata presentata da David A. Nielsen, un mormone di 41 anni che ha lavorato fino a settembre come manager presso la Ensign Peak Advisors, la divisione investimenti della chiesa, insieme a suo fratello gemello Lars, un ex membro della Chiesa.
I contributi (cospicui) dei fedeli
L’esenzione dalle tasse richiede che la Peak Advisors operi esclusivamente per scopi religiosi, educativi o di altro genere, una condizione che, secondo Nielsen, l’azienda non ha soddisfatto.

Ai mormoni viene chiesto di contribuire ogni anno con il 10% delle loro entrate, una pratica conosciuta come decima, e l’organizzazione religiosa, una delle più visibili degli Usa, con sede a Salt Lake City, raccoglie circa 7 miliardi di dollari ogni anno.

La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi giorni, comunemente chiamata Chiesa Mormone, ha replicato: «Le notizie diffuse si basano su una

prospettiva ristretta e informazioni limitate ha scritto in un comunicato diffuso dalla Cnn- La Chiesa rispetta tutte le leggi che regolano le donazioni, gli investimenti, le tasse, i depositi.

E saremo ben contenti di accogliere i funzionari che vorranno porci domande in merito». Per quanto riguarda i fondi, ha aggiunto che la maggior parte del denaro donato è stato utilizzato per l’educazione, il supporto umanitario, le chiese per le riunioni, le missioni e i templi.

Ma che altri soldi sono stati effettivamente risparmiati: «Una riserva prudente per il futuro», hanno spiegato.
Mormoni, chi sono e come vivono
I mormoni nel mondo sono oltre 15 milioni, oltre la metà in America, dove sono la quarta religione e quella che cresce più rapidamente: secondo il Pew Research Center hanno un milione di nuovi seguaci ogni tre anni, anche grazie al proselitismo attivo che è una delle colonne portanti di questa chiesa.

Cinquantamila giovani missionari girano gli Usa per convertire nuovi fedeli. In Italia, sono circa 26 mila: il primo tempio è stato inaugurato a Roma, a gennaio.Uno sfarzo di guglie e cupole dorate.

La loro dottrina si fonda sul Libro di Mormon, versione rivista e corretta della Bibbia: si definiscono cristiani cattolici e rifiutano dogmi come la trinità, reinterpretano i sacramenti, ma non permettono la poligamia, che viene praticata solo da alcuni fondamentalisti che rischiano la scomunica.

I loro leader spirituali sono laici e vigilano su un codice di condotta rigido. Particolarmente severe sono le prescrizioni igieniche: il corpo è un «dono di Dio» e quindi ai mormoni sono vietati tabacco, alcolici, caffè e tè, droghe.

Recentemente, sono stati alla ribalta delle cronache internazionali per la strage dei mormoni in Messico ad opera dei narcos.

Solstizio d’inverno, ecco perché è il giorno più corto di tutto quest’anno

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di Paolo Virtuani

Il 22 dicembre è il solstizio d’inverno e sarà il giorno più corto del 2019. Sfata la credenza popolare che invece pensa che sia quello il 13 dicembre, giorno dedicato a Santa Lucia

Solstizio d'inverno, ecco perché è  il giorno più corto di tutto quest'anno

Alle 5,19 (ora italiana) del 22 dicembre il Sole ha raggiunto il punto più basso dell’anno sopra l’orizzonte, cioè è arrivato al solstizio d’inverno. Il Sole si è trovato allo zenit, in posizione perpendicolare rispetto al suolo, sopra al Tropico del Capricorno a circa 23° 26’ di latitudine Sud.

Per l’emisfero boreale si tratta del giorno più corto dell’anno, per l’emisfero australe il più lungo.Questa definizione è in realtà relativa: la durata del giorno rimane sempre la stessa, ciò che si allunga (o si accorcia, nel nostro caso) è il dì, ossia la lunghezza delle ore di luce.

C’è un detto popolare, molto radicato ma non vero, che dice «Santa Lucia (13 dicembre) è il giorno più corto che ci sia». Non è esatto: il giorno più corto è il solstizio d’inverno che di solito cade il 21 dicembre, quest’anno, come ogni quattro anni, il 22 dicembre.
Nella storia
Fino al 1581 il solstizio cadeva una decina di giorni prima, ma l’anno successivo venne introdotto il Calendario Gregoriano che saltava 11 giorni: andati a dormire la sera del 4 ottobre ci si svegliò il giorno dopo che era il 15.

Fu fatto perché ci si era accorti (da secoli in realtà) che con il fenomeno della precessione degli equinozi, la data astronomica di inizio delle stagioni era sfalsata rispetto al Calendario Giuliano in uso all’epoca.

Gregorio XIII con una Bolla papale mise le date a posto. Tutto nasce dal fatto che l’anno non dura esattamente 365 giorni, ma sei ore e 10 minuti in più.

Per cui ogni quattro anni occorre inserire un giorno in più in calendario (anno bisestile), ma non sempre (sarebbero troppi): ogni 100 anni gli anni bisestili sono 24 e non 25.

Eccetto che negli anni divisibili per 400: per cui il 1600 e il 2000 (divisibili per 400) sono stati anni bisestili, il 1700, il 1800 e il 1900 non lo sono stati, e non lo sarà il 2100. In pratica ogni 400 anni ci sono 97 anni bisestili.

Questa lunga premessa serve per capire il motivo sia del detto di Santa Lucia sia perché quest’anno il solstizio è avvenuto il 22 dicembre: il prossimo anno sarà bisestile e il solstizio tornerà a cadere il 21 dicembre nel 2020, 2021 e 2022.

Tra l’altro oggi il Sole ha toccato il punto più basso sopra l’orizzonte quando in Italia (e in Europa) il Sole non era ancora sorto. Nel suo moto apparente nel cielo, il Sole a mezzogiorno nei giorni intorno al solstizio d’inverno appare quasi fermo allo stesso punto.

Lo si nota se ogni giorno facessimo una foto al Sole sempre dallo stesso punto di osservazione nel momento in cui raggiunge la sua massima elevazione sopra l’orizzonte: vedremmo l’astro durante l’anno descrivere una sorta di 8 più o meno allungato e inclinato a seconda della latitudine.

Al solstizio invernale la posizione del Sole cambia lentamente, la differenza del dì è quasi impercettibile senza strumenti. Ecco perché era facile scambiare Santa Lucia con il giorno più corto dell’anno.

Il 22 dicembre alla latitudine di Milano, poco sopra i 45 gradi Nord, la durata del dì è di 8 ore e 42 minuti (il 13 dicembre Santa Lucia è stata di 8 ore e 46 minuti) come nei due giorni precedenti e nei quattro successivi.

L’alba rimane più o meno allo stesso orario intorno alle 8 (passando dalle 7,59 del 22 dicembre alle 8,02 del 10 gennaio), quella che si allunga è l’ora del tramonto che passa dalle 16,41 alle 16,57, cioè oltre un quarto d’ora in più in meno di 20 giorni.
Le curiosità
Come è possibile? Il fatto è che la Terra nel corso della sua rivoluzione intorno al Sole, descrivendo una traiettoria ellittica e non circolare, non tocca il 21 (o 22) dicembre il punto più vicino alla nostra stella, ma lo raggiunge in una data compresa tra il 2 e il 5 gennaio (dipende dalle interazioni gravitazionali):

nel 2020 il perielio avverrà il 5 gennaio alle 8,47 (ora Italiana) quando il nostro pianeta sarà a una distanza di 147,09 milioni di chilometri dal Sole.L’aumento delle ore di luce dopo il solstizio d’inverno ha effetti sui bioritmi umani, anche se modesti nei giorni successivi.

L’aumento dell’ora del tramonto si nota marcatamente dopo la metà di gennaio, che però è il anche il mese più freddo dell’anno. Alcune piante più sensibili alla luce solare lo notano, ma la maggior parte sono più influenzate (come gli animali) dalla temperatura e sono in pieno letargo invernale.

Nell’antichità il punto più basso sull’orizzonte del Sole al solstizio e la sua ripresa successiva era ben nota in quasi tutte le civiltà, in particolare quelle dove venivano praticati culti solari .

Nell’antica Roma nei giorni a cavallo del solstizio invernale erano state istituite le festività dei Saturnalia in cui ci si scambiavano auguri e doni, ma era una sorta di carnevale. Intorno al 220 d. C.

l’imperatore Eliogbalo istituì il 25 dicembre la festa di Sol Invictus, il sole invincibile che torna a nuova vita e a risalire nel cielo dopo aver toccato il punto più basso.

I cristiani a partire almeno dal 336 la sostituirono con il Natale di Gesù Cristo, nuovo e autentico Sole dell’umanità, una sovrapposizione della nuova religione di Stato rispetto a una delle feste più importanti della precedente religione ufficiale.

I Vangeli in verità non menzionano mai l’esatta data della nascita di Gesù.

La parola alla difesa

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desc imgdi  Massimo Gramellini

l tribunale di Asti ha introdotto in via sperimentale una riforma volta a snellire i tempi della giustizia: l’abolizione dell’avvocato difensore.

L’idea, un tempo ampiamente dibattuta in ambienti illuminati come l’Unione Sovietica, non era però mai stata messa in pratica da nessuno fino a questa settimana, quando il collegio giudicante di un processo per violenze famigliari ha dato pubblica lettura della sentenza di condanna dell’imputato a 11 anni di reclusione.

A quel punto il difensore ha segnalato alla Corte di non avere ancora preso la parola.Altri giudici meno reattivi si sarebbero nascosti sotto lo scranno, cercando di mimetizzarsi con le piastrelle del pavimento. Invece il presidente del tribunale ha incassato il colpo da vero uomo di mondo.

Ha stracciato il dispositivo e, rivolto al legale, lo ha invitato a concludere, sottovalutando quanto sia difficile concludere qualcosa che non si è cominciato.

Senza contare che per un avvocato dev’essere piuttosto seccante svolgere la sua arringa davanti a tre giudici che non solo hanno già preso la loro decisione, ma l’hanno pure messa per iscritto. Così si è stabilito di rifare il dibattimento, magari avendo cura di scrivere la sentenza soltanto alla fine.

La sciatteria e il pregiudizio, dopo avere contagiato larga parte del popolo italiano, hanno raggiunto il luogo dove in nome di quel popolo si amministra la giustizia. Ma, essendo io all’antica, prima di dirlo lascerei la parola alla difesa.

Roma, 1.600 latitanti catturati e 29 milioni di euro sequestrati

corriere.it
di Rinaldo Frignani

È il lusinghiero resoconto del Servizio di cooperazione internazionale di polizia, illustrato al Viminale da Vittorio Rizzi. Fra i personaggi più importanti Cesare Battisti

Roma, 1.600 latitanti catturati e 29 milioni di euro sequestrati

Quasi 1.600 latitanti catturati, dei quali 747 attivi (italiani ricercati all’estero e rintracciati in 42 nazioni) e 848 passivi (stranieri finiti in manette in Italia e ricercati da autorità del loro Paese).

Il 60% dei latitanti italiani presi in Romania, Spagna, Germania, Francia e Regno Unito, e la metà degli stranieri arrestati nel nostro Paese provenienti da Romania, Germania, Francia, Belgio, Polonia , Spagna e Austria.

Fra i personaggi più importanti il terrorista rosso Cesare Battisti, rintracciato in Bolivia, la primula rossa della camorra (clan Pesce Marfella) Valeria Pane, presa in Portogallo, il killer serbo Marko Dordevic trovato a Cannes, la coppia di truffatori Francesco Galdelli e Vanja Goffi, scovati in

Thailandia, il trafficante di droga Antonio Bellopede (Ibiza) e Nicola e Patrick Assisi, padre e figlio anche loro narcos (Brasile). In 61 erano affiliati a clan mafiosi, mentre a tutti i latitanti sono stati sequestrati beni per 29 milioni di euro.
Impegnati 67 appartenenti a polizia, carabinieri e Guardia di Finanza
È il lusinghiero bilancio dell’attività 2019 del Servizio di cooperazione internazionale di polizia, illustrato lunedì mattina al Viminale dal vice capo della polizia e direttore centrale della polizia criminale Vittorio Rizzi.

Risultati raggiunti con la collaborazione di 67 uomini e donne appartenenti a polizia, carabinieri e Guardia di Finanza dislocati in 44 Paesi, al lavoro con gli investigatori locali e con istituzioni internazionali come Interpol, Europol, Frontex e altre agenzie.

Fondamentale la connessione dei data base in ogni Paese del mondo coinvolto nelle indagini, con 40 milioni di interrogazioni al terminale (più 6.5% rispetto al 2018).

Ma lo Scip ha lavorato insieme con le polizie di tutto il mondo anche per dare la caccia ai foreign fighters (operazione Neptune II) o per dare assistenza ai turisti con il programma Safe Tourist season.

Importante poi il compito degli agenti internazionali per riportare a casa bambini figli di coppie miste vittime di rapimenti da parte di uno dei genitori, o la collaborazione per salvare minori, come il

giovanissimo Alvin Berisha, protetto e riconsegnato al padre dopo essere stato in un centro d’accoglienza in Siria (dove ha perso la mamma in un bombardamento).
Rizzi: «Nel 2020 attacco alla ‘ndrangheta»
«La `ndrangheta spiega proprio Rizzi si sta stabilendo in diversi paesi, dove trova una legislazione non attrezzata e mercati che offrono grosse possibilità di sviluppo. Non lo fa in modo militare, ma infiltrando, in modo silente, il tessuto economico, politico e amministrativo.

Il nostro progetto è sviluppare la consapevolezza della minaccia mafiosa nel mondo. Per il 2020 il nostro obiettivo è lanciare un attacco globale alla `ndrangheta».

Per il vice capo della polizia proprio le organizzazioni mafiose italiane saranno inserite «a livello europeo fra le dieci minacce più gravi alla sicurezza dei paesi europei. E questo è un grave vulnus».

Francia, estradato il torturatore argentino che insegnava alla Sorbona

corriere.it
di Alessandra Coppola

Sandoval, l’ex poliziotto della dittatura è arrivato a Buenos Aires dopo il via libera del Consiglio di Stato francese

Francia, estradato il torturatore argentino che insegnava alla Sorbona

È stato estradato e quindi è atterrato a Buenos Aires Mario «Churrasco» Sandoval; il governo argentino saluta la «collaborazione tra Stati che non lascia impuniti i crimini contro l’umanità».

E anche a Parigi si tira un sospiro di sollievo per la conclusione di una vicenda giudiziaria inquietante, che lascia, però, sospesa la domanda: come è stato possibile che un ex poliziotto torturatore della dittatura non solo sia stato accolto in Francia al pari

degli esuli da quel regime perseguitati, ma sia arrivato addirittura a insegnare al prestigioso Istituto di Alti studi sull’America Latina (Iheal) della Sorbonne-Nouvelle?

«Churro» perché belloccio, «churrasco» come una bistecca, con un orribile gioco di parole dalla «griglia» sulla quale venivano torturati gli oppositori: Sandoval è stato in questi anni chiamato in causa da numerosi testimoni come zelante agente dei militari che insanguinarono l’Argentina tra il 1976 e il 1983.

Tra tutti, però, quasi 500 dicono a Buenos Aires, il caso per il quale alla fine l’anno scorso il premier francese Édouard Philippe ha siglato l’ordine di estradizione, e il Consiglio di Stato ha ora dato il via libera è uno soltanto: la scomparsa di Hernán Abriata, studente di architettura militante nei Giovani peronisti.

È la vicenda attorno alla quale esistono più prove, emerse durante i processi sui crimini alla Esma, la Scuola di Meccanica della Marina trasformata in centro clandestino di tortura e sparizione. In base a questa ricostruzione, «Churrasco» Sandoval è stato visto presentarsi in casa dei genitori di Hernán e portarlo via.

«Controlli di routine», avrebbe detto al padre del ragazzo. «Per dimostrare che non rubiamo», avrebbe tolto l’orologio dal polso del prigioniero per affidarlo alla giovane moglie, Monica.

Al ritorno della democrazia, Sandoval quarantenne, impune con un passaporto francese nuovo di zecca, si mette al riparo da possibili processi (che in realtà sarebbero arrivati decenni dopo) ed emigra comodamente a Parigi, dove si accredita come

studioso, insegna Relazioni internazionali all’Università di Marne-la-Vallée, quindi tra il 1999 e il 2005 partecipa come docente esterno ai corsi dell’Iheal. Come è possibile?

Tra i primi a chiederselo c’è il celebre giornalista argentino Uki Goñi che per il Guardian interroga ex colleghi del «Churrasco». Zelante, anche in questa veste, disponibile con gli studenti, addirittura stakanovista.

Sicuro della protezione, se è vero che non celava le sue idee violentemente destrorse: «Ci incontrammo in un bar di Parigi e subito litigammo racconta a Goñi il professore di Storia dell’Istituto Olivier Compagnon. Era molto reazionario.

Ma non potevo sospettare nulla di più grave». La scoperta del passato di Sandoval è stato un colpo per l’Istituto che nel 2017 ha voluto spedire una lettera alla Corte d’Appello di Versailles a favore dell’estradizione del docente e ha registrato con un punto esclamativo (finalmente!) la notizia del trasferimento in Argentina: «

È un’ombra nella storia della nostra istituzione (…) abbiamo accolto un gran numero di esuli in fuga dai regimi di sicurezza nazionale che hanno infierito sull’America Latina negli anni 60-80. Insegnanti e ricercatori non cessano peraltro di trasmette agli studenti la storia e la memoria del terrorismo di Stato».

«El Churrasco» a 66 anni sarà ora processato. Di Hernán rimarrà solo un graffito sulla cella della Esma (la prova che è passato di lì) con le sue iniziali e un ultimo pensiero: «Monica, ti amo».

In Italia è scoppiata la guerra dell’acqua: borracce (e filtri) contro minerale, uno scontro culturale, ma anche economico

repubblica.it
Franco Velcich



In Italia è scoppiata la guerra dell’acqua, anzi, delle borracce. Non se ne parla quasi, ma basta guardarsi intorno per riconoscere facilmente i simboli di questo conflitto: da una parte bottiglie in plastica di acqua minerale, dall’altra brocche e borracce riempite con acqua del rubinetto.

Gli schieramenti hanno una forte caratterizzazione generazionale: nelle scuole, nelle palestre, nelle università, insomma fra i giovani che sentono la necessità di fare scelte plastic-free, la borraccia è quasi d’obbligo.

A livello economico lo scontro è fra un’industria ricca e ben consolidata, quella delle acque minerali, che ha alle spalle decenni di strabiliante crescita, e dall’altra l’arrembante platea di aziende medie e piccole che cerca di approfittare della crescente domanda di filtri per uso domestico o per strutture pubbliche, come scuole, aziende o ristoranti.

I produttori di acque minerali si sentono accerchiati dalle crescenti accuse di essere degli inquinatori per l’utilizzo di bottiglie in plastica: circa 13 miliardi di bottiglie all’anno.

Nonostante in Italia l’acqua degli acquedotti sia di qualità molto buona, il nostro è il primo Paese in Europa per consumo di acqua minerale pro-capite e il secondo al mondo dietro al Messico.
ACQUE MINERALI. IL CONFRONTO EUROPEO

Dal 2000 al 2017, l’anno di massima espansione con un consumo di 222 litri a persona, la crescita per l’industria delle acque minerali è stata del 33%.

I dati del 2018, diffusi poche settimane fa, suonano come un campanello di allarme:  i consumi sono scesi dello 0,6% a 13,3 miliardi di litri (221 litri a testa).

Quello dell’acqua minerale è un business molto redditizio dominato da due attori: la Nestlé, che con il gruppo Sanpellegrino è il leader di mercato con un fatturato nel 2018 di 928 milioni di euro (di cui il 57% all’export), e il gruppo San Benedetto della famiglia Zoppas, che l’anno scorso ha realizzato ricavi per 764 milioni di euro.

ACQUE MINERALI. I PRINCIPALI GRUPPI

Insieme rappresentano il 62% delle vendite di acqua minerale italiana, un’attività in cui operano circa 130 stabilimenti di produzione, che imbottigliano oltre 250 marche diverse di acqua confezionata.In fondo un calo dello 0,6% dei consumi di acqua minerale non sembra una tragedia, potrebbe essere trascurabile.

Perché allora parliamo di campanello d’allarme?

Sono le dichiarazioni di Ettore Fortuna, vicepresidente di Mineracqua, l’associazione delle aziende del settore (fa parte di Confindustria), a dare la sensazione che gli imprenditori dell’acqua minerale si sentano in difficoltà, quasi assediati da un’opinione pubblica sempre più a favore di scelte plastic-free.

Scrive Fortuna nella sua introduzione all’ultima ricerca Bevitalia: “La moda delle borracce di alluminio riciclato o di plastica (policarbonato!) che sta coinvolgendo Enti pubblici, aziende, scuole, ospedali, ministeri, ci preoccupa non già dal punto di vista di eventuali perdite di volumi un giorno

qualcuno rifletterà che si rischia di affossare un settore sano, che dà lavoro a 40.000 persone ed è esportatore netto per 500 milioni di euro ma da quello dell’igiene e sicurezza di questi contenitori (si pensi alla documentata proliferazione batterica)…”.

Il nemico, quindi, è la borraccia, che invece è il vessillo di Massimo Lorenzoni, presidente di Acqua di qualità, una delle due associazioni che raggruppano le aziende che fanno impianti per il trattamento dell’acqua potabile al punto d’uso.

Lorenzoni ricorda che dallo scorso 18 luglio l’acqua in plastica è stata vietata alla Camera dei Deputati, che dal primo agosto la Corte dei Conti ha installato nelle sue sedi di Roma e Milano distributori

automatici di acqua, a metà settembre è stata la volta della Presidenza della Repubblica che ha adottato nelle sue sedi misure pratiche per l’eliminazione della plastica monouso.

Lorenzoni prosegue elencando le aziende che hanno deciso di fornire ai dipendenti borracce e distributori di acqua, nomi come Acea, Black & Decker, Engineering.


Massimo Lorenzoni
Aqua Italia, l’altra associazione dei costruttori di trattamenti per le acque primarie (fa parte di Confindustria), cita l’ultima ricerca realizzata da Open Mind Research, secondo la quale il 74% degli italiani nell’ultimo anno ha bevuto acqua di rubinetto e il 44% dichiara di farlo sempre o quasi sempre.

Nel 22,1% dei casi è presente almeno un sistema di affinaggio dell’acqua (trend in crescita del 22% rispetto al 2016). Tra questi sistemi, l’8,7% è rappresentato dalle caraffe filtranti (erano il 6,1% nel 2016), il 6,3% dai sistemi per l’eliminazione del cloro (erano il 5,1% nel 2016) e il 3,2% dagli apparecchi con sistema di osmosi inversa.

Il settore sta vivendo un periodo di grande crescita: “I nostri fatturati negli ultimi due anni sono aumentati in media fra il 10% e il 20% all’anno”, dice Lorenzoni. Si tratta in tutto di un centinaio di aziende sparpagliate in tutta Italia, con un fatturato complessivo di 1 miliardo di euro e 3.000 dipendenti.


Fra loro ci sono le filiali italiane di grossi gruppi internazionali come Bwt o Brita, o miniaziende che si caratterizzano per la forte innovazione tecnologica.

Una di queste è la brianzola Aquasan. Guidata da Letizia Landrini, imprenditrice con un forte impegno sociale,  Aquasan nei suoi filtri usa l’argento in funzione antibatterica e ha recentemente brevettato un nuovo filtro per bloccare le microplastiche.

Secondo Altroconsumo, spesso non c’è nessun bisogno di dotarsi di un sistema filtrante per bere l’acqua del rubinetto, che è già buona di suo.

Può dare fastidio il sapore del cloro, e allora bastano poche decine di euro per eliminarlo installando un filtro a carboni attivi o dotandosi di una brocca filtrante, spiega Giorgio Temporelli, della segreteria tecnica dell’Aiaq.

I più impegnativi impianti a osmosi inversa (arrivano a costare anche 2.000 euro) servono solo se nell’acqua, pur essendo potabile, ci sono elevate concentrazioni di nitrati, oppure in alcune zone (per esempio nel Veneto) c’è stata contaminazione ambientale di Pfas.

Bimba compra biglietto di Natale da Tesco e trova SOS: "Aiuto. Siamo prigionieri a Shanghai"

repubblica.it
HuffPost

Nel messaggio un appello ad un giornalista britannico, ex detenuto, che dice: "Il biglietto viene dai lavori forzati". Intanto Tesco sospende il fornitore cinese

Bimba compra biglietto di Natale da Tesco e trova SOS:
DOMINIC LIPINSKI - PA IMAGES VIA GETTY IMAGES

“Siamo prigionieri a Shanghai”: una richiesta d’aiuto da un gulag cinese contenuta nei biglietti di Natale venduti dal gigante britannico dei supermercati Tesco.

Questa la scoperta fatta da Florence Widdicombe, bambina inglese di 6 anni che, aperta una confezione dei biglietti natalizi, si stava accingendo a scrivere gli auguri ai suoi amichetti.

Ad un certo punto, la piccola si è accorta che uno dei cartoncini era già scritto e riportava un messaggio. Così ha chiesto spiegazioni ai genitori, che avevano acquistato per lei i biglietti in un supermercato Tesco di Londra.

“Siamo prigionieri stranieri nel carcere di Qingpu a Shanghai. Siamo costretti a lavorare contro la nostra volontà, per favore aiutateci e denunciate il nostro caso ad un’organizzazione che difende i diritti umani”, hanno letto i genitori di Florence.

Sul bigliettino c’era anche scritto di contattare un certo Peter Humphrey che il padre della bambina ha quindi cercato su Google scoprendo che si trattava di un giornalista britannico che aveva trascorso due anni nella stessa prigione.

Ed è stato lui a raccontare la storia sul Sunday Times. “Quel biglietto viene dai lavori forzati.

Quando ho ricevuto via Linkedin il messaggio del signor Widdicombe mi sono ripiombati addosso quei due anni terribili”, ha scritto il giornalista. E, ascoltato dalla Bbc, ha spiegato: «Quando ero recluso io si trattava di lavoro volontario, che tornava utile per le piccole spese. Ma nell’ultimo anno è diventato obbligatorio».

Tesco, nel frattempo, ha interrotto i rapporti con i suoi fornitori cinesi e annunciato un’indagine. “Nella nostra catena di fornitori non è ammesso l’uso del lavoro carcerario”, è stato l’annuncio del colosso della grande distribuzione.

Curtis processato sei volte, torna a casa dopo 23 anni il perseguitato d’America

corriere.it
di Simone Sabattini

Condannato a morte, salvato (per ora) da un podcast che ha fatto scuola. La Corte Suprema: giurie truccate, i membri neri costantemente esclusi

Curtis processato sei volte, torna a casa dopo 23 anni il perseguitato d'America

Non c’erano ali di folla a proteggerlo dai venti di tempesta fuori dal carcere di Louisville, Mississippi. C’erano le braccia di due sorelle che non hanno mai smesso di sorreggerlo, pur non potendolo toccare da ormai 23 anni.

Curtis Flowers un nome dolce da cantante soul e un destino amaro da capro espiatorio torna a casa una settimana prima di Natale, in libertà vigilata, per la prima volta in quasi un quarto di secolo.

È con ogni probabilità il carcerato più perseguitato d’America: processato sei volte per lo stesso crimine (non si ricordano casi simili), un quadruplice omicidio, che sostiene di non avere commesso; è nel braccio della morte da 20 anni.

La sua è una storia incredibile, ripescata e ribaltata da un podcast che ormai ha fatto scuola e storia. Dal buio di un villaggio dimenticato nel cuore dell’America fino alla Corte Suprema Usa e alle fragili ali della libertà arrivata quasi per miracolo.

Eppure non ci sarebbe niente di miracoloso, nel (temporaneo) epilogo di questi giorni. Piuttosto, le assurdità riempiono fino farli scoppiare i 23 anni precedenti. Il primo livello quello delle ripetute condanne a morte in fondo è persino il meno sorprendente.

Una strage di periferia dentro un negozio di mobili a Wynona, Mississippi: 4 morti tra dipendenti e clienti. Chi è stato? Gli inquirenti locali puntano subito il dito su Curtis Giovanni Flowers, un ex dipendente appena licenziato per banali negligenze.

«È lui: voleva vendicarsi», dicono. Trovano le impronte delle scarpe tra il sangue delle vittime, le tracce di polvere da sparo, i proiettili compatibili (non l’arma). Tutto a carico del giovane Flowers, incensurato, che allora ha 26 anni e una figlia piccola.

Un ragazzone afroamericano in un paese fermo agli anni 60, quelli di Mississippi Burning: i bianchi da una parte, i neri dall’altra, due mondi separati.E infatti sono tutti sollevati dalla condanna, che pare risarcire una comunità sconvolta.

Solo che la Corte Suprema del Mississippi ribalta la sentenza: il processo è stato ingiusto. Lo stesso «colpo di scena» si ripeterà altre 3 volte, dopo altrettanti processi fotocopia.

E qui si passa al secondo livello della vicenda, che ha un contro-protagonista: il procuratore distrettuale Doug Evans, l’uomo che per 20 anni ha provato senza sosta a far condannare Flowers è si è visto rispedire indietro tutte le condanne (in due casi non si è riusciti a raggiungere un verdetto).

La ragione è semplice, al netto delle prove rivelatesi sempre più fragili: Evans ha sistematicamente «sbiancato» le giurie, facendo rimuovere i componenti afroamericani. Poteva farloTecnicamente sì: il sistema americano dà facoltà alla pubblica accusa di sostituire i giurati «sospetti».

Solo che Evans lo fa solo con i neri. E quando non ci riesce, la condanna non arriva. Avanti così per anni, senza che Flowers possa mai lasciare il carcere. Poi, l’estate scorsa, dopo una sesta condanna a morte, il caso sbarca a Washington: tocca alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Che fa a pezzi la condotta di Evans: finisce 7-2, con tre giudici conservatori che votano assieme ai liberal. «Condotta palesemente discriminatoria della pubblica accusa, un caso disturbante», scrivono i giudici.

Scavando nel passato di Evans si scopre che ha «fatto fuori» i membri neri delle giurie per tutta la sua carriera. Si torna al punto di partenza, ma Flowers resta in galera, e Evans al suo posto: è una carica elettiva.

Proverà a condannarlo un’altra volta? Ormai però il castello è crollato, e lunedì scorso un giudice del Mississippi non ha potuto negare la libertà su cauzione. Ma chi ha bonificato il suolo avvelenato di Wynona, Mississippi? Chi ha fornito tutto il nuovo materiale a giudici e avvocati?

È il terzo livello della storia. Porta il nome di un podcast: In the Dark. Sedici puntate prodotte da American Public Media, in parte finanziate dal fundraising, costate pare 100.000 dollari l’una. Un lavoro enorme, avvincente, impressionante.

In the Dark ha sgonfiato ogni presunta prova, intervistato testimoni rivelatisi inattendibili, voltagabbana, corrotti, ha stanato un possibile colpevole alternativo. Ed è stato il primo podcast della storia ad aggiudicarsi il prestigioso Polk Award.

A conti fatti, Curtis Flowers deve ringraziare soprattutto loro. In attesa che, dopo le accuse, cada anche il braccialetto elettronico e arrivi la libertà totale. Quella vera.

I 200 resort dove non nevica più Gli impianti dismessi sulle Alpi

corriere.it
di Sandro Orlando

In quota l’effetto serra è due volte più forte che a valle. A causa del caldo in mezzo secolo la stagione si è ridotta di 38 giorni. L’80% delle piste dipende dalla neve artificiale, che ha costi esorbitanti. Così che aumentano i fallimenti

I 200 resort dove non nevica più Gli impianti dismessi sulle Alpi
L’impianto abbandonato di Valcanale di Ardesio, in provincia di Bergamo (foto di Mirko Sotgiu)

L’asta è andata deserta quattro volte, nonostante i ribassi. E alla fine a salvare gli impianti di risalita della val Carisole è stato il comune di Carona, nella Bergamasca, che ha acquistato il ramo d’azienda della Brembo Super Ski in fallimento per circa un milione e mezzo di euro.

Soldi erogati dalla Regione Lombardia, che in parte rientreranno grazie all’affitto delle seggiovie, ma comunque ricadranno sui contribuenti: per non far saltare la stagione non c’erano però alternative.

Altrimenti il comprensorio della val Carisole si sarebbe aggiunto agli altri venti impianti sciistici già dismessi nella sola Lombardia.
Montagne devastate
Un destino comune a tutto l’arco alpino, costellato com’è di resort, carcasse di funivie e skilift abbandonati: 40 in Val d’Aosta, altrettante in Piemonte, 35 in Veneto, 25 in Friuli, senza contare tutte quelle lasciate marcire sugli Appennini, dalla

Liguria alla Calabria. Scheletri arrugginiti, tralicci che sono come la testimonianza di una guerra persa dall’uomo per inseguire un sogno impossibile: sciare a mille metri di quota al tempo del cambiamento climatico.
Duecento fallimenti
A mettere insieme tutti i censimenti degli impianti di risalita abbandonati, realizzati in questi anni da Mountain Wilderness, Lega Ambiente e Cipra, Commissione internazionale per la tutela delle Alpi, si arriva quasi a contarne 200.

Duecento cimiteri di montagna che sono un monumento della miopia degli amministratori locali, nell’illusione di rilanciare delle zone depresse puntando sullo sci da discesa.
Due gradi in più
«Registriamo inverni più caldi dalla metà degli anni ‘80, ma all’epoca le comunità di montagna non erano così dipendenti dal turismo sciistico», osserva il ricercatore austriaco Robert Steiger.

Perché in quota l’effetto serra è due volte più forte che a valle, così che nel giro di un secolo le temperature sulle Alpi si sono alzate di due gradi, e le ore di sole hanno raggiunto un record storico e unico al mondo, aumentando del 20 per
cento.

Con il risultato che anche la stagione sciistica si è ridotta di 38 giorni in appena mezzo secolo.

Secondo Christoph Marty, dell’Istituto per lo studio della neve e delle valanghe di Davos, di questo passo entro la fine del secolo, rischia di non esserci più neve al di sotto dei 1.200 metri di quota, e di essercene ben poca anche sotto i 1.800 metri.
Neve artificiale
Tenuto conto che in Friuli, ad esempio, la stazione più in alto, Sella Nevea, si trova a 2.100 metri, è fin troppo prevedibile la fine che faranno questi impianti. E tuttavia, a dispetto dell’accelerazione conosciuta negli ultimi anni dall’aumento delle temperature, la Regione ha continuato a investire risorse per garantire la stagione.

Per innevare artificialmente il comprensorio di Piancavallo sono stati così realizzati due laghettiartificiali, che prelevano l’acqua da Barcis, 800 metri più a valle.

E sì, perché il 100% delle piste in Friuli dipende già oggi dalla neve sparata dai cannoni, e altrove non è che sia molto diverso: la quota di innevamento artificiale mediamente è in Italia dell’80% circa, stimano Claudia Apostolo e Vanda Bonardo di Lega Ambiente. Con un costo per metro cubo che si attesta intorno ai 2,30 euro.
Chi paga
A pagare sempre i contribuenti. Anche quando la Regione Abruzzo stanzia 50 milioni per permettere ai turisti di sciare a Cappadocia, borgo della Marsica a poco più di 1.000 metri di quota. Non importa che la neve sparisca con le prime piogge. A Natale bisogna sciare, anche se il termometro segna 15 gradi.

La Cina e noi: fuori gli Istituti Confucio dalle università italiane

corriere.it
di MAURIZIO SCARPARI

Il quasi totale silenzio dei sinologi sul caso di Hong Kong conferma che centri culturali legati al governo di Pechino nei nostri atenei condizionano sia la libertà sia la politica

La Cina e noi: fuori gli Istituti Confucio dalle università italiane
Uno dei dipinti di Sun Wen (1819-91) riprodotti nell’edizione-strenna de «Il sogno della camera rossa», a cura di Zhang Qinshan e Guo Guang, Rizzoli

La lettera di Stefania Stafutti, sinologa dell’Università di Torino, pubblicata il 20 novembre su Corriere.it ha rotto il silenzio di intellettuali e sinologi, poco inclini a intervenire su temi considerati «critici» dalle autorità cinesi.

Rivolgendosi idealmente al presidente cinese Xi Jinping, Stafutti prende la parola in un momento cruciale per Hong Kong, l’ex colonia britannica tornata nel 1997 sotto la sovranità cinese,

travagliata da proteste di massa volte a ottenere più autonomia da Pechino e un nuovo sistema elettorale che si vorrebbe a suffragio universale.

La lettera è garbata, non entra nel merito, non prende né chiede di prendere posizione sulla
democrazia a Hong Kong (tema controverso, visto che Hong Kong è Cina a tutti gli effetti e il sistema

elettorale a suffragio universale è incompatibile con il sistema a partito unico vigente nel continente); è semplicemente l’invito rivolto alle massime autorità di Pechino ad avviare un dialogo con i manifestanti.

Curiosamente la lettera, pur avendo avuto una discreta audience, non è stata commentata dagli addetti ai lavori:

l’Associazione italiana di studi cinesi, che raccoglie oltre un centinaio di studiosi dell’università, si è infatti astenuta da ogni considerazione.

Tra i sinologi italiani l’unico a intervenire, sulla rivista «Sinosfere», è stato Attilio Andreini, dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che, oltre a far propria la lettera, ha sollevato il tema del ruolo degli intellettuali, rivolgendosi ai colleghi, evidentemente

restii a prendere posizione, considerando inopportuno affrontare argomenti che possano risultare sgraditi alle autorità cinesi e mescolare cultura e politica, come se i due ambiti non fossero legati.

All’invito di Andreini ha fatto eco quello di Fabio Lanza (Università dell’Arizona, negli Stati Uniti).Andreini è condirettore dell’Istituto Confucio (Ic) veneziano, così come Stafutti lo è dell’Ic torinese.

Gli Ic sono gli istituti culturali, fiore all’occhiello del soft power cinese, creati nel 2004 dallo Hanban, il potente ente statale, emanazione dell’Ufficio Propaganda del Partito comunista, cui è affidato il compito di diffondere la lingua e la cultura cinesi all’estero.

Una struttura imponente, che dispone di grandi mezzi finanziari e che si sta espandendo in tutto il mondo: ci sono 535 Ic (12 in Italia) e oltre un migliaio di Aule Confucio, emanazione degli Ic (poche unità in Italia).

L’obiettivo è creare un’immagine positiva e attrattiva della Cina, in un momento in cui il Paese ha avviato un ambizioso progetto di espansione egemonica.

A differenza di altri istituti culturali, gli Ic sono incardinati stabilmente all’interno delle università, previo pagamento di un canone variabile e la concessione di benefit e finanziamenti a docenti, ricercatori, studenti.

Da anni, nel mondo, la loro collocazione nelle università è motivo di un acceso dibattito a causa dell’influenza che questi istituti esercitano sugli atenei in cui sono incardinati, limitandone l’azione e la libertà di pensiero, e monopolizzando le attività collegate alla Cina.

Per questo molte università hanno scelto di non avere Ic e, tra quelle che li avevano, non poche li hanno chiusi.