Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

sabato 18 gennaio 2020

Morto Pietro Anastasi, fu goleador con Juve, Inter e in Nazionale

corriere.it
di Paolo Tomaselli

Aveva 71 anni, stroncato danuna malattia: aveva esordito in serie A con il Varese. Con gli azzurri vinse l’Europeo del ‘68 e partecipò ai Mondiali del 1974

Morto Pietro Anastasi, fu goleador con Juve, Inter e in Nazionale

Il fuoco dentro a Pietro Anastasi si è spento dopo un anno di lotta contro la malattia, ma resta ad illuminare la storia di uno dei simboli della Juventus degli anni 70 e anche del Paese.

E non solo perché quando il c.t. Valcareggi gli disse «Tocca a te, picciotto» nella ripetizione della finale dell’Europeo a Roma nel 1968, «Pietruzzu» rispose subito con un gol decisivo per il trionfo azzurro.

Ma anche perché la sua storia di ragazzo del sud che sfonda nella Torino operaia di quegli anni, ha aiutato tantissimi immigrati meridionali a sentirsi orgogliosi, meno soli e a vivere come una sorta di riscatto anche sociale le vittorie conquistate in quegli anni dal catanese Anastasi, ma anche dal palermitano Furino o dal leccese Causio.
L’esplosione nel Varese
L’epopea bianconera di «U Turcu» inizia quasi per caso, perché il direttore sportivo del Varese perde l’aereo per lasciare posto a una donna incinta, si ferma in Sicilia e vede questa iradiddio di attaccante, potente, non alto (172 centimetri), ma molto moderno nella capacità di smarcarsi.

Anastasi passa così dalla Massimiana alla squadra lombarda, con cui esplode subito in B e l’anno dopo (il 1967) in A, segnando anche una tripletta alla sua Juventus, la squadra per la quale tifava fin da ragazzino: nel portafoglio anche dopo aver smesso conservava una foto di lui raccattapalle a Catania con Charles.

A Torino Anastasi ci finisce nel 1968 - quando sembrava ormai già dell’Inter - per 660 milioni di lire più una fornitura di compressori per i frigoriferi Ignis della famiglia Borghi, proprietaria del Varese.
Il Pelè bianconero
Con gli occhi neri come il carbone, che gli avevano fatto trovare la donna della sua vita a Varese e con quella capacità di dare tutto per la maglia, Pietro diventa presto un idolo, al punto che un giorno i tifosi gli fanno una sorpresa, con uno striscione:

«Anastasi, Pelé bianco».

Peccato che lui il brasiliano non riesca a incrociarlo, perché a Messico ’70 non ci va per un testicolo che si gonfia poco prima della partenza: forse una frustata data per scherzo con l’asciugamano, fatto sta che lo juventino va operato d’urgenza e al Mondiale ci va Boninsegna.

Il furore di Anastasi se possibile dopo questo episodio aumenta. In campo gli avversari gli danno del «terrone» e lui risponde coi gol e con le parole: «Sarò anche terrone, ma guadagno più di voi». Vince lo scudetto del 1972 e anche quello del ’73, nel giorno della Fatal Verona milanista.
Il centesimo gol
Diventa capitano della Juve, ma con Parola allenatore, nonostante lo scudetto del 1975, le incomprensioni sono tante. Come le panchina: è storica la tripletta segnata da riservista, con tre gol in cinque minuti contro il Cagliari.

«Anastasi, ha fatto bene a rimanere in squadra e a seguire il mio consiglio» gli dice il giorno dopo l’Avvocato Agnelli. Ma decisiva è stata la moglie Anna. L’anno dopo però l’addio ci sarà, davvero nel famoso scambio con Boninsegna e la carriera di Pietruzzu va in discesa.

Ma il centesimo gol lo segna a Zoff, al Comunale, con la maglia dell’Ascoli. L’applauso degli juventini per il vecchio campione è da brivido: la sua storia d’amore con la Signora durerà per sempre.

Falla su Windows 10, a rischio i dati di milioni di utenti: come proteggersi

corriere.it
di Alessandro Vinci

Bug scoperto e segnalato dalla National Security Agency americana: tecnici al lavoro per rilasciare un aggiornamento riparatore. I rischi

Falla su Windows 10, a rischio i dati di milioni di utenti: come proteggersi

Microsoft è al lavoro per consentire a milioni di utenti di proteggersi da una falla critica emersa su Windows 10 e giudicata in grado di esporre i loro dati.

Come inizialmente riportato da KrebsOnSecurity, a informare l’azienda della criticità sarebbe stata nientemeno che la Nsa, organismo che si occupa della sicurezza interna degli Stati Uniti insieme a Cia e Fbi.

Il che, fanno notare in molti, potrebbe essere indicativo della gravità della minaccia.

È infatti noto come, in passato, i pirati informatici governativi abbiano più volte taciuto sui bug di cui entravano a conoscenza proprio per approfittarne indebitamente, ricavando informazioni utili per le attività di intelligence e lo sviluppo di nuovi strumenti di hacking.

In questo caso la tutela della privacy è stata dunque messa in primo piano. Pur catalogando il problema come «importante», Microsoft ha fatto sapere di non aver rilevato alcun attacco attivo ai danni della falla. Come confermato dalla stessa azienda che ieri ha terminato l’assistenza a Win7:

qui come aggiornare gratis al 10 -, l’errore si trova all’interno di crypt32.dll, un componente che verifica le firme digitali e la crittografia dei software.

Il rischio, dunque, è che un malintenzionato possa appropriarsi di queste informazioni, presentare all’utente un file eseguibile (.exe) pericoloso ma, allo stesso tempo, far sì che sembri del tutto legittimo proprio a causa della falsificazione dei certificati di sicurezza originali.

La vittima non avrebbe quindi modo di conoscere la reale natura del file, quanto meno fino all'eventuale avvio.Oltre a Windows 10, il fenomeno ha colpito anche Windows Server 2019 e Windows Server 2016.

Ricevuta la segnalazione, i tecnici di Redmond si sono messi subito al lavoro: una fix per i client più sensibili (come quelli legati all’attività militare Usa) è già stata rilasciata, mentre la patch per tutti gli altri utenti dovrebbe essere resa disponibile a breve.

Qualora nel vostro Windows 10 non fosse attivo l’aggiornamento automatico, il nuovo update (estremamente consigliato) potrà essere scaricato dall’apposita sezione del sito ufficiale.

Il privilegio ingiustificato a cui la politica non vuole rinunciare: la doppia pensione, pagata dai cittadini

repubbli.it
Giuliano Balestreri


Nella foto l'aula del Senato vuota. Foto Agf

La riforma delle pensioni colpisce tutti gli italiani, ma non sfiora neppure i parlamentari e con loro tutti gli ex dipendenti eletti a qualunque carica pubblica.

E così, mentre i lavoratori sono costretti a fare quadrare i conti tra una vita lavorativa che si allunga, un assegno pensionistico che si fa più leggero e la necessità di investire in qualche forma di previdenza integrativa;

gli eletti si tengono stretto il privilegio della doppia pensione a carico della collettività.Tra le tante storture in salsa italiana c’è, infatti, il privilegio dei dipendenti eletti a carica pubblica che in aspettativa non retribuita possono farsi versare dall’Inps i contributi figurativi:

un’operazione interamente a carico delle casse dello stato che costa diverse decine di milioni di euro, oltre 40 milioni nell’arco di una legislatura.

“L’Inps ha scritto su Repubblica Tito Boeri, ex presidente dell’Istituto di Previdenza è oggi tenuto ad accreditare contributi figurativi ai parlamentari che ne facciano richiesta durante il loro mandato”.


L’ex presidente dell’Inps Tito Boeri. AGF
Di privilegio si tratta perché solo grazie a una legge del 1977, i vitalizi dei parlamentari non sono considerate una gestione previdenziale. Una norma in totale contraddizione con i regolamenti della Camera nei quali si parla chiaramente di “trattamenti previdenziali”.

Senza questa leggina di poche righe varata durante uno dei tanti governi Andreotti e promulgata dall’allora presidente della Repubblica, Giovanni Leone, i vitalizi sarebbero stati correttamente

equiparati a una pensione e in base all’articolo 31 dello Statuto del Lavoratori gli eletti non avrebbero potuto accumulare contributi figurativi.

Tale diritto, infatti, si applica a favore dei lavoratori per i quali non “siano previste forme previdenziali per il trattamento di pensione e per malattia, in relazione all’attività espletata durante il periodo di aspettativa”.

Tradotto: se l’occupazione per la quale si ottiene l’aspettativa garantisce comunque un trattamento previdenziale viene a cadere il diritto all’integrazione tramite gli oneri figurativi del trattamento previdenziale precedente.

Motivo per cui la contribuzione figurativa è riconosciuta solo a periodi di servizio militare; malattia e infortunio; assenza dal lavoro per donazione sangue; congedo maternità e parentale;  durante il rapporto di lavoro (ex astensione obbligatoria per gravidanza e puerperio); assenze

dal lavoro per malattia del bambino; congedo per gravi motivi familiari; permesso retribuito ai sensi della Legge 104/92 (handicap grave); congedo straordinario ai sensi della Legge 388/2000 (handicap grave).

Quale sia l’analogia tra una carica elettiva e le situazioni sopra elencate è un mistero: di certo i parlamentari sono profumatamente retribuiti e contano su ricche pensioni, mentre tutti gli altri si staccano dal lavoro per una situazione di bisogno non remunerata.

Addirittura, fino al 2000, l’Inps non solo versava la quota figurativa a carico del datore di lavoro, ma anche quella spettante all’onorevole. Oggi, i parlamentari devono quanto meno pagare la loro parte (circa un terzo dalla contribuzione).

Fino a quando è stato a capo dell’Inps, Boeri ha sollevato il problema sia di fronte alla commissione Affari costituzionali della Camera sia al presidente della Camera, Roberto Fico:

le sue lettere sono rimaste nel cassetto, proprio come quelle con le quali chiedeva di rivedere il metodo di calcolo delle pensioni dei sindacalisti (altra categoria protetta dalla politica).


Il Presidente delal Camera, Roberto Fico. Imagoeconomica
L’attribuzione dei contributi figurativi non è ovviamente obbligatoria, ma chi può non si lascia scappare l’occasione: da destra a sinistra, passando per i 5 Stelle.

La difesa di questo privilegio che non ha ragione di esistere è questione di larghe intese, così come il diritto alla privacy e così l’Inps non può fornire il nome dei parlamentari che ne hanno fatto richiesta.

Tradotto: gli eletti a qualunque carica pubblica in aspettativa da un lavoro dipendente, maturano a spese dello stato lo stesso diritto alle pensione dei loro ex colleghi rimasti in azienda.

Con la differenza che la cumulano con quella da parlamentare e al lauto stipendio. Un privilegio che difendono con i denti.

Monete euro da collezione: la Zecca di Stato conia la prima fosforescente. Ecco come ottenerla

corriere.it
di Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Monete euro da collezione: la Zecca di Stato conia la prima fosforescente. Ecco come ottenerla
Il 2020 si apre con diverse novità per i numismatici (soprattutto di casa nostra). La Zecca di Stato, infatti, per la prima volta propone la moneta fosforescente. Il sito del Poligrafico e Zecca dello Stato ha infatti messo in vendita la collezione 2020 dedicata al tema della sostenibilità ambientale e del’eccellenza italiana.

Tra le monete che onorano nostra buona gastronomia e quelle che celebrano il genio italiano che si rinnova nei secoli, sta suscitando curiosità tra i numismatici quella in bronzital, che al buio si illumina di una luce fosforescente.

Sul rovescio è impressa una tigre nel suo ambiente naturale, a simboleggiare tutti gli animali a rischio estinzione, con il alto la scritta «tigre» e il valore di 5 euro. In basso, l’anno di emissione (2020) e la «R» indicativa della Zecca di Roma.

Sul dritto, invece una simpatica composizione a colori di alcune specie animali (un tucano, un’aquila, una balena, una rana, una tartaruga e un elefante). In alto a destra, infine, la scritta «Repubblica Italiana» e in esergo il cognome dell’autrice, Silvia Petrassi.
Il rovescio e il dritto della nuova moneta fosforescenteIl rovescio e il dritto della nuova moneta fosforescente

Nel 2019 la vendita di monete è cresciuta del 15%
Una innovazione tecnologica di conio che vuole sensibilizzare l’opinione pubblica sulla sostenibilità e raggiungere, grazie a questa novità assoluta della fosforescenza, un nuovo target: quello dei bambini.

Un obiettivo concreto, anche considerato che nel 2019 la vendite di monete è aumentata del 15%.E ovviamente, le nuove tecnologie fanno la differenza. La moneta della tigre vale 5 euro, ci si possono comprare insomma cinque caffè.

Ma attenzione: queste monete hanno un loro valore che va al di là di quello inciso: quella della tigre, per esempio, lo shop online del Poligrafico la vende a 37 euro. Quella dedicata a Raffaello Sanzio, dal valore nominale di 20 euro, a 350 euro.
I 500 anni dalla morte di Raffaello
Perché la collezione non si limita alla singola moneta fosforescente. Ci sono infatti altri 9 soggetti raffigurati in questa serie di pregio.

Oltre, ai due pezzi dedicati al 500esimo anniversario della morte di Raffaello Sanzio, una moneta ricorda l’80esimo anniversario della fondazione del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.

Questo 2020 segna anche i 150 anni dalla nascita di Maria Montessori, che ottiene così una sua nuova moneta, insieme a Eduardo De Filippo (quest’ultima fa parte della serie dedicata ai «Grandi artisti italiani»).
La moneta dedicata alla pizza e alla mozzarella
Appartiene invece alla serie «Eccellenze italiane» quella che rappresenta la macchina da scrivere Olivetti Lettera 22, mentre due monete celebrano rispettivamente il 30esimo anno della Fondazione Telethon e l’anno internazionale della salute delle piante.

Ma il 2020 è anche l’anno in cui quel patrimonio nazionale culinario che sono la pizza e la mozzarella ottengono finalmente l’onore di una moneta. Il conio in questione rientra nella serie dedicata alla «Cultura Enogastronomica Italiana».

Chiude la carrellata da collezione, la nuova moneta della serie dedicata agli imperatori romani: quella a Marco Aurelio.

Clima, cosa c’entra la bresaola italiana con la deforestazione dell’Amazzonia di Milena Gabanelli e Simona Ravizza

corriere.it
Milena Gabanelli e Simona Ravizza

Oltre 361 milioni di ettari di alberi dati alle fiamme negli ultimi 18 anni.

Dopo i combustibili fossili, oggi la deforestazione è la seconda causa dell’emergenza climatica: da una parte le foreste che bruciano immettono in atmosfera enormi quantità di anidride carbonica, dall’altra scompaiono i principali polmoni del pianeta che assorbono i gas serra.

Dal 2001 al 2018 la copertura arborea mondiale si è ridotta del 9%. I numeri: meno 53,8 milioni di ettari per il Brasile (10%), 25,6 per l’Indonesia (16%), 5,77 per l’Argentina (15%), 7,73 per la Malesia (26%), 5,75 mila (24%) per il Paraguay. Complessivamente solo nel 2018: riduzione di 24,8 milioni di ettari.


Perché le foreste vengono date alle fiamme
È un fenomeno che appare lontano, ma in realtà è direttamente collegato alla produzione di materie prime destinate all’esportazione: l’80 per cento della deforestazione è dovuta alla necessità di fare posto ai pascoli per la produzione di carne, soia e olio di palma, richiesti dai Paesi occidentali che consumano e anche sprecano sempre di più.

Va poi aggiunta l’industria del legno che spesso fa da apripista al taglio delle foreste. Ecco perché dietro le immagini dell’Amazzonia che brucia (e non solo) si nasconde anche l’import europeo.


Il ruolo dell’Italia: che cosa importiamo
L’Italia è il massimo importatore europeo di carne bovina congelata dal Brasile (25,4 mila tonnellate per 134,7 milioni di euro nel 2018). Il 50 per cento di questa carne è utilizzata per produrre la Bresaola della Valtellina Igp (13 mila tonnellate di Bresaola nel 2018).

Nel 2018 l’Italia ha importato 267 mila tonnellate di soia (per 92,5 milioni di euro) dal Brasile e 114 mila tonnellate (per 37,4 milioni di euro) dal Paraguay (da cui è primo importatore europeo). Questa soia è usata per il 90 per cento per la produzione di mangimi, destinati ai nostri allevamenti intensivi.



Per quanto riguarda l’olio di palma, quasi un terzo delle importazioni Ue dall’Indonesia arrivano nel nostro Paese (902 mila tonnellate per 530 milioni di euro nel 2018) e siamo il secondo importatore dalla Malesia (357 mila tonnellate per 233 milioni di euro nel 2018). Infine il legno:

l’Italia è il terzo importatore dell’Unione europea (14,9 milioni di tonnellate di prodotti legati al legno importati nel 2017, di cui 1,2 milioni dal Brasile).

I dati sono stati raccolti in collaborazione con il progetto «Deforestazione Made in Italy», realizzato dal giornalista Francesco De Augustinis che, in un lavoro durato due anni, ha indagato il rapporto diretto tra le eccellenze del Made in Italy e la deforestazione tropicale.
Il paradosso
Tutto questo assicura almeno lavoro e migliori condizioni di vita dei Paesi esportatori? Forse non come dovrebbe. La multinazionale brasiliana JBS, dopo aver preso dall’Amazzonia 46 milioni di ettari per pascoli, fattura 50 miliardi di dollari l’anno.

Ma le popolazioni più deforestate continuano a essere le più povere del Brasile come nel Pará dove il reddito medio è di 4,3 mila dollari l’anno contro una media in Brasile di 8,7 mila, e il livello di povertà raggiunge oltre il 20% della popolazione.

Nel Parà solo nel 2017 sono stati denunciati 71 casi di schiavitù negli allevamenti. Mentre in tutta la regione amazzonica per fare spazio ai pascoli le terre, le riserve delle popolazioni indigene sono occupate con la forza, e si conta un morto ogni 6 giorni.


Le contromisure dell’Unione europea
L’Europa si interroga su come contrastare la deforestazione dietro la quale c’è la domanda di alimenti, mangimi, legname e altri prodotti.

La convinzione è che proteggere le foreste, oltre a combattere l’emergenza climatica, preservi i mezzi di sostentamento delle comunità locali e ne aumenti il reddito. Frans Timmermans, primo vicepresidente responsabile per lo Sviluppo sostenibile della Commissione europea, dopo l’adozione di nuove linee di indirizzo della Ue,

lo scorso 24 Luglio ha dichiarato: «Se non proteggiamo le foreste sarà impossibile raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati in materia di clima. Benché le più grandi foreste primarie al mondo non si trovino sul territorio dell’Unione,

il comportamento di ciascuno di noi e le nostre scelte politiche possono fare la differenza. Siamo pronti ad assumerci un ruolo di primo piano».



Ovvero come? La volontà è di incoraggiare l’uso di prodotti provenienti da catene di approvvigionamento che non incidono su aree dove sono state bruciate le foreste e potenziare i sistemi di certificazione riservati ai prodotti eco sostenibili.

Per fine dicembre è atteso un documento di indirizzo del Consiglio Europeo proprio su questo tema. A livello di singoli Stati, la Germania sta discutendo una «tassa» per ridurre la domanda interna di carne, portando l’Iva dal 7 al 19 per cento.

Secondo uno studio dell’Università di Oxford, una tassa (progressiva) di 1,45 dollari al chilo sulla carne lavorata ridurrebbe del 16% il consumo mondiale (previsto in forte crescita nei prossimi anni).

Mentre la Francia ha approvato un pacchetto di misure di 60 milioni di euro l’anno fino al 2030 in aiuti allo sviluppo ai Paesi esportatori che garantiscono filiere pulite; indicazioni per inserire il tema negli accordi commerciali; un piano per sostituire con raccolti nazionali gli 1,5 milioni di tonnellate di soia importate ogni anno.
Cosa fa l’Italia
Siamo uno dei sette Paesi (insieme a Francia, Germania, Danimarca, Norvegia, Olanda e Regno Unito) che hanno sottoscritto la Dichiarazione di Amsterdam , che impegna i firmatari a contrastare l’importazione di soia, olio di palma e cacao provenienti da aree deforestate.

Finora l’unico impegno preso è stata la costituzione dell’Unione Italiana dell’Olio di Palma Sostenibile, un organismo di certificazione e tracciabilità, mentre ai capitoli «soia» e «cacao» per l’Italia non risulta nessuna azione nazionale prevista.
Le scelte dei consumatori
Se l’azione politica è imprescindibile, la vicenda dell’olio di palma dimostra quanto può essere determinante anche la consapevolezza dei consumatori: dopo una serie di inchieste giornalistiche che ne hanno denunciato l’impatto su ambiente e salute, oggi le informazioni sulla

presenza o assenza di olio di palma campeggiano sulle etichette tra gli scaffali del supermercato e l’import italiano di olio di palma si è contratto sensibilmente negli ultimi anni, passando da 1,66 milioni di tonnellate nel 2014 a 1,29 nel 2018.



Alla fine l’atto «politico» più incisivo avviene proprio quando si va a fare la spesa. Più il consumatore è informato, meglio sceglierà come e cosa consumare…e il mercato si dovrà adeguare.

Luca Sacchi, secondo Google i servizi segreti vogliono che si parli di Anastasiya

corriere.it

di Candida Morvillo e Martina Pennisi

Luca Sacchi, secondo Google i servizi segreti vogliono che si parli di Anastasiya

Chi è Anastasiya Kylemnyk? Secondo Google, è «nata in Ucraina e finita nelle cronache italiane per un caso di omicidio, i servizi segreti hanno detto al sistema mass mediale italiano di renderla protagonista in televisione e sui giornali allo scopo di distrarre il popolo italiano dai loro problemi economici e sociali».

Mancano le scie chimiche e il terrapiattismo, ma la teoria complottistica c’è tutta. E mancano le informazioni essenziali, tipo che era la fidanzata del personal trainer Luca Sacchi, ucciso a Roma il 23 ottobre o che, nelle indagini sull’omicidio è indagata per detenzione di stupefacenti finalizzata allo

spaccio, e non sono omissioni da poco, considerato che la fake news compare nel cosiddetto «snippet in primo piano», il riquadro che Google compila in automatico per dare risposte agli utenti senza obbligarli a cliccare sui link.
Lo snippet di Google
Lo snippet di Google

Nello snippet in questione, veniva indicata come fonte Wikipedia, ma cliccando sul relativo link, l’enciclopedia online informava che sull’argomento non esisteva alcuna voce. Dunque, Google dove ha preso le informazioni su Anastasiya?

E perché, pur disponendo di oltre 50mila link, ha scelto di selezionare la risposta forse più assurda e anzi all’apparenza inesistente? E ancora: quante volte potrebbe ripetersi un caso come questo?

Dopo le segnalazioni del Corriere, lo snippet che compariva sia se si digitavano solo nome e cognome della ragazza sia se si chiedeva al motore di ricerca «Chi è Anastasiya Kylemnyk?» è stato cancellato.

L’informazione è però rimasta per 43 giorni in bella vista nella parte alta della schermata di Google, incorniciata come se fosse corretta,certificata, esaustiva, come se indicasse in sintesi tutto quello che c’era da sapere su una giovane donna sulla quale, in realtà, né la cronaca né la giustizia sono ancora in grado di dare una risposta definitiva.

Da Google Italia per ora non rilasciano dichiarazioni, in attesa di un report dai loro ingegneri in California.

La responsabile della comunicazione di Wikimedia Italia premette: «Le voci di Wikipedia sono compilate da volontari che devono rispettare le nostre linee guida, ma siamo spesso oggetto di vandali che inseriscono informazioni false o promozionali.

La comunità di controllo interviene di solito in pochi minuti, rimuove le informazioni non conformi o cancella intere pagine». Nel caso di Anastasiya Kylemnyk, spiega, «la pagina era stata effettivamente creata, poi, il 27 ottobre scorso è stata cancellata ”causa contenuto non enciclopedico o promozionale”».

Questo però non è bastato a Google per smettere di leggerla, pescarla e proporne una sintesi ai suoi utenti. In teoria, l’algoritmo segue la fonte che ha scelto e, se viene modificata, aggiorna la risposta. Dovrebbe trattarsi di un automatismo che si attiva in tempi brevi, ma per più di un mese non è accaduto niente.

Il caso ricorda quello di Giovanni Buttarelli, il Garante Europeo per la privacy beffato nel giorno della morte: nell’agosto scorso, lo snippet sbandierava dando per certa, e senza citare alcuna fonte, la malattia che ne aveva causato il decesso, informazione che non era pubblica.

L’episodio, segnalato per primo dal Corriere, poneva già tutti i temi che si ripropongono oggi. Google da dove prende le informazioni?

Basta un algoritmo a distinguere fra notizie vere e fake news e dare una sintesi attendibile? Ora, a queste, si aggiunge un’altra domanda: premesso che la stessa Wikipedia ammette di essere spesso vittima di vandalismi, se Google cattura risposte anche fra le pagine cancellate di Wikipedia, che fine fa la verità?

(E scusate se la domanda vi sembra dettata dai servizi segreti per distrarre il popolo dalla crisi economica).

Google Maps, come vedere i nostri spostamenti e cancellarli per sempre

corriere.it
di Alessio Lana

L'applicazione consente di visualizzare tutti i posti in cui siamo stati fin dal 2009. Bastano però pochi passaggi per eliminare tutta la cronologia: ecco come fare

Una vita su mappa

Per i maniaci della privacy è una condanna, per gli amanti della misurazione di se stessi invece è una benedizione. Google Maps è uno dei più potenti strumenti di tracciamento delle nostre attività.

Chi usa spesso l'app o ha sempre attiva la rilevazione della posizione può vedere in pochi tocchi tutto ciò che ha fatto in questi anni, fin dal lontano 2009.

Può vedere i piccoli spostamenti giornalieri o i viaggi effettuati, le gite fuori porta o i tour alla volta di nuove città. Qui vediamo come vedere la nostra vita su mappa e come cancellare tutto ciò che ci riguarda. Piccolo spoiler: è molto facile.



Come vedere la cronologia
Prima di tutto occupiamoci della mappa della nostra vita. Per visualizzare gli spostamenti basta aprire l'app sullo smartphone e toccare le tre barrette in alto a sinistra. Da qui scegliamo «Cronologia».

A questo punto possiamo vedere i movimenti giorno per giorno: basta toccare il calendario in alto a destra. I giorni contrassegnati sono quelli per i quali si hanno dati a disposizione. Possiamo anche scorrere a sinistra o a destra per cambiare giorno.



Come cancellare i dati
Vediamo ora come cancellare i dati di Google Maps utilizzando lo smartphone. Come al solito apriamo l'app e tocchiamo le tre barrette in alto a sinistra.

Scegliamo «Impostazioni» e poi scorriamo in basso fino alla voce «Cronologia di Maps». Ecco ciò che cercavamo, ovvero la seconda voce, quella che ha l'icona di un calendario.



A noi la scelta
A questo punto entriamo e da qui possiamo scegliere di mantenere i dati finché non li cancelliamo, di eliminarli dopo 18 mesi o 90 giorni.

L'opzione consigliata è la terza. È inutile infatti mantenere la cronologia per più di tre mesi a meno che, ovviamente, non si voglia vedere ogni singolo spostamento giorno per giorno.

È morto nei raid o è ancora vivo? Il giallo del mago delle bombe Isis

corriere.it
di Guido Olimpio

Il danese-libanese Basil Hassan sarebbe coinvolto in un serie di piani terroristici, compresa la distruzione del jet russo nel Sinai, nel 2015

È morto nei raid o è ancora vivo? Il giallo del mago delle bombe Isis

Basil Hassan ha il profilo del terrorista professionista, ricorda i maghi delle bombe degli anni ’80. Uno che ha offerto il suo genio criminale allo Stato Islamico e se sono vere alcune ipotesi ha avuto un ruolo nell’attentato al jet russo nel Sinai, seguito da piani sventati in Australia e alle Maldive.
Cresciuto in Danimarca
Il militante, con origini libanesi, ha trascorso gran parte della sua vita in Danimarca. Bravo a scuola, diventa ingegnere, frequenta corsi per prendere il brevetto da pilota, è appassionato di droni.

Accomuna lo studio delle cose aeronautiche all’impegno militante. Quello reale. Nel 2013, travestito da postino, cerca di assassinare lo scrittore Lars Hedegaard, poi scappa in Turchia dove lo arrestano nella primavera del 2014.

Non paga il conto con la Legge in quanto riacquista la libertà l’anno seguente grazie a uno scambio di prigionieri. Dalla prigione passa alla Siria in rivolta.

Le sue conoscenze tecniche ne fanno un esperto, quando nasce il Califfato gli mettono a disposizione un laboratorio a Raqqa, volontari e contatti a livello globale, diventa uno dei quadri dei servizi speciali dello Stato Islamico.
Invio di pacchi
Il danese-libanese si concentra sull’uso di velivoli senza pilota e ordigni che possono sfuggire ai controlli negli aeroporti. Alcune fonti sostengono che abbia inviato pacchetti da Turchia e Maldive in direzione di Gran Bretagna, Germania, Qatar e Usa per testare le difese.

È la preparazione per la nuova fase che emergerà qualche mese dopo. Il primo allarme scatta nel luglio 2017. Gli australiani scoprono un progetto di attacco a un jet diretto a Abu Dhabi.

La cellula è composta su base familiare dai fratelli libanesi Kayat: Khaled e Mahmud svolgono la funzione logistica, Tarek è il leader, Amer deve essere sacrificato come kamikaze inconsapevole.

Lo scelgono perché «è gay, beve, è il disonore del clan», e dunque deve morire insieme ai passeggeri. Ma dietro di loro raccontano indiscrezioni ci sarebbe Hassan, protetto dal nome di guerra di Abu Hani al Lubnani.
Il tritacarne
Da Raqqa, Tarek spedisce, con la posta aerea, il materiale per costruire una bomba nascosta in un tritacarne e in una bambola. Le istruzioni sono trasmesse via email. La manovra, però, fallisce.

Quando i terroristi si presentano all’imbarco il loro bagaglio pesa troppo e, forse spaventati, rinunciano. Ricevono allora un altro ordine dal fratello: realizzate una trappola esplosiva che sprigioni gas.

Non arrivano a farlo perché le comunicazioni sono intercettate dal Mossad, il nucleo è sotto osservazione. La polizia, avvisata dagli israeliani, si muove: Khaled e Mahmud finiscono in prigione in Australia, Tarek sarà catturato più avanti in Iraq.
L’attentato nel Sinai
A metà novembre si apre un altro scenario. Media danesi sostengono che dalle confessioni di Khaled Kayat sarebbe emerso un aspetto intrigante su Basil Hassan. Il terrorista sarebbe anche il responsabile della distruzione dell’Airbus russo decollato da Sharm el Sheikh all’alba del 31 ottobre 2015.

Una strage rivendicata dall’Isis e attribuita inizialmente a un militante locale. Dunque secondo una ricostruzione è ancora il mago delle bombe ad agire usando qualche trucco dei suoi.

All’epoca l’Isis aveva affermato di aver impiegato un ordigno mimetizzato in una lattina, forse piazzata su una carrozzina per bambini caricata nella stiva.

Ovviamente è una tesi da dimostrare e non è chiaro se gli inquirenti abbiano scovato riscontri e li stiano proteggendo per andare avanti. Mancano i timbri dell’atto giudiziario. Tuttavia la storia potrebbe avere un fondamento.
Vivo o morto
Pochi giorni fa le autorità delle Maldive affermano di aver evitato un attentato dello Stato Islamico a uno dei loro voli. Non oggi, ma nel 2017, lo stesso anno del caso in Australia.

Qualche esperto si è interrogato su un’eventuale mano di Hassan, visti anche i suoi contatti con gli estremisti maldiviani emigrati a Raqqa. Aveva pensato a un’offensiva spettacolare contro il trasporto aereo?

Vedremo se chi indaga fornirà eventuali conferme sulla minaccia parata e sull’ideatore. Sì, perché non abbiamo informazioni sicure su dove sia finito Abu Lubnani alias Basil Hassan.

La moglie, un’olandese scappata nel campo profughi di al Hol insieme alla figlia, ha detto che è morto sotto i raid in Siria, due anni di fa. Un epilogo plausibile, ma non sarebbe strano se fosse ancora in vita, come sembrano ipotizzare altre fonti.

Proprio come alcuni dei maghi delle bombe degli anni ’80.

La Corte di Giustizia fissa udienza contro Stato italiano per risarcimento 'irrisorio': solo 4800 euro a vittima di stupro

repubblica.it
ALBERTO CUSTODERO

La causa pilota parte da Torino da una donna sequestrata e stuprata nel 2005 da due violentatori che dopo la condanna hanno fatto perdere le loro tracce. La Cassazione aveva chiesto l'intervento dell'organo giudiziario europeo che si pronuncerà per la prima volta su questa materia il 2 marzo

La Corte di Giustizia fissa udienza contro Stato italiano per risarcimento 'irrisorio': solo 4800 euro a vittima di stupro

La Corte di Giustizia dell'Unione Europea il prossimo due marzo discuterà la 'causa pilota' intentata contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri da una donna vittima, nel 2005, di sequestro di persona e violenza sessuale.

Oggetto dell'udienza è la direttiva europea del 2004 che obbliga gli Stati membri a creare "un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un risarcimento equo ed adeguato delle vittime".

La tesi della vittima di violenza torinese, assistita da un pool di avvocati specializzati (Marco Bona, Umberto Oliva, Francesco Bracciani, Vincenzo Zeno-Zencovich), era che in forza di tale direttiva lo Stato, dal primo luglio 2005, avrebbe dovuto garantirle un indennizzo equo e adeguato essendo i violentatori rimasti sconosciuti.

Ma le cose sono andate diversamente. Ecco la cronaca di quella che ha il sapore di una beffa politico-giudiziaria. Il Tribunale di Torino (sentenza 2010) aveva riconosciuto l'inadempimento della Presidenza del Consiglio per la mancata attuazione di quella direttiva.

Così anche la Corte d'Appello di Torino (sentenza 2012), confermando la pronuncia del Tribunale e condannando la Presidenza: "è certo che l'Italia non ha stabilito un sistema di indennizzo per le vittime di violenza sessuale e pertanto è inadempiente".

Alla vittima di violenza torinese furono riconosciuti Euro 50.000,00, ad oggi non ancora corrisposti dallo Stato italiano: contro questa sentenza, infatti, il Governo aveva poi fatto ricorso in Cassazione nel 2012.

Nel frattempo, per scongiurare cause di questo tipo e condanne da parte della Corte di giustizia (che comunque nel frattempo, nel 2016, sanzionava l'Italia), il legislatore italiano interveniva a più riprese con interventi normativi nel 2016, 2017 e 2018, prevedendo, tuttavia, indennizzi del tutto inadeguati.

Per il reato di violenza sessuale l'"importo fisso" di Euro 4.800.

E poi, per il reato di omicidio l'"importo fisso" (da dividersi fra tutti i famigliari legittimati attivi) di Euro 7.200, incrementato a Euro 8.200 nel caso di omicidio commesso dal coniuge o da persona legata, nel passato o al momento del fatto, da relazione affettiva alla persona offesa.

Per le lesioni personali soltanto un indennizzo a titolo di rifusione delle spese mediche ed assistenziali "fino a un massimo di euro 3.000".

Dunque, nella "causa pilota" torinese giunta avanti la Cassazione la Presidenza del Consiglio sosteneva che tali interventi legislativi fossero tali da soddisfare le pretese delle vittime. E dunque pure della donna torinese.

La Corte di Giustizia fissa udienza contro Stato italiano per risarcimento 'irrisorio': solo 4800 euro a vittima di stupro
L'avvocato Marco Bona

La tesi sostenuta dal pool di avvocati che la assistono, invece, era che "con tali leggi l'Italia non avesse in nessun modo rimediato al suo inadempimento, ma avesse consegnato alle vittime indennizzi assolutamente irrisori".

Peraltro, aggiungono i legali, "la strada per ottenere tali elemosine di Stato è irta di ostacoli assurdi e vessatori". Con la legge di bilancio del 30 dicembre 2018 il Governo ed il Parlamento attuali confermavano tale quadro normativo, ancora una volta tradendo le aspettative delle vittime.

Dopo diversi rinvii la Cassazione (ordinanza 31 gennaio 2019) decideva infine di rimettere alla Corte di Giustizia la questione se gli indennizzi previsti dal legislatore italiano siano conformi al principio di indennizzo equo ed adeguato di cui alla direttiva del 2004.

Sul punto la Cassazione esprimeva il dubbio che non lo siano affatto, affermando che questi indennizzi si collocano nell'"area dell'irrisorio" e l'importo di euro 4.800 per le vittime di violenze sessuale è una somma "palesemente non equa".           


La drammatica storia della vittima, protagonista della 'causa pilota'
Lottare per avere giustizia è diventato per questa giovane donna una delle poche ragioni per cui valesse spendersi. Gli studi di economia e commercio interrotti, la difficoltà a stabilire delle

relazioni: ha il sapore dell'insulto l'offerta di 4800 per ripagare una vita distrutta da quei due connazionali che l'avevano vista ballare in discoteca, una sera di ottobre del 2005, e avevano deciso di rapirla
.
Una volta uscita dal locale, era salita in auto con due amici e poco dopo sulla strada li aveva affiancati un furgone. Per poco non li faceva finire fuori strada, costringendoli a fermarsi.

Erano scesi due ragazzi che avevano aperto la portiera e prelevato di forza la diciottenne, caricandola sul furgone. Gli amici avevano provato a trattenerla, ma gli altri erano stati più forti.

Ed erano stati anche più veloci, riuscendo a seminare gli amici che per qualche chilometro li avevano seguiti, mentre chiamavano al telefono le forze dell'ordine.

Le indagini avevano poi permesso di scoprire, attraverso l'analisi delle celle telefoniche, che la donna era stata portata in un casolare della Valsusa, dove era stata percossa e stuprata.

Al mattino i due l'avevano liberata alla periferia di Torino. Furono poi identificati ma fecero perdere le loro tracce. Condannati in contumacia a 10 anni di carcere, non risarcirono mai la vittima, che, ora ha deciso di fare causa allo Stato inanzi la Corte di Giustizia di Lussemburgo.

Il sovranismo delle app: Putin vuole una Wikipedia russa

repubblica.it
Giuditta Mosca


pixabay/cc

Il presidente della Federazione russa Vladimir Putin vuole creare una grande enciclopedia russa che contenga informazioni affidabili, sostituendo così Wikipedia.

La notizia aleggiava già da alcune settimane ma, stando all’agenzia stampa russa RIA Novosti, ora il progetto sta cominciando a prendere forma. Il ministero per lo Sviluppo digitale, già lo scorso settembre, aveva presentato una proposta di legge prospettando un investimento di 1,7 miliardi di rubli (circa 24 milioni di euro).

Durante le ultime ore il progetto sta prendendo corpo, tanto da spingere il primo ministro Dmitry Medvedev a ratificare la nascita di un centro nazionale di ricerca per la Wikipedia russa, i cui contenuti verranno aggiornati e verificati da un apposito dipartimento statalizzato.

Già nel corso del 2015 la Russia ha bandito l’accesso alla versione in lingua di Wikipedia, a causa di un articolo relativo ai cannabinoidi, risultato indigesto al Cremlino.

Inoltre, il 2 dicembre appena trascorso, il presidente Putin ha firmato una legge che diventerà effettiva il primo luglio del 2020, secondo la quale in Russia sarà bandita la vendita di smartphone sui cui non sono pre-installati software e app gradite al governo.

La legge, ribattezzata “legge anti-Apple”, è stata pensata per ‘proteggere i consumatori’ e favorire il comparto tecnologico nazionale, oppresso dalla concorrenza occidentale che, per il Cremlino, è sleale.

Pare evidente che questa decisione mette al centro del mirino, tra le tante app ritenute scomode, anche Telegram, applicazione di messaggistica istantanea creata dal russo Pavel Durov e più volte osteggiata in patria, a causa dei continui rifiuti della Telegram LCC (una Srl con base in Inghilterra) di rilasciare al governo di Mosca informazioni sui propri utenti.

Reporter senza frontiere, Ong che si batte per la libertà di informazione e di stampa, ha duramente criticato le iniziative russe che si estendono anche ai giornalisti, sia locali sia esteri.

Il parlamento russo ha anche approvato una legge che autorizza il governo a considerare al pari di agenti stranieri giornalisti e blogger che diffondono notizie pubblicate da fonti messe al bando ed elencate in una blacklist corposa.

Essere ritenuti “agenti stranieri” comporta pesanti conseguenze giuridiche, ed è la medesima etichetta che veniva assegnata alle spie quando ancora esisteva l’Unione sovietica e quando l’attuale presidente Putin era un funzionario del Kgb.

Secondo il World Press Freedom Index, indice che misura la libertà di stampa in 180 paesi, la Russia occupa il 149° gradino, alle spalle del Venezuela e subito prima del Bangladesh.

I governi freddi sul Patto verde dell’Europa: svolta necessaria, ma no a cambiali in bianco

lastampa.it

Crescono i dubbi sul Fondo dell’Ue per la decarbonizzazione. E l’Italia vuole estenderlo anche all’acciaio



«C’è ancora del lavoro politico da fare» per convincere tutti gli Stati a sposare l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050 (zero emissioni nette).

A dirlo è Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, che ieri ha incontrato Emmanuel Macron all’Eliseo. Domani l’ex premier belga presiederà il suo primo summit Ue, quello che dovrebbe sposare la linea di Ursula von der Leyen sul clima.

Ma Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria continuano a mostrarsi reticenti sul target del 2050 che la presidente della Commissione ha fissato nel suo Green Deal, il maxi-piano per la svolta verde che sarà svelato oggi in Parlamento (La Stampa di ieri ne ha anticipato i contenuti).

La posizione dei tre Paesi dell’Est sembra destinata a rimanere in bilico fino all’ultimo.

I fondi per la transizione
Al di là degli impegni futuri, tra i governi c’è una generale preoccupazione legata ai contorni del «Just Transition Mechanism», il fondo per sostenere la transizione industriale verso le rinnovabili. È uno dei pilastri del Green Deal di von der Leyen.

La Commissione ha promesso di stanziare 35 miliardi di euro: una cifra che, unita ad altri strumenti e a fondi privati, potrebbe mobilitare fino a 100 miliardi di euro. I ministri degli Affari Ue ne hanno discusso ieri, ma al tavolo sono sorte due domande.

La prima: da dove si prendono i soldi? La seconda: quali sono i settori industriali che potranno accedere ai fondi? «Al momento non ci sono risposte chiare confida un diplomatico Ue, dato che i dettagli del Just Transition Mechanism verranno resi noti dalla Commissione solo a gennaio.

Per i governi la svolta verde è necessaria, ma non vogliono firmare cambiali in bianco a von der Leyen». Il tema delle risorse si intreccia inevitabilmente con i negoziati sul bilancio pluriennale (2021-2027), che ancora non hanno prodotto nulla di concreto.

Più di un ministro ieri ha messo le mani avanti: «Bene i fondi per la svolta verde, ma a patto che non vadano a togliere ulteriori risorse ai fondi regionali di coesione e a quelli per l’agricoltura».Anche l’italiano Vincenzo Amendola ha sostenuto questa posizione.

Carbone contro acciaio
Oltre al discorso quantitativo, c’è poi quello qualitativo: chi potrà usare i fondi? La bozza del documento del Green Deal dice che saranno destinati «alle regioni più esposte alle sfide della decarbonizzazione».

Secondo le simulazioni degli uffici della Commissione, i principali beneficiari sarebbero Polonia, Germania e Spagna. Ma per avere i dettagli sui criteri di eleggibilità bisognerà attendere l’8 gennaio. In attesa di maggiore chiarezza, tra i governi è già partita la battaglia.

Il fondo è pensato per chi abbandona la produzione di carbone, ma alcuni Paesi - tra cui l’Italia vorrebbero estenderlo anche all’acciaio, settore altamente inquinante. La partita non è ancora chiusa, ma bastano questi elementi per mettere da parte l’entusiasmo e tenere una linea di cautela.

Sarà molto più calorosa, invece, l’accoglienza all’Europarlamento, dove von der Leyen presenterà il suo piano questo pomeriggio. Ci sarà soltanto un dibattito, senza voto. E questo certamente aiuterà a celare le posizioni più critiche.

Favorevoli i socialisti, i liberali e i verdi. I malumori sono principalmente nel Ppe (il capogruppo Manfred Weber oggi non prenderà la parola e lascerà intervenire l’olandese Esther De Lange).

Scettici i Conservatori e Riformisti, di cui fa parte Fratelli d’Italia. «Non bisogna essere più realisti del Re - sottolinea Raffaele Fitto, co-presidente del gruppo. L’Europa produce il 9% delle emissioni globali, mentre Stati Uniti e Cina il 43%.

Un intervento limitato al nostro continente rischia di non avere effetti concreti sull’inquinamento e di minare la competitività del nostro sistema produttivo».

Afghanistan papers, le bugie della guerra

corriere.it
di Giuseppe Sarcina, corrispondente da Washington

Afghanistan papers, le bugie della guerra

È la «storia segreta» della guerra in Afghanistan.

Diciotto anni di proclami frettolosi, errori di valutazione, senza riuscire a identificare i nemici e a trovare una via d’uscita. Dopo tre anni di battaglia legale il Washington Post ha ottenuto il rilascio degli «Afghanistan Papers», i documenti riservati custoditi

dal governo: oltre 2 mila pagine di appunti, messaggi, interviste confidenziali con alti ufficiali, generali compresi, diplomatici, funzionari coinvolti nel conflitto cominciato nel settembre del 2001 dopo l’attacco alle Torri Gemelle.

Dal 2001 gli Stati Uniti hanno schierato circa 775 mila militari in Afghanistan e hanno dovuto contare 2.400 vittime e oltre 23 mila feriti.

L’illusione di Bush
Quando George W.Bush decise di attaccare Kabul l’obiettivo era chiaro: distruggere Al Qaeda, evitare che si ricreassero le condizioni per un altro attentato come quello del 11 settembre. Ma quella lucidità strategica durò solo pochi mesi.

È questo il dato di fondo che emerge dalla lettura dei documenti: il presidente e i ministri, in particolare quello della Difesa, Donald Rumsfeld, smarrirono quasi subito il senso originario della missione.

Distrutta Al Qaeda si iniziò a combattere con i talebani. Gli americani si fecero come risucchiare in un conflitto non pianificato, con nemici quasi invisibili, radicati sul territorio.

Jeffrey Eggers, un ufficiale dei Navy Seal, all’epoca consigliere prima di Bush e poi di Barack Obama, rivela in una delle interviste raccolte dai funzionari dell’amministrazione: «Che cosa ha trasformato i talebani nei nostri nemici, quando eravamo stati colpiti da Al Qaeda? Il nostro sistema, nel suo complesso, era incapace di fare un passo indietro».
Proclami e realtà
Nel 2003 gli americani, appoggiati dagli alleati e dalla Nato, controllavano a mala pena poche aree del Paese. Ma per Bush la questione era già archiviata. La sua attenzione si era spostata sull’Iraq. Richard Haas, il coordinatore per l’Afghanistan, mise sull’avviso il presidente:

«Suggerii di aumentare il numero dei soldati, portandoli da 8 mila a circa 20-25 mila. Ma non riuscii a vendere l’idea. Non c’era entusiasmo.

C’era un senso profondo di impotenza». Eppure il primo maggio del 2003 Bush dichiarava la vittoria in Iraq; quello stesso giorno Rumsfeld annunciava la fine «dei massicci combattimenti» in Afghanistan.

In quel periodo si compiono scelte importanti, ancora oggi in discussione. Bush, Obama e l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton rifiutarono ogni tipo di trattativa con i talebani. I due presidenti tollerarono il doppio gioco del Pakistan.

Ashfaq Kayani, capo dei servizi segreti pakistani, confidava all’ambasciatore americano Ryan Crocker: «Certo che noi puntiamo su diversi tavoli.Un giorno voi ve ne andrete e noi non vogliamo ritrovarci con un nuovo nemico mortale: i talebani».
La contraddizione di Obama
Il 1 dicembre 2009 Obama lancia il piano «surge»: invio di altri 30 mila militari in Afghanistan in aggiunta ai 70 mila già presenti e agli altri 50 mila dislocati dalla Nato e dagli alleati. Il generale David Petraeus, all’epoca al capo del «Central Command», annota in un colloquio riservato:

«Due giorni prima di quel discorso fummo tutti convocati nello Studio Ovale. Nessuno di noi (generali, consiglieri ndr) aveva mai sentito parlare di quel progetto. Ci fu un giro di opinioni, ma il tono era: prendere o lasciare».

Dopo quella riunione, però, Obama aggiunse un particolare fondamentale: gli americani avrebbero cominciato a ritirarsi dopo 18 mesi. Commento di Barnett Rubin, esperto di Afghanistan al Dipartimento di Stato: «Restammo tutti stupefatti.

C’era una contraddizione insanabile in quella strategia. Se metti una scadenza ai rinforzi, è inutile inviarli». I talebani dovevano semplicemente tenere un basso profilo per un anno e mezzo.
Lezioni attuali
I «papers»