Evoluzione a Sinistra

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venerdì 17 gennaio 2020

Venerdì 17 ed eptacaidecafobia: la vera storia del giorno più sfortunato del calendario

repubblica.it
MARINO NIOLA

Ecco come la paura del numero 17 e le tante superstizioni riguardanti il venerdì hanno generato la leggenda dello "sfiga day per antonomasia"

Venerdì 17 ed eptacaidecafobia: la vera storia del giorno più sfortunato del calendario

Se proprio dovete fare la lavatrice, aspettate almeno domani. Altrimenti rischiate un abbiocco letargico.

Secondo un’antica credenza, infatti, lavare i panni di venerdì provocherebbe uno stato di sonnambulismo.

E se proprio volete allontanare il male prendete un paio di slip appena lavati e fateci dentro una bella risata. Pare che sia un buon antidoto contro gli influssi negativi.

È una delle tante superstizioni riguardanti il venerdì, lo sfiga day per antonomasia. Per una serie di ragioni che risalgono alla creazione del mondo.

Adamo ed Eva sarebbero stati cacciati dal paradiso terrestre proprio di venerdì. E nello stesso giorno della settimana Caino avrebbe ucciso Abele, san Giovanni Battista sarebbe stato decollato, Erode avrebbe ordinato la strage degli innocenti.

E, ciliegina sulla torta, il venerdì, ancorché santo, è il giorno della morte di Cristo. Forse per questo è legato da tempo immemorabile alle sentenze capitali. Tant’è che nel mondo anglosassone lo chiamavano il dì degli impiccati.

Perché pare che le impiccagioni venissero eseguite proprio nel giorno incriminato. Se poi il venerdì capita il 17, all’aura nefasta della data si somma quella del numero più menagramo che ci sia.

L’origine della cattiva fama del 17 potrebbe derivare dall’avversione di un mago dell’aritmetica come Pitagora che lo considerava la cifra dell’imperfezione, a differenza dei perfettissimi 16 e 18.

Ma anche dal fatto che il 17 dicembre e il 17 febbraio, nella Roma antica si celebravano rispettivamente i Saturlalia e Quirinalia, in onore degli dei Saturno e Quirino, date che successivamente il Cristianesimo avrebbe demonizzato in quanto festa pagana.

Insomma, il venerdì nero, viene da molto lontano. Anche se oggi il Black Friday, espressione nata in ricordo dal catastrofico crollo della borsa di New York del settembre 1869, è la data più fausta, almeno per i commercianti.

Come dire che giorni e numeri possono significare tutto e il contrario di tutto. Dipende da noi vedere il positivo o il negativo, crederci o riderci sopra. Ma sempre senza esagerare, né in un senso né in un altro.

Perché essere superstiziosi è da oscurantisti. Ma non esserlo per niente porta sfiga.

Donne e Savoia, monarchici divisi. I Duchi d’Aosta: «La legge Salica non si tocca»

corriere.it
di Enrica Roddolo

Le reazioni dopo la svolta della Real casa, che ha aperto ad una successione femminile al trono. I Borbone invece sono d’accordo: «Escluderle è una discriminazione»

Donne e Savoia, monarchici divisi. I Duchi d'Aosta: «La legge Salica non si tocca»
I Borbone delle Due Sicilie (Foto Claudia Albuquerque)

«Legge Salica? Anch’io come casa Savoia l’ho abolita perché per il diritto internazionale ed europeo tenere fuori dalla successione al trono le donne è una discriminazione... impugnabile», dice al Corriere Carlo di Borbone delle Due Sicilie, capo della real casa che guidò il regno di Napoli.

«Anzi, proprio Vittorio Emanuele e suo figlio Emanuele Filiberto di Savoia mi hanno chiesto un parere mesi fa su questa questione, sui
tempi e le modalità: io l’ho fatto il 12 maggio del 2016 in occasione della cresima di mia figlia Maria Carolina, ho aspettato che lei ne avesse la

consapevolezza e l’ho fatto con un documento, l’Atto di Roma, che cita il Trattato di Lisbona del 2007, la Convenzione di New York delle Nazioni Unite nel 1979 e il trattato dell’Unione Europea modificato nel 2009».
Il precedente
Così, come indica l’Atto di Roma, Carlo di Borbone modificò «le regole di successione sinora in vigore nella Real casa di Borbone delle Due Sicilie, allo scopo di renderle compatibili con l’ordinamento

internazionale ed europeo vigente che proscrive qualsivoglia forma di discriminazione tra uomo e donna, non solo nel godimento dei diritti e delle libertà, ma anche nell’esercizio di qualsiasi funzione pubblica.

D’ora in poi sarà applicata alla sua diretta discendenza la regola della primogenitura assoluta».


Trattato di Lisbona
E non ha mai pensato che potesse suonare anacronistico modificare la legge di successione a un trono che non c’è?

«Non solo non c’è ma per farlo tornare bisognerebbe dividere nuovamente il Paese in due fa notare il principe che è zio di Felipe di Spagna, nel suo albero genealogico ci sono anche i re di Francia e mezzo Gotha europeo.

Lo so che sembra incredibile nel 2020 parlare di Ordini dinastici, di fondazioni legate alla storia del casato, ma si tratta di storia, storia che mia figlia ora deve proseguire. E lei, che come tanti ragazzi giovani ha un’attrazione per l’arte, le professioni creative, si è resa conto dell’importanza storica del suo ruolo per il futuro».

L’erede del casato dei Borbone delle Due Sicilie studia a Parigi, privatamente, per conseguire un Baccalaureat internazionale. E come ha detto al Corriere la mamma Camilla (che ha sposato nel 1998 Carlo, il fidanzamento fu annunciato a Palazzo Reale), Maria Carolina e la sorella Maria Chiara

«frequentano corsi di napoletano quando siamo a Napoli, perché torniamo spesso a Napoli dove è comunque rimasta una certa simpatia verso il casato: la città sotto i Borbone prima del 1860 era la terza grande capitale d’Europa, dopo Londra e Parigi».
Monarchici divisi
Dopo la decisione del principe Vittorio Emanuele di Savoia, i monarchici della Consulta dei senatori del regno e quelli più vicini al ramo Savoia-Aosta hanno risposto che «no la legge Salica non si può cambiare».

«Mah qualunque decisione si prenda ci saranno sempre delle voci contro, io quando scelsi così lo feci dopo essermi consultato con la famiglia allargata e non ho trovato obiezioni.

E ripeto, da un punto di vista giuridico c’è un diritto internazionale ed europeo che va nella direzione della parità di possibilità per le donne».
Lite
Aimone di Savoia
Aimone di Savoia

Ma è già lite sotto le insegne di casa Savoia. Questa volta non tra i figli dell’ultimo re, per la verità, ma tra i vari rami del casato che da Umberto Biancamano arriva fino ad oggi.

A contestare la decisione di Vittorio Emanuele di mandare in pensione la legge Salica che da sempre blocca la strada al trono alle donne nel casato mossa anticipa al Corriere ieri da una doppia intervista con Vittorio Emanuele ed Emanuele

Filiberto di Savoia è adesso la Consulta dei senatori del regno con il principe Aimone di Savoia, duca delle Puglie, e la duchessa Silvia di Aosta, consorte del principe Amedeo di Savoia, duca di Aosta.

«Fino alla restaurazione della monarchia costituzionale, la legge Salica è immodificabile». E dunque, sostengono i monarchici vicini agli Aosta, non essendoci un trono «operativo», il trono resta ereditario secondo la legge salica che esclude la discendenza femminile.
Due Consulte
Per giustificare la posizione, il presidente della Consulta Aldo A. Mola, cita una lettera del 25 gennaio 1960 di Umberto II da Cascais sulla immutabilità e inviolabilità «della legge della nostra Casa, vigente da ben 29 generazioni».

Per la Consulta dei senatori la parola di Umberto II resta l’unica valida. Già, ma quale Consulta considerare? Perché l’uscita allo scoperto della Consulta guidata da Mola ha sollevato la reazione dell’altra Consulta dei senatori del regno guidata da Pier Luigi Duvina (le due entità da anni si contendono il ruolo):

«Vittorio Emanuele ha adattato le leggi dinastiche alla normativa europea». Intanto Vittorio Emanuele, figlio del «re di maggio» da Ginevra sta in queste ore comunicando a tutte le altre case reali regnanti, e non, la svolta:

«Da oggi e poi in futuro,la successione nella qualifica di capo della nostra real casa e Gran maestro dei nostri Ordini dinastici, sarà riservata alla nostra discendenza di ambo i sessi, in infinito, secondo il criterio della primogenitura assoluta».
Rami cadetti
Dietro allo scontro c’è l’antica contrapposizione tra ramo Savoia Carignano (quello dei re d’Italia) e ramo Savoia Aosta. Una rivalità antica che ebbe nella contrapposizione di stili e di vita di due donne, entrambe di nome Elena, la sua espressione più immediata.

Elena di Montenegro moglie di Vittorio Emanuele III re d’Italia, ed Elena d’Orleans, della quale cantò in versi il Vate d’Annunzio, che sposò a Londra Emanuele Filiberto di Savoia Aosta.
Le due Elene
Da Elena d’Orleans discende anche l’attuale principe Aimone di Savoia Aosta, che ha due figli maschi. «Eppure la legge che adesso abroga la legge Salica in casa Savoia non è stata varata per questo ribatte Emanuele Filiberto.

Non è proprio così, a parte che mio padre aveva in mente questo aggiornamento già tre anni fa ma sono io che ho rallentato perché volevo che Vittoria raggiungesse i 16 anni e capisse che cosa stava succedendo, ma un conto sono i rami cadetti un altro il ramo principale, così è la storia.

A volte ci sentiamo con Aimone... suo figlio primogenito sarà l’erede legittimo del ramo dei Savoia Aosta. Ma i Savoia Carignano, il ramo principale, continuano con Vittoria».
Divisioni e riavvicinamenti
Aimone di Savoia, manager per Pirelli a Mosca, intervistato dal Corriere della Sera a proposito delle infinite divisioni tra cugini aveva detto di «guardare al futuro, ai piccoli Umberto, Amedeo e Isabella... e con Emanuele Filiberto, dopo una causa che ci ha divisi per anni, potremmo riavvicinarci».

Già, ma adesso, ancora una volta è Savoia contro Savoia.

La Marina Usa afferma di avere materiale top secret sugli UFO che causerebbe “danni eccezionalmente gravi” alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti se pubblicato

repubblica.it
Sinéad Baker


Un'immagine da un video girato dai piloti della Marina degli Stati Uniti nel 2015 che mostra i piloti che reagiscono a un oggetto volante. Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti / Business Insider

  • La Marina Usa afferma di avere del materiale sugli UFO che, se pubblicato, “causerebbe danni eccezionalmente gravi alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.
  • La Marina ha dichiarato di “aver scoperto alcune diapositive di briefing classificate come TOP SECRET” in risposta a una richiesta di informazioni che si appellava al Freedom of Information Act, che chiedeva conto di una serie di video che mostravano piloti sconcertati da oggetti misteriosi e veloci nel cielo.
  • La Marina aveva precedentemente confermato che trattava questi oggetti come UFO – il che significa che sono trattati come eventi inspiegabili ma non necessariamente extraterrestri.
  • Uno dei video è stato pubblicato da The New York Times nel 2017 , e i piloti hanno detto al Times di aver visto gli oggetti accelerare, fermarsi e girare in modi che andavano oltre la nota tecnologia aerospaziale.
La Marina ha dichiarato di avere informazioni top-secret su oggetti volanti non identificati che potrebbero causare “danni eccezionalmente gravi alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti” se rese pubbliche.

Un rappresentante della Marina ha risposto a una richiesta che si appellava al Freedom of Information Act inviata da un ricercatore di nome Christian Lambright dicendo che la Marina aveva “scoperto alcune diapositive di briefing classificate come TOP SECRET”, ha riferito Vice la scorsa settimana .

Ma il rappresentante dell’Ufficio di intelligence navale della Marina ha dichiarato che “la Original Classification Authority ha determinato che il rilascio di questo materiale provocherebbe danni eccezionalmente gravi alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

La persona ha anche detto che la Marina aveva almeno un video correlato classificato come “SEGRETO”. Vice ha affermato di aver verificato in modo indipendente la risposta alla richiesta di Lambright con la Marina.

La richiesta di informazioni di Lambright era collegata a una serie di video che mostravano piloti della Marina sconcertati da misteriosi e veloci oggetti nel cielo. La Marina aveva precedentemente confermato che trattava questi oggetti come UFO.


Un’immagine da un video del 2004 girato vicino a San Diego che mostra un UFO. CNN / Dipartimento della Difesa
Il termine UFO, insieme ad altri come “fenomeni aerei non identificati” e “oggetto volante non identificato”, non significa necessariamente che si ritiene che l’oggetto sia extraterrestre.

Alla fine molti di questi avvistamenti finiscono per avere spiegazioni logiche e terrene, che spesso coinvolgono la tecnologia militare.

Un portavoce del Pentagono aveva anche precedentemente dichiarato a The Black Vault, un archivio di documenti governativi gestito da civili, che i video “non erano mai stati ufficialmente rilasciati al pubblico dal DOD (dipartimento della difesa) e dovevano ancora essere protetti”.

I video del Dipartimento della Difesa mostrano i piloti confusi da ciò che stanno vedendo. In un video, un pilota dice: “Che diavolo è quella cosa?” La portavoce del Pentagono Susan Gough ha dichiarato questa settimana che è in corso un’indagine su “avvistamenti”.

Joseph Gradisher, il portavoce del vice comandante delle operazioni navali della Marina, lo scorso anno ha dichiarato a The Black Vault: “La Marina non ha pubblicato rappresentazioni o descrizioni, né reso nota alcuna ipotesi o conclusione, riguardo agli oggetti contenuti nel video di riferimento “.

Secondo The Black Vault , Gradisher ha affermato che i video del Dipartimento della Difesa sono stati girati nel 2004 e nel 2015. Anche il New York Times ha riferito che uno dei video era del 2004.

Puoi guardare il video del 2004 qui, condiviso da To the Stars Academy , un gruppo di ricerca sugli UFO cofinanziato da Tom deLonge del gruppo rock Blink-182:

Uno dei video è stato condiviso dal New York Times nel dicembre 2017 , con un comandante che ha visto l’oggetto durante una missione di addestramento dicendo al Times “che ha accelerato come nessuna cosa che io abbia mai visto prima”.

Un altro pilota ha dichiarato alla testata: “Queste cose erano lì fuori per tutto il giorno”. I piloti hanno detto al Times che gli oggetti potevano accelerare, fermarsi e girare in modi che andavano oltre la nota tecnologia aerospaziale.

Molti dei piloti che hanno parlato con The Times facevano parte di uno squadrone di volo della Marina noto come “Red Ripper” e hanno riferito degli avvistamenti al Pentagono e al Congresso.

“I piloti della Marina hanno riferito ai loro superiori che gli oggetti non avevano motore visibile o pennacchi di scarico a infrarossi, ma che potevano raggiungere i 30.000 piedi evelocità ipersoniche“, afferma il rapporto del Times.

Gli scienziati hanno anche detto al Times di essere scettici sul fatto che questi video mostrassero qualcosa di extraterrestre. Gough, la portavoce del Pentagono, non ha commentato a Vice se il video

originale del 2004 che la Marina possedeva avessepiù informazioni di quello che stava circolando online, ma ha detto che era della stessa lunghezza e che il Pentagono non aveva in programma di pubblicarlo.



Un’immagine dal video del 2015. NYT
John Greenewald, il curatore di The Black Vault, ha detto a Vice a settembre che era sorpreso che la Marina avesse classificato gli oggetti come non identificati.

“Mi aspettavo davvero che una volta che i militari statunitensi avessero visionato i video, avrebbero usato lo stesso linguaggio che vediamo sui documenti ufficiali che ora sono stati pubblicati e che li avrebbero etichettati come ‘droni’ o ‘palloncini’“, ha detto.

“Tuttavia, non lo hanno fatto. Hanno messo agli atti che i” fenomeni ” raffigurati in quei video sono “non identificati “. Questo mi ha davvero sorpreso, incuriosito, eccitato e motivato a spingere più forte per sapere la verità “.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato a giugno di essere stato informato del fatto che i piloti della Marina segnalavano un aumento degli avvistamenti di UFO.

Farah, dalla violenza alla nuova vita a Verona: «Alle donne dico: ribellatevi»

corriere.it
di Andrea Priante

La giovane studentessa ventenne amava un cristiano: i genitori la portarono in Pakistan e la costrinsero ad abortire. Venne liberata e rientrò in Italia

«Sono orgogliosa della mia indipendenza. Faccio la cameriera e magari non era il lavoro che sognavo ma ci pago l’affitto e le bollette, e la sera posso uscire e incontrare chi voglio. Un giorno mi sposerò. O forse no.

Di sicuro, se dovesse accadere, sarà con una persona che amo e che non mi tratterà come un oggetto di sua proprietà...». Questa frase le esce tutta d’un fiato. Decisa, fiera.

E basta a riassumere la storia di una ribellione - alla violenza, a dei genitori oppressivi, alle ottuse tradizioni del suo Paese conclusa lasciando molte cicatrici e una sola certezza: «Ora sono davvero libera». Eccola, Farah.

Ha appena compiuto 21 anni ed è la prima volta che accetta di raccontarsi da quel fatidico 24 maggio del 2018, quando l’allora ministro degli Esteri Angelino Alfano diede l’annuncio con un tweet: «Farah è finalmente tornata e si trova in un luogo sicuro».

Fino a quel momento era stato un susseguirsi di colpi di scena che per giorni avevano tenuto l’Italia con il fiato sospeso, costringendo chiunque a interrogarsi sulle sorti di questa studentessa veronese trascinata in Pakistan con l’inganno, picchiata e costretta ad abortire.

La sua colpa era di aspettare un figlio fuori dal matrimonio, per di più da un ragazzo italiano e di religione cristiana. «Per i miei genitori, musulmani e profondamente legati alle tradizioni, era inaccettabile», racconta.

La giovane Farah nella «sua» Verona (Sartori)
La giovane Farah nella «sua» Verona (Sartori)
L’aborto in Pakistan
«Quando capirono che non avrei mai potuto rinunciare al mio fidanzato e al bimbo, mamma e papà finsero di arrendersi. Qualche settimana dopo, partii con loro per il Pakistan con la scusa di partecipare alla festa per il fidanzamento di mio fratello». Era gennaio.

Al suo Cristian, che l’aspettava a Verona, Farah aveva dato un bacio dicendogli che sarebbe tornata entro poche settimane. «Invece fui segregata in casa, nella città di Lahore. Mio padre mi picchiava:

per lui avevo disonorato la famiglia. Mamma mi portò in diversi ospedali ma tutti i medici si rifiutarono di farmi abortire perché ero già oltre il quarto mese di gravidanza». Dopo averla lasciata senza cibo per due giorni, la portarono in una clinica.

«Ci aspettava una donna, di sicuro non era un dottore. Mi iniettò qualcosa e svenni.Quando mi risvegliai ero legata al lettino e il mio bimbo non c’era più». Farah si interrompe.

Fa un lungo respiro. «Ricordo che mia madre era in un’altra stanza che parlava al telefono, mentre sulla poltrona lì accanto c’era mia cugina che mangiava tranquillamente dei biscotti. Nessun rimorso, nessuna pietà».

Fu in quel momento che decise: «Sarei scappata alla prima occasione: la famiglia che aveva ucciso mio figlio, non meritava l’amore né il rispetto di cui tanto si riempiva la bocca».

Farah al rientro in Italia nel mese di maggio del 2018 (archivio)
Farah al rientro in Italia nel mese di maggio del 2018 (archivio)
Le richieste d’aiuto
Il resto è la cronaca raccontata da tutti i giornali nel maggio dello scorso anno: Farah che, con il telefonino della madre, invia di nascosto delle richieste d’aiuto al suo fidanzato e alle compagne del liceo, innescando la reazione del governo italiano.

Messaggi strazianti: «Se non viene qualcuno a prendermi, mio padre uccide anche me».«Ma non immaginavo che la mia condizione potesse interessare i quotidiani. In fondo, sono tantissime le donne pakistane costrette a sottostare a qualunque decisione della famiglia».

Poi, il cellulare che squilla. «Per fortuna ho risposto io: era l’ambasciata. Un attimo prima che una delle mie sorelle potesse ascoltare la conversazione, un diplomatico chiese se ero tenuta prigioniera e risposi di sì.

Il giorno dopo la polizia arrivò a liberarmi». All’epoca si parlò di un blitz in grande stile. «Semplicemente, gli agenti entrarono in casa e mi invitarono a seguirli.

Mamma era terrorizzata da ciò che avrebbero pensato i vicini vedendomi andare via con i poliziotti e mi implorò di negare tutto. Promise che sarei tornata in Italia e avrei potuto sposare Cristian».

Fu la tentazione di un attimo, l’ennesima sliding door nella vita di Farah. «Scelsi di andare via con la polizia, e la guardai piangere. Ero salva: avevo dato un taglio definitivo a quel rapporto malato».

Chissà come sarebbe andata a finire, se quel giorno avesse deciso di rimangiarsi la richiesta d’aiuto.

«Probabilmente sarei stata costretta a sposare qualche cugino che mi avrebbe usata come mero strumento per poter ottenere un regolare permesso di soggiorno valido per Italia e garantirsi così una crescita economica.

Oggi sarei rinchiusa in un appartamento qui a Verona, con il divieto di uscire, di incontrare persone esterne alla famiglia, di studiare, di esprimere le mie idee». Capita a tante.

«Conosco pakistane costrette a vivere da recluse per colpa di un padre violento, e conosco italiane vittime di abusi da parte del marito. In fondo, non cambia granché. La via d’uscita è sempre la stessa: siamo noi donne a doverci ribellare».

È ciò che ha fatto lei. «Ho rinunciato alla mia famiglia e, qualche settimana fa, ho testimoniato in tribunale contro mio padre, che ho denunciato per maltrattamenti. Per lui sono una vergogna ma questo mi lascia indifferente: non può più ferirmi».

L’avvocato Sara Montagna, che fin dall’inizio di questa brutta storia lotta al suo fianco, annuisce: «La sentenza, che riguarderà fatti antecedenti a quelli del Pakistan, è attesa con l’inizio del nuovo anno.

A prescindere da come andrà a finire, Farah sta dimostrando a tutti quanta forza possa nascondersi nel cuore di una donna».
Il rientro in Italia
Dopo il rientro in Italia, la sua corsa verso l’indipendenza l’ha spinta a lasciare la struttura protetta dell’associazione Petra, che l’aveva accolta nei primi mesi.

La storia d’amore con quel ragazzo italiano è finita («Continuo a volergli bene, ma ciò che abbiamo vissuto ci ha cambiati in misura diversa») e oggi sogna di mettersi al servizio degli altri. «Diverse organizzazioni che si battono per la difesa delle donne mi hanno chiesto di partecipare ai loro progetti.

Dicono che potrei essere di ispirazione per altre ragazze. Forse il mio futuro sarà questo: diventare una mediatrice culturale per aiutare le vittime di violenza, sia fisica che psicologica, a trovare la forza di liberarsi. In fondo, se ci sono riuscita io...».

Vaticano, come sono investiti i 700 milioni di euro di offerte e donazioni

corriere.it
di Mario Gerevini e Fabrizio Massaro

Da circa sei anni il Vaticano ha un capitale enorme congelato in un prestigioso palazzo a Chelsea, nel cuore di Londra.

Si tratta di un investimento da 200 milioni di dollari, ed è una delle più grandi, ma anche controverse, operazioni finanziarie mai realizzate dalla Santa Sede. Tornando dal Giappone Papa Francesco ha dichiarato che «È la prima volta che in Vaticano la pentola viene scoperchiata da dentro e non da fuori».

L’Obolo di San Pietro
I soldi provengono dalla cassa della Segreteria di Stato che gestisce anche l’Obolo di San Pietro, cioè le offerte che ogni 29 giugno dal profondo della comunità cattolica salgono fino al Papa. Anche se sempre meno. Dai 70-80 milioni del 2013 si è scesi a circa 50 milioni.

Non esiste una rendicontazione, ma la stima del patrimonio complessivo della Segreteria è intorno ai 700 milioni di euro. È una parte rilevante del tesoro (mobiliare e immobiliare) attribuibile alla Santa Sede e alla Città del Vaticano: 11 miliardi, secondo le stime più recenti, di cui circa 5 in titoli e 6 in immobili «non funzionali» all’attività istituzionale.

Il patrimonio della Chiesa nel mondo è invece valutato oltre 2 mila miliardi, scuole, ospedali e università compresi.


Il potere del Sostituto
A gestire cassa e Obolo, dentro la Segreteria di Stato guidata dal 2013 da Pietro Parolin, è la sezione Affari Generali, affidata dal 2011 al 2018 a Monsignor Giovanni Angelo Becciu (oggi cardinale).

 Da ottobre dello scorso anno poteri e portafoglio sono passati nelle mani del nuovo responsabile, il venezuelano Edgar Peña Parra. La Segreteria è il dicastero più importante della Santa Sede e più vicino al Papa. Ed è centrale nelle decisioni di investimento, come quella di puntare al palazzo di Londra.


2012: Angola e petrolio
Tutto comincia nel 2012 dall’Angola, cioè il paese africano in cui Becciu per molti anni è stato nunzio apostolico. Un imprenditore locale suo amico, Antonio Mosquito, gli propone di investire 200 milioni di dollari nella sua compagnia petrolifera Falcon Oil.

Una scelta estremamente rischiosa, in uno dei Paesi più corrotti al mondo, e sconcertante per le modalità del progetto, rimaste finora riservate: si trattava di diventare di fatto soci di minoranza (5%) nello sviluppo di una piattaforma petrolifera offshore in consorzio con l’Eni e la compagnia nazionale Sonangol.

Il Vaticano avrebbe dovuto coprire il debito di Mosquito verso il consorzio. Dalle carte consultate dal Corriere della Sera, di quei 200 milioni 35 sarebbero andati direttamente a Mosquito per rimborsare un suo precedente prestito a Falcon Oil.

Inoltre l’investimento era a lungo termine: per guadagnarci qualcosa sarebbero serviti almeno 8 anni. Sempre che il prezzo del petrolio non fosse nel frattempo precipitato, come poi avvenuto.

«In un primo momento sembrava attraente, ma dopo uno studio approfondito la proposta non fu accolta». Parole di Becciu.
Troppo speculativo
A spiegare alla Segreteria che l’operazione non gira è il finanziere italiano, con base a Londra, Raffaele Mincione, allora semisconosciuto, che entra nella partita grazie al Credit Suisse, nei cui conti svizzeri confluisce l’Obolo.

Il custode della cassa vaticana è un dirigente dell’istituto, Enrico Crasso, banchiere di riferimento della Santa Sede. «Gli ho detto racconta Mincione  volete raddoppiare i soldi? Vi propongo un mio palazzo al centro di Londra».

L’immobile è ubicato al numero 60 di Sloane Avenue, già sede di Harrods. E gli uomini di chiesa affidano i 200 milioni al Fondo Athena, gestito da Mincione. Il fondo ha un solo cliente-sottoscrittore: il Vaticano.


L’immobile e le azioni
A giugno 2014 il Fondo Athena usa la maggior parte di quei soldi del Vaticano per comprare il 45% della società che possiede il palazzo, che è anche gravato da un mutuo di circa 120 milioni con Deutsche Bank.

Mincione investe il resto dei soldi in speculazioni di Borsa su Carige, Retelit e Tas. Il piano del finanziere che è rimasto proprietario del 55% è di trasformare il palazzo da uffici a residenze, aumentarne la cubatura, creare 44 appartamenti e rivendere tutto per incassare 600-700 milioni di sterline.

Gli affitti nel frattempo sono stati tutti scontati in cambio di uno sfratto rapido in vista dell’avvio dei lavori. Solo che i permessi arrivano solo a dicembre 2016, sei mesi dopo la Brexit. E la sterlina è crollata. Insomma, il Vaticano comincia a perdere tanti soldi.
Spunta il broker molisano
Settembre 2018: il Fondo Athena in 5 anni ha perso oltre 20%. Nel frattempo a Roma monsignor Becciu è stato promosso cardinale. Al suo posto alla Sezione Affari Generali arriva Peña Parra e la strategia cambia. L’ordine è: «Smontare l’investimento dal fondo per prendere tutto il palazzo».

Dopo lunghe trattative, e 44 milioni di conguaglio a Mincione, l’accordo si trova. Ma a chi si affidano in Vaticano per una manovra finanziaria di questo calibro? Non a una banca d’affari o a intermediari di primo piano.

La scelta cade su Gianluigi Torzi, sconosciuto broker molisano trapiantato a Londra, che ha condiviso già altri affari con Mincione, svelto e capace nel suo lavoro di trader ma con qualche piccola pendenza penale e la scia di un paio di fallimenti societari in Italia.


Da Londra a Lussemburgo e ritorno
Il 23 novembre 2018 si firma l’accordo quadro. Il palazzo passa da Mincione alla Gutt, una società lussemburghese costituita e amministrata da Torzi.

Un minuto dopo la firma del contratto in Segreteria però si rendono conto di aver affidato tutti i poteri gestionali al broker che detiene solo lo 0,1% di Gutt. Inizia dunque la trattativa per smontare l’accordo e convincere Torzi a farsi da parte.

A maggio 2019 il 100% del palazzo di Londra finisce in una nuova società, la London 60, questa volta controllata al 100% dalla Segreteria di Stato vaticana.
Quanto ha perso il Vaticano
Alla fine di tutta la vicenda il Vaticano ha dovuto sborsare a Torzi 10 milioni, 16 milioni a Mincione per la gestione degli investimenti e altri 44 per liquidare il fondo e infine almeno 2 per consulenze. Nelle casse del Papa invece, dopo sette anni, non è entrato un euro di guadagno.

Il Pontefice ha parlato di «Corruzione, e si vede!» nella gestione del patrimonio della Segreteria.E su questo sta indagando la magistratura vaticana.

Cinque persone sono finite sotto inchiesta: un ex potente della Segreteria come monsignor Mauro Carlino, il direttore dell’Aif (l’antiriciclaggio) Tommaso di Ruzza e tre dipendenti della Segreteria: Vincenzo Mauriello, Fabrizio Tirabassi e Caterina Sansone.

Intanto a Londra è in corso un progetto di ristrutturazione del palazzo, affidato all’ingegnere Luciano Capaldo, per creare nuovi uffici. Insomma si vogliono far fruttare tutti quei milioni fermi da troppi anni.

Come? L’ha spiegato lo stesso Papa Francesco, giorni fa: «Affittare e poi vendere». Perché i soldi dell’Obolo, ha sottolineato, vanno investiti ma poi anche spesi. Senza imbrogliare.


500 milioni affidati ad Azimut
Il palazzo di Sloane Avenue è il singolo maggiore investimento effettuato con le disponibilità della Segreteria: tecnicamente si è trattato di un prestito di 200 milioni del Credit Suisse con a garanzia asset della stessa Segreteria. Un contratto più tipico da private banking che da fondo sovrano.

Ma dove sono gli altri fondi (centinaia di milioni)?

Depositati sempre presso il Credit Suisse.A occuparsene è il consulente di riferimento Enrico Crasso che nel 2014, lasciata la banca svizzera, si mette in proprio e si fa carico di investire i 500 milioni della Segreteria, naturalmente con adeguate provvigioni.

Lo fa per un paio d’anni attraverso la sua Sogenel Holding di Lugano ma nel 2016 vende il «cliente» Vaticano circostanza mai emersa prima ad Az Swiss del gruppo Azimut, colosso della gestione di fondi quotato in Borsa.

Crasso però diventa contestualmente dirigente di Az Swiss ed entra in consiglio di amministrazione continuando a gestire, sotto l’ombrello Azimut, il mezzo miliardo del Papa. Quest’anno ha lasciato entrambe le cariche e sulle provvigioni sarebbe in corso una revisione da parte della stessa Segreteria.
Soldi a Malta
Tuttavia nel 2016, dopo aver venduto ad Azimut, Crasso ha creato un fondo tutto suo a Malta per gestire in proprio circa 50 milioni della Segreteria.

È il fondo Centurion e ha investito quei soldi del Vaticano in varie direzioni: 6 milioni nella società di occhiali di Lapo Elkann, Italia Independent; circa 10 milioni nella galassia Giochi Preziosidell’imprenditore patron del Genoa Calcio, Enrico Preziosi; altri 4,7 milioni per entrare nelle acque

minerali (Acqua Pejo e Goccia di Carnia); 1,2 milioni per una quota di minoranza del sito Abbassalebollette; oltre 16 milioni per rilevare un immobile in una sede italiana della
multinazionale ABB; 4,3 milioni in bond per

finanziare i film «Rocketman», biografia di Elton John, e l’ultimo «Men In Black» infine 4,5 milioni prestati a una piccola società di costruttori romani, la Bdm Costruzioni e Appalti. Affari oculati?

Non proprio. Nel 2018 il fondo Centurion ha perso il 4,61%. Ai manager però sono andati quasi 2 milioni di commissioni.

Immigrazione, il problema che stiamo rimuovendo

corriere.it
desc imgdi  Goffredo Buccini

I flussi in questa fase sono ridotti, ma i leader italiani ed europei dimostrano di non avere alcuna consapevolezza della grande questione africana

Illustrazione di Conc
llustrazione di Conc

In un Paese meno intossicato dalle fazioni, la drastica riduzione degli sbarchi di migranti non sarebbe esibita come un trofeo ma vissuta come una dolorosa necessità.

Tale era, nell’estate 2017, quando ne pose le premesse l’allora ministro degli Interni pd Marco Minniti tramite i controversi accordi con la Libia (quel giugno si erano registrati sino a 12 mila arrivi in 48 ore, la preoccupante proiezione per fine anno era di oltre 200 mila sbarchi).

E tale dovrebbe restare un’esigenza di autotutela di cui certo non rallegrarsi anche adesso, quando invece leader assai popolari, e che si proclamano cattolici, polemizzano tra loro per rivendicarne la paternità come un festoso traguardo:

neanche fosse da festeggiare l’evidenza, palesata in tutti i rapporti di fonte Onu, di migliaia di profughi, tra cui donne e bambini, intercettati in mare da pirati travestiti da guardacoste di Tripoli e segregati in campi simili a lager da aguzzini spesso legati all’inverosimile governo libico.

La vicenda pone in questione più aspetti, il primo dei quali attiene all’attribuzione politica. Che gli sbarchi siano crollati con Minniti (e dunque prima dell’avvento al governo di Matteo Salvini) è pura evidenza statistica:

nel giugno 2017, prima degli accordi con i capitribù libici, erano stati 23.524; nel giugno 2018 (con Salvini entrato al Viminale proprio quel mese, dunque non ancora in grado di incidere sul tema) furono 857.

Comparando i primi sei mesi del 2017 con i primi sei del 2018 (Minniti ministro fino al 1° giugno) la diminuzione fu del 77% e su base annua si passò da 119.369 a 23.370 sbarchi.

Questa diminuzione è certo proseguita con Salvini agli Interni e il trend si è anzi rafforzato: gli sbarchi del 2019 sono stati 11.471; ma appare improprio che il capo leghista e il premier Conte, versione Uno o Due che sia, se ne contendano i meriti.

Indiscutibile merito di Salvini è invece avere interrotto già agli esordi con il suo approccio «muscolare» una prassi europea secondo la quale tutti i profughi restavano sigillati in Italia nell’indifferenza dei nostri partner:

ma sugli «effetti collaterali» della sua politica contro le Ong (decine di migranti bloccati per giorni in mezzo al mare) dovranno pronunciarsi il Parlamento e, eventualmente, la magistratura.

Molto lontana dalla realtà è comunque la rivendicazione del leader leghista di avere fermato «l’immigrazione clandestina» tenendo «i porti chiusi».

Innanzitutto perché, come abbiamo appena ricordato, gli arrivi irregolari erano stati già da mesi ridotti a numeri, se non irrilevanti, del tutto accettabili per un Paese di 60 milioni di abitanti.

E poi perché, come lo stesso Conte ha di recente spiegato, i nostri porti non sono mai stati davvero chiusi: erano soltanto preclusi alle Ong.

L’80% degli sbarchi avveniva per via autonoma con battelli di fortuna che approdavano indisturbati sulle nostre coste spesso a poche centinaia di metri dallenavi Ong tenute in stallo per decreto salviniano:

navi Ong che erano meri specchietti per le allodole a uso tv, sacrificate alla narrazione della «difesa dei confini».

Passato Salvini, la nuova titolare degli Interni, Luciana Lamorgese, con approccio assai meno ideologico, ha smorzato lo scontro con le organizzazioni non governative e aperto più sereni dialoghi con Germania e Francia sullaredistribuzione dei rifugiati.

Ristabilita un minimo di verità sull’iter politico della faccenda, vale la pena di affrontarne l’aspetto etico: se cioè sia o meno un merito il modo attraverso il quale si è giunti a fermare le partenze dalla Libia, sovvenzionando contro i migranti bande travestite da pubbliche autorità.

Minniti, che ha scontato una dura ostilità nel suo stesso partito, ha sempre sostenuto che quegli accordi, necessari a scongiurare una «emergenza democratica» in Italia, fossero un primo passo, cui sarebbero dovute seguire la piena presa di controllo delle agenzie Onu sui campi e l’apertura sistematica di corridoi umanitari.

Nulla di tutto questo è accaduto allora. Ma ciò che più colpisce ora è l’assoluta rimozione del problema nelle coscienze di buona parte della nostra classe politica e della società civile.

Quasi che la sicurezza del nostro spicchio di mondo (sicurezza, sì, perché l’immigrazione incontrollata pone questioni securitarie, con buona pace delle anime belle) implichi i tormenti di tanta parte di mondo di fronte a noi.

Quasi che si possa procrastinare in eterno la soluzione di un problema (le ragioni sottese alla spinta migratoria) affidandosi a qualche feroce buttafuori da noi stipendiato ai nostri confini.

E qui si cade sul terzo aspetto della vicenda: l’assoluta mancanza di visione dei leader nostrani. Franco Venturini ha ben spiegato il 31 dicembre su queste colonne i rischi per l’Italia nello scenario libico.

Non serve a consolarci il fatto che siamo in buona compagnia: non esiste al momento un politico europeo che dimostri, al di là degli angusti interessi della propria nazione, consapevolezza della grande questione africana e del peso che essa avrà per noi tutti, nei decenni a venire.

Lasciare che a giocare la partita in Africa siano regimi illiberali come quelli retti da Putin, Erdogan o Xi Jinping sarebbe l’ultima triste prova dell’irrilevanza geopolitica dell’Unione Europea.

Più che litigare sul totem degli sbarchi, maggioranza e opposizione su questo dovrebbero confrontarsi: magari con saggezza bipartisan.

Guerra del tech, Xi risponde «Solo pc cinesi per il governo»

corriere.it
di Guido Santevecchi

Trenta milioni di computer da sostituire in tre anni. Duro colpo per le aziende Usa

Guerra del tech, Xi risponde «Solo pc cinesi per il governo»

L’ordine del Partito sembra una tattica calcistica: «3-5-2». Ma lo schema non è sportivo, è rivolto a tutti gli uffici governativi e alle istituzioni pubbliche cinesi: eliminare computer e software stranieri entro tre anni.

Al ritmo del 30% delle apparecchiature nel 2020, 50% nel 2021 e il restante 20% entro il 2022. Ecco spiegata la formula «3-5-2».

In totale andrebbero rottamati tra i 20 e i 30 milioni di hardware (le componenti fisse dei computer) e il software (i dati che dicono alla memoria come funzionare).

Il Financial Times, che ha ricevuto la notizia da anonimi dipendenti cinesi di agenzie di cyber-sicurezza, osserva che la direttiva del Partito-Stato colpirà i grandi produttori americani del settore, in particolare Hp, Dell e Microsoft e favorirà l’industria tecnologica della Repubblica popolare.

I gruppi tecnologici Usa dei computer ricavano almeno 150 miliardi di dollari all’anno sul mercato cinese, anche se il grosso del fatturato dipende dalle forniture al settore privato e la direttiva autarchica al momento riguarderebbe solo l’amministrazione pubblica, che peraltro ha numeri giganteschi in Cina.

Gli uffici governativi cinesi impiegano già di preferenza materiale fornito dal campione nazionale Lenovo, che ha acquisito la divisione computer della IBM.

I chip per i processori Lenovo sono fatti dalla Intel americana e i dischi fissi dalla Samsung coreana. Nel mondo tecnologico globalizzato definire la nazionalità del prodotto finale è complicato.

Ma sembra chiara la tendenza della Cina, sfidata nella guerra commerciale dall’America di Donald Trump. Una guerra cominciata sul fronte dei dazi ma che ha come obiettivo strategico la supremazia tecnologica.

Quale delle due superpotenze prevarrà è oggetto di speculazione, l’effetto finale che si prospetta intanto è il «decoupling», il disaccoppiamento dei sistemi americano e cinese.

Nel mondo globalizzato e interconnesso l’ipotesi solo cinque anni fa sembrava improponibile, ma la tendenza anti-globalizzazione e unilateralista ha messo all’ordine del giorno il «decoupling», a partire dal commercio dei beni fino alle catene di approvvigionamento per l’industria e alle frontiere dell’innovazione e della tecnologia.

Resta da vedere se il piano di sostituzione dei computer del governo cinese andrà avanti o se si tratti solo di una minaccia.

Le prime mosse le ha fatte l’amministrazione Trump, vietando alle aziende americane di fare affari con Huawei, facendo pressioni sugli alleati perché non aprano le porte al 5G made in China. Washington ormai parla di sottoporre gli «avversari stranieri» a severi controlli per motivi di sicurezza nazionale.

Nel dossier dazi i negoziatori di Trump e Xi Jinping si muovono al rallentatore verso una «fase uno» di accomodamento minimo. Ma nessuno si illude che si possa tornare al «business as usual». Nell’analisi di Pechino la cooperazione è il passato.

Prima della guerra commerciale, dicono gli esperti citati dalla stampa comunista «cooperazione e competizione erano in equilibrio, 50 e 50, ora siamo al 30 contro 70». E soprattutto, prima, l’interdipendenza commerciale agiva da stabilizzatore delle tensioni politiche.

Ora lo «stabilizzatore dei rapporti bilaterali è la forza militare: la paura di distruggersi reciprocamente, non si punta più a raggiungere benefici mutui», sostiene il professore Jin Canrong della Renmin di Pechino.

Il dottore An Gang, ricercatore del think tank Pangoal avverte: «Prima non credevo al decoupling, ma ora ci stiamo arrivando».

Milano capitale morale Perché si può dire

corriere.it
risponde Aldo Cazzullo

Caro Aldo,
ragionando sulla capitale ideale, lei ha citato Torino, Napoli, Firenze e, ovviamente, Roma. Milano è volata via. Ho detto bene: volata, come le anime che vanno in alto. Non riesco a spiegarmi diversamente il suo tacere.

Che Milano sia l’anima d’Italia lo sottolineano le frequenti visite in città del presidente Mattarella. Ma quali sono le ragioni per cui non è mai stata scelta nemmeno come capitale provvisoria?

Sarebbe interessante conoscerle perché forse Milano deve ringraziare la storia. Credo che la prerogativa di essere capitale morale la debba al fatto (storico) di non essere capitale politica.
Alessandro Prandi




Caro Alessandro,
All’inizio del Risorgimento, Torino e Milano erano due medie città europee di circa 140 mila abitanti, molto più piccole di Napoli.

Milano aveva ed era destinata ad avere un immenso prestigio culturale: fulcro dell’illuminismo italiano, città natale e d’adozione dei due artisti più importanti dell’Ottocento, autori del romanzo e delle opere fondativi dell’unità nazionale:

Alessandro Manzoni e Giuseppe Verdi (i due si stimavano moltissimo e il loro incontro fu commovente).

Torino però era la capitale di uno Stato piccolo ma fiero e indipendente, l’unico ad avere una tradizione militare, un arsenale, un esercito, e un genio come Cavour. Milano era occupata dalle truppe

austriache, spesso violente, come quando stroncarono a schioppettate e sciabolate lo sciopero del fumo (ma che furono sconfitte dal popolo in armi nelle Cinque Giornate).

La presa dell’Austria sull’Italia era ferrea: il Lombardo-Veneto faceva parte dell’Impero, i ducati di ParmaPiacenza e Modena-Reggio e il Granducato di Toscana erano pertinenze degli Asburgo, che avevano diritto di veto sull’elezione del Papa.

Il re di Napoli così non facciamo arrabbiare i nostri amici neoborbonici aveva la ferrovia per andare dalla reggia di Napoli a quella di Portici, il bidet e l’oro del Banco, che ovviamente non era dello Stato e tantomeno del popolo ma appunto del sovrano assoluto, i cui cannoni puntavano sulla città e non su invasori che non erano alle viste.

Va riconosciuto però che Napoli fu oggettivamente sfavorita dall’unificazione. Milano ne trasse invece vantaggio. La sua antica tradizione mercantile e le sue relazioni con il Nord-Europa ne uscirono rafforzate.

E la definizione di capitale morale non deve dispiacere: lo si è visto anche martedì scorso in Galleria, con seicento fasce tricolori attorno a Liliana Segre. Questo non deve far dimenticare che Milano fu anche la citt