Evoluzione a Sinistra

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martedì 24 dicembre 2019

Gli assistenti vocali ci ascoltano anche nei momenti intimi: ecco come evitarlo

corriere.it
Alessio Lana

Da Siri ad Alexa a Google Assistant, ecco come disabilitare l'ascolto umano dei messaggi ricevuti da smart speaker, smartphone e smartwatch

Gli assistenti vocali ci ascoltano anche nei momenti intimi: ecco come evitarlo

Ascoltano tutto ciò che diciamo e la loro forza è proprio questa. Gli assistenti vocali, da Siri a Google Assistant passando per Alexa e Cortana, hanno la grande capacità di recepire gli ordini che gli impartiamo con la voce ma per farlo, ovviamente, devono ascoltarci.

Significa che i loro microfoni sono sempre attivi, pronti a cogliere quell'«Ehi...» o quel «Ok... » che li risveglia e questo potrebbe causare qualche inconveniente nei momenti più intimi.

Dietro alle macchine infatti ci sono degli umani che per conto delle varie aziende ascoltano le registrazioni effettuate per controllarle e migliorane il funzionamento.

Gli assistenti gliele inviano a campione e così, tra una registrazione e l'altra, possono recapitare anche qualcosa che preferiamo rimanga privato.
Le testimonianze di chi ci ascolta
A darne conferma sono proprio gli operatori umani. Sentiti da Bloomberg, «ricordano di aver sentito i bambini condividere il loro indirizzo di casa e il loro numero di telefono, un uomo che cercava di ordinare giocattoli sessuali e un ospite a una cena che chiedeva ad alta voce se Amazon li stesse ascoltando».

A quanto pare infatti molti utenti non sono consapevoli che ci possa essere qualcuno dietro a un altoparlante intelligente, uno smartphone o uno smartwatch e così vanno a ruota libera, come se parlassero a un amico intimo.

La faccenda più curiosa (e inquietante) la racconta un «ascoltatore» di Siri al Guardian: il suono delle zip che si aprono attiva l'assistente vocale, principalmente quello dell'Apple Watch.
Limitare i dati di Siri
Per fortuna però c'è una soluzione, almeno per Siri e Alexa. Google per ora si è limitato a bloccare l'ascolto umano delle registrazioni ma non ha opzioni per evitare del tutto l'invio mentre Microsoft

non ha neanche questa possibilità e tutela l'ascolto in tre documenti distinti (ovvero Informativa sulla privacy, Dati vocali nel dashboard per la privacy e Cortana e privacy). Ad ogni modo, per Siri basta andare in Impostazioni, cercare «Privacy» e poi «Analisi e Miglioramenti».

Da qui togliamo la spunta alla voce «Migliora Siri e Dettatura». Per cancellare le registrazioni già effettuate invece cerchiamo, sempre nelle Impostazioni, «Siri e ricerca» e poi «Cronologia di Siri e dettatura».
Come fare con Alexa
La procedura con l'assistente vocale di Amazon è simile. Apriamo sempre l'applicazione e andiamo in Impostazioni. Da qui scegliamo «Privacy Alexa» e poi seguiamo quattro passaggi (dall'alto in basso sulla schermata):

abilitare «Elimina automaticamente le registrazioni», eliminare la cronologia in «Gestisci cronologia...» (Da qui possiamo anche ascoltare tutto ciò che ha registrato), disabilitare sia «Usa le registrazioni per migliorare i Servizi...» che «utilizza i messaggi per migliorare le trascrizioni».

Da ultimo possiamo anche evitare di mettere le casse connesse in camera da letto e magari togliere lo smartwatch prima di andare a letto. Non si sa mai.

Medico di famiglia: orari, visite, ricette (e cosa possono chiedergli i pazienti)

corriere.it
di Cristina Ravanelli

Sale d’aspetto sempre affollate, la necessità di certificare la malattia in un giorno di festa o la richiesta di un «consulto» via sms.

Il rapporto speciale che ci lega al «nostro dottore» non deve far dimenticare che ci sono regole da rispettare. Da entrambe le parti. Come suggerisce un rappresentante della categoria.

Ritrovare il feeling

Medico di famiglia, o meglio medico di medicina generale. Certamente non medico di base, definizione poco amata dalla categoria («E chi sarebbe quello di vertice?», obiettano).

Una figura fondamentale, l’interfaccia tra il cittadino e il Servizio sanitario nazionale, un vero e proprio punto di riferimento. Un rapporto che fino a qualche decennio fa era basato sul «vedere» e «toccare» e che oggi la tecnologia ha rivoluzionato.

Non sempre è idilliaco: «Mi dedica poco tempo», «Riceve solo su appuntamento» si lamentano i pazienti. Dall’altra parte, i dottori devono fare i conti con persone che, in attesa degli accertamenti e della diagnosi, arrivano in ambulatorio con un mix di informazioni raccolte in Rete più o meno attendibili.

 Per ritrovare il feeling e capire quali sono i diritti e i doveri dell’uno e dell’altro, abbiamo rivolto le dieci domande più frequenti a Ovidio Brignoli, medico e vicepresidente della Società Italiana di Medicina Generale (Simg.it).

(Getty Images)
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Come si sceglie quello «giusto»?
Il medico di famiglia opera in convenzione con il Servizio sanitario, ovvero presta il suo servizio in base a specifici accordi.

I cittadini, a partire dai 14 anni (prima c’è il pediatra) hanno il diritto di consultare l’elenco dei medici di medicina generale della propria zona e di conoscere, per ciascun dottore, il curriculum con eventuali specializzazioni, il numero di pazienti

che deve seguire, gli orari di apertura e le caratteristiche dell’ambulatorio, per esempio se lo condivide con altri colleghi o se ha l’assistente che si occupa della parte amministrativa (alcune Asl mettono questi elenchi anche in Rete).

In ogni momento, se ritengono che il dottore scelto non offra un servizio adeguato, possono cambiarlo. «Informare il cittadino è compito dell’Azienda sanitaria, ma il metodo più diffuso per decidere a quale professionista affidarsi rimane il passaparola:

quello con la migliore reputazione è però sempre il più richiesto» spiega Brignoli. Capita quindi di arrivare all’Asl con un nome in testa per poi scoprire che quel medico non ha più posto.

Esiste, infatti, un numero di assistiti per professionista, definito a livello nazionale: il tetto massimo è di 1.500 pazienti per medico (la media italiana è di 1.150 persone per professionista). La suddivisione dei medici avviene su base territoriale.

Chi cambia residenza può mantenere lo stesso professionista, purché l’ambulatorio sia nello stesso ambito. Nessun paziente può essere rifiutato, ma il medico può ricusare un assistito nel momento in cui sorgano problemi che mettono in discussione il rapporto fiduciario.



Quanti giorni a settimana sta in ambulatorio?
Il medico di medicina generale deve essere presente in ambulatorio tutti i giorni feriali, ovvero cinque giorni alla settimana.

L’orario dipende dal numero di assistiti: chi ne ha fino a 500 deve garantire almeno un’ora al giorno; fino a mille si passa a due ore al giorno e fino a 1.500 pazienti la presenza deve essere di almeno tre ore al giorno (gli orari, con il nominativo del medico, vanno esposti all’ingresso dello studio).

«La presenza deve comunque essere definita anche in relazione alle necessità dei pazienti e all’esigenza di assicurare una prestazione corretta ed efficace. E tutte le persone che accedono all’ambulatorio devono essere ricevute: se un assistito si reca dal medico, significa che ha bisogno.

Non può essere mandato a casa solo perché si è sforato l’orario» afferma Brignoli.

(iStockphoto)
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È corretto che riceva solo su appuntamento?
La questione degli appuntamenti è tra le più spinose: si deve trovare il punto d’incontro tra l’esigenza del medico di non sovraffollare l’ambulatorio e l’impossibilità per i pazienti di prevedere la malattia.

Non potrebbe ricevere solo su appuntamento, ma è ormai una consuetudine. Ha però l’obbligo di ricevere le «visite non differibili», che non sono le emergenze (per quelle c’è il Pronto soccorso). «Credo che la soluzione migliore sia l’ambulatorio misto.

Bisogna riservare qualche giorno per gli appuntamenti in modo che i malati cronici, ovvero quelli che sanno quando andare dal medico, possano organizzarsi. Il vantaggio degli appuntamenti è evidente anche per i pazienti: sanno di avere un tempo dedicato.

Tutti i giorni, però, ci sono assistiti che non avevano previsto di andare dal medico, e certo non possono essere mandati via. Il problema è che esistono ancora professionisti che fanno esclusivamente appuntamenti oppure esclusivamente ambulatorio libero» dice Brignoli.

(Fotolia)
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Quanto deve durare una visita?
Le code in ambulatorio sono un altro punto critico. «Il tempo minimo ragionevole da dedicare al paziente è un quarto d’ora. Il vantaggio del medico di medicina generale è proprio quello di conoscere bene chi gli siede di fronte.

Serve più tempo invece per inquadrare il paziente all’inizio, per questo il primo incontro, invece, può durare anche mezz’ora» spiega Ovidio Brignoli.
La tecnologia aiuta a ottimizzare i tempi? «I certificati di malattia vanno trasmessi online e questo significa che tutti i medici sono in rete.

Molti sono anche dotati di specifici software che permettono di aggiornare la scheda sanitaria di ogni assistito, consultabile in qualsiasi momento perfino anche da altri dispositivi come il tablet o gli smartphone» dice il dottore.

(iStockphoto)
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Chi certifica la malattia nel weekend?
Da qualche anno il medico di famiglia non ha più l’obbligo di disponibilità il sabato.

Chi ha bisogno, magari perché è di turno durante il weekend e deve procurarsi il certificato di malattia per giustificare l’assenza dal lavoro, deve rivolgersi al servizio di Continuità assistenziale (Guardia medica): è attivo il sabato e la domenica dalle 8 alle 20; durante la settimana dalle 20 alle 8.

«Quando si sceglie il medico, l’Asl fornisce anche il numero della Guardia medica di zona» spiega Brignoli. E precisa: «Nulla comunque vieta ai medici di tenere aperto l’ambulatorio anche il sabato. Chi non lo fa, ha l’obbligo di ricevere il venerdì pomeriggio».

C’è poi la questione dei giorni prefestivi: chi decide di tenere chiuso l’ambulatorio nel giorno prefestivo, deve essere in studio il pomeriggio del giorno precedente. La domenica e i festivi, invece, sono sacri per il medico di famiglia.

(Ansa)
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«Posso chiamarlo sul cellulare?»
Gli appuntamenti possono essere fissati sia al telefono, sia con altre modalità, che il medico comunica agli assistiti insieme agli orari di disponibilità in ambulatorio.

Da una parte il medico ha la necessità di farsi rintracciare il più possibile per stabilire e conservare un rapporto di fiducia con il paziente, dall’altra deve comunque assolvere a tutti i suoi compiti: se sta visitando, non potrà rispondere a un altro paziente.

Per quanto riguarda l’invio di ricette via mail non c’è una norma, molti lo fanno ma è una libera scelta dei medici. Oggi, poi, c’è la possibilità di mandare messaggini, magari con la foto di un’eruzione cutanea o il referto di un esame: il medico deve dare il numero di cellulare?

«Non c’è una norma. Di sicuro è meglio non fare diagnosi al telefono. Io, però, dò il numero di cellulare ai pazienti. E rispondo sempre agli sms: vuol dire che dall’altra parte c’è una persona con una forte preoccupazione.

Il fatto di mandare un cenno ha comunque la funzione di tranquillizzarla» sostiene Brignoli.



Quando si può chiedere una visita a domicilio?
La richiesta va fatta tra le 8 e le 10 e la visita va effettuata entro le 14. Il paziente può chiedere una visita anche più tardi: il medico deve farla entro il giorno seguente.

Le visite a domicilio sono gratuite, a meno che il professionista non reputi ingiustificata la richiesta: in questo caso può decidere di farla pagare. Brignoli non ha dubbi: «Le richieste di visita a domicilio vanno assolutamente assolte.

Vorrei sottolineare che sono pochissime e sempre legate a eventi acuti che impediscono all’assistito di muoversi (coliche, febbri con temperature elevate).

L’altro giorno ho visitato un paziente anziano con una neoplasia. La moglie mi ha detto: “Dottore, quando mio marito la vede, per una settimana sta meglio”. Ecco, significa che una visita a domicilio può fare molto per una persona malata.

Io non ho mai avuto problemi in trent’anni di studio. È il medico che deve relazionarsi con i propri assistiti dando regole chiare».

(Getty Images)
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Quando si è lontani da casa è possibile farsi visitare da un altro medico?
Chi si ritrova eccezionalmente al di fuori del Comune di residenza, può rivolgersi a un medico di famiglia diverso dal proprio ed essere visitato a pagamento.

Il costo della prestazione è di 15 euro se è svolta in ambulatorio, sale a 25 euro se si tratta di una visita a domicilio. Per soggiorni superiori a tre mesi si può scegliere un medico temporaneo.

Per farlo bisogna farsi rilasciare dall’Asl la revoca del medico di famiglia del luogo di residenza e presentarsi all’Azienda sanitaria del luogo di soggiorno: il permesso viene riconosciuto da tre mesi a un anno, ma in seguito è possibile ottenere altri rinnovi.

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Per quali servizi il medico deve essere pagato?
Esiste un tariffario, previsto dall’Accordo nazionale, che elenca i certificati a pagamento con importi predeterminati e che deve essere esposto in ambulatorio. Il costo di ogni certificato, però, non è fisso: per quello sportivo si va da 30 a 50 euro.

Poi ci sono i certificati gratuiti come quello per la riammissione a scuola dopo la malattia o per giustificare l’assenza dal lavoro.

Fuori dall’orario di ambulatorio, invece, il medico di famiglia diventa un libero professionista e quindi può fare visite a pagamento, avvalendosi della sua specializzazione, anche ai suoi assistiti. Sono invece da escludere le prestazioni private durante l’orario di ambulatorio.

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Il medico è obbligato ad aderire alle campagne vaccinali?
Le vaccinazioni possono essere gratuite, come nel caso di quella antinfluenzale per gli over 65, i malati cronici e le categorie a rischio (per esempio, il personale sanitario) e le donne durante la gravidanza: il medico la esegue, la certifica ed è pagato dall’azienda sanitaria.

«Non c’è alcun obbligo, ma molti medici lo fanno. Credo sia un servizio fondamentale da garantire ai propri pazienti» sostiene Brignoli.

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A un hacker bastano 10 minuti, un pc e una connessione internet per prendere il controllo di una nave. E magari trasformarla in un’arma

repubblica.it
Francesco Bottino

Pensate che per prendere il controllo di una struttura complessa, come per esempio una nave mercantile, siano necessarie ore di lavoro di un team di ‘nerd’ e tecnologie avanzatissime?



Sbagliate: sapendo come muoversi, bastano 10 minuti, un semplice PC portatile e una qualsiasi connessione internet.

 Lo ha dimostrato Gianni Cuozzo, Amministratore delegato di Aspisec ed esperto consulente in tema di cyber risk (con un passato che lui stesso ha definito “border-line”), che durante il convegno ‘Le rotte digitali del trasporto IoT e big data: opportunità

e rischi della digital transformation’ organizzato a Genova dal quotidiano locale Il Secolo XIX, ha realmente hackerato una ignara petroliera in navigazione nel Mar Adriatico.

L’attacco in diretta
La dimostrazione, che ovviamente aveva solo uno scopo ‘didattico’ e non ha causato alcun danno al mezzo, scelto peraltro a caso, ha richiesto solo pochi minuti. Cuozzo, con pc portatile e connessione forniti per l’occasione dall’Autorità di

Sistema Portuale genovese che ospitava l’evento, ha individuato la nave e le caratteristiche del suo sistema informatico tramite due portali open-source facilmente accessibili a tutti.

A quel punto, l’informatico ha notato come una delle porte del sistema, quella relativa al protocollo AIS (per il tracking satellitare della nave) non fosse protetta da alcun firewall, e quindi costituisse di fatto un varco non presidiato. L’unico ostacolo restava quindi la password, scoperta al primo tentativo: un semplice ‘1234’. “

Pensate che il 70% dei dispositivi elettronici esistenti al mondo è protetto dalle password impostate di default dal produttore, che sono più o meno sempre le stesse” ha spiegato Cuozzo alla platea, commentando in diretta l’attacco simulato.Esattamente il caso della nave scelta casualmente come ‘bersaglio’ di questa dimostrazione.

“A questo punto siamo dentro il sistema di controllo della nave, e potremmo manovrare da questa sala (la Sala delle Compere nel rinascimentale Palazzo San Giorgio, sede dell’authority) tutte le attività di bordo, senza che nessuno se ne accorga.

Mediamente, infatti, un’azienda si rende conto di essere stata attaccata dai 6 ai 12 mesi dopo il fatto” ha aggiunto Cuozzo.
Danni e contromisure
Ma è sempre così facile hackerare una nave e, potenzialmente, utilizzarla come ‘arma’, magari mandandola a schiantarsi contro qualche obiettivo sensibile? Spesso potrebbe esserlo, e molto dipende da una questione di cultura:

“In questo caso siamo riusciti a prendere il controllo della nave perché nessuno aveva mai cambiato le password di base. La falla origina da un ‘errore umano’, o comunque dalla scarsa consapevolezza rispetto a questa tipologia di rischi”.

Eppure, i danni causati da un attacco hacker possono essere molto ingenti. Se ne è accorta per esempio Maersk Line, prima compagnia al mondo nel trasporto di container, vittima di un attacco informatico che la scorsa estate ha bloccato per giorni l’operatività di navi e terminal portuali.

Uno ‘scherzetto’ che è costato alla società quasi 300 milioni di dollari di perdite in un solo trimestre. Come fare per difendersi? “Innanzitutto bisogna sempre aggiornare tutti i software di protezione ha consigliato Cuozzo ma questo non è sufficiente.

Le aziende devono dotarsi di personale specializzato in grado di coordinare la sicurezza informatica e soprattutto di valutare se e quanto i sistemi di protezione acquistati dai fornitori sino effettivamente adatti alle proprie esigenze e realmente efficaci”.

La satira del giorno: la raccolta

ilgiornale.it


Giovanni Zola Ven, 15/11/2019 - 07:52 Fonte:Giovanni Zola

La discarica più grande del mondo è già piena (con 25 anni di anticipo). E ora la Cina è nei guai

repubblica.it
Luciana Grosso


La discarica di Jiangcungou. Foto da sixthtone.com
Avrebbe dovuto risolvere il problema dei rifiuti della regione dello Shaanxi fino al 2044, invece è già sold out.

Finisce così, con 25 anni di anticipo, la storia della discarica di Jiangcungou, un impianto monstre grande come 100 campi da calcio e profondo 150 metri con una capacità di stoccaggio di oltre 34 milioni di metri cubi, sorta nella provincia nordoccidentale della Repubblica Popolare Cinese.

L’impianto avrebbe dovuto raccogliere circa 2500 tonnellate di rifiuti al giorno, ma le cose però non sono andate come previsto, perché le tonnellate di rifiuti arrivate quotidianamente sono state circa 10 mila. E ora nella discarica non c’è più posto nemmeno per uno spillo.

I motivi di questo overcrowding sonosostanzialmente tre:
  • il primo è che parte dei rifiuti delle altre discariche (a loro volta piene) hanno preso a essere conferiti lì.
  • il secondo è che i cinesi riciclano molto poco, circa il 30% dei rifiuti (l’Italia, per dire, è al 76%).
  • il terzo è che negli ultimi anni è stata registrata una crescita esponenziale della produzione di rifiuti in Cina: nel 2017, per esempio la Cina ha creato 215 milioni di tonnellate di rifiuti domestici urbani. Solo  10 anni prima erano 152 milioni.
Tanti sì, ma non tantissimi, se si pensa che gli USA, il maggior produttore di rifiuti del mondo, producono ogni anno 2 miliardi di tonnellate di spazzatura. Buona parte delle quali (almeno fino al 2017, poi la pratica è stata interrotta) venivano esportate proprio in Cina.

E poi è logico che le discariche si riempiano.

La fatuità della rete che esalta le sciocchezze

corriere.it
risponde Aldo Cazzullo

Caro Aldo,
sorpresi dal successo, i due ventenni che hanno realizzato il tormentone «Io sono Giorgia» si sono sentiti in dovere di precisare che era loro intenzione prendere per i fondelli la leader di Fratelli d’Italia. Perché ho l’impressione che avrebbero fatto miglior figura a non precisarlo? Forse perché per i fondelli li ha presi il loro stesso tormentone?
Mario Taliani, Noceto


Caro Mario,
Non metto in dubbio che gli autori del video volessero prendere in giro Giorgia Meloni. È certo però che le abbiano fatto un favore.

In genere, tutto quello che induce a sorridere dei leader politici, senza far loro male, accresce la loro popolarità e attira l’attenzione dei cittadini la maggioranza degli italiani e la grande maggioranza dei giovani che non seguono la politica.

La sua lettera però mi induce a riflettere sulla fatuità della Rete. Sono convinto che la maggioranza dei navigatori non si connetta per informarsi.

Le motivazioni con cui si solca il vasto mare del web sono conoscere persone dell’altro sesso (o dello stesso a seconda delle inclinazioni) e dare sfogo al proprio narcisismo.

Ognuno vuol far sapere al mondo quello che pensa, vede, mangia; e siccome al mondo di noi non importa molto più di nulla, questo genera frustrazione, talvolta livore. Il cellulare è il moderno specchio di Narciso. Che cosa riesce a rompere la coltre dell’indifferenza e dell’autoreferenzialità? Le tragedie di un popolo?

Le grandi storie personali? I fenomeni mondiali? Ma no. In Rete funziona soprattutto la fuffa. Più una cosa è inutile e irrilevante vedi il video della Meloni  più avrà successo, fino a venire promossa al rango della genialità; come se Chiara Ferragni fosse il nuovo Caravaggio.
 
La commozione che intere generazioni di donne e di uomini avevano provato di fronte alla grandezza degli esseri umani e delle loro opere si muta in fatuo divertimento di fronte allo sciocchezzaio.

Avete presente quando in autostrada si crea la coda di curiosi che scrutano l’incidente accaduto nell’altra corsia? Ecco: Internet è l’incidente.

Il viaggio del primo hotel galleggiante al mondo. Costruito per l’Australia, finito in Corea, potrebbe essere demolito da Kim Jong-un

repubblica.it
Sharon Masige


Barrier Reef Holdings

  • Il primo albergo galleggiante al mondo, che si trovava a Townsville, Australia, sta affrontando delle ristrutturazioni in seguito alle critiche da parte del leader nordcoreano Kim Jong-un.
  • Attualmente, l’hotel è ormeggiato presso il Mount Kumgang Resort in Corea del Nord, ma Kim Jong-un ha condannato le sue attrezzature “sciatte”.
  • Kim Jong-un ha anche richiesto un loro rinnovamento e la realizzazione di nuove al loro posto.
Il primo hotel galleggiante, che era stato costruito per l’Australia, è finito sotto attacco da parte del leader nordcoreano. Precedentemente noto come Four Seasons Barrier Reef Floating Resort, l’hotel è stato in Australia prima di fermarsi definitivamente in Corea del Nord.

L’albergo è stato costruito a Singapore ed è arrivato in Australia il 19 gennaio 1988. A quanto riferito da ABC, il primo albergo galleggiante al mondo, i cui ponti ospitano piscine, campi da tennis, bar, nightclub e ristoranti, è stato ormeggiato a Townsville, Australia.

Il curatore del Townsville Maritime Museum Robert de Jong ha detto a Business Insider Australia che il resort era raggiungibile tramite elicottero o catamarano.


Barrier Reef Holdings
Però, De Jong ha spiegato che commercialmente, l’albergo galleggiante non è stato un successo.“Probabilmente era un po’ troppo caro”, ha detto a Business Insider. “E non c’era poi così tanto da fare.

Per una coppia americana di mezza età che non fa immersioni, c’era da vedere il Pacifico e solo il Pacifico. Probabilmente, un po’ monotono”.

Ha anche accennato ad altri fattori che scoraggiavano il soggiorno, tra cui il clima avverso i cicloni e la distanza a cui si trovava da Townsville, una novantina di chilometri.

Dopo circa un anno in Australia, l’hotel è stato venduto a una compagnia vietnamita che opera sotto il nome di ‘Saigon Hotel’.

“Senza clamore e senza pubblicità, è semplicemente scomparso per riapparire a Ho Chi Minh dove è diventato il Saigon Hotel che ha avuto un immenso successo perché ormeggiato in porto”, ha aggiunto De Jong.

Sempre secondo ABC, l’albergo è rimasto aperto per quasi 10 anni in Vietnam prima di essere venduto a una compagnia sudcoreana, che l’ha ribattezzato Haegumgang Hotel. Da qui è finito nella località presso il Monte Kumgang in Corea del Nord.

Il Guardian riferisce che il Mount Kumgang Resort è stato in passato il simbolo della cooperazione tra le due Coree: dopo la guerra di Corea, era il luogo dove le famiglie della Corea del Nord e del Sud potevano ricongiungersi.

Le visite al resort dalla Corea del Sud sono state sospese nel 2008, quando un soldato nordcoreano ha sparato a una donna che stava entrando in quella che era dichiarata come zona riservata, secondo NK News.

Adesso, il futuro dell’hotel galleggiante è incerto. Il leader nordcoreano Kim Jong-un ha compiuto un’ispezione al Mount Kumgang Resort, che ospita l’Haegumgang Hotel, e, secondo il Guardian, ha detto che l’opinione che il resort sia proprietà comune è errata.

“Il Monte Kumgang è un nostro territorio conquistato con il sangue e persino una sua scogliera o un suo albero sono simbolo della nostra sovranità e dignità”, avrebbe detto Jong-un.

Jong-un ha detto anche che gli edifici sul versante meridionale della proprietà “sono soltanto un guazzabuglio assolutamente privo di carattere nazionale”, stando al Pyongyang Times, e ha condannato gli edifici, dicendo che erano “davvero arretrati in quanto ad architettura” e “sciatti”.


Kim Jong-un vicino all’hotel galleggiante. Immagine Pyongyang Times
Jong-un avrebbe richiesto la soppressione degli “impianti sgradevoli” e la costruzione di più moderni, che “si adattino allo scenario naturale” dell’area. De Jong ha detto ad ABC che molti australiani che vi hanno lavorato o l’hanno visitato, provavano nostalgia per l’hotel.

Ha detto che la notizia sull’albergo non era sorprendente. “Non è stato costruito per durare in eterno”, ha detto ad ABC. “Ovviamente, in Corea del Nord non è più utile e non credo che qualcuno abbia voglia o sia interessato a prenderlo e attraccarlo da qualche altra parte”.

De Jong ha detto anche a Business Insider Australia che da quando l’hotel era stato costruito, ne sono stati realizzati dozzine di simili in tutto il mondo. “Li chiamiamo semplicemente navi da crociera”, ha detto. Sembra proprio che un vero addio al primo hotel galleggiante sia imminente.

Banda della Magliana, vita dei boss sopravvissuti tra nuovi hobby (innocui) e malanni

corriere.it
di Fabrizio Peronaci

I banditi scampati alle vendette sono quasi tutti liberi. Chi fa l’attore, chi il cuoco, chi come l’«Accattone» scrive libri. E intanto il pentito Abbatino vive nel terrore

Dall’alto, ex boss della banda della Magliana sopravvissuti: Marcello Colafigli, Renzo Danesi, Antonio Mancini, Fabiola Moretti, Raffaele Pernasetti e Maurizio Abbatino
Dall’alto, ex boss della banda della Magliana sopravvissuti: Marcello Colafigli, Renzo Danesi, Antonio Mancini, Fabiola Moretti, Raffaele Pernasetti e Maurizio Abbatino

Molti, quasi tutti, all’età delle passeggiate nel parco col nipotino non ci sono arrivati. La loro scellerata corsa criminale si è fermata prima, al tempo in cui si sentivano invincibili: «a bocca sotto» sull’asfalto, freddati da una raffica di revolverate per mano di ex amici o clan rivali.

Elenco lunghissimo: da Franco Giuseppucci detto «Er Negro» (1980) a «Renatino»De Pedis (1990), fino ad Angelo Angelotti, noto nell’ambiente come «il Giuda», mandato al Creatore nel 2012. Banda della Magliana: una saga infinita di sangue. Intanto gli altri, i malacarne arrestati, assistevano alla mattanza dalle patrie galere.

Si passavano voce di cella in cella. Talvolta esultavano, se a cadere era stato un nemico.

Ma tutti in cuor loro pur senza ammetterlo benedicevano il giorno in cui le «guardie» se li erano «bevuti». Perché basta farci l’abitudine e dal purgatorio si esce, prima o poi. E infatti. Quel momento è arrivato.

Dopo un bel po’ di anni al «gabbio» (chi venti, chi trenta, i pentiti molti meno) quasi nessuno dei vecchi boss o luogotenenti è ancora dentro. Incanutiti, ingrassati, alle prese con i controlli periodici alla prostata e ai livelli di colesterolo.

Ma vivi. E neanche troppo scontenti, in fondo. Specie quelli che, grazie ai programmi di rieducazione, hanno trovato il modo di coltivare qualche interesse.

Renzo Danesi oggi
Renzo Danesi oggi

Il precursore è stato Renzo Danesi, tra i fondatori della «bandaccia», sulle spalle una doppia condanna a 20 e 25 anni per il sequestro del conte Grazioli (concluso con la morte dell’ostaggio) e al termine del processo scaturito dall’operazione Colosseo (1993).

«Er Cabbajo» s’era fatto notare come un buon attore già a Rebibbia, da dove usciva con la compagnia stabile «Assai» per partecipare all’Estate romana o ad altre manifestazioni. Poi, dal 2015, una volta tornato a casa al Trullo, la carriera ha preso il volo. «Già da bambino facevo teatro, è una passione che ho sempre avuto».

Peccato che nel periodo di mezzo si sia dedicato agli atti più efferati... «Ho capito di aver sbagliato da tantissimo tempo. Il nostro gruppo ha iniziato con le rapine per poi arrivare ai crimini più brutti, che visti col senno di poi non rifaresti». Il teatro come terapia: «Oggi recitare mi diverte, scrivo anche i testi...»

E il pubblico apprezza: in cartellone a Rocca di Papa, per l’aprile 2020, c’è lo spettacolo «Roma criminale», regia di Antonio Turco. Attore protagonista? Renzo Danesi. Chi meglio di lui...

Il «Palletta», al secolo Raffaele Pernasetti, testaccino e amico fraterno del boss De Pedis, quattro ergastoli («ma tre me li hanno annullati in appello») e 22 anni di carcere sul groppone, sempre sull’arte punta, ma culinaria.

Fin da quando beneficiò dei primi permessi, nel 2012, il fu rapinatore di banche e sicario dalla mano fermissima scelse la cucina come luogo della rinascita: in particolare quella del ristorante di famiglia «Da oio a casa mia», in via Galvani, dove

la nipote Cristina lo adora, premette che «mio zio ha pagato per tutti, è una persona cambiata, e oggi è diventato uno chef bravissimo, attento agli alimenti naturali, e come lo cucina lui, il baccalà, non ci riesce nessuno».

Peccato per la salute. In una pausa dai suoi intingoli, è lo stesso Pernasetti a rispondere al telefonino. Lo slang romanesco è sempre quello: «Ahò, ma voi giornalisti quann’è che ve scordate de me? Ormai so’ sur viale del tramonto, zoppico, colpa dell’artrosi...» Progetti al di là dei manicaretti? Forse un libro sugli anni ruggenti al fianco del Dandi?

«E tu come lo sai? Sì, c’ho pensato. E sta’ sicuro che se parla Pernasetti vie’ giù tutto... Ho cominciato a scrive’, però so’ stanco, me fanno male le gambe...»

Maurizio Abbatino oggi
Maurizio Abbatino oggi

Guai fisici affliggono anche il pentito Maurizio Abbatino, 65 anni, il «Crispino» (per i capelli ricci) dei tempi andati, che sul cellulare ha un programma impostato sulle scadenze delle pastiglie quotidiane

(lui stesso raccontò in un’intervista di essersi iniettato il virus dell’Aids tramite il sangue di un detenuto a Rebibbia, per essere trasferito in clinica ed evadere).

Di recente a Raffaella Fanelli, nel libro «La verità del Freddo», Abbatino ha confidato la sua matematica certezza che prima o poi verrà ucciso per vendetta («sono un morto che cammina»).

Nell’attesa, in seguito alle rivelazioni sull’omicidio Pecorelli e alle minacce giunte al suo avvocato (Alessandro Capograssi), ha lasciato Roma.

Gli unici sfizi che si concede sono il look da figurino, completi impeccabili con tanto di foulard, e per scaricare la tensione «la guida come un pazzo, ad altissima velocità: io ci sono stata sulla sua Golf e non vedevo l’ora di toccare terra», testimonia la Fanelli.

Un altro che non disdegna di finire in copertina è Antonio Mancini, «l’Accattone», così ribattezzato in quanto estimatore di Pier Paolo Pasolini, capo (e pentito) storico della banda: dopo l’uscita di galera, ha lavorato per un’associazione pro-disabili a Jesi, nelle Marche, e dal 2015 fatto parlare di sé in

quanto autore (con Federica Sciarelli) della sua biografia dannata («Con il sangue agli occhi») e poi del romanzo, scritto da solo, «Qualcuno è vivo», una storia di «mala» frutto di fantasia, ambientata negli anni Sessanta a San Basilio, borgata natia.

Non solo nostalgia e voglia di riscatto, però. I modi bruschi restano, se li hai nel sangue: Fabiola Moretti, un’altra pentita nonché ex donna dei boss, da Danilo Abbruciati allo stesso «Accattone», a fine 2015 tornò sulle cronache per aver accoltellato il fidanzato di sua figlia, che non le andava a genio, in zona Santa Palomba.

Modi spicci che invece Marcello Colafigli detto «Marcellone», altro recordman di condanne tuttora recluso, giura di aver rinnegato. «Io non ho mai ucciso e so’ l’unico dentro», non fa

che ripetere al suo avvocato Gianluca Pammolli, che ha presentato istanza per una misura alternativa al carcere e promosso una class action alla Corte europea sui diritti degli ergastolani. Il suo assistito, per ora, fa il buono.

Tiene a bada la micidiale forza fisica, che in gioventù gli consentì di incrinare un vetro blindato con un pugno, e in cella si dedica alla lettura: dopo il «Codice da Vinci» si è appassionato ai romanzi di Wilbur Smith, e deve essere un modo per continuare a vivere avventure incredibili, finalmente innocue, di sola fantasia.