Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

lunedì 16 dicembre 2019

Ladri rubano un hard disk contenente le informazioni bancarie di 29 mila dipendenti Facebook

lastampa.it

Un banale furto nell’automobile di un impiegato dell’azienda ha esposto le informazioni personali di decine di migliaia di persone



Una nuova violazione di dati personali colpisce Facebook, ma stavolta le vittime sono gli stessi dipendenti dell’azienda.

Come riportato da Bloomberg, il mese scorso dei rapinatori hanno scassinato l’automobile di un responsabile del dipartimento pagamenti di Menlo Park, sottraendo un hard disk che conteneva le informazioni bancarie di circa 29 mila dipendenti delle sedi statunitensi del social network.

All’interno del disco, non protetto in alcun modo né cifrato, erano conservati nomi, indirizzi, numeri di conti bancari e le ultime quattro cifre dei social security numbers del personale, il quale è stato informato via mail del fatto pochi giorni dopo la scoperta. 
  
Un portavoce di Facebook ha fatto sapere che sono al lavoro con le forze dell’ordine, coinvolte per investigare sul furto.

«Non abbiamo notato alcuna prova di abuso di quelle informazioni e crediamo che si trattasse di una semplice infrazione e non di un tentativo di sottrarre le informazioni dei nostri dipendenti».

Misure sono state adottate anche nei confronti del dipendente al quale è stata sottratta la valigetta di lavoro contenente l’hard disk, il quale non avrebbe dovuto portare fuori dall’azienda tali informazioni.

Mentre ai dipendenti coinvolti è stata offerta una sottoscrizione di due anni a un servizio di monitoraggio e prevenzione dei furti di identità, dal momento che il solo social security number nel sistema statunitense sarebbe sufficiente a stipulare prestiti e aprire conti in banca.

Renzi e il mistero dei Nutella biscuits nel tubo

repubblica.it
di LUCA BOTTURA

Il leader di Italia viva twitta una foto con i famosi biscotti. Giubilo. Ma la confezione è diversa dalla busta nelle mani dei più.
Renzi e il mistero dei Nutella biscuits nel tubo

Dopo Salvini che minaccia di boicottare le nocciole turche pro domo social e poi fa marcia indietro (forse ha scoperto che costavano troppo in fogli di via) ecco Matteo Renzi mostrare orgoglioso su

Twitter una confezione dei preziosi “biscuits”, che pare possano pure definirsi biscotti, con tanto di hashtag giovanilistico che pare scippato a Max Pezzali: #tantaroba.

La notizia può suscitare diverse reazioni: chissenefrega, sticazzi, me ne sbatto, e via andando. L’importante è non ricordare che il tassello al cacao era probabilmente l’unico mancante per stabilire che lui e quell’altro sono la stessa persona.

Poi arriva la Bestiolina e mi apre un barnum sulla mia personale frutta secca, quindi passo.Ma se sono qui a scriverne ci sarà un perché. E vorrei riscoprirlo non stasera, ma subito.
Ed è un perché del tubo.

Renzi e il mistero dei Nutella biscuits nel tubo

Chiunque abbia potuto tuffare gli incisivi sulla deliziosa cialda, l’avrà infatti estratta da una busta, simile a quelle “sempre in piedi” che un altro italico vanto, Rocco Siffredi, propugna nei suoi spot.

Il nostro no. Il nostro brandisce appunto un tubo disponibile solo all’estero e in alcuni selezionati punti vendita italiani in cui viene testata la nuova confezione.

Del resto quella attuale è solo il più grande successo alimentare degli ultimi 6000 anni, giusto sperimentare. A questo punto addentriamoci nel “giallo” come se davvero ce ne calesse qualcosa.

Prima ipotesi (la chiameremo ipotesi ufficiale): Renzi esce di casa a fare la spesa, come di consueto, e per puro caso si imbatte in uno dei rari esercizi che vendono il raro tubo. Lo acquista e lo posta. Oppure l’ha comprato al duty free in Arabia Saudita.

Seconda ipotesi: la Ferrero manda a Renzi un omaggio, ma è un omaggio del tubo. Quello è comunque entusiasta del dono, e si improvvisa testimonial. Del resto a Masterchef s’è liberato il posto di Bastianich. Hai visto mai.
 
Terza ipotesi quella di Marco Travaglio – Renzi si è introdotto nottetempo negli stabilimenti della casa dolciaria e, mentre la Boschi gli faceva da palo e il padre disattivava gli allarmi, ha trafugato un congruo numero di biscotti altrimenti non disponibili nei supermercati.
 
Qualunque sia la verità, resta il dato più consolatorio che si nasconde (anche) dietro questa irrilevante vicenda: fortunatamente, la politica italiana non è immersa in quel che pensate.

È Nutella.

Da Fonzie che scrive libri per bambini a Richie che diventa regista premio Oscar: che fine hanno fatto i volti di «Happy Days»

corriere.it
di Chiara Maffioletti

I protagonisti del telefilm degli anni Settanta si sono ritrovati 45 anni dopo l’inizio di quella avventura. Ognuno, poi, ha seguito la sua strada. Non tutti con lo stesso successo

Arthur «Fonzie» Fonzarelli

Idolo incontrastato per generazioni e generazioni, questo meccanico di moto e di automobili in giacca di pelle incarnava il tipico latin lover di successo. Oltre che l’amico che tutti vorremmo. Meno maledetto di James Dean ma abbastanza fuori dagli schemi per contrapporsi agli ideali spesso troppo borghesi dei signori Cunningham.



Henry Franklin Winkler
Henry Franklin Winkler ha continuato a recitare, ritrovando però un discreto successo solo negli ultimi anni, in serie come «Barry». Parallelamente, Winkler ha avviato la sua carriera di scrittore, specie di libri per bambini.



Richie Cunningham
Richie Cunningham, è il miglior amico di Fonzie. Classicissimo esempio del bravo ragazzo, studioso e serio, anche se allegro e studioso. Nasce come il protagonista delle serie tv.



Ron Howard
E’ praticamente l’unico interprete del telefilm ad aver fatto quasi dimenticare i suoi inizi. Oggi Ron Howard è un regista affermatissimo, vincitore del premio Oscar per la miglior regia con «A Beautiful Mind», del 2001. Ha 65 anni.



Warren «Potsie» Weber
Simpatico e con velleità fascinose, in «Happy Days» Potsie era fidanzato con Jennifer, interpretata dal’attrice Lorrie Mahaffey, che Anson sposerà nella vita reale nel 1978, anche se i due divorzieranno nel 1986. Nella serie era anche inseparabile da Ralph.



Anson Williams
Oggi ha 70 anni ma da tempo ha deciso di orientare la sua carriera alla regia, diventando anche produttore. Tra i film tv e le innumerevoli sit-com televisive che ha diretto ci sono titoli come «Beverly Hills 90210», «Melrose Place», «Streghe», «Star Trek Deep Space Nine», «Star Trek Voyager».



Ralph Malph
Ralph Malph era l’amico buono e un po’ ingenuo, che faceva quasi svettare per sagacia Richie” Cunningham.



Don Most
Oltre che attore, anche se in ruoli secondari, Don Most è oggi un noto doppiatore, soprattutto di cartoni animati



Marion
Dolce, affettuosa, la regina del focolare, come accadeva in quegli anni. Marion Cunningham è stata la mamma d’America negli anni del longevo telefilm: dal 1974 al 1984.



Marion Ross
Marion Ross, 91 anni, ha continuato a recitare, anche se in ruoli che le hanno dato meno popolarità rispetto a quello di «Happy Days». Il suo ultimo è del 2013, nel film tv «Il mistero delle lettere perdute - Miracolo di Natale».

Bobo Craxi: «Ma quale tesoro? Mio padre ci lasciò sul lastrico»

corriere.it
Francesco Battistini

Il figlio di Bettino racconta a 7 la sua vita accanto allo scomparso leader socialista, le frizioni, le lezioni imparate, la speranza in una riabilitazione postuma: «Venite tutti ad Hammamet per il ventesimo anniversario della morte»

Bobo Craxi: «Ma quale tesoro? Mio padre ci lasciò sul lastrico»
Vittorio Michele Craxi, detto Bobo, nato nel 1964. Qui con il padre Bettino e la madre Anna Maria: è il 1975 (foto Archivio/A3/Contrasto)

In questa intervista Bobo Craxi racconta a Francesco Battistini gli anni vissuti accanto al padre.

Della figura di Bettino Craxi ha scritto su 7 Vittorio Zincone stanno tentando di riappropriarsi diversi politici di oggi: da Renzi a Salvini a Giancarlo Giorgetti «Come cammina, come parla.

Sì, sembra proprio lui...». Un giorno di primavera tunisina, Bobo ha visto rivivere suo papà: «Ero ad Hammamet. Al piano terra giravano il film. Sono sceso. C’era il nostro vecchio Amida commosso: dopo anni, rivedeva Craxi muoversi per le stanze...

Allora ho stretto la mano a Pierfrancesco Favino, il protagonista, il mio “papino”. Identico. Impressionante».

Il film «Hammamet» sta per uscire...
«La grande metafora del potere che finisce nella polvere. Il dramma d’un uomo sconfitto e in cattività.  La storia di mio padre non si può assorbire in due ore di cinema, ma la sceneggiatura tocca il cuore. Anche se non combacia con la realtà.

Diciamo che Gianni Amelio s’è preso qualche licenza poetica. Per esempio su mia sorella: Stefania ebbe una forma di rimorso, per essere stata lontana in quegli anni, ma capisco che nel racconto il rapporto padre-figlia funzioni meglio...».

Lei invece è stato sempre lì.
«E’ stato un dramma da cui non ci siamo mai più ripresi. Una storia che io ho vissuto da vicino. Per me e Scilla, mia moglie, stare tre anni consecutivi in esilio non fu proprio toccare il cielo con un dito.

Fu una grandissima sofferenza. D’altronde, non potevo andare da nessuna parte. A un certo punto, lui sceglie la Tunisia e mi dice: vieni con me, che cavolo fai a Milano?»

Bobo Craxi  è stato sottosegretario agli Esteri (2006-2008) e deputato (2001/2006)
Bobo Craxi è stato sottosegretario agli Esteri (2006-2008) e deputato (2001/2006)

Che cosa c’è di suo, nel film?
«Qualche parte del mio Route El Fawara Hammamet è stata saccheggiata. A proposito, sa come lo pubblicarono? Una volta mi chiamò Elvira Sellerio. Aveva fatto leggere le bozze a Camilleri e il giudizio era stato: interessante, il libro del figliolo di Craxi...».

Che cos’è stata, per lei, la villa di Hammamet?
«Il mio primo ricordo è da bambino: capii subito che sarebbe stato un luogo dove un giorno sarei vissuto anche d’inverno. Probabilmente, un presagio. Fui il primo della famiglia ad abitarci, ancora non era finita. Paradossalmente, è dove sono stato di più con mio padre: di lui a Milano, ricordo poco».

Ad Hammamet vi siete ritrovati?
«Noi parlavamo di politica da quando avevo dieci anni. Ma io non mi sono mai messo in modalità Trota: io andavo nelle sezioni e non sono stato eletto quando mio padre era vivo, come La Malfa o la figlia di Nenni.

Non mi sono mai posto nemmeno il problema dell’emulazione, perché l’unico figlio d’arte che conosco superiore al padre è Paolo Maldini: la mia carrierina politica mi ha dato comunque soddisfazioni insperate. Insomma, non sono stato un figlio ribelle.

Però critico, questo sì. Già ai tempi dei successi, vedevo nel partito cose che non mi piacevano».

Bobo con il padre Bettino e la figlia Vittoria nella piscina della villa di Hammamet
Bobo con il padre Bettino e la figlia Vittoria nella piscina della villa di Hammamet

Che padre è stato?
«Io mi sento il figlio d’un figlio del partito. E ho assolto la mia responsabilità come figlio e come militante. Con lui, sono in pari. È stato un padre da bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto: prima veniva la politica, poi il partito, poi il Paese, poi gli amici e, solo a un certo punto, arrivavamo anche noi.

Non fosse stato così, oggi non avrei difficoltà di tutti i generi. Lui ebbe amici o ex collaboratori che hanno vissuto come maragià. Io mi son trovato sul lastrico economico. L’ho messo nel conto: non è che i figli di Allende abbiano vissuto una vita serena».

E il famoso tesoro di Craxi?
«Questa storia del tesoro funzionava come racconto. Vero è che a molti di quelli che s’occupavano di denaro, qualcosa è rimasto in tasca. Ma io, dopo Tangentopoli, ho vissuto i peggiori anni della mia vita.

Se sei un politico, nessuno t’assume. Non sono stato più rieletto e sono ancora percepito come uomo della Casta, senza esserlo: non ho uno stipendio pubblico da dieci anni, né vitalizi. La mia casa a Roma è finita all’asta. Dov’è, questo tesoro?».
«LA CASA DI HAMMAMET DIVENTÒ LA SENTINA
DI TUTTI I MALI. QUELLA DI MIO PADRE NON
FU LATITANZA, BENSÌ IL RIFIUTO DI UNA LOGICA
POLITICA. CHIESE AIUTO A MITTERRAND,
IL QUALE RISPOSE CHE NON POTEVA PROTEGGERLO»
S’è molto fantasticato sulla villa tunisina: i pavimenti lastricati con la fontana del Castello Sforzesco, Paolo Rossi che cantava “ad Hammamet perfino il vino viene giù dal rubinèt”...
«Diventò un luogo comune. La sentina di tutti i mali.

E si passò direttamente al dileggio. Puoi farci poco. Col senno di poi, da Parmalat a Montepaschi, i politici ne han combinate talmente di peggio che è stata riabilitata anche questa casa: di fascino, ma sfarzosa proprio no.

Un compagno di partito era stato ad Hammamet negli Anni 50 e aveva detto: è un posto meraviglioso, a un’ora da Roma... All’inizio doveva essere un terreno sul mare, ma c’era una disputa fra eredi. Allora, nel 1970, i tunisini ci proposero una campagna desolata in collina, più fresca.

Ma s’arrivava solo in auto attraverso una pista, la sera niente luce, quando pioveva s’allagava tutto.Fu un vero disagio: chi passava a trovarci si domandava se Craxi fosse matto, come mai era finito laggiù e non a Forte dei Marmi».

Dice Rino Formica che la fuga ad Hammamet è stato il più grande errore di Craxi.
«Bisogna sapere che c’era anche un pericolo fisico.

In Tunisia, capitarono due incidenti stradali casualmente identici. Un pezzo della frizione manomesso. Io ho rischiato la vita, ma il vero obbiettivo era ammazzare mio padre.

Laggiù, lui si mise al riparo. E comunque non riconosceva i tribunali che lo condannavano. Fu il rifiuto d’una legislazione straordinaria, mai votata dal Parlamento, che applicava le norme in forma arbitraria. Fu un esilio».

Bobo Craxi con il padre negli Anni ‘80
Bobo Craxi con il padre negli Anni ‘80

Non tutti chiamano esilio una latitanza...
«Non si trattava più di sottrarsi alla giustizia. Era il rifiuto d’una logica politica che voleva punire solo lui.Come dice un grande poeta tunisino, Meddeb, l’esilio è una ricerca e non un castigo. Di sicuro, lo influenzò il mito di Garibaldi.

E il riferimento storico agli oppositori esiliati. La Tunisia è sempre stata terra d’esiliati, dai fascisti o dai Borboni. Seguo da vicino il caso catalano e due anni fa incontrai Puidgemont, il leader indipendentista.

Mi chiese della vita in Tunisia di mio padre. Non capivo il perché: due giorni dopo, Puigdemont fuggì da Barcellona per il Belgio. Anche gente come Dell’Utri ha pensato d’imitare quella scelta, ma fu una cosa diversa. Mio padre non scappò come un Matacena qualsiasi».

Da Hammamet, sua madre Anna non s’è più mossa.
«E’ andata lì prima di lui, nel ‘93. Adesso trascorre sei mesi là e sei a Roma. Ha preso la cittadinanza tunisina, furono i tunisini a chiederlo: lei accettò in segno d’affetto. Un giorno, riposerà accanto a mio padre.

Del resto, Ben Ali rispettò sempre il trattato che escludeva l’estradizione e anzi, per la verità storica, disse letteralmente: se gli italiani mi chiedono Craxi, io gli piscio in testa...

La Tunisia però non fu la prima scelta. Venne fuori dopo la Francia. Lui all’inizio voleva lasciare l’Italia per Parigi: era logisticamente più facile. Ma in Francia non c’erano le condizioni per l’esilio, sarebbe stato un casino politico.

Andò all’Eliseo e Mitterrand gli disse che aveva il problema dello scandalo Bérégovoy: il governo francese era sotto tiro, non poteva proteggerlo più di tanto. Così mio padre si convinse che non fosse il caso».
«PER MIO PADRE C’ERA ANCHE UN PERICOLO
FISICO. IN TUNISIA ACCADDERO DUE INCIDENTI
STRADALI CASUALMENTE IDENTICI. UN PEZZO
DELLA FRIZIONE MANOMESSO. IO HO RISCHIATO
LA VITA, MA IL VERO OBIETTIVO ERA AMMAZZARE LUI»
Che anni furono, in Tunisia?
«Di riscoperta delle piccole cose. La famiglia, la solidarietà, l’amicizia. Le visite improvvise di chi gli voleva bene. Persone diversissime: Arrigo Sacchi, Renato Pozzetto, Gianfranco Funari, Cavallo Pazzo... Artisti che si fermavano mesi a scolpire, a dipingere. Un Barnum, un demi-monde.

Lucio Dalla era molto commovente, mi chiedeva:
“Stasera suoniamo per Bettino?...”. C’erano le lunghe telefonate notturne di Edoardo Agnelli, il figlio dell’Avvocato: chiamava per incoraggiare, ma in realtà era mio papà a sostenere lui. Una volta entro in casa, sento dei cori: ma cosa succede?

Erano dei pellegrini bresciani col prete, li aveva incontrati alla Medina, ed erano venuti a cantar messa. Lui stava in un cantuccio, non era credente».

Quando capì che non sarebbe mai più tornato da Hammamet?
«Subito. Anche se sperava che la salute l’aiutasse a rientrare da uomo libero. Nel ‘99, la malattia era già più forte della sua volontà e ci fu il tentativo d’ottenere la grazia. Andreotti andò da Ciampi, lo trovò disponibile: mio padre era l’unico leader ancora impigliato nella giustizia.

Ma chi s’oppose a farlo morire in Italia, fu Borrelli:
lo stesso che qualche anno dopo avrebbe chiesto scusa per il disastro di Mani pulite. Chi non l’aiutò a farsi operare in Italia, fu il governo D’Alema: lo stesso che aveva appena concesso l’asilo al leader curdo del Pkk, Ocalan, mettendolo in fuga su un aereo dei servizi.

Per questo dicemmo di no, quando ci offrirono i funerali di Stato. Non è un grande Paese, quello che preferisce la forca. Gli Stati Uniti, con Nixon, si sono comportati in modo meno feroce».

Bobo Craxi nella sua casa romana
Bobo Craxi nella sua casa romana

L’Italia ha fatto i conti con la memoria di Hammamet?
«Non li ha mai fatti col fascismo, con la Prima repubblica e, immagino, non li farà nemmeno con la Seconda. La morte violenta di mio padre è un tornante della storia e si preferisce non parlarne, come accadde per Aldo Moro».

Violenta? Moro fu ucciso dalle Br...
«L’uno rapito, l’altro esiliato. Con violenza, noi fummo spazzati via tutti. Non è che ci fu una sconfitta elettorale. Fu un golpe. Poi, come dice il mio amico De Gregori, “la Storia dà torto o dà ragione” e i socialisti hanno avuto tante ragioni.

Non posso non ricordare i magistrati aguzzini che pressavano i capi d’accusa per prolungare le detenzioni. Io la considero una vera guerra civile, in cui siamo morti tutti. E’ stata un po’ la nostra guerra d’Algeria. Non scomparve solo mio papà: crollò una Repubblica, le vite di milioni di persone furono squassate.

Un dramma collettivo. Per noi, poi, il Psi era tutto. Era la casa, s’occupava di noi dalla culla alla tomba. Io non avrei mai conosciuto Scilla, se non ci fosse stato il partito. Quando scomparve una collaboratrice di mio padre, e il Psi non c’era più, qualcuno mi s’avvicinò e mi chiese: dei funerali si può occupare il partito?».

C’è una verità giudiziaria...
«Io non sono negazionista. Se mi vuol dire dell’assessore “che ‘ndentro ‘a roulotte ci alleva i visoni”, per citare De André, questo va da sé. Dico solo che per ripulire un appartamento, hanno buttato giù il palazzo.

Era un’onda dovuta al crollo della logica di Yalta. I vincitori della seconda metà del ‘900 finirono nella polvere uno dopo l’altro: Kohl in Germania, Mitterrand che scampò solo perché morì... La politica non ha trovato più pace, dopo la fine dei partiti. E alla fine abbiamo accettato il fatto come una vittoria».

Bobo Craxi nel 1985 davanti a un cartellone elettorale
Bobo Craxi nel 1985 davanti a un cartellone elettorale

A gennaio, saranno 20 anni dalla morte. I fratelli Craxi celebreranno insieme?
«Non so se sia prevista una reunion. Sono sempre contento di vedere Stefania. Semplicemente, i figli non sono la cassazione storica del pensiero paterno ed è noto che non condivida certe scelte politiche di mia sorella: se pensa di trasferire nostro padre nella destra, commette un falso storico.

Lui era eurocritico, non antieuropeo. Tutelava gli interessi nazionali, non era sovranista. Sapeva che le frontiere sono le ferite cucite sulla pelle della Terra. E quando Maria Giovanna Maglie dice che oggi si difendono i confini come Craxi a Sigonella, confondendo i marines della Delta Force con gli africani in mutande, il paragone è sballatissimo.

Apprezzo che Giorgetti riscopra Craxi, che Giuseppe Conte vi si paragoni. Berlusconi, da premier, andò sulla sua tomba di notte.

Ma quando sento che Salvini forse sarà ad Hammamet, mi sembra inopportuno: questi sovranisti di oggi, sono gli stessi che ieri esibivano il cappio in Parlamento. Quanto alla sinistra ex comunista, non vuole proprio fare i conti con lui».

Dieci anni fa, si discuteva d’una via Craxi a Milano...
«Non amo la toponomastica politica. Milano faccia un gesto, non se ne pentirà. Ricordo Renzi, sindaco di Firenze, che disse no. Ma era molto giovane, aveva il babbo demitiano... Poi da premier scoprì la statura internazionale di mio padre e ne riparlammo».

Sono rientrate le salme dei Savoia: quella di Bettino?
«Ho visto la traslazione di Franco: per quanto doverosi, sono gesti macabri che non m’appassionano. Io amerei tantissimo fare il funeralone che mio padre non ebbe. Abbiamo venti volumi di firme e dediche lasciate al cimitero, da Totti a italiani sconosciuti.

A gennaio, spero ci siano i nostri Mille. D’altra parte, lui era Garibaldi: i suoi compagni prendano un barcone al contrario e vengano a trovarlo. Hammamet è la nostra Caprera».

Perché il panettone costa meno del pane. E perché dilagano quelli al pistacchio e al bergamotto

repubblica.it
Emanuele Orlando


Flickr/Danielle Scott

Ormai da tempo sugli scaffali dei supermercati fanno bella mostra di sé ranghi compatti di panettoni, a prezzi che, in tempo di promozioni, possono anche scendere fino a 99 centesimi al kg.

Di contro quelli artigianali, di pasticceria, arrivano facilmente a costare 35 volte tanto.Come è possibile che un dolce con burro, uova, uvette e canditi possa costare meno del pane?

Il mistero è presto svelato: i panettoni (e i pandori) in pratica vengono venduti dai supermercati già sottocosto, praticamente fin dal primo giorno in cui vengono esposti.

Il costo del singolo prodotto, infatti, si aggira sui 4 euro alla catena di vendita, che però lo rivende spesso a 2 o persino a 1 euro. Eppure sono prodotti tutt’altro che scadenti, devono in ogni caso rispettare un disciplinare che impone determinati ingredienti.

Il segreto sta nel fatto che i panettoni servono per fidelizzare i consumatori, che iniziano a comprare dolci natalizi a novembre. Inoltre, il classico dolce natalizio viene usato come prodotto-civetta:

spinge i clienti a mettere nel carrello anche altri prodotti, che spesso hanno prezzi ‘da festa’, quindi più alti, compensando così il mancato ricavo sul panettone.

C’è però un altro fenomeno che si è affacciato di prepotenza negli ultimi anni: oramai è diventato difficile trovare il panettone classico ‘canditi e uvette’, quello milanese Deco (inteso come denominazione comunale di origine).

Le varianti sono infatti infinite, e non solo tra i prodotti della grande distribuzione ma anche, forse soprattutto, tra quelli artigianali.

Emanuele Giordano, organizzatore da oltre 10 anni della Fiera Nazionale del Panettone e del Pandoro, che si svolge a Roma e a Firenze, stima che ormai il 60% dei panettoni siano ‘prodotti speciali’.

“C’è un ‘abbandono’ in senso buono, del panettone tradizionale verso due nuovi filoni, i prodotti con farciture tipiche regionali, per esempio con crema al pistacchio o al bergamotto, e verso dolci di tipo salutistico, ad esempio con farine integrali”.

La conferma viene anche da un guru della pasticceria come Enzo Santoro, alla testa della squadra di ‘pastry chef’ della Pasticceria Martesana di Milano, tra le più note e premiate d’Italia.

Riguardo al fenomeno del sottocosto, Manuela Santoro, figlia di Enzo e titolare di Pasticceria Martesana, è netta:

Non penso sia possibile vendere un panettone a un costo inferiore a quello del pane, quando questo accade io mi preoccuperei. “.

Quest’anno, oltre al classico, Santoro scommette su versioni creative del panettone come lato salutismo il Rustico, lievitato con farina integrale e confettura di lamponi e dei frutti di bosco semi canditi all’interno.

Lato creativo, invece, le proposte vanno dal Panettone Strudel, in cui i classici agrumi candititi e uvette sono sostituiti da mela candita alla cannella, uvetta immersa nel marsala e pinoli, al Panetun de

l’Enzo con farcitura al cioccolato e albicocche, ricoperto da uno spesso strato di cioccolato fondente, al Gianduia e Mandarino per finire col Panettone con Marrons Glacés.


Il panettone Rustico della Pasticceria Martesana.
Ma si possono chiamare panettoni? “spiega Giordano perché il riferimento è il disciplinare nazionale stabilito dal Decreto ministeriale 22/7/2005 (e le solite successive modifiche), che consente la farcitura“, cosa invece vietata dal Panettone tradizionale milanese Doc.

Quanto guadagnano gli youtuber? Il segreto è la durata dei video

lastampa.it

Più sono lunghi, più c’è spazio per le interruzioni pubblicitarie. Ma attenzione: non tutti i clic valgono allo stesso modo



Che lavoro fai? L’impiegato, l’operaio, il bancario, l’avvocato... ma anche il social media manager, l’influencer, lo youtuber. Professioni che una volta erano “del futuro”, ma che ora sono assolutamente attuali, delle quali però si fatica ancora a capire la portata e l’importanza. E il valore di mercato.

Quanto guadagna uno youtuber? Quanti soldi si possono fare, pubblicando video di automobili, makeup, giocattoli, lifestyle, yoga e così via?

Per rispondere, bisogna innanzitutto partire da alcuni numeri che danno l’idea della grandezza del fenomeno: ogni mese, circa 2 miliardi di persone guardano qualcosa sulla piattaforma video di proprietà di Google, su cui ogni giorno vengono

visualizzate circa un miliardo di ore di video e pubblicate ogni minuto oltre 300 ore di contenuti; i guadagni per chi crea questi contenuti (gli youtuber, appunto), secondo le statistiche più recenti, crescono al vertiginoso ritmo del 40-70% da un anno all’altro.

Da dove arrivano questi soldi? Dalla pubblicità, ovviamente.

Quanto si guadagna
Ogni video riconosciuto come monetizzabile da YouTube ha il suo tasso di Cpm, il guadagno per ogni 1000 visualizzazioni: non è fisso e varia a seconda dell’argomento, se è “family friendly” (adatto a tutti, insomma), del Paese da cui è stato fatto l’upload, di quelli da dove arrivano le views, dal target cui è destinato e così via.

Di solito oscilla fra gli 1 e i 4 dollari (la metà di questi soldi vanno a YouTube) e per un canale che ha fra 1 e 2 milioni di visualizzazioni porta a entrate mensili comprese fra i 2mila e i 4mila dollari.

Ma ci sono video che hanno un Cpm (la sigla sta per "Cost per M", inteso come il numero romano che rappresenta le migliaia) anche 5-6 volte più alto della media, e sono quelli lunghi, non necessariamente lunghissimi, di durata superiore ai 10 minuti.

E come
Per capire quanto siano diventati importanti è sufficiente scorrere la classifica dei video più popolari su YouTube a livello mondiale e accorgersi di quanti siano quelli che superano, magari anche di poco, la soglia dei 10 minuti.

Che è quella oltre la quale la piattaforma permette l’inserimento di più inserzioni pubblicitarie all’interno del filmato, oltre al solito spot iniziale.

La differenza fra i video da meno di 10 minuti e quelli che vanno oltre l’ha dimostrata la youtuber Shelby Church, giovane fotografa di Los Angeles che nel suo canale, cui sono iscritte circa 1,3 milioni di persone, parla di tecnologia e lifestyle: in un filmato (di 10 minuti e 47 secondi, ovviamente)

ha analizzato la resa economica dei suoi ultimi upload, accorgendosi appunto di essere nella media del Cpm da 1-4 dollari ogni 1000 visualizzazioni, ma di avere notato quasi per caso che un suo video aveva sfiorato i 18 dollari di Cpm e da solo aveva guadagnato oltre 3mila dollari.

Perché? Perché durava 10 minuti e 27 secondi, e dunque poteva ospitare molta più pubblicità. A quel punto, Shelby ha provato a fare un “esperimento”, come ha raccontato lei stessa: «Ho iniziato a fare video che superassero i 10 minuti, e negli ultimi mesi ho triplicato i miei guadagni».

La regola “oltre 10 minuti, più spot” non è nuova (YouTube l’ha introdotta un paio d’anni fa), ma è solo adesso, con la vertiginosa crescita della piattaforma che gli youtuber hanno cominciato a capirne le potenzialità:

«Potrei inserire una pubblicità ogni 30 secondi - ha spiegato ancora Shelby - ma ovviamente nessuno guarderebbe più i miei video». Quindi? «Quindi ho visto che bastano 2 spot in mezzo per fare una differenza abissale» in termini di Cpm. E dunque di soldi incassati ogni mese.

La bambina dei record
Perché sì, YouTube non è solo un passatempo, un’alternativa alla tv tradizionale, un modo per distrarre i figli al ristorante: può assolutamente trasformarsi in un lavoro, e anche decisamente redditizio.

Se ce ne fosse ancora bisogno, lo dimostra il caso della piccola Boram, una bimba sudcoreana di appena 6 anni che ha ben due canali su YouTube (in totale, più di 31 milioni di follower) in cui parla

di giocattoli e dà “consigli” ai coetanei, che è riuscita a guadagnare abbastanza da spendere oltre 7 milioni di dollari per comprarsi (attraverso i genitori, ovviamente) un palazzo a Seul.

Mamma cane abbandonata e incatenata in strada con i cuccioli appena nati

lastampa.it



Legata stretta con un catena a una inferriata con i suoi sei cuccioli appena nati. E' così che qualcuno ha abbandonato questa cagnolina, scaricata come spazzatura perché era un diventato un peso troppo grande.

La famigliola è stata trovata vicino a una fattoria di Roscommon, in Irlanda. I cuccioli erano così piccoli che i loro occhi ancora non si erano aperti. Non c'erano segni del parto, ma erano nati sicuramente da poco.

Un impegno che la famiglia di questa neomamma non voleva prendersi, tanto da non prendersi la briga di lasciare neanche acqua e cibo.



Fortunatamente mamma e cuccioli sono stati trovati all'indomani dell'abbandono e sono stati portati all'Irish Society for Prevention of Cruelty to Animals per essere visitati e presi in carico dall'ente.

Secondo Hugh O'Toole, direttore del centro Ispca, la famigliola «è stata portata lì subito dopo il parto». Ma fortunatamente il cane è riuscito a tenere al caldo i suoi cuccioli e a farli sopravvivere. «Quando sono stati trovati erano tutti infreddoliti e affamati.

Legare lì i cagnolini senza acqua, cibo o riparo sicuramente ha messo in pericolo le loro vite», soprattutto dopo la notte all'aperto, e al freddo, che hanno dovuto trascorrere prima di esser trovati.



La neomamma è stata ribattezzata Emmy Lou mentre i suoi cuccioli ora si chiamato Billy Ray, Dixie, Dolly, Dotty, June e Patsy. E quando saranno abbastanza grandi e in salute verranno dati in adozione, alla ricerca di una casa che li accolga meglio di quella in cui sono nati.

Quando i baby attori trascinano in tribunale mamma e papà, da Macaulay Culkin a Drew Barrymore

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di Arianna Ascione

A volte, per difendere i loro guadagni, le star di Hollywood diventate famose in tenera età hanno dovuto portare davanti ad un giudice i loro genitori: i casi più celebri

Macaulay Culkin

Per molti bambini prodigio di cinema e tv la vita lontana dal set non è stata affatto semplice da gestire: la pressione dovuta agli impegni lavorativi e allo stare perennemente sotto i riflettori o, al contrario, i problemi legati alla crescita e al telefono che smette di squillare, hanno spinto molti in una spirale fatta di alcol e droghe.

Come se non bastasse spesso le piccole celebrità hanno dovuto trascinare in tribunale i genitori, per tenerli ben lontani dai guardagni ottenuti con tanta fatica e sacrifici. Il caso più famoso è sicuramente quello della star di «Mamma ho perso l'aereo» Macaulay Culkin:

conteso da mamma e papà (che si stavano separando) a 15 anni chiese la rimozione della potestà genitoriale. Al termine della disputa la madre ottenne la sua custodia, ma l'ingente patrimonio dell'attore - 17 milioni di dollari fu affidato fino alla maggiore età al contabile della famiglia, Billy Breitner.


Jackie Coogan
In molti lo ricordano come il monello che accompagnava nell'omonimo film del 1921 Charlie Chaplin nei panni del vagabondo Charlot:

parliamo di Jackie Coogan, che prima di compiere la maggiore età con i suoi film era riuscito a guadagnare tra i 3 ed i 4 milioni di dollari, cifra che sua madre insieme al suo nuovo compagno sperperò quasi interamente.

Coogan le fece causa nel 1938, ma riuscì ad ottenere ben poco (circa 126mila dollari dei 250mila che erano rimasti). In seguito alla battaglia legale però l'opinione pubblica spinse la California a dotarsi del California Child Actor's Bill, chiamato anche Coogan Bill o Coogan Act, una norma a tutela dei guadagni degli attori bambini.


Corey Feldman
Corey Feldman, tra gli attori di punta dei film del cosiddetto filone «brat pack» (quelle pellicole degli anni Ottanta destinate ad un pubblico di adolescenti, come «I Goonies», «Stand by Me Ricordo di

un'estate» e «Ragazzi perduti»), a soli 15 anni si è emancipato dai suoi genitori dopo aver scoperto che gli rimanevano soltanto 40mila dollari sul conto in banca: al culmine della sua carriera era milionario.

Gary Coleman
Dopo aver conosciuto la popolarità mondiale con la sitcom «Il mio amico Arnold» (grazie alla quale è arrivato a guadagnare circa 100mila dollari ad episodio) Gary Coleman nel 1989 fece causa al suo manager e ai suoi genitori adottivi, accusandoli di essersi appropriati dei suoi compensi.

Qualche anno dopo, nel 1993, l'attore riuscì ad ottenere quasi 1,3 milioni di dollari, ma perse tutto tra (salate) spese legali, problemi di salute e investimenti fallimentari. Nel 1999 dichiarò bancarotta.


Leighton Meester
Il ruolo di Blair Waldorf nella serie tv «Gossip Girl» ha fruttato a Leighton Meester cifre stellari.

La giovane attrice ha così potuto finanziare le ingenti spese mediche di suo fratello Alexander allo scopo inviava alla famiglia ben 7500 dollari al mese - ma nel 2011 si è vista costretta a denunciare sua madre, accusata di aver dilapidato i soldi in interventi estetici e spese personali, vincendo la causa.

Drew Barrymore
È sul set praticamente da quando è venuta al mondo: Drew Barrymore ha esordito in uno spot a 11 mesi, e a 3 anni già recitava in un film per la televisione. Poi, a 7, è arrivata la popolarità mondiale in seguito all'uscita nelle sale del capolavoro di Steven Spielberg «E.T.» (1982).

Insieme ai primi guai: a 11 anni aveva già problemi con l'alcol e a 13, dopo un tentativo di suicidio, finì in un istituto psichiatrico. Al culmine di queste vicissitudini decise di emanciparsi legalmente dai suoi genitori e a 14 anni andò a vivere da sola in un appartamento.



Jena Malone
Prima di interpretare Gretchen nel cult «Donnie Darko» (2001) Jena Malone nel 1998 ha portato in tribunale sua madre: quest'ultima infatti a suo avviso avrebbe speso il milione di dollari raggranellato nei suoi primi anni di attività cinematografica. Così a soli 14 anni Malone, che già viveva lontana dalla famiglia, riuscì ad ottenere lo status di minore emancipato.


Mischa Barton
Nuala Barton, madre e manager di Mischa Barton (Marissa Cooper nel telefilm «The O.C.»), nel 2015 è stata denunciata dalla figlia per averle sottratto i guadagni ottenuti nel corso della sua carriera e per aver acquistato una casa a Beverly Hills da 7,8 milioni di dollari (da cui l'avrebbe sbattuta fuori).

Un anno dopo però, per motivi che non sono mai stati resi noti pubblicamente, l'attrice - che recita da quando aveva otto anni - ha deciso di rinunciare alla causa.

Cambiare TV per il nuovo digitale terrestre? Basta uno di questi decoder

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di Antonino Caffo

Se la necessità è di adeguarsi al nuovo digitale terrestre, niente paura: possiamo scegliere un decoder che ci porti nel nuovo standard, contenendo la spesa



Di tempo ce n’è ma meglio farsi un’idea su come prepararsi al meglio alla rivoluzione del nuovo digitale terrestre, magari con l’acquisto di un decoder TV Dvb-T2 di ultima generazione.

Come sappiamo, a partire dal 1 gennaio 2020 inizierà lo switch off dell’attuale standard, che terminerà a luglio del 2022. Vuol dire che i televisori privi del supporto al Dvb-T2 e/o Hevc, le cui sigle si possono identificare sulle confezioni dei prodotti o dietro gli ingressi audio/video, dovranno essere sostituiti, altrimenti non visualizzeranno più alcun canale.
Passaggio di standard
L’attuale standard, il Dvb-T1, verrà dismesso regione dopo regione, gradualmente, ma senza ulteriori proroghe. Le strade sono due: o si acquista un televisore oppure si opta per un decoder, che costa sicuramente di meno e beneficia pure del Bonus TV in partenza a dicembre 2019.
Il decoder, la scelta low-cost
Stando ad un’indagine Fub-Auditel dello scorso novembre, circa l’82% delle famiglie italiane guarda la televisione con esemplari non compatibili con il segnale Dvb-T2.

Sul totale di connazionali, solo 3,8 milioni di famiglie hanno modelli pronti per il 2020-2022. E il resto? Il team de La Scelta Giusta ha selezionato per voi i migliori decoder Tv da acquistare per risparmiare e prepararsi al digitale terrestre 2.0.
Il migliore decoder Tv Dvb-T2, Telesystem TS6812
Decoder, videoregistratore, mediaplayer e internet radio. Insomma, la nostra scelta cade su questo modello di Telesystem, tra i marchi più noti del settore. Legge bene anche i film Mkv e altri formati recenti; registra in tempo reale o in «timeshift» secondo la programmazione impostata per un massimo però di tre ore e un «peso» di 2 Gb.
decoder Telesystem TS6812
La ricezione dei canali è sicuramente stabile ed ha un grosso vantaggio rispetto a gran parte della concorrenza: il telecomando è universale, per cui ne basterà solo uno pe