Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

mercoledì 11 dicembre 2019

Il marito sedia

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desc imgdi  Massimo Gramellini

Dopo averlo cercato invano davanti allo specchio, per trovare un maschio di cui andare orgoglioso mi sono dovuto trasferire a Hegang, nel nord est della Cina. Qui le telecamere di un ospedale hanno ripreso una scena insolita.

Siamo nel corridoio delle visite ginecologiche e una donna incinta si trascina su piedi intorpiditi alla ricerca di uno strapuntino sopra il quale allungarsi.

Tra le persone sedute si scorgono parecchi maschi qualcuno con la pancia, però presumibilmente non gravido e tutti manifestano un interesse spasmodico per lo schermo del loro telefonino.

Allora il marito della signora si inginocchia sul pavimento e ingobbisce i muscoli del dorso, così da trasformare la schiena in un sedile. La donna vi si appoggia, tenendosi al mancorrente.

Mentre lui, dalla sua non comodissima posizione, trova persino il modo di passarle una bottiglietta d’acqua.

Il marito sedia, nessuno cede il posto alla moglie incinta e lui le offre la schiena

Video:Il marito sedia, nessuno cede il posto alla moglie incinta e lui le offre la schiena

I maschilisti la troveranno una metafora inaccettabile. Noi romantici fuori allenamento un’impresa epica, dal momento che non riusciremmo a reggere la nostra compagna sulla schiena neanche per il tempo di un selfie.

Ma forse non c’è molto da interpretare. C’è solo da segnalare che un uomo, nel luogo consacrato alla cura, tra l’indifferenza generale ha saputo esprimere l’amore per la sua donna con un gesto di accudimento.

Hai visto mai che possa essere contagioso.

Roma, scoppia il caso dei netturbini: uno su tre è inabile al lavoro

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Allergie allo smog e alle polveri durante il turno a bordo dei camion compattatori in giro per la città; impossibilità a sollevare carichi pesanti; ma anche un elevato assenteismo

Roma, scoppia il caso dei netturbini: uno su tre è inabile al lavoro
Netturbini Ama al lavoro a Roma

Scoppia il caso dei netturbini: uno su tre è inabile al lavoro. Nuova grana per la raccolta rifiuti della Capitale. Mentre cresce il rischio di una nuova emergenza cassonetti nel periodo natalizio, esplode il «caso netturbini» alla municipalizzata Ama.

Un rapporto interno che sta analizzando in queste ore il nuovo amministratore unico Stefano Zaghis mostra infatti numeri preoccupanti: un netturbino su tre (per la precisione quasi il 35%) è inabile all’incarico. In altre parole, su 4.300 operatori

 ecologici ben 1.500 sarebbero «inidonei» (in maniera temporanea permanente) alle mansioni loro assegnate come quella di salire sui camion o di raccogliere l’immondizia per le strade.
Allergie a smog e polveri
A rivelare i dati del report è stato il quotidiano Il Messaggero. «Ora le cose dovranno cambiare», ammette l’amministratore unico di Ama, Zaghis.

In effetti, i certificati di inidoneità hanno motivazioni disparate: allergie allo smog e alle polveri che non consentono di svolgere il turno a bordo dei camion compattatori in giro per la città, oppure il rischio dei «carichi pesanti» che gli operatori sostengono per raccogliere l’immondizia dai cassonetti o accumulata per le strade.

Tra questi c’è anche chi soffre di problemi temporanei ma tali da non poter essere in servizio normalmente.
Assenteismo al 15%
Anche i sindacati sarebbero a conoscenza della situazione, di cui si sta ora occupando l’amministratore unico dell’Ama, che però deve risolvere anche altre grane interne ad Ama, come l’alto tasso di assenteismo che sfiora il 15% per malattia e permessi garantiti dalla Legge 104 .

Per ora Zaghis ha chiesto di spostare il maggior numero di operatori «inidonei» ad altre mansioni. E 200 saranno impiegati come «spazzini di quartiere». In arrivo anche altri provvedimenti:

«Intensificheremo le visite mediche e assumeremo 350 nuovi dipendenti che abbasseranno l’età media del personale, ora ferma a circa 50 anni», conclude Zaghis.

Deve 1.100 euro allo Stato, usa soltanto monete da un centesimo: «Ora vengano a prenderle»

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​Deve 1.000 euro allo Stato, usa soltanto monete da un centesimo: «Ora vengano a prenderle»

Ha il rumore di 168 chili di monete rovesciate sul tavolo la protesta contro lo Stato del sindaco di un piccolo paese in provincia di Brescia.

Siamo a Malegno, duemila abitanti, in Alta Vallecamonica. Il primo cittadino nei giorni scorsi ha ricevuto da Roma la notizia che dovrà restituire quanto incassato dal 'Cinque per mille' dei suoi concittadini nel 2014. Questo per aver rendicontato la spesa con venti giorni di ritardo.

E così Paolo Erba, sindaco di Malegno, ha deciso di protestare riempiendo sacchi di juta con monetine da un centesimo fino all'ammontare della cifra richiesta dallo Stato: vale a dire esattamente 1.101,36 euro.

«Giuro che non li ho rubati in chiesa, ma me li sono fatti dare in banca», scherza il sindaco bresciano che usa una storica immagine da cartone animato per descrivere il suo stato d'animo.

«Vivo la sensazione di essere considerato come la Banda Bassotti che cerca di rapinare Paperon de Paperoni dei suoi sacchi pieni di monete», commenta Erba che ha incassato il sostegno della sua gente «per una battaglia che dovrebbero fare tutti i sindaci di paesi grandi come il mio».

«La mia - spiega ancora Erba - è una provocazione perché voglio che qualcuno dal Ministero venga a vedere che cosa vuol dire amministrare un piccolo Comune lontano dalle città.

Non politicamente, o comunque non solo politicamente, ma sopratutto per la quotidianità che sta diventando ingestibile». Tra i tanti problemi descritti dal sindaco del paese della Vallecamonica c'è quello della carenza di personale.

«Abbiamo una sola ragioniera a part time e nei suoi tempi di lavoro non riesce a far tutto». Lo sfogo non si placa e l'appello è a tutti i parlamentari bresciani. «Si parla di trasparenza ma poi come si usa questa trasparenza?», è la domanda.

«Non posso accettare - spiega ancora Paolo Erba - che lo Stato mi punisca così, chiedendomi di rendicontare una spesa che conosce benissimo perché è un dato pubblico che può tranquillamente conoscere in autonomia.

Per venti giorni di ritardo devo restituire poco più di mille euro. Se lo Stato vuole questi soldi - conclude il primo cittadino del piccolo paese del Bresciano - venga pure in Comune a prenderli. I sacchi con le monetine sono pronti».

Indecenza fiscale

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desc imgdi  Massimo Gramellini


Mattarella ha ricordato a un gruppo di studenti chel’evasione fiscale è «indecente», dal momento che chi non paga le tasse utilizza a sbafo i servizi finanziati da chi le paga.

Già il fatto che la dichiarazione presidenziale abbia furoreggiato sui siti e nei tg la dice lunga sulla rilevanza eccezionale rivestita ultimamente dal buonsenso. Che gli evasori se ne infischino di passare per indecenti è logico.

Più bizzarra è l’acquiescenza dei tartassati. In un Paese dove ci si scaglia contro qualsiasi privilegio, l’evasore non è circondato da biasimo sociale. Mai vista una folla scendere in piazza brandendo cartelli contro i renitenti al fisco.

Ci sono persone a reddito fisso che chiedono pene esemplari per chi ruba in casa, ma non sembrano minimamente toccate dal furto di risorse a scuole e ospedali.

Prima di dedurne che siamo un popolo di debosciati, bisogna riconoscere che le tasse sono troppo alte. Oltre un certo limite vengono vissute come un sopruso anche da chi le paga, spesso solo per l’impossibilità di fare altrimenti.

Gli si potrebbe rispondere che sono così alte proprio perché molti non le pagano. Ma il discredito di cui gode lo Stato, alimentato dai comportamenti di amministrazioni pubbliche avide nel pretendere quanto parsimoniose nel restituire, lascia supporre che le tasse non diminuiranno mai in nessun caso.

L’evasione è un mostro che si nutre di diffidenza. Se tanti italiani non hanno senso dello Stato è perché lo Stato continua a fare loro senso.

Addio Pci, 30 anni fa la svolta di Occhetto alla Bolognina: Zingaretti manderà messaggio dagli Usa

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Ora, al posto della mitica sezione Pci della Bolognina, c’è un parrucchiere cinese. Dunque non si potrà tenere direttamente tra i lavandini e gli shampoo la rievocazione dei 30 anni della famosa Svolta con cui Achille Occhetto - il 12 novembre del 1989 - cambiò il nome al Pci.

O almeno diede l’annuncio che sarebbe cambiato. Martedì prossimo, che è il 12, non nel parrucchiere cinese ma sempre a Bologna, Occhetto tornerà a parlare dell’atto iniziale con cui sarebbe finito due anni dopo il partito comunista e nato il Pds e lo farà insieme a Romano Prodi e a Piero Fassino.

Era atteso anche Nicola Zingaretti, il segretario del Pd che vuole fare “un partito completamente nuovo”.

Ma non ci sarà: è in viaggio negli Stati Uniti, manderà un video messaggio di saluti. “La nostra storia dice sempre Occhetto viene raccontata come se si fosse passati direttamente dall’epoca luminosa di Enrico Berlinguer a quella buia del Partito democratico, saltando il grande travaglio culturale e politico che c’è stato in mezzo.

Ossia anche la Svolta e il Pds. E questa è una vera infamia storica”. Chissà se martedì la rievocazione di quel momento storico importantissimo si fermerà al livello dell’amarcord oppure darà spunti utili per ripartire al Pd. Che ne ha assai bisogno.

Cgil, la sindacalista napoletana choc: «Timbrate ma non lavorate»

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«Le organizzazioni sindacali tutte invitano i lavoratori della Napoli Servizi a recarsi sul posto di lavoro, marcare la presenza e non svolgere nessun tipo di attività, a sostegno dell’occupazione in atto presso gli uffici di sede aziendale, che proseguirà fino alla definitiva risoluzione delle problematiche che ci investono da diversi mesi».

L’audio choc in cui si invitano i lavoratori della partecipata multiservizi del Comune a marcare il cartellino (dunque a prendere la presenza ed essere pagati regolarmente), nonostante non si prestasse alcun servizio, è stato inviato da una sindacalista

della Cgil martedì 5, a poche ore dallo sciopero bianco messo in atto dai 1700 dipendenti della società (tranne chi ha deciso di non seguire le direttive delle organizzazioni sindacali).

Quarantotto ore che hanno messo in ginocchio tutti i servizi essenziali dei quali si occupa l’azienda. Sono rimasti senza assistentato materiale i bambini disabili, senza bidelli le scuole comunali, materne ed asili.

I centralini delle emergenze hanno squillato a vuoto per due giorni e non sono stati garantiti i Pis (pronto intervento stradale), servizio che viene svolto in collaborazione con la Protezione civile (nonostante i due giorni di allerta meteo arancione).

Le buche stradali sono rimaste aperte e si è reso necessario l’intervento dei vigili urbani (con volanti a guardia delle voragini stradali).

LO SCIOPERO
La responsabile sindacale Cgil della Napoli Servizi, molto vicina al capogruppo di demA Rosario Andreozzi, ha inviato nei giorni della protesta alcuni audio sui gruppi Whatsapp dei lavoratori, con i quali ha indicato le direttive da seguire: come recarsi sul posto di lavoro, timbrare il cartellino e non lavorare.

Una protesta estrema, che ha portato l’amministratore della società Salvatore Palma a dare impulso agli uffici del personale per predisporre circa 1300 contestazioni disciplinari.

Una vicenda che dunque non è terminata con la firma apposta giovedì sera sui disciplinari del contratto di servizio, alla presenza dell’amministrazione comunale e delle rappresentanze sindacali di Napoli Servizi.

Il via libera al nuovo contratto di servizio è soltanto una delle richieste che hanno mosso la protesta dei lavoratori. I dipendenti della partecipata spingono affinché si possa arrivare in tempi stretti

all’approvazione del bilancio 2017, sul quale è già caduto il vecchio amministratore unico Andrea De Giacomo, costretto alle dimissioni dopo la bocciatura dei Revisori dei conti della società.

L’obiettivo dei lavoratori è quello di ottenere i premi di produttività, che sono a pioggia, i ticket arretrati e gli avanzamenti di livello. Per farlo hanno messo in campo un atto di forza senza precedenti, che ha pagato più la cittadinanza che l’amministrazione comunale.

Alcuni dirigenti dei servizi coinvolti dalla protesta si sono visti costretti a chiedere alla partecipata conto di quanto stesse accadendo. Insomma, il caos totale, con il blocco di servizi essenziali.

GLI AUDIO
Tra gli audio in possesso del Mattino ce n’è uno inviato da una delle lavoratrici impegnate nelle scuole comunali che, rivolgendosi alla sindacalista, chiede chiarimenti: «Ciao S., qui la preside vuole

scrivere all’azienda che noi non facciamo niente, che stiamo creando un disservizio, perché non ha avuto nessuna carta scritta, e qui vogliono qualcosa che dica che noi non facciamo nulla».

La sindacalista invia sul gruppo un messaggio dai toni forti, evidentemente irritata: «Volevo comunicare alla signore che lavorano sulle scuole, che ieri, vi faccio solo questo esempio, i Pis dovevano uscire con la protezione civile, un servizio essenziale con l’allerta meteo, e i pis non sono usciti.

Che la direttrice scrive all’azienda a noi non interessa proprio (le espressioni utilizzate sono in realtà molto più forti, ndr). Anche perché ieri si sono fermate 1300 persone.

Noi sono tre giorni che stiamo qua sopra, si sono fermati persino gli impiegati su tutte le sedi nostre. Hanno i computer spenti, si sono fermati i collaboratori, si è fermata tutta la Napoli Servizi e vi dovete fermate pure voi. Avete capito?».

La donna infine spiega la strategia: «Dobbiamo arrivare a 1700 disservizi, dopo che fanno fatemi capire? Di cosa avete paura? Ma fate veramente i cristiani su questo gruppo.

Fate quello che stiamo facendo noi, tutti quanti». Prova poi a tranquillizzare i lavoratori preoccupati dalle conseguenze di uno sciopero non autorizzato: «Ovviamente l’azienda fa il suo lavoro, è logico. Invia comunicati e cose...

Continuate come avete fatto perché stiamo andando come dobbiamo andare. Siamo 1700 se ci fermiamo tutti e 1700, state tutti molto tranquilli».

L’AZIENDA
Il management di Napoli Servizi ha dato notizia alla Prefettura della protesta non autorizzata dall’azienda e delle possibili ripercussioni sulla cittadinanza. Oltre a comunicare al Palazzo di Governo, in un secondo momento, i dettagli delle azioni disciplinari messe in campo.

Mafia e politica, il connubio: nel 1893 la prima vittima eccellente

corriere.it
di PAOLO MIELI

Enzo Ciconte rievoca l’omicidio di Emanuele Notarbartolo, custode dei conti al Banco di Sicilia. Il deputato Palizzolo, accusato di essere il mandante, fu assolto in Cassazione

Mafia e politica, il connubio:  nel 1893  la prima vittima eccellente
L’aula del tribunale di Milano dove si celebrava il processo per il delitto Notarbartolo nell’immagine di copertina uscita sulla «Domenica del Corriere» nel 1899 (disegno di Achille Beltrame, 1871-1945)

Emanuele Notarbartolo, ex sindaco di Palermo, rispettato esponente della Destra storica, nominato da Marco Minghetti direttore generale del Banco di Sicilia, fu assassinato la sera del 1° febbraio 1893 con più di venti colpi di pugnale.

Il fatto avvenne in una carrozza di prima classe del treno che stava viaggiando da Termini Imerese a Trabia. Il cadavere fu gettato fuori dal vagone all’altezza del ponte di Curreri. Ma nessuno avvertì i familiari dell’accaduto. Alla stazione di Palermo Notarbartolo era atteso da tre donne: la moglie e le figlie.

L’inchiesta per quel delitto fu avviata a Palermo, ma i processi si svolsero a Milano, Bologna, Roma e a Firenze dove, dieci anni dopo, il dibattimento si concluse senza una «verità giudiziaria» che indicasse specifici colpevoli (come, del resto, accadde per il contemporaneo scandalo della Banca Romana).

Si ritenne però generalmente e ancora si ritiene che l’uccisione fosse riconducibile a ciò che Notarbartolo aveva fatto o fosse in procinto di fare al Banco di Sicilia.

Si ipotizzò che i mandanti facessero riferimento alla mafia nelle persone di Giuseppe Fontana (esecutore materiale) e del parlamentare Raffaele Palizzolo.Qualcuno ipotizzò un qualche coinvolgimento del più importante uomo politico dell’epoca, il siciliano Francesco Crispi.

Enzo Ciconte in Chi ha ucciso Emanuele Notarbartolo?

Il primo omicidio politico-mafiosoche la Salerno si accinge a mandare in libreria, prende le mosse dalla circostanza che, passato il momento dell’emozione, «a nessuno se non al figlio e a pochi altri», sia più importato conoscere cosa era davvero successo su quel treno.

Quantomeno in apparenza. Perché gli storici, uno per tutti Salvatore Lupo in Storia della mafia dalle origini ai nostri giorni (Donzelli), successivamente sarebbero ampiamente tornati su quell’episodio di sangue. Qualcuno, come Amelia Crisantino in Della segreta e operosa associazione.

Una setta alle origini della mafia (Sellerio) per mettere in evidenza come un processo molto somigliante al caso Notarbartolo, quello per gli assassinii di Monreale nell’estate 1876, nonostante innumerevoli prove si concluse anch’esso con l’assoluzione di tutti gli imputati.

Qualcun altro, come Saverio Lodato e Roberto Scarpinato in Il ritorno del principe (Chiarelettere) per ipotizzare che l’imputato Palizzolo, condannato a trent’anni nel 1902 a Bologna, sia stato assolto due anni dopo in Cassazione «perché essenziale per gli equilibri del sistema».

Nato a Soriano Calabro (Vibo Valentia) nel 1947, Enzo Ciconte è uno dei maggiori esperti di criminalità organizzata e insegna Storia delle mafie italiane all’Università di Pavia
Nato a Soriano Calabro (Vibo Valentia) nel 1947, Enzo Ciconte è uno dei maggiori esperti di criminalità organizzata e insegna Storia delle mafie italiane all’Università di Pavia

Al centro della ricostruzione di Ciconte sta quello che a suo tempo già notò Paolo Pezzino (in Una certa reciprocità di favori.

Mafia e modernizzazione violenta nella Sicilia postunitaria edito da Franco Angeli) e cioè che la repressione del fenomeno mafioso si accompagnò e addirittura fu «condizionata dalla liquidazione di avversari politici».

Molti uomini delle classi dirigenti del Nord inviati dopo l’unità nel Mezzogiorno, scrive Ciconte, «combattevano la mafia solo quando l’accusa di essere mafiosi poteva essere scagliata come un sasso contro nemici politici», mentre «le attività

concrete, le violenze, i morti ammazzati, l’insediamento sociale e territoriale della mafia non erano contrastati se non quando veniva superata la soglia della tollerabilità sociale».

C’è nella Sicilia di quegli anni una caduta delle barriere tra Sinistra e Destra storica e lì si anticipa il fenomeno del trasformismo che avrebbe caratterizzato l’Italia tutta a fine Ottocento.

Quello dell’imputato Palizzolo è un caso paradigmatico: nel 1885 fu affiancato a Notarbartolo alla guida del Banco di Sicilia su intercessione di esponenti della Sinistra, soprattutto Francesco Crispi.

Qualche tempo dopo (nel 1890), Notarbartolo integerrimo custode dei conti del Banco venne estromesso dalla guida dell’istituto di credito. Crispi gli offrì, a compensazione e forse per comprarne il silenzio, l’incarico di prefetto di Palermo.

Notarbartolo rifiutò. Avesse accettato, si sarebbe reso complice, così disse lui stesso, di un «abietto vassallaggio politico».

E continuò, in virtù del suo indiscusso prestigio, a «sorvegliare» le attività del Banco. Banco che per ritorsione, con una serie di cavilli, non volle riconoscere il diritto di Notarbartolo a riscuotere la pensione.

L’uomo fu costretto a fare causa. Vinse. Ma il Banco ricorse in appello. Notarbartolo ottenne soddisfazione una seconda volta. Solo nel 1893, dopo la sua uccisione, il consiglio deliberò la rinuncia a un nuovo ricorso in Cassazione contro il «già sapiente direttore di questo Banco».

Un riconoscimento, quest’ultimo, alquanto tardivo.

Palizzolo, il nemico di Notarbartolo, era, secondo Ciconte, «di tutt’altra pasta» rispetto all’ucciso. Un politico di lungo corso, «abituato a cambiare casacca e a fare politica aggrappandosi a chiunque potesse dargli un voto che fosse utile a farlo eleggere».

Ci fu chi «lo elogiò e lo sostenne oltre ogni ragionevolezza» e ci fu chi «lo condannò aspramente per i suoi rapporti oscuri e i legami con briganti e con mafiosi conclamati».

Tutti erano d’accordo nel riconoscergli «una grande capacità di rapporti personali con chiunque, senza guardare alla qualità delle persone, se fossero oneste o se fossero dei gaglioffi, o, peggio, dei criminali».

Era, per Ciconte, un «accaparrapoltrone». All’inizio degli anni Ottanta presiedeva oltre cinquanta associazioni economiche e politico-culturali nella provincia di Palermo. Si vantava, Palizzolo, di non essere «uomo di parte». «La sua casa era perennemente aperta a chiunque volesse», riferì, al processo, il proprietario terriero Eugenio Oliveri.

Un altro testimone, Girolamo Isabella, raccontò che «da Palizzolo si andava la mattina presto e riceveva tutti a letto»; i suoi interlocutori, disse ancora Isabella, «prima di esporre il problema dovevano sentire le sue poesie o i discorsi da lui fatti alla Camera».

Un secondo possidente, Giuseppe Petro, confermò queste abitudini del parlamentare banchiere: Palizzolo «aveva la vanagloria di essere una persona influente, di ricevere le persone stando a letto e scrivere per loro lettere di raccomandazione».

«Loro», specificò Petro, potevano avere le sue stesse, peraltro mutevoli, idee politiche o anche quelle opposte. Non era importante. E anche la mafia…

Un magistrato raccontò che Palizzolo gli aveva raccomandato alcuni mafiosi, ma che lui aveva continuato a frequentarlo perché voleva che aiutasse suo figlio a «passare gli esami».

Il questore Michele Lucchesi rivelò candidamente che lui stesso e altri funzionari di polizia erano stati «intimi» di Palizzolo dal momento che la sua «casina» era aperta a tutti.

I suoi rapporti con la malavita organizzata vennero alla luce sin dalla prima volta che provò a presentarsi alle elezioni, allorché il prefetto di Palermo Antonio Malusardi e il ministro dell’Interno Giovanni Nicotera impedirono a lui e al suo rivale, Giuseppe Torina, di candidarsi a causa dei sospetti che gravavano sul loro conto.

Si difese, Palizzolo, vantando che dal 1870 al 1899 era sempre stato consigliere comunale di Palermoe, tenne a specificare, «anche quando io ero già in arresto riportai mille e novecento voti».

Ai giudici che gli chiedevano conto di alcune intercessioni a favore di malavitosi ammise dicendo: «Talvolta ho potuto espletare qualche pratica anche per persone di non assoluta onestà».

Poi però si rivolse provocatoriamente ai magistrati: «Ma non fanno così tutti i deputati del regno?».Molti siciliani illustri, di destra e di sinistra, si schierarono dalla sua parte.

Nella Storia della Sicilia medievale e moderna (Laterza), Denis Mack Smith notò come «un pericoloso e spesso isterico patriottismo locale era stato fomentato fra i siciliani tanto di destra quanto di sinistra» i quali per quanto venuti in urto con

Palizzolo per il fatto che «aveva messo in luce l’aspetto peggiore della barbara macchina politica palermitana» erano «irritati anche di più per l’altera e talvolta sprezzante reazione dei settentrionali».

Fu così che, appena Palizzolo venne condannato, si formò in sua difesa un comitato trasversale «Pro Sicilia», che impensierì non poco il governo di Roma.

L’attività di questo comitato, scrive Ciconte, «esercitò un vero e proprio ricatto, minacciando agitazioni popolari che avrebbero avuto la copertura dell’aristocrazia e della borghesia ai massimi livelli».

Sicché negli «ambienti governativi più avvertiti» emerse la convinzione una sorta di «opportunismo pragmatico» che, come ha scritto Sergio Turone in Corrotti e corruttori dall’Unità d’Italia alla P2 (Laterza), non avesse senso «rischiare che gli amici di Palizzolo scatenassero una regione intera contro il potere centrale».

In questo clima di «condiscendente omertà», secondo Turone «la magistratura fiutò i voleri
della classe politica» e, tramite la Cassazione, inaugurò il nuovo corso che avrebbe portato all’assoluzione di Palizzolo.

Il quale comunque notò Gaetano Mosca anch’egli colpito dal fatto che la casa di Palizzolo «fosse indistintamente aperta ai galantuomini e ai bricconi» ad di là dell’assoluzione finale, era apparso nella sua luce peggiore «se non delinquente, almeno protettore di delinquenti e sospetto perfino di relazioni coi briganti».

Nel novembre 1899 fu il figlio di Notarbartolo, l’allora trentenne Leopoldo, ad accusare Palizzolo nel corso delle udienze milanesi di essere il mandante dell’uccisione di suo padre.

L’allora giovane e sconosciuto prete di Caltagirone, Luigi Sturzo, prese spunto dalle parole del giovane Leopoldo per denunciare i «tentacoli» della mafia: su Palermo sì, ma anche su Roma e su Montecitorio.

Palizzolo si difese confermando di essere stato «sempre in lotta con l’ucciso», ma ricordando che con lui c’era la maggioranza del consiglio del Banco di Sicilia e ponendo la domanda: «Da quando in qua la discrepanza di opinioni in un consesso può elevarsi a delitto?».

Il clima però era cambiato. L’omertà si era incrinata: fu arrestato in aula il commissario di pubblica sicurezza Francesco Di Blasi, uomo di Palizzolo, di cui venne provato il depistaggio delle indagini. Il questore di Milano Eugenio Ballabio definì Di Blasi «il Mefistofele della questura di Palermo», colui che «ci ha tratto fuori di strada».

Di Blasi si limitò a riconoscere che talvolta Palizzolo gli aveva raccomandato «qualche persona forse non troppo rispettabile». Però aggiunse: «Le raccomandazioni per persone non meritevoli non me le ha fatte il solo Palizzolo, ma tutti i deputati anche dell’Alta Italia».

Un esponente politico d’alto rango, Antonio Starabba marchese di Rudinì, siciliano,
già presidente del Consiglio, espresse a quel punto la preoccupazione che Milano fosse diventata

un «palcoscenico» dove finivano sotto i riflettori
«le centinaia di testimoni provenienti dalla Sicilia, vestiti in strane fogge, che si esprimono in un idioma reso comprensibile solo da interpreti nominati dai magistrati».

Il Parlamento tremò e concesse l’autorizzazione all’arresto di Palizzolo. Nel 1901 il processo si trasferì a Bologna. Qui la celeberrima dichiarazione di Ignazio Florio, rappresentante della potente dinastia siciliana: «La maffia? Non l’ho mai sentita nominare…

È incredibile come si calunnia la Sicilia! La maffia nelle elezioni? Mai! Mai!». Palizzolo, contro il quale si erano addensate prove ancorché non definitive, venne condannato a trent’anni.

Il prefetto bolognese Giacomelli telegrafò al ministero dell’Interno informandolo che alla lettura della sentenza «folla numerosa applaude accompagnando difensori parte civile».

Ma la Sicilia si ribellò e la Cassazione si vide «costretta» ad annullare il processo per vizi di forma. Tutti assolti. L’esecutore del delitto, Fontana, andò a New York, aprì una pizzeria che divenne punto di ritrovo degli affiliati alla «Mano Nera» e dopo un po’ fu assassinato.

Palizzolo riuscì persino a far dimenticare il suo nome. Nome che ebbe nuova fama, moltissimi anni dopo, nel 1993, come protagonista dello straordinario romanzo Il Cigno (Rizzoli) di Sebastiano Vassalli.

Oh bej Oh bej, operazione nostalgia: e se le bancarelle tornassero a Sant’Ambrogio?

corriere.it
di Giovanna Maria Fagnani e Stefano Landi

Il Municipio 1 protesta contro lo spostamento in piazza Castello e lancia un aut aut: «Bisogna trovare un’altra location». Nel 2023, quando saranno finiti i cantieri della M4, si potrebbe ridare spazio ai banchi della tradizione

La fiera degli Oh bej! Oh bej! vicino a Sant’Ambrogio in una stampa d’epoca
La fiera degli Oh bej! Oh bej! vicino a Sant’Ambrogio in una stampa d’epoca

L’odore è rimasto quello delle caldarroste. Al limite quello dello zucchero filato. Molto però nel mondo degli Oh bej! Oh bej! è cambiato. Certo, il rito più sentito dai milanesi continua a compiersi ogni anno, dal 5 all’8 dicembre, per celebrare Sant’Ambrogio.

Ma dai luoghi alle dimensioni fino alla tipologia di offerta, la fiera si è trasformata, passando dall’animare gli angusti vicoli intorno alla basilica del Patrono all’ospitare un centinaio di migliaia di persone sparse per i vialoni attorno al Castello Sforzesco, per il resto dell’anno mesti posteggi per bus turistici.

Con annesse le critiche dei nostalgici e le proteste dei residenti con vista fortezza.Tanto da spingere il Municipio 1 a una sorta di aut aut per il 2020: «Bisogna trovare un’altra location» gridano dal centro storico, caldeggiando un ritorno al passato

impossibile, se immaginato tra le vie Caminadella e Lanzone come una volta, non fosse altro che per i minimi standard di sicurezza oggi richiesti.

Pertanto a Palazzo Marino si pensa di rievocare il passato con una fiera nella fiera: un parterre selezionato e a forte impronta tradizionale lungo i vialetti verdi da poco riqualificati sul fianco della piazza Sant’Ambrogio. Anche se, precisano dal Comune, «bisognerà aspettare la fine dei cantieri M4».

Le origini della fiera risalgono al Trecento. Mostarde, castagne infilate in lunghi spaghi, annegate nel vino bianco. Prima in piazza Mercanti, poi dal 1886 all’ombra della basilica di Sant’Ambrogio. Lì rimase per 120 anni. Un dedalo di vie, piccola casbah dove muoversi come sardine secondo corrente e vin brulé.

Un formicaio di persone, davanti a centinaia di bancarelle, molte delle quali abusive. Nel 2006, poi, il trasloco in piazza Castello: «Gli Oh bej! Oh bej! non sono una fiera tradizionale, sono un’agorà che si anima» spiega Giacomo Errico, presidente Fiva, gli ambulanti di Confcommercio.

È contrario a un ritorno in Sant’Ambrogio: «Idea radical chic: l’evento ormai muove troppe persone».Quello che sarebbe possibile, piuttosto, è una versione ridotta della fiera.

«Sono anni che proponiamo location alternative al mercatone del Castello attacca Fabio Arrigoni, che con il Municipio 1 che presiede, ha chiesto lo sfratto dalla sede attuale: hanno scartato anche l’opzione itinerante, per valorizzare ogni anno un quartiere».

«L’alternativa per il 2020 potrebbe essere far convivere una settantina di bancarelle di qualità a Sant’Ambrogio e altre meno tradizionali altrove», aggiunge. Un’idea accolta, ma in parte anche già stoppata da Palazzo Marino:

«Prima della fine dei cantieri per la M4 (dal 2023, ndr), non se ne parla. Poi, nessun problema a valutare la location, ma al massimo per 30 stand».Resta il tema della logistica. La fiera degli Oh bej! Oh bej! negli ultimi anni ha puntato sul numero chiuso.

Ai tempi di Sant’Ambrogio si stringevano più di 500 bancarelle. A furia di allargare il giro ormai si vendeva di tutto: biancheria intima, scarpe. Niente a che fare con la storia degli Oh bej!. E così si era tornati a dolci, giocattoli, rigattieri e «presepari».

«Privilegiare l’aspetto gastronomico, protesta Marco Bozzi, uno dei tanti residenti arrabbiati trasforma la fiera in un ristorante a cielo aperto. Chi abita qui cerca di scappare da Milano durante questi quattro giorni».

Quest’anno delle 522 domande arrivate, 355 sono state accolte, seguendo il criterio dell’anzianità rispetto all’evento. Un sorteggio ha assegnato le mattonelle intorno al Castello.

«Faccio fiere in tutta Italia, ma gli Oh bej! hanno un fascino unico. Attrae tanti bambini come è giusto che sia a un evento pre natalizio», conclude Pierluigi Serracapriola, che vende articoli natalizi e cristalleria. Vanta un grande record.

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Usa, taglia da 25 milioni di dollari per ritrovare l'ex spia Fbi-Cia Robert Levinson scomparsa nel 2007 in Iran

ilmessaggero.it



Una taglia da 20 milioni di dollari per chi fornisca informazioni sul suo destino.

Dopo l'offerta di 5 milioni da parte dell'Fbi, anche il dipartimento di Stato Usa si è mosso per trovare e rimpatriare Robert Levinson, 58 anni, ex agente Fbi, appunto, scomparso misteriosamente in Iran il 9 marzo del 2007 nell'isola di Kish, durante una missione per conto della Cia. 

Per la prima volta Teheran, dopo varie affermazioni contraddittorie, ha riconosciuto di avere un caso ancora aperto presso la sua Corte Rivoluzionaria pur se ha specificato che si tratta solo di un uomo scomparso, e non di un caso particolare.

Ora in primo piano, però, oltre a una miriade di cartelli sparsi in tutto il Paese, ci sono 25 milioni di dollari: la stessa cifra in palio per la cattura del leader dell'Isis Abu Bakr al-Baghdadi, il terrorista più ricercato del mondo, poi eliminato nel recente blitz Usa.

Tutto è partito dalla famiglia di Levinson, che aveva affermato di avere ogni motivo per credere che il proprio caro fosse vivo. Per questo si è rivolta al Gruppo di Lavoro dell'Onu che indaga sulle sparizioni forzate o involontarie e questa volta, a sorpresa, l'Iran ha risposto positivamente.

«Stando alla dichiarazione del ministero della Giustizia, Robert Levinson ha un caso in corso davanti alla Corte rivoluzionaria di Teheran», si legge nella email inviata dagli investigatori Onu alla famiglia.

In febbraio invece Teheran aveva chiesto allo stesso gruppo di lavoro di chiudere la sua indagine su Levinson, in quanto «non è stata fornita alcuna prova che dimostri la sua presenza nelle prigioni iraniane».

È quindi la prima indicazione in oltre un decennio che l'ex agente dell'Fbi potrebbe essere detenuto in Iran e sottoposto ad indagini.

In genere la Corte rivoluzionaria tratta casi di spionaggio, sovversione, contrabbando, blasfemia, con processi a porte chiuse che per gli occidentali o gli iraniani con doppia nazionalità si concludono spesso con condanne da usare come merce di scambio nei negoziati.

Gli Usa sostennero a lungo che l'uomo - un agente Fbi che si era distinto in operazioni contro la mafia italiana e russa - stava lavorando in quell'occasione per un'azienda privata. Ma nel 2013 l'Associated Press rivelò che in realtà era in missione per analisti della Cia.

La sua famiglia ha ricevuto 2,5 milioni di dollari l'anno dall'agenzia di intelligence per bloccare una causa che avrebbe rivelato i dettagli del suo lavoro, mentre tre analisti sono stati cacciati ed altri sono stati sanzionati.

Nelle uniche immagini emerse dopo la scomparsa, risalenti al 2010 e 2011, Levinson indossa una tuta arancione simile a quella dei prigionieri nel carcere Usa di Guantanamo e appare dimagrito, con la barba e i capelli lunghi.

In un video, con una popolare canzone nuziale pashtun in sottofondo, l'uomo si lamenta delle sue cattive condizioni di salute. Oltre a lui, ci sono almeno altri quattro americani detenuti in Iran.

«Nessun caso giudiziario è stato formato nei tribunali iraniani, incluso il tribunale rivoluzionario, sull'ex agente della Cia Robert Levinson» ha però detto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano

Abbas Mousavi, citato dall'agenzia Isna, aggiungendo che come mossa umanitaria l'Iran ha aperto un caso relativo a Levinson solo come «persona scomparsa.

Non abbiamo informazioni sul destino del cittadino americano, ma facciamo del nostro meglio per aiutare a risolvere il problema», ha ribadito Mousavi.

 (ANSA).