Evoluzione a Sinistra

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giovedì 5 dicembre 2019

L’assurda storia dello smartphone pieghevole creato dal fratello di Pablo Escobar

corriere.it
di Davide Urietti

Roberto Escobar, co-fondatore del Cartello di Medellin, ha lanciato sul mercato un “foldable’ dal prezzo aggressivo: «Indistruttibile e protetto dagli hacker e dai governi»

L'assurda storia dello smartphone pieghevole creato dal fratello di Pablo Escobar

Si chiama Roberto Escobar Gaviria, è il fratello del più noto Pablo Escobar, famigerato narcotrafficante colombiano la cui vita ha ispirato serie tv, film e libri, e ora ha lanciato sul mercato Escobar Fold 1.

Vedere per credere: si tratta uno smartphone pieghevole che intende competere con gli altri foldable già in commercio.

Il tutto è abbastanza surreale da far pensare a uno scherzo ben architettato, ma in verità la Escobar Inc, società fondata nel 1984 per proteggere e valorizzare gli asset della famiglia, qualche anno

fa ha iniziato realmente a investire nel campo della tecnologia e ora sembra aver pronto un prodotto innovativo a un prezzo decisamente aggressivo rispetto alla concorrenza.

Sul sito ufficiale della società, da cui apparentemente si potrebbe acquistare il dispositivo, la cifra riportata è di 349 dollari, ben distante quindi dai prezzi di Samsung Galaxy Fold, Huawei Mate X e Motorola Razr.

Per essere così economico, in molti ipotizzano che il livello qualitativo sia più basso rispetto agli smartphone concorrenti e il prodotto sembra un “rebrand” del malriuscito Royola Flexpai (lo avevamo provato un anno fa al CES di Las Vegas).

Lo stesso Escobar spiega la sua strategia, parlando a Digital Trends: «Ho eliminato il passaggio tra intermediari e venditori, in questo modo posso vendere direttamente al consumatore, che può ottenere uno smartphone pieghevole senza spendere migliaia di dollari».

Nelle sue parole c’è un chiaro attacco a Samsung che - secondo Escobar - venderebbe un device inferiore al suo dal punto di vista del sistema di piega. «Il mio smartphone non si può rompere - ha proseguito Escobar.

A differenza di Samsung lo schermo è fatto di una plastica particolare (in verità anche lo schermo del Galaxy Fold di Samsung è di una “plastica particolare”, ndr)». Il Fold 1, però, non promette di essere solo robusto, ma anche sicuro: un sottile strato metallico impedirà le comunicazioni Rfid.

Non è finita qui, perché secondo Escobar il dispositivo non sarà attaccabile dagli hacker tramite Bluetooth e difficilmente sarà raggiungibile dagli strumenti governativi. Sul sito si possono inoltre consultare le altre specifiche del Fold 1, che si affiderà ad Android 9.0 e avrà un doppio schermo Amoled da 7,8 pollici.

Ci sarà anche una doppia fotocamera, da 20 e 16 megapixel, e il foldable si potrà sbloccare grazie a un sensore per le impronte. Si parte quindi da 349 dollari per la versione da 128 GB di memoria per arrivare a $500 per il modello da 512 GB.
Video sexy
Per promuovere il prodotto Escobar Inc ha usato una serie di video affatto in linea con l’epoca del MeToo e più vicina all’estetica trash che le serie tv sui narcos hanno fatto conoscere agli spettatori di tutto il mondo: belle ragazze, poco o per nulla vestite, che maneggiano il foldable phone con fare ammiccante.

Da parte sua, Roberto de Jesús Escobar Gaviria, 72 anni, soprannominato El Osito («l’Orsetto»”), arriva alla tecnologia dopo una vita che davvero poco ha da invidiare a quelle dei serial, come si legge sulla pagina a lui dedicata da Wikipedia.

Co-fondatore e contabile del Cartello di Medellin, fu incarcerato, evase, fu ricatturato, perse un occhio per una lettera-bomba e dopo 10 anni di carcere tornò in libertà.

Nel 2014 fondò la Escobar Inc insieme a Olof K.

Gustafsson e subentrò al defunto fratello Pablo nei diritti sul nome. All’inizio di quest’anno ha lanciato una raccolta in crowdfunding con l’obiettivo di ottenere l’impeachment per Trump. Poi ha accusato Elon Musk di avergli rubato l’idea del lanciafiamme lanciata da The Boring Company.

E ora l’approdo nel mondo degli smartphone pieghevoli.

Spingere i consumi va bene Ma non con il Black Friday

corriere.it
risponde Aldo Cazzullo

Caro Aldo,
il Black Friday? Se la matematica non è una opinione a furia di consumare ci consumeremo.
Carlo Magnaghi

Ribelliamoci a questa orgia di consumi, che peraltro non ci appartiene. Perché scimmiottare gli americani?
Maria Delsano




Cari lettori,
Condivido una per una le parole di Pierluigi Battista, che domenica ha difeso sul Corriere la civiltà dei consumi e il diritto di shopping. Piaccia o no, il nostro modello di sviluppo è basato appunto sui consumi. La decrescita felice non esiste.

Sono decenni che decresciamo, e non vedo in giro tutta questa felicità. Certo, come faceva notare Battista, in passato ci si è gettati con entusiasmo eccessivo su alcuni prodotti che oggi occorre limitare, come la plastica.

Ormai si è capito che si deve puntare sui prodotti biodegradabili, sul riciclo, sulle energie rinnovabili, sulla raccolta differenziata dei rifiuti (che poi però andrebbero anche ritirati regolarmente e smaltiti, a differenza di quel che accade a Roma e Napoli).

Ma dietro il consumo c’è il lavoro dei produttori, dei distributori, dei commercianti. Manifestare contro il consumo in sé è un atto un po’ masochista.

C’è una cosa però che non si può tacere. Questo Black Friday a me pare, per dirla con Fantozzi, una boiata pazzesca. In America ha senso perché viene dopo il Thanksgiving il giorno del Ringraziamento istituito dai padri pellegrini per ringraziare il Signore del raccolto, che cade il quarto giovedì di novembre.

 Ma noi il Thanksgiving non lo celebriamo, almeno per adesso. Per quale motivo allora fare i saldi dopo una festa che per noi non è una festa? Che senso ha una giornata di sconti folli, per poi riportare i prezzi a livello natalizio, e farli precipitare di nuovo dopo le feste quelle vere?

Forse ci illudiamo che la gente in questo modo spenda di più? Ma l’unico modo sarebbe aumentare gli stipendi, che sono fermi da troppi anni. Per il resto, questa invenzione della tradizione già vista con Halloween è l’ennesimo segno della nostra sudditanza culturale agli Stati Uniti.

Confermata dal successo dei marchi americani, da McDonald’s che ha fatto causa al geniale Mac Bun di Torino: solo carne piemontese a Starbucks.

Ecco Brave, il browser che difende la privacy e rivoluziona la pubblicità online

corriere.it
di Enrico Forzinetti

l browser è uscito dalla sua versione beta: grazie al sistema Brave Rewards gli utenti saranno ricompensati con dei token per gli annunci visti. A loro volta potranno donarli a siti e account meritevoli

Ecco Brave, il browser che difende la privacy e rivoluziona la pubblicità online

In un mercato già molto affollato come quello dei browser, ha fatto il suo ingresso ufficiale anche Brave. Dopo quattro anni di sviluppo è infatti uscito dalla versione beta, che è stata utilizzata da otto

milioni di persone, diventando disponibile per gli utenti di Windows, macOS, Linux, Android e iOS e presentandosi con alcune caratteristiche che lo rendono molto appetibile.

Innanzitutto Brave Browser mette in primo piano laquestione della privacy, con impostazioni che di default permettono all’utente di evitare di essere tracciato mentre naviga, in modo che venga tutelata la sua attività online.

E in aggiunta a questo offre il blocco automatico degli annunci integrato, che facilita le persone sia nella visualizzazione delle pagine che per quanto riguarda la velocità di caricamento.
Rewards
Ma parallelamente Brave Browser punta a creare anche un sistema pubblicitario differente ribattezzato Brave Rewards, presentato come una funzione opzionale utilizzata finora da un 10% degli utenti. In sostanza il browser ridistribuisce

il 70% di quanto pagato dagli inserzionisti registrati, nel momento in cui le persone visualizzano gli annunci proposti su una finestra separata. Gli utenti guadagnano in questo modo dei Brave Attention Token (BAT) che possono riutilizzare in un secondo momento.
Voucher e gift cards
Ad esempio, questi possono essere accumulati per poter usufruire di voucher e gift cards, ma la funzione più importante è quella che permette alle persone di premiare proprio chi produce contenuti, donando loro i propri token.

E al momento oltre 30 mila siti e 200 mila account YouTube si sono registrati per ricevere delle ricompense attraverso il Brave Rewards.

Si prova così a cambiare il sistema di fruizione dei contenuti online, rendendolo meno legato a pubblicità invasive ma allo stesso tempo più sostenibile grazie a queste donazioni.

Dal suo ingegnere che non amava le moto all'origine del nome Vespa: 8 aneddoti su Enrico Piaggio

corriere.it

D'Ascanio, che non amava le moto

L'ambiziosa sfida di Enrico Piaggio per salvare il posto di lavoro dei suoi 12mila operai nel secondo dopoguerra, in un'Italia postbellica in ginocchio, arriverà il 12 novembre in prima serata su Rai 1.

Sarà Alessio Boni ad interpretare l'imprenditore che riconvertì l'azienda ereditata da suo padre (che produceva aerei militari) dando il via alla produzione di una mezzo di trasporto a due ruote innovativo e rivoluzionario: la Vespa.

Lo scooter fu materialmente disegnato dall'ingegnere aeronautico Corradino D'Ascanio, che odiava le moto: non amava il fatto di doverle scavalcare per salire a bordo, e detestava le perdite d'olio e la polvere delle strade (all'epoca sventrate dai bombardamenti) che inevitabilmente sporcavano gli abiti di chi guidava.


Il ferimento durante la guerra
Durante il secondo conflitto mondiale molti stabilimenti Piaggio andarono distrutti, ma il conflitto segnò profondamente Enrico anche per un altro motivo.

Il 25 settembre del 1943 si trovava nella hall dell'Hotel Excelsior di Firenze: lì un ufficiale della Repubblica Sociale di Salò gli sparò un colpo di pistola perché non si era alzato in piedi mentre alla radio parlava il generale Graziani. Per salvargli la vita i medici gli asportarono un rene.

Un mezzo (davvero) per tutti
Per il design della Vespa Piaggio - che voleva un mezzo di trasporto economico alla portata di chiunque - ha pensato prima di tutto alle donne, che con quella particolare sella potevano salire a bordo indossando la gonna, e ai preti, che portavano l'abito talare.



Il nome Vespa
La vita sottile dello scooter ispirò a Piaggio il suo nome: «Come farà a reggere due persone con quel vitino da vespa?» avrebbe detto quando gli presentarono il prototipo.



Il modello usato in «Vacanze romane»
Come si vede nella fiction fu Enrico Piaggio a convincere i produttori e il regista di «Vacanze romane» (1953) William Wyler ad utilizzare per le riprese del film una Vespa (la V30T, modello

del 1952 ribattezzato «faro basso» perché il fanale era posizionato sul parafango): in origine Gregory Peck e Audrey Hepburn, per spostarsi nella Capitale, avrebbero dovuto utilizzare un calessino.


Ai provini con la Vespa
Possedere una Vespa da sempre ha sicuramente aiutato Alessio Boni a calarsi nella parte: «Ho avuto la Vespa a 14 anni - ha raccontato l'attore - è stato il mio primo mezzo di libertà e ancora oggi sono un vespista (ha una 200 Rally ndr). È un oggetto geniale che imperversa in tutto il mondo»



Un banchiere mai esistito
Nel cast insieme a Boni ci saranno anche Roberto Ciufoli, Beatrice Grannò, Enrica Pintore, Violante Placido e Francesco Pannofino, che veste i panni del banchiere Rocchi-Battaglia, antagonista di Piaggio, che però non è mai esistito:

«Un personaggio che di per sé non è storico - ha spiegato l'attore - ma è il riassunto di tutte quelle persone che, nella realtà, hanno tentato di ostacolare l’ascesa dell’imprenditore un nemico, insomma un infame e hanno chiamato me per interpretarlo!».



Il no di Moto Guzzi
Chi è veramente esistito invece è Giorgio Parodi, che fondò con il meccanico di aerei Carlo Guzzi la Moto Guzzi: Enrico Piaggio gli offrì la diffusione della Vespa 98 - il primissimo modello - ma lui rifiutò e Piaggio si rivolse alla Lancia.

Parodi si lasciò così sfuggire un'occasione: dal primo lotto (2500 mezzi) del 1946 la produzione di Vespa crebbe esponenzialmente anno dopo anno. Un successo senza precedenti.

«Anche qui in clausura siamo donne e poi suore. L’errore è credersi sante»

corriere.it
di Walter Veltroni

Tra le monache nel monastero di Città della Pieve. «Ho combattuto con Dio, gli dicevo: non farmi questo. La grata una reclusione? No, è la siepe di Leopardi. Abbiamo tre cellulari, ma li teniamo sempre spenti»

«Anche qui in clausura siamo donne e poi suore. L'errore è credersi sante»

Sono andato al monastero di Santa Lucia a Città della Pieve per ascoltare la voce di donne che hanno compiuto una scelta esistenziale e religiosa molto radicale. Ho nella memoria un bellissimo documentario radiofonico di Sergio Zavoli dedicato a queste persone.

Incontro la Madre Badessa Manuela Corvini e suor Fedele dopo che una sorella mi ha fatto avere, attraverso una «ruota», la chiave di una piccola sala in fondo alla quale c’è una grata. Dietro di essa siederanno a lungo, con pazienza e sorriso, due donne italiane che hanno accettato di raccontare la loro scelta e la loro vita.

Quante sorelle siete qui?
«Ventotto: dai 104 ai trentadue anni. La fascia media è tra i cinquanta e i sessanta».

Suor Fedele, com’è una giornata qui dentro?
«Inizia molto presto, alle cinque e mezza con la celebrazione delle Lodi mattutine. Poi preghiamo per tutto il giorno, tranne i pasti e le ore lavorative che vanno dalle nove alle dodici e dalle sedici alle diciotto.

Dopo la cena abbiamo 45 minuti di ricreazione per stare insieme e dopo la preghiera della sera, alle nove e trenta, ci ritiriamo nelle nostre celle».

Madre Manuela, cosa rende una giornata diversa dalle altre?
«L’intenzione con cui la vivi, credo. Ripartire da capo ogni mattina, con il Signore e con le sorelle».

Posso chiedervi come siete arrivate, ciascuna, a questa scelta così radicale?
«Non è mai un’iniziativa personale, la persona non dice: “Ecco adesso entro in monastero”. È come quando si incontra una persona e ci si innamora, stesso modo. Se ragioniamo con un’ottica di fede, c’è una chiamata.

È un’iniziativa di qualcuno, con la q maiuscola. Io ho lottato con il Signore prima di dire di sì a questa vocazione. L’iniziativa non è stata mia, ero proiettata verso altro nella vita. Anche se all’interno di una formazione più o meno religiosa, ho combattuto con il Signore perché gli dicevo: tutto, ma non questo.

Però ad un certo punto ricevi un amore così grande che non puoi non restituirlo».
A che età è entrata?
«Ventisette».

Come era la sua vita prima?
«Studiavo. Ho fatto Lettere classiche, mi sono laureata al Raimondi a Bologna. Ero fidanzata, proiettata sul matrimonio e sull’insegnamento».

E poi che successe?
«È intervenuto il Signore».

In che momento? Come si è manifestato?
«Ad un certo punto si è interrotto il rapporto con questo ragazzo, ma non perché ci fosse un’altra persona, né da parte mia né da parte sua. Per quello che riguarda me non mi bastava più questo rapporto.

Avevo tutto, avevo l’affetto di un ragazzo, dei miei, prospettive sicure per il futuro, tutto quello che si vuole. L’impegno in parrocchia, tante cose gratificanti, però avvertivo un’insoddisfazione dentro, un senso di vuoto profondo a cui, in alcuni momenti, non sapevo dare il nome. Il nome l’ho messo dopo, a posteriori».

Quindi non c’è stato un momento particolare nel quale ha sentito questa chiamata?
«Non sono stata buttata da cavallo come san Paolo.

È stata una cosa lenta, graduale e, ripeto, ho combattuto con il Signore. Solo alla fine, quando ho detto va bene mi arrendo hai vinto tu, ho trovato la pace e una pace profonda. Come un mare: possono esserci tempeste in superficie, però le acque in basso sono calme».

E perché la scelta della clausura nel monastero e non di un’altra forma di impegno?
«Al Signore ho detto: “Va bene ti faccio la suora, ma non la clausura” proprio perché mi attirava, questa scelta, ma allo stesso tempo mi angosciava. Solo che qualunque altra forma non mi restituiva la radicalità che io cercavo.

Io cercavo un amore radicale per il Signore, per la Chiesa, e li ho trovati solo in clausura, perché se avessi scelto la forma di vita attiva, non avrei potuto essere contemporaneamente dove avrei dovuto.

Se ero in una scuola non ero in Africa, se ero in Africa non ero in parrocchia... Mentre, è un paradosso come ce ne sono tanti nella nostra fede, questo è stato l’unico modo che mi ha permesso di raggiungere tutti».

Suor Fedele?
«Per me invece è stata la caduta di San Paolo. L’opposto della Madre».

Di dove è?
«Tortona, provincia di Alessandria. Sono entrata a 24 anni, dodici anni fa, nel 2007. Dopo gli anni di catechismo, finita la Cresima, ho fatto come tanti.

Ho iniziato la mia vita, la scuola superiore. Non ci pensavo proprio più, alla chiesa. Poi nel 2006, sono venuta qui perché sapevo che c’era una suora della mia città. Era la mattina di Pasqua. Sono entrata in chiesa. Noi alla messa apriamo la grata, scorre e si apre.

E mi sono emozionata a vedere le suore con quel sorriso vero, non stampato. Da hostess, come direbbe Papa Francesco. E ho pensato: come fanno ad avere quel sorriso, stando rinchiuse lì dietro? Mentre loro sorridevano, io piangevo. Ed è iniziato così il travaglio interiore. Ho ripreso un cammino catechistico, avevo solo le nozioni di base.
 
Ma mi ero innamorata di questo luogo, della loro vita e sarei entrata subito. Mi ricordo che questa sorella mi aveva detto: “Almeno impara quando si dice il Padre Nostro, nella messa”... Facevo pazzie per venire: finivo di lavorare alle sei di sera, dormivo qualche oretta, partivo verso l’una per essere qua alle Lodi».

Che lavoro faceva?
«Di giorno lavoravo con mia sorella che ha una ditta di riscaldamento e condizionamento. L’aiutavo, curavo in particolare l’assistenza. Stabilivo gli interventi degli operai e di sera avevamo persino un discopub.

Il periodo della mia conversione è stato l’anno boom del nostro lavoro. Ero all’apice della mia carriera. Mi andava bene la vita e lì è arrivato il Signore».

Si ricorda il momento in cui ha detto alla sua famiglia che aveva fatto questa scelta?
«L’ho detto a mia mamma. Mi ricordo, era proprio la festa della mamma. Lo aveva già capito perché è stata una conversione radicale: ho cambiato vita, alle sei uscivo di casa per andare a messa. Mi ricordo ancora la domenica mattina in cui le ho detto: “Mamma ti devo parlare”.

Lei mi ha guardato: “Ti fai suora” e io le ho detto “sì”. “Fai tutto, ma non di clausura”. Mia mamma è invalida quindi avevo tanta paura. Invece il Signore le ha dato tanta grazia e non mi ha mai ostacolato».

E sua sorella come l’ha presa?
«Male. Tra l’altro io avevo chiesto un segno al Signore. Mia sorella ha otto anni più di me. Voleva avere un figlio e non riusciva. Questa suora aveva citato una frase di don Bosco, quando ero in cammino di discernimento, che dice: “Quando il Signore chiama a sé una giovane in una famiglia, manda sempre un angelo al suo posto”.

E io davvero su questa frase ho gettato le reti. Ho pensato: “Allora fai rimanere incinta mia sorella”. È rimasta incinta».

Madre Manuela, ci sono stati momenti nei quali la sofferenza le ha fatto avere dei dubbi tanto radicali quanto la scelta compiuta?
«In superficie sì, questa non è assolutamente una vita tranquilla. No, c’è la fatica, ci sono momenti di dubbio, di buio. Guai se non ci fossero veramente, sarebbe una vita falsa. Ci può essere la tempesta, nel nostro mare, però nel profondo rimane la pace.

Questo rapporto con il Signore è talmente profondo, che niente lo può mettere in discussione».

Suor Fedele, come filtra il mondo esterno qui dentro?
«Abbiamo alcuni giornali cattolici: l’Osservatore e l’Avvenire e poi abbiamo un po’ di accesso a Internet, soprattutto la madre».

Non vedete televisione?
«No, solo in infermeria. Quando c’è stato il terremoto ad Amatrice tre anni fa, abbiamo visto un telegiornale per capire cosa stava succedendo.

Abbiamo tanti contatti telefonici. Siamo abbastanza vive. Concretamente l’esterno entra così, poi sta a te ricordarti qual è il tuo servizio per quel mondo».

Madre Manuela, quindi voi avete la percezione di quello che succede fuori?
«Direi proprio di sì. Poi sono tante anche le persone che chiamano al telefono, scrivono, o vengono ad affidarci le loro intenzioni di preghiera. Il mondo entra con le loro parole».

È giusto che Dio chieda delle rinunce nel rapporto di amore con lui?
«Dipende cosa si intende per rinuncia».

È paradossale ma la vostra può apparire all’esterno una scelta egoistica: sottrarre se stessi alle relazioni con gli altri, all’aiuto, al sostegno. C’è questo rischio?
«Il rischio c’è. Il problema dell’uomo, da Adamo ed Eva, è l’individualismo. Lo puoi vivere nel matrimonio, nel lavoro, in monastero, da monaca clarissa. Non si entra e non si rimane in monastero per se stessi, mai. Certo, a occhi solo umani è una follia, o una raffinata forma di egoismo.

La clausura è stato per me il “modo” concreto per raggiungere tutti. Ogni altra forma di consacrazione mi appariva limitata, circoscritta. Radicalità dell’amore per il Signore e amore per la Chiesa, per l’umanità vanno insieme.

Una vita apparentemente “persa” per Lui, per potere in Lui raggiungere tutti. È un paradosso, come è un paradosso che Cristo abbia salvato l’uomo dall’alto di una croce. Il cuore di una monaca non è più solo un cuore di donna, fatto per accogliere e donare l’amore.

Al di là delle debolezze umane, diventa il campo del mondo, il campo di Dio, in cui, sotto i suoi occhi, avvengono le fatiche e le lotte di tutti. Nulla di ciò che è umano ci è estraneo. Quando non importa se si vedrà solo in cielo una piccola speranza fiorisce all’improvviso nel cuore di un fratello, dietro c’è un cuore che si è aperto per tutti.

C’è mai stato un tempo in cui si sia più sentito il bisogno di questo?
Oggi l’uomo cerca la vita, quella vera, ha sete di bellezza autentica, della positività del reale. La notte è giunta troppo in là».

C’è una differenza tra la clausura degli uomini e quella delle donne?
«Ci sono tante forme, anche le clausure delle donne non sono tutte uguali, noi per esempio abbiamo la clausola papale che è quella forse più rigida».

Non c’è una regola universale?
«No. Ci sono monaci che vivono in clausura, ci sono i certosini...».

Ma perché le grate per le donne sì e per gli uomini no?
«La grata anzitutto è un segno. Quindi un segno è sempre qualcosa di visibile e che deve parlare, deve rimandare a qualcosa d’altro. La grata rimanda a Dio. Il motivo è quello, non è né un segno di difesa, di protezione di o da non so bene cosa».

La domanda è: perché un sacerdote maschio non dovrebbe accettare lo stesso segno? Se è un segno...
«Ci sono anche religiose suore che non vivono in clausura. Sono forme di vita diversa. I certosini penso abbiano la forma più rigida anche della nostra. Non so se volevamo arrivare a dire che la clausura imposta alle donne...».

No, volevo solo capire la ragione di questa differenza. Quanto è bello il silenzio in una società rumorosa come la nostra? Quanto è grande il silenzio?
«C’è silenzio e silenzio. C’è un silenzio che è uguale al mutismo e questo è egoistico sia in monastero che fuori: mi metto le cuffie e non sento nessuno e mi faccio gli affari miei. E c’è un silenzio abitato da una presenza forte. Questo è il silenzio vero che ci riempie».

Voi vi siete mai arrabbiate con Dio?
«Come no».

Per esempio?
«Quando ti smonta, quando ti dice “non sei quella che pensi di essere ma sei quella che ho scelto io”. Noi possiamo solo accogliere. Credo che la vita per ogni cristiano cambi quando si fa accoglienza e non conquista.

Un po’ come: “Signore ti servo, vado a messa la domenica, faccio questa offerta così mi fai andare bene l’esame, mi guarisci dalla malattia e magari alla fine mi dai anche il Paradiso”. Questa non è la fede, al massimo può essere religione, quindi qualcosa ancora costruita dall’uomo.

Ma non si chiama fede, la fede è affidarsi a una persona, un po’ come il bambino che impara a camminare. Perché impara a camminare il bambino? Perché sa, lo ha sperimentato, che se cade ci sono le braccia del papà o della mamma che lo tirano su. La fede è questo, cioè affidarsi».

Uno degli elementi essenziali della vita umana è il dubbio, nel senso che il dubbio è il viaggio, il dubbio è la ricerca dell’altro da sé. Come esiste il dubbio nella vostra scelta?
«È negativo se ti porta a mettere in discussione sempre tutto: c’è anche la moda oggi del mettere in discussione tutto, non ci sono certezze. E anche questo diventa un dogma, il dogma di non avere certezze. E questo è negativo.

Diventa positivo il dubbio se mi fa mettere in discussione, cioè se non pretendo di aver raggiunto la meta. Se è qualcosa che mi fa ripartire ogni giorno verso una meta ulteriore, verso un traguardo che si sposta più avanti».

Madre Manuela, perché questa passione per l’Infinito di Leopardi?
«Non so, è dalle medie. L’infinito è proprio questo, forse pensare a questo colle che alla fine diventa un mare, attraverso la parola attraversa il limite, la siepe, e si apre l’infinito. E poi c’è quel verbo “s’annega” che mi aveva interessato tanto e avevo trovato quella frase dello Zibaldone che dava una spiegazione:

Leopardi parla della compassione e dice che la compassione è quasi una negazione che l’uomo fa di se stesso e del proprio egoismo. Mi sembrava che il “s’annega” dell’ultimo verso non fosse solo legato alla dimensione semantica dell’andare a fondo, ma del negare se stessi. Da qui poi il naufragare dell’ultimo verso».

Qualcuno ha cercato di mettere in discussione l’esistenza di Dio con Auschwitz. C’è qualcosa in cui vi sembra che l’uomo abbia tradito al massimo livello Dio?
«Noi tradiamo in continuazione il Signore. Ma Dio non rinuncia alla nostra libertà. Siamo noi che spesso non teniamo alla nostra libertà e andiamo dietro ai vari burattinai di turno. Noi diciamo “non ho fede” ma crediamo agli oroscopi, ai telegiornali, agli slogan pubblicitari. Finiamo per credere a tutto.

Però Dio ci lascia liberi, preferisce che noi pecchiamo piuttosto che rinunciare alla nostra libertà. Non vuole dei burattini. L’uomo è libero, questo ci deve sempre interrogare e richiamare alla responsabilità».

Cosa pensate del risorgente razzismo?
«Aver estromesso Dio ci porta a estromettere anche l’uomo: se tolgo Dio dalla mia vita perché devo amare il fratello? Cercherò di sopraffarlo, di prendere quello che è suo, di trarre tutto per me. Cioè l’io al centro. Io, io, io».

Quanta sofferenza dà, a voi che avete fatto una scelta così radicale, vedere nella chiesa comportamenti intollerabili?
«Tanta sofferenza, tanto dolore. Soprattutto se pensiamo al Papa. È chiaro che lo scandalo nella chiesa fa più male ancora di quello esterno alla Chiesa. La Chiesa è santa e peccatrice. Il peccato rimane, lo spirito santo deve lavorare con il materiale che gli mettiamo a disposizione.

E siamo noi uomini, peccatori. Il peccato non va mai nascosto e mi sembra che il Papa stia dando chiari segnali in questa linea».

Suor Fedele, come è arrivata qui la notizia delle dimissioni del Papa? Come l’avete commentata?
«Per telefono, ci ha chiamato qualcuno, siamo andate a vedere su Internet. Bocca aperta. Inaspettata. Una cosa nuova. Poi però l’abbiamo letta con tanta sapienza».

Un telefono cellulare non sapete cosa sia?
«Lo sappiamo».

Lo avete, Madre Manuela?
«Sì, abbiamo tre telefoni cellulari che usiamo per chiamare. Ci sono tanti monasteri in cui le badesse girano con il telefono. Io mi rifiuto, sono una badessa alternativa, senza cellulare. È a disposizione delle sorelle per fare chiamate».

Non ricevere?
«No, lo teniamo spento. Adesso abbiamo una sorella in ospedale e lo usiamo per chiamarla».

Parlatorio, celle e grate sono cose che esistono in altri istituti. Che differenza c’è, Madre Manuela?
«La scelta».

Per voi è un punto dell’orizzonte la grata, non è una reclusione?
«No, assolutamente. È la siepe».

Leopardi per suor Emanuela, per lei, suor Fedele, qual è il riferimento letterario più importante?
«La canzone di Jovanotti, “Penelope”. Quando stavo facendo il cammino, era uscita la canzone che diceva proprio: “Chiara era una ricca signorina che divenne più ricca quando ebbe la povertà”. Jovanotti è il mio poeta preferito. Mi piacerebbe venisse a trovarci».

La rinuncia alla maternità, non è la rinuncia ad una parte delle possibilità umane?
«La maternità non è solo quella fisica, il cuore di una donna è fatto per amare e per essere amato, quindi guai se non c’entra l’amore. Se non c’entra la fecondità che è spirituale. La madre è quella che si dona. Che dà la vita, che rinuncia a qualcosa di sé per il figlio.

E questo siamo chiamate a farlo anche noi. Se non lo facciamo siamo zitelle. Ed è un peccato da confessare».

La rinuncia alla sessualità è dura? Fa parte di questo scambio?
«C’è un modo diverso di viverla. C’è una sessualità che non è solo genitalità ma è molto più profonda e fa parte dell’essere uomo e dell’essere donna.

Io rimango donna fino in fondo: prima di essere clarissa sono donna e poi sono una donna cristiana e poi clarissa.

Nel mio modo di accostare le sorelle, nel mio modo di accostare le persone che vengono, nel mio modo di comportarmi con il Signore io rimango una donna, quindi con anche la mia sessualità, la mia affettività, la mia razionalità. Tutto di me rimane.

Questo vale anche per la gente fuori: l’amore non può mai essere solo genitalità. Andare dietro l’emozione del momento per soddisfare l’emozione del momento. Non è questa la vita. L’amore è qualcosa di più. Mi viene in mente l’immagine del mio babbo, scomparso due anni fa.

All’improvviso è stato ricoverato e il giorno dopo è morto. Io ho sempre con me una foto fatta col cellulare da mio fratello. Il giorno prima era nel letto di ospedale con l’ossigeno e gli occhi chiusi.


Questa foto riprende mia mamma che si china sul mio babbo papà aveva 86 anni, anche mia mamma un’ottantina e gli tocca la maschera di ossigeno, cosa che non aveva mai fatto. Un gesto di tenerezza.

Questo a me ha insegnato tanto: dopo una vita intera trascorsa insieme tu ti chini sull’uomo con cui hai diviso ogni giorno e lo accarezzi, comunque...».

Le è costato non andare lì?
«Sono andata per il funerale. Non sono arrivata in tempo a vederlo vivo, ma sono andata per il funerale. Siamo libere di andare, per la morte dei genitori».

Che impressione le ha fatto stare fuori da qui?
«Noi usciamo per votare e per andare dal dottore, dal dentista, per cui è normale».

Parlate di politica, tra voi?
«Come no. Due domeniche fa siamo andate a votare. In questi casi ci vediamo tutte e una sorella si documenta, stampa qualcosa da Internet e discutiamo. Poi votiamo liberamente. Chi vuole dire per chi vota lo dice e chi non vuole non lo dice.

Abbiamo votato anche per il sindaco. I candidati sono venuti e si sono presentati. Trenta voti. Non sono pochi».

Che impressione vi ha fatto la decisione del sinodo di aprire a sacerdoti sposati?
«Ho potuto dare solo una rapida occhiata al documento finale del sinodo. Il filo conduttore, come balza subito agli occhi dai titoli dei capitoli, è “conversione”.

Per le enormi difficoltà di accedere ai sacramenti nel territorio dell’Amazzonia, il documento propone di “stabilire criteri e disposizioni” perché diaconi permanenti sposati possano essere ordinati sacerdoti.

Quindi non il prete che si sposa, ma lo sposato che può diventare prete. Sono due realtà diverse. Piuttosto che invocare lo scisma o ipotizzare scenari apocalittici, restiamo in attesa dei pronunciamenti del Santo Padre. Con tanta pace e tanta serenità...».

La nullità delle sardine, senza idee e senza una base culturale

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La piazza delle sardine è la perfetta metafora dei tempi in cui viviamo. Migliaia di persone che scendono in piazza contro un avversario (o nemico per molti di loro) senza avanzare proposte o idee per risolvere i problemi o migliorare la società in cui vivono.

Si può protestare e al tempo stesso essere propositivi, offrire un’alternativa, delle risposte, ma le sardine rappresentano l’incapacità di avere una visione ormai troppo diffusa in questo paese.

A ciò si aggiunga il cortocircuito alla base delle manifestazioni: in Emilia Romagna governa il centrosinistra dal dopoguerra, non la Lega e il centrodestra che rappresentano invece un’alternativa a un sistema di potere stratificato.

Le sardine non avranno futuro e scompariranno con la stessa velocità con cui sono nate perché culturalmente nulle, figlie dell’odiernità, dell’improvvisazione, dell’incapacità di costruire progetti.

L’impreparazione culturale del loro leader Mattia Santori, ragazzo all’apparenza simpatico, ma privo di contenuti, ne è la dimostrazione.

Interrogato in una trasmissione televisiva se ci fossero punti in comune tra le sardine e i girotondi che protestavano contro Berlusconi, ha candidadamente risposto: “non so, fino a pochi giorni fa discutevo di chi doveva fare le pulizie a casa”.

Come dire: che ne so della storia italiana, la mia occupazione era occuparmi dei problemi quotidiani (magari con qualche compagno fuori corso) e non avevo certo tempo di studiare quello che succedeva nel nostro paese.

Ma Mattia Santori è il leader giusto per la protesta, rappresenta lo stereotipo di un certo tipo di studente che affolla la gloriosa Alma Mater Studiorum di Bologna, in particolare nelle facoltà umanistiche.

Per come si veste, come parla, per la banalità dei suoi slogan tipici del semi-colto di sinistra che ha sul comodino l’ultimo libro di Baricco, Coelho per i più mainstream, un Einaudi Stile Libero per i più ricercati.

C’era un tempo in cui la nostra terra dava i natali a geni come Ariosto, Marconi, Pascoli, Longanesi, Ferrari, oggi dobbiamo accontentarci della nullità delle sardine. Ma non disperiamoci, sic transit gloria mundi.

Hong Kong e Bolivia, narrazioni a confronto

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Da giorni i media sono inondati di immagini sugli scontri al Campus universitario di Hong Kong correlate da commenti drammatici sulla brutalità della polizia che sta assediando i manifestanti.

In realtà, si tratta di immagini alquanto usuali, come se ne vedono normalmente in Occidente quando le città sono messe a ferro e fuoco dai Black Bloc.

Proprio a tali movimenti antagonisti possono essere ricondotti i manifestanti di Hong Kong dato che non hanno richieste specifiche se non un’impossibile secessione dalla Cina, dopo che la legge sull’estradizione, da cui nasceva la controversia, è stata ritirata. Da qui la devastazione fine a se stessa.

Proteste “spontanee”
A guidare le proteste “spontanee” sono i gruppi più radicali, ai quali è stato dato il mandato di alzare al massimo il livello dello scontro così da scatenare la repressione delle autorità.

A chi sta montando questa protesta “spontanea” serve che si ripeta lo schema Tienanmen, con la Cina comunista protagonista di una repressione sanguinaria che la isolerebbe dal mondo.

Gioco evidente, al quale le narrazioni mainstream si prestano con la consueta acriticità, obliterando la violenza dei manifestanti e ingigantendo quella della polizia.

Quest’ultima, in realtà, al di là di eccessi propri degli scontri ravvicinati, sta facendo il suo lavoro che è quello di contrastare la violenza dilagante contro manifestanti che hanno un’ottima organizzazione militare.

Il coordinamento delle proteste è perfetto, come anche l’intelligence. Lo evidenzia il caso delle app che segnalava i movimenti della polizia, rimossa dalla Apple (Bbc) e probabilmente sostituita da altro; e la capacità di sfuggire alle intercettazioni grazie al supporto di social adatti (Bbc).

Come perfetti gli obiettivi da colpire: stazioni della metropolitana, aeroporto e altri centri nevralgici della città. Proteste tanto spontanee che anche il look dei manifestanti è scelto da altri: non vestiti, ma uniformi, come denota un (ironico) divieto delle autorità all’importazione di vestiti neri da distribuire ai ribelli (Independent).

Il nero ha certa resa sui media, come ben sanno i black bloc o l’Isis…


Proteste a Hong Kong
Alzare il tiro
Si diceva che si vuole provocare la reazione di Pechino. Da qui l’utilizzo di armi sempre più pericolose da parte dei ribelli: oltre alle bottiglie molotov hanno iniziato a usare archi e frecce (ferito un poliziotto).

Peraltro le autorità accademiche hanno denunciato il furto di sostanze tossiche dai laboratori del Campus da parte degli occupanti, con allarme generale della città (South China Morning Post).

Finora la sicurezza è stata accorta: in mesi di vandalismo si sono registrati solo alcuni feriti tra polizia e dimostranti, mentre questi ultimi hanno ucciso un uomo, colpito in testa da un mattone, e dato alle fiamme un civile (qui il terribile video).

Le proteste di Hong Kong vengono coperte in articoli e servizi Tv che la definiscono ex colonia britannica. Qualcosa di altro dalla Cina, mentre da millenni appartiene al Celeste impero, da cui Londra la strappò a metà del secolo scorso grazie all’oppio.

Si vuole che torni a essere la colonia di un tempo, grazie ai manifestanti che agitano bandiere americane. Una colonia piantata come un cuneo nel cuore della rivale Pechino… da qui l’irriducibilità di una rivolta che ha un obiettivo geopolitico altissimo: porre criticità nella potenza globale rivale degli Usa.
Poca solidarietà per la Bolivia
Alla copertura degli scontri di Hong Kong corrisponde l’oblio su quanto accade in Bolivia, dove, dopo il golpe che ha estromesso Evo Morales, si è scatenata la repressione.



Bolivia, alcuni manifestanti uccisi nella repressione

Nell’ultimo scontro, segnala il New York Times, sono cinque i morti tra i manifestanti. Omicidi non casuali, dato che, come ricorda il NYT, il nuovo presidente “ha firmato un decreto che protegge le forze di sicurezza dall’azione penale quando essa mantiene l’ordine pubblico”.

Licenza di uccidere. Ampio, in Occidente, il consenso, più o meno tacito, per i golpisti. Solo qualche politico ha osato denunciarlo.Tra questi il senatore democratico Usa Bernie Sanders che, dopo aver denunciato il “colpo di Stato”, ha detto:

“Penso che Morales abbia fatto un ottimo lavoro per alleviare la povertà e dare agli indios della Bolivia una voce che non avevano mai avuto prima” (Newsweek). Nella nota precedente sulla Bolivia avevamo accennato alle immani riserve di litio del Paese, che Morales voleva usare per contrastare ulteriormente la povertà…
Il litio e le automobili tedesche
Il litio serve a produrre batterie, indispensabili alle automobili elettriche. Proprio in tale prospettiva, la Germania aveva stretto un contratto con la Bolivia per lo sfruttamento del litio da parte dell’ACI Systems.

Un investimento di 1.3 miliardi di dollari. Poco prima della sua defenestrazione, Morales aveva annullato il contratto, chiedendone uno più favorevole (Argus).Sette giorni dopo, il golpe. Difficile immaginare mani tedesche dietro i militari.

Probabilmente Morales sarebbe riuscito davvero a spuntare un accordo migliore. Più probabile che a far muovere i militari sia stato qualcuno che voleva impedire l’intesa, che avrebbe favorito Bolivia e Germania.

Va ricordato che il settore automobilistico tedesco è considerato dagli Stati Uniti una “minaccia alla sicurezza nazionale” (Reuters).

Considerazione alla quale va aggiunto che gli Usa hanno fatto sforzi enormi per diventare il primo produttore mondiale di petrolio… la produzione di automobili elettriche relativizza in parte tale primato.
Le conclusioni ai lettori.

Anca Maria Murg, catturata a Salerno la killer del tacco: era una delle latitanti più pericolose d’Europa

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Ferruccio Pinotti

Romena, 30 anni, era in fuga da 12 anni: nel 2007 aveva ucciso un 18enne spaccandogli il cranio con la punta della scarpa

Anca Maria Murg, catturata a Salerno la killer del tacco: era una delle latitanti più pericolose d'Europa

Uccise un 18enne a colpi di mazza da baseball e con un una pietra, finendolo poi con un colpo di tacco alla testa. Ed era per questo una delle latitanti più pericolose d’Europa, ma la sua corsa è finita in Italia.

I carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli hanno localizzato e arrestato a Scafati (Salerno) Anca Maria Murg, 30enne di origine romena. Era tra i latitanti più ricercati in ambito europeo.

Sfuggiva dal 2010 da un mandato di arresto europeo emesso dalle autorità romene per una sentenza definitiva del Tribunale di Hunedoara (Romania) che la condannò a 20 anni di reclusione per omicidio volontario aggravato in concorso.
La notte del delitto
Nella notte del 16 settembre 2007, in una discoteca della località montana di Tampa (nei pressi di Brasov, Carpazi orientali), la donna discusse con un 18enne. Ben presto però il litigio sfociò in qualcosa di infinitamente peggiore.

Lei lo colpì con calci e pugni, poi con una mazza da baseball e con un masso. Gli inflisse il colpo fatale calpestandogli il capo con il tacco della scarpa. Il ragazzo morì in ospedale due giorni dopo.

La donna è stata catturata dopo una lunga attività investigativa anche in collaborazione con il Servizio di Cooperazione Internazionale. Ora è in carcere in attesa dell’estradizione

Diego Maradona, fenomenologia del campione delle contraddizioni

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di Tommaso Pellizzari

La droga, le amicizie pericolose, i figli diseredati. Il re ha dato un calcio all’ultima panchina. Ma è ancora sul trono, perché a lui si perdona tutto

Diego Maradona, fenomenologia del campione delle contraddizioni

Diego Armando Maradona, 59 anni, allenatore del Gimnasia La Plata (da cui si è dimesso), il 29 ottobre scorso allo stadio Marcelo Bielsa a Rosario, in Argentina, dove i tifosi gli hanno regalato un vero trono da cui ha seguito la partita.

In fondo, è semplice: a Maradona oggi perdoniamo tutto. Mentre, all’epoca, non gli perdonavamo niente. Perché come osava, quel nanerottolo, venire a vincere quassù al Nord?

Come osava battere le punizioni meglio di Platini, segnando la più incredibile della storia del calcio proprio alla Juventus e proprio in faccia a Le Roi, piazzato in barriera? Come osava ostinarsi a voler piegare l’acciaio dell’Inter dei tedeschi Brehme e Matthäus?

Chi si credeva di essere, per provare a fermare il futuro incarnato nei superpoteri di Gullit e nell’eleganza di Van Basten? Con che coraggio, per di più, faceva tutto questo giocando in una squadra del Sud, che finora aveva avuto il buon gusto di non aver mai vinto uno scudetto?

10 maggio 1987, Maradona in Napoli-Fiorentina. La partita termina 1-1, ma basta al Napoli per aggiudicarsi lo scudetto (foto Ap/Massimo Sambucetti)
10 maggio 1987, Maradona in Napoli-Fiorentina. La partita termina 1-1, ma basta al Napoli per aggiudicarsi lo scudetto (foto Ap/Massimo Sambucetti)
Lo choc culturale che portò in Italia
Nell’Italia degli Anni 80 Diego Maradona fu uno scandalo non solo calcistico, ma anche culturale. Tanto che molti tifosi delle tre grandi squadre del Nord finirono per preferire che fosse una rivale storica a vincere, piuttosto che certi parvenu.

Oggi però non andiamo più così fieri della spaventosa manifestazione di provincialismo di cui demmo prova l’8 giugno 1990, quando tutto lo stadio di San Siro tifò smodatamente contro l’Argentina e gioì smisuratamente per la sconfitta contro il Camerun, all’esordio nel Mondiale.

Quanto caro lo pagammo, quel provincialismo, lo avrebbe scoperto poi la nazionale italiana in campo proprio contro l’Argentina di Maradona a Napoli, in un surreale ambiente di tifo diviso quantomeno a metà.

E con Diego che in mondovisione gridava “hijos de puta” a tutti quelli che stavano fischiando l’inno del suo Paese. Perché Maradona era (ed è) anche questo: non si limitava a ledere la maestà del Grande Nord. Lui lo mandava direttamente affanculo.

Cosa che fece peraltro anche al Mondiale di 4 anni dopo. Con la non lieve differenza che il Grande Nord destinatario del suo urlo dopo il gol alla Grecia non era la Padania e dintorni: era quello che un tempo si chiamava Primo mondo.

Maradona firma la poltrona-trono regalatagli a Rosario, dove era stato accolto in maniera speciale dai tifosi del Newell’s Old Boys: una panchina speciale per l’ex numero 10, dalla quale ha guidato i suoi giocatori del Gimnasia La Plata
Maradona firma la poltrona-trono regalatagli a Rosario, dove era stato accolto in maniera speciale dai tifosi del Newell’s Old Boys: una panchina speciale per l’ex numero 10, dalla quale ha guidato i suoi giocatori del Gimnasia La Plata
L’Argentina a Usa ‘94
Nel debutto dell’Argentina a Usa 94 Diego segnò il gol del 3-0. Poi la corsa verso una telecamera, con l’espressione stravolta dalla rabbia, perché tra il secondo scudetto vinto a Napoli nel 1990 e quella partita nel frattempo c’era stato di tutto:

la squalifica per cocaina nel 1991, lo stop di un anno e mezzo, la fuga dall’Italia, il tentativo di rinascita a Siviglia, il ritorno in patria al Newell’s Old Boys di Rosario, esperienza conclusa con le fucilate ad aria compressa contro i giornalisti appostati
fuori casa.

Nella squadra in cui sarebbe iniziata l’avventura di un bambino di nome Leo Messi, Diego giocò solo 5 partite così così.

Eppure lo scorso 29 ottobre quando si è ripresentato da quelle parti come allenatore del Gimnasia La Plata è stato accolto con un trono, seduto sul quale ha guidato i suoi alla vittoria per 4-0 (ma due partite dopo si è dimesso, lasciando il Gimnasia nella stessa zona retrocessione in cui l’aveva presa).
I fantasmi nella testa
Resta che dopo quelle 5 partite Diego si fermò. Era il febbraio del 1994: troppo fuori forma, troppi fantasmi nella testa. E al Mondiale in cui bisognava vendicarsi di quello perso in finale nel 1990 contro la Germania per un rigore inesistente, mancavano solo 4 mesi.

Sono giustamente celebri le cinque parole con cui Eduardo Galeano (nel suo libro Splendori e miserie del gioco del calcio, Sperling & Kupfer) riassunse quella Coppa del mondo di Maradona: «Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto».

Perché dopo il trionfo sulla Grecia, arrivò il controllo antidoping successivo al 2-0 sulla Nigeria: nelle urine di Diego c’era efedrina, sostanza stimolante e anche dimagrante. Fu facile fare due più due, visto che aveva perso 20 chili in tre mesi.

Ma lui parlò di un complotto della Fifa e del suo allora segretario generale Sepp Blatter: «Una trappola, mi hanno voluto negli Usa e poi mi hanno abbandonato».
La vita da capopopolo
Il primo testimone a discarico del Pibe è il suo ex compagno di Nazionale Jorge Valdano.

Nel suo libro Il sogno di Futbolandia (Mondadori) il calciatore dirigente-scrittore ricorda la conversazione tra il dottor Oliva, medico personale di Maradona, e il preparatore fisico Fernando Signorini: «Dottore, come devo allenare Maradona?».
«Tu hai mai visto allenarsi un gatto?».

Il secondo testimone è ancora Galeano, che ricorda il cannoneggiamento cui il Pibe aveva sottoposto la Fifa da parecchio tempo prima:
«Nel 1986 e nel 1994, in Messico e negli Stati Uniti, denunciò l’onnipotente dittatura della televisione che obbligava i giocatori a spaccarsi la schiena a mezzogiorno, abbrustolendosi al sole.

E in mille altre occasioni, in tutto l’arco della sua accidentata carriera, Maradona ha detto cose che hanno sollevato un vespaio». Oggi sappiamo che forse non aveva tutti i torti. E comunque se certe cose non le diceva, le faceva.

In che altro modo interpretare quei 5 minuti di Argentina-Inghilterra, quarto di finale del Mondiale messicano 1986?

Maradona segna con la mano il gol dell’1-0 per l’Argentina contro l’Inghilterra nei quarti di finale dei Mondiali del 1986 in Messico (foto Ansa)Maradona segna con la mano il gol dell’1-0 per l’Argentina contro l’Inghilterra nei quarti di finale dei Mondiali del 1986 in Messico (foto Ansa)
Quei gol all’Inghilterra per vendicare le Falkland
Nella prima sfida dopo la guerra delle Falkland del 1982 (quando il Paese sudamericano era stato sconfitto dall’esercito di Sua Maestà spedito da Margaret Thatcher per riprendersi le isole colonizzate nell’800) Diego usò per vincere tutte le armi a sua disposizione.

Legali o meno. Come la mano con cui al 51’ segnò il gol del vantaggio.

Ma per essere sicuro che nessuno dicesse che lui vinceva imbrogliando, 4 minuti dopo prese palla nella sua metà campo, saltò 5 avversari e segnò quello che poi sarebbe stato votato come gol del secolo.

La guerra era stata persa. Ma quella battaglia no e, contrariamente a quanto dice il proverbio, il 22 giugno 1986 nacque il mito del Maradona capopopolo di tutti i Sud del mondo.

Esattamente il contrario di Pelé che, scrisse Mario Sconcerti, ha scelto di essere «il vecchio ragazzo buono del grande calcio». Solo pochi giorni fa, invece, Diego ha dato il suo sostegno all’ex presidente della Bolivia Evo Morales:

«Mi rammar