Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 20 ottobre 2019

Vietato agli anziani

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desc imgdi  Massimo Gramellini

Grillo vuole togliere il voto agli anziani, dunque anche a sé stesso. Dopo una certa età, che si dimentica di precisare, le uniche urne concesse sarebbero quelle cinerarie. In Italia i veterani dell’esistenza si avviano a diventare il gruppo più numeroso.

E in democrazia, se la maggioranza preferisce investire in dentiere anziché in biberon, occorre assecondarla, a costo di trasformarci in un immenso ospizio.

Ma è davvero così? La provocazione di Grillo, che pure passa per un utopista, mi sembra di un cinismo spaventoso. Secondo lui ogni anziano vota sulla spinta delle convenienze personali immediate.

Ne consegue che il destino dell’ambiente gli interessa meno di quello della badante. Ma ogni essere umano è un impasto di interessi e di passioni.

E anche l’anziano, Grillo ne converrà, è un essere umano. Restringerlo al cliché del vecchietto passatista e borbottone non fa onore al capopopolo (anziano).

Vada a spiegare le sue teorie ai congiunti della nonna di Iglesias investita da un Suv, che ha protetto la nipote col proprio corpo e con l’ultimo filo di voce ha detto ai soccorritori: «Pensate alla bambina».

O all’ottantenne toscano che si fa 60 chilometri al giorno per portare a scuola un bimbo cieco che non è nemmeno suo parente. La crisi economica, costringendo tanti anziani a sostituirsi allo Stato, li ha già indotti a coniugare i verbi al futuro.

Non bisognerebbe impedire loro di votare. Casomai di farsi votare, ma questo è un cattivo pensiero che mi attraversa solo quando vedo Trump.

È il Columbus Day (ma anche Washington condanna Colombo come «sanguinoso oppressore»)

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di Giuseppe Sarcina

Gli Stati Uniti festeggiano oggi l’anniversario della scoperta dell’America. E cresce il fronte delle città critiche con l’esploratore italiano (mentre resiste, per ora, New York)

È il Columbus Day (ma anche Washington condanna Colombo come «sanguinoso oppressore»)

WASHINGTON — Oggi negli Stati Uniti si festeggia il Columbus Day, l’anniversario della scoperta dell’America, il 12 ottobre 1492 (per convenzione la festa è fissata nel secondo lunedì del mese).

Ma da diversi anni la celebrazione è insidiata da un movimento di opinione e politico che considera l’esploratore Cristoforo Colombo alla stregua di un sanguinoso oppressore dei nativi americani. Almeno un centinaio di città ha già sostituito il «Columbus Day» con l’Indigenous Day.
 
Da quest’anno si allinea anche Washington, la capitale degli Stati Uniti. Il Consiglio comunale ha passato la risoluzione che la sindaca Muriel Bowser ha subito firmato. Resiste, invece, New York: ieri l’ambasciatore italiano Armando Varricchio ha deposto dei fiori sotto la statua del grande navigatore in Columbus Circle.

Sul «New York Times» Bren Staples ricorda come il Columbus Day fu istituito nel 1892 dal presidente Benjamin Harrison per ricucire lo strappo diplomatico con il governo italiano, dopo che a New Orleans furono linciati 11 italo-americani ingiustamente accusati di aver partecipato all’omicidio del capo della polizia David Hennessy.

La morte è sacra, va affrontata con umanità

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di Carlo Rovelli

Le cure palliative non bastano: aumentare la morfina spesso è come un’eutanasia. Per questo sono contento che si ricominci a parlare di suicidio assistito

La morte è sacra, va affrontata con umanità

Sono contento si ricominci a parlare di suicidio assistito, e accolgo l’invito del Presidente della Camera al dibattito su questo argomento. L’ho toccato su questo giornale alcuni mesi fa, raccontando il suicidio assistito di un’amica, in Belgio.

Chiedevo perché non possiamo avere in Italia la stessa possibilità che esiste in altri Paesi civili di scegliere serenamente il modo in cui morire quando la sofferenza è grave e irrimediabile. Mi rispose allora l’Osservatore Romano, presentando argomenti contrari.

Ritengo che il rispetto delle opinioni diverse sia il fondamento della democrazia, e sia particolarmente importante su un tema delicato come questo, e vorrei presentare qui, serenamente, alcune considerazioni in questo spirito.

La prima riguarda le dichiarazioni recenti di alcuni rappresentanti del mondo medico, che chiedono di non essere obbligati ad assistere una persona che vuole terminare la sua vita.

Mi ha colpito la frase di un medico, riportata su questo giornale, che diceva «si parla della libertà del paziente, ma che ne è della libertà del medico?». Mi sembra chiaro che la libertà del medico possa e debba essere rispettata.

In Belgio, la mia amica aveva una malattia incurabile e soffriva. Ha chiesto aiuto al proprio medico curante per terminare la sua vita.

Il medico curante ha risposto che per motivi legati alle sue convinzioni morali non l’avrebbe fatto. Seguendo la legge del Paese, ha quindi semplicemente diretto la sua paziente verso un collega che non aveva simili impedimenti, che ha aiutato lui il suicidio.

Questo prevede la legge del Belgio, salvaguardando la libertà tanto del paziente che del medico. Mi sembra una soluzione civile.

Non dobbiamo imporre l’uno all’altro le nostre convinzioni religiose o morali; dobbiamo rispettare le convinzioni di ciascuno, e avere leggi che permettano questo, e limitino la nostra libertà solo se la nostra libertà può nuocere ad altri.

Nel rispondere al mio articolo, l’Osservatore Romano presentava l’alternativa fra una morte «in un freddo letto di ospedale», «oscura, tremebonda e piena di tabù», oppure una morte in casa propria, scelta e vissuta serenamente.

Sono d’accordo. Il suicidio assistito della mia amica è avvenuto in casa, serenamente. Era attorniata dai suoi cari. Era mattina, e ha voluto passare l’ultimo momento della sua vita con la finestra aperta, ascoltando il canto degli uccelli, fra l’affetto dei suoi.

Noi tutti dovremo affrontare l’ultimo giorno della nostra vita. Io spero intensamente che il mio possa essere in una situazione di serenità e affetto come è stato il suo.

I medici sanno che ci sono condizioni che portano a sofferenze estreme e senza rimedio, e a un degrado e un abbrutimento senza ritorno. Alcuni fra noi vogliono affrontare questo degrado comunque. Li rispetto. Altri preferiscono non farlo. Ritengo meritino eguale rispetto.

L’Osservatore Romano mi obietta che se la ragione della scelta di morire è una sofferenza estrema e incurabile, la risposta è che oggi ci sono «cure palliative» che risolvono il problema.

Sarebbe bello se tali cure fossero sufficienti, ma purtroppo non lo sono. Esiste la morfina e farmaci simili, che alleviano il dolore, ma non bastano.

Questo porta a una considerazione delicata. Aumentare fortemente la dose di farmaci come la morfina è talvolta possibile, ma equivale in molte situazioni a un’eutanasia, perché accelera la fine della vita.

Questo lascia una zona grigia, ben conosciuta dai medici, in cui si gioca fra ambiguità e ipocrisia, a fin di bene, per fare senza dire. Non è un modo onesto di gestire qualcosa di sacro e importante come la morte, secondo me.

Dopo la nascita, la morte è il passo più importante della vita. Trattiamolo con il rispetto che merita, con il viso scoperto e la fronte alta, non con non-detti e mezze parole oscure.

Di fronte a sofferenze irrimediabili e terribili, che purtroppo esistono, di fronte a un degrado fisico e sopratutto spirituale senza ritorno, quando il paziente non chiede altro che smettere di soffrire, e la famiglia ne è consapevole, credo che pochi medici che abbiano un poco di cuore neghino davvero la pace a chi la vuole con tutta l’anima.

Non lasciamo che questo avvenga in un oscuro limbo di semi-illegalità, che può poi portare a degenerazioni che arrivano fino alla cronaca nera. I primi beneficiari di una legge su questo argomento sono i medici, che non siano più obbligati a dover far fronte non solo a difficili scelte umane, ma anche ad assurdi rischi legali.

Il problema del suicidio assistito non è, e non deve essere, una questione fra laici e religiosi. Il Belgio è un Paese con un forte sentimento cattolico, conosco medici cattolici praticanti che non esitano ad aiutare una persona a fare l’ultimo passo, e laici che sono contrari a permettere che questo avvenga.

La legge del Belgio stabilisce con precisione i modi e le condizioni in cui un medico può, se lo ritiene giusto, se la sua coscienza lo permette, e se tante condizioni sono verificate, accettare la richiesta di un paziente di aiutarlo a morire.

Una di queste condizioni è che la sofferenza sia grave e irrimediabile. Un’altra, ovvia, è che il desiderio di morire sia forte, sincero, motivato e genuino. Forse non sarà una legge perfetta.

È solo una delle soluzioni che Paesi diversi hanno adottato. A me sembra comunque molto migliore della situazione italiana, che mette i medici nella posizione dolorosa di dover scegliere se violare la propria umanità oppure violare la legge.

Perché la vera questione qui non è la libertà. È l’umanità. Permettere, a chi lo desidera fortemente, di evitare la sofferenza. Questa è umanità. Quella stessa umanità che anima chi si adopera ad alleviare le sofferenze in tanti altri ambiti, e che anima tantissime persone, tanto nel mondo religioso che in quello delle persone che non sono religiose.

La morte, fa notare l’Osservatore Romano, è sempre difficile. La si affronta con timori e lascia in chi resta le emozioni più dure. Ciascuno di noi è diverso. Arriviamo con sentimenti diversi alla morte dei propri cari e alla propria. Io di certo non pretendo di dire agli altri come dovrebbero avvicinarsi alla morte.

Ma penso che questo rispetto dovrebbe essere reciproco. Da grandi istituzioni morali come la Chiesa mi aspetto parole di saggezza che ci suggeriscano come affrontare i passaggi difficili, non appelli a divieti che rendano tutto più difficile a tutti.

Se una persona, i suoi medici, i suoi familiari, convergono tutti nel ritenere giusto e sereno un modo di morire, penso dobbiamo interrogarci tutti se non sia meglio accettare la possibilità che di fronte

al dolore irrimediabile qualcuno preferisca scegliere lui stesso il momento, che viene comunque, in cui sentirsi, come Abramo nella Genesi, «sazio di giorni».

Bologna, per la festa di San Petronio tortellini senza maiale «per l’integrazione»

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di Francesca Blesio

La scelta dell’arcivescovo Zuppi che divide la città. «Con il pollo il piatto lo potranno gustare tutti, sia chi non mangia il maiale per motivi religiosi che gli anziani che vogliono stare leggeri»

Bologna, per la festa di San Petronio tortellini senza maiale «per l'integrazione»

Niente lombo, né prosciutto e nemmeno mortadella. L’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, prossimo cardinale, per la festa del patrono lancia il «tortellino dell’accoglienza» al pollo, buono da mangiare anche per chi non può — per questioni religiose — avvicinarsi alla carne di maiale.

Ad annunciarlo sono proprio le sfogline, chiamate a realizzarlo venerdì prossimo in piazza Maggiore davanti a San Petronio.

«In questa variante spiega la presidente dell’associazione omonima Paola Lazzari Pallotti che ha messo a punto la ricetta lo potranno gustare tutti, sia chi non mangia il maiale per motivi religiosi come la persona più anziana che preferisce stare leggera».
«Il tortellino dell’accoglienza»
Il ripieno dell’integrazione sarà composto da carne di pollo, ricotta, parmigiano e uova. Quello originale, depositato in Camera di Commercio, racchiude invece al suo interno un misto di carni di maiale (lombo, prosciutto e mortadella) con parmigiano reggiano, uova e noce moscata.

Entrambi saranno raccolti nella sfoglia all’uovo tirata rigorosamente a mano sulla piazza principale della città emiliana.
Perplessità
Qualche perplessità, l’idea dell’arcivescovo l’ha però scatenata tra i puristi della tradizione bolognese. Tra questi si segnala anche monsignor Ernesto Vecchi, grande appassionato di cucina.

«Non giudico l’iniziativa, ma il tortellino se lo trucchi lo uccidi: servono gli ingredienti classici, tutti, a partire dalla mortadella, se no non è più il tortellino ma un’altra cosa». Con la cucina, sotto le Due Torri non si scherza.

Quando nacque in città il Festival del tortellino, furono in tanti a urlare all’eresia gastronomica. I ristoranti coinvolti reinterpretavano il piatto più caro ai bolognesi «addirittura» con il pesce o senza carne.

Con il tempo la scelta è stata (quasi) digerita. E il festival, di cui domenica prossima è in programma l’ottava edizione, è sempre un successo di pubblico e di gusto.
Pro e contro
Uno degli chef più rappresentativi della manifestazione, Mario Ferrara dello Scacco Matto, plaude l’iniziativa della Chiesa bolognese. «Il cibo è un linguaggio universale fa presente , intorno a un piatto di tortellini ci si mette d’accordo tutti.

Nei rapporti umani si chiama integrazione, diventa arricchimento in cucina. Ben venga il diverso». Dal forno Atti, un pilastro della tradizione in città, la titolare Anna Maria non nasconde le proprie resistenze.

«I tortellini sono fatti in un certo modo. Se la ricetta cambia, non sono più tortellini», attacca. «Se i motivi della scelta sono religiosi, si poteva, per non tradire la tradizione puntare su un’altra nostra pasta ripiena, ossia il tortellone con ricotta, prezzemolo e parmigiano».
La festa
La scelta del tortellino alternativo e accogliente divide. A unire ci penserà, come sempre, Don Matteo, che con il suo omonimo della fiction condivide la passione per la bicicletta e con papa Francesco l’attenzione per l’altro.

«Bologna», ha detto una volta l’arcivescovo Zuppi, «ha sempre avuto una grande capacità di adottare l’altro. Si diventa bolognesi facilmente!». E non c’è niente di meglio di un piatto di tortellini per festeggiare.

La moda del logo ultra-minimalista è proprio il contrario di ciò che invoglia la gente a fare acquisti

repubblica.it
Ivan De Luce

  • I loghi minimalisti che vanno di moda oggi — pensa a Mastercard o a Dunkin’ — non sono autentici né gradevoli, secondo un nuovo articolo dell’Harvard Business Review.
  • I ricercatori hanno scoperto che i loghi “descrittivi” (loghi con un riferimento visivo, come Apple o Starbucks) sono più in sintonia con i clienti rispetto ai loghi non-descrittivi con simboli astratti.
  • Non è una differenza solo estetica — i loghi descrittivi si traducono in utile netto grazie al legame con i consumatori.

I ricercatori hanno scoperto che i loghi di tendenza stanno sbagliando.

Negli ultimi anni ci siamo abituati a vedere loghi semplici ed eleganti per molte società (vedi Mastercard, Dunkin’, o Slack).

Ma, come suggerito da una nuova ricerca, molti loghi minimalisti non sono efficaci in quanto non spiegano l’attività della compagnia. Un logo efficace allude al prodotto o al servizio che viene offerto; cosa che si traduce nella maggiore redditività del marchio.

“I loghi sono simboli che rappresentano una collezione di impressioni sul marchio“, ha detto a Business Insider Debbie Millman, consulente aziendale e ospite del podcast Design Matters.

“Ed è una cosa che facciamo da 10.000 anni. Creiamo un simbolo per indicare qualcos’altro. E poi ci mettiamo d’accordo sul fatto che quel simbolo significhi qualcosa”.
I ricercatori hanno scoperto che i loghi descrittivi fanno soldi.

Il logo di Burger King è descrittivo, mentre quello di McDonald’s non lo è. Burger King; McDonald’s
Lo studio originale, pubblicato nel Journal of Marketing Research, ha esaminato 597 design di loghi con l’aiuto di 2.000 partecipanti.

I loghi erano divisi in due categorie. Nella prima, i loghi descrittivi indicano l’attività aziendale tramite la loro immagine.

Ad esempio, il logo di Burger King ha forma di hamburger. Nella seconda categoria, i loghi non-descrittivi hanno una natura più astratta, come il logo di McDonald’s, che non fa riferimento al fast food.

I ricercatori, professori di marketing canadesi, inglesi e francesi, hanno scoperto che il 60% delle società principali usa un logo non-descrittivo, mentre il 40% ne usa uno descrittivo.

I partecipanti, cui erano state fornite descrizioni delle varie società, hanno quindi valutato i loghi in base alla loro autenticità e gradevolezza, e hanno dato voti maggiori ai logo descrittivi di ogni categoria.
I loghi non-descrittivi sono visti come meno autentici.

Citroen; Macy’s; HSBC; Mitsubishi; Mastercard; Target; Delta; Kmart; Verizon
Tipicamente, i loghi non-descrittivi non indicano i servizi o i prodotti venduti da una società. I partecipanti allo studio hanno trovato questo genere di loghi meno affidabili e autentici, anche se gli era stata fornita una descrizione dell’attività della compagnia.

Secondo lo studio, i marchi famigliari non sono così influenzati dai propri logo. Compagnie con loghi ampiamente riconoscibili, come gli archi dorati di McDonald’s, non devono più fare affidamento sul riconoscimento del proprio marchio da parte di nuovi clienti, dato che sono già molto conosciuti.

È invece necessario che con i loro i loghi i marchi sconosciuti comunichino quello che fanno per i clienti. Di solito, un logo con un simbolo astratto, come una stella rossa su una freccia, è troppo sottile perché i consumatori ci si identifichino.
È più facile identificarsi con i loghi descrittivi

Pizza Hut; Domino’s; Animal Planet; Spotify; Starbucks; Lufthansa; Apple; Wikipedia; WWF
Tipicamente, il messaggio dei loghi descrittivi è più chiaro. I consumatori possono indovinare che il logo con il panda del World Wildlife Fund ha qualcosa a che fare con gli animali. Il che vale anche con loghi descrittivi più astratti.

Il logo di Spotify, con le sue tre linee curve, indica le onde sonore. Improvvisamente assume un senso quando un utente scopre che è un servizio di streaming musicale.

Anche i loghi che fanno riferimento al nome di una compagnia, invece che alla sua funzione, sono descrittivi, come il logo di Apple. Con un’immagine concreta, i consumatori hanno un’idea migliore del marchio di quella compagnia.

Comprendere il marchio di una compagnia potrebbe voler dire che i clienti compreranno più probabilmente da lei. Ecco perché, sostengono i ricercatori, la capacità di descrivere fa sembrare un logo più autentico, e a loro volta i clienti sono più inclini a comprare.

Secondo lo studio, “il carattere descrittivo di un logo può influire positivamente sulle impressioni di autenticità e, a sua volta, sulle intenzioni di acquisto”.

Lo studio ha anche osservato la redditività di queste compagnie, e scoperto che esisteva una “significativa associazione positiva tra carattere descrittivo del logo e profitto lordo”.

In questo caso, i ricercatori hanno usato variabili di controllo come simmetria, colore e forma per spiegare le differenze nei logo, e poi hanno paragonato le vendite nette.

L’unico aspetto negativo dei logo descrittivi, stando ai ricercatori, è quando la compagnia in questione si occupa di prodotti o servizi poco attraenti, come un’impresa di pompe funebri o un repellente per insetti.

Se le aziende che stanno nascendo vogliono avere successo, dicono i ricercatori, dovrebbero riflettere a fondo sui propri logo. Anche se può sembrare banale, includere un libro nel logo della tua libreria potrebbe essere utile agli affari — soprattutto se lo fai con uno stile unico e creativo.

Ma se stai creando una società che ha molte attività non collegate, come la prossima Uber o la prossima Disney, non preoccuparti troppo di aggiungere automobiline o Mickey Mouse.

Quando i racconti di viaggio scorrevano su carta. 150 anni fa la prima cartolina

repubblica.it
GIACOMO TALIGNANI

Il 1° ottobre 1869 nasce in Austra la Correspondenz-Karte, cartoncino rigido più sottile, leggero ed economico delle lettere, destinata a diventare la testimonial dei piccoli e grandi viaggi per (quasi) un secolo e mezzo. Fino all'era di sms, social e Instagram

Quando i racconti di viaggio scorrevano su carta. 150 anni fa la prima cartolina
© Museum für Kommunikation Berlin

C'era un tempo in cui non avevi davvero fatto un viaggio, non eri "stato", se non mandavi a qualcuno una cartolina di saluti. Poche righe per raccontare una vacanza, un luogo, una avventura, affrancate con un francobollo postale e inviate a parenti e amici.

Oggi, fra social network, whatsapp, email e tecnologia dominante, il fascino delle cartoline scritte a mano a testimonianza di un lungo viaggio sembra gradualmente tramontare.

Del resto è passato più di un secolo e mezzo da quella che è considerata generalmente la prima cartolina, spedita in Austria il 1° ottobre del 1869, di cui si celebra quindi il 150esimo anniversario. Le prime lettere decorate da illustrazioni nascono nella prima metà dell'Ottocento in Gran Bretagna.

La prima proposta di cartolina postale è del 1865 e fu fatta dal consigliere delle poste prussiano Heinrich Wilhelm Von Stephan, ma non andò subito in porto per questione di costi.

Così  la prima cartolina postale del mondo fu la Correspondenz-Karte, un cartoncino emesso dalle poste dell'Impero Austro-Ungarico centocinquanta anni fa, inventato si crede da Emanuel Alexander Herrmann, professore d'economia all'accademia militare teresiana.

Voleva essere un mezzo democratico, adatto a tutte le tasche. Poco dopo le cartoline, cartoncini color avorio con francobollo e indirizzo e con un testo che non doveva superare le venti parole, precursore come regola dei famosi 140 caratteri che adottò Twitter, iniziarono a circolare in Europa e nel mondo.

 Il colore fu introdotto a fine del XIX secolo grazie agli svizzeri: il litografo zurighese Hans Jakob Schmid che lavorava per la Orell Füssli inventò il procedimento fotocromatico, che venne premiato con la medaglia d'oro all'Esposizione universale di Parigi del 1900.

Al primo lancio nel 1869 seguì subito un successo del mezzo: un milione di copie vendute in un mese. La carta era buon mercato, non c'erano buste, potevano essere acquistate anche nei luoghi di vacanza.

Inizialmente venivano colorate a mano, poi con i nuovi processi svizzeri prendeva forma il blu acceso dei fiumi, il verde intenso delle montagne, i colori dei paesaggi. Molte cartoline diventarono un oggetto da collezione, un qualcosa che oggi può valere anche migliaia di euro.

Nel 1913 in Svizzera furono vendute circa 112 milioni di cartoline. Con la guerra diventarono un contatto fra soldati e famiglie, un bollettino per gli aggiornamenti dal fronte.

Quando i racconti di viaggio scorrevano su carta. 150 anni fa la prima cartolina
© Museum für Kommunikation Berlin

Celebre fu l'impegno della azienda svizzera Photoglob nel diffondere questo mezzo colorato. Ancora oggi questa ditta afferma di essere fra i più grandi editori di cartoline.

Mentre circolarono fin da subito in grandi numeri in Francia, Svizzera e Austria in Italia cominciarono a diventare comuni dal 1874 quando costavano dai 5 a 10 centesimi.

Fino agli anni Novanta, in tutto il mondo, sono stati oggetto di uso comune, per poi lasciare il passo alla tecnologia. L'anno scorso ad esempio gli americani hanno spedito ancora circa 630 milioni di cartoline, ma si tratta di un minimo storico da quando i servizi postali statunitensi hanno iniziato a permetterne la spedizione.

Seppur per molti versi tramontate, il fascino delle cartoline rimane però fra migliaia di appassionati nel mondo che proprio a partire dal primo ottobre, data di celebrazioni, si riuniranno in varie città, dalla Francia sino al Brasile, per scambiarsi pezzi rari e  commemorativi.

Ad oggi esistono centinaia di siti che raccontano la "bellezza" delle cartoline, che celebrano il 150esimo anniversario, che trattano delle collezioni, che tentano di farle rivivere attraverso app come Postgram,  oppure di progetti come quello di Frank Warren che con PostSecret dal 2005 ad oggi ha ricevuto milioni di frasi anonime da tutto il mondo.

A Berlino il Museo della Comunicazione celebra la ricorrenza con una grande mostra a tema (foto), che si potrà ammirare fino al 5 gennaio prossimo.

Con le centinaia di cartoline che riceve ogni settimana, che vanno da lettere d'amore a confessioni, Warren proprio per celebrare la magia di questo mezzo di comunicazione- organizzerà una mostra al San Diego Museum nel tentativo di farle risplendere per sempre.

Lo smartphone esplode mentre ascolta musica: 14enne muore nel sonno

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di Francesco Tortora

A provocare la tragedia sarebbe stato il surriscaldamento del cellulare che si trovava in carica accanto al viso della ragazza

Lo smartphone esplode mentre ascolta musica: 14enne muore nel sonno

Come tanti suoi coetanei si è addormentata ascoltando musica con il cellulare in carica. La mattina seguente Alua Asetkyzy Abzalbek, ragazza di 14 anni originaria di Bastobe, in Kazakistan, è stata trovata senza vita dai genitori.

A provocare la morte sarebbe stata l'esplosione improvvisa della batteria dello smartphone. Il dispositivo si trovava accanto al viso della ragazza e l'incidente non le ha lasciato scampo.

I soccorsi
La polizia ha confermato che lo smartphone era stato collegato a una presa elettrica vicina al letto e l'esplosione avrebbe provocato gravi lesioni al viso della teenager. I soccorritori, prontamente intervenuti, non hanno potuto fare nulla per rianimare Alua che sarebbe morta sul colpo.

Secondo gli esperti il dispositivo della giovane kazaka è esploso nelle prime ore del mattino a causa del surriscaldamento. Le autorità non hanno specificato la marca dello smartphone.
Il precedente
Gli inquirenti hanno descritto la scomparsa della ragazza «un tragico incidente». Come raccontano il Sun e diverse altre testata britanniche, Ayazhan Dolasheva, la migliore amica della teenager scomparsa, ha pubblicato sui social un ricordo della sua coetanea: «Eri la migliore. Siamo state insieme sin dall'infanzia.

E' così difficile immaginare la vita senza di te. Mi manchi tanto.

Mi hai lasciato per sempre». Non è la prima volta che si verifica una tragedia simile. A giugno Liliya Novikova, ribattezza la più famosa giocatrice di poker russa, era stata trovata morta nel bagno di casa, folgorata da una scossa elettrica generata dallo smartphone.

Occhio a quella telecamera: lo smartphone ti spia, l’ai dell’app studia le tue espressioni e capisce i tuoi gusti. E monetizza…

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Gea Scancarello


La presentazione dell'iPhone 11 . JOSH EDELSON/AFP/Getty Images

Avete un pregiudizio sulle donne? I video su cani e gattini vi commuovono? Greta Thunberg vi sta antipatica? Può essere che voi non lo sappiate, o che non vogliate ammetterlo, ma la tecnologia di riconoscimento facciale delle emozioni invece lo sa eccome.

Può sapere anche parecchie altre cose su di voi, su quello che pensate, su quello che vi piace, persino su quello su cui credete di non avere un’opinione.

 Perché attraverso la telecamera del vostro telefono l’intelligenza artificiale studia le reazioni del vostro volto e le usa per ottenere un profilo dettagliato dei vostri gusti e preferenze, dei vostri giudizi o pregiudizi, delle vostre convinzioni: potenzialmente per venderli, o per cederli, a chi possano interessare.


Lo spiega un video interattivo, Stealing ur feelings (traduzione significativa: Rubando le tue emozioni) creato da Noah Levenson, programmatore informatico ed ex dirigente di Mtv, con il  supporto di Mozilla foundation, che si occupa di contribuire a rendere Internet e l’intero ecosistema digitale più sano, trasparente e accessibile possibile.

Premiato al Tribeca film festival di New York, il video dura sei minuti e bisogna guardarlo per sperimentare direttamente il potere dell’Ai: dopo aver ottenuto accesso alla telecamera del vostro computer o del telefono, il sistema di riconoscimento

delle emozioni vi dirà in tempo reale come avete reagito alle foto di cagnolini che sono apparse sul monitor e che avete guardato distrattamente, senza esserne consapevoli, traendo conclusioni su di voi.

Lavoravo in tivù nel momento in cui è diventato chiaro che la tecnologia stava cambiando definitivamente l’intrattenimento, sia perché la gente iniziava a usare Snapchat o Instagram, sia perché le stesse società avevano cambiato il tipo di prodotti che offrivano.

Così nel 2014 ho lasciato Mtv e ho iniziato a occuparmi dei problemi che stavano emergendo: la gente non voleva essere vittima di pratiche scorrette, come la violazione della privacy o l’uso commerciale dei propri dati, ma si aspettava che tutto, qualsiasi App o contenuto, fosse disponibile gratuitamente.

Questo ha fatto sì che le società tecnologiche e di intrattenimento trovassero modi nascosti per monetizzare: si arriva così anche all’intelligenza artificiale e ad altri fenomeni di cui i consumatori non sono consapevoli”, ha spiegato Levenson a Business Insider Italia.

Per questo il suo video si chiamata Stealing your feelings?
Il riconoscimento facciale delle emozioni è una tecnologia emergente nel ramo dell’intelligenza artificiale basata sul machine learning: afferma di essere in grado di stabilire come le persone si sentono analizzando il loro viso mentre reagiscono a quello che vedono, o che viene loro mostrato intenzionalmente.

Il video lo fa in diretta, prendendo decisioni sulla persona che guarda e mostrando quelle decisioni con scritte che appaiono: penso che a nessuno piaccia l’idea di essere valutati e giudicati da una macchina, in quel modo.

Funziona realmente così? Le aziende tecnologiche lo stanno già facendo?
Facendo ricerche per questo progetto sono incappato in molte richieste di brevetti da parte di società tecnologiche in cui spiegavano la loro intenzione di utilizzare il riconoscimento facciale delle emozioni in modi molto simili a quelli che racconto nel video.

Nello specifico, c’è un brevetto richiesto da Snapchat nel 2016, e approvato nel 2018, che consente di analizzare la tua faccia ogni volta che punti la telecamera verso di te o ti scatti una foto per poi correlare le informazioni sulle tue emozioni ad altri input provenienti dal tuo telefono.

Per esempio?
Snapchat prevede di mettere insieme l’analisi delle emozioni con la tua geolocalizzazione, in modo da sapere cosa pensi del posto in cui sei, cosa ti piace o meno, come ti senti. 

Il brevetto consente di vendere quell’informazione agli organizzatori di eventi pubblici, per esempio ai promotor di concerti, o agli organizzatori di eventi politici, che sicuramente sono interessati a conoscere come la gente sta reagendo ai messaggi e alle idee a cui è sottoposta.

Sta già succedendo, la tecnologia è operativa?
Non lo sappiamo, ma potrebbe essere. E se lo facessero, certo non ce lo direbbero.

Purtroppo le informazioni sull’intelligenza artificiale e sul modo in cui funziona sono quasi sempre tenute lontane dalla gente che non lavora nelle aziende tecnologiche: è raro che arrivino al pubblico. 

I ragazzini conoscono tutte le funzioni del loro telefono, ma spesso non hanno alcuna idea del software che lo governa.

D’altronde, l’intelligenza artificiale ha raggiunto un punto in cui gli avanzamenti sono troppo veloci per consentire persino ai tecnici di sapere esattamente cosa sta succedendo in tutti i settori. Figuriamoci se possono saperlo le persone comuni o i media.

Cosa si potrebbe fare in un futuro con la tecnologia di riconoscimento facciale delle emozioni?
Ho qualche idea in mente, abbastanza negativa. Intanto, si tratta del modo perfetto per i social network per continuare a enfatizzare i contenuti più divisivi e polarizzati, guadagnandoci sopra.

Abbiamo imparato che i social tendono a dare la precedenza a questo tipi di contenuti perché la gente li commenta di più, li condivide e li rende virali, e questa diffusione è economicamente vantaggiosa per le piattaforme, a prescindere dalla correttezza o dalla pericolosità di quello che viene diffuso.

La tecnologia di riconoscimento facciale delle emozioni è il modo più semplice per vedere quali sono le reazioni delle persone a tipi diversi di contenuti, per spingere poi quelli che provocano reazioni più accese, o violente.

Altri esempi?
Tinder o ad altre app di dating possono usare il riconoscimento facciale delle emozioni  per vedere come le persone reagiscono al fattore razza, o a un certo tipo di corporatura, e mostrare più persone della razza e dell’aspetto che piace di più, scaricando le altre.

Sappiamo che già ora, al momento dell’iscrizione, Tinder cerca di valutare quanto la persona sia attraente, per mostrarle persone simili: se pensano che sei brutto, insomma, ti mostreranno altri che hanno valutato come brutti; se sei stato giudicato bello, ti mostreranno altri belli. 

Ecco, il sistema di riconoscimento facciale delle emozioni è un modo per ottimizzare questo sistema orrendo.

D’altronde i governi già usano il riconoscimento facciale per questioni di ordine pubblico.
Esatto, succede in Cina ma lo usa anche la polizia di New York. Aggiungendo la valutazione delle emozioni, il sistema può essere utilizzato per capire se qualcuno sta prendendo farmaci, se è drogato o ubriaco, persino se ha una malattia mentale.

È giusto chiedersi se gli ingegneri che lavorano su queste tecnologie hanno responsabilità nel portarle avanti e renderle accessibili?
È una domanda complicata. Se pensiamo alle responsabilità dei singoli, certo, nessuno dovrebbe fare cose potenzialmente non etiche. Ma se lavori in una grande azienda normalmente tu sei un piccolo pezzo di una macchina grande, lavori in un team ristretto e spesso non sai nemmeno a cosa servirà, alla fine, il lavoro che stai facendo. 

Le aziende evitano di fornire le informazioni, e lo fanno intenzionalmenteIl che la dice lunga.
Esatto.

Dovremmo essere preoccupati?
Credo che il corretto approccio alla tecnologia – parlo di intelligenza artificiale e non solo sia 
essere preparati, magari preoccupati ma senza andare nel panico. 

Io mi auguro che ci possano essere percorsi di formazione delle persone, per renderle più consapevoli all’uso delle tecnologia.

La maggior parte della gente non sa che ci siano il machine learning nelle App che usa, e questo non è corretto. 
Esattamente come abbiamo messo etichette sul cibo per informare su quello che bisogna sapere prima di consumare o mangiare, dovremmo forse dire alle persone cosa c’è dentro ai programmi che usano o al loro telefono.

Arriverà il momento in cui l’intelligenza artificiale potrà farlo da sola? Supererà l’umano?
Data la capacità di computing in costante crescita, è inevitabile che l’intelligenza artificiale diventi capace quanto noi, o più di noi. 

In alcuni campi sta già facendo cose eccezionali, per esempio nella diagnosi precoce delle malattie. La vera domanda è se fra qualche anno saremo ancora in giro noi, considerata l’emergenza climatica…