Evoluzione a Sinistra

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venerdì 18 ottobre 2019

«In Vaticano corruzione, peculato e truffa»: ecco tutte le accuse dei pm di Papa Francesco

espresso.repubblica.it
EMILIANO FITTIPALD

L'Espresso ha ottenuto le carte dei magistrati sullo scandalo finanziario che sta terremotando la Santa Sede. Nell'inchiesta coinvolti i vertici della Segreteria di Stato. E finanzieri d'assalto che hanno ricevuto nel 2019 commissioni milionarie

«In Vaticano corruzione, peculato e truffa»: ecco tutte le accuse dei pm di Papa Francesco

'L’Espresso, dopo l'inchiesta che ha svelato i contorni del nuovo scandalo finanziario in Vaticano , ha ottenuto nuova documentazione riservata dell'inchiesta penale aperta dai pm del papa su alcune operazioni immobiliari a Londra.

Carte che sono al centro del servizio esclusivo in edicola da domenica 20 ottobre e già online su Espresso+.

Si tratta della denuncia del Revisore generale del papa e delle accuse arrivate dal direttore dello Ior Gian Franco Mammì. Di alcuni report riservati dell'affare da 200 milioni di dollari per l'acquisto di un palazzo da 17 mila metri quadri a Londra.

E soprattutto le 16 pagine integrali del decreto di perquisizione del Promotore di giustizia con cui sono stati indagati dipendenti della Segreteria di Stato e pezzi da Novanta della Santa Sede come don Mauro Carlino (l'ex segretario del cardinale Angelo

Becciu, di cui l'Espresso pubblica le intercettazioni telefoniche con manager italiani di peso come Luca Del Fabbro di Snam) e il direttore dell'Aif Tommaso Di Ruzza. Analizzando i documenti, è evidente che la Santa Sede si trovi di fronte a uno scandalo che ha pochi precedenti nella storia recente.

I promotori Gian Piero Milano e Alessandro Diddi ritengono infatti di aver individuato «gravi indizi di peculato, truffa, abuso d'ufficio, riciclaggio e autoriciclaggio» in merito a comportamenti di ecclesiastici e raider d'assalto, mentre un'altra

relazione il Revisore Alessandro Cassinis, di fatto il “Raffaele Cantone” di Francesco, ipotizza «gravissimi reati quali l'appropriazione indebita, la corruzione e il favoreggiamento».

I business finiti nella lente degli investigatori riguardano inoltre non solo l'era di Angelo Becciu alla Segreteria di Stato, ma pure quella del nuovo Sostituto agli Affari Generali del venezuelano Edgar Pena Parra, fedelissimo di Francesco nominato appena un anno fa.

Nell'inchiesta vengono citati finanzieri come Raffaele Mincione e uomini d'affari chiacchierati come Gianluigi Torzi (risulta che la Segreteria di Stato nel 2019 avrebbe pagato a Torzi delle fees per 10 milioni di euro), le mosse spregiudicate di prelati

potenti come don Carlino, monsignor Alberto Perlasca e Luciano Capaldo, un architetto poco conosciuto alle cronache ma con grandi entrature Oltretevere.

Ma le carte rivelano soprattutto che la Segreteria di Stato possieda e gestisca fondi extrabilancio per la bellezza di 650 milioni di euro, «derivanti in massima parte dalle donazioni ricevute dal Santo

Padre per opere di carità e per il sostentamento della Curia Romana». Si tratta dell'Obolo di San Pietro, che il Vaticano invece di girare ai poveri e ai bisognosi investe in spericolate operazioni speculative.

Con l'aiuto, pure, di Credit Suisse, «nelle cui filiali svizzere e italiane risulta  versato circa il 77 per cento del patrimonio gestito».

Circa «500 milioni di euro», segnala l'Ufficio del Revisore Generale, finiti in operazioni finanziarie che a parere dei magistrati mostrano «vistose irregolarità», oltre ad aprire «scenari inquietanti».

L'inchiesta dell'Espresso racconta, carte alla mano, la genesi dell'operazione Falcon Oil, un tentato investimento da 250 milioni di dollari del Vaticano in una piattaforma petrolifera davanti alle coste dell'Angola (un business in cui erano già coinvolti l'Eni, la società statale Sonangol e appunto la Falcon Oil del finanziere africano Antonio Mosquito.

Mentre documentazione riservata svela il complesso sistema di società quasi tutte in paradisi offshore usate dal Vaticano per schermare il business milionario di Londra.



Ma le carte dei magistrati vaticani segnalano che persino l'Aif avrebbe svolto «un ruolo non chiaro» nella vicenda. L'organismo presieduto da René Bruelhart avrebbe infatti «trascurato» le anomalie dell'operazione immobiliare, e il direttore Di Ruzza avrebbe «intrattenuto una corrispondenza con lo

studio inglese Mischon De Reya (i legali chiamati dalla Segretaria di Stato per seguire la famosa transazione con Mincione e Torzi, ndr) con la quale l'Aif sembrerebbe aver dato il via libera all'operazione di acquisto» e alla fees a favore di Torzi.

In realtà risulta all'Espresso che ci siano però altre evidenze non citate dai magistrati. Che dimostrano come l'Aif, una volta avvertita da Pena Parra, avvisi subito le autorità antiriciclaggio inglesi e lussemburghesi, bloccando l'operazione.

E chiedendo che venga ristrutturata con la trasparenza necessaria. Per Francesco non sarà facile, davanti al nuovo scandalo, districarsi tra nemici veri, falsi amici, buoni suggeritori e cattivi consiglieri.

Il buon esempio americano contro l’evasione fiscale

corriere.it
risponde Luciano Fontana
(Solinas)


Caro direttore,
nel 1952 il ministro Vanoni convoca mio padre Noè Cinti, apprezzato funzionario del ministero delle Finanze, e lo manda negli Stati Uniti per studiare il sistema tributario americano, convinto che il più urgente problema italiano sia quello dell’evasione fiscale.

Mio padre parte, lasciando una moglie incinta e con quattro figli a carico, con grande senso del dovere, e svolge sei mesi di intensa missione visitando tutti i singoli Stati di quella nazione.

Al ritorno porge al ministro un voluminoso plico con una dettagliata relazione: «
Se vuole, posso riassumere in due frasi:

1) l’evasione fiscale è considerata furto allo Stato e giuridicamente più grave dell’omicidio, e per gli evasori c’è solo il carcere;
2) tutto è deducibile per cui nessuno si fa sfuggire una ricevuta».

Il ministro congedò mio padre con una deprimente affermazione (simile a quella che ho sentito oggi alla radio del premier Conte) relativa al fatto che era contrario ai sistemi coercitivi.

Settant’anni dopo siamo ancora alle prese con il problema enorme dell’evasione fiscale, forse è giunto il momento di applicare quanto suggerito allora.
Saverio Cinti



Caro signor Cinti,
La sua storia ci ricorda che giriamo sempre intorno allo stesso problema: come rendere semplice ed efficace la lotta all’evasione fiscale.

In Italia non solo si pagano tasse alte, se ne pagano anche tante spesso complicate. Ridurre il peso del Fisco sulle imprese e i lavoratori è un’emergenza, combattere quella tassazione occulta dovuta a una burocrazia assurda una priorità.

Come nella domanda se è nato prima l’uovo o la gallina, non so se i furbi siano il risultato o la causa di un sistema fiscale così penalizzante per l’economia. Di sicuro non aver varato poche regole semplici e certe favorisce l’esplosione dell’evasione fiscale.

La certezza di una pena severa è sicuramente un disincentivo all’evasione ma io ritengo che il punto fondamentale sia nel secondo suggerimento di suo padre: in ogni occasione i cittadini devono avere unvantaggio a chiedere la ricevuta fiscale, a non farsi ingannare da chi promette uno sconto in cambio della mancata emissione di una fattura.

Il conflitto d’interesse tra i soggetti in gioco è una chiave decisiva.

In Italia sta prendendo piede e qualcosa di simile è previsto anche nella discussione sulla riduzione del contante. Non ci resta che sperare che arrivino finalmente le mosse giuste.

Lo slogan di Conte, «meno tasse e pagate da tutti», per ora è un desiderio.

Paolo, rider di 28 anni: «Prendo fino a 3mila euro al mese, se passa la riforma guadagnerò meno»

corriere.it
di Stefania Chiale

Ex dipendente, da due anni lavora con Glovo e Deliveroo e dice: «L’algoritmo è meritocratico: in base alla disponibilità che dai, lavori. Nessuno vuole diventare dipendente subordinato. Flessibilità e pagamento a consegna sono basilari»

Paolo, rider di 28 anni: «Prendo fino a 3mila euro al mese, se passa la riforma guadagnerò meno»

La petizione che ha lanciato con altri rider ha già raccolto 700 firme in tutta Italia. «Per salvare il nostro lavoro, prima che sia troppo tardi», dice Paolo B., milanese, ex dipendente d’azienda, 28 anni, da due in sella per Glovo e Deliveroo. Martedì sarà audito in Senato.

Le norme del decreto rider, sostiene da una posizione finora poco raccontata, non solo non migliorerebbero le loro condizioni: le peggiorerebbero.

Perché?
«Perché impongono la prevalenza del minimo garantito sul pagamento a consegna e la copertura assicurativa Inail».

Non sono tutele che cercate?
«Dire che il pagamento in base alle consegne non deve essere “prevalente” mette un tetto al nostro guadagno. Ci sono fasce della giornata in cui si guadagna molto più di altre. Vorremmo che in tutte le aziende, non solo in alcune, ci fosse un minimo garantito orario, senza però diventare prioritario.

Deliveroo per esempio dà 7,50 euro l’ora se sei disponibile ma non ti arrivano ordini. Io non li ho mai visti perché, con le consegne, ho sempre superato quella cifra».

Quanto guadagni al mese?
«Molto bene, ma faccio questo lavoro quasi a tempo pieno. La mia media è di 15 euro all’ora. Riesco ad arrivare anche a 2 mila, 3 mila euro al mese. A gennaio ho raggiunto i 3.500 euro. Lordi, in partita Iva forfettaria agevolata».

Molti rider criticano l’algoritmo, che ti butta giù nel ranking se non dai determinate disponibilità, e chiedono di essere riconosciuti come dipendenti.
«Non è così. L’algoritmo è meritocratico: in base alla disponibilità che dai, lavori. Nessuno vuole la subordinazione.

La maggioranza dei rider fa meno di 10 ore settimanali, molti fanno altri lavori. Tutti riconoscono che flessibilità e pagamento a consegna sono basilari. Prima della gig economy si era mai vista tanta gente voler consegnare pizze a domicilio? 
Da due anni esistono gruppi e pseudo rappresentanti che sparano accuse infondate. È la prima volta che ci facciamo sentire».

Perché siete contrari alla copertura Inail? Vi bastano le assicurazioni private offerte dalle aziende?
«Chiediamo miglioramenti: minimi standard di copertura assicurativa che le aziende possano rispettare. L’Inail sarebbe impossibile da calcolare essendo il nostro un lavoro autonomo e vario per disponibilità di tempo. Chiediamo anche più trasparenza nel pagamento: è un mix tra chilometraggio e tempo di consegna non sempre chiaro».

La storia di Adria Maggiore, l’8° continente sepolto sotto l’Europa (ma qualche scheggia è in superficie, anche in Italia)

repubblica.it
Aylin Woodward


Una mappa mostra dove si trovava il continente Adria Maggiore 140 milioni di anni fa. Courtesy of Douwe van Hinsbergen
  • Centinaia di milioni di anni fa, la Terra aveva un super-continente gigante chiamato Pangea.
  • Pangea si divise poi in masse terrestri più piccole, che in seguito si sono ulteriormente frammentate per diventare i nostri contenenti attuali.
  • Una nuova ricerca mostra che 120 milioni di anni fa un ottavo continente è scivolato sotto l’Europa meridionale, ed è ancora nascosto nel profondo della Terra.
  • Gli scienziati hanno chiamato questo continente perduto “Adria Maggiore”. Le sue regioni più alte hanno formato le catene montuose in Europa, come le Alpi.

40 milioni di anni fa, la mappa del mondo era molto diversa.

Gli attuali continenti terrestri erano uniti in un unico super-continente a forma di Pac-Man, Pangea, che si è poi diviso in due parti: Laurasia al nord e Gondwana al sud.

La prima è diventata Europa, Asia, e Nord America. La seconda si è dispersa per formare le attuali Africa, Antartide, Sud America e Australia.Ma ora, gli scienziati hanno scoperto la sorte di un ottavo continente nato dal grembo di Gondwana, e lo hanno chiamato Adria Maggiore.

Uno studio pubblicato la settimana scorsa ha mostrato che le forze geologiche hanno spinto lentamente una massa terrestre delle dimensioni della Groenlandia al di sotto dell’Europa meridionale tra i 120 e i 100 milioni di anni fa.

Per cominciare, il continente era già semisommerso, ma mentre si dirigeva verso il mantello terrestre (lo strato roccioso interno del nostro pianeta), il suo strato superiore è stato praticamente sbucciato sporgendosi verso l’alto per diventare nutrimento per le montagne di quelle che sono ora 30 nazioni europee.


La regione dell’Istria in Croazia. Flickr/Gigi Griffis
Douwe van Hinsbergen, l’autore principale dello studio, ha paragonato la subduzione di Adria Maggiore allo scivolamento di un braccio vestito sotto il bordo di un tavolo.

“Immaginate di indossare un maglione”, ha detto a Business Insider. Quando fate scivolare il braccio sotto al tavolo, il maglione resta indietro, ripiegato e sporgente verso l’alto.

La manica ripiegata è l’”equivalente dei pochi chilometri superiori della crosta di Adria e il vostro braccio è la placca che sta immergendosi nel mantello terrestre, centinaia o addirittura migliaia di chilometri sotto ai vostri piedi”, ha detto  van Hinsbergen.

Quelle “pieghe di maglione” sono diventate le catene montuose europee come gli Appennini in Italia, le Alpi Dinariche in Bosnia ed Erzegovina, le Alpi Svizzere, i monti Zagros in Iran e l’Himalaya.
Storia geologica di Adria Maggiore
Per ricostruire il passato di Adria Maggiore, van Hinsbergen e i suoi colleghi hanno trascorso un decennio aggregando dati geologici provenienti da veri paesi europei, nordafricani e mediorientali.

I magneti naturali della crosta terrestre possono aiutare gli scienziati a ricostruire i movimenti della placca tettonica di 240 milioni di anni fa.

Quando la lava bollente si raffredda al confine tra due placche in movimento, intrappola rocce che contengono minerali magnetici che si allineano secondo il campo magnetico terrestre dell’epoca.

Le rocce mantengono tale allineamento, per cui gli scienziati possono usare il loro orientamento per calcolare il punto del pianeta in cui questi magneti si trovavano milioni di anni fa. I ricercatori hanno osservato rocce magnetiche di 2.300 siti antichi nella regione del Mediterraneo.

Hanno quinti impiegato i relativi dati per creare al computer simulazioni dei movimenti delle placche tettoniche prima, durante e dopo l’immersione di Adria Maggiore nel mantello.

I ricercatori hanno determinato che il continente nascosto si è staccato 220 milioni di anni fa da quella che è l’Africa attuale per separarsi ulteriormente da quelle che è diventata la penisola iberica 40 milioni di anni dopo.

Circa 140 milioni di anni fa, ha detto van Hinsbergen a Live Science, Adria Maggiore era probabilmente una serie di arcipelaghi.

All’epoca, Adria assomigliava probabilmente all’attuale Zealandia, il minicontinente su cui poggiano le isole settentrionale e meridionale della Nuova Zelanda. Solo il 7% della Zealandia è al di sopra del livello del mare.


Una ricostruzione di come apparivano le masse terrestri 140 milioni di anni fa. Il verde più scuro indica le masse terrestri al di sopra del livello del mare, mentre il verde più chiaro indica la terra sommersa. Courtesy of Douwe van Hinsbergen
Quindi, tra i 120 e i 100 milioni di anni fa, l’azione delle placche tettoniche terrestri ha spinto Adria Maggiore nel profondo del mantello, sotto l’attuale Europa meridionale.

“Le porzioni più profonde si trovano attualmente a una profondità di 1.500 chilometri sotto alla Grecia“, ha detto van Hinsbergen.

Gli autori dello studio hanno anche scoperto che alcune schegge di Adria Maggiore non si sono sotterrate sotto l’Europa e sono rimaste invece sopra il livello del mare diventando infine parte dell’Italia, come Torino e Venezia, o la regione istriana della Croazia.
Sapere come appariva la Terra milioni di anni fa potrebbe aiutare la ricerca di preziosi giacimenti minerari
Secondo van Hinsbergen, le ricostruzione dalla storia geologica del nostro pianeta può aiutare gli stati e le imprese che vogliono scavare alla ricerca di depositi di minerali di preziosi, dato che gli scienziati possono indicare degli schemi regionali dal modo in cui alcuni materiali magnetici sono depositati nella crosta terrestre.

“Metalli, ceramiche, materiali edili, tutto proviene dalla roccia”, ha detto. “Non troverete la prossima miniera d’oro o di rame, o i 25 materiali che non avete mai sentito nominare che fanno funzionare il vostro iPhone, passeggiando nel bosco”.

Le ricostruzioni geologiche possono anche aiutare i ricercatori a comprende meglio come i depositi di minerali e di minerali rezzi esistenti — quelli che conosciamo già — si sono formati e dove potrebbe essere nascosto eventuale materiale rimanente.

Turista morto nella trincea della Grande Guerra, maxirisarcimento di un milione di euro

corriere.it

Il fatto successe nel 2006, la vittima aveva 66 anni. Fu trovata in un pozzo all’interno dei sistemi difensivi dell’esercito sopra passo Rolle. Condannato l’ente Parco

Il parco naturale di Paneveggio Pale di San Martino (web)
Il parco naturale di Paneveggio Pale di San Martino (web)

TRENTO La Corte d’appello di Trento ha condannato il Parco naturale Paneveggio Pale di San Martino a pagare un risarcimento di oltre un milione di euro alla famiglia di un turista padovano di 66 anni, Paolo Di Lena, che nel marzo 2006 fu trovato morto nel pozzo di una trincea della Prima guerra mondiale, sopra passo Rolle.

Di Lena stava facendo un’escursione con le ciaspole d’inverno, cadde in un pozzo d’aerazione e precipitò per sei metri cadendo dalla neve. Si fratturò le gambe, non ebbe modo di chiamare aiuto e il suo cadavere fu trovato 20 giorni dopo.

Era morto per ipotermia. In base alle motivazioni depositate, «il decesso fu una conseguenza diretta e immediata di doverose cautele a carico dell’ente gestore del Parco di Paneveggio Pale di San Martino e non è in alcun modo collegato a comportamenti definibili come imprudenti della vittima».

La Cassazione aveva annullato le sentenze di primo e secondo grado, sostenendo che la trincea, in quanto attrazione storica della Grande Guerra, poteva rappresentare una meta per gli escursionisti.

La difesa invece sosteneva che il Parco, come ente gestore, non poteva controllare e rimuovere tutti i pericoli nell’area di competenza, «in quanto insiti nel rischio accettato di chi va in montagna».

Sanità, detrazioni fiscali in base al reddito

corriere.it
di Mario Sensini

Sconto fiscale del 2% per chi usa il bancomat.

Una nuova stretta sul contante per contrastare l’evasione fiscale. Il piano del governo prevede incentivi per le spese fatte con bancomat e carte di credito, sia per i commercianti, che per i clienti.

Per i primi si prevede il taglio delle commissioni e un credito d’imposta per l’acquisto dei Pos. Per i clienti si profila uno sconto “fiscale” sugli acquisti, che potrebbe arrivare al 2%.

Il nuovo giro di vite sull’evasione potrebbe interessare anche le detrazioni fiscali (si valuta anche la possibilità di scontare dai redditi alcune spese, se tracciate) e le piattaforme online di commercio elettronico.

Per favorire chi oggi non ha bancomat o carte di credito le Poste studiano anche una nuova carta a costo zero, come quella sulla quale viene caricato oggi il reddito di cittadinanza.



Quota 100, meno spesa per 2 miliardi
Quota 100, la misura sperimentale che consente di andare in pensione con 62 anni d’età e 38 di contributi, resterà in vigore anche il prossimo anno, ma la minor spesa consentirà di prorogare il meccanismo Opzione donna e, forse, di rendere strutturale l’Ape sociale, che scade a fine anno.

La spesa per Quota 100 si è rivelata quest’anno inferiore alle stime per quasi 2 miliardi.L’Ape sociale, anche questa sperimentale, prevede un’indennità per chi lascia il lavoro a 63 anni, se disoccupato o impiegato in lavori usuranti, fino al conseguimento della pensione vera e propria.

L’Opzione donna consente alle lavoratrici con 59 anni d’età e 35 di contributi, di accedere alla pensione, ma tutta ricalcolata in base al metodo contributivo, meno favorevole.



Restano le detrazioni agricole, il nodo accise
Il decreto con le nuove misure fiscali per l’ambiente, con il possibile aumento delle accise sul gasolio (più inquinante, ma meno caro della benzina), tornerà in Consiglio dei ministri il 3 ottobre.

E sarà probabilmente collegato alla manovra di bilancio che sarà varata poche settimane dopo. «Cercheremo di evitarlo» dice il ministro dello Sviluppo, Stefano Patuanelli, a proposito dell’inasprimento fiscale.

Ma considerato il ghiotto gettito che garantisce la completa parificazione dell’accisa tra gasolio e benzina (5 miliardi l’anno), non sarà facile.

Si allontana invece l’ipotesi di un taglio delle detrazioni sul gasolio per agricoltura e pesca, ma si avvicina quella di una tassa sugli imballaggi di plastica. Dovrebbe scattare anche il bonus per la rottamazione auto.

Reddito di cittadinanza alla brigatista Saraceni: 623 euro al mese

ilgiornale.it
Luca Sablone

La brigatista è ai domiciliari, ma in teoria chi è sottoposto "a misura cautelare personale" non potrebbe usufruire della misura grillina



Richiesta effettuata e infine accolta: Federica Saraceni percepirebbe 623 euro al mese grazie al reddito di cittadinanza.

A riportarlo è l'edizione odierna de La Verità, secondo cui la donna - agli arresti domiciliari dal 2005 - avrebbe ottenuto il permesso di usufruire della misura targata Movimento 5 Stelle.

L'ex brigatista, condannata a 21 anni e 6 mesi per associazione con finalità di terrorismo e per l'omicidio del giuslavorista Massimo D'Antona, teoricamente non potrebbe godere di tale diritto: il sussidio è precluso a chi è sottoposto a "misure cautelari personali".

La vicenda

La 50enne ha sempre negato di far parte delle Br, ma i giudici della Corte di Appello di Roma e della Cassazione sulla base delle informative dell'Antiterrorismo hanno maturato parere opposto: gli investigatori hanno rinvenuto una foto del brigatista Mario Galesi affissa al muro dell'appartamento.

E il ritrovamento di una lettera-necrologio ha portato i giudici a definirlo "un vero e proprio elogio funebre".

Nella dedica si leggeva: "Non eri solo neppure nella tua scelta che in tanti abbiamo ritenuto coraggiosa e coerente. Hai dato la vita per sconfiggere l'ingiustizia di questo mondo. Grazie dolce Mario e onore a te".

Un buon rapporto intercorreva con la poi dissociata Laura Proietti, che nel corso del processo cercò di difenderla: "Discutevamo insieme dei Nuclei comunisti combattenti, verso i quali lei aveva 

mostrato interesse in un certo periodo, che non sono in grado di precisare con esattezza, ma certamente precedente alla decisione di ricorrere all'omicidio politico".

Ma una scheda sim utilizzata prettamente dai componenti della Br era in possesso dei giudici e apparteneva a lei. E anche in questa occasione la maestra d'asilo ha dichiarato: "Sono stata io a prestarle un cellulare di cui lei aveva bisogno per motivi personali. 

Non era un cellulare di organizzazione, ne sono certa, o almeno io non lo sapevo".Altro tassello fondamentale è stato quello del cd rom contenente i dettagli relativi ai bersagli: una sede della Cgil, una della Cisl e l'ufficio della Commissione di garanzia per lo sciopero.

Si provò a cancellare i file con l'intento di far perdere ogni traccia, ma i tecnici dei pm riuscirono a recuperarli. I giudici hanno sottolineato che un "ulteriore indizio di partecipazione della Saraceni all'organizzazione" era rappresentato proprio dal "possesso di un documento operativo".

Ma quanto inquinano questi gretini

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti

Migliaia in piazza, ma anche manifestare rovina l'ambiente



Ho visto ieri migliaia di ragazzi sfilare felici e pacifici per le vie di Milano per protestare contro la modernità che a loro dire provoca i cambiamenti climatici.

Poi li ho rivisti sfiniti bivaccare attorno ai locali fast food del centro, quelli per intenderci gestiti dalle multinazionali, abbuffarsi con pizze e panini imbottiti di quantità industriali di schifezze prodotte in serie e attrezzati con forchette, bottiglie e bicchieri di plastica che ore dopo giacevano ancora abbandonati nei pressi.

Infine li ho visti sfollare imbufaliti perché il contemporaneo sciopero dei mezzi pubblici, più o meno inquinanti, impediva loro di tornare a casa nel modo più comodo e veloce.

Mi è venuta voglia di abbracciarli per la loro manifesta ingenuità e contraddizione, siamo stati tutti ragazzi e oggi lo dico con una certa invidia tocca a loro.

Sempre ieri ho visto delegazioni di questi ragazzi essere ricevute e riverite da alcuni dei loro nemici del «potere costituito» che sta avvelenando il mondo.

A Milano dal sindaco Beppe Sala, il fan di Greta che ha inaugurato quell' Expo che attirò milioni di visitatori giunti in aereo da tutte le parti del mondo, colui che ha incentivato (per fortuna, diciamo noi) l' innalzamento di nuovi grattacieli e l' espansione di moderni quartieri grazie ai quali Milano sta nel Gotha mondiale delle città più commerciali, tecnologiche, lussuose e ricche del mondo.

A Roma invece ho visto l' abbraccio dei gretini con il ministro della Scuola, Lorenzo Fioramonti, il cui partito ha dato via libera alla Tav, al Tap, all' Ilva di Taranto e a tante altre cose per noi utili ma che fanno inorridire gli ambientalisti.

Lui dice di poter salvare il mondo anche se nell' ultimo anno (nel precedente governo era viceministro) non è riuscito a salvare, impresa almeno all' apparenza più a portata di mano, settanta edifici scolastici che sono miseramente crollati lui regnante.

I politici più che la terra vogliono salvare sé stessi, nel senso di garantirsi il voto dei neo e futuri diciottenni affascinati da Greta. E questi ci cascano, ignorando che la terra, comunque vadano le cose, sopravviverà come ha fatto fin dall' origine a qualsiasi cambiamento climatico.

A rischiare siamo solo noi e non sarà una tassa sulle merendine o il car sharing a garantirci la salvezza. Semmai, oltre che piantare un alberello, dovremmo costruire qualche bunker.

Così, tanto per non fare la fine dei dinosauri che, pur non inquinando, furono spazzati via in men che non si dica da una catastrofe climatica, non attribuibile all' uomo che era di lì da venire.

Morto Guido Carandini. Deputato del Pci, chiese di cambiarne il nome

corriere.it
di PAOLO FRANCHI

Nipote di Luigi Albertini, imprenditore agricolo, docente universitario e studioso del pensiero economico di Marx, già nel 1985 anticipò la svolta della Bolognina

Morto Guido Carandini. Deputato del Pci, chiese di cambiarne il nome
L’economista e imprenditore Guido Carandini (1929-2019)

Se ne è andato, a novant’anni, Guido Carandini. Chi spara a zero sulle élite, di cui Guido è stato sicuramente parte, farebbe bene a riflettere un po’ sulla sua vita.

Sua madre era Elena Albertini, nipote di Giuseppe Giacosa, figlia di Luigi, senatore, antifascista, direttore e socio del «Corriere» che, estromesso per volere di Benito Mussolini dalla proprietà del giornale, con la lauta buonuscita acquistò, alla metà degli anni Venti, il grande possedimento di Torrimpietra, alle porte di Roma.

Suo padre, Nicolò, se possibile ancora più elegante di lui nel tratto e nel portamento, prima bonificò con il cognato Leonardo la tenuta, poi ne fece un allevamento modello.

Ma sempre portandosi appresso una grande passione intellettuale e politica. Nicolò Carandini fece parte, per i liberali, del Cln di Roma, poi fu ministro nel secondo governo Bonomi,artefice principale dell’accordo De Gasperi-Gruber

sull’Alto Adige, leader dei liberali di sinistra, fondatore, con Bruno Villabruna, del Partito radicale e del Movimento federalista europeo, ambasciatore a Londra, e pure, per un decennio, presidente dell’Alitalia.

Guido seguì le sue orme nella passione per l’azienda, di cui cominciò ad occuparsi in prima persona a 23 anni, ma anche nella passione per la politica.

Solo che, a differenza della schiatta di liberali non tutti di sinistra da cui proveniva (il salotto di casa Carandini, a due passi dal Quirinale, era stato frequentato assiduamente da Benedetto Croce, Carlo Sforza, Alessandro Casati, Alberto Tarchiani, Mario Pannunzio; e vi si erano tenute le ultime

riunioni di redazione del «Mondo», del quale Nicolò era stato assiduo collaboratore) fu marxista, prima ortodosso, poi sempre più critico, sì, ma sempre rifiutandosi di liquidare, con il Marx utopista, anche lo scienziato sociale, come spiegò dettagliatamente nel suo libro Un altro Marx, pubblicato da Laterza.

E fu, a lungo, comunista (un comunista piuttosto di frontiera, e non troppo disciplinato), e per il Pci venne eletto deputato nel 1976 e nel 1979. Sul finire degli anni Ottanta, e soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino, quello del cambiamento del nome e della natura stessa del Pci sarebbe diventato il tormentone per eccellenza della politica italiana.

Ma, nel 1985, il tema, almeno ufficialmente, era ancora un tabù. Fu lui, Carandini, il primo a mettere i piedi nel piatto, in un articolo su «Repubblica». Aldo Schiavone aveva appena pubblicato per Laterza un libro molto critico,

Per il nuovo Pci, che però non lo aveva proprio convinto: «Per il nuovo Pci? Ma non sarebbe invece ormai maturo il tempo di abbandonare, almeno in questa parte del mondo, lo stesso vocabolo “comunista”?

Per noi, nel bel mezzo di questa vecchia Europa, è un vocabolo ormai insensato, quanto lo è l’alchimia per descrivere il compito di far avanzare la chimica e la fisica nell’era atomica».

Meglio, molto meglio, almeno per chi ambiva «a respirare un’aria diversa da quella che spira nel Pci e nel Psi», chiedere «un congresso straordinario per decretare la fine dell’era eurocomunista», e dar vita, anche a costo di una scissione degli ortodossi, a un partito «veramente nuovo».

Che a Carandini sarebbe piaciuto si chiamasse Partito democratico del lavoro. Nel distratto silenzio degli stati maggiori comunisti e socialisti, la cosa sarebbe finita lì, se a Giancarlo Pajetta non fosse saltata la mosca al naso.

In una durissima intervista all’«Espresso», sostenne che non avrebbe avallato la chiusura del partito in cui militava da una vita, e per il quale era stato 12 anni in galera, per dar retta a un «proprietario fondiario», a un «padrone».

E a Carandini, che gli aveva scritto piccato che l’uso stesso di questi termini era infondato scientificamente, perché in ogni epoca storica avevano assunto significati diversi, rispose più piccato ancora: era certo, Pajetta, che gli oppressi

fossero schiavi, servi della gleba, braccianti, operai salariati — i loro sfruttatori li avevano sempre chiamati così. Non aveva obiezioni sul fatto che non pochi dei loro discendenti, per una scelta anzitutto morale, militassero nel Pci.

Ma, quanto a lui, poche chiacchiere: «Monotono, e con una cocciuta e non scientifica coerenza, con i padroni non sono stato mai».