Evoluzione a Sinistra

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giovedì 10 ottobre 2019

Guasto sulla rete Telecom, giù la connessione in diverse parti d’Italia

corriere.it
di Fabio Savelli e Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Guasto sulla rete Telecom, giù la connessione in diverse parti d'Italia

Centinaia di segnalazioni in tutta Italia per un crash della rete Tim. Molti utenti, rileva il sito Downdetector che monitora le performance delle reti di telefonia, hanno evidenziato come per diverse ore nel corso della notte sia stata irraggiungibile la rete Internet fissa (il 73% delle segnalazioni), la telefonia fissa (23%), la rete mobile (2%).

“Si è trattato di un problema temporaneo”, ha spiegato Tim questa mattina, “a una linea del traffico internet che ha determinato problemi solo di navigazione Internet”. Secondo la compagnia, “il tutto è durato circa 3 ore, ma ora il problema è rientrato”.

Nel corso della notte, molti utenti avevano rivelato su Twitter che erano irraggiungibili anche i sistemi di assistenza 119 e 187, oltre alle varie App MyTim della galassia Telecom. A Milano e in altre città, ancora nelle prime ore della mattina, la rete Internet gestita anche da altre compagnie, come nel caso di Fastweb, era offline per molti utenti.

E così, nel corso della notte, l’hashtag #Timdown su Twitter è diventato uno dei trend topic. Alle 8.30 del mattino era ancora sul podio dei più citati. Un tam tam che per oltre dodici ore ha risuonato in tutta la Penisola, improvvisamente alle prese con gravi problemi di connessione.

E se le segnalazioni si sono fatte numerose a partire dall’una di notte. A Milano, già verso le 21 di ieri, alcuni punti della rete erano già saltati.

Secondo Downdetector, la maggior parte delle segnalazioni arrivano oltre che da Milano e Roma, anche da Napoli, Firenze, Torino, Bologna, Genova, Brescia e Verona.

Hong Kong, la Cina contro Apple per l’app che aiuta i manifestanti

corriere.it

Hong Kong, la Cina contro Apple per l'app che aiuta i manifestanti

Il Quotidiano del Popolo, organo del Partito Comunista Cinese, attacca l’azienda di Cupertino per aver reso disponibile sul suo store un’app che permette di segnalare i posti di blocco della polizia

Anche Apple finisce nel mirino della stampa cinese per presunto sostegno alle proteste di Hong Kong. L’accusa arriva da un editoriale sul Quotidiano del Popolo, il principale organo di stampa del Partito Comunista Cinese.

L’azienda di Cupertino, come riporta il South China Morning Post, è stata attaccata per aver reso disponibile sull’App Store un’applicazione che consente ai manifestanti di Hong Kong di segnalarela presenza di forze dell’ordine per le strade della città.

Una notizia che arriva dopo le polemiche tra Cina e Nba, la lega che organizza il campionato di basket americano, scattate dopo un commento a sostegno delle proteste di Hong Kong da parte di un dirigente del la squadra degli Houston Rockets.

Gli attriti hanno provocato la cancellazione un evento Nba riservato ai tifosi in programma a Shanghai mercoledì 9 ottobre.

«Apple sostiene i rivoltosi?»
HKmap.live, l’applicazione in questione, è stata messa online sabato 5 ottobre proprio nelle ore in cui i manifestanti tornavano per strada, questa volta per contestare la decisione dell’Alta Corte di lasciare in vigore il divieto di indossare maschere nei cortei.

Secondo il Quotidiano del Popolo, dopo un primo rifiuto, l’app è stata resa disponibile sull’App Store con una decisione definita «incosciente».

«Permettendo alla sua piattaforma di dare il via libera a un’app che incita il comportamento illegale.Apple non si preoccupa di danneggiare la propria reputazione e urtare i sentimenti dei consumatori?», scrive il giornale cinese.

«Nessuno vuole trascinare Apple nelle persistenti agitazioni di Hong Kong», prosegue il Quotidiano del Popolo, «ma le persone hanno il diritto di assumere che la Apple mischi affari e politica e persino azioni illegali». Infine una avvertimento a «pensare alle conseguenze della sua decisione imprudente e avventata».
Come funziona l’app
HKmap.live si avvale della raccolta di informazioni di crowdsourcing, cioè basata sulle segnalazioni dei suoi utenti.

L’obiettivo finale è quello di tracciare una mappa che consenta di individuare la disposizione delle forze dell’ordine e inviare alert ai manifestanti per metterli in guardia dalla presenza di agenti o di veicoli della polizia e di eventuali incidenti per le strade della città.

A questo scopo l’app fornisce una grafica della regione amministrativa speciale continuamente aggiornata. HKmap.live è disponibile anche a chi utilizza il sistema Android, tramite Google Play Store, informazione omessa dall’articolo del Quotidiano del Popolo.

Per il momento però l’azienda di Mountain View non è stata presa di mira
I precedenti
Dopo la palla a spicchi, la mela morsicata dunque. La Cina cerca di evitare interferenze da parte delle grandi multinazionali sulla questione Hong Kong. E ci prova facendo leva sulla minaccia di chiudere loro l’accesso a un mercato da 1,4 miliardi di consumatori.

L’Nba lo ha già sperimentato: oltre alla cancellazione dell’evento previsto, sono state
interrotte alcune collaborazioni commerciali e la televisione cinese Cctv ha annunciato che non trasmetterà le partite di pre-campionato che verranno disputate giovedì 10 ottobre a Shangai e sabato 12 a Shenzen.

In precedenza anche il marchio di gioielli Tiffany era stato costretto a bloccare una campagna promozionale ritenuta dalla Cina troppo simpatizzante verso i manifestanti dell’ex colonia britannica.

Isee, ecco cosa cambia con il decreto Crescita

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Isee, ecco cosa cambia con il decreto Crescita

Isee, indicatore della situazione economica, serve a fornire una valutazione della situazione economica delle famiglie, tenendo conto del reddito di tutti i componenti, del loro patrimonio e di una scala di equivalenza che varia in base alla composizione del nucleo familiare.

Ma tra i vari modelli di Isee c’è anche quello corrente che serve ad aggiornare redditi e trattamenti degli ultimi 12 mesi quando si verificanorilevanti variazioni del reddito, come ad esempio la perdita del posto di lavoro.

Le modifiche, ovviamente, servono a poter beneficiare di maggiori agevolazioni. Fino ad ora, per chiedere l’Isee corrente, era necessaria una variazione superiore del 25% dell’Isee ordinario e avere due dei tre requisiti previsti. Da lunedì 7 ottobre invece le regole cambiano.

Il ministero del Lavoro ha pubblicato infatti il nuovo modulo della dichiarazione sostitutiva unica con le novità introdotte dal decreto legge 34/2019. Con le nuove regole introdotte dal decreto Crescita, i precedenti requisiti non sono più validi.

D’ora in avanti, per cambiare l’Isee, basterà che risulti una (e non più due) delle seguenti condizioni: variazione del reddito maggiore del 25%, fine o la riduzione di un’attività lavorativa, interruzione di un contratto nella pubblica amministrazione.

Come precisato da «Il Sole 24 Ore» le nuove modalità servono per venire incontro a quei nuclei familiari in cui un membro resta senza lavoro, ma di cui il reddito complessivo non cala più del 25%.

Altra novità è che la durata dell’Isee corrente passa da due a sei mesi dal momento di presentazione della dichiarazione, a meno che nel frattempo non si verifichino ulteriori variazioni del reddito.

Clima, il 30% del Mondo non ha l’acqua potabile e noi ci laviamo le strade

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Milena Gabanelli e Simona Ravizza

Uno dei principali effetti dei cambiamenti climatici è l’aggravarsi della scarsità di acqua dolce, che già oggi a livello mondiale coinvolge 2 miliardi di persone.



Quella potabile invece è solo l’1% di tutta l’acqua presente sul Pianeta, e dobbiamo ricordarcelo sempre: non è una risorsa illimitata. Tre persone su dieci, come ribadisce l’ultimo rapporto mondiale delle Nazioni Unite del 2019, sono senza.

Perché l’acqua scarseggia
La quantità d’acqua a disposizione degli abitanti sta calando per effetto della siccità, e per ragioni dipendenti dai comportamenti dell’uomo.


La prima è legata all’uso massiccio di pesticidi, che la inquinano; la secondo allo spreco in agricoltura, che ne utilizza il 70%, e che con sistemi di irrigazione inefficienti sta prosciugando fiumi, laghi e falde sotterranee; la terza è l’aumento della popolazione (fra dieci anni saremo un miliardo in più).


Lo stress delle riserve in Europa
Persino in Europa, che non è un continente arido, le fonti di approvvigionamento idrico rappresentano un fattore di preoccupazione per almeno metà della popolazione.

In Italia preleviamo 428 litri a testa al giorno, spesso superiamo la soglia-limite del 20% di indice di sfruttamento idrico: è il rapporto tra la quantità di acqua estratta ogni anno e il totale delle risorse di acqua dolce rinnovabili a lungo termine.

Vuol dire che, soprattutto d’estate, stressiamo le riserve.


I consumi in Italia
Il prelievo complessivo annuo è di 9,49 miliardi di metri cubi d’acqua, il volume più alto dell’Unione europea. Poco meno della metà (47,9%) però non arriva ai rubinetti perché le reti di distribuzione sono un colabrodo. Il nostro consumo medio pro capite è di 220 litri al giorno, contro i 122 della Germania, i 128 della Francia e i 137 dell’Austria.


Cosa deve fare un cittadino responsabile
Oltre a scendere in piazza e manifestare come giustamente stanno facendo i giovanissimi del #FridaysForFuture, tutti noi possiamo cominciare ad adottare comportamenti più consapevoli semplicemente cambiando qualche cattiva abitudine quotidiana proprio sul consumo di acqua.
18 litri per lavare i denti
Vediamo quanta acqua buttiamo solo per lavarci i denti secondo le indicazioni del dentista, cioè 2-3 minuti di spazzolata, filo, e risciacquo.

Se durante questa operazione lasciamo il rubinetto aperto, se ne vanno dai 12 ai 18 litri. Se lo teniamo chiuso, per riaprirlo solo quando è necessario, basta mezzo litro.

Per una doccia di 5 minuti consumiamo in media 90 litri d’acqua. Se invece utilizziamo un soffione a risparmio idrico, ne bastano 40.

Rispetto al getto tradizionale possiamo risparmiare fino al 55% (8 litri contro 18 al minuto). La vasca da bagno è molto dispendiosa: richiede dai 100 ai 160 litri. Sarebbe quindi opportuno mettersi a mollo con più parsimonia.

Dal wc alla lavatrice
Le cassette di scarico del wc a doppio tasto fanno consumare 3 litri ogni volta che pigiamo il bottone. Quelle tradizionali ne utilizzano 9 per ogni scarico. Vuol dire che in una giornata – mediamente – si possono non sprecare 36 litri.

Una lavastoviglie al giorno per una famiglia di 4 persone consuma 10 litri a lavaggio. L’importante è farla partire solo quando è davvero piena.

Lo stesso discorso vale per la lavatrice: di classe A consuma 60 litri a lavaggio, quelle più vecchie ne utilizzano 130. Accortezza anche quando si cucina.

Ad esempio lavare la frutta mettendola a mollo e poi sciacquarla, anziché lasciarla sotto al rubinetto aperto, dove se ne vanno 6 litri al minuto.

In sostanza con un pò di consapevolezza possono bastare a testa al giorno circa 130 litri, al posto dei 220 che la media nazionale ci attribuisce.


Le colpe degli Enti pubblici
Oltre alle dichiarazioni, governatori e sindaci devono, in base alla normativa del 1999 che riprende la direttiva europea, depurare e riutilizzare le acque reflue.

L’Italia è in coda all’Europa: la depurazione avviene solo per il 62,5%, contro il 96,8 della Germania, l’82 della Francia e persino il 93,4 della Grecia.



Non solo le depuriamo poco, ma di queste acque ne usiamo ancora meno: solo il 4%. Anche perché nelle case vecchie non è possibile e la maggior parte dei regolamenti edilizi dei Comuni non prevede l’obbligo di impianti di recupero nemmeno per i nuovi edifici.


Lavaggio strade con acqua potabile e irrigazione anche quando piove
Così di fatto per tirare lo sciacquone del wc usiamo solo acqua potabile. Quasi sempre acqua potabile pure per il lavaggio delle strade e l’irrigazione dei giardini.

Qui addirittura si arriva al paradosso di vedere partire gli irrigatori automatici anche quando piove, o appena dopo un’abbondante pioggia.Con depuratori moderni, cisterne di stoccaggio e impianti di recupero nelle case tutto questo non succederebbe.

E tantomeno dovremmo saldare le multe salate che l’Europa – giustamente – ci sta infliggendo, sia per il pessimo sistema di depurazione, che ancora lascia scoperta buona parte del Paese, che per i buchi nella rete idrica.

WhatsApp, la funzione «Elimina per tutti» non funziona con l’iPhone

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di Davide Uriett

Gli smartphone della Apple salvano automaticamente i file ricevuti: foto e video vengono conservati nella galleria e diventa impossibile cancellarli

WhatsApp, la funzione «Elimina per tutti» non funziona con l'iPhone

Quando due anni fa WhatsApp inserì la funzione «Elimina per tutti», molti utenti hanno gioito alla possibilità che veniva loro offerta: quante volte, infatti, è capitato di inviare un messaggio, un’immagine o un video alla persona sbagliata?

La nota app di messaggistica, con questo strumento, toglie di fatto l’imbarazzo, permettendo di rimediare all’errore entro 1 ora e 8 minuti.
Dipende dal sistema operativo
Tuttavia si è scoperto che non funziona sempre e questo mette a rischio la privacy di chiunque la utilizzi: a rivelare il bug, a The Hacker News, è stato Shitesh Sachan, un consulente per la sicurezza delle applicazioni.

L’opzione «Elimina per tutti», infatti, in caso di file multimediali, non funziona se il destinatario o i destinatari di un gruppo hanno un iPhone. In particolare, se il ricevente ha lasciato le impostazioni di default, foto e video saranno salvati automaticamente all’interno del Rullino Foto.
Diverso da Android
Secondo Sachan, quindi, l’app WhatsApp sul sistema operativo di Apple si comporta diversamente rispetto ad Android: nella versione del robottino verde, infatti, utilizzando la funzione «Elimina per tutti», WhatsApp riesce a cancellare un file anche se è già stato archiviato nella galleria.

La differenza sta nel fatto che le politiche di Apple impediscono alle applicazioni di effettuare modifiche — in questo caso l’eliminazione — ai file salvati nel Foto, senza il consenso dell’utente.
Cosa fare
Per essere certi che la funzione «Elimina per tutti» abbia davvero successo, bisognerebbe assicurarsi che i possibili destinatari abbiano disattivato le impostazioni di default, che prevedono il salvataggio dei file multimediali in Foto (Basta andare in Impostazioni, poi Utilizzo dati e archivio e quindi deselzionare la voce «Download automatico media»).

Di fatto, una cosa impossibile, e nonostante Sachan abbia mostrato il problema a WhatsApp, evidenziandone i difetti di privacy, l’azienda non sembra preoccupata: «La funzione Elimina per tutti è pensata per la sola presenza dei messaggi, non c’è mai stata, invece, alcuna garanzia sull’eliminazione permanente dei file multimediali».

Senza neanche chiedere scusa

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Senza neanche chiedere scusa

Chiedere scusa dovrebbe rientrare tra le doti minime di un leader. Matteo Salvini non lo ha ancora imparato. Non lo ha fatto a Milano Marittima dopo l’intimidazione nei confronti di Valerio Lo Muzio, videoperatore di Repubblica .

E non lo ha fatto ieri a Pontida dopo l’aggressione fisica a Antonio Nasso, sempre del nostro giornale, e gli insulti antisemiti all’indirizzo di Gad Lerner.Si è permesso, anzi, una battuta sui “provocatori” che osano calpestare il prato della Lega.

Nulla di nuovo per chi ha sdoganato questa “normalità”, se non una riflessione: la violenza non solo verbale della destra contro la stampa trova alimento nel clima del Paese. Solo a Repubblica è lungo l’elenco dei giornalisti minacciati.

Federica Angeli e Floriana Bulfon dai clan criminali di Roma, Paolo Berizzi dai gruppi neofascisti, Salvo Palazzolo dai boss della mafia, Carlo Bonini e Marco Mensurati dalle frange più violente degli ultras romanisti. La loro colpa?

Ostinarsi a informare. Il problema, non di Repubblica ma del Paese, è che fare con rigore il giornalista ormai è diventato un rischio. Una realtà, riflettano le istituzioni e i capi politici (sì, anche Salvini), che una democrazia dovrebbe scongiurare.

Nuoro, aspirante cameriera scartata perché nera: «Le hanno detto che avrebbe turbato gli ospiti»

corriere.it

Nuoro, aspirante cameriera scartata perché nera: «Le hanno detto che avrebbe turbato gli ospiti»

È accaduto in un ristorante di Fonni. La denuncia su Facebook del marito: « Lesa la dignità di una persona che non ha mai perso la fiducia nei suoi simili»

Scartata a un colloquio da cameriera perché nera. A nemmeno un anno dal caso della veneziana Judith Romanello è successo ancora, stavolta a Fonni (provincia di Nuoro). La protagonista è una donna senegalese residente nel capoluogo barbaricino, Khady Ndior, sposata da tre anni con un impiegato comunale.
Il colloquio
A delineare per primo quanto accaduto è stato proprio il marito, con un rabbioso post su Facebook: «Contattata da una amica per un lavoro da cameriera in un matrimonio - ha scritto sabato - [Khady] si è presentata insieme ad altre 49 ragazze dal colore “neutro”».

Ma, una volta a colloquio, «la professionalità della donna selezionatrice, molta attenta ai particolari, ha fatto in modo che percepisse la pericolosità del “diverso” ritenendo che la cosa avrebbe potuto turbare la sensibilità degli invitati».

Contattata da Videolina, l’aspirante cameriera non ha nascosto il proprio disappunto: «Mi hanno detto - testuali parole - che non avrebbero mai accettato una donna di colore perché potrebbe disturbare la serenità degli ospiti.

È un dolore e un dispiacere molto grande. Non mi era mai successo e spero non ricapiti più».
Il (non) precedente
Per il momento non è giunta alcuna replica da parte del ristorante finito sotto accusa. Appena nel luglio 2018, sempre nel Nuorese si era registrato un episodio di segno opposto.

Il proprietario di un locale di Cala Gonone aveva infatti cacciato dalla sua struttura quattro ragazzi che non volevano essere serviti da un cameriere di origini senegalesi (come Khady).

«È il nostro più bravo di sempre, noi non facciamo queste distinzioni», aveva dichiarato.

L’isolamento, la malattia, le difficoltà: essere anziano in Italia

corriere.it
di Giusi Fasano

I problemi e i rimedi della vecchiaia in Italia dove nel 2045 gli over 65 saranno 20 milioni

L'isolamento, la malattia, le difficoltà: essere anziano in Italia

«Dottoressa, le posso chiedere una cosa?» Quel vecchio uomo piegato dagli anni e dalla cattiva salute guardò negli occhi Roberta Molinar.

«La ascolto» rispose lei. «Provi a pensare: quanto patirebbe lei a lasciare dopo una vita la sua casa, tutte le sue cose? E adesso immagini: io lo sto facendo dopo molti più anni di quelli che lei ha vissuto nei suoi spazi...».

La dottoressa Molinar è una psicologa che a Torino gestisce dal 2015 il progetto Essere anziani a Mirafiori Sud, azioni quotidiane di sostegno a favore della popolazione «over» di quel quartiere.

L’uomo che le fece quella domanda, racconta, «viveva una situazione non più sostenibile a domicilio e quindi è stato necessario passare a quella che noi chiamiamo istituzionalizzazione, cioè una casa di riposo.

Sono scelte dolorose per tutta la famiglia, certo. Ma per l’uomo o la donna di turno, se sono coscienti di quel che vivono, sono drammi che spesso segnano una fase di declino importante. Quella volta gli risposi che sì, farei tantissima fatica anch’io a staccarmi dal mio mondo».

Possiamo chiamarla esclusione, isolamento, solitudine. Uno stato a volte di fatto, a volte soltanto vissuto come tale, diventato una delle più grandi, se non la più grande difficoltà delle persone anziane. Che poi: da anni si discute della definizione di «anziano» e ogni volta l’asticella dell’età si alza.
L’aspettativa di vita aumenta
L’ultima certificazione è della Società di gerontologia e geriatria: si è ufficialmente anziani non prima dei 75 anni. Anche perché nel giro di pochi decenni abbiamo guadagnato un bel po’ di terreno sul piano delle aspettative di vita.

Negli anni Novanta ci si aspettava di arrivare mediamente a 63 anni, adesso l’attesa è di 83 «ma di questi venti in più solo la metà sono anni di vita sani, senza limitazioni funzionali» per riassumerla con il geriatra Carlo Vergani, uno dei più grandi studiosi dei processi biologici dell’invecchiamento.

Tanto per dare un’idea: i dati Istat ci dicono che nel 2045 gli over 65 saranno più di 20 milioni (oltre il 30% della popolazione) e gli under 25 meno di 14 milioni. Già oggi le cose stanno così: per ogni 100 ragazzi sotto i 15 anni ci sono 168 uomini e donne oltre i 65.

E ancora: il 7% della popolazione (più di 4 milioni) oggi ha oltre 80 anni e, a giudicare dalla pensione che intasca, non è raro che sia costretto a rinunciare a cure e visite mediche.

È sempre dell’Istat il dato sulle pensioni medie mensili: al Nord si arriva a 1.018 euro, nell’Italia centrale la cifra scende a 908 mentre al Sud siferma a 709.

Tutto questo indica un elenco infinito di interventi possibili di tipo economico, previdenziale, sociale, ma più di tutto indica l’urgenza di modificare l’assistenza sanitaria. Partendo da un numero: l’80% degli anziani oltre i 75 anni ha a che fare con almeno una patologia cronica legata al decadimento fisico.
Il concetto del prendersi cura
«Il nostro sistema sanitario è attento alla malattia acuta, all’ospedalizzazione. E invece — è convinto il dottor Vergani — dobbiamo passare dalla logica della prestazione a quella del prendersi cura di un anziano.

Ci vuole assistenza continuativa, serve una visione generale delle sue condizioni, e qui giocano un ruolo fondamentale i medici di famiglia.

Però è evidente che la nostra assistenza sanitaria non è ancora organizzata per tutto questo». Fa fatica, in sostanza, a recepire e adeguarsi a un cambiamento così veloce dell’aspettativa di vita e ai numeri che ne conseguono in termini di vecchiaia della popolazione.

Da geriatra e dopo decenni passati a occuparsi di persone molto in là con l’età, Carlo Vergani dice che quando ha davanti un anziano vede spesso «una persona che vuole parlare, che ha bisogno della rete sociale e ha paura della solitudine». Cita Arrigo Levi: «La condizione della vecchiaia è più sociale che fisica».
I rischi della solitudine
Essere vecchi e soli, sentirsi abbandonati dal mondo è una delle condizioni che geriatri, psicologi e studiosi della condizione umana ritengono la più insidiosa di tutte per la salute di chi vive l’età della vecchiaia.

«Dove non ci sono problemi economici o di salute grave, non essere inseriti in una rete sociale, non interagire e vivere isolati peggioranotevolmente la vita quotidiana, crea sconforto, dolore e certo non aiuta nel prendersi cura di sé» valuta la dottoressa Molinar.

Claudio Mencacci, psichiatra e direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli di Milano, rende più chiara la necessità delle «condizioni relazionali» (di tutti, anziani e non) con una metafora:

«Ciascuno di noi ha bisogno di sapere che il sassolino lanciato nell’acqua crei dei cerchi e che questi cerchi si diffondano. Se però il sassolino lanciato non crea nessun cerchio...».

È la negazione degli stimoli e del coinvolgimento sociale e ne soffrono gran parte di quel 30% di anziani che vivono da soli, fermo restando che il solo fatto di avere una vita da single non equivale a sentirsi o essere soli.

Sempre Mencacci: «La solitudine la vedo nell’amplificazione del dolore psicofisico e delle limitazioni della vita quotidiana che con una buona rete di relazioni sarebbero molto più contenuti».

Descrive tutto questo in un suo paziente: «84 anni e una grande sofferenza: aver perduto progressivamente quei contatti, quelle amicizie e quel mondo che piano piano si sta spegnendo e che trascina giù anche lui».

Detto ciò la domanda è: esiste il lato positivo della medaglia?

È sicuro di sì il genetista e scrittore Edorardo Boncinelli che sta per pubblicare (per Solferino) L’età conquistata, libro sull’allungamento della vita «che è reale, anche se non tutti lo sanno e si continua a dire che non siamo mai stati così male.

Non è vero. Il sogno dell’uomo è sempre stato quello di vivere il più a lungo possibile al meglio possibile, e su questo io sono ottimista.

Nel libro quello che dico — e ho coinvolto anche mio fratello che è un sessuologo — è che c’è un’età particolarmente conquistata che va dai 50 ai 75 ed è quella che è cambiata di più, in cui la gente sta mediamente bene».
La longevità in salute
A proposito del pensiero positivo: esiste la cura Berrino, chiamiamola così. Metodo di vita e di salute sul quale insiste Franco Berrino, epidemiologo nonché presidente dell’Associazione La Grande Via che, dice, «si occupa di aiutare le persone a ritrovare la strada per una longevità in salute».

Lui parte dal fatto che «il 90% di chi ha più di 65 anni prende quotidianamente farmaci per sopravvivere. Invece — dice — vorrei vedere anziani che non ne prendono.

È possibile cambiare le cose in poche settimane, con un sano stile di vita si può morire senza malattie. Noi siamo responsabili della nostra salute: se ti ammali di una malattia invalidante, se finisci su una sedia a rotelle, rovini la vita alla tua famiglia.

È ora di riflettere sulle nostre responsabilità». Un appello per gli individui, il suo.Ma di sicuro qualche riflessione servirà anche a livello socio-politico, se non altro partendo dal fatto che, dopo il Giappone, l’Italia è il Paese più vecchio del mondo.

Senile, preferisce dire Duccio Demetrio, filosofo e fondatore della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (dalle parti di Arezzo). Che nell’adultità, come la definisce, nota una differenza fra uomini e donne.

«Le donne adulte sentono di più il bisogno di riscatto, come se avessero la necessità di recuperare gli anni perduti nella vita familiare e domestica», dice.

Le differenze di genere arrivano fino in fondo alla vita. Una sola sensazione è per tutti uguale: c’è un punto fino al quale si sente il tempo che passa, poi lo si sente finire.

Il Sahara è molto più vecchio del previsto: ha sette milioni di anni

repubblica.it
Luigi Bignami


Dune sabbiose del Sahara a Merzouga, Marocco. Agf
Il Sahara, che in arabo significa “deserto”, è tra i più grandi deserti al mondo e con i suoi 9 milioni di chilometri quadrati di estensione è il più grande tra quelli caldi e secchi del nostro Pianeta.

Si estende dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso e al suo interno ci stanno 30 penisole italiane. Una domanda che i geografi si sono sempre chiesti è: “Quando ha iniziato a formarsi?”

Spiega Daniel Muhs, geologo al Geological Survey degli Stati Uniti a Denver: “Sono diversi decenni che si cerca di dare un’età al deserto.

Secondo studi recenti sembrava che si fosse formato circa 2,6 milioni di anni fa, secondo altre ricerche invece, dovrebbe essere molto più recente e stando a queste non dovrebbe avere che qualche migliaio di anni”.

La ricerca vera e propria non è ancora stata pubblicata su una rivista scientifica, ma è stata presentata all’incontro annuale della Geological Society of America a Phoenix.

Ora però un nuovo modello che ricostruisce la storia del Deserto sostiene che iniziò a formarsi almeno 7 milioni di anni fa.

Stando a questa ricerca vi sarebbero prove che il Sahara ha comunque visto momenti durante i quali il clima è stato più umido e quindi l’ambiente più verde.

Conoscere la storia di quel deserto non è un semplice sfizio dei climatologi, in quanto un’area così vasta con quelle caratteristiche ha un’influenza non indifferenze sul clima della Terra.

Alla nuova età del Sahara, Muhs e colleghi sono giunti studiando strati di suolo alle Isole Canarie, in particolari concentrandosi su strati di terreno bruno-rossastro trovato tra strati di rocce vulcaniche sulle Isole di Fuerteventura e Gran Canaria.

Poiché le Isole si trovano ad ovest del Deserto, in Oceano Atlantico, su di esse sono arrivate da sempre le sabbie che i venti del Sahara soffiano verso occidente. 

Il materiale così arrivato ha originato degli antichi suoli, oggi chiamati dai geologi “paleosuoli”, la cui composizione è del tutto diversa da quella dei suoli prodotti dal materiale vulcanico di cui sono composte le isole stesse, ma simile al materiale quarzoso del deserto del Sahara.

Grazie alla relativa facilità con la quale è possibile datare le rocce vulcaniche si è potuto anche stabilire l’età dei paleosuoli presenti tra le diverse colate laviche.

Stando a tali studi si è riusciti a stabilire che i primi paleosuoli formatisi con materiale proveniente dal Sahara si depositarono circa 4,6 milioni di anni fa.

E questo sta ad indicare che per avere un’area vasta al punto tale da far sì che il vento potesse trasportare polvere in quantità tali da creare accumuli di paleosuoli come quelli osservati alla Canarie, il deserto si sia dovuto formare almeno 2-3 milioni di anni prima.

Altri paleosuoli sono stati datati ad avere un’età di 4,8 milioni di anni, 3 milioni di anni e 400.000 anni.