Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 29 settembre 2019

«Io, marocchino, tolgo mio figlio dalla scuola materna di Bologna. I bimbi sono tutti stranieri»

corriere.it
Daniela Corneo

La denuncia di Mohamed: «Non si fa integrazione così»

Bambini, la denuncia di un padre (archivio)
Bambini, la denuncia di un padre (archivio)

«Nella scuola materna di mio figlio c’è un grave problema di integrazione, lo devo portare via».

Parola di Mohamed (nome di fantasia, ndr), 34enne di origine marocchina, laureato e impiegato a Bologna, arrivato in Italia quando aveva 4 anni, in tasca la cittadinanza italiana, proprio come la moglie, 32 anni, che in Italia invece ci è proprio nata, da genitori arrivati sotto le Due Torri nel lontano 1967.

«Non voglio passare per razzista proprio io che sono marocchino, ma il Comune lo deve sapere che non si fa integrazione mettendo nelle classi più di venti bambini stranieri».

E se lo dice proprio lui, che ha tenute ben saldo il collegamento con le radici del suo Paese d’origine pur vivendo a Bologna ed è un musulmano praticante, un certo effetto lo fa.

Quella di Mohamed e del suo bambino è una storia come tante di iscrizione alla materna e di scelta della scuola, una scelta che si fa spesso in base al passaparola, per motivazioni logistiche o tenendo conto delle suggestioni dell’open day.

«Al momento dell’iscrizione — racconta Mohamed — abbiamo indicato le quattro scelte richieste dal Comune: nelle prime tre scuole che avremmo preferito non c’era posto, ci hanno inseriti nella quarta».

Una scuola dell’infanzia del San Donato-San Vitale, fuori Massarenti. «Il giorno dell’open day — spiega il papà del bimbo — avevo visto disegni con le bandiere di tutte le nazionalità nella scuola, ma avevo pensato si lavorasse molto sull’integrazione culturale, ma quando siamo arrivati a scuola il primo giorno ci siamo trovati in una classe con tutti i bambini stranieri».

Tutti tranne uno, in realtà. Ma i numeri sono questi.

«Le maestre facevano fatica addirittura a pronunciare i nomi dei bambini», racconta Mohamed. Che torna a casa e la prima cosa che fa, insieme alla moglie, è di telefonare all’ufficio scuola del suo quartiere.

«La prima risposta che mi hanno dato è che, se non mi andava bene, il posto l’avrei dovuto rifiutare mesi prima, ma io non me lo sarei nemmeno sognato.Chi può conoscerla e immaginarla la composizione di una classe della materna?

E soprattutto chi poteva immaginare che facessero classi con soli bambini stranieri?». Eppure l’ufficio scuola che prende in mano la pratica della famiglia di Mohamed risponde a tono, pare: «Mi hanno detto che nella classe ci sono 8 bambini italiani, che non sono tutti stranieri.

Ma sono italiani come il mio, cioè con cittadinanza italiana, figli di genitori immigrati, molti dei quali non parlano ancora l’italiano».
«Non sono razzista»
Se Salvini fosse ancora ministro dell’Interno probabilmente questa storia l’avrebbe cavalcata e non è escluso che una visita alla scuola dell’infanzia fuori Massarenti l’avrebbe fatta.

«Non voglio passare per razzista perché sarebbe folle viste le mie origini — dice Mohamed mettendo le mani avanti — ma qualcuno deve rendersi conto del problema in Comune, non si lavora così sull’integrazione».

Perché adesso l’integrazione bisogna iniziare a giocarla, evidentemente, anche lavorando sul rapporto tra immigrati appena arrivati, immigrati di prima generazione e immigrati di seconda. Tre mondi diversi. Fatto sta che adesso Mohamed vuole togliere suo figlio dalla scuola comunale.

«Stiamo cercando una privata — dice —, siamo disposti a pagare, ma il problema è che in Italia le private sono quasi tutte cattoliche e noi siamo musulmani». E anche in questo caso, neanche a dirlo, l’integrazione sembra un’impresa impossibile.

La Ies, a quanto dice Mohamed, per ora non ha trovato una soluzione adatta al bimbo. «Noi siamo genitori attenti — spiega il papà — e non ci basta che nostro figlio stia in un posto tutto il giorno perché noi dobbiamo lavorare, vorremmo un posto che favorisca la sua crescita e che lo aiuti a sentirsi parte di questa città.

Come è possibile in una classe con più di 10 nazionalità diverse? Non è possibile, tenere 19 bambini stranieri insieme non è fare integrazione, è ostacolarla».

Napoli, uccise vigilante, permesso di uscire dalla cella anche per sostenere un provino di calcio

corriere.it
di Ch. Ma

In un’altra occasione il giovane, condannato per l’omicidio di Francesco Della Corte, avrebbe partecipato a una festa per il suo diciottesimo compleanno



Un permesso sarebbe stato utilizzato per partecipare alla festa per i suoi diciott’anni, appena compiuti, con tanto di foto pubblicate su Facebook e un altra uscita dal carcere, invece, gli avrebbe consentito di sostenere un provino per una società calcistica del Beneventano.

La vicenda del giovane condannato per aver ucciso nel marzo dell’anno scorso il vigilante Francesco Della Corte, a Napoli, si arricchisce di nuovi particolari destinati a suscitare polemiche.

Il ragazzo, è stato ricostruito, sarebbe uscito cinque volte dall’istituto penale dov’è ristretto.

In un altra occasione ancora ha pranzato con la famiglia in un ristorante dello stesso comune dove si trova il carcere minorile in cui sta scontando la pena e dove ha iniziato un percorso di riabilitazione che, secondo i parenti della vittima, non avrebbe ancora prodotto alcun ravvedimento.
L’aggressione
Tutte le volte che è uscito di cella il giovane, così come prevede la normativa, è stato sempre accompagnato dalla scorta.

Annamaria Della Corte, vedova della guardia giurata uccisa, recentemente ha dichiarato che né il ragazzo né la sua famiglia hanno mostrato segni di pentimento per quanto accaduto.

Il neo diciottenne, con altri due giovani, prese a sprangate e ridusse in fin di vita Francesco Della Corte, vigilante in servizio alla stazione della metropolitana di Piscinola, il 3 marzo 2018. La guardia morì in ospedale, dopo 12 giorni di agonia, lasciando la moglie e due figli.

Per gli altri suoi due complici, invece, secondo quanto si apprende, non sarebbero stati finora concessi permessi d’uscita dalle carceri minorili di Napoli e provincia dove si trovano.
Lo sfogo della figlia
«Si sostengono sempre di più i diritti dei detenuti, ma dove sono finiti invece i diritti delle vittime e delle famiglie di chi è stato ucciso, di coloro a cui è stato negato il diritto alla vita?», si sfoga Marta Della Corte, figlia del vigilante.

Per Marta, «ormai la linea che separa la riabilitazione da comportamenti ridicoli è diventata veramente sottile: esce dal carcere e va a fare il calciatore?

Questa è follia, non posso sopportare che chi ha ucciso mio padre possa andare a fare anche un provino per giocare al calcio malgrado sia accusato di essere un assassino.

Per me lui deve scontare 16 anni e mezzo dentro il carcere».


Vigilante ucciso a Napoli, la figlia della vittima: «Un pugno quel killer libero per festeggiare i 18 anni»

corriere.it
di Fulvio Bufi

La rabbia di Marta: «Permesso premio assurdo». Gabrielli, il capo della polizia: «Capisco la rabbia dei familiari. L’Italia morirà di bulimia normativa»

Vigilante ucciso a Napoli, la figlia della vittima: «Un pugno quel killer libero per festeggiare i 18 anni»

NAPOLI Dal giorno in cui furono arrestati per l’omicidio di suo padre, Marta va spesso sui profili social di quei tre ragazzini, fino a un mese e mezzo fa tutti minorenni, che la sera del 13 marzo 2018

uccisero a sprangate, nei pressi della stazione Piscinola della metropolitana, la guardia giurata Francesco Della Corte, al quale avrebbero voluto rubare la pistola.

Lo fa perché, anche se loro ora che sono in carcere non possono più caricare nuovi post, vuole vedere se continuano quei messaggi di incoraggiamento che all’epoca degli arresti arrivarono a pioggia.

«Ma quello che ho scoperto alla fine di luglio mi ha gelato, è stato come un pugno nello stomaco», racconta la ragazza.

Sulla pagina del più grande c’erano nuove foto, ed erano foto di lui che festeggiava con la fidanzata e gli amici il suo diciottesimo compleanno. «Lo hanno fatto uscire, gli hanno dato un permesso premio. È assurdo».

Marta, lei è rimasta zitta per settimane. Poi non ce l’ha fatta più?
«Non volevo che mia madre e mio fratello provassero lo stesso dolore che ho provato quando ho visto quelle foto. Volevo proteggerli. Ma alla fine mi sono resa conto che tacere non sarebbe stato giusto, una cosa così grave non può passare sotto silenzio».

È indignata, arrabbiata, delusa? Cosa?
«Tutto. È chiaro che se il permesso è stato concesso è perché c’è una legge che lo consente. Ma mi chiedo se sia una legge giusta».

Il capo della Polizia, il prefetto Gabrielli, ha commentato la vostra reazione dicendo «capisco la rabbia dei famigliari, come dargli torto» e che l’Italia «morirà di bulimia normativa».
«Noi siamo sempre stati molto rispettosi delle leggi, abbiamo seguito il processo (i tre ragazzi sono stati condannati in primo grado a 16 anni, ndr) senza mai aprire bocca. Ma è chiaro che il sistema penale minorile non è più adeguato alle attuali capacità criminali di certi giovanissimi».

Lei ha 22 anni e studia Giurisprudenza: non può non credere nella giustizia.
«E infatti ci credo. Ma ho anche il diritto di chiedermi quando è stato che quel ragazzo ha dimostrato di meritare un permesso premio. Quando è che ha mostrato pentimento, dolore per aver ucciso un uomo. Non lo so».

Al processo lui e gli altri come le sono sembrati?
«Gelidi. Ancora mi chiedo come sia possibile per tre ragazzini parlare del padre di famiglia che hanno ammazzato, descrivere la scena senza avere mai una esitazione, senza che per un attimo gli si strozzasse la voce in gola. Mai una lacrima, un’emozione. Niente».

Come se non avessero capito?
«Sì, in effetti dall’esterno un comportamento così puoi spiegartelo soltanto immaginando che non si siano mai resi conto di quello che hanno fatto.

Ma quando hanno ammazzato mio padre avevano diciassette anni, e a quell’età lo capisci benissimo che se colpisci qualcuno alla testa con il piede di un tavolo finisci per ucciderlo. E comunque al processo ormai avrebbero dovuto avere tutto molto chiaro».

Incoscienza o strafottenza?
«Ecco, se hai voglia di festeggiare con una condanna per omicidio che coscienza hai?»

Lei ha festeggiato il suo compleanno?
«Non ho proprio nulla da festeggiare, senza mio padre».

Il suo assassino invece sì.
«Perciò credo che non gli interessi proprio capire il male che ha fatto. Se se ne fosse reso conto non lo avrebbe nemmeno chiesto quel permesso».

Invece non solo lo ha chiesto ma lui, o qualcuno per suo conto, ha pure condiviso sui social le immagini dei festeggiamenti.
«Io ingenuamente all’inizio pensavo che gli avessero fatto organizzare una festa in carcere, e avessero fatto entrare gli amici per salutarlo. Non lo immaginavo nemmeno che lo avessero fatto uscire».

Poi ha guardato meglio le foto e ha capito?
«Che mancanza di rispetto. Voglio pure capire che festeggi, ma rendere pubbliche quelle immagini è come voler dire che a lui non importa niente del nostro dolore. E lo premiano pure».


10 settembre 2019 (modifica il 11 settembre 2019 | 11:37)

Vimercate, sacche di sangue scambiate per un caso di omonimia: donna muore in ospedale

corriere.it
di Simona Ravizza

È successo a Vimercate. Aperta un’indagine interna. Gli ispettori della Regione al lavoro

L’ospedale di Vimercate
L’ospedale di Vimercate

Una trasfusione sbagliata letale. Una donna è morta venerdì, 13 settembre, all’ospedale di Vimercate, a due passi da Milano, per lo scambio di sacche di sangue . La paziente era ricoverata nel reparto di Ortopedia.

Ci sono accertamenti in corso da parte di Regione Lombardia. Dalle prime informazioni, la donna era stata sottoposta a un intervento per la rottura di un femore, come spesso capita in età avanzata.
La morte in terapia intensiva
L’ipotesi su cui si stanno concentrando gli ispettori è di un errore umano avvenuto in seguito a un caso di omonimia: stesso cognome. Così, è stato trasfuso il sangue destinato a un altro paziente. L’episodio è avvenuto con ogni probabilità due giorni dopo l’operazione.

La donna è morta in terapia intensiva dopo che i suoi anticorpi hanno aggredito i globuli rossi non riconosciuti per la differenza del gruppo sanguigno. Purtroppo, la catena di controllo di routine non ha funzionato.


Trasfusioni: rischi e precauzioni

corriere.it
da Dizionario della Salute (Corriere)

sistema immunitario reagisce alla presenza di sangue che non riconosce come proprio, mediante la produzione di anticorpi che possono legarsi a particolari antigeni

(Getty Images)
(Getty Images)

Il sistema immunitario reagisce alla presenza di sangue che non riconosce come proprio mediante la produzione di anticorpi che possono legarsi a particolari antigeni.

Questa reazione può causare l’agglutinazione dei globuli rossi e la loro distruzione. È dunque fondamentale che in caso di trasfusione di sangue o di trapianto d’organo il sangue del donatore e quello del ricevente siano compatibili.

La compatibilità del sangue del soggetto ricevente con quello del donatore si desume dai gruppi sanguigni e da prove crociate di compatibilità effettuate miscelando il siero del ricevente con i

globuli rossi del donatore, e il siero del donatore con i globuli rossi del ricevente, e accertando che non avvengano fenomeni di agglutinazione dei globuli rossi.
I problemi d’incompatibilità
Se per errore viene trasfuso sangue incompatibile, si ha quasi immediatamente una grave sintomatologia caratterizzata da dolore nella sede della trasfusione, dolore alla regione lombare, brividi, nausea, vomito, rapido aumento della frequenza del polso e della temperatura corporea.

In seguito si manifestano ittero, presenza di emoglobina nelle urine, e poi insufficienza renale acuta con aumento dell’azotemia, oliguria, anuria.

Tuttavia, anche se il sangue è perfettamente compatibile, si possono avere reazioni di minore entità, caratterizzate da brividi, febbre, eruzioni cutanee tipo orticaria, eccitazione psichica tali manifestazioni, che in genere scompaiono

rapidamente e spontaneamente, sono dovute a reazione immunitaria contro antigeni presenti nei globuli bianchi o nelle piastrine, o contro proteine plasmatiche, e compaiono solitamente in soggetti già trasfusi in precedenza.
Malattie infettive
Inoltre con la trasfusione si può avere la trasmissione di malattie quali epatite virale, mononucleosi infettiva, sifilide e malaria ma anche HIV ed epatite B e C.

Anche la malaria e la malattia di Chagas sono tra le più importanti cause infettivi di mortalità e morbilità legate alle trasfusioni in tutto il mondo.

È per questo che i donatori abituali sono soggetti controllati routinariamente sia dal punto di vista sierologico sia riguardo alle proprie abitudini di vita (attraverso un’attenta anamnesi).

Questo perché, sebbene le sacche siano studiate sotto il profilo infettivologico, è comunque possibile incorrere nel cosiddetto periodo finestra, cioè quel periodo in cui l’infezione eventuale è stata già

contratta ma non è ancora avvenuta la sieroconversione (cioè la formazione di anticorpi specifici, riconoscibili con i comuni test di laboratorio).
La legge
La legislazione italiana, anche sulle indicazioni delle direttive europee in materia, prevede una specifica e stringente regolamentazione delle donazioni e delle trasfusioni di sangue e derivati, oltre che della produzione dei vari emoderivati.

Tale rigore normativo è diventato ancora più esplicito negli atti legislativi prodotti dal 1990 ad oggi, anche come risposta e soluzione agli episodi di trasmissione di agenti infettivi mediante emoderivati segnalati negli anni ‘80.

Salvini attacca Repubblica e Gad Lerner: "Questi non sono giornalisti". La replica della Direzione

repubblica.it

L'ex ministro dell'Interno ospite di Mattino 5 ripropone i temi della propaganda anti Conte bis

Salvini attacca Repubblica e Gad Lerner: "Questi non sono giornalisti". La replica della Direzione

Matteo Salvini non si scusa dopo l'aggressione, ieri a Pontida, subìta dal giornalista di Repubblica Antonio Nasso e gli insulti razzisti a Gad Lerner.

E attacca il nostro giornale, reo di "insultarlo ogni giorno". Prima a Mattino 5 ha detto: "Non bisogna mai essere acidi. Anche perché la vita è così breve e bella per prendersela con qualcuno...

Repubblica è un giornale che quotidianamente mi insulta, mi minaccia, mi diffama. Io però agli avversari rispondo con un sorriso, con dolcezza e poi con il voto degli italiani, che alla fine sono molto più intelligenti di quanto un giornalista spocchioso e arrogante di sinistra li faccia".

In seguito ad "Aria pulita" su 7GoldTv parlando degli insulti a Pontida a Gad Lerner, ha osservato: "Questi qua non sono giornalisti. Spesso e volentieri sono calunniatori", subito aggiungendo che comunque "non si tocca mai nessuno neanche con un dito.

Chiunque a casa mia è rispettato e riverito. Che Repubblica ogni giorno mi insulti, che Gad Lerner passi la vita a insultarmi, e Saviano, e Tizio e Caio... secondo me il giornalista dovrebbe essere superiore a certe cose", ha proseguito, ricordando che "Gad Lerner una volta si augurò la mia morte".

L'ex ministro dell'Interno ha risposto anche alle critiche sulla scelta di portare sul palco di Pontida una bambina di Bibbiano. "Chi se ne frega - ha affermato -  Non una bambina sul palco, 50 bambini.

Guai a chi ruba i bambini alle loro famiglie per quattrini e verranno fuori casi anche da altri posti, non solo dall'Emilia".

Il segretario della Lega ha riproposto poi i soliti temi che va argomentando da settimane contro l'esecutivo Conte bis. Comincia dal governo abusivo e poltronaro:

"Cercheremo di fare in modo che questo governo abusivo e irrispettoso duri il meno possibile. Gli italiani prima o poi voteranno. Pd e M5S si sono messi insieme per non andare a votare e per far fuori Salvini ma non possono scappare all'infinito.

E io dico: godetevi la poltrona perché quando gli italiani voteranno, vi manderanno a casa". Prosegue sul patto civico in Umbria:  "Quella in Umbria tra Pd e M5s è l''alleanza della disperazione'. Ma 'gli umbri non sono scemi, li mandano a casa'.

Conclude con un richiamo all'Europa: "Gentiloni è un esponente del Pd, il partito che ha perso tutte le elezioni degli ultimi anni. E gli italiani che hanno votato la Lega per cambiare l'Europa si ritrovano" Commissario Ue "il vecchio premier del Partito democratico...".

LA RISPOSTA DELLA DIREZIONE DI REPUBBLICA
Mai insultato, mai minacciato, mai diffamato (e infatti non abbiamo ricevuto querele da parte sua). In realtà abbiamo fatto di peggio: lo abbiamo raccontato.

Gli stipendi dei Ceo sono una bomba atomica Come vengono calcolati con il Metodo Monte Carlo

corriere.it
di Enrico Forzinetti

Metodo trasversale

Cosa possono avere in comune la realizzazione di una bomba atomica e il calcolo della retribuzione totale di un top manager di un’azienda?

Apparentemente nulla, ma se si scava un minimo in profondità si può scoprire che un punto di contatto esiste: si tratta del cosiddetto Metodo Monte Carlo, un complesso sistema matematico-statistico utilizzato negli anni ’40 per valutare tutti gli scenari

possibili a livello atomico nella realizzazione della bomba nucleare, nell’ambito del famoso Progetto Manhattan che portò all’effettiva produzione dell’atomica.

Un metodo che però può avere diverse applicazioni, come anche quella più recente di calcolare quanto sarà pagato il Ceo, ossai l’amministratore delegato, di una società sulla base dell’andamento degli strumenti finanziari che contribuiscono a comporre la sua retribuzione.

La prima bomba atomica, fatta esplodere come test ad Alamogordo nel New Mexico (16 luglio 1945)
La prima bomba atomica, fatta esplodere come test ad Alamogordo nel New Mexico (16 luglio 1945)

Applicazione nucleare
Il Metodo Monte Carlo deve il suo nome al famoso casinò e fu ribattezzato così dai matematici Stanislaw Ulam e John von Neumann quando erano impegnati nel Progetto Manhattan.

La leggenda vuole che fu lo stesso Ulam a pensare a questo sistema, partendo dallo studio di come calcolare le probabilità di vittoria in un solitario.

Applicandolo invece alle ricerche che stavano conducendo a Los Alamos, l’obiettivo era del tutto diverso.

Questi complessi calcoli statistici dovevano servire a prevedere il comportamento dei neutroni, particelle subatomiche, all’interno di un reattore nucleare o per valutare l’impatto dell’esplosione di una bomba atomica. In sostanza il Metodo Monte Carlo

permetteva di simulare come si sarebbero potuti comportare questi neutroni in tutta una serie di casi differenti, con altrettante conseguenze molto diverse tra di loro. Uno strumento che fu fondamentale per arrivare alla realizzazione della bomba atomica.

Stanislaw Ulam con in mano il Fermiac, il computer analogico creato da Enrico Fermi
Stanislaw Ulam con in mano il Fermiac, il computer analogico creato da Enrico Fermi

Lo stipendio del Ceo
Ma il raggio delle applicazioni del Metodo Monte Carlo è molto più ampio. Non è un caso che sia stato perciò utilizzato anche per valutare i compensi dei manager.

Le variabili prese in considerazione in questo caso non sono i neutroni, ma bensì tutto quell’insieme di strumenti come stock options e azioni che vengono garantite ai Ceo sulla base dei risultati ottenuti in un arco di tempo preciso.

All’interno di questo calcolo fatto per capire le fluttuazioni dei valori di questi strumenti, rientrano anche le condizioni economiche e finanziarie dell’azienda che incidono così di conseguenza sulla retribuzione dei manager.

Uno degli esempi di scuola è quello del numero uno di Tesla Elon Musk che ha legato la sua retribuzione proprio a stock option che gli verranno riconosciute solo in base ai risultati della società: l’imprenditore verrà ricompensato solamente nel caso l’azienda raggiunga i 100 miliardi di capitalizzazione.

E sul piatto c’è la bellezza di 2,3 miliardi di dollari.

Elon Musk, imprenditore dalle idee spesso visionarie
Elon Musk, imprenditore dalle idee spesso visionarie

Ostuni, coordinatrice della Lega in posa su Instagram deride un immigrato svenuto

repubblica.it
di ANNA PURICELLA

La consigliera comunale Margherita Penta si lascia ritrarre così da un amico avvocato che sceglie come sottofondo la canzone "Se mi lasci non vale" di Julio Iglesias. Il gruppo ironizza anche quando il ragazzo è portato via dall'ambulanza

Ostuni, coordinatrice della Lega in posa su Instagram deride un immigrato svenuto

La consigliera comunale della Lega a Ostuni, Margherita Penta in posa davanti a un immigrato
Una foto in posa davanti a un ragazzo addormentato - o forse svenuto - sul sagrato della chiesa. Come sottofondo la canzone "Se mi lasci non vale" di Julio Iglesias.

La consigliera comunale della Lega a Ostuni, Margherita Penta (anche coordinatrice cittadina del partito guidato da Matteo Salvini) si lascia ritrarre così da un amico avvocato, nelle stories di Instagram. Il tutto è accaduto nel centro cittadino, in piazza Libertà, intorno a mezzanotte del 15 settembre.

Da quanto ricostruito dal social network, attraverso i tag rimbalzati fra amici, il ragazzo - di colore - appare incosciente: indossa un cappello e una maglietta rossa, pantaloni chiari e scarpe da ginnastica. È fermo in una posizione scomoda sulle scale della chiesa di San Francesco, proprio accanto al palazzo del Comune.

Qualcuno - forse lo stesso gruppo di amici - chiama l'ambulanza, che interviene per portare via il ragazzo. E lo smartphone continua a inquadrare, e a pubblicare tutto sui social network.

La sequenza, quindi, si sviluppa in diverse fasi: in un primo momento, davanti al ragazzo incosciente, c'è una ragazza in atteggiamento dubbioso, e la foto è accompagnata dalla scritta "Mi vuoi sposare?", da un emoticon a tema e dalla canzone "Ti sposerò perché" di Eros Ramazzotti.

Segue poi un video in cui si vedono gli operatori dell'ambulanza che trascinano la barella, portando via il ragazzo, e stavolta la canzone scelta - sempre dall'amico avvocato - è "Morirò d'amore" di Jovanotti.

La sequenza si chiude infine con il ritratto di Margherita Penta, sorridente davanti al ragazzo, sulle note di Julio Iglesias.

Scampia, studente torna a scuola con treccine blu, nuovo alt della preside. Infine il 12enne cede: le taglierà

corriere.it
Walter Medolla

La mamma del ragazzo stamane ha chiamato la polizia sostenendo che a suo figlio sia stato negato il diritto allo studio. Ma lui alla fine ha deciso di adeguarsi al regolamento della «Alpi-Levi»



La vicenda di Lino, il ragazzo a cui è stato vietato l’ingresso a scuola per via della sua acconciatura è finita in commissariato. Questa mattina il tredicenne è tornato a scuola con le treccine blu e la preside gli ha nuovamente intimato l’alt, invitandolo a tornare a casa.

Ferma la presa di posizione della mamma di Lino che ha chiesto un confronto con la dirigente scolastica.

Raffronto che non c’è mai stato perché i toni si sono alzati e alla fine la polizia di stato, allertata dalla famiglia del tredicenne per garantire il diritto allo studio del ragazzo, ha deciso di portare tutti in commissariato.

All’esterno dell’Istituto “Alpi Levi” di Scampia stamattina è comparso uno striscione a favore del ragazzo. «In questo modo di nega il diritto allo studio» dicono alcune mamme, mentre per altre la «preside sta facendo bene a far rispettare le regole».
Lino taglierà la trecce
Alla fine di una convulsa mattina Lino ha deciso che taglierà le treccine. «È una decisione che ha preso mio figlio- ha spiegato la mamma- perchè si è ritrovato in una situazione più grande di lui. Alla fine Lino vuole andare a scuola e stare con i suoi compagni».

In mattinata c’è stato un confronto tra la preside, inflessibile sulle regole imposte dalla sua scuola, e la mamma del ragazzo.

«Al dirigente scolastico - ha proseguito Carla, la mamma del tredicenne- contesto degli atteggiamenti poco propensi al dialogo e al confronto. Resta l’amaro per una vicenda che si sarebbe potuta gestire meglio, soprattutto per il bene di mio figlio».

Lievito madre, cos’è e come farlo a casa (da zero) in 6 mosse

corriere.it
di Tommaso Galli

Lievito madre

Considerate per un attimo il lievito madre. Banalmente si tratta di farina e acqua dosate e mescolate insieme, per poi essere lasciate fermentare. Nulla di più semplice. Ma il rapporto continuo (e la cura soprattutto) che si va a costruire nel tempo ha fatto acquisire a questa preparazione un valore simbolico.

Tanto che oggi sono in molti a dare un nome al proprio lievito o tirarlo fuori come argomento di discussione durante una cena tra amici o parenti. Quasi entrasse a far parte della famiglia: la personificazione di qualcosa (o meglio qualcuno) che deve essere continuamente nutrito.

Rigorosamente con acqua e farina. E nient’altro. Ma questa sequenza nasconde dei segreti. E soprattutto, una volta iniziata è difficile fermarsi.



Il consiglio
Bisogna allora avere bene in mente a che cosa si sta andando incontro una volta che si decide di partire da zero. Quali farine utilizzare, come procedere nel rinfresco e soprattutto capire le tempistiche. Il primo consiglio è quello di avere pazienza: è un processo lungo.

Se state ancora capendo su quale tipologia puntare bisogna dire poi che il più facile da gestire a casa è il lievito madre in crema, quindi più idratato, rispetto a quello solido.

Sicuramente per la gestione del rinfresco: perché è sufficiente mescolare gli ingredienti in una ciotola e il gioco è fatto. E poi perché con quello in crema si rischia molto meno di sbagliare.



Ingredienti
100 g lievito madre in crema – 90 g acqua a temperatura ambiente (da adattare a seconda della stagione) – 100 g di farina tipo 1



Procedimento
Mescolate con una frusta (meglio se elettrica o addirittura con l’utilizzo di una planetaria) il lievito madre con l’acqua per ossigenare la crema e favorire la perdita di acidità.

La temperatura dell’acqua è un fattore fondamentale per fare in modo che il lievito madre sia attivo nonostante i cambiamenti climatici: è per questo motivo che bisogna utilizzare acqua un po’ più calda in inverno o un po’ più fredda in estate per far sì che la temperatura finale del lievito sia intorno ai 25°C.

Aggiungete poi la farina e amalgamatela finché il composto non si omogeneizza. Una volta rinfrescato il lievito si conserva in una ciotola coperta con pellicola forata. Non bisogna mai tappare il contenitore: l’ossigeno rimane sempre un elemento vitale per il lievito madre.

Per l’utilizzo immediato, una volta rinfrescato lasciate il lievito a temperatura ambiente (intorno ai 25°C) per almeno due ore e mezza.

Trascorso il tempo necessario, procedete con l’utilizzo.

Se invece non avete intenzione di utilizzare la pasta madre subito dopo il rinfresco, lasciatela a temperatura ambiente per 1 ora circa e poi riponetela in frigorifero (sempre ricoperta dalla pellicola traforata): in questo modo si può conservare per 2/3 giorni prima del rinfresco successivo.