Evoluzione a Sinistra

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sabato 21 settembre 2019

I sei euro rimborsati citando dodici leggi

corriere.it
desc imgdi   Gian Antonio Stella

A Piove di Sacco: dodici leggi e leggine, 65 righe per un totale di 699 parole di delibera per 4713 caratteri complessivi, con tutto il tempo perso a preparare quella brodaglia burocratica, per sei euro di rimborso di un parcheggio

disegno di Doriano Solinas
disegno di Doriano Solinas

l comune di Piove di Sacco, in provincia di Padova, ci tiene a dimostrare che spende i soldi dei cittadini con oculatezza.

Chiamata dunque a pagare a un assessore un rimborso spese, il responsabile dell’Area Ragioneria e Tributi Dott. Paolo Bojan, cui va la solidarietà nostra e di tutte le Vi.Bu.De. (Vittime Burocrazia Demente), ha firmato una «Determina» che spiega da sola cos’è il girone infernale dei passacarte.

Dice che
«RICHIAMATO l’art. 84, comma 1 del D. Lgs. 267/2000, come modificato dall’art. 5 comma 9 del D.L. 78/2010, convertito dalla legge 122/2010…»
«VISTO il decreto dei Ministri dell’Interno e dell’Economia e delle Finanze del 04.08.2011…»
«VISTA la Delibera n. 191 del 14.10.2014 della Corte dei Conti – Sezione Regionale di controllo per la Toscana, contenente il parere in merito alla richiesta formulata dal Comune di Collesalvetti…»
«VISTA la richiesta di “rimborso spese di parcheggio” per missione effettuata in data 18.02.2019, presentata dall’Assessore Comunale Sig. Boischio Romano…».

Di più:
«RICHIAMATE la Deliberazione di Consiglio Comunale n. 11 del 28.02.2019…» e «la Deliberazione di Consiglio Comunale n. 12 del 28.02.2019 avente a oggetto: “Approvazione del Bilancio…» e «la Deliberazione di Giunta Comunale n. 25 del 05.03.2019…» Nonché
«VISTO il decreto n. 6 del 02.05.2019…» e
«RITENUTO di rimborsare la suddetta spesa di viaggio…» e
«RICHIAMATO il D. L. 7 maggio 2012 n. 52, convertito nella legge 6 luglio 2012, n. 94, contenente norme di razionalizzazione della spesa pubblica ed il D. L. 6 luglio 2012, n. 95, convertito…» e
«VISTO il vigente Regolamento Comunale di Contabilità»  e
«VISTO il D.Lgs. n. 267/2000 “Testo unico delle Leggi sull’ordinamento degli enti locali”
» DETERMINA di «rimborsare la spesa di viaggio, come da richiesta presentata dall’Assessore Comunale Sig. Boischio Romano ed indicata in premessa, sostenuta per un importo complessivo di €. 6,00».

È uno scherzo? Sei euro!? 
Dodici leggi e leggine, 65 righe per un totale di 699 parole di delibera per 4713 caratteri complessivi, con tutto il tempo perso a preparare quella brodaglia burocratica, per sei euro di rimborso di un parcheggio!?

Poi leggi il discorso programmatico del nuovo governo (non è che i vecchi fossero diversi…) e non trovi un cenno al tema della burocrazia.

Auguri.

«Italia ed Europa sono complici dei trafficanti di esseri umani: e l'ho vissuto sulla mia pelle»

espresso.repubblica.it
DI ROBERTA ZUNINI 

Alnoor Mohammadiaen Adam è il testimone chiave dell’esposto contro Roma e Bruxelles alla Corte dell’Aja per “crimini contro l’umanità”. E mette sotto accusa l’aiuto economico e militare dato alla Guardia costiera libica

«Italia ed Europa sono complici dei trafficanti di esseri umani: e l'ho vissuto sulla mia pelle»

lnoor Mohammadiaen Adam, 44 anni, è il testimone chiave dell’esposto contro Roma e Bruxelles articolato in 244 pagine e presentato lo scorso giugno alla Corte Penale internazionale ( Cpi) dell’Aja dall’avvocato israeliano Omer Shatz, docente di diritto internazionale a Sciences Po e dal collega franco-spagnolo Juan Branco.

La denuncia è per “crimini contro l’umanità” e mette sotto accusa l’aiuto economico e militare dato da Italia e Ue alla Guardia costiera della Libia, che poi usa queste risorse per alimentare la tratta di esseri umani, tra indicibili violenze, ricatti, prigionie e torture.
 
Membro della tribù sudanese dei Berti, una delle più colpite durante il conflitto in Darfur, in questa intervista Alnoor Mohammadiaen Adam rivela per la prima volta alla stampa il proprio nome e il suo volto:

«Ho deciso di farlo perché ciò che sta accadendo sulla pelle di chi fugge dalle guerre e dalla povertà rinnova il mio dolore.

La decisione dell’Italia e dell’Ue di addestrare, finanziare con soldi pubblici e affidare alla Guardia costiera libica le operazioni di salvataggio in mare dei migranti è un’aberrante truffa non solo ai nostri danni ma anche nei confronti dei cittadini italiani ed europei», dice. E aggiunge:

«Non ne parlo per averlo sentito dire: è un fatto che io e mia moglie siamo stati costretti a constatare in prima persona». La moglie di Alnoor è morta per le violenze subite e le malattie contratte in Libia, poche ore dopo essere sbarcata con il marito a Trapani.

«I medici mi hanno detto che era incinta», racconta Alnoor. La cui testimonianza, secondo l’accusa, dimostra che Italia e Unione Europea nel consegnare la gestione del recupero in mare dei migranti alla Guardia costiera libica hanno contribuito all’attuazione di crimini contro l’umanità.

Signor Adam, ci può spiegare cosa è accaduto quando il 17 luglio 2016 siete riusciti a imbarcarvi su un peschereccio in Libia?


«A mezzanotte io e mia moglie siamo stati portati a un molo con molti pescherecci. I trafficanti, che si facevano chiamare Abdelbasit e Fakri, ci hanno detto che ci avrebbero scortato per 2 ore affinché non venissimo intercettati dai “pirati”.

Eravamo 86 persone, tutte sudanesi. La barca però era troppo carica. A quel punto Abdelbasit è saltato dentro e ha iniziato a timonare, mentre il gommone di scorta guidato da Fakri ci precedeva effettuando “ricognizioni”.

Ci hanno scortato per un’ora e mezza fino a quando Fakri ha accostato e ha urlato: “Abdelbasit, vieni, veloce!” A quel punto ho chiesto cosa dovessimo fare, avendo capito che saremmo rimasti soli, ma non hanno risposto e se ne sono andati via a tutta velocità col gommone.

Poco dopo è arrivata una barca più grande, armata di mitragliatrice Dushka, con otto uomini in uniforme, che ci ha speronato. Eravamo terrorizzati. Due di loro armati fino ai denti sono saltati dentro e ci hanno urlato:

“Siamo la Guardia costiera libica. Rappresentiamo il governo. Sappiamo che state andando in Europa.Ma ora dovete tornare in Libia!”».

A quel punto cosa è successo?
«Ci hanno costretto a invertire la rotta mentre il mare diventava sempre più grosso. Noi non eravamo in grado di gestire l’inversione, allora uno degli uomini della Guardia costiera ha preso il timone.

Ma le onde erano troppo alte anche per lui. Così i suoi colleghi ci hanno lanciato una corda per trascinarci, visto che la loro imbarcazione era più grande e più veloce. Sulla via del ritorno, hanno intercettato altre 4 barche.

Al mattino presto, quando siamo arrivati a Zawiya, due barche erano già state rilasciate perché avevano raggiunto un accordo con la Guardia costiera libica. Poco dopo siamo stati trasferiti in alcuni container-prigione vicino a un edificio a più piani.

I carcerieri ci hanno subito detto: “Ognuno di voi deve pagare 2.000 dinari (più di 1.200 euro, ndr) e vi porteremo in un punto dove sarete recuperati.Se non avete soldi, ecco il telefono, chiamate le vostre famiglie e ditegli che ce li spediscano.

C’è un nostro agente incaricato di ritirare il denaro a Tripoli. Chi non paga, verrà trasferito nella prigione di Osama 767”. Io e mia moglie non avevamo più soldi perché li avevamo usati tutti per pagare il viaggio verso l’Europa. Così ci hanno separati, Hala in un container, io in un altro.

Siamo rimasti chiusi lì dentro senza mai uscire e senza notizie l’uno dell’altro per due settimane. Mi hanno picchiato e torturato. Non riesco a parlare di quello che è successo a mia moglie.

Alla fine, lei ha chiamato i suoi fratelli che hanno inviato denaro per farci uscire. Non mi dimenticherò mai quei giorni. Dentro ai container faceva un caldo asfissiante ma ci davano solo una tazza d’acqua al giorno.

Quando ne ho chiesta un’altra, non solo non me l’hanno data, ma il giorno dopo ho avuto solo mezza tazza. Ho chiesto il motivo e la risposta è stata: “Perché così non disturbi chiedendo di andare in bagno”. Il cibo era molto scarso e disgustoso».

E dopo cosa è successo?
«Hanno mandato alcuni di noi a lavorare nei terreni agricoli circostanti, ordinando ai proprietari di impedirci di scappare. Con il lavoro forzato ci saremmo pagati il nuovo viaggio. Alla sera tornavamo prigionieri nei container.

Dopo mesi di lavori forzati siamo stati rimessi in mare sulla barca di legno della prima volta, ma ora a farci da scorta c’era direttamente la stessa barca della Guardia costiera libica comandata dallo stesso capo dell’equipaggio».

È davvero certo che il comandante fosse lo stesso?
«Non mi dimenticherò mai la sua faccia e i suoi modi spietati».

A quel punto cosa è accaduto?
«Ci hanno scortato per circa tre ore, fino a quando le luci non erano più visibili. Mi è rimasto impresso quando siamo passati davanti alle fiamme dell’impianto petrolifero offshore di Sabratha e il capo dell’equipaggio della Guardia costiera ci ha detto:

“Se vi lasciassimo qui dovreste pagare di nuovo”. A quel punto ho dedotto che la Guardia costiera libica non è un corpo unico, ma è costituita da più gruppi divisi tra loro».

Poi hanno continuato a scortarvi?
«Sì, ma a un certo punto ci hanno detto: “Continuate così” e se ne sono andati. Mentre albeggiava abbiamo realizzato che due barche di migranti partite con noi non c’erano più. Non so cosa gli sia successo. Le onde intanto erano diventate così alte che abbiamo iniziato ad andare nel panico».

Chi vi ha recuperati in mare e portati in Sicilia ?
«Siamo stati avvistati da una nave che passava, poco dopo ci ha sorvolati un elicottero. Poi è arrivata l’Aquarius che ci ha presi a bordo sbarcandoci a Trapani. Mia moglie è morta 48 ore dopo, per gli stenti e le violenze che aveva subito».

Brexit, niente residenza dopo 55 anni vissuti in Uk: “Ora l’Italia mi aiuti”

repubblica.it
ANTONELLO GUERRERA

Intervista ad Anna Amato, 57 anni, originaria di Caserta, a cui sono stati negati cittadinanza e soggiorno permanente nonostante una vita passata oltremanica e marito e figli britannici:

"Il Regno Unito mi ha tradita, i miei diritti sono stati calpestati, mi hanno reso all'improvviso una cittadina di serie B". Il caso è stato preso a cuore anche dal leader laburista Jeremy Corbyn

Brexit, niente residenza dopo 55 anni vissuti in Uk: “Ora l’Italia mi aiuti”
Anna Amato (reuters)

LONDRA. Il suo caso è così clamoroso qui a Londra che è stato preso a cuore e ritwittato persino da Jeremy Corbyn:

"Anna ha vissuto nel nostro Paese per 55 anni, dopo esser arrivata qui da bambina con sua madre dall'Italia", ha lamentato il leader Labour, "come mai può un governo trattare in questo modo persone che sono diventate nostri amici, vicini di casa o addirittura familiari?".

Anna è Anna Amato, una donna italiana di 57 anni, di cui 55 vissuti in Regno Unito, "l'unico Paese della mia vita", dopo esser arrivata dalla provincia di Caserta con la madre negli anni Sessanta.

Ha marito e due figli tutti britannici e ovviamente parla un inglese perfetto, madrelingua, oltre a pezzi di italiano rimasti dall'infanzia.

Eppure tutto questo, nel delirio burocratico ed esistenziale dell'imminente Brexit, sinora non è bastato a farle avere la cittadinanza britannica, né la residenza permanente. "Sono distrutta, disgustata, indignata da questa vicenda", si sfoga con "Repubblica" con la voce stanca e distrutta, "non so dove andare adesso, che cosa fare.

Mi trattano già come una cittadina di serie B. Mi è caduto il mondo addosso. Il governo italiano mi aiuti".

Anna, partiamo dall'inizio di questa ennesima incredibile storia della Brexit.


"Sono arrivata a Bristol, dove ho sempre vissuto, 55 anni fa, insieme a mia madre. Ho fatto le scuole, poi a 17 anni ho iniziato a lavorare come impiegata in un ospedale pubblico, poi dopo altri lavori da libera professionista, consulente e assistente e infine per circa 20 anni ho gestito un negozio di "pizza take-away".

Ho sempre pagato le tasse (che secondo i suoi calcoli sono arrivate a oltre 500mila sterline durante tutto questo tempo, ndr)".

E com'è possibile che lo Stato britannico non riconosca il suo diritto alla cittadinanza o alla residenza permanente?
"È devastante. Purtroppo tutta la mia documentazione non è bastata a dimostrare di aver vissuto per almeno cinque anni di fila sul suolo britannico".

Ma perché?

"Purtroppo i documenti antecedenti all'ingresso del Regno Unito in Europa non sono stati digitalizzati e quindi ora sono introvabili".

Ci sono state problematiche simili anche per pensionati italiani da sempre in Regno Unito, anche ultra 80enni.
"Esatto. Ma nel mio caso specifico, le scuole che ho frequentato a Bristol negli anni Sessanta, per esempio, hanno chiuso e hanno buttato i documenti. Idem l'ospedale dove iniziai da giovanissima, che non esiste più come altri luoghi di lavoro dei decenni successivi.

Ho mandato qualsiasi tipo di documento al Ministero dell'Interno, almeno quelli che mi sono rimasti perché fino al referendum della Brexit molti, come me, non avevano chiesto la cittadinanza o simili. Perché ci sentivano protetti, al sicuro, in Europa".

E invece...
"E invece no. Ho iniziato le pratiche per la cittadinanza nel 2017, un anno dopo il referendum della Brexit. Ho inviato loro tutti i documenti che avevo: le ricevute delle tasse pagate che mi eranorimaste,il mio National Insurance Number

(una sorta di codice fiscale in Regno Unito, ndr), le carte della mia casa di proprietà, qui a Bristol. Ho mandato alle autorità un plico così colmo di documentazioni per dimostrare che ho sempre vissuto qui che mi è costato 35 sterline.

Ma niente, niente. Secondo la risposta del Ministero dell'Interno, non ho il diritto di avere la residenza permanente in Regno Unito e quindi nemmeno la cittadinanza".

Ma se facesse domanda per il "settlement scheme", cioè il programma del governo britannico che include in un database tutti i cittadini europei che hanno vissuto in Regno Unito negli ultimi anni in modo che possano continuare a vivere oltremanica?
"Mai. Sarebbe un'umiliazione troppo grande per me dopo aver vissuto tutta la mia vita in questo Paese. Già non mi hanno concesso la residenza permanente: e se ora mi dessero uno status provvisorio di cinque anni?

Sarebbe un colpo ancora più devastante per me. I miei diritti sono stati calpestati, infangati. E non c'è nessuno a difenderli".

Signora Anna, lei è evidentemente disperata. Cosa ha in mente di fare adesso?
"Dopo il no del Ministero, ho fatto appello, il che include anche l'umiliazione di essere interrogata in una stanza dalle autorità per l'immigrazione.

Sono arrivata alla conclusione che le autorità britanniche bloccano scientemente le domande di cittadinanza e di residenza permanente. Difatti, mi sento già una cittadina di seconda classe, dopo aver vissuto tutta la mia vita qui.

Ti fanno sentire un numero, non una persona che ha dato tutto a questo Paese. Inizi ad avere dubbi sulla tua identità, su chi sei veramente, su quale sarà il tuo futuro.

Secondo le autorità britanniche, io sono colpevole perché non riesco a dimostrare di aver vissuto qui per 55 anni dei miei 57 di vita. Mio marito e i miei figli britannici sono impotenti in questa tragedia. Il Regno Unito mi ha tradita. Ma mi ha tradito anche l'Italia".

Perché dice questo?
"Perché l'Italia, di cui sono cittadina, dovrebbe intervenire per difendere i miei diritti calpestati e di tanti altri come me. Far sentire la propria voce. Invece mi sento sola, abbandonata.

Se mio padre, deceduto di recente, fosse ancora vivo, oggi morirebbe di crepacuore a vedermi trattata così, dopo tutti i sacrifici che ha fatto per garantirmi un futuro che ora mi è crollato addosso".

I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore

repubblica.it

L'anniversario dei 50 anni dal primo sbarco sulla Luna è stato celebrato a Salsomaggiore Terme dal "World Humor Awards" (mostra aperta fino al 15 Settembre), concorso che ha visto la partecipazione di oltre 200 artisti di 62 Paesi, con le opere di molte delle migliori firme della satira e dell'umorismo mondiale esposte nel Palazzo dei Congressi.

Alla cerimonia di premiazione è intervenuto Tommaso Ghidini capo Divisione strutture, meccanismi e materiali dell'Agenzia Spaziale Europea (ESA).

Una giuria di esperti e professionisti della grafica umoristica ha assegnato il Golden Trophy al greco Konstantinos Tsanakas, il Silver Trophy a Lido Contemori (Italia) e il Bronze Trophy a Siri Dokken (Norvegia), l'Excellence Trophy èp andato a Tessarolo (Italia), Qadritopour (Iran), Bernazzani (Italia), Salehi (Iran), Bojesen (Danimarca).

La mostra - organizzata da Gianandrea Bianchi e promossa dall'Associazione culturale Lepidus.it con il sostegno del Museo Guareschi e il patrocinio della Regione Emilia-Romagna e dei comuni di Salsomaggiore, Busseto e Roccabianca - sarà allestita prossimamente a Bologna e in altre città.

Nell'ambito della mostra sono stati assegnati anche il premio "Special Guest" a Ro Marcenaro e il "Premio Buduàr, Maestro dell'Arte Leggera" ad Angelo Olivieri.

La sezione Caricatura è stata vinta dal brasiliano Thiago Lucas, seguito da Regina Vetter (Svizzera), da Maria Picassó (Spagna) e da Francesco Federighi (Italia) che ha ricevuto il Premio Montanari.

I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore
La vignetta vincitrice del Golden Trophy, opera di Konstantinos Tsanakas (Grecia)

I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a SalsomaggioreLa vignetta di Lido Contemori premiata col Silver Trophy

I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore

I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore

I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore
I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore
I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore

I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore

I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore

I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore

I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore

I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore

I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore

I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore

I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore

I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore
I 50 anni dell'allunaggio, illustratori di tutto il mondo in mostra a Salsomaggiore

Pena di morte, sesta esecuzione da inizio anno in Texas, la 15esima negli Usa

repubblica.it

A ricevere l'iniezione letale un uomo accusato di aver ucciso la nonna nel 2010. Inutili i ricorsi dell'avvocato che puntava sulla sua infermità mentale

Pena di morte, sesta esecuzione da inizio anno in Texas, la 15esima negli Usa
Mark Soliz (reuters)

WASHINGTON - Una condanna a morte è stata eseguita in Texas per un omicidio compuito nel 2010. A ricevere l'iniezione letale un detenuto di 37 anni accusato di aver ucciso, sparandole, la nonna di 61 anni nel corso di una rapina.

Il boia di Mark Anthony Soliz è entrato in azione nel famigerato penitenziario di Huntsville, quello che conta più esecuzioni in tutti gli Usa. Quella di Soliz è la quindicesima esecuzione dell'anno negli Stati Uniti e la sesta in Texas.

Nel giugno del 2010 l'uomo, già condannato per furto, con un complice aveva rubato numerose armi per poi compiere diverse rapine, ferire un uomo e uccidere il conducente di un camion in un parcheggio. Fino all'uccisione della nonna.

Durante il processo il suo avvocato ha puntato sull'infanzia difficile dell'accusato e sul suo ritardo mentale dovuto ad una sindrome causata dall'alcolismo fetale.

Ma, nonostante questo, la giuria ci ha messo solo un'ora per condannarlo alla pena capitale. Anche i ricorsi presentati sono stati respinti sia dal tribunale che dalla corte suprema.

Il suo complice è stato condannato all'ergastolo. "Mi scuso, non so se la mia morte vi aiuterà per le pene e le sofferenze che ho causato", ha detto Soliz prima di essere giustiziato.

Ritrovata dal suo stalker: «I miei dati rivelati da un’email dell’azienda dell’elettricità»

corriere.it
di Elisa Sola

La donna aveva lasciato la Puglia per ricostruirsi una vita a Torino. Dopo 5 anni, per errore, all’uomo sono stati comunicati tutti i dati: nuovo indirizzo di casa, cellulare ed email

Ritrovata dal suo stalker: «I miei dati rivelati da un'email dell'azienda dell'elettricità»

Ha vissuto per cinque anni con l’ incubo che il suo persecutore, l’ ex fidanzato stalker, potesse fare del male a lei e ai suoi cari. Mesi di ansia e di tormento.

Perché, nonostante l’ammonimento del questore, lui non ha mai smesso di cercare la sua «preda».

Proprio nel momento in cui Grazia (il nome è di fantasia) era quasi riuscita a farcela (perlomeno ci sperava), trasferendosi dal paesino alle porte di Bari in cui aveva sempre vissuto a Torino,

lo stalker è riuscito a trovarla. In modo estremamente semplice: con una email che avrebbe ricevuto da Enel, in cui gli venivano comunicati tutti i dati di Grazia: nuovo indirizzo di casa, cellulare e mail.

Eppure Grazia, terrorizzata dall’ essere rintracciata dall’ ex con cui aveva convissuto prima del 2015 a Bari, si era premurata di mantenere riservata la propria privacy.

Arrivando a nascondersi sia nella vita reale, cambiando spesso il numero di telefono, sia in quella virtuale, cancellando il proprio profilo Facebook, costantemente bersagliato dal persecutore.

Nessuna precauzione, alla fine, è però servita. La relazione di Grazia con l’ ex è finita nel febbraio del 2015. Appostamenti, minacce e insulti da parte di lui avevano spinto il questore di Bari a emettere il provvedimento dell’ ammonimento.

«Lui però - racconta la donna - non ha ottemperato al provvedimento: mi ha rubato l’ identità di Facebook e persino la mail, si è appropriato del mio numero di cellulare per contattare i miei amici».

Seguono altre denunce da parte di Grazia, ma l’ ex è abile a comparire e a sparire. Usa la funzione «anonimo» per telefonare, falsi profili per inviare messaggi con minacce alle sorelle e alla madre di lei. Grazia è persino costretta a cedergli il cane.

«Me lo ha consigliato l’ avvocato, se no lui non mi avrebbe dato tregua», spiega, aggiungendo: «Non è servito. Più volte ha fatto incursione nella paninoteca in cui lavora mia sorella. Non trovando più me, ha iniziato a dare la caccia a lei».

Grazia si trasferisce a Torino. Qui trova un buon posto di lavoro e un compagno con cui decide di convivere. Sono ormai passati più di cinque anni dalla fine della sua relazione con l’ ex.

Grazia spera davvero di essere ormai irreperibile. Non ha mai detto a nessuno dove abitasse. Per avviare la fornitura del gas nel nuovo alloggio, Grazia contatta Enel.

«Ho parlato con l’ operatore - racconta - che mi ha detto di avere in memoria ancora i dati relativi alla residenza di Bari. Gli ho chiesto di cancellarli, comunicando in maniera riservata il mio nuovo indirizzo».
 
La mattina del giorno successivo, Grazia riceve due telefonate da un numero anonimo. Era da un po’ di tempo che non le capitava più.

L’ ansia ripiomba nella sua vita. Sa che è lui. Il giorno dopo, il fatto si ripete: altre chiamate, messaggi su WhatsApp da un numero sconosciuto: «Ciao, sei Grazia? Sono l’amante del tuo fidanzato». Lo stalker è tornato.

E cerca di tenderle una trappola. Le manda un messaggio con scritto: «Eni luce e gas comunica che l’ appuntamento per la nuova fornitura si terrà il giorno». Grazia capta il pericolo e chiama Enel:«L’operatrice - spiega la donna - ha chiarito che non era la ditta a cercarmi.

Mi ha anche aiutata a capire che il mio ex ha ricevuto una comunicazione da Enel con il mio indirizzo e il mio cellulare.

Mi ha detto che avrebbe cancellato immediatamente il nominativo di lui e io ho mandato subito una mail chiedendo la rimozione immediata dei miei dati e dichiarando ad Enel che è responsabile di un errore gravissimo».

Ormai però il danno era fatto. Nella denuncia che Grazia ha presentato in questura a Torino, venerdì scorso, c’ è scritto tutto. Compreso il nome della ditta, contro cui adesso Grazia si prepara ad agire legalmente. «Lui è tornato a minacciare mia sorella e io ho paura», rivela.