Evoluzione a Sinistra

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giovedì 12 settembre 2019

Samsung avverte: "Aumento dei prezzi se passano le norme sulla obsolescenza"

repubblica.it
ALDO FONTANAROSA

Il Senato riprende l'esame del disegno di legge sulle tecniche che riducono il ciclo di vita di smartphone ed elettrodomestici. E il produttore coreano critica la super estensione della garanzia e l'obbligo di conservare i pezzi di ricambio anche per 10 anni

La sede Samsung a Milano Porta Nuova

Frigoriferi, tv, smartphone. I prezzi di questi prodotti, che gli italiani comprano spesso, rischiano di aumentare. Samsung Italia lancia l'avvertimento ai senatori della Commissione Industria che vogliono arginare la "obsolescenza programmata".

Sono le tecniche che le aziende mettono in campo per ridurre ad arte il ciclo di vita di un prodotto, in modo che le persone ne comprimo uno nuovo.

Samsung Italia non è contraria a nuove regole in materia. Chiede però che queste siano "precise ed equilibrate". Viceversa non nasconde le sue critiche al disegno di legge che la Commissione Industria sta esaminando.

l disegno di legge, intanto, prende di mira proprio i produttori di smartphone che costringerebbero le persone a continui aggiornamenti dei software. Aggiornamenti che avrebbero l'effetto di rendere i telefonini sempre più lenti e inefficienti.

Ora, Samsung considera indispensabili questi aggiornamenti dei software, anche per mettere gli utenti al riparo dagli attacchi di pirati informatici.

Ma la procedura di aggiornamento sarebbe calibrata abilmente - assicura Samsung - in modo da non impattare sul funzionamento degli smartphone.

Samsung chiede anche che un costruttore di smartphone come di altri prodotti elettronici sia sanzionato dalla legge italiana solo quando verrà dimostrata la sua volontà di danneggiare un bene.

Peraltro - secondo Samsung - spetterà al consumatore dimostrare che il produttore ha volutamente penalizzato il prodotto acquistato e questa prova potrà essere acquisita soltanto attraverso "perizie tecniche".

Il documento di Samsung
Il documento di Samsung

Il disegno di legge porta a 5 anni il periodo entro cui un utente può chiedere la riparazione o la sostituzione di un prodotto che si è guastato (quando è di piccole dimensioni); e addirittura a 7 anni (negli elettrodomestici grandi).

Questa super estensione della garanzia - avverte Samsung Italia - "può aumentare significativamente i prezzi dei beni, a detrimento dei consumatori".

E un aumento dei prezzi sarebbe effetto anche dell'obbligo - in capo ai produttori - di conservare in magazzino i pezzi di ricambio dei prodotti piccoli (per 5 anni) e degli elettrodomestici grandi, addirittura per 10 anni. I costi di gestione dei magazzini, sottolinea Samsung, diventerebbero importanti.

Samsung non capisce, infine, se la violazione delle nuove norme generi responsabilità penali ai danni del produttore; e si chiede se queste nuove norme siano compatibili con i poteri dell'Autorità Antitrust a tutela dei consumatori.

Il doppio binario - nuova legge e Antitrust - può essere un problema.

Ventitré anni senza un processo: l’accusa al trafficante è prescritta

lastampa.it

Alla sbarra in Venezuela e Francia, a Torino non è mai arrivato davanti a un giudice



Arrestato per traffico internazionale di droga. E mai processato. Così, le accuse si sono prescritte. Edis Bianchetto Songia, 50 anni, era finito nei guai per un carico da 600 chili di cocaina, nascosta in bidoni di petrolio e doppifondi di valigie.

Come in un film. La procura di Torino aveva avviato un’indagine su di lui nei primi mesi del 1996. Trecentocinquantotto pagine di ordinanza di custodia cautelare. Carcere, arresti domiciliari, obbligo di firma. E nessun processo. In Italia.

Arresto e fuga. Nel 1995, Bianchetto Songia è in Venezuela. Assieme a una dozzina di altri personaggi, rimane coinvolto in un’operazione antidroga della polizia di Acarigua. Carcere. È l’8 settembre. Nei primi mesi del 1996, anche la procura di Torino chiede il suo arresto.

L’ordinanza del giudice per le indagini preliminari si trasforma in richiesta di estradizione. Ma il Venezuela risponde picche. Bianchetto Songia va a processo. Incassa una condanna a 15 anni.Torna in cella, sconta la pena in condizioni simili al «carcere duro» dei mafiosi «made in Italy».

Dopo sei anni, ottiene qualche concessione, ore fuori dal carcere, una sorta di semilibertà. Ma dopo qualche tempo, scopre che a breve perderà quei benefici. Tramite i familiari, riesce a far interessare alla sua vicenda persino un parlamentare, che fa un’interrogazione. Niente da fare.

Così, decide di fuggire.

Ma l’obiettivo non è di fare il latitante: Bianchetto Songia è terrorizzato all’idea di tornare nelle carceri venezuelane, vuole soltanto farsi processare e scontare l’eventuale condanna in Italia. Così, attraversa il confine con la Colombia e raggiunge l’ambasciata italiana a Bogotà.

«Sono un latitante, mi voglio costituire», dice. Ma in ambasciata c’è imbarazzo, non sanno come muoversi per il rimpatrio. Tanto che Bianchetto Songia si arrangia da solo.

Chiede ai genitori di mandargli i soldi per il biglietto aereo e s’imbarca per Malpensa. Le altre inchieste. Toccato il suolo italiano, Bianchetto Songia tira un sospiro di sollievo. Bussa alla porta degli uffici della Polaria e si costituisce.

Finisce in cella a Busto Arsizio, poi chiede il trasferimento a Biella, per avvicinarsi ai familiari. Siamo nel 2001. Nonostante siano trascorsi sei anni dall’avvio dell’inchiesta, la procura non ha ancora preso decisioni al riguardo.

Gli inquirenti sono andati in Venezuela, hanno raccolto elementi e fatto accertamenti internazionali. Ma l’indagine è ancora aperta. E così resta. Fino alla prescrizione. Il Venezuela ha smesso di cercare il condannato evaso.

E lui ricomincia a vivere. Lavora, fa l’artigiano assieme al padre, pure lui coinvolto nella vicenda del traffico internazionale di droga e «graziato» da quella indagine mai chiusa.

I fusti con i 600 chili di cocaina, l’incubo del carcere venezuelano, la fuga per tornare (in cella) vicino a casa sembrano un capitolo chiuso. Ma a riaprirlo ci pensa la richiesta di arresto firmata dalle autorità francesi, che piove dal nulla a casa di Bianchetto Songia.

Due settimane fa. Il «già trafficante» di droga sbianca. Chiama lo studio degli avvocati Giorgio Faccio e Michele Polleri, che lo aveva assistito quasi vent’anni fa. La storia è sempre la stessa. In quel traffico internazionale erano coinvolte ramificazioni in Italia e in Francia.

Nel 2001, Bianchetto Songia era stato condannato in contumacia a 15 anni di carcere anche in terra francese. L’unico processo che non ha mai subito è quello italiano. La richiesta di estradizione è arrivata dopo 18 anni.

E lui potrebbe scegliere di andare in Francia per chiedere un altro processo, come prevede la procedura. Puntando di nuovo alla prescrizione. —

Milioni di numeri di telefono associati ad account Facebook trovati esposti online

repubblica.it
ROSITA RIJTANO

Lo rivela in esclusiva TechCrunch, rinfocolando le polemiche sulla scarsa attenzione che il social presta alla privacy dei propri utenti. Menlo Park: "Database vecchio"

Milioni di numeri di telefono associati ad account Facebook trovati esposti online

CENTINAIA di milioni di numeri di telefono associati ad account Facebook sono stati trovati esposti online, custoditi in un database che non era protetto da alcuna password, quindi potenzialmente accessibile da chiunque.

Una notizia destinata a rinfocolare le polemiche sulla scarsa attenzione che il social network presta alla privacy dei propri utenti. La bomba è stata sganciata in esclusiva da TechCrunch che ha verificato l'autenticità dei numeri telefonici.

In particolare, il server conteneva più di 419 milioni di voci, distribuite su diversi database, a seconda della collocazione geografica degli utenti, incluse 133 milioni di voci di utenti statunitensi, 50 milioni di utenti vietnamiti, e 18 milioni di utenti del Regno Unito. Non si sa se ci fossero anche degli italiani.

Ogni voce conteneva un numero di telefono associato a un Facebook ID, cioè quel codice identificativo che Menlo Park assegna a ogni profilo e ogni pagina creata all'interno della rete sociale e

che può essere facilmente usato per risalire al nome utente dell'account. In alcuni casi era presente anche direttamente il nome dell'utente, il sesso e la nazionalità.

Un incidente che, scrive il giornalista Zack Whittaker, ha messo milioni di persone a rischio, rendendole un potenziale bersaglio di telefonate spam e attacchi di sim swapping, cioè attacchi che

sfruttano il numero di telefono del legittimo proprietario di una sim card per violare servizi online che usano proprio il numero di telefono come sistema di autenticazione.

Lo stesso tipo di attacco che nelle scorse settimane è stato utilizzato ai danni del fondatore di Twitter, Jack Dorsey, per cinguettare post razzisti dal suo account. Jay Nancarrow, portavoce di Facebook, ha assicurato a TechCrunch che il dataset è vecchio e

"sembra avere informazioni ottenute prima del cambiamento effettuato lo scorso anno,quando abbiamo tolto agli utenti la capacità di cercare gli altri (sul social ndr) attraverso i numeri di telefono".

Inoltre, aggiunge, "è stato rimosso e non c'è alcuna prova che gli account Facebook siano stati compromessi". Eppure, i numeri che si trovano al suo interno sono autentici: chi li ha ottenuti e come rimane un mistero.

Stando sempre a quanto scrive TechCrunch, si tratta del più recente esempio di dati salvati online e senza password.

Un'esposizione spesso imputabile all'errore umano (come dimostrato nei giorni scorsi dal Blog delle Stelle, organo ufficiale dell'Associazione Rousseau) più che ad intrusioni informatiche, ma che "rappresenta un crescente problema di sicurezza".

Nei mesi scorsi a finire nella bufera era stata la costola fotografica di Facebook, Instagram, per via di una falla che rendeva numeri di telefono ed e-mail degli utenti disponibili nel codice sorgente del sito.

Il problema sarebbe stato risolto lo scorso marzo, ma era presente almeno da ottobre 2018: sei mesi in cui i dati personali degli "Instagrammer" sono stati esposti a chiunque. Ora è la volta di Facebook.

L'ulteriore batosta arriva dopo due anni difficili per Menlo Park. Due anni di polemiche per la carenza di controlli sui contenuti e sulle attività fraudolente delle applicazioni sviluppate da terze parti che tramite il social venivano in possesso dei dati

personali degli utenti, culminate nello scandalo Cambridge Analytica: società di consulenza politica che ha sfruttato gli account Facebook di 90 milioni di statunitensi per profilare gli elettori attraverso un algoritmo.

Mark Zuckerberg ha reagito annunciando di voler orientare il suo modello di business e la ricerca tecnologica dell'azienda verso la messaggistica privata. Il primo passo sarà l'integrazione tra i tre servizi di messaggistica di sua proprietà: Facebook, Instagram e Whatsapp.

Una mossa che, più che orientata alla nostra riservatezza, sembra però aprire una nuova corsa all'oro.

La morte di Cerciello, anche il suo collega non aveva la pistola

corriere.it
di Fiorenza Sarzanini

All’appuntamento con i due americani che dovevano restituire lo zaino rubato, i due carabinieri sono andati disarmati. Il clamoroso dettaglio venuto fuori dall'indagine

La morte di Cerciello, anche il suo collega non aveva la pistola
Mario Cerciello Rega, a sinistra, e il collega Andrea Varriale (Ansa)

La sera dell’omicidio del brigadiere Mario Cerciello Rega, anche il suo collega Andrea Varriale non aveva la pistola.

All’appuntamento con i due ragazzi americani che dovevano restituire lo zaino rubato al mediatore dei pusher in cambio di 100 euro, sono andati entrambi disarmati.

È il nuovo clamoroso dettaglio emerso dall’indagine sul delitto — avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 luglio nel quartiere Prati a Roma — che continua ad essere segnata da misteri e punti oscuri.

Non è l’unico. Gli atti dell’inchiesta contro Gabriel Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder sembrano dimostrare che Cerciello Rega non avesse neanche il tesserino identificativo che secondo Varriale sarebbe stato mostrato ai giovani prima dell’accoltellamento.

Avvalorando così l’ipotesi già formulata pochi giorni dopo l’aggressione, che fosse fuori servizio.
Le armi nell’armadietto
Si torna dunque a quella sera quando i due americani vengono agganciati a Trastevere da Sergio Brugiatelli che si offre di accompagnarli da alcuni spacciatori nordafricani per acquistare cocaina.

Poco dopo i ragazzi si accorgono di aver speso 80 euro ma di aver ricevuto due pasticche di tachipirina e per ripicca si portano via lo zaino che l’uomo aveva lasciato su una panchina.

Ed è proprio per tentare di recuperare quello zaino che Brugiatelli si rivolge ai carabinieri e accetta di incontrare Elder e Natale Hjorth che gli avevano chiesto in cambio un grammo di cocaina e 100 euro.

Al termine di una trattativa durata oltre due ore sale sull’auto «civile» dei carabinieri. Quattro giorni dopo il delitto il comandante provinciale di Roma aveva svelato che Cerciello Rega aveva lasciato la pistola nell’armadietto in caserma.

Ma non era stata fornita alcuna spiegazione sul motivo per cui — mentre il suo amico veniva colpito con 11 coltellate e moriva dissanguato — Varriale non avesse reagito sparando almeno un colpo in aria.

E di fronte ai magistrati coordinati dal procuratore reggente Michele Prestipino, Varriale è stato costretto ad ammettere: «Anche la mia pistola era nell’armadietto.

Eravamo in borghese con bermuda e maglietta e l’arma si sarebbe vista». Una versione che appare incredibile, perché c’è una circolare firmata dal Capo della polizia Franco Gabrielli che obbliga tutti i rappresentanti delle forze dell’ordine a girare armati.

E in ogni caso non si comprende come mai, nel momento di andare all’appuntamento concordato, non abbiano deciso di prendere le armi.
Il mazzo di carte
In realtà a leggere il verbale delle cose sequestrate sul luogo dell’omicidio emergono altre stranezze. L’elenco degli oggetti trovati accanto al corpo di Cerciello Rega comprende infatti «un marsupio che all’interno aveva alcune chiavi, un mazzo di carte, due banconote, alcune monete e un cellulare».

Nessuna traccia delle «placche» o di tesserini che Varriale racconta di aver mostrato ai due ragazzi e che avrebbero scatenato la reazione di Elder.

In vista dell’udienza di fronte al tribunale del Riesame prevista per il 16 settembre, i magistrati hanno depositato le informative dei carabinieri dalle quali emerge il recupero di numerosi video girati

dalle telecamere della zona che mostrerebbero gli americani mentre «cercano un luogo dove appostarsi per attendere l’arrivo di Brugiatelli».

Gli avvocati della difesa sostengono invece che l’appuntamento era in una strada diversa e i ragazzi sono stati sorpresi di essere avvicinati da due sconosciuti e di aver reagito pensando a un’aggressione.

Versioni opposte per una verità sul delitto ancora lontana.

Ciro Grillo, il figlio di Beppe è indagato per stupro di gruppo

corriere.it
di Alberto Pinna

Porto Cervo, la denuncia di una modella di origini scandinave. Con lui coinvolti altri tre coetanei. Il rapporto ripreso dal un telefonino. La difesa: «La ragazza era consenziente»

Ciro Grillo, il figlio di Beppe  è indagato per stupro di gruppo

TEMPIO PAUSANIA (Sassari) Una notte da sballo in discoteca, la festa continua in un appartamento in Costa Smeralda, quattro giovani della Genova bene e una modella scandinava, sesso sfrenato: stupro o rapporto consenziente?

Nei guai Ciro Grillo, figlio di Beppe, 19 anni, e tre coetanei genovesi. Sono indagati per violenza sessuale e sono stati interrogati in procura della repubblica a Tempio Pausania.

Storia torbida e controversa, cominciata il 16 luglio in un locale di Porto Cervo. Ciro, uno dei 4 figli del fondatore e garante 5Stelle, è in vacanza con gli amici Francesco Consiglia, Vittorio Lauria e Edoardo Capitta.

Musica forte, drink, fra le ragazze ai tavoli vicini c’è una bionda… Sguardi incrociati, simpatia rapida, qualche cocktail di troppo. A notte inoltrata, la proposta:«Che si fa? Andiamo a casa?».
Il video
Non vi è certezza se la casa sia l’appartamento che Grillo ha da decenni a Piccolo Pevero (e che quando d’estate lui è a Marina di Bibbiona nel Livornese è frequentato dai figli) oppure — come in una prima versione fornita dalla ragazza, 20 anni fra qualche mese — una villa.

Lì ancora alcool (soltanto?) e i primi approcci fra uno dei ragazzi e la modella. I due si appartano in una delle camere da letto. Gli altri sopraggiungono più tardi. Quel è accade è fissato nel video di un telefonino e non lascia dubbi: il rapporto sessuale c’è stato e con tutti i ragazzi.

Ma le immagini — sequestrate con cellulari, smartphone e computer dalla magistratura — si prestano a opposte interpretazioni. «È evidente, era violenza» sostengono gli avvocati della modella. «Le sequenze — è la tesi dei difensori dei quattro — sono chiare. Non c’è stato stupro ma consenso pieno».
La denuncia
A complicare la vicenda ciò che è accaduto dopo quella notte.

Non c’è stata denuncia immediata. La giovane ha proseguito la vacanza in Costa Smeralda, è ritornata a Milano dopo una decina di giorni e soltanto allora — sottolineano i difensori di Ciro Grillo e degli amici — si è presentata dai carabinieri e ha deciso di farsi visitare in una clinica.

E ha firmato un verbale con termini forti: costrizione, stato psicofisico alterato, ripetute violenze.Il rapporto dei carabinieri ha innescato l’inchiesta della procura della repubblica di Tempio Pausania, competente per territorio, con accertamenti su telefonate e scambi di messaggi nei cellulari, avvenuti anche dopo il 16 luglio.

Naturalmente l’interpretazione dei messaggi è differente: per gli avvocati della modella risulterebbe evidente che i quattro hanno approfittato dello stato di alterazione o quantomeno di una condizione di «minorata difesa».

Negato invece dagli indagati. In un sms addirittura lei avrebbe ringraziato uno dei ragazzi per la «piacevole» serata.

Rozzano, mensa scolastica gratuita per tutti: dalla materna alle medie

corriere.it
di Giovanna Maria Fagnani

La misura, al momento unica in Italia, riguarda le scuole materne, elementari e medie. Il primo cittadino Gianni Ferretti (Forza Italia): «Per noi la refezione scolastica è un diritto costituzionale. Ma le famiglie paghino i debiti arretrati con il Comune»

Il sindaco di Rozzano Gianni Ferretti (Forza Italia)

Il sindaco di Rozzano Gianni Ferretti (Forza Italia)

Tutti gli alunni a pranzo gratis, a scuola. Anche i figli delle famiglie agiate. E anche quelli delle famiglie morose nei confronti del Comune, che sia per la refezione scolastica o altre tasse comunali. A patto, però, che questi genitori sottoscrivano e rispettino un piano rateale di rientro dei debiti.

Martedì, al ritorno sui banchi, i genitori degli alunni di Rozzano non dovranno più pagare la refezione scolastica. Lo ha deciso il Comune, 42 mila abitanti, con una misura che è al momento unica in Italia e che riguarda le scuole materne, elementari e medie, per un totale di 4.500 studenti.

Per finanziare l’acquisto dei pasti — che sono a cura dell’Ama, partecipata comunale — sono stati stanziati 2 milioni 600 mila euro.

Finora, il costo del pasto a Rozzano variava, a seconda dell’Isee famigliare, da 1 euro e 55 centesimi a 5 euro e 99, che è quanto continueranno a pagare i non residenti: gli unici esclusi dall’agevolazione.

«Consideriamo la refezione scolastica parte integrante di un percorso educativo e lo valutiamo come un diritto costituzionale», spiega il sindaco Gianni Ferretti, eletto nel giugno scorso con il centrodestra in quota Forza Italia, che aveva fatto della misura un cavallo di battaglia in campagna elettorale.

Auspico che queste scelte favoriscano anche il meccanismo di sanare debiti pregressi», conclude, annunciando un piano del diritto allo studio ricco di altri investimenti, anche strutturali.

Secondo il dossier 2018 di Cittadinanzattiva, su tariffe e qualità dei nidi e delle mense, in Italia la spesa media mensile per la refezione scolastica è pari a 82 euro. La città meno cara è Barletta con 32 euro mensili e la più cara Livorno, con 128.

In passato, Cittadinanzattiva aveva proposto che la refezione scolastica fosse inserita tra i livelli essenziali delle prestazioni ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione e fosse quindi erogato gratuitamente.

«Una misura del genere ci trova positivamente colpiti, perché è un unicum che rimanda a poche esperienze in Europa.

Il momento della mensa non è solo educativo, ma supplisce anche al problema delle disparità economiche: tutti accedono a cibo della stessa qualità — commenta la vicepresidente Anna Lisa Mandorino.

È una misura che ha una sostenibilità difficile con le attuali misure con cui i Comuni fanno i conti, ma a maggior maggiore è coraggiosa. Suggeriamo di estenderla anche ai non residenti proprio per non creare disparità».

Anche Barbara Agogliati, consigliere d’opposizione del Pd ed ex sindaco, sottolinea il problema economico: «È una manovra che senza dubbio va incontro alle famiglie, ma, siccome i Comuni in Italia sono ridotti all’autosufficienza, non credo possa durare.

Non vorremmo che finisse solo per essere uno spot e finisse per scaricare i costi su Ama, che tanto abbiamo fatto per risanare negli anni scorsi. Il Comune ha un bilancio attorno ai 35-37 milioni di euro e per coprire queste spese dovrebbero tagliare il 10 per cento su altri servizi. Quali saranno?

E se le famiglie morose nonostante tutto ancora non pagheranno, cosa succederà ai loro figli?».

Morto Mugabe, ex presidente-padrone dello Zimbabwe

corriere.it

La morte dell’ex capo di Stato, primo leader del Paese dopo l’indipendenza, è avvenuta all’età di 95 anni

Morto Mugabe, ex presidente-padrone dello Zimbabwe

Robert Mugabe, ex presidente dello Zimbabwe, è morto oggi all’età di 95 anni in un ospedale di Singapore: la famiglia conferma che era malato da tempo. L’ex capo di Stato, primo presidente del Paese dopo l’indipendenza, aveva governato il Paese per oltre tre decenni, prima di essere estromesso nel 2017
.
La notizia è stata annunciata dall’attuale presidente del Paese, Emmerson Mnangagwa, lo stesso che due anni fa, con un «golpe morbido», prese il posto del longevo leader. Già a ottobre scorso, in un congresso del partito di governo, Mnangagwa aveva riferito in un discorso che le condizioni di Mugabe erano aggravate, e che l’ex dittatore non camminava più.

Padre fondatore
«Riposa in pace, Robert», twitta il Ministro dell’Istruzione dello Zimbabwe Fadzayi Mahere; le prime reazioni sui social alla morte dell’ex tiranno vanno dal rimpianto — «Se ne va il fondatore rivoluzionario dello Zimbabwe» — alla rabbia: «Ha rovinato questo Paese», scrivono in tanti.

Lo Zimbabwe indipendente è stato sempre all’ombar di Mugabe, il leader della guerra d’indipendenza dagli inglesi, l’ex maestro cresciuto alla scuola dei gesuiti: per 11 anni in prigione e per 37 in sella, nonostante i nemici e i disastri. Prima di salire al potere,

Mugabe era stato imprigionato senza processo per più di dieci anni, per avere criticato il governo britannico del suo Paese, l’allora Rhodesia.Nel 1973, ancora in prigione, era stato nominato presidente dell’Unione africana in Zimbabwe, partito che poi dopo l’indipendenza prese il potere.

Il suo governo (di ispirazione socialista, nazionalista) si era insediato subito dopo l’indipendenza dello Zimbabwe, nel 1980. Da primo ministro, aveva eliminato la carica di primo ministro e si era autonominato Capo di Stato, nel 1987; di lì in poi aveva governato per trent’anni fra autoritarismo, corruzione e incompetenza.
La moglie Grace
Di 41 anni più giovane di lui, Grace Mugabe sarebbe diventata il personaggio più controverso di trent’anni di governo. È una ragazzina, fa la dattilografa nel palazzo del governo quando il presidente le mette gli occhi addosso. Diventano amanti.

Hanno due figli, mentre la prima moglie di lui ancora lotta contro il cancro, benedicendo (a detta del marito) l’unione con la più giovane Grace. Per anni sarà una First lady in seconda fila. Shopping e attività benefiche. Ama il lusso. La chiamano Gucci Grace.

È imprenditrice quando il marito confisca le aziende agricole dei bianchi per distribuirle (sulla carta) ai contadini neri e (in realtà) agli amici. Dirige un orfanotrofio e un’azienda casearia. Quando Robert ha 73 anni, gli dà un terzo figlio. Prova a ottenere una laurea. In Gran Bretagna, poi in Cina.

Invano. Alla fine il marito le regala un dottorato farlocco in sociologia all’università di Harare (senza tesi). Grace studia da capo di Stato. Segue il marito nei viaggi a Hong Kong (lei acquista case mentre lui cura la prostata). Diventa leader dell’ala femminile del partito.

Nel 2017 accelera. Ai comizi regala suoi vestiti (biancheria intima compresa) ai fan. Compra una Rolls Royce da 300 mila dollari. Sfregia una modella sorpresa con uno dei figli in un hotel di
Johannesburg (e lascia il Sudafrica con l’immunità diplomatica). Eccentricità ed eccessi che costeranno a Mugabe la caduta.
Il golpe del 2017
Era infatti su istigazione della moglie che a novembre 2017 il dittatore Mugabe aveva cacciato dal governo il suo pericoloso secondo, Emmerson Mnangawa, già suo grande amico: in pubblico Grace, intuendone il potenziale, l’aveva definito «un serpente a cui schiacciare la testa».

Detto fatto.

Mugabe lo caccia, promette di candidare proprio Grace, nel frattempo 52enne, alle venture elezioni come sua seconda, in un inedito «ticket coniugale».

Non succederà: il 15 novembre 2017 un golpe non cruento delle forze armate lo confina agli arresti domiciliari, e al suo posto, alla guida del partito, va il suo ex secondo, proprio Emmerson Mnangagwa. Poi la malattia, e il ricovero a Singapore nelle ultime settimane.

È possibile vincere 209 milioni al Superenalotto e dopo un mese non averli ancora ritirati?

lastampa.it
Gianluca Nicoletti



Il 13 agosto qualcuno ha vinto 209 milioni di euro al Superenalotto. Ha vinto investendo solo due euro in una ricevitoria di Lodi.

Tra due mesi scade il tempo massimo per ritirare la vincita, che poi passerebbe all’Erario. A Lodi nessuno ha idea chi possa avere fatto la fortunatissima giocata, cogliendo tutti e sei i numeri estratti; quali ipotesi possiamo fare in proposito?

La più semplice è che sia un giocatore sporadico, ha tentato, ma poi non ha dato più importanza all’evento e magari si sia perso pure la schedina.

Potrebbe anche essere un giocatore consapevole, che comunque si è perso la schedina; si era segnato i numeri, sa di avere vinto, ma può solo dannarsi e quindi o si è suicidato o sta consumando nel rammarico la sua indicibile pena.

Può essere anche che il vincitore stia solo attendendo il momento giusto per incassare la vincita senza dare nell’occhio, sta quindi studiando tempi e modi per farlo.

Può essere che invece sia una persona particolarmente sensibile e si senta annichilito dalla responsabilità di essere milionario e viva in un momento di possibile ansia da prestazione, che l’ha bloccato.

Può essere che invece, è la teoria più horror fantasy, si sia confidato con coniuge, figli, parenti, amici colleghi. Questi l’abbiano sequestrato e lo stiano torturando per convincerlo a dividere o devolvere la vincita con loro.

Comunque sia tutti noi, meschini e invidiosi non vincitori, saremo alla fine vergognosamente contenti che il malloppo torni nelle casse dell’Erario, visto che negli ultimi 9 anni ha giù incassato 310 milioni di euro da premi di Lotto o lotterie varie mai ritirati.