Evoluzione a Sinistra

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domenica 8 settembre 2019

Sondaggio | Il governo Conte II non piace al 52% degli italiani

corriere.it
Nando Pagnoncelli

Il 45% prevede un esecutivo di pochi mesi. Il provvedimento più atteso (71%) è una manovra in favore dei ceti deboli. Solo l’11% chiede un cambio sui migranti

Sondaggio | Il governo Conte II non piace al 52% degli italiani

Il sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera
Il governo Conte II parte in salita, a giudicare dalle reazioni dell’opinione pubblica: infatti solo il 36% esprime una valutazione positiva, contro il 52% di giudizi negativi.

L’indice di gradimento, calcolato escludendo coloro che non si esprimono, è pari a 41 e risulta molto distante da quello del precedente esecutivo gialloverde all’insediamento (60), comepure da tutti quelli che si sono succeduti dal 2006 in poi con l’eccezione del governo Gentiloni che, in

continuità con il governo Renzi e a fronte della larga aspettativa di elezioni immediate all’indomani del referendum costituzionale, esordisce con un indice inferiore (35), per poi crescere stabilmente in popolarità fino alla fine della legislatura.

La freddezza con cui gli italiani accolgono il nuovo governo si spiega in molti modi: dallo sconcerto unito alla delusione per la fine del governo precedente — basti pensare che a fine luglio due su tre erano convinti che l’esecutivo gialloverde sarebbe durato ancora a lungo e il suo indice

di gradimento era pari a 61— alla sorpresa per il radicale cambiamento di alleanza, alla diversa consistenza numerica dell’elettorato delle forze del nuovo governo rispetto a quella dell’opposizione a cui va aggiunta la quota (decisamente ampia) degli astensionisti.

Non va inoltre dimenticato che, a fine luglio, l’ipotesi di un governo M5S-Pd risultava la meno gradita (15%) tra le diverse opzioni in campo. Il gradimento, è pleonastico sottolinearlo, risulta prevalente solo tra gli elettori del Pd (74%) e del M5S (71%) tra i quali tuttavia i giudizi negativi, sebbene minoritari, sono tutt’altro che trascurabili (25% e 28%).

Non stupisce quindi che i pronostici sulla durata del Conte II vedano prevalere l’ipotesi di un esecutivo di breve respiro, che rimarrà in carica pochi mesi, al massimo un anno (il 45% la pensa così), il 20% immagina una durata di due anni, mentre solo il 18% è convinto che durerà sino alla fine della legislatura nel 2023.

Insomma, lo scetticismo è diffuso e serpeggia anche tra pentastellati e dem. Indubbiamente per recuperare consenso saranno cruciali i punti di convergenza tra le due forze di governo e i temi dell’agenda.

La convergenza tra due soggetti che fino a poche settimane fa si consideravano acerrimi avversari non è semplice, anche se le Europee hanno fatto registrare non solo una pesante perdita di voti per il M5S (circa 6,2 milioni) ma anche un profondo

cambiamento nella composizione del proprio elettorato: infatti la componente che si dichiara di centrosinistra (33%) prevale nettamente su quella che si considera di centrodestra (13%), mentre la maggioranza non si riconosce nell’asse sinistra-destra.

Ciò significa che oggi teoricamente vi sono più elementi di compatibilità tra le due forze della neonata maggioranza, ma vanno esplicitati.

Riguardo all’agenda di governo, nel sondaggio odierno abbiamo preso in considerazione alcuni punti chiedendo agli intervistati di indicare le due proposte più gradite e le due che prevedono verranno adottate prioritariamente dal Conte II.

Riguardo alle aspettative prevale nettamente (71%) la possibile manovra economica a vantaggio dei ceti più deboli (stop all’aumento dell’Iva, rilancio del salario minimo, taglio del cuneo fiscale), seguita dal taglio del numero dei parlamentari (45%) e dagli incentivi per uno sviluppo economico basato sulla sostenibilità ambientale (24%).

A distanza si collocano gli investimenti a favore del Sud (17%), le misure che favoriscano l’autonomia regionale differenziata e le modifiche al decreto sicurezza con posizioni meno rigide sul tema dell’immigrazione (entrambe auspicate dall’11%) e da ultimo una legge che regoli i conflittid’interesse e favorisca uno sganciamento della Rai dalla politica (solo 6%).

Insomma, le priorità per gli italiani risultano il sostegno ai ceti deboli e la riduzione delle diseguaglianze, i costi della politica, la crescita economica green. E solo una piccola quota giudica importante intervenire sul decreto sicurezza (persino tra i dem solo il 24% lo indica urgente).

I pronostici dei cittadini non convergono completamente con le loro aspettative, quanto meno in termini numerici: il 44% è del parere che il governo si occuperà prioritariamente della manovra a vantaggio dei ceti deboli (auspicata dal 71%), il 37% del taglio dei parlamentari (-8% rispetto ai desiderata) e 30% della revisione del decreto sicurezza (in realtà richiesta solo dall’11%).

E uno su tre non sa indicare quali saranno gli interventi su cui si concentrerà l’azione del governo.

La strada è in salita, non solo perché qualcuno ha posto fine ad un’esperienza giudicata positivamente, ma anche perché non è facile affermare proposte alternative a quelle che fino a luglio avevano mietuto consenso nella maggioranza dell’opinione pubblica,

cioè i provvedimenti-simbolo legittimati dal «contratto» M5S-Lega: quota 100, reddito di cittadinanza, chiusura dei porti e decreto sicurezza, su tutti.

Ma potrebbe non essere una sfida impossibile tenuto conto che mai come negli ultimi anni le opinioni risultano volatili, rivelano spesso ambivalenze e contraddizioni e sono più influenzate dalle percezioni che dalla realtà.

Dunque, come al solito, molto dipenderà dalla comunicazione.

Bella e nova

corriere.it

desc imgdi   Massimo Gramellini


Non proprio una silfide, vestita male e col diploma di terza media.

Di tutte le critiche che il becerume ha rivolto alla neoministra Bellanova, l’unica a meritare un commento che vada oltre la pernacchia è la questione del titolo di studio.

Il processo alle élite acculturate aveva trasformato il dilettantismo in un merito o comunque in un attestato di innocenza.

Ora si sta piano piano rinsavendo, ma permane l’errore di associare, nel bene e nel male, l’inadeguatezza al pezzo di carta.

Esempio: Di Maio è inadatto al ruolo di ministro perché ha fatto il bibitaro. Ma questo modo di ragionare può valere per un ingegnere o per un medico, non per un politico.

Il mitico sindacalista Di Vittorio non era andato oltre alla terza elementare e trattava da pari a pari con figure del calibro di Valletta e Moro.

Teresa Bellanova non avrà frequentato gli atenei, ma già da adolescente difendeva i braccianti brindisini dalle prepotenze dei caporali e nei successivi quarant’anni ha gestito migliaia di crisi aziendali, maturando un’esperienza sul campo che vale un paio di lauree.
 
Intendiamoci. Per me la scuola resta un valore assoluto e dirimente. Però da un politico, se è di talento, non si pretende che abbia un trascorso glorioso tra i banchi.

Si pretende che sappia di cosa parla e che abbia accumulato un bagaglio professionale da mettere a disposizione della collettività. L’appunto che uno può rivolgere a Di Maio non è tanto di avere fatto il bibitaro, ma di non avere mai fatto altro.

Governo Pd-M5S, i dem confessano: "Lavoravamo già al patto"

ilgiornale.it
Bartolo Dall'Orto

Il retroscena inedito. Un esponente Pd: "Noi a questa maggioranza avevamo iniziato a lavorare". La svolta per il Conte Bis con il voto per Ursula von der Leyen



L'inizio della crisi può essere spostato indietro di qualche settimana, prima cioè della decisione a sopresa di Matteo Salvini di rovesciare il governo e di dare il via al valzer delle consultazioni d'agosto.

La frattura vera nasce dalla decisione di Pd e M5S di appoggiare (insieme) Ursula von der Leyen come capo della Commissione Ue. La Lega non era d'accordo, ma Conte ha tirato dritto. Anche l'elezione di David Sassoli al Parlamento europeo è un capitolo della stessa storia.

Non è un caso se poco dopo quell'avvicinamento, da una parte e dall'altra siano iniziati i corteggiamenti. Nella compagine grillina non mancavano i pontieri e Francescini (guarda caso, oggi diventato ministro) a luglio sottolineava che "i Cinquestelle sono diversi dalla Lega".

Erano solo i primi segnali, ma significativi. E infatti i muri alzati da Renzi e Di Maio ("mai col partito di Bibbiano", ricordate?) erano solo fuochi d'artificio per dare il tempo a chi di dovere di annusarsi politicamente. Tramando alle spalle della Lega.

A "confessare" che da tempo l'inciucio si stava preparando alle spalle della Lega è un importante esponente del Pd che, in anonimato, spiega al Corriere come la crisi il tira e molla d'agosto tra Pd-M5S sia stato tutto meno che imprevisto.

"È stata una sfida - dice il piddino - tra due scommesse: da una parte Salvini, che scommetteva non avremmo fatto in tempo a costruire una nuova maggioranza; dall'altra noi, che a quella maggioranza avevamo iniziato a lavorare, scommettendo a nostra volta che Salvini avrebbe aperto la crisi entro l'estate".

Ecco la conferma dei sospetti di molti: alla nuova maggioranza "avevamo iniziato a lavorare" ben prima che l'ex ministro dell'Interno aprisse le danze della crisi.

E allora si spiegano tante cose. Si spiegano le parole di Giuseppe Conte, che in Aula per il caso Russiagate disse che "in questo consesso tornerò se ci fosse una cessazione anticipata del mio incarico". Insomma: la macchina era già al lavoro in vista delle mosse di Salvini.

Il quale, in effetti, ha provato a denunciare che l'accordo Pd-M5S era "un ribaltone pronto da tempo, se da una settimana all'altra si passa dalla lega al Pd. 

L'accordo votato a Bruxelles sulla commissione imposta da Merkel e Macron aveva l'obiettivo di riportare indietro l'Italia e si spiegano i tanti no del governo degli ultimi mesi". Ora ci sono le "prove".

«Niente antibiotico, solo camomilla» Così il bimbo muore per un’otite

corriere.it
Margherita De Bac

La terapia dell’omeopata: «Niente tachipirina tranne in caso di febbre oltre i 43 gradi. e niente vaccinazioni per non compromettere il trattamento». Genitori condannati

«Niente antibiotico, solo camomilla» Così il bimbo muore per un'otite

Niente antibiotico, solo Camomilla, Gelsemium, Hipericum e altre piante antinfiammatorie. Niente tachipirina tranne in caso di febbre oltre i 43 gradi. Niente vaccinazioni perché avrebbero compromesso l’efficacia del trattamento.

Le motivazioni della sentenza con la quale il 6 giugno i genitori di Francesco Bonifazi, morto di otite a 7 anni, sono stati condannati a tre mesi di reclusione per non «aver esercitato l’obbligo di protezione nei confronti del figlio» elencano gli errori agghiaccianti compiuti dall’omeopata cui si erano affidati.

Massimiliano Mecozzi, studio a Fano, dovrà comparire il 24 settembre presso il tribunale di Ancona per l’avvio del processo. La ricostruzione dei fatti contenuta nel documento depositato questa settimana sembra già inchiodarlo a responsabilità gravissime.

Il piccolo è morto il 27 maggio del 2017 per le complicazioni di un’otite media che, scrive il giudice per le indagini preliminari Paola Moscaroli, avrebbe potuto tranquillamente essere trattata con successo con antibiotici dati per tempo.

Invece dal 7 al 27 maggio, cioè dai primi consigli omeopatici di Mecozzi (quasi sempre telefonici) fino alla scomparsa avvenuta nell’ospedale di Ancona, il piccolo Francesco ha ricevuto solo rimedi naturali nonostante le sue condizioni giorno dopo giorno peggiorassero.

Tanti segnali avrebbero dovuto convincere che la terapia naturale non funzionava ma quando i genitori si consultavano con Mecozzi lui rispondeva che anzi erano presagio di guarigione, compreso l’ascesso all’orecchio: «È segno che sta spurgando».

Né si era allarmato quando la famiglia gli aveva descritto un bambino inappetente, spesso addormentato, la febbre fissa oltre i 39 gradi, la testa dolente, il volume della tv tenuto altissimo per la perdita dell’udito.

E quando infine il 18 maggio, ultima data utile secondo i periti per intervenire con gli antibiotici, aveva accettato controvoglia di visitarlo, non gli aveva neppure alzato il cappellino per controllare il liquido purulento nelle orecchie. E li aveva rimproverati per averlo portato lì.

La sentenza esprime un giudizio molto duro anche nei confronti dei genitori cui viene contestata tra l’altro la scelta «inadeguata e imprudente» dell’omeopata «come unica figura di riferimento nonostante la rigidità del professionista

nell’approccio all’uso di terapie vaccinali e antibiotiche». I coniugi Bonifazi non avrebbero esercitato «vigilanza e vaglio di attendibilità dell’attività svolta dal medico».

E si legge: «Neppure la fiducia riposta nel medico, legittima e giustificata, può escludere un residuo obbligo di protezione nei confronti del minore». Avrebbero quindi dovuto rivolgersi a un altro pediatra.

L’avvocato della famiglia, Federico Gori, già all’uscita della sentenza aveva annunciato che, conosciute le motivazioni, avrebbe presentato ricorso.

Il coordinamento delle associazioni dell’omeoterapia presieduto da Marco Del Prete ha diffuso un decalogo di comportamenti da seguire nelle scuole di formazione: «Mai sostituire l’antibiotico, scegliere sempre le cure convenzionali se necessarie, applicare il principio dell’integrazione».

La ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova insultata sui social: parole come pietre, è tempo di cambiare vocabolario

corriere.it
Monica Guerzoni



Ci risiamo. O meglio, non ci siamo proprio. Il nuovo governo non fa in tempo a giurare ed ecco che una donna, questa volta la ministra del Pd Teresa Bellanova, finisce nel mirino degli odiatori seriali.

E giù battutacce che rimbalzano sul web, insulti sessisti, considerazioni squallide e triviali. Il pretesto per scatenare l’odio e i pregiudizi è l’abito, ma poteva essere il tacco, il trucco, l’eloquio o anche l’impegno in favore dei migranti o dei diritti, come sa bene Laura Boldrini.

Troppo bella, o troppo brutta. Troppo magra, o troppo grassa. Possibile che siamo ancora a questo punto?

Che un politico come Daniele Capezzone, che è stato portavoce di Forza Italia e del Popolo delle Libertà, non trovi contro l’avversario un argomento più forte che non sia la critica per l’abito in stile «Halloween»?

Se Maria Elena Boschi fu fatta a pezzi anche perché troppo avvenente, alla ex bracciante agricola che si battè da sindacalista contro il caporalato nelle campagne pugliesi tocca il massacro sui social perché non è una silfide e al giuramento del governo Conte si è vestita da «balena blu».

Renzi la difende, Zingaretti implora di fermare la spirale dell’odio, ma non può bastare, perché troppo spesso il virus della violenza verbale contro le donne nasce e si diffonde anche dalle aule di Camera e Senato e dai luoghi della politica.

Per Beppe Grillo le cinque capoliste candidate da Renzi alle Europee 2014 erano «veline». Matteo Salvini sul palco di un comizio tirò fuori una bambola gonfiabile e la paragonò alla presidente Boldrini.

Un’ingiuria che, negli archivi delle cronache parlamentari, compare accanto al celebre complimento che Silvio Berlusconi dedicò a Rosy Bindi, «più bella che intelligente».

Un mese fa, non un decennio o un ventennio addietro, la lapidazione via social è toccata a Monica Cirinnà per aver riso in aula al Senato mentre il segretario della Lega parlava: «zoccola», «viscida bestia», «squallida invasata» e via così, una frustata via l’altra.

È ora di cambiare registro. È tempo che la politica, i politici, si impegnino a confrontarsi con le avversarie alla pari, togliendo dal vocabolario tutte quelle parole che, scagliate sul web, sono destinate a diventare pietre.

Voli papali insostenibili per tv e giornali latinoamericani, costi esagerati e fioccano le lamentele

ilmattino.it
di Franca Giansoldati



Città del Vaticano - I viaggi internazionali del Papa si fanno sempre più costosi e insostenibili per le testate internazionali. I costi proibitivi imposti dall'Alitalia alla Santa Sede (circa 5 mila euro per il solo volo) stanno costringendo tante televisioni e giornali anche prestigiosi a rinunciare a coprire l'evento.

Stavolta la trasferta in Mozambico, Madagascar e Mauritius per la prima volta non verrà seguita da nessuna testata latinoamericana e per la prima volta anche la catena tv messicana Televisa non ha mandato la corrispondente Valentina Alazraki, una assenza che è stata rilevata anche dal Papa in volo.

Il Papa in Africa: i suoi problemi sono legati a quelli dell'Europa
Il problema è stato sollevato anche dal sito para-vaticano Il Sismografo che ha conteggiato quanti sono i viaggi papali nell'epoca contemporanea, a partire da quello di Paolo VI nel 1964 in Terra Santa, in tutto 168, incluso quest'ultimo.

«Anche in situazioni particolari e del tutto speciali come i Viaggi internazionali del Papa - si legge sul SIsmografo -  i costi finiscono per stabilire discriminanti tra "inclusi" e "scartati".

In passato, alle autorità vaticane più di una volta sono state trasmesse queste preoccupazioni chiedendo di trovare soluzioni tempestive e adeguate.

A questo punto si deve pensare che la questione non sia di nessun interesse per le persone interpellate o che le preoccupazioni espresse fossero solo parole di circostanza».

I ricchi italiani sono sempre più ricchi. I poveri più poveri

corriere.it

Cresce ancora il divario tra le fasce più ricche e quelle più povere della popolazione: il 10% degli italiani con i redditi più alti - dicono gli esperti di Eurostat in base ai dati del 2018 - può contare su oltre un quarto dei redditi totali (il 25,1%) al livello

top dal 2008 quando era il 23,8% mentre il 10% con i redditi più bassi ha appena il 2% del totale, percentuale invariata rispetto al 2017, ma molto inferiore al 2,6% del 2008. Per i più benestanti la crescita dal 2017 al 2018 è stata di 0,7 punti percentuali (era al 24,4%).

I ricchi italiani sono sempre più ricchi. I poveri più poveri

Il 20% della popolazione con i redditi più bassi può contare solo sul 6,6% del reddito complessivo, meno di quello che entra nelle case del 2% con i redditi più alti (8,3% del totale).

L’1% più benestante della popolazione conta sul 5,1% del reddito, in crescita sia rispetto al 2017 (era il 5%) sia rispetto al 2008 (era al 4,8%) mentre il 20% più ricco sfiora il 40% del reddito complessivo (in crescita dal 39,4% del 2017) al top dal 2008 (quando era 38,6%).

Non sono disponibili ancora i dati per tutti i Paesi nel 2018 ma se si guarda alla media Ue nel 2017 il divario è meno ampio di quello italiano (con il 2,8% dei redditi al decile più povero e il 23,9% al decile più ricco).

Tra i dati disponibili per il 2018 l’Italia è il Paese dopo la Romania con la quota più bassa di reddito che entra nelle case del decile più povero.

In pensione Ilda Boccassini, la pm simbolo delle inchieste su Berlusconi

corriere.it

In pensione Ilda Boccassini, la pm simbolo delle inchieste su Berlusconi

Lascerà la toga l’8 dicembre, per raggiunti limiti di età, ma già la prossima settimana il Csm approverà il provvedimento di collocamento a riposo a decorrere dal compimento dei 70 anni. Boccassini negli ultimi anni è stata coordinatrice della Dda.

Ancora pochi mesi di servizio per Ilda Boccassini, il pm di Milano che è stata protagonista di alcuni dei processi che hanno coinvolto Silvio Berlusconi, dallo Sme all’Imi-Sir , sino ai giudizi sul caso Ruby.

L’8 dicembre andrà in pensione per raggiunti limiti di età ma già la prossima settimana il plenum del Csm ne prenderà atto, approvando il provvedimento di collocamento a riposo a decorrere dal compimento dei 70 anni.

Boccassini è stata negli ultimi anni coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia e in passato è stata tra i magistrati che si sono occupati delle stragi di Capaci e via D’Amelio.