Evoluzione a Sinistra

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mercoledì 4 settembre 2019

Huawei, il 19 settembre uscirà il Mate 30: cosa sappiamo e il bando di Google e Android

corriere.it
di Davide Uriett

Mate 30 - Il ban degli Usa e il problema delle applicazioni Google

«Rethink possibilities» è la frase, su Twitter, scelta da Huawei per comunicare al pubblico la data in cui verranno svelati il Mate 30 e il Mate 30 Pro, futuri top di gamma del colosso cinese.

La presentazione avverrà giovedì 19 settembre, a Monaco di Baviera, in Germania: sarà un momento chiave per l’azienda e per gli stessi consumatori.

Pochi giorni fa, infatti, l’agenzia britannica Reuters ha rivelato che i prossimi smartphone di Huawei non avranno la licenza di Google e di conseguenza l'accesso a importanti applicazioni di Big G, come Gmail, Google Maps o lo stesso Google Play Store.

È probabile, quindi, che in quella sede la società di Shenzhen faccia chiarezza sui nuovi dispositivi: i prezzi di mercato delle precedente generazioni, in linea con le aspettative di un prodotto premium, se rispettati anche a fronte di queste mancanze potrebbero scoraggiare numerosi consumatori.

La situazione è figlia dei ban imposti dall’amministrazione Trump nei confronti di Huawei: le aziende statunitensi, infatti, sono impossibilitate a far affari con l’azienda cinese senza permessi specifici.

Recentemente, però, una concessione di 90 giorni darà modo, fino al 19 novembre, di proseguire i rapporti in essere con la società del presidente Reng Zhengfei.

Tuttavia, questo vale solamente per i prodotti entrati in commercio non più tardi del 16 maggio: sono quindi garantiti aggiornamenti e supporto a smartphone di Huawei usciti in precedenza.

Di questa particolare concessione, a meno di nuovi permessi, dunque non ne beneficeranno il Mate 30 e il Mate 30 Pro.



Mate 30 - Store alternativo e Map Kit
In attesa della presentazione ufficiale, la prossima linea Mate dovrebbe comunque montare il sistema operativo Android, grazie a una sua versione open source.

Nonostante a inizio agosto sia stato presentato HarmonyOS, il sistema operativo proprietario di Huawei, le intenzioni dell'azienda cinese sono quelle di proseguire il rapporto con Google fin quando il governo statunitense glielo consentirà.

Per ovviare alle mancanza delle importanti app di Mountain View, Huawei potrebbe però utilizzare uno Store alternativo, già in sviluppo dal 2018, e un’applicazione di Mappe proprietaria.

A ottobre secondo China Daily, infatti, dovrebbe essere svelato Map Kit, un servizio pensato, però, per gli sviluppatori: questo darebbe la possibilità ai vari team di partire da una base solida, senza dover creare da zero elementi di navigazione nelle proprie app.

A Monaco di Baviera, potrebbe quindi esserci un’anticipazione sul futuro di Map Kit: se la situazione con Google non si risolvesse, Huawei avrebbe già in casa la soluzione anche per i suoi utenti.



Mate 30 - Fotocamera quadrupla
Per quanto riguarda il lato software quindi la situazione è confusa: in assenza di chiarimenti ufficiali è difficile prevedere come Huawei risolverà la questione con Google, visto il ban imposto dal governo statunitense.

Meglio quindi concentrarsi sull’estetica e sull’hardware dei prossimi Mate 30, grazie ai leak e alle indiscrezioni che stanno uscendo in questi giorni.

Il leaker Ice Universe, su Twitter, ha caricato l’immagine di un poster commerciale di Huawei che svela il design dei futuri top di gamma.

Sul retro è presente una quadrupla fotocamera, inglobata elegantemente in uno spazio circolare, mentre il flash è spostato lateralmente.

Stando alle sue informazioni, sul Mate 30 Pro ci sarebbero due fotocamere da 40 megapixel, una primaria e una secondaria ultra wide, una terza da 8 megapixel con zoom ottico 5x e una Tof dedicata alla realtà aumentata.



Mate 30 - Notch e display a cascata
Per ciò che riguarda la parte frontale, è presente un notch: se confermato, sarebbero smentite le altre due possibilità al vaglio di Huawei, una fotocamera a scomparsa come su OnePlus 7 Pro, o il forellino (pin hole) del Samsung S10.

La tacca sarebbe infatti necessaria per ospitare i sensori del riconoscimento facciale, ma ben si integrerebbe con un «display a cascata», così definito da Ice Universe, e con cornici minime.

Proprio il display si preannuncia essere di grande qualità e di misure abbondanti sul Mate 30 Pro: sarà un Amoled da 6,71 pollici con frequenza di aggiornamento a 90Mhz, questo renderà la navigazione e l’apertura della app molto fluide.



Mate 30 - Connettività 5G e nuovo processore Kirin
Entrambi i modelli saranno pronti a sfruttare la tecnologia 5G e monteranno il nuovo processore Kirin. Quest’ultimo sarà svelato prima, in occasione di IFA a Berlino, quando il Ceo del Business Consumer Group di Huawei, Richard Yu, avrà in programma un intervento durante la principale fiera europea sulla tecnologia.

Proprio in quella sede, come annunciato dall’azienda cinese su Twitter, sono inoltre previste importanti novità relative al comparto audio, legate anche al nuovo processore e che potrebbero quindi valere per i prossimi Mate.

Per altre informazioni, come batteria, Ram, tagli di memoria, ma soprattutto prezzo non resta, invece, che aspettare l’evento ufficiale di giovedì 19 settembre a Monaco di Baviera.

Negozio di Modena «ribelle» ad Amazon: «Chi prova le scarpe paga 10 euro»

corriere.it

Dilaga la moda di «studiare» articoli che poi si comprano sul web. Clientela arrabbiata

Foto da internet

Entrare in un negozio, provare un paio di scarpe e decidere di acquistarle, ma su Amazon. La nuova «moda» che tiene banco tra i consumatori, piu’ o meno giovani, comincia a non piacere per niente ai commercianti tradizionali e, a quanto pare, qualcuno si attrezza per mettersi di traverso: «Se vuoi provarle devi pagare 10 euro».
La segnalazione
È l’associazione Federconsumatori a segnalare il primo caso in Emilia-Romagna, dice, di negozio che decide di passare all’azione in questo senso, con tanto di cartelli a tema. Tutto accade in questi giorni a Mirandola, nella bassa modenese. Una ragazza entra in un negozio di articoli sportivi e prova alcune paia di scarpe.

Non acquista nulla, ringrazia ed esce. Il negoziante pero’ la ferma e, perentoriamente, la informa che deve pagare 10 euro per aver provato le scarpe, «non avendo proceduto ad alcun acquisto». Si tratta di una richiesta, dice subito il commerciante, legata agli abusi di «chi prova le scarpe per poi acquistarli su qualche sito di e-commerce».
Cliente basita
La ragazza, sorpresa, segnala che questa richiesta non è indicata da nessuna parte, dentro il negozio, e domanda se la stessa viene rivolta a tutti coloro che non acquistano: «Oppure è a discrezione del negoziante?». Quest’ultimo, infatti, risponde che non è necessario che la “prescrizione” sia indicata, che nel suo negozio «le regole sono quelle» e che decide lui «chi deve pagare e chi no».

La giovane però non ci sta, decide di non sottomettersi ad una richiesta che giudica «ingiusta» e, quindi, non paga. Nei giorni successivi, passando davanti al negozio, la ragazza vede che dentro e’ spuntato un cartello «10 euro per la prova delle calzature».

Ma sono diversi i casi segnalati a Federconsumatori, tutti relativi, scrive in una nota la stessa associazione, «al negozio Kiki Sport di Mirandola, in quello che probabilmente è il primo caso in Emilia-Romagna, dopo quelli recenti in Toscana (Sarzana e Prato) e a Trento».

Ma aggiunge Federconsumatori nel suo report modenese: «Una signora di Mirandola ha segnalato di aver appreso della richiesta solo una volta all’interno del negozio e che la cosa veniva giustificata con gli abusi di qualcuno. La signora ha abbandonato immediatamente il locale, che certamente non frequenterà più nel futuro».
L’intervento di Federconsumatori
Ma, dunque, è lecito chiedere soldi anche a chi prova soltanto? Se sulla legittimità della «pretesa» tengono banco pareri contrastanti, le stesse associazioni del commercio si sono espresse criticamente su questa modalità, non appoggiandola.

In ogni caso, consiglia Federconsumatori, «è necessario che una regola così discutibile, come quella di far pagare la prova di abiti o calzature, sia indicata con grande evidenza all’ingresso del locale commerciale, e non al proprio interno.

Questo per consentire al cliente di scegliere se entrare o meno. Inoltre, deve essere specificato che la regola sara’ applicata a tutti i non acquirenti, e non in modo arbitrario».

L’invito dell’associazione, in definitiva, è quello di «non entrare nei negozi che espongono cartelli dove si comunica la possibilità di essere chiamati a pagare la prova di abiti o scarpe».
 
Anzi, «qualora la cosa non sia indicata bisogna sempre rifiutarsi di pagare, valutando una segnalazione dei fatti alla Polizia Municipale», assicura Federconsumatori.

Khaled, l’uomo che cerca la fortuna nei cestini: “Voi buttate i biglietti, io sopravvivo”

lastampa.it
ROBERTO TRAVAN

Settantenne, ogni giorno scava tra i rifiuti a caccia dei ticket di lotterie e gratta e vinci scartati per errore



Khaled, 70 anni, egiziano, da oltre cinquanta abita in Italia. Foto di Roberto Travan.

Come un vecchio cercatore d’oro: barba folta, scarpe di cuoio consumato, cappello di lana infeltrita nonostante il caldo asfissiante, appiccicoso.

Il suo nome è Khaled, è nato in Egitto, racconta di avere settant’anni, di vivere senza «né capi né grattacapi». Un uomo libero insomma.

Come un cercatore d’oro, dicevamo. Perché Khaled la sua fortuna la setaccia tutti i giorni lungo il fiume d’asfalto che circonda Torino.

Tangenziale sud, autogrill di Moncalieri per l’esattezza: il bar, la pompa di benzina, qualche palma avvizzita qua e là, anfore rovesciate, luminarie natalizie dimenticate, il tranquillo viavai di

automobilisti che si concedono ancora un caffè o una sigaretta prima di farsi inghiottire dalla città nascosta laggiù, dietro l'ultimo tornante.

C’è anche lui, Khaled. Sta in disparte, indossa con impeccabile eleganza una giacca stinta da cui sgusciano i polsini della camicia, logori ma rigorosamente abbottonati. Osserva con discrezione la gente che entra ed esce dal bar.

«Ho lavorato in albergo, facevo il portiere» ricorda. Ha fatto anche il camionista, il commerciante e chissà cos’altro ancora. «In Italia vivo da oltre cinquant’anni» dice con sguardo profondo quanto le rughe che gli attraversano il viso cotto dal sole.

Per arrivare fin qui Khaled tutti i giorni prende tre pullman. Poi si infila nel sentiero costeggiato da campi di granoturco, tralicci, baracche sgangherate.

E poco importa se fa caldo o freddo: un cercatore non molla mai perché sa che l’acqua, l’oro e la fortuna scorrono sempre, incessanti come il traffico a pochi metri da Khaled.

Ha mani da vero cercatore, Khaled: callose, annerite, con unghie lunghe e incurvate buone per scovare le pagliuzze. Il suo “oro” potrebbe essere lì, a due passi dalla pensilina scrostata dove - silenzioso e composto come un signore d’altri tempi – attende paziente il momento giusto per setacciare il “fiume”.

Si avvicina lentamente ai cestini del parcheggio: li scruta uno dopo l'altro, ne estrae pezzetti di carta spiegazzati che infila nella giacca con un movimento rodato, naturale, quasi impercettibile.

Sono i resti di lotterie milionarie stracciati assieme alle speranze di chi - in cambio di una manciata di monete - sperava di sistemarsi per sempre lontano da quella stazione di servizio anonima piantata nel

nulla. Khaled fa una pausa, si accende un sigaro, respira profondamente il trinciato che brucia liberando profumo dolciastro.

«Mi ricorda il narghilè che fumavo in Egitto» sussurra. Ricordi lontani come la terra in cui non ha più fatto ritorno e la madre che non ha più rivisto.

Inizia a setacciare, mette da parte frammenti illustrati con monete d'oro, quadrifogli, cifre a sei zeri, sogni di facili ricchezze. Li allinea con precisione sul tavolino del dehors fino a creare un puzzle bizzarro e sgualcito composto da decine di "gratta-e-vinci" ricostruiti con minuzia, uno ad uno.

Poi ne studia i numeri, i simboli, ne incrocia le combinazioni alla ricerca della "pagliuzza", il biglietto vincente gettato per sbaglio.

«Argent de poche – commenta Khaled – spiccioli per arrotondare: quanto basta per fare scorta del tabacco o del vino necessario per riempire lo stomaco e la giornata».

Quello che fortunatamente farà anche oggi con i venti euro sfuggiti a un viaggiatore distratto. Forse domani andrà meglio, il “fiume” saprà essere più generoso con Khaled. Certamente porterà lento, come sempre, nuove storie da raccontare.

Definisce “animale” il ragazzino che ha ferito la figlia: è diffamazione

lastampa.it



Cancellata in Cassazione la sorprendente assoluzione pronunciata dal Giudice di Pace. Per i Magistrati è evidente la valenza offensiva della frase con cui si paragona un bambino ad un animale
(Cassazione, sentenza n. 34145/19, sez. V Penale).

Oggi è evidente, soprattutto sui social media, la degradazione dei codici comunicativi. Altrettanto ovvio come sia scaduto il livello espressivo utilizzato dalla maggioranza delle persone.

Ciò nonostante, determinati epiteti continuano ad essere chiaramente offensivi: ad esempio, è inaccettabile definire “animale” un ragazzino.

Questa la visione tracciata dai Giudici della Cassazione, visione che rende vicina la condanna per un uomo che su WhatsApp nella chat condominiale ha indicato come “animale” un ragazzo che aveva ferito al volto la figlia.

Chat. Scenario della vicenda è un condominio nel leccese. A dare il ‘la’ al caso giudiziario è un incidente che coinvolge un ragazzino e una ragazzina: quest’ultima riporta una ferita al volto.

Rabbiosa la reazione del padre che si sfoga su WhatsApp nella chat di gruppo del condominio.
In quel contesto – che include anche il genitore del ragazzino – egli scrive una frase inequivocabile:

«Volevo solo far sapere al proprietario dell’animale ciò che è stato procurato al volto di mia figlia.Domani, al rientro dal turno lavorativo, prenderò le dovute precauzioni».

Proprio quelle parole sono oggetto del processo a carico del genitore della ragazzina per il reato di diffamazione.

A sorpresa, però, il Giudice di Pace di Lecce ritiene prive di fondamento le accuse nei confronti dell’uomo ed esclude «la portata offensiva del termine “animale”» utilizzato per indicare il ragazzino.

Offesa. La decisione del Giudice di Pace viene fortemente contestata dalla Procura di Lecce, che presenta ricorso in Cassazione, sottolineando che «il termine “animale” era stato utilizzato per indicare in maniera spregiativa il bambino».

Questa osservazione è ritenuta corretta dai Giudici della Cassazione, i quali aggiungono che «la frase» incriminata «presenta un immediato contenuto offensivo, espresso dalla parola “animale” riferita a un bambino».

Lo sfogo su WhatsApp del padre della ragazzina va assolutamente censurato. Ciò perché è vero che in passato ci sono state delle «‘aperture’ verso un linguaggio più diretto e disinvolto», ma «talune espressioni presentano» comunque «un carattere insultante».

E di sicuro «sono ingiuriose», spiegano i Giudici, «quelle espressioni con cui si disumanizza la vittima, assimilandola a cose o animali»:
in questa vicenda, in particolare, «paragonare un

bambino a un animale – inteso addirittura come oggetto, visto che il padre ne viene definito “proprietario” – è certamente locuzione» caratterizzata da «valenza offensiva».

Tale visione non può essere messa in discussione, chiariscono i giudici della Cassazione, nonostante oggi «sia degradato

Exomars, corsa contro il tempo. "Problemi con i russi e i paracadute. Facciamo il possibile"

repubblica.it
di MATTEO MARINI

Il direttore generale dell'Esaha parlato di una "lunga discussione" con il Roscosmos a proposito della missione che porterà un rover europeo su Marte. I test sulla discesa non sono andati bene. Se mancasse la finestra di lancio del 2020 bisognerà attendere altri due anni

Exomars, corsa contro il tempo. "Problemi con i russi e i paracadute. Facciamo il possibile"

EXOMARS 2020, il primo rover europeo per esplorare la superficie e il sottosuolo di Marte alla ricerca della vita, rischia di non riuscire a partire nell'estate del 2020. I problemi cominciano ad assommarsi, a 11 mesi dal decollo.

Per la prima volta il direttore dell'Agenzia spaziale europea, Jan Wörner, fa trasparire dubbi sulla possibilità di farcela raccontando di generici problemi con i russi, partner dell'Esa nella missione.

A questo si aggiungono i due test falliti sul paracadute per la discesa. Fare in tempo non è questione da poco: mancare la finestra di lancio, che si apre il 25 luglio e si chiude il 13 agosto del prossimo anno, significherebbe dover attendere altri due anni.

Mentre un insuccesso nella discesa, come quello di Schiaparelli nel 2016, questa volte significherebbe un fallimento totale della missione.

Il Roscosmos
"Abbiamo qualche altro problema, siamo impazienti di risolverli in fretta, per questo ieri abbiamo avuto una lunga discussione con il Roscosmos (l'Agenzia spaziale russa, ndr), con i nostri partner, per

assicurarci che sia da parte europea che russa tutti i problemi saranno risolti e che possiamo confermare la data di lancio a metà dell'anno prossimo", ha detto Wörner in una dichiarazione riportata dalla testata russa Sputnik news.

Forse per mettere le mani avanti, dopo le tante aspettative deluse su Schiaparelli. Oppure perché i problemi sono più seri di quanto non si possa dire. Sembra che i tempi "blandi" di Mosca sono uno degli elementi che generano più difficoltà.

Il contributo russo alla missione è il lander, la piattaforma che poserà il rover Rosalind Franklin sul terreno marziano. Consegnato (con un ritardo di diverse settimane) a marzo, agli stabilimenti di Thales Alenia Space di Torino.

A quanto risulta, non ci sarebbero problemi con la piattaforma russa, già assemblata assieme al modulo discesa e al "carrier module", la navetta che affronterà la traversata interplanetaria.

Exomars, corsa contro il tempo. "Problemi con i russi e i paracadute. Facciamo il possibile"

L'altro contributo fondamentale di Mosca sarà il trasporto. Exomars 2020 dovrebbe infatti partire dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan, in testa a un razzo Proton-M di fabbricazione russa.

È possibile che i problemi di cui Wörner parla riguardino proprio il lancio? O la disponibilità nei tempi previsti delle strutture a Baikonur? Il direttore dell'Esa non ha fornito altri dettagli.

La deadline però si avvicina e, nonostante le rassicurazioni, traspare incertezza sul futuro prossimo della missione:

"Ora ci stiamo concentrando per usare questa finestra di lancio - ha aggiunto Wörner - perché altrimenti dovremmo posticipare di altri due anni a causa delle orbite differenti di Terra e Marte.

Stiamo facendo tutto il possibile". Il pianeta rosso, infatti, si trova nella posizione ideale rispetto al nostro ogni 26 mesi.
Gli strappi dei paracadute
Un problema noto a tutti da qualche settimana, invece, è quello dei paracadute che dovrà frenare la discesa nella fase più delicata della missione: sei minuti da brivido che nel 2016 riservarono una brutta sorpresa, quando Schiaparelli si schiantò per una anomalia nel software che calcolava la quota.

I due ultimi test non sono andati bene. Li ha condotti la Swedish Space Corporation nel sito di Esrange, in Svezia.

A maggio per la prima volta con la sequenza completa da un'altezza di 29 chilometri, sganciati da un pallone sonda da 29 chilometri di altezza: i due paracaduti principali, il primo, quello supersonico, e il più grande, del diametro di 35 metri, si sono aperti correttamente, grazie al trascinamento dei due più piccoli paracadute pilota.

Ma l'esame delle tele ha evidenziato degli strappi a quelli più grandi, già prima che si gonfiassero e sperimentassero quindi il carico maggiore. Il 5 agosto una nuova caduta per testare solo il paracadute più grande. E anche questa volta, spiega l'Esa, uno strappo nella vela ne ha compromesso l'efficacia.

"Non è una catastrofe, è parte del gioco - ha spiegato Woerner - altrimenti non si farebbe alcun test. Ne faremo altri quest'anno. Ora stiamo guardando ai dettagli dell'insuccesso, se è stato un guasto meccanico, strutturale o qualcosa non impacchettato correttamente.

Ma abbiamo un po' di tempo per risolverlo. Deve essere fatto prima del lancio, non dopo, e abbiamo un po' di tempo".

Un nuovo test, sul paracadute da 15 metri è previsto entro la fine dell'anno mentre a inizio 2020 si tenterà ancora con il paracadute principale. Il più grande mai realizzato per ammartare.

D'altronde il peso da far planare sulla superficie del Pianeta rosso è da record: circa due tonnellate considerato il modulo di discesa che contiene il lander e il rover.  Una sfida tecnologica che però sta prendendo più tempo del previsto.

Se anche i prossimi test dovessero fallire, l'eventualità di slittare di altri due anni (la missione era inizialmente prevista per il 2018) si farebbe più concreta.

Precipitare su Marte come tre anni fa fece Schiaparelli (che era un piccolo lander dimostrativo, mentre la parte principale della missione, il satellite Tgo, è pienamente funzionante), infatti,

significherebbe, questa volta, il fallimento dell'intera missione perché tutta la tecnologia di Exomars 2020 sarà contenuta dentro il modulo di discesa.
Rosalind è pronta
Intanto, negli stabilimenti AirbusSpace in Inghilterra, Rosalind Franklin è stata assemblata con tutti gli strumenti scientifici che le permetteranno di esplorare Marte, compreso il trapano, realizzato in Italia da Leonardo, che scaverà fino a due metri di profondità per cercare tracce di vita, passata o presente, nel sottosuolo.

Sarà portata a Tolosa dove sarà sottoposta ai test per simulare l'ambiente marziano e poi integrata con i moduli di crociera e discesa, appena assemblati da Thales Alenia Space negli stabilimenti di Torino.

Secondo il programma, in primavera tutto il "pacchetto" sarà trasferito a Baikonur in attesa del lancio.

«Licenziato, cerco lavoro. Vivo in un gazebo e mangio con il Reddito di cittadinanza»

corriere.it
Silvia Moranduzzo

PADOVA La sua casa è un gazebo di plastica e la sua unica fonte di sostentamento è il Reddito di cittadinanza. Rossano Visentin, 47 anni di Padova, vive per strada da ormai un mese e mezzo.

Ha installato al parchetto di via Colonnello Piccio un grande gazebo bianco di plastica, comprato usato per 150 euro, al cui interno ha sistemato un divano che serve anche da letto, un tavolo con delle sedie. Sul fondo, alcuni scatoloni contengono tutti i suoi averi.

«Lavoravo come falegname per una ditta di Padova che ha dovuto chiudere nel 2009 a causa della crisi, mi occupavo del montaggio dei mobili – racconta Visentin –.

Ho sempre lavorato dopo aver preso la quinta elementare, ho sempre cercato di aiutare la mia famiglia. Alla morte di mio padre e di mio fratello mi sono trasferito in un altro appartamento ma dopo aver perso il lavoro non riuscivo più a pagare l’affitto, così mi hanno sfrattato».

Visentin è stato accolto dalla madre che abitava a Maserà, a undici chilometri dalla città del santo. Non si è arreso e ha continuato a cercare lavoro. Tutti i giorni prendeva la sua bicicletta e andava a Padova dove partiva la caccia a un impiego.

«Mi sono fatto due gambe da campione facendo avanti e indietro – scherza –. Ho fatto il muratore, il saldatore, tutto quello che trovavo ma sempre lavoretti precari.

Nessun impiego che desse sicurezza e continuità. Poi purtroppo il 12 luglio mia mamma è venuta a mancare e dato che non ero residente ho liberato l’appartamento.

Nessun rimprovero nei confronti del proprietario di casa: non volevo occupare l’immobile come sento fare a tanti, non è giusto. Ho preso le mie cose e me ne sono andato».

Rossano Visentin e il gazebo dove vive a PadovaRossano Visentin e il gazebo dove vive a Padova

La mancata risposta del Comune
Visentin racconta di aver chiesto aiuto più volte ai servizi sociali del Comune di Padova, ma di non aver mai ottenuto risposta, se non quella di passare la notte in un dormitorio pubblico.

Ma l’idea non lo ha mai convinto e continua tutt’ora a rifiutarla. «E tutte le mie cose? Non posso portarmele dietro e non ho intenzione di lasciarle – replica –. Ho una dignità. Ho lavorato per tutta la vita, avrò diritto ad un tetto sopra la testa.

Un monolocale e un lavoro normale, non mi sembra di pretendere la luna. Prendo 400 euro di Reddito di cittadinanza e per ora con quei soldi riesco almeno a mangiare, ma non potrei pagare un affitto. Ho fatto domanda di una casa popolare ma dicono che devono ancora stilare le graduatorie.

Con il reddito mi è richiesto di rispondere a un annuncio di lavoro entro cento chilometri, ma come faccio a fare così tanta strada con la bici?». Si dice esaurito dalla situazione.

Gli resta un fratello al quale però non vuole chiedere aiuto per non disturbarlo. «Me la vedo io, lui ha la sua vita e non voglio essergli di peso. Ammetto che mi piacerebbe conoscere il mio nipotino di quattro anni ma non voglio interferire», dice Visentin.

Custodisce nel cassetto una piccola idea per ripartire. Vorrebbe comprare un furgone e offrirsi di montare i mobili per varie ditte della zona. Ma serve un piccolo finanziamento per poter acquistare il mezzo.

«Ho provato anche a chiedere i fondi europei ma la falegnameria sembra non sia considerata – scuote la testa il 47enne –. So che le aziende stanno puntando molto sull’assunzione di personale italiano.

Pensavo a un servizio di montaggio mobili professionale, tante volte capita che il cliente debba arrangiarsi o che operai maldestri ammacchino il mobile, non tanto per chissà quale colpa, ma perché non è il loro mestiere.

Comunque, per ora si va avanti con il reddito, poi se l’offerta di lavoro sarà troppo lontana sarò costretto a rifiutarla e vedremo cosa succederà». Intanto il caldo sta per terminare e l’autunno è alle porte.

Nel gazebo non c’è possibilità di scaldarsi e l’affacciarsi delle temperature rigide costituisce una grande incognita per il prossimo futuro.

Migranti: indagato il comandante della Eleonore. Mare Jonio sequestrata: all’armatore una multa da 300mila euro

lastampa.it

L’Ong Mediterranea: «Torneremo dove bisogna essere come abbiamo sempre fatto. O ci si salva insieme o non si salva nessuno»



LAMPEDUSA (Agrigento). La Procura di Ragusa ha iscritto nel registro degli indagati il comandante e il capo missione della nave Eleonore dell'ong tedesca Mission Lifeline, entrata ieri nel porto di Pozzallo con

104 migranti, dopo avere dichiarato lo stato di emergenza, forzando il divieto imposto dalle autorità italiane. Per loro l'ipotesi di reato è di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.

L'indagine è coordinata dal procuratore Fabio D'Anna e seguita dal pm Francesco Riccio.

Non è però l’unica nave delle Ong nei guai, anche la Mare Jonio sta avendo problemi con i decreti sicurezza del governo appena caduto. «Alle 20.40 del 2 settembre, a poche ore dallo sbarco degli ultimi 31 naufraghi ancora a bordo della Mare Jonio,

la nostra nave ha fatto ingresso in acque territoriali con l'autorizzazione delle competenti Autorità Marittime, avviando le pratiche per l'approdo nel porto di Lampedusa», scrive la ong Mediterranea Saving Humans.

«Paradossalmente, nella stessa notte, al nostro comandante e al nostro armatore è stato notificato il sequestro amministrativo di Mare Jonio insieme a una multa di 300 mila euro per avere violato il decreto sicurezza bis.

Un ultimo colpo di coda da parte di chi non è riuscito ad accettare che una storia di umanità e giustizia si concludesse, finalmente, mantenendo intatta tutta la sua bellezza.
 
Ma se questo era l'intento, chi ha tentato questo ultimo atto di cattiveria vendicativa e insulsa si rassegni. Nei nostri occhi, come in quelli di questo paese, rimane la Nave dei bambini, quella che è

arrivata appena in tempo, quella che ha strappato 98 persone dalla guerra e dalla morte in mare. La loro forza, il loro sorriso, il loro futuro, è quello che conta».

«Torneremo dove bisogna essere come abbiamo sempre fatto, e il paradosso che stiamo vivendo è così evidente da suscitare quasi pietà.

A chi ha deciso di fermare ancora Mare Jonio, resta però il peso e la responsabilità, oltre a tutte le altre, di tenere lontana un'altra nave, per giorni o settimane, dalla possibilità di salvare chi anche in questo momento sta rischiando di annegare.

Bambini, come quelli che abbiamo abbracciato, pesano sulla sua coscienza. Sulla nostra, solo la certezza di quanto ogni cosa valesse la pena. 237 vite salvate nel 2019 da Mediterranea Saving Humans.

E una nave diventata simbolo di un'Italia che non ha paura, che non si fa ingannare, che è riuscita, nonostante tutto, a conservare l'anima e il cuore, e a ricordare che non è disprezzando la vita che si conquistano i diritti. Che o ci si salva insieme, o non si salva nessuno».

“Oltraggio alla storia”: perché l’Isis uccide l’arte

lastampa.it

Conferenza di Vito Messina a Palazzo Madama sulle devastazioni nel Vicino e Medio Oriente



Si intitola, significativamente, «Oltraggio alla storia», la conferenza di giovedì a Palazzo Madama (alle 17,30): ultimo incontro di una serie realizzata in occasione della mostra «Notre-Dame de Paris.

Sculture gotiche dalla grande cattedrale» e dedicata proprio alla distruzione, accidentale o dolosa, del patrimonio culturale e artistico dell’umanità.

L’appuntamento sarà centrato, in particolare, sulle recenti devastazioni di importanti siti del Vicino e Medio Oriente.

Un’occasione non solo per approfondire pagine che raccontano l’arte antica e l’oscurantismo che la vandalizza, ma anche per scoprire un legame, non così scontato né conosciuto, fra Torino, il Piemonte e il mondo arabo.

A parlarne, Vito Messina, professore associato di Archeologia e Storia dell’Arte iranica nell’ateneo torinese oltre che condirettore della missione congiunta italo-iraniana in Khuzestan (Iran) e direttore dei progetti SigNet, Collezioni (in)visibili e Lost Hellenistic Sculptures of Mesopotamia and Iran.

Messina è anche membro del centro di ricerche archeologiche e scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia, ente fondato nel 1963 da Giorgio Gullini con Università, Comune e Provincia di Torino, cui si sono aggiunte successivamente Regione Piemonte e Fondazione Crt.

«La finalità è proprio quella di sostenere le ricerche archeologiche, soprattutto estere, dell’Istituto di Archeologia dell’Università di Torino, oggi ribattezzato Dipartimento di Studi Storici» racconta Messina.

«Complice una fortunata collaborazione scientifica con il Politecnico e la Facoltà di Scienze dell’Università di Torino, l’attività del Centro si è sviluppata attraverso un percorso interdisciplinare che ha portato gli archeologi a lavorare fianco afianco con ricercatori di differente formazione,

come antropologi, biologi, chimici, fisici, geologi, ma pure topografi, geofisici, esperti in telerilevamento ed informatici. In costante collaborazione fra italiani e stranieri».

E proprio la tendenza – diffusa in ambito culturale, artistico e archeologico – a fare squadra superando nazionalismi e partigianerie, è una fra le ragioni che, secondo Messina, rendono siti o reperti particolarmente noti un bersaglio elettivo per gli integralisti. «

A essere colpiti – spiega Messina – sono in genere luoghi di grande visibilità, presi di mira dall’Isis per diverse ragioni: perché simboli di un mondo e di una cultura che si vorrebbe annientare o perché diventati emblemi del colonialismo britannico.

Ma anche perché fatti oggetto, nella storia recente, di una massiva propaganda, come quella messa in atto da Saddam Hussein».

L’elenco delle devastazioni è lungo e dolente: dalla demolizione mediante esplosivi della tomba del profeta Giona, a Mosul, presso le mura della città assira di Ninive, in Iraq e delle due statue leonine alle porte di Raqqa, in Siria, nel 2015, alla

distruzione diffusa delle opere esposte nel museo archeologico di Mosul – divulgate a mezzo video sui social – molte delle quali provenienti dalle rovine della città partica di Hatra.

Hatra e Palmira (dove l’Isis ha colpito, nel 2017, il teatro romano, spesso usato per esecuzioni sommarie) sono, appunto, i siti su cui si concentrerà l’incontro di giovedì, «nel tentativo di comprendere quali siano state le cause di tale accanimento contro la storia passata e recente e, in fondo, contro l’Umanità» conclude il relatore.

Wallis ed Edoardo VIII l’amore maledetto e ripudiato (oltre a quelle simpatie per Hitler)

corriere.it
di Silvia Maria Dubois

Su La7 viene ricostruita la vicenda sentimentale tra la divorziata americana e il principe: a lui costò il trono. E l’atteggiamento pro-nazi di entrambi suscitò molte polemiche.

La ribelle americana

Quella che è stata definita, prima ancora di una storia d’amore, «una delle più grandi crisi della corona del Novecento» ha origine nella lontana Contea di Franklin, in Pennsylvania.

Lì, il 19 giugno 1896, nasce Wallis Simpson, la futura e chiacchieratissima moglie di Edoardo VIII, vicenda che viene ricostruita stasera nella docufiction «Wallis: l’amore senza corona» nella prima parte di «Atlantide Files» di Andrea Purgatori su La7.

L’ «americana», brillante e colta, quando conobbe il reale aveva già due matrimoni alle spalle: quello con un ufficiale dell’aviazione alcolizzato e spia per gli Stati Uniti (1916) e quello con il direttore di una grande azienda di trasporti marittimi (1928), da cui prese il cognome: Ernest Simpson.

Nel fardello di chiacchiere che Wallis si porta, da sempre, dietro, non manca nulla: da una love story con Galeazzo Ciano alle nazi-rose che riceveva puntualmente da Joachin von Ribbentrop (futuro ministro hitleriano), passando per i famosi massaggi hot appresi Oriente.

Curiosità: la stessa Wallis fu figlia di un amore osteggiato, i genitori si sposarono di nascosto per «dribblare» l’ira delle due rispettive famiglie. La mamma era già in attesa della figlia prima di quel giorno.



Incontro fatale
10 gennaio 1931: una data che intrappolò i due futuri amanti prima, sposi dello scandalo poi. È in quel giorno, infatti, che Wallis Simpson incrocia per la prima volta Edoardo Duca di Windsor, primogenito di Giorgio V e nipote della regina Vittoria.

Una battuta sciocca sul meteo irritò lei, una risposta al vetriolo colpì lui, stregato dal fascino della donna. Edoardo, per la verità, non era nuovo a liason clandestine e al debole per le donne sposate.

Ma quel giorno sarà tutta un’altra storia: il suo destino viene stravolto da quello che sarà il suo grande amore. Dopo qualche altro incontro ufficiale, i due iniziano una relazione peccaminosa: non si preoccuparono troppo di nascondersi, infatti, nel trascorrere insieme le vacanze in giro per l’Europa.

Famosa, e paparazzatissima, la loro crociera nel Mediterraneo, l’estate del 1936. La stessa Wallis, d’altra parte, sembrava comportarsi già da “first lady” e il suo compagno era sempre più innamorato



Divorzi e matrimoni
Il 1936 fu un altro anno cruciale per la coppia star del gossip, invisa dalle istituzioni e dalla stessa casa reale: Giorgio V morì il 20 gennaio, e l’incoronazione di Edoardo VIII fu inevitabile.

L’ingombrante compagna, a quel punto risultò sempre più insopportabile alla Corte e ai Tories, appena intuite le intenzioni del nuovo re: sposarsi quanto prima e rendere ufficiale il proprio amore. Intenzioni agevolate dal secondo divorzio ottenuto dalla bella americana.

Ma non dalla Chiesa Anglicana, di cui Edoardo VIII era capo: inconcepibile convolare a nozze con una pluridivorziata (con tanto di due mariti ancora viventi). Naufragarono tutti i tentativi di mediazione. E la crisi costituzionale nell’impero britannico si gonfiò a livelli di tensione altissima



L’atto d’amore più grande: la rinuncia alla corona
Testimoni e amici della coppia lo giurano: Wallis Simpson non voleva arrivare a tanto, anzi, si spese per convincere l’amato a non prendere iniziative tali.

Ma le sue preghiere non furono ascoltate: Edoardo, il 10 dicembre 1936, a meno di un anno dalla sua incoronazione, abdicò a favore del fratello Albert, che divenne Giorgio VI.

Il suo discorso pubblico sarà ricordato come una delle dediche d’amore più belle: “Impossibile sostenere il pesante carico di responsabilità e assolvere ai miei doveri di re senza l’aiuto e il supporto della donna che amo”.

Dopo solo sei mesi, il 3 giugno 1937, si celebrò uno dei matrimoni più scandalosi del secolo: ai parenti blasonati fu addirittura proibito partecipare all’evento.

Nello stesso anno Edoardo e Wallis si trasferirono in Francia: qui si distinsero per la vita mondana e per l’eleganza. La stampa locale e americana li adorava, quella inglese meno. Pochi seppero perdonarli per quella vita così ribelle e lontana dalla sobrietà dei reali.



Le amicizie nazi, la povertà, la fine
Wallis da sempre, Edoardo dopo: le amicizie filonaziste della coppia non furono mai segrete. Nel 1937 incontrarono Hitler e quando scoppiò la guerra, non mancarono le uscite “forti” sulla stampa, che parteggiavano sempre per i vertici tedeschi (e che fecero adirare anche Churchill).

Dopo l’invasione della Francia, partirono per le Bahamas, dove Edoardo aveva ricevuto l’incarico di governatore. Il ritorno a Parigi, nel 1945, li vide salire ancora sul podio del jet set internazionale.

Ma sempre con la condanna di Buckingham Palace, dove il duca entrò solo in occasione dei funerali del fratello Giorgio V, morto nel 1952. Edoardo, invece, morì il 28 maggio 1972 per un tumore alla gola. La sua amatissima Wallis 15 anni dopo.