Evoluzione a Sinistra

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martedì 13 agosto 2019

Marocco, minacce alle volontarie belghe in shorts: proteste a Casablanca

corriere.it
di Marta Serafini

«Decapitatele». Mobilitazione in difesa delle giovani: tutti in pantaloncini

Marocco, minacce alle volontarie belghe in shorts: proteste a Casablanca

«Le loro teste dovrebbero essere tagliate così che nessuno osi sfidare gli insegnamenti della nostra religione».

Adar, vicino a Taroudant, Sud del Marocco, tra le oasi e le montagne dell’Atlante. Un gruppo di 37 giovani belgi — per lo più ragazze — partecipa ai lavori di pulizia di una strada per rendere accessibile il villaggio. Risate, selfie e vacanza impegnata.

Le volontarie, arrivate nel Paese nordafricano con la ong Bouworde, per le attività all’aperto indossano shorts e canottiera. Nel paesino, all’apparenza, nessuno sembra infastidito. Poi, un filmato, realizzato per documentare l’attività di Bouworde, finisce in Rete.

Ad accendere la miccia è Ali El Asr senatore del Pjd — partito di maggioranza conservatore e filo islamista. «Quando mai in Europa si fanno lavori in costume da bagno?», si chiede su Facebook.

Passano pochi minuti e sotto il post appare un commento in cui un uomo si augura che le ragazze vengano decapitate. A scriverlo, un insegnante di 26 anni, della regione di Tangeri, che verrà poi arrestato con l’accusa di incitamento all’odio.

Alla ong belga, intanto, viene suggerito di tutelare le giovani. «Non invieremo nuovi gruppi in Marocco», ha dichiarato Karen Heylighen, portavoce di Bouworde, confermando che tre volontarie sono state già rimpatriate.

E mentre il pensiero corre subito a Louisa e Maren, le due turiste scandinave decapitate il dicembre scorso, i cui assassini sono stati di recente condannati a morte, è scattata la mobilitazione. Diversi media marocchini, tra cui Med1 Tv, hanno promosso per oggi una manifestazione in shorts sul lido di Casablanca.

La petizione «Tous en short» ha raccolto più di 1.000 firme. Il tutto mentre in Rete hanno iniziato a circolare fotografie in bianco e nero che mostrano le donne marocchine in calzoncini corti. «Le volontarie hanno fatto un ottimo lavoro, voglio incontrarle», ha scritto da Bruxelles Mohamed El Bachiri, marito di una delle vittime degli attentati dell’Isis in Belgio.

Ma c’è anche chi fa notare come il dibattito, ogni qual volta si concentri sul corpo delle donne, inevitabilmente finisca per polarizzarsi, senza rendere giustizia alla realtà. «Non è vero che in passato in Marocco c’era più libertànell’abbigliamento.

Semplicemente il problema era tenuto sotto traccia, mentre ora crisi politica e disoccupazione stanno facendo riesplodere l’estremismo», ha scritto il giornalista marocchino Reda Zaireg. Con buona pace degli hashtag shorts sì, shorts no.

Anagrafe, a Milano il certificato ora si ritira anche in edicola e dal tabaccaio

corriere.it
di Andrea Senesi

Guerra alle code. Convenzioni con privati e società pubbliche

(Ansa)
(Ansa)

Uno sportello dell’anagrafe sotto casa, tra i quotidiani e le riviste. Le edicole, ma anche i tabaccai, potranno produrre certificati di residenza e di matrimonio, stati di famiglia, iscrizioni alle liste elettorali e un’altra ventina di documenti burocratici.

La novità si deve alla decisione del Comune di avviare una serie di convenzioni per l’erogazione dei certificati anagrafici, «con l’obiettivo di avvicinare i servizi ai cittadini» e soprattutto scoraggiare le code agli sportelli di via Larga e delle altre 14 sedi decentrate.

Le nuove convenzioni potranno essere sottoscritte da soggetti privati, come già accade in altri Comuni, e da soggetti pubblici, ad esempio le società partecipate del Comune che hanno sportelli fisici sul territorio, come Atm e Mm.

Oltre alle 15 sedi dell’anagrafe, il servizio di rilascio certificati è attualmente disponibile anche online, attraverso l’autenticazione sul portale istituzionale del Comune.Non solo. Oltre agli sportelli fisici e alla certificazione online, sono attive da anni diverse convenzioni per l’emissione dei certificati anagrafici.

Tra tutte, quella con Poste Italiane e con due albi professionali: l’ordine degli avvocati e il consiglio notarile, entrambi autorizzati al collegamento per la consultazione delle visure e per il rilascio di certificati di alcune attività specifiche (rogiti notarili, mutui, attività giurisdizionale).

Sono circa 70mila i certificati che ogni anno avvocati e notai stampano online in autonomia, evitando di recarsi direttamente agli sportelli o di inviare i loro clienti nelle sedi anagrafiche.

«Vogliamo mettere a disposizione dei cittadini degli “sportelli di quartiere” a cui possano rivolgersi per ottenere certificati anagrafici senza doversi recare in via Larga o nelle sedi decentrate, evitando così spostamenti più complessi e attese.

Uno strumento che si affianca al servizio online del portale istituzionale del Comune di Milano, ormai in costante crescita: nei mesi di giugno e luglio oltre il 60 per cento dei certificati anagrafici è stato richiesto online, meno del 40 per cento allo sportello», commenta l’assessora alla Trasformazione digitale e Servizi civici Roberta Cocco.

Le abitudini dei milanesi sono effettivamente cambiate e le code allo sportello di via Larga forse destinate a diventare un ricordo.

La digitalizzazione insomma ha già vinto. Lo dimostrano i dati: nel 2017 oltre la metà dei certificati anagrafici è stata scaricata online (52 per cento), tendenza proseguita l’anno scorso (55 per cento) e nei primi mesi del 2019 (la percentuale è stabilmente attorno al 60).

«L’obiettivo - insistono da Palazzo Marino - è di proseguire il percorso rendendo disponibili online tutti i documenti consentiti dalla normativa».

Diritto a giocare? In Italia i parchi non sono per tutti

corriere.it
di Jacopo Storni

Soltanto il 5 per cento dei parchi gioco è adatto ai bambini con disabilità. Eppure le giostre come gli scivoli e le altalene accessibili esistono



Soltanto il 5 per cento dei parchi gioco è accessibile ai bambini con disabilità. Il dato parla da solo ed è indice di esclusione per i bambini che hanno un handicap. Anche loro avrebbero diritto a divertirsi sopra un’altalena o una giostra, lungo uno scivolo, ma per moltissimi bimbi disabili questo divertimento resta un sogno impossibile. In Italia, sono pochissimi i parchi gioco completamente accessibili.

Segno di arretratezza culturale, soprattutto nelle regioni del Sud, dove le giostre fruibili dai bambini disabili si contano sulle dita di una mano. Non esiste una mappatura ufficiale dei parchi gioco inclusivi. A tracciare report parziali è la piattaforma online «Parchi per tutti», fondata da Claudia Protti e Raffaella Bedetti di Rimini, mamme di tre bimbi: Samuele, Cristian e Mattia.

Le due mamme, nella primavera del 2013, iniziano a cercare in rete informazioni inerenti giochi accessibili e fruibili a tutti i bambini perché il figlio di Raffaella, che all’epoca aveva 5 anni, si sposta in carrozzina. I risultati di questo lavoro sono talmente scoraggianti che Claudia e Raffaella decidono di fare dei parchi gioco accessibili una specie di missione, cominciando a sensibilizzare decine di sindaci e comuni in tutta Italia.

«Vista la scarsità di informazioni disponibili decidemmo di aprire il blog Parchi per Tutti e relativa pagina facebook - spiega Claudia al fine di condividere l’esperienza pensando di dare un piccolo aiuto a chi eventualmente intenzionato a seguire la nostra stessa strada, ovvero spronare

l’amministrazione comunale all’installazione di giochi per tutti e per far conoscere i parchi gioco inclusivi». Oggi il blog è diventato un sito web e raccoglie dati e statistiche aggiornate sui parchi gioco accessibili.

I numeri sono impietosi: i parchi gioco totalmente inclusivi, dove cioè tutti i giochi sono accessibili ai disabili, sono soltanto 62 in tutta Italia, mentre quelli parzialmente inclusivi, dove sono accessibili almeno una parte delle giostre, sono 296. Ammontano invece a 418 le altalene accessibili ai bambini in carrozzina.

Tra le regioni più virtuose ci sono Lombardia (che elargisce fondi ai comuni che vogliono realizzare giostre accessibili), Campania, Toscana, Puglia. A complicare la situazione, il fatto che sul tema non esiste neppure una normativa di riferimento e le iniziative sono lasciate all’intraprendenza di amministrazioni pubbliche o di privati sensibili al problema.

Tutto questo a fronte dell’articolo 7 della Convenzione Onu, secondo cui i bambini con disabilità hanno diritto al pieno godimento di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali su base di eguaglianza con gli altri bambini, mentre all’articolo 30 impegna gli Stati membri a incoraggiare la partecipazione delle persone con disabilità alla vita culturale, alle attività ricreative, al tempo libero e allo sport.

Ma spesso questi diritti rimangono solo sulla carta, come conferma anche la Uildm, l’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare che da oltre 55 anni promuove la ricerca scientifica e la piena inclusione delle persone con disabilità: «La carenza di parchi gioco accessibili è un problema pratico ma soprattutto culturale - ha spiegato il presidente Uildm Marco Rasconi.

Nelle altre nazioni europee, soprattutto nei Paesi del nord, c’è una maggiore sensibilità sul tema. In Italia persiste un concetto del disabile che deve restare chiuso tra le mura domestiche».

E poi: «Il gioco è il primo passo da fare a livello culturale, e non è per nulla banale come può sembrare perché quando giochiamo siamo tutti uguali, ognuno con la propria specificità. Grazie al gioco possiamo costruire una realtà in cui nessuno è escluso».

Sempre secondo la Uildm, i Comuni più virtuosi sono Milano, Arezzo, Pesaro, Gorizia, e Parma. Proprio a Milano, nelle scorse settimane, è stato inaugurato il parco di Villa Finzi, formato da undici giochi completamente accessibili, insieme a diciassette metri quadrati di pavimentazione smorza-caduta.

Il parco è stato realizzato dall Fondazione Comunità di Milano, che ha individuato nei bisogni dei bambini e nella disabilità, in particolare nel diritto al gioco per tutti, una priorità d’interesse generale.

Un quadro sul diritto al gioco dei bambini disabili è stato tracciato anche dal Garante per l’infanzia nella recente relazione di quest’anno.

Tra i principali punti emersi, si evidenzia una rilevante differenza tra nord e sud Italia, sia nella diversa considerazione dell’importanza del gioco e dello sport da parte delle famiglie che nella diversa attenzione da parte delle istituzioni e nell’effettiva accessibilità di spazi e servizi.

E proprio sui parchi gioco accessibili, sono poco diffusi, soprattutto al sud, e sono prevalentemente centrati sulla accessibilità per la disabilità motoria o sensoriale, poco sulle disabilità intellettive o sui disturbi dello spettro autistico, e non esauriscono la risposta alle molteplici richieste di gioco e socializzazione dei bambini e dei ragazzi con disabilità.

E infine, come detto, mancano normative e politiche adeguate, nonché risorse dedicate che connettano il territorio su progetti inclusivi.

Vicenza, i 106 anni di Giò l’alpino: «Ma da bimbo dicevano che ero gracile»

corriere.it
di Andrea Alba

Ieri festa con i figli: «Guerra e lager, sono ancora qua e faccio tutto da solo

MALO (Vicenza) Bandierine colorate, la celebrazione della Messa e poi una festa con circa 200 invitati per un compleanno davvero speciale: Giovanni Pettinà, penna nera di Malo classe 1913, ieri ha soffiato su 106 candeline. È l’alpino più anziano del Veneto, probabilmente d’Italia.

«Porto il cappello con orgoglio, feci quasi cinque anni da militare durante la guerra, di cui 22 mesi da internato in un campo in Germania. Solo chi ha passato una simile esperienza può capire» è il ricordo di Pettinà.


Grande festa
Ieri sera, a salutarlo e a festeggiarlo nel cortile di casa sua in via Braglio, oltre al parroco e al sindaco sono venuti alpini dei gruppi Ana di Malo e del Vicentino. Con loro ad abbracciarlo anche i figli Fernanda e Piero. Pettinà è stato artigliere alpino del gruppo Conegliano nel 1940, richiamato per partecipare alla campagna di Grecia.

Occhi azzurri e risata pronta, alla sua età Giovanni «si fa ancora tutto, cucina da solo e vorrebbe pure occuparsi dell’orto» assicura il figlio, che vive al piano di sopra della casa ai bordi della campagna.

Circa un anno fa Pettinà è passato alle cronache anche per un altro motivo, sempre legato alla divisa e alla guerra: gli è stata recapitata una lettera spedita ben 74 anni prima, nel 1944.


Le lettere di guerra
Una missiva inviata dalla sorella Maria al fratello prigioniero, che non aveva superato la censura del regime di Salò. Un ricercatore locale, Stefano Tortora, l’ha trovata e l’ha portata al legittimo destinatario: Maria e Giovanni l’hanno letta insieme, commossi.

E delle altre lettere sono state consegnate in una serata che Paola Lain, sindaco del paese cantato da Luigi Meneghello in «Libera Nos a Malo», ha organizzato ad hoc. «Sono stato il primo a riceverla ma questo signore ne ha trovate altre trenta. Sono rimasto un po’ spiazzato, quella sera di una certa età c’ero solo io: tutte le altre lettere sono state consegnate a figli e nipoti» la butta in ridere Giovanni Pettinà.
I ricordi in Grecia
Nella cucina dell’alpino spiccano foto in bianco e nero. Tra queste una di un giovane militare italiano in divisa coloniale. «Lì avevo 26 anni – racconta Pettinà – dopo la partenza dalla Lombardia con carri e cannoni, attraversammo i Balcani in 12 giorni per arrivare ad Atene.

Ci saremmo rimasti otto mesi». Inizialmente destinato all’Africa, Pettinà rimase coi commilitoni a fare la campagna di Grecia fino al 1943. «Ad un certo punto – ricorda – partimmo per tornare in Italia.

Per strada perdemmo un carro armato, poi un trattore in una scarpata: ma non potevamo recuperarli, c’erano i partigiani greci che incalzavano. E una sera nel campo qualcuno iniziò a gridare: “L’armistizio, l’armistizio”.

Lo sapemmo così. Gli ufficiali ci spiegarono le conseguenze. Avevamo tradito i tedeschi: uno a uno, ci chiesero chi voleva andare in Germania a combattere con loro. Ma nessuno voleva». Dopo poco, però, la scelta divenne forzata.
Catturato dai tedeschi
«I tedeschi ci catturarono e ci costrinsero ad andare con loro». I ricordi dell’alpino, da questo punto in poi, diventano amari. Nel campo tedesco – come altre centinaia di migliaia di italiani ridotti in semi-schiavitù – patì la fame, pur lavorando prima in uno zuccherificio e poi come raccoglitore di barbabietole.

«Avevamo sempre lo stomaco vuoto. Ad un certo punto, per via di un accordo dei tedeschi col Duce, noi soldati costretti a lavorare diventammo formalmente liberi.

Eppure da allora si mangiò ancora di meno. Ricordo una volta che riuscimmo a recuperare delle patate da un orto incustodito: le mangiammo a fette nella nostra baracca, scaldate crude sulla stufa, di nascosto dalle pattuglie all’esterno».

Sul finire, i nazisti abbandonarono gli ex soldati italiani al loro destino. «Ci portarono di là del Reno e ci abbandonarono senza nulla.

Ad un certo punto arrivarono gli americani. Ci offrirono le sigarette, ma noi non le volevamo: quello che ci serviva era del cibo». E poi, in qualche modo, Giovanni Pettinà riuscì a far la strada fino a casa, a Malo. «Pensare che inizialmente non dovevo fare il militare, alla visita avevano detto che ero gracile di costituzione.

Eppure – la penna nera vicentina lo dice con un brillio divertito negli occhi chiari - sono ancora qua».

Un 97enne e la sua piastrina militare riuniti a 75 anni dalla seconda guerra

corriere.it
di Ferruccio Pinotti

Un veterano americano si è visto spedire la medaglietta identificativa che aveva quando combatteva contro i giapponesi nel Pacifico, in Papua Nuova Guinea

Ed Boger, 97 anni, con in mano la foto del papuano Kenneth Muo che ha ritrovato la sua piastrina ed il figlio Charles che gliel’ha fatta incorniciare
Ed Boger, 97 anni, con in mano la foto del papuano Kenneth Muo che ha ritrovato la sua piastrina ed il figlio Charles che gliel’ha fatta incorniciare

Un 97enne veterano dell’esercito americano, che ha combattuto nel Pacifico, si è ricongiunto con la sua amata «dog tag», la piastrina militare di identificazione che aveva al collo quando combatteva contro i giapponesi.

Ed Boger, un anziano signore del North Dakota, ha vissuto la sua esperienza di guerra in Papua Nova Guinea, dove gli Stati Uniti avevano una base sull’isola di Bismarck.

Un residente dell’isola, il papuano Kenneth Muo, ha trovato la piastrina sporca e arrugginita di Ed Boger circa cinque anni ,fa mentre scavava un buco per infilarci un pennone della bandiera di una scuola a Lemieng (Papua Nuova Guinea), secondo quanto riferisce The Bismarck Tribune.

Kenneth Muo sapeva che solo i soldati americani indossavano medagliette identificative di quel tipo.Muo iniziò una ricerca con le poche informazioni presenti sulla targhetta - tra cui la città natale di Boger e il nome della madre - per restituirla al legittimo proprietario.

Muo ha pubblicato la sua scoperta all’interno dei gruppi di Facebook dedicati alla Seconda Guerra Mondiale. Sono passati alcuni anni prima che un membro della Guardia Nazionale del Wisconsin abbia visto il post di Muo: ha trovato il necrologio del fratello di Ed Boger e grazie a quello ha contattato il figlio di Ed, Charles Boger, prendendo accordi per spedirgli la piastrina militare del padre.
Tre anni nel Pacifico
Ed Boger fu schierato nel Pacifico il giorno del suo 21 ° compleanno, nell’ottobre del 1942. Combatté con il 112 ° reggimento della Guardia Nazionale dell’esercito del Texas e trascorse più di tre anni in Papua Nuova Guinea. Fu dimesso dall’esercito alla fine della guerra, nel 1945. Grande la sorpresa nel vedersi consegnare dal figlio Charles la sua targhetta.

Commosso e grato per la restituzione della sua «dog tag», ha raccontato: «Avevamo programmato l’azione militare in Nuova Guinea per contrastare i giapponesi che avevano iniziato a prendere possesso del territorio. Facevo parte di una squadra di combattimento del reggimento cui era stato assegnato il compito di fermarli».
L’emozione del ritrovamento
Il veterano Ed Boger è rimasto profondamente colpito quando, tramite il figlio, la sua vecchia «dog tag» è arrivata in America, nello scorso giugno. «Mio padre era molto commosso ed emozionato», ha raccontato Charles Boger.

Ed Boger ha commentato: «Sono contento che abbiano ritrovato la mia piastrina. Sono rimasto sorpreso perché non l’avevo mai più rivista, da quando l’aveva persa».

Soddisfatto della sua buona azione il papuano Kenneth Muo : «Mi ha davvero sorpreso scoprire che Boger fosse ancora vivo. Sono orgoglioso di essere riuscito a restituirgli la sua medaglietta».

Nella lettera di accompagnamento all’oggetto, Muo ha raccontato di aver trovato la piastrina in un’area non distante dalla vecchia base dell’esercito americano, in una zona invasa dalla giungla ma ancora ricca di armi arrugginite, proiettili e persino di carcasse di aerei da combattimento.

Antimafia, Palermo ricorda Costa, Cassarà e Antiochia. Il figlio del procuratore: «Mio padre fu tradito»

corrieredelmezzogiorno.it

Gli anniversari degli omicidi dei poliziotti e del procuratore di Palermo



«La solitudine è la condizione normale di un magistrato. Ma mio padre fu tradito». Davanti alla lapide che ricorda del procuratore Gaetano Costa, il figlio Michele richiama il clima in cui maturò l'agguato al magistrato il 6 agosto 1980.

Costa venne ucciso poco dopo avere firmato personalmente gli ordini di cattura contro la cosca Spatola-Inzerillo coinvolta in una retata della Squadra Mobile. I suoi sostituti, tranne uno, non avevano ritenuto di avallare l'operazione per un approfondimento investigativo.

Dopo 39 anni non c'è sul delitto una verità giudiziaria.
Secondo il figlio, l'inchiesta della Procura di Caltanissetta sarebbe stata a suo tempo condotta in modo «tiepido». Le indagini non avrebbero ricostruito compiutamente scenari e responsabilità di un grande delitto di mafia.

E in questo modo, aggiunge Michele Costa, avrebbe trovato conferma «quello che mio padre aveva scritto nel giorno in cui venne ucciso, e cioè che nei delitti di mafia la causale non deve mai essere chiara».

«Per questo - conclude - per gli omicidi compiuti negli anni Ottanta sono in galera alcuni tagliagole, tanti esecutori, ma poco o nulla si sa dei mandanti».

Alla cerimonia in via Cavour c'erano, oltre ai familiari del magistrato, anche il sindaco Leoluca Orlando, l'assessore Toto Cordaro in rappresentanza della Regione, il prefetto Antonella De Miro, il questore Renato Cortese e diversi magistrati. «Costa e gli altri servitori uccisi - dice il prefetto De Miro - rappresentavano un grande presidio per la democrazia».

Le cerimonie di oggi ricordano anche il XXXIV anniversario della uccisione del vice questore Ninni Cassarà e dell'agente di Polizia Roberto Antiochia, trucidati dalla mafia il 6 agosto del 1985 in via Croce Rossa. Le iniziative sono state organizzate in collaborazione con la Questura.

Nel corso della commemorazione, che si è tenuta in piazza Giovanni Paolo II, è stata scoperta una stele in memoria dei due e deposta una corona di alloro alla presenza delle massime autorità civili e militari della città e successivamente è stata celebrata una messa presso la cappella di Maria Santissima della Soledad.

«Oggi - ha detto Orlando - ricordiamo il sacrificio di due servitori dello Stato che con coraggio hanno combattuto la mafia e che in anni difficilissimi dedicarono il proprio impegno alla caccia ai latitanti. Anche grazie all'esempio di questi uomini, oggi le istituzioni a Palermo sono unite e impegnate senza equivoci nella lotta alla mafia».

«Oggi vogliamo rivolgere un pensiero commosso alla memoria di Gaetano Costa, Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, fedeli e valorosi servitori dello Stato, uccisi solo perché facevano, bene, il proprio lavoro.

È doveroso, infatti, onorare la memoria di uomini che con coraggio, anche a costo della vita, hanno saputo tracciare un percorso di legalità e di impegno quotidiano contro ogni forma di criminalità» dice invece in una nota il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, in occasione del

39mo anniversario dell'uccisione del procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa e della 34ma ricorrenza degli omicidi del commissario di polizia Ninni Cassarà e dell'agente Roberto Antiochia.

«Il nostro pensiero va al procuratore di Palermo Gaetano Costa, al vicequestore della Polizia Ninni Cassarà, all'agente Roberto Antiochia, uccisi da una mafia che sembrava invincibile.

Uomini dello Stato che scelsero da che parte stare quando fare il proprio dovere era un atto eroico. Quando si era soli, quando si lavorava in un contesto ostile, senza mezzi, `armati´ solo del proprio coraggio.

Li ricordiamo, oggi, con commozione e gratitudine» è invece la dichiarazione di Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone, ucciso a Capaci il 23 maggio del 1992.

Terni, stupro al Chico Mendes: l'egiziano ottiene i domiciliari

ilgiornale.it
Federico Garau

Arriva la scarcerazione per il richiedente asilo egiziano di 18 anni accusato di avere stuprato una giovane del posto in una notte di fine giugno. Ramy Misail Nagdyun Hakim ottiene i domiciliari e lascia il carcere di Terni



Si torna a parlare del caso di stupro avvenuto a fine giugno al Chico Mendes di Terni, dove una ragazza di 19 anni fu violentata – secondo la sua versione – da un giovane egiziano con il quale era uscita per fare una semplice passeggiata.

Dopo aver subìto la violenza all'interno del parcheggio del parco, la vittima riuscì successivamente a raggiungere le sue amiche, che la convinsero a recarsi in ospedale ed a chiedere aiuto.

Presentatasi in lacrime intorno alle 4 del mattino al pronto soccorso del Santa Maria di Terni,la 19enne spiegò di essere stata stuprata da un ragazzo conosciuto quella sera. Il giovane, inizialmente gentile, l'aveva invitata a fare una passeggiata ma, una volta soli, si era completamente trasformato.

Dopo aver tentato un approccio, non si era fermato dinanzi al rifiuto della ragazza e l'aveva presa con la forza, gettandola sul cofano di un'automobile posteggiata. Questa la versione della vittima, corroborata dal personale medico dell'ospedale. La visita specialistica effettuata sulla 19enne ha infatti confermato il rapporto sessuale.

Le indagini dei caraninieri hanno successivamente portato all'identificazione e all'arresto di un 18enne egiziano, tale Ramy Misail Nagdyun Hakim, ospite di un centro d'accoglienza per minori. Incastrato dalla maglietta che indossava la notte dello stupro, lo straniero è stato arrestato a dieci giorni dalla violenza grazie al lavoro delle forze dell'ordine.

Secondo le ultime notizie, tuttavia, in queste ore il nordafricano è stato rilasciato.

La richiesta di Andrea Solini, l'avvocato che difende l'egiziano, è stata infatti parzialmente accolta dal tribunale del riesame, che ha concesso al 18enne gli arresti domiciliari dopo 27 giorni di reclusione nella casa circondariale di Vocabolo Sabbione.

In realtà il legale aveva chiesto la revoca di qualunque misura cautelare per "insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza", come riporta il quotidiano "TerniToday".

Hakim, che fin da subito si è difeso parlando di un rapporto consenziente, è dunque tornato libero. Ora si attendono le motivazioni dei giudici, che saranno depositate nei prossimi giorni.

Il Papa sulla Chiesa: "Ponti di solidarietà al posto di barriere"

ilgiornale.it
Giuseppe Aloisi

Papa Francesco, durante l'udienza generale di oggi, ha rimarcato le sue priorità pastorali: "no" alle barriere; Chiesa povera; lotta contro "l'intolleranza ideologica"



Papa Francesco, in occasione dell'udienza generale di oggi, è tornato ad indicare la strada dell'accoglienza.

Il pontefice argentino si è rivolto soprattutto alla Chiesa cattolica, quella che vorrebbe "periferica" e "in uscita", dunque povera, ma ha ripetuto dettami che possono valere per ogni fedele.

Sullo sfondo, poi, la festività di Edit Sthein, patrona d'Europa: la celebrazione vera e propria, stando al calendario, avrà luogo domani, ma Jorge Mario Bergoglio ha citato oggi la vicenda esistenziale della Santa quale esempio di "vita contro ogni forma di intolleranza e di perversione ideologica".

Le "vacanze" di papa Francesco sono già terminate. A settembre saranno adottati dei cambiamenti in Vaticano. Ci sono delle riforme in programma. La prima, per importanza, è quella che riguarda la Curia di Roma.

Poi ci sono gli appuntamenti: il viaggio in Africa di settembre e il Sinodo sull'Amazzonia di ottobre. Non sono in pochi, negli ambienti ecclesiastici, ad attendere un'accelerata sulla "rivoluzione" di Bergoglio.

Alcune priorità pastorali, invece, rimarranno le stesse: "La Chiesa - ha scandito il Santo Padre qualche minuto fa, come riportato dall'Adnkronos - vede chi è in difficoltà, non chiude gli occhi, sa guardare l'umanità in faccia per creare relazioni significative, ponti di amicizia e di solidarietà, al posto di barriere".

Ecco quella Chiesa "ospedale da campo" cui il vescovo di Roma si è sempre riferito in questi sei anni e mezzo di pontificato. C'è stato anche spazio per lanciare un monito nei confronti di quelle realtà ecclesiastiche per cui"i soldi sono più importanti dei sacramenti". 

L'ex arcivescovo di Buenos Aires, chiudendo questo passaggio, ha ribadito la necessità di una Chiesa centrata sulla povertà.