Evoluzione a Sinistra

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domenica 4 agosto 2019

Il ritorno di Gad Lerner

ilgiornale.it



Cristiano Soro
Dom, 04/08/2019 - 07:56 Fonte:Cristiano Soro

Adesso è il momento migliore per NON comprare un nuovo smartphone. Resistete un paio di mesi

repubblica.it
Dave Smith

  • Non comprare un nuovo smartphone ora.
  • Tra appena un paio di mesi, le maggiori società informatiche del mondo, Apple, Google e Samsungincluse, annunceranno i loro fiori all’occhiello in fatto di telefoni per il 2019.
  • Questi nuovi telefoni provocheranno un calo dei prezzi di quelli vecchi.
  • Vale la pena aspettare ancora un pochino— e ci sono modi semplici per ottenere di più dal tuo attuale smartphone se sei preoccupato di aspettare.
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Siamo in piena estate — e forse stai pensando di cambiare il tuo smartphone.

Aspetta ancora un poco, ne vale la pena.
A partire all’incirca da settembre, ogni anno le maggiori società informatiche del mondo, come Apple, Google e Samsung, presentano i loro nuovissimi telefoni di punta. Quest’anno si parla dell’iPhone 11 di Apple, del Pixel 4 di Google e del Galaxy Note 10 di Samsung. Saranno questi i tre grandi smartphone.

Ma forse, non vuoi questi (probabilmente) costosi telefoni nuovi. Non fa niente! Quando un nuovo smartphone come l’iPhone 11 esce, provoca il calo dei prezzi dei modelli più vecchi — e questo è importante quando si parla di smartphone come l’iPhone XR o l’iPhone XS, con prezzi che partono da 699 euro e 969 euro .

Se stai pensando di passare a un nuovo smartphone, ecco perché dovresti aspettare. E se sei preoccupato che il tuo telefono non duri un altro paio di mesi, abbiamo anche qualche consiglio per allungargli la vita.
Samsung Galaxy Note 10

YouTube/Pricebaba.com/OnLeaks

Il nuovo Galaxy Note 10 di Samsung, verrà presentato molto probabilmente il 7 agosto.

Ci aspettiamo che il Galaxy Note 10 abbia un design pulito e bellissimo, pare con un sensore di impronte digitali integrato nel display, un sistema fotografico con tripla fotocamera e lo stesso schermo “Infinity O” OLED del Galaxy S10 con lo stesso foro per la selfie camera e tutto il resto.

Aspettati un grande schermo da 6,3 pollici, una grande batteria e un nuovo sistema di fotocamere che comprende un sensore ultragrandangolare per inquadrature più ampie.

Secondo alcuni articoli, Samsung rilascerà una versione “Pro” o “Plus” del Note 10 con uno schermo OLED più gande, 6,8 pollici, un quarto obbiettivo e una batteria addirittura più grande. Dovremo aspettare fino al 7 agosto per vedere se le voci sono vere.

Il nuovo iPhone (11?)

YouTube/Unbox Therapy

Non sono previsti altri annunci di smartphone per agosto, ma il divertimento inizia a settembre con il prossimo iPhone di Apple, presumibilmente chiamato iPhone 11 (dato che abbiamo avuto due anni di iPhone X, pronunciato “dieci”).

Si attendono tre nuove versioni di iPhone 11, tra cui un iPhone 11, un iPhone 11 Max e un iPhone 11R — l’erede dell’iPhone XR dell’anno scorso.Secondo molti resoconti, il design dell’iPhone sarà simile a quello del telefono dell’anno scorso, che sembrava il telefono dell’anno prima.

Ma l’iPhone 11 ha una differenza fondamentale: il sistema fotografico posteriore. Tutti gli articoli sottolineano come Apple abbia incorporato un sistema a tre obbiettivi che comprenderà per la prima volta una lente grandangolare super per ritrarre ancora più dettagli nelle tue foto.

Se per te l’iPhone 11 è troppo noioso, o se sei deluso perché non supporta lo standard superveloce 5G che arriverà probabilmente l’anno prossimo, risparmierai per lo meno dei soldi se aspetti per acquistare i modelli di iPhone più vecchi, come l’iPhone 8 o l’Phone XR, il cui prezzo dovrebbe calare dopo l’annuncio di Apple di settembre.
Pixel 4

Google/edits by Business Insider to reveal detail

Ma l’autunno non è solo per gli appassionati di iPhone. Se ti piace la linea Android di Google, il prossimo Pixel 4 potrebbe essere perfetto per te.All’inizio dell’anno, Google ha davvero fatto qualcosa che nessuno si aspettava: ha pubblicato una foto del vero Pixel 4, atteso più avanti quest’anno. Ecco come dovrebbe essere.

Aspettati un nuovo sistema fotografico con due obbiettivi sul retro — di cui una lente ultragrandangolare, come quella dell’iPhone 11 — e una facciata leggermente ridisegnata che nasconde meglio le fotocamere per i selfie e sposta gli altoparlanti in basso.

Mentre gli annunci degli iPhone da parte di Apple avvengono sempre a settembre, se vuoi il Pixel 4 devi resistere un altro mese: l’annuncio del nuovo Pixel di Google è atteso per ottobre.
Altri modelli

YouTube/PhoneDog

Per quest’autunno sono previsti ancora più smartphone, tra cui due design pieghevoli presentati all’inizio dell’anno, Galaxy Fold di Samsung e Mate X di Huawei.

E magari vedremo anche il nuovo modello di Motorola Razr, che secondo il Wall Street Journal dovrebbe costare circa 1.500 dollari e dovrebbe essere proposto in tiratura limitata, forse quest’anno.

Ma anche se non vuoi questo nuovi, e probabilmente costosi, telefoni futuristici, è saggio aspettare questi annunci perché sicuramente i modelli più vecchi scenderanno di prezzo — cosa ottima se vuoi un Pixel 3, un iPhone XR o qualsiasi altro telefono.
Ma forse sei preoccupato che il tuo smartphone non duri fino all’arrivo dei nuovi telefoni. Vediamo cosa si può fare.

Hollis Johnson/Business Insider; Samantha Lee/Business Insider

Un sacco di persone passano a un nuovo modello perché le batterie del loro attuale telefono sono esauste e si scaricano velocemente. Niente è fastidioso come sapere che il proprio telefono non dura neanche tutto il giorno quando viene usato normalmente. Se la batteria del tuo smartphone sembra insufficiente, prendi in considerazione l’acquisto di un power bank.


Amazon/Anker

Puoi anche provare a sostituire la batteria del tuo smartphone, cosa che dovrebbe farlo vivere molto più a lungo.


Ng Han Guan/AP

Sostituire la batteria di un iPhone costa tra i 49 e i 69 euro se il tuo telefono è fuori garanzia. Google può sostituire la tua batteria tramite il proprio centro di riparazione, ma sembra sia meno costoso rivolgersi a una terza parte come uBreakiFix.

Lo stesso vale per i telefoni Android come la serie Galaxy Note di Samsung, dato che dovresti rispedire il telefono al produttore per la riparazione.

Ci sono altri modi per prolungare la vita del tuo attuale telefono: puoi provare a cancellare le app che non usi o comprare più spazio di archiviazione sul cloud. Fa’ anche attenzione alle temperature: quando fuori fa molto caldo, o molto freddo, il tuo telefono può funzionare male.


Business Insider

In ogni caso, è meglio resistere il più possibile con il tuo telefono attuale — soprattutto con il prossimo arrivo di questi nuovi telefoni. Se resisti un po’ più a lungo, verrai premiato con nuovi modelli da prendere in seria considerazione e con il calo dei prezzi per quelli vecchi.

Vogliamo aiutare l’Africa? Compriamo rose. Ma attenzione al marchio

corriere.it
di Milena Gabanelli e Simona Ravizza

Succede che un Paese africano superi un Paese europeo nella sua produzione tipica: i fiori. Nei Paesi Bassi, dal 2000 ad oggi, l’estensione delle piantagioni di rose passa da 1.000 ettari coltivati, a 300, con una stima di 1,5 miliardi di rose messe sul mercato.

Il numero lo abbiamo ricostruito con i dati della Norvegia, che ha un sistema di coltivazione simile, poiché al contrario di altri produttori, i Paesi Bassi non comunicano la quantità di pezzi prodotti nei report ufficiali come l’International Statistics flowers and plant 2018.

Nello stesso periodo intorno al lago Naivasha, a meno di un’ora in auto da Nairobi (Kenya), le coltivazioni di fiori – quasi esclusivamente di rose – si estendono su 2.100 ettari, arrivando a 160 mila tonnellate (più 16,5% solo nell’ultimo anno), con 6,4 miliardi di pezzi.

Per il Kenya Flower Council oggi l’industria vale 823 milioni di dollari, ossia l’1% del Pil del Kenya, che indica nei fiori il secondo prodotto di esportazione dopo il tè. Le piantagioni di rose danno lavoro a 100 mila africani e ne fanno vivere due milioni.


Il centro di smistamento d’Europa
L’Olanda non è più quindi il principale produttore mondiale, ma è comunque il più grande centro commerciale di smistamento di fiori recisi d’Europa.



Il 30% finisce in Germania, il 21% in Gran Bretagna, il 9,6% in Francia, il 4,3% in Italia. Il fornitore di rose numero uno per il mercato europeo è proprio il Kenya, che esporta l’87% della sua produzione in Europa, di cui la metà in Olanda dove arrivano per via aerea.

Uno studio del 2007 della Cranfield University dimostra che l’uso del riscaldamento nelle serre per la produzione di fiori in Olanda consuma più energia e emissioni di anidride carbonica rispetto al trasporto dal Kenya.


Dove vengono prodotteIl 95% delle coltivazioni è concentrato intorno al lago Naivasha. Uno dei primi a capire le potenzialità del luogo è il marine olandese della Seconda Guerra Mondiale Hans Zwager che nel 1969, proprio sulle rive del lago, acquista un allevamento di bestiame trasformato dopo qualche tempo nella fattoria di fiori Oserian. 
A partire dal 1982 l’azienda è diventata una delle più grandi della zona, con quasi un milione di pezzi al giorno su cinquemila ettari coltivati.
A pochi chilometri di distanza, a Nairobi, l’olandese Dutch Flower Group ha il centro logistico leader del mercato mondiale dell’orticoltura. Il gruppo, fondato nel 1999 oggi ha un fatturato che supera il miliardo di euro, mentre intorno al lago Naivasha sono «fiorite» 150 aziende, in parte proprio di proprietà olandese.


Il mercato del lavoro
Una serra in fila all’altra ricoperta di polietilene, una delle plastiche più economiche ma con ottime proprietà isolanti in grado di proteggere le piantagioni dal sole battente, dal vento e dalla pioggia.



Così si presentano le coltivazioni intorno al lago Naivasha dove, secondo lo studio «Condizioni di lavoro emergenti nell’industria dei fiori recisi in Kenya» svolto dall’Università di Nairobi nel maggio 2018, la maggior parte dei lavoratori ha un’età compresa fra i 18 e i 37 anni. Il 60% sono uomini, il 40 donne, e uno su dieci non ha titoli di studio. La paga media dichiarata risulta di 89 dollari al mese, inferiore del 35% rispetto al reddito medio (sui 1.700 dollari l’anno).

Lo scorso 14 febbraio – in occasione di San Valentino, il giorno in cui più d’ogni altro vengono vendute rose – Mary Kambo, consulente del programma Diritti del lavoro della Commissione per i diritti umani del Kenya legata all’Onu, rilancia il tweet della campagna di sensibilizzazione #WomenatWorkCampaign:

«Faticare da anni raccogliendo rose per i mercati esteri dell’esportazione continuando a vivere in condizioni di estrema povertà: una condanna a morte che deve essere annullata da tutti gli attori della catena dell’orticoltura».

L’argomento è stato al centro di una sessione della Commissione delle Nazioni Unite dello scorso marzo a New York: lo sfruttamento delle donne tocca la punta più alta proprio nelle piantagioni di rose.


L’impatto ambientale
Il mercato dei fiori è una fonte di sviluppo importante per il Kenya, e dimostra le potenzialità del continente africano. Affinché questa tendenza continui nel lungo periodo occorrerà migliorare le condizioni di lavoro e soprattutto quelle ambientali.

Per ogni stelo servono in media 9 litri d’acqua, che vuol dire utilizzare fino a 47 miliardi di litri d’acqua in un anno. Un terzo viene riassorbito dal suolo insieme a grandi quantità di pesticidi e fertilizzanti. Quell’unico lago, che serve acqua ai 650 mila kenioti che vivono nelle zone limitrofe e consente le produzioni agricole di una vastissima area, si è già abbassato di 3,5 metri.

Emerge da uno studio dal titolo «Mitigare l’impronta idrica dell’esportazione di fiori recisi dal lago Naivasha» condotto dal Twente Water Centre dell’University of Twente della città olandese Endeche. Ma risale al 2012.

Ricerche più aggiornate sulla qualità e quantità di acqua disponibile non esistono, e senza la consapevolezza dei danni ambientali, sostenuta da un monitoraggio continuo, lo sviluppo di questo settore rischia il crollo.


La produzione ecosostenibile
I consumatori europei in realtà possono aiutare l’economia africana e la sua sostenibilità. Basta una piccola attenzione: quando si comprano rose, scegliere quelle con il certificato di commercio equo e solidale. Oggi in Kenya aderiscono la metà dei produttori.

Il marchio garantisce che le coltivazioni non utilizzano sostanze nocive, che adottano il risparmio idrico ed energetico attraverso il riciclo delle acque e l’irrigazione avviene con sistema idroponico per l’uso controllato dell’acqua. Aiutando l’Africa, ricordiamolo, aiutiamo anche noi.

Jeans, un’icona che costa cara all’ambiente

lastampa.it

Una ricerca realizzata da Visual Meta evidenzia che per produrre 1kg di fibre di cotone, il componente principale del denim, sono necessari 10.000 litri di acqua. Ma ora sono numerose le app e i siti che ci permettono di acquistare in modo più consapevole



Comodi, casual e simbolo di intere generazioni, i jeans sono uno dei capi più utilizzati al mondo. Ma qual è il loro impatto sull’ambiente? Cosa possiamo fare noi consumatori per rendere il nostro essere alla moda più sostenibile?

Una ricerca realizzata recentemente da Visual Meta, azienda figlia di Axel Springer, ha analizzato le abitudini di acquisto e di uso dei jeans e creato un’infografica per presentare i suoi risultati (https://www.shopalike.it/i-nostri-jeans-danneggiano-il-nostro-pianeta/#no).

Quello che è emerso è interessante per capire di più su come questo capo di abbigliamento, presente nel guardaroba della maggior parte delle persone del mondo, può avere delle conseguenze per l’ambiente, la nostra salute e quella di chi lavora alla sua realizzazione.

JEANS, DA SIMBOLO DI LIBERTÀ A EMBLEMA DEL CONSUMISMO
Segno distintivo della liberazione sessuale degli anni ’70, amato negli anni ’80 e ’90, e quotidianamente utilizzato ai giorni nostri, il jeans è un capo comodo, casual ma allo stesso tempo elegante per questo motivo indossato da persone di ogni età e professione. Ma quali sono le abitudini dei consumatori?

La ricerca di Visual Meta è stata realizzata grazie all’aiuto di 125 partecipanti di età compresa tra i 25 e 35 anni di età, provenienti da vari Paesi del mondo. Dall’analisi è emerso che: il 95% di loro usa i jeans almeno una volta alla settimana e che predilige acquistarli nuovi. Infatti, il 79% degli intervistati non compra o usa jeans di seconda mano.

La scelta di acquisto dipende in buona parte dallo stile e solo secondariamente dal prezzo e dalla qualità. Per quanto riguarda il fattore economico solo il 19,4 per cento spende tra i 70 euro e i 150 per un paio di jeans e solamente il 7,3 per cento dei partecipanti conserva lo stesso paio di jeans per più di 8 – 12 anni.

Dalla ricerca emerge, inoltre, che i jeans vengono lavati una volta alla settimana, più del necessario se utilizzati saltuariamente.

I JEANS INQUINANO?
Questo capo alla moda e intramontabile ha un considerevole impatto sul pianeta. Innanzitutto è utile sottolineare che il componente principale del denim è il cotone. Per produrre 1kg di fibre di cotone sono necessari 10.000 litri di acqua.

Per trasformare il cotone in denim bisogna effettuare 4 passaggi: colorazione, tessitura, taglio e cucitura. La tintura è la parte più inquinante in quanto i filati vengono immersi in una miscela chimica da 3 a 9 volte per raggiungere quel color indaco caratteristico del jeans.

Nella trasformazione del denim in jeans vero e proprio ci sono dei passaggi che possono essere pericolosi per la salute dei lavoratori. Per esempio, il PP (permanganato di potassio) utilizzato per lo sbiancamento può nel lungo periodo causare problemi di salute a coloro che ne entrano in contatto. Lo stesso discorso vale per la sabbiatura, che proprio per la sua tossicità è stata vietata da molte organizzazioni.

Cosa stanno facendo le aziende per limitare lo spreco idrico e salvaguardare la salute di chi lavora per loro?

Una riduzione dell’uso dei pesticidi del 60-80 per cento e delle azioni volte a diminuire lo spreco idrico del 70 per cento. Per quanto riguarda le tinture si utilizzano anche coloranti senz’acqua ed eco-frendly riducendo l’uso di sostanze chimiche che possono creare problemi di salute anche a coloro che indossano il capo finito. Per perfezionare i jeans le aziende più attente utilizzano tecnologie all’ozono e laser.

CONSIGLI PRATICI SU COSA FARE CON I PROPRI JEANS
Non tutti i brand attuano delle politiche aziendali volte a migliorare la situazione esistente, ma il ruolo del consumatore può, in alcuni casi, fare la differenza. Scegliere di acquistare da aziende sostenibili può essere un primo passo. Sono numerose le app e i siti che ci permettono di informarci su questi temi e di fare un tipo di acquisto più consapevole.

Ma le azioni green le possiamo fare anche con i capi che abbiamo a casa, per esempio, prendendoci cura dei nostri jeans. Non lavarli in modo eccessivo e preferibilmente a mano e con acqua fredda può essere una buona pratica sostenibile. Un modo per donarli una vita maggiore e mantenere integro il denim.

Se abbiamo dei jeans nell’armadio che non utilizziamo più da anni e siamo certi di non voler dare loro un’altra possibilità nel futuro è utile donarli. Ci sarà qualcuno che saprà trovare il modo giusto di riusarli o riciclarli dando loro un tocco personalizzato. Alla fine dei conti se noi abbiamo deciso di non indossarli più non devono necessariamente finire in discarica.

Carri armati, elicotteri e mezzi blindati: ad Aqaba il diving è su un museo sommerso militare

repubblica.it
SIMONE COSIMI

Collocati sul fondale del mar Rosso, nel golfo di fronte alla cittadina giordana, 19 mezzi da guerra. Ma dall’autorità assicurano: “Massimo rispetto dell’ambiente, offrirà un’alternativa alla barriera corallina”

Carri armati, elicotteri e mezzi blindati: ad Aqaba il diving è su un museo sommerso militare
(afp)

Carrarmati, elicotteri, mezzi anfibi. Schierati in formazione militare. Ma non per un’operazione di guerra o un’esercitazione, per giunta in una parte di mondo sempre agitata.

Al contrario, piazzati sui fondali di fronte ad Aqaba, la trafficatissima finestra della Giordania sul mar Rosso, località di mare molto nota proprio per gli sport acquatici e per la poco profonda barriera corallina di Yamanieh Reef nonché per il Parco marino, dieci chilometri a Sud della città. Ma anche, appunto, per il traffico di imbarcazioni, petroliere e porta-container.

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Ora l’autorità che amministra la zona, la Aqaba Special Economic Zone Authority, ha lanciato un museo sottomarino battezzato Underwater Military Museum Dive Site, sperando che col tempo i coralli facciano il loro lavoro colonizzando i veicoli militari, che diventeranno così – più di quanto già non siano al momento – una nuova attrazione per gli appassionati di nuotate e soprattutto di immersioni.

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Dopo un mese di analisi, fotografie e pianificazioni l’autorità ha dato il via libera alla collocazione delle macchine, prestando ovviamente la massima attenzione a non compromettere l’ecosistema marino circostante. Così, almeno, assicura una nota. Anche se è piuttosto complesso credere che non ci sia stato alcun danno ai fondali.

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Fra i 19 pezzi immersi ci sono anche esemplari piuttosto curiosi come un’ambulanza, una gru militare, un mezzo per il trasporto delle truppe e una batteria di missili anti-aerei. Otto macchine sono state collocate a 15-20 metri di profondità e altre 11 più giù, a 20-28 metri. Immersioni e snorkeling sono dunque garantiti così come le gite con le imbarcazioni con fondo trasparentes.

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Altri pezzi saranno disposti sui fondali del mar Rosso nel corso degli  anni, spiega ancora la nota dell’autorità locale che insiste sulla stretta collaborazione con le organizzazioni locali, come l’autorità portuale di Aqaba che ha fornito le piattaforme e le risorse concretamente utilizzate per l’operazione, e le associazioni ambientaliste locali.

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Certa, insomma, che il museo sottomarino “regalerà ai visitatori un’esperienza del tutto originale”. E soprattutto alleggerirà la pressione dei visitatori delle barriere coralline naturali dei pressi, portandoli verso un sito alternativo.
 
Carri armati, elicotteri e mezzi blindati: ad Aqaba il diving è su un museo sommerso militare

Ovviamente tutti i materiali pericolosi e potenzialmente inquinanti dei mezzi sono stati rimossi prima dell’immersione. Alla realizzazione del parco sottomarino hanno contribuito anche la Marina reale giordana e il Red Sea Diving Center, che ha documentato l’intera operazione.

E se aprissimo una Guantanamo europea?

ilgiornale.it



Una delle cose che fu più spesso rinfacciata a George Bush dopo la reazione contro gli attentati dell’11 settembre fu l’apertura del carcere di Guantanamo, nella base americana a Cuba, dove vennero rinchiusi senza processo, e talvolta in condizioni difficilmente accettabili in un Paese civile, centinaia di individui di varie nazionalità fortemente sospettati di fare parte di Al Qaeda ma contro cui era difficile istruire un regolare processo.

Uno dei cardini del programma di Obama, quando diede per la prima volta la scalata alla Casa Bianca nel 2008, era la chiusura di quella prigione, ma in otto anni di presidenza non è riuscito nell’intento. Guantanamo esiste e funziona ancora, sia pure con un numero di detenuti molto ridotto perché gli americani sono riusciti a “scaricarne” un buon numero sui Paesi di origine, dove molti avranno probabilmente ripreso la loro militanza terroristica.

Sono rimasti un po’ di individui che nessuno vuole,non sono perseguibili in giudizio, ma restano pericolosi. L’opposizione a Guantanamo in Europa è stata molto forte, anche in ambienti moderati e perfino di destra,ed è stata una delle cause della impopolarità di Bush: era considerata un’offesa allo stato di diritto, una plateale violazione dei diritti fondamentali dell’uomo.

Ma dopo quello che sta succedendo ora in Europa,c’è chi cominciato a ripensarci. Buona parte degli attentatori jihadisti, ultimi quelli della London Bridge, erano stati segnalati come estremisti, inclusi in una lista di soggetti pericolosi, ma crano sfuggiti a una condanna perché le prove

della loro appartenenza alla filiera terroristica non erano sufficienti in base al nostro (troppo generoso) diritto o avevano avuto la fortuna di imbattersi in magistrati di manica particolarmente larga.

Clamoroso è il caso di Youssef Zagba, il giovani italo marocchino risultato essere il terzo attentatore di Londra. Fermato lo scorso anno all’aeroporto di Bologna perchè partiva quasi senza bagaglio con un biglietto di sola andata, non esitò a rispondere ai poliziotti “Vado a fare il terrorista”.

A questo punto lo arrestarono, gli confiscarono computer e cellulare e gli perquisirono la casa, ma il magistrato di turno non ritenne che ci fossero prove sufficienti contro di lui e ne ordinò il rilascio SENZA NEPPURE LASCIARE AI PERITI IL TEMPO DI ESAMINARE I SUOI STRUMENTI ELETTRONICI.

A questo punto, la polizia non potè che rimetterlo in libertà, premurandosi peraltro, visti i legami con la Gran Bretagna, di segnalarlo a Scotland Yard e all’MI5 con nota dell’aprile 2016 (di cui, pare, non di trova più traccia).

Ancora più scandaloso il caso del suo “capo”, il pakistano Kuhram Butt, che era stato più volte denunciato da altri cittadini come pericoloso integralista ed aveva addirittura spiegato una bandiera nera dell’ISIS a Regent Park: era sì, stato incluso nella famosa lista delle persone
pericolose, ma, evidentemente, dopo nessuno di era più occupato di lui.
 
Il problema è che le liste di queste persone pericolose sono ormai, nei grandi Paesi europei, talmente piene di nomi da non servire praticamente a nulla. La polizia, per quanto motivata e potenziata, non ha né gli uomini né i mezzi per tenerli sotto sorveglianza e nella maggior parte dei casi proseguono le loro attività.

Molti, magari, vanno “in sonno”, ma come si vede dalla crescente frequenza degli attentati, altri si preparano a diventare “martiri”. Non so dire perché, ma pare che non si possa neppure obbligarli a portare un braccialetto elettronico, che almeno permetterebbe di seguire i loro movimenti.

Come rimediare? Diciamocela tutta, con le leggi liberali attuali, anche inasprite come è avvenuto ultimamente in Francia e in Gran Bretagna, non ci possiamo far niente.Finchè non hanno commesso l’atto di terrorismo o sono pescati in flagrante mentre lo preparano, la maggioranza non sono processabili.

Ultimamente l’Italia è ricorsa con maggior frequenza alla espulsione, peraltro non praticabile nel caso, molto frequente, in cui i sospetti siano cittadini europei, e che comunque può essere facilmente vanificato dagli interessati grazie e un barcone di profughi o con mezzi più comodi come è emerso proprio oggi da una indagine della Guardia di Finanza.

E’ a questo punto che si affaccia la domanda “PROIBITA”: non sarebbe il caso di prendere in considerazione, a livello europeo, un campo di detenzione in cui rinchiudere coloro che rappresentano al di là di ogni dubbio una minaccia, che domani potrebbero farsi saltare in uno stadio o altrove, e chefigurano da tempo sulle liste degli individui pericolosi.

La sola idea susciterà la rivolta di milioni di persone che considerano le leggi sacre anche quando giocano a favore dei nemici e anche di coloro che ritengono che un campo del genere, simile a quelli creati in USA per i nippo-americani nel 1941, diventerebbe un focolaio di radicalizzazione ( con ospiti già radicalizzati.

Hanno tutti le loo ragioni,che in parte condivido, ma io sono giunto a un grado di frustrazione tale di fronte al fallimento di molti servizi noti per la loro eccellenza che l’IDEA PROIBITA la butto là: vediamo che cosa ne pensano i nostri concittadini. P.S.POche ore dopo avere postato questi blog, ni è venuta in soccorso, per così dire, Theresa May. “

Se è necessario per sconfiggere il terrorismo, sono pronta a stracciare anche alcune leggi sui diritti umani”, cioè a detenere senza processo gli individui ritenuti veramente pericolosi e per cui non esistono prove sufficienti per una condanna giudiziaria. Detto dal PM della Gran Bretagna, considerata uno dei baluardi della democrazia, non è poco.

Se noi non vogliamo mettere a disposizione l’Asinara o Procida, diventate nel frattempo parchi nazionali, il Regno Unito ha una quantità di isole che si presterebbero benissimo allo scopo

Il dissidente cinese rifugiato in Usa ora è accusato di spionaggio

corriere.it
di Guido Santevecchi

Il miliardario si è rifugiato a New York in un attico da 67 milioni di dollari. È amico del presidente Trump e di Steve Bannon

Il dissidente cinese rifugiato in Usa ora è accusato di spionaggio

È un dissidente cinese che sogna di rovesciare il regime comunista o un doppiogiochista infiltrato che fa la spia per conto di Pechino? Si chiama Guo Wengui, un passato in Cina da miliardario dell’edilizia e un presente da rifugiato a New York.

Ma non è il caso di piangere sulla sorte di Guo, 49 anni, perché non conduce la misera esistenza dell’esiliato, rintanato in un buco: dal 2015 vive a Manhattan, in un appartamento da 67 milioni di dollari con vista su Central Park.

E da qui, su Twitter e con interviste alla stampa, ha raccontato trame oscure, storie di collusioni tra i servizi segreti del Partito-Stato e industriali corrotti. Guo parla con competenza, perché quando era a Pechino ha fatto affari grazie alle sue connessioni con i servizi comunisti, facendo favori sporchi, come quando tirò fuori un video nel quale il vicesindaco della capitale cinese se la spassava con l’amante a letto.

Poi i rapporti si sono guastati e Guo ha cambiato aria. Inseguito in Usa da un mandato di cattura cinese. Ufficialmente, secondo Pechino, è un truffatore. Lui ha chiesto asilo politico agli Stati Uniti. Ma ora la società di ricerche Strategic Vision US, che lo ha portato in tribunale per una controversia commerciale, sostiene che il sorridente ed elegante signor Guo Wengui è una spia a caccia di informazioni su autentici dissidenti cinesi.

Secondo l’accusa presentata a una corte federale di New York, nel 2018 Guo aveva ingaggiato Strategic Vision con un contratto da nove milioni di dollari per indagare su una quindicina di cittadini cinesi residenti negli Stati Uniti, sostenendo che erano collegati con il potere di Pechino.

Dopo aver ricevuto un anticipo da un milione di dollari, la società della Virginia si era messa a fare ricerche e scoprì che quei nomi erano di individui catalogati dal governo americano come «Records Protected»: vale a dire soggetti le cui vite e attività sono protette perché «assistono il governo degli Stati Uniti». Quindi, quei cinesi di cui Guo voleva sapere tutto sarebbero stati non uomini dell’apparato cinese, ma oppositori in incognito.

La vicenda è finita sul Wall Street Journal e gli avvocati di Guo hanno ribattuto al quotidiano che Strategic Vision cerca di infangare il loro cliente per avvantaggiarsi nella disputa commerciale (gli otto milioni di dollari non pagati).

Nell’atto di accusa della società americana si legge: «Guo non pensava di usare la ricerca di Strategic Vision contro il partito comunista, non è il dissidente che vuole far credere di essere. Al contrario, era ed è un cacciatore di oppositori, un agente al servizio di Pechino».

Storia strana: Guo si è ben introdotto nell’establishment trumpiano, ha ottenuto la tessera di socio del resort del presidente a Mar-a-Lago in Florida e con Steve Bannon avrebbe progettato un fondo da 100 milioni di dollari per sostenere le inchieste sulla corruzione cinese e aiutare i perseguitati.

I cinesi ufficialmente vorrebbero riaverlo, per processarlo e metterlo a tacere. Un paio di anni fa sempre il Wall Street Journal rivelò che nel suo bell’appartamento di Manhattan Guo ricevette la visita non proprio amichevole di quattro funzionari venuti da Pechino.

Secondo la registrazione diffusa dal fuggiasco, il capo del quartetto gli avrebbe detto di «essere molto preoccupato per la sua salute».