Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 21 luglio 2019

Quando il "re" di Riace diceva: "La legalità ce l'ho sulle p..."

ilgiornale.it
Michel Dessì

Soldi dei migranti per case, feste e cantanti, fatture gonfiate e pure le nozze false. Così Lucano "calpestava la legge"



Matrimoni falsi in cambio di voti. Era capace anche di questo Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace rinviato a giudizio nel processo “Xenia”.

Secondo l’accusa Lucano avrebbe organizzato finti matrimoni per permettere ad alcuni immigrati irregolari di rimanere in Italia. È per questo che deve rispondere, tra le altre accuse, di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Era stato lui stesso ad ammetterlo: “Io sono un fuorilegge... proprio per disattendere queste leggi balorde vado contro la legge... la legge sull’immigrazione è una legge che presenta tantissime lacune e tante interpretazioni...

Uno può cercare quelle più restrittive se la sua indole ... e può cercare quelle più elastiche se tu condividi, se non sei d’accordo con quella legge, c’è un livello di interpretazione”.

Un sindaco “fuorilegge” che voleva rimanere al comando. Dominare su Riace e i riacesi. Ad ogni costo. Ogni singolo voto era prezioso e, “Mimì U’Curdu”, era pronto a tutto, anche ad organizzare matrimoni fasulli come lui stesso racconta ad alcune ragazze in visita a Riace.

È il 9 settembre del 2017 quando “Mimì” confida: “Questo qua si chiama Giosi, mi ha chiamato la sorella, non è tanto ... poverino, anzi devo dire la verità ha votato per me ...mi sono barattato ... l'unica cosa ... mi ha detto così io ti voglio votareperò mi devi trovare una fidanzata ... te la trovo, mi impegno per trovartela!...”

Così Mimmo Lucano prometteva a Giosi, un uomo con un ritardo mentale, scrivono gli investigatori, di trovargli una ragazza. Trent’anni, bella presenza e di colore. La donna di origine nigeriana non aveva più diritto di stare in Italia ma, grazie a Lucano, il sindaco eroe, poteva dormire sonni tranquilli.

Nessuno l’avrebbe mai cacciata da Riace. D’altronde era lui che comandava. Lui, al disopra della legge.

Fuori legge. “…questa ragazza nigeriana è stata diniegata tre volte, per cui con il nuovo decreto “Minniti” deve andare via ... praticamente è stata diniegata, l'unica possibilità per rimanere era quella di sposarsi con un cittadino...” confessa Lucano, che aggiunge: “ora questa ragazza... siccome abbiamo fatto altre cose così a Riace per ottenere i documenti… io la carta d’identità gliela faccio subito,

si vantava Mimmo Lucano – siccome sono responsabile come sindaco di oltre tremila abitanti, anche dell’unità amministrativa, di quell’ufficio sono responsabile io, ufficio anagrafe e stato civile e quando mi dicono che devono

andare per il sopralluogo i vigili, non c’è bisogno, li conosco io, sopralluoghi non esistono a Riace, ne rispondo io, ne rispondo io direttamente, il permesso di soggiorno èprovvisorio, facciamo tutto, non c’è il problema che scade…

Io le detesto queste cose e una volta chesonoresponsabile… finché mi dura mi diverto ad aggredire queste stupidaggini, anzi vorrei andare oltre”Mimmo Lucano si “divertiva” a non rispettare la legge, a calpestarla.

Ad andare controcorrente. Ne andava fiero. Talmente fiero che non ha avuto problemi ad ammetterlo pubblicamente. Ma non era la prima volta che Lucano organizzava matrimoni.

In una intercettazione del 6 luglio del 2017, “Mimì” “propone ad una ragazza straniera di nome Joy di sposarsi con un cittadino italiano di Riace” per ottenere il permesso di soggiorno. “Tu sai cosa dovresti fare?... suggerisce Lucano.

Come ha fatto Stella, Stella si è sposata … Stella si è sposata perché è stata diniegata due volte, si è sposata con Nazareno, così, però lei adesso ha il permesso di soggiorno per cittadino italiano, per motivi di famiglia, hai capito? ...

omissis … sul municipio, l'ho sposata io, ta-ta-ta veloce … veloce … veloce, con Nazareno, non è vero che è sposata con Nazareno, capito? ... Però con i documenti risulta così, sul comune di Riace, quando lei con il certificato di matrimonio...omissis…”.

Era così che si comportava Mimmo Lucano, il sindaco eroe simbolo della sinistra. Giustificato e celebrato. Un sindaco che diceva “questa parola qua, legalità ce l’ho sulle palle”.

Il mondo diviso da 70 barriere: ma nessuna è inespugnabile

corriere.it
di Danilo Taino

La corsa a creare muri al confine tra gli Stati sembra inarrestabile. Alla caduta della Cortina di Ferro si contavano 15 muri di confine. Oggi sono 70 (più 7 in costruzione). «Una reazione alla globalizzazione»

Illustrazioni di Sonia Cucculelli
Illustrazioni di Sonia Cucculelli

A l confine con il Bangladesh, la polizia indiana ha la mano pesante. Le statistiche dicono che almeno un centinaio di persone vengono uccise ogni anno mentre cercano di passare illegalmente, o con poca attenzione, il muro di filo spinato che divide i due Paesi. Felani Khatun, una ragazza di 15 anni, bangladese, lavorava come domestica a Delhi. Il padre le aveva organizzato un matrimonio in patria ed era andato a prenderla nella capitale indiana.

Non avevano documenti regolari e, tornando, decisero di scavalcare il muro con una scala a pioli. Era il 7 gennaio 2011: il padre passò per primo; Felani, seguendolo, rimase impigliata nel filo spinato; le guardie indiane la notarono e aprirono il fuoco. La fotografia della ragazza crivellata di colpi, a cavallo della barriera, camicia rossa e pantaloni blu, fece il giro del mondo.

Era l’International Border 947, nella parte Nord del Bengala Occidentale: il corpo rimase appeso agli uncini per un giorno intero. Storie di muri, come ce ne sono tante. Qualche anno prima, sempre nel West Bengala ma più a Sud, nella zona di Basirhat, mi capitò di incontrare un contadino: indiano ma in realtà abitante di una terra di nessuno.

Il confine tra India e Bangladesh, al tempo Pakistan Orientale, fu tracciato con pressapochismo da Cyril Radcliffe, che al momento dell’indipendenza del subcontinente dall’impero britannico presiedeva il comitato che tracciò le linee di frontiera nella Partition tra India e Pakistan.

A Est, la Radcliffe Line ha diviso intere comunità, addirittura famiglie. Ma fino agli Anni Ottanta attraverso la linea di frontiera si circolava con non troppa difficoltà.

Poi, però, Delhi ha deciso di costruire il muro, la fence di filo spinato: gli accordi erano che non si poteva tirarla su se non a 150 metri dal confine, e così fecero gli ingegneri indiani. Successe però che nella striscia tra il muro di ferro

acuminato e il confine con il Bangladesh rimasero una quantità di abitazioni: ancora oggi almeno 90 mila persone vivono in questa striscia, interrotta solo quando il confine è segnato dai fiumi.

«Ogni giorno che devo andare al mercato o dal medico devo presentare i documenti alle guardie dei cancelli», raccontava il contadino. E, naturalmente, nella terra di nessuno niente servizi, niente acqua e niente elettricità.Il governo di Delhi spiega l’infinito muro — 3.287 chilometri e non è mai terminato — con la necessità di controllare l’immigrazione, di bloccare i terroristi e di impedire il contrabbando di bovini.

Quanto funzioni e quale ne sia il costo, in termini di manutenzione e di vite umane, è questione controversa. È che ogni barriera di confine non è solo un manufatto inerte: mette in moto dinamiche politiche, sociali, economiche, ambientali difficili da prevedere e controllare. Ciò nonostante, la corsa a tirare su i muri è in pieno svolgimento.

La dichiarazione d’intenti più recente e più vicina è quella del ministro Matteo Salvini che non ha escluso la necessità di alzare «barriere fisiche» sulla frontiera tra Italia e Slovenia per fermare l’immigrazione incontrollata. Il progetto più discusso è invece quello di Donald Trump al confine tra Stati Uniti e Messico.

È che viviamo tempi nuovi. Nel 1987, a Berlino Ovest, il presidente Ronald Reagan pronunciò il famoso discorso «Mister Gorbaciov, tiri giù questo muro». In effetti, due anni dopo il Berliner Mauer si sgretolò: sembrava che tutti i muri dovessero crollare, che le frontiere si annullassero, che il mondo fosse finalmente piatto, senza ostacoli da superare. Che la Storia fosse finita, come decretò Francis Fukuyama. Non è stato così.

Nel 1990, alla caduta della Cortina di Ferro (il più grande muro politico e fisico mai visto), si contavano 15 barriere di confine, una decina in più di quelle in essere alla fine della seconda guerra mondiale.

Oggi ce ne sono settanta e almeno altre sette sono in via di realizzazione o già finanziate. Non è finita la Storia e non è finita nemmeno la geografia: il mondo non è piatto, è sempre più punteggiato da frontiere dure, di cemento e filo spinato, e tecnologiche, telecamere e droni.

Elisabeth Vallet, docente di Geografia all’università del Québec a Montréal ha condotto quello che è probabilmente lo studio più approfondito sulla moltiplicazione dei muri, sulle ragioni per cui sono eretti e sulla loro efficacia. È lei che ne ha contati settanta più i sette in preparazione (sono solo le barriere non mobili, puntualizza).

Ed è il suo studio che è stato citato da Trump per dire che tutto il mondo alza muri, non si capisce perché lui non dovrebbe farlo. In realtà, chiarisce Vallet, il presidente ha omesso la seconda parte del suo studio, cioè che queste barriere non funzionano, che sono «una reazione alla globalizzazione». Fatto sta che la mappa dei tanti muri di confine è sorprendente, per dove sono e per le ragioni per le quali sono stati alzati.

Il Botswana, per dire, ha costruito uno sbarramento elettrificato lungo 500 chilometri con lo Zimbabwe dopo un’epidemia di afta epizootica che nel 2003 ha colpito centinaia di allevamenti e forse veniva dal Paese vicino. Vicino che, invece, accusa il Botswana di averlo tirato su per fermare i migranti. Come che sia, la corrente elettrica non è mai stata attivata ma la barriera rimane.

Sul filo spinato tra il Sudafrica e il Mozambico, invece, l’elettricità correva a 3.500 volt — localmente era chiamato «serpente di fuoco» — e negli Anni Novanta ha ucciso centinaia di mozambicani che fuggivano dalla guerra civile.

Più a Nord, il Sahara Occidentale è attraversato da un muro alto tre metri e lungo 2.600 chilometri formato da sabbia e attrezzato con filo spinato, radar, bunker, chilometri di campi minati e guardato da centomila soldati.

Lo ha voluto il Marocco per frenare gli attacchi del Fronte Polisario. Poco si sa anche della barriera a cinque file che l’Arabia Saudita ha eretto sul confine con l’Iraq dopo il 2014, per bloccare i terroristi dell’Isis. Un altro lo sta costruendo alla frontiera con lo Yemen.

A rovescio è invece il muro di una decina di chilometri che l’Egitto ha costruito, con l’aiuto di Washington, per isolarsi dalla striscia di Gaza: si sviluppa sotto terra, per bloccare i tunnel che Hamas ha costruito a scopo di contrabbando e per importare armi.

Qualcosa del genere sta facendo Israele sul suo di confine con la Striscia di Gaza, per impedire il rifornimento ad Hamas e per fermarne le infiltrazioni militari nel suo territorio. Molti altri sono stati costruiti negli anni: il più famoso e maggiormente militarizzato, quello che divide Nord e Sud della Corea sul 38° parallelo.

Tutto questo, per molti versi è storia. Qualche volta con risultati decenti, altre volte con fallimenti totali: la Grande Muraglia rallentò ma non fermò gli assalti mongoli alla Cina; la Linea Maginot, il complesso di difese che la Francia innalzò negli Anni Trenta come barriera difensiva contro la

Germania, fu superata a Nord dagli eserciti di Hitler. I muri più recenti sono però cronaca, attualità. E a guardare il complesso di quanto è successo e sta succedendo le sorprese sono ancora maggiori.

Dagli Anni Novanta a oggi, gli Stati membri dell’Unione europea e dell’Area Schengen hanno tirato su quasi mille chilometri di muri (senza contare le operazioni di pattugliamento e respingimento in mare), secondo uno studio dello spagnolo Centre Delas.

Nel primo decennio dopo la caduta del Muro di Berlino, le barriere alzate sono state due; nel 2015, anno della grande ondata di immigrati, il salto fu da cinque a 12; fino alle 15 del 2017.

Dei 28 membri della Ue, dieci hanno alzato muri: Ungheria, Bulgaria, Slovenia, Austria, Grecia, Spagna, Lituania, Estonia, Lettonia, Regno Unito. Se si escludono i tre Paesi Baltici, che stanno costruendo barriere di difesa ai confini con la Russia (la Lituania con l’exclave di Kaliningrad), tutte le altre costruzioni sono state giustificate dalla necessità di fermare o rallentare i flussi di migranti.

Prima quelli in arrivo dalla ex Jugoslavia, poi quelli spinti dalle guerre in Siria, Iraq, Libia, molti dei quali arrivavano dalla rotta dei Balcani. Fino agli immigrati che tentano di passare in Gran Bretagna da Calais — dove i britannici hanno alzato una barriera — attraverso il tunnel sotto la Manica. Fortezza Europa, dice lo studio del centro Delas: sigillata alle frontiere esterne.

I movimenti migratori, insomma, sono diventati la ragione principale per la quale i governi alzano muri o — come in Australia in modo inflessibile e nel Mediterraneo con meno determinazione — schierano le navi.

Gli esperti per lo più sostengono che, così come in guerra i muri sono serviti a poco e al giorno d’oggi servono a nulla, anche per fermare gli immigrati non funzionano molto. In realtà, la rotta balcanica è stata chiusa.

È però vero che chi vuole arrivare in Europa cerca altre strade. E qui c’è un punto importante: più è difficile passare un confine, più chi lo vuole superare deve prendere dei rischi. Se il motivo per il quale ha deciso di emigrare è forte — fuggire da una guerra o dalla miseria — calcolerà il pericolo che corre rispetto a quanto rischia rimanendo nel luogo di partenza.

La questione muri che si moltiplicano è dunque complicata. Non sono particolarmente efficienti. In gran parte dei casi sono un’iniziativa di propaganda dei governi per mostrare che fanno qualcosa: si tagliano nastri. Al contrario di quanto dice Trump del «beautiful wall» con il Messico, non sono una visione edificante.

Sono però un elemento ricorrente nella storia quando le popolazioni si sentono insicure: ingenuo rigettarli su basi ideologiche. Raphael Cohen, un esperto dell’americana Rand Corporation e insegnante alla Georgetown University di Washington, sostiene che in alcuni casi sono utili in quanto «ostacoli di rallentamento».

Ma «nessun muro storico si è dimostrato inespugnabile», aggiunge. Possono essere strumenti tattici: ad alto costo, come racconta la sorte della giovane Felani. La strategia, però, è un’altra cosa.

La bufala della cintura di castità: ecco come una mostra smonta il mito

lastampa.it

L’immagine del cavaliere che parte per le Crociate lasciando l’amata sotto la protezione di una cintura di castità è un falso storico. Questo è l’argomento della mostra “Storie segrete della cintura di castità. Mito e realtà” allestita a Budapest (Ungheria). Aperta ai maggiori di 16 anni, l’esposizione conta venti esemplari di cinture e altro materiale per spiegare questo mito nato durante l’Illuminismo e come si è evoluto.

Tra lucchetti e denti di metallo la domanda dei visitatori è: come si poteva sopravvivere a questi strumenti? Katalin Végh, vicedirettrice del museo, spiega che fino agli Anni 90, sia nella cultura popolare sia negli studi scientifici, si pensava ancora che venissero usate per garantire la fedeltà delle mogli durante le Crociate dei mariti.

Basta osservarle per capire come possano essere fonte di ferite e infezioni e abbiano serrature relativamente facili da aprire. Con l’arrivo del nuovo millennio gli studi si sono soffermati sui materiali scoprendo che questi oggetti erano tutti falsi del XIX secolo. Il mito della cintura di castità risale al tempo dei Romani in cui si parlava di nastri e corde ma erano intesi come simboli di castità o verginità, non oggetti reali.

Partendo da questo ragionamento alcuni studiosi sono arrivati alla conclusione che anche nel Medioevo (compresi nei testi di Boccaccio e Rabelais) le cinture di castità avevano un chiaro significato simbolico. Sul finire del XIX secolo la masturbazione era vista come un peccato ed ecco che le cinture di castità divennero realtà e un rimedio.

Ci sono brevetti di inizio ’900 che spiegano l’utilità di questi strumenti per evitare che i giovani si masturbassero. Queste cinture “moderne”, in cui il cuoio ha sostituito il metallo, vennero anche utilizzate per proteggere le donne dalle violenze sessuali in un periodo nel quale iniziavano ad affacciarsi a mondi ritenuti fino ad allora solo maschili come le fabbriche.

Terra gratis da coltivare a chi fa il terzo figlio. Ma no alle famiglie allargate

corriere.it
Lorenzo Salvia

Terra gratis da coltivare a chi fa il terzo figlio. Ma no alle famiglie allargate

Podere al popolo. Ma non alle famiglie allargate. Il governo sta definendo il decreto attuativo per una delle misure inserite nell’ultima legge di Bilancio, la concessione gratuita di un terreno demaniale agricolo alle famiglie che fanno il terzo figlio.

Un incentivo alla natalità, che negli ultimi dieci anni è calata in Italia del 21%. E che allora venne ribattezzato «Podere al popolo», parafrasando «Potere al popolo», ultimo nato, a proposito di natalità, tra i partiti politici di sinistra.

I criteri del decreto
Alcuni criteri sono ancora da definire. Ma un paletto è stato già piantato. Per avere diritto al terreno da coltivare sarà necessario che i tre figli appartengano tutti alla stessa coppia. Restano quindi fuori le famiglie allargate, in cui i tre figli non sono tutti consanguinei, in cui il terzo figlio nasce da una coppia diversa da quella originaria.
Non solo le coppie sposate
Il decreto attuativo —al quale stanno lavorando i ministeri dell’Agricoltura e quello della Famiglia, tutti e due in quota Lega — non limita però il bonus alle coppie sposate. Non potrebbe farlo: ci sarebbe il rischio concreto di incostituzionalità, anche perché la misura è stata disegnata come un incentivo alla natalità, non al matrimonio. Contano i figli, a patto che siano consanguinei, non il tipo di coppia che li mette al mondo.

Resta il fatto che con il «podere al popolo» il governo aggiorna indirettamente la sua visione della famiglia: il sacro vincolo del matrimonio non conta più. Ma non ci può nemmeno spingere fino alla famiglia allargata.

Italiani “furbetti” del tamponamento: uno su 6 scappa se non c’è il proprietario del veicolo

lastampa.it
ANDREA BARSANTI

Uno studio condotto su un campione di oltre 1200 persone ha evidenziato che il 16,5% di chi tampona un’auto tende a fuggire senza lasciare i contatti per il rimborso



Lasciare l’auto posteggiata per qualche ora, tornare e ritrovarsela graffiata o danneggiata: è un imprevisto che può capitare a chiunque, e che lascia parecchio amaro in bocca. Soprattutto se il vandalo non ha lasciato riferimenti con cui può essere rintracciato, cosa che secondo un recente studio capita in media una volta su 6.

Stando a un’indagine commissionata da Facile.it, portale che si occupa di comparare i costi delle assicurazioni auto, il 16,5% di chi tampona un’auto parcheggiata preferisce infatti scappare piuttosto che assumersi la responsabilità di quanto fatto, soprattutto se del proprietario del veicolo danneggiato (o di eventuali testimoni) non vi è traccia. Donne più oneste (e meno distratte) degli uomini, al Sud peggio che al Nord

Lo studio è stato condotto da Mup Research e Norstat su oltre 1.200 automobilisti di età compresa tra i 18 ed i 74 anni, e ha evidenziato che la maggior parte delle persone che tendono a fuggire dopo un tamponamento senza lasciare contatti sono uomini - il 21,3% del campione ha ammesso di averlo fatto - mentre le donne si sono dimostrate più oneste: solo l’8,5% di chi ha fatto un danno se ne va senza lasciare i dati per essere ricontattata.

La differenza tra uomini e donne emerge anche se si considera a livello generale il danneggiamento di un veicolo in sosta in assenza del proprietario: sui 7,7 milioni di italiani cui è capitato almeno una volta (pari al 17,7% di chi ha la patente), sono gli uomini i più distratti, con il 22,8 % contro il 12,9% del campione femminile.

Dal punto di vista geografico, invece, il Nord Ovest e il Centro sono, rispettivamente con il 19,3% ed il 19%, le aree geografiche con la maggior percentuale di conducenti che ammette di aver danneggiato veicoli in sosta.

Prendendo invece in considerazione l’età, il 31% dei “furbetti” ha tra i 25 e i 34 anni, mentre gli automobilisti più corretti sembrano rientrare nella fascia 65-74 anni: tra questi ultimi, solo l’8,8% degli intervistati ha ammesso di avere danneggiato un veicolo in assenza del proprietario e di essere poi scappato.

I più prudenti risultano di contro essere i più giovani, ragazzi tra i 18 e i 24 anni (solo il 12,5% di loro ha danneggiato un veicolo in sosta), mentre i meno virtuosi risultano essere automobilisti che hanno tra i 45 e i 54 anni (21,5%)

A livello geografico, infine, le aree dove si sono registrate le percentuali maggiori di automobilisti che, in caso di danno, hanno ingranato la marcia e sono fuggiti senza lasciare un biglietto sono il Centro e il Meridione. In Centro Italia hanno dichiarato di averlo fatto il 18,8% degli intervistati, al Sud e nelle Isole il 18,5%.

Interpellata sui motivi che li spingono a fuggire senza lasciare contatti, la maggior parte degli intervistati ha risposto spiegando di avere avuto la convinzione di aver causato un danno minimo, giustificazione cui segue la paura di dover sostenere delle spese troppo alte per riparare. Terzo e quarto posto tra le spiegazioni fornite, “nessuno mi ha visto” e “tanto nessuno mette mai biglietti”.

Danno da ignoti, come si comporta l’assicurazione
Una volta ritrovata l’auto danneggiata, resta da capire come si comporta l’Rc auto per il rimborso dei danni. Se l’automobilista che ha causato il sinistro ha lascia i recapiti, il proprietario del veicolo danneggiato può procedere con una normale constatazione amichevole e chiedere il rimborso dei danni subiti alla compagnia assicurativa della controparte.

Se invece il responsabile del danno scappa senza lasciare i propri recapiti e non vi sono testimoni che hanno avuto la prontezza di prendere la targa, l’assicurazione non paga a meno che non vi sia una copertura aggiuntiva contro gli atti vandalici: in questo caso si può procedere prima con la denuncia e poi con la richiesta danni, in caso contrario le spese restano interamente a carico di chi ha subìto il danno.

Anche nel caso in cui sia attiva una polizza contro gli atti vandalici, inoltre, è necessario che il danno rientri nelle categorie coperte: i vetri, per esempio, hanno bisogno di una copertura aggiuntiva per garantire il rimborso da parte dell’assicurazione.

Ultimo elemento da tenere in considerazione è poi la presenza di eventuali franchigie, piuttosto comuni quando si tratta di polizze contro gli atti vandalici. In caso di danno, la compagnia rimborsa fino al valore emergente dalle quotazioni ufficiali dell’auto danneggiata: se il costo di riparazione lo supera, la differenza è a carico dell’assicurato.

“I limoni di Amalfi? Meglio regalarli che venderli”

lastampa.it
FLAVIA AMABILE

Il maltempo di maggio ha concentrato il raccolto di tanti produttori in pochi giorni. Il prezzo al chilo è crollato, molti contadini stanno decidendo di metterli a disposizione di chi voglia andare a prenderseli



«Regaliamo Limoni da spremuta e non solo, a tutti i nostri futuri visitatori, fino a fine campagna raccolta. Non stiamo a spiegare i motivi che purtroppo sono infiniti e ingiusti.... ma almeno cerchiamo di non sotterrare i sacrifici fatti in un'anno intero. Vitamina C per tutti».

L'annuncio appare sul profilo Facebook 'Ruocco's', la firma è di Giovanni Ruocco, 32 anni, da Minori, Costiera Amalfitana, la terra dove si coltivano alcuni dei limoni più pregiati al mondo, gli sfusati. Hanno risposto in tantissimi con commenti, parole di solidarietà e proposte: dagli acquisti a distanza alle persone disposte a accettare il regalo.

Non capita tutti i giorni di poter avere gratis i limoni della Costiera Amalfitana che nei supermercati di tutt’Italia in questo periodo non vengono venduti a meno di tre euro e mezzo al chilo (ma spesso arrivano anche a cinque euro e oltre).

Una settimana fa sono arrivati dalla provincia di Avellino a proporre un baratto. “Gli abbiamo fatto raccogliere tutti i limoni che volevano e ci hanno portato due cassette di ciliegie”, racconta Giovanni Ruocco.

Oppure sono giunti  da Salerno e dagli altri centri vicini e poi tanti turisti che ogni giorno camminano lungo il Sentiero dei Limoni che collega i due paesi di Maiori e Minori passando attraverso i giardini di sfusati. Limoni gratis per tutti. Anzi: vitamina C per tutti, come sostiene Giovanni Ruocco.

Vitamina C per tutti o per pochi, ma ancora per quanto tempo in questo territorio? La crisi di uno dei limoni più pregiati al mondo  in corso da tempo e sembra difficile trovare una via d'uscita in assenza di una politica in grado di difendere i produttori e il loro ruolo di presidio del territorio contro frane e incendi.

Da anni i consumatori pagano prezzi alti per questo tipo di limoni sapendo di scegliere un prodotto pregiato, dalle qualità organolettiche e dal profumo introvabili altrove. Di questa cifra ai contadini arriva circa un terzo, la cifra esatta dipende dai periodi in cui si riesce a vendere e da alcune altre variabili come le condizioni del prodotto o il clima della stagione.

E’ un prezzo del tutto incapace di offrire una remunerazione adeguata per questo tipo di coltivazione eroica, realizzata su terrazzamenti in collina, dove nessun macchinario riesce ad arrivare rendendo una follia i costi da sostenere per ogni attività, dalla raccolta alla potatura tutto viene effettuato a mano o, al massimo, con l’aiuto dei muli.

Quest’anno anche il limitato margine di guadagno del passato si è azzerato. “Tra maggio e giugno la maggior parte dei contadini si dedica all’unico raccolto dell’intero anno. In genere da noi si effettua a maggio. Quest’anno a maggio ha piovuto quasi sempre, e le temperature erano molto più basse della media, abbiamo posticipato la raccolta a giugno.

Agli inizi del mese è scoppiato il caldo, i limoni sono maturati all’improvviso tutti insieme e hanno iniziato a cadere dagli alberi.Ne abbiamo persi quintali e quintali, il 60-70% del raccolto. Ma soprattutto il mercato si è riempito di produttori nelle nostre stesse condizioni, pronti a vendere.

Il prezzo è crollato a poche decine di centesimi al chilo. A questo punto ho deciso di regalare tutti i limoni che non riesco a raccogliere, ho invitato tutti a venire e prendere quanti ne desiderano”.

Non è il solo. Salvatore Aceto proprietario di una delle più grandi aziende di limoni di Amalfi sta facendo lo stesso. “Piuttosto che perderli li regaliamo ai turisti: ormai il prezzo è arrivato a 65 centesimi, come si fa a venderli a questa cifra dopo un anno di lavoro e con marchio Igp?”

Sea Watch, Salvini contro l'arcivescovo di Torino: "Soldi diocesi agli italiani"

ilgiornale.it
Giorgia Baroncini

L'arcivescovo di Torino si è detto "disponibile ad accogliere i migranti della Sea Watch". La dura risposta del ministro dell'Interno: "Aiuti gli italiani in difficoltà"



"Caro Vescovo, penso che Lei potrà destinare i soldi della Diocesi per aiutare 43 Italiani in difficoltà. Per chi non rispetta la legge i nostri porti sono chiusi". Così il ministro dell'Interno Matteo Salvini risponde alle parole del monsignor Cesare Nosiglia.

L'arcivescovo di Torino si era dichiarato pronto ad accoglierei migranti che da oltre 10 giorni si trovano a bordo della Sea Watch. "La diocesi di Torino è disponibile ad accogliere le 43 persone che sono a bordo della Sea Watch al largo di Lampedusa, senza oneri per lo Stato, perché al più presto si possa risolvere una situazione grave e ingiusta", aveva affermato monsignor Nosiglia in mattinata.

"Come vescovo e come cristiano sento tanta sofferenza", aveva aggiunto al tremine della messa per San Giovanni, invocando proprio l'aiuto del patrono di Torino "che ha sempre difeso i poveri".

E la risposta del ministro dell'Interno non si è fatta attendere. "Potrà destinare i soldi della Diocesi per aiutare 43 Italiani in difficoltà", ha scritto Salvini sul suo profilo Facebook, confermando così che l'Italia non ha alcune intenzione di far sbarcare i migranti che si trovano a bordo della Ong. "Per chi non rispetta la legge i nostri porti sono chiusi", ha infine tuonato.

La circolare del giudice Greco: "Rilasciate le ladre rom incinta"

ilgiornale.it
Pina Francone

La Procura di Milano sotto accusa per una circolare firmata dal procuratore capo Francesco Greco, che di fatto lascia in libertà le ladre-madri



Per snellire le procedure e non intasare il Tribunale, dal Palazzo di Giustizia di Milano è partita una circolare, datata 12 dicembre 2016 e firmata dal procuratore capo Francesco Greco (e dalla coordinatrice dell'Ufficio esecuzione Chiara De Iorio) che invita a rilasciare le ladre in gravidanza.

L'ordinanza sarebbe stata invitata a questura e comando provinciale deicarabinieri per velocizzare quelle procedure che avrebbero comunque un esito scontato, visto quanto prevede l'articolo 146 del codice penale, ovvero il differimento dell'esecuzione per donne in gravidanza o con figli di età inferiore a un anno.

Tutto ciò si trasforma in un assist con la "a" maiuscola per le borseggiatrici rom – da "Madame furto" in giù, per intenderci –, che sfruttano appieno tale direttiva del giudice capo meneghino. Come scritto da ilgiornale, le ladre di etnia rom utilizzano la gravidanza come lasciapassare per non finire dietro le sbarre e molte di loro arrivano a Milano in trasferta, da Roma, per delinquere.

L'ultimo caso, come registrato da IlGiorno, su un Frecciarossa partito da Roma e diretto, per l'appunto, a Milano: a bordo del treno veloce, sabato mattina, due donne nomadi sono state fermate dagli agenti della Polfer, dopo aver scippato un passeggero proprio lungo il viaggio sui

binari; altre tre, invece, sono state denunciate per interruzione di pubblico servizio perché durante la fuga sono finite sui binari, rischiando di essere investite da un treno Italo: solo la prontezza di riflessi del macchinista ha sventato la tragedia.

"Bastardo fascista, ti sfondo". Paura per l'ex consigliere che denunciò i crimini dei partigiani

ilgiornale.it
Elena Barlozzari

Sfiorata aggressione per l'ex consigliere di Noli, Enrico Pollero, che si è battuto per intitolare una targa a Giuseppina Ghersi, la bimba uccisa dai partigiani. Lui: "Rifarei tutto"



Continua a pagare il prezzo d’aver riportato a galla una storia scomoda, Enrico Pollero, 63 anni, ex consigliere comunale di Noli, nel Savonese.

I suoi guai sono iniziati assieme all’interpellanza che ha fatto da apripista alla realizzazione della targa in memoria di Giuseppina Ghersi, “sfortunata bambina” – si legge sull’epigrafe – finita nelle grinfie di un branco di partigiani comunisti senza scrupoli né pietà che, a guerra conclusa, l’hanno rapita, seviziata ed uccisa.

Sul tentativo dell’Anpi di osteggiare il progetto, facendosi megafono di folli tesi giustificazioniste, sono stati versati fiumi d’inchiostro e di indignazione. Dopodiché sulla piccola cittadina rivierasca è piombato il silenzio. La vita, quella di tutti i giorni, è ricominciata a scorrere.

Per tutti, ma non per Pollero che, da allora, è oggetto di continue minacce e intimidazioni. L’ultima risale a sabato scorso e, come racconta l’ex consigliere a IlGiornale.it, è quasi degenerata in una vera e propria aggressione.

“Verso sera passeggiavo dalle parti della chiesa di Sant’Anna, quando il gestore di un bar mi ha notato ed ha messo a tutto volume la canzone Bella ciao”. Pollero, a dispetto delle calunnie che girano sul suo conto, è un moderato e non si scompone.

Lo stigma di “fascista” glielo hanno appiccicato addosso (“Pollero ratto”, hanno scritto con la bomboletta spray su un muro non lontano dalla sua abitazione) e, oramai, si è rassegnato a conviverci. Così risponde a quella provocazione a modo suo, con un sorriso.

“Vieni nel vicolo che ti spacco, coniglio, bastardo fascista”. Gli strilla l’altro in faccia, dopo essersi scagliato fuori dal bar, irritato da quella reazione bonaria. “C’è mancato poco che mi mettesse le mani addosso, per fortuna – racconta – è intervenuto un assessore della giunta attuale e l’ha bloccato”.

Dell’accaduto ha provveduto ad informare la Digos, ma non vuole passare per vittima. “Preferisco che se la prendano direttamente con me – spiega – che con la targa di quella povera bambina”.

Lo scorso anno, infatti, qualcuno aveva vandalizzato il cippoin memoria della Ghersi. Le piastrelle di ceramica su cui campeggia quell’epigrafe stringata, che indulge su colpe e responsabilità, ed è figlia di un compromesso politicoinutilmente cercato per disinnescare le polemiche, erano state mandate in frantumi.

“Mi sono rimboccato le maniche – ricorda l’ex consigliere – e l’ho riparata a mie spese”.

Rifarebbe tutto, nonostante tutto? “Certo – risponde senza esitare –, mio padre era un partigiano ed io stesso ho militato nel partito comunista fino a vent’anni, poi ho capito che la democrazia era un’altra cosa, da allora la pacificazione nazionale è sempre stata il faro del mio impegno e non mollo: sogno un 25 aprile che ricordi indistintamente le vittime di ogni colore”.