Evoluzione a Sinistra

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domenica 14 luglio 2019

Aldo Tortorella: «Berlinguer al governo? I sovietici tramarono per fermarlo»

corriere.it
di Walter Veltroni

L’ex esponente del Pci: «Per loro e per gli americani era un nemico: lui e Moro stavano sconvolgendo gli equilibri della Guerra fredda. Nel ‘56 dopo l’Ungheria volevo lasciare il partito, mi fermò Ingrao»

Aldo Tortorella: «Berlinguer al governo? I sovietici tramarono per fermarlo»
Berlinguer e Tatarella

Aldo Tortorella, tu sei stato nella segreteria del Pci con Berlinguer. Vorrei, in questo colloquio, che partissimo da lontano. Il fascismo che hai conosciuto da ragazzo è stato veramente l’autobiografia di una nazione?

Aldo Tortorella
Aldo Tortorella

«Il fascismo aveva un grande consenso, persino quando è scoppiata la guerra. Ero al liceo, vennero gli studenti universitari fascisti per farci uscire a fare la sfilata. Vedevo la gente che guardava questo corteo di giovani, molti dei quali erano destinati alla morte perché già in età di essere richiamati. Io ero un ragazzo, ma altri erano già degli uomini.

Ricordo soltanto una persona che reagì sdegnata a quel corteo pro guerra, gli altri guardavano con simpatia.
Le cose sono cambiate con l’inizio dei bombardamenti, con le sconfitte dell’esercito e con la follia della spedizione in Russia. C’era sempre una ritirata ed era sempre strategica.

Allora gli italiani cominciarono a ritirare il consenso al regime. E cominciò a crescere la simpatia verso il movimento clandestino nelle città e anche in montagna. Ma il fascismo ebbe consenso popolare, non dimentichiamolo mai».

Nella Resistenza come entri?
«Nella Resistenza, a Milano, sono entrato perché facevo parte, con Raffaellino De Grada e Quinto Bonazzola, del Fronte della Gioventù, quello guidato da Eugenio Curiel e Gillo Pontecorvo. Io dovevo reclutare quelli della Cattolica, ero diventato il responsabile degli studenti universitari del Fronte.

Quelli dell’Università Cattolica però erano inesperti.
Noi eravamo già stati addestrati dai vecchi, per noi Gillo lo era. Lui mi aveva già insegnato tutto, le prudenze, il non incontrarsi mai in più di due. Quelli della Cattolica invece

avevano dato appuntamento a quattordici persone, forse pensavano di fare una riunione. Ma c’era uno di loro che era stato preso dalla polizia e aveva cantato. Così quel giorno fecero una retata e ci arrestarono tutti».

È stato giusto piazzale Loreto o Mussolini si doveva processare come hanno fatto a Norimberga?
«La decisione fu presa non da Luigi Longo, ma dal Comitato di Liberazione Nazionale. Però mi pare di aver sentito da Longo che il sentimento prevalente in quel momento era che, se consegnavano Mussolini agli alleati, lui se la sarebbe cavata. Forse perché c’era stato il rapporto con Churchill o con altri.

Si temeva pesassero insomma tutte le compromissioni delle democrazie col fascismo. La cosa terribile è che c’è stato l’incanaglimento della gente, l’esplosione dell’odio. Ma parliamo di giorni terribili, al culmine di una guerra civile in cui i fascisti avevano compiuto orrori indicibili. A piazzale Loreto erano stati esposti i corpi dei ragazzi antifascisti trucidati.

Io li avevo visti, con le mosche che giravano attorno ai loro corpi e con i fascisti in armi che vigilavano perché nessuno li potesse portare a seppellire, neanche i parenti. E c’era gente che piangeva, uno spettacolo terribile. Io ero a Milano in quel momento. L’odio è una bestia orrenda».

L’oro di Dongo che fine ha fatto?
«Non lo so. C’era un settore del Partito che si occupava delle cose un po’ più riservate. Figurarsi in quegli anni. E poi io allora contavo poco. Ma, per essere chiari, anche quando ero nel gruppo dirigente certe decisioni avvenivano nel rapporto tra il segretario e poche persone. Sai il rapporto che mi legava a Berlinguer.

Ma lui, quando decise di tagliare il cordone finanziario con i sovietici, la disposizione di togliere i soldi l’ha decisa insieme a Chiaromonte, allora coordinatore della segreteria, e l’ordine è stato dato a Cervetti, responsabile dell’organizzazione. Fu una scelta importante e coraggiosa, Berlinguer era appena diventato segretario.

E l’anno in cui avvenne coincide, non a caso, con il lancio della strategia del compromesso storico. Berlinguer tagliava quei legami per garantire l’autonomia necessaria al partito per essere coerente forza nazionale e di governo».

Gente come te che aveva rischiato la vita per la libertà, come ha vissuto lo stalinismo?
«In un primo momento siamo stati tutti stalinisti. In fondo a Yalta fu con Stalin che i governi occidentali divisero l’Europa. Noi eravamo stalinisti perché Stalin era Stalingrado, era la bandiera rossa sul Reichstag. Erano i morti per salvarci dal nazismo. Ma il primo choc, nessuno lo ricorda, fu nel 1953. Fu lo sciopero degli operai a Berlino contro il potere, non c’era ancora il muro allora.

I mitici operai di Berlino che avevano voluto l’insurrezione contro il parere della Luxemburg, in seguito alla quale poi la Luxemburg fu uccisa. Quegli operai scioperavano, contro il potere comunista. Uno choc. Che però non bastò a farci capire».

Il ’56 è stata la grande occasione perduta della Sinistra italiana?
«Io penso di sì. Io avevo deciso di andarmene. Tieni conto che nel ’56 io mi sono laureato con una tesi sulla idea di libertà in Spinoza. Dopo la laurea succede questo casino in Ungheria.

Ce l’ho di là. Ho provato a rileggerla, ma ormai è troppo difficile per un vegliardo. Forse era di qualche valore, tanto che Banfi voleva pubblicarla: Spinoza non solo come eroico assertore della libertà politica ma come teorico della libertà più alta, quella interiore.

La tesi che sostenevo era che la libertà politica non è tutto, esiste una dimensione maggiore: la libertà interiore. Per questa mia convinzione profonda me ne stavo per andare. Mi hanno trattenuto Antonio Banfi e Pietro Ingrao. C’era la Guerra fredda... Erano tempi duri. Fui portato a far prevalere la priorità della scelta di stare nel partito rispetto alle mie convinzioni».

Nella storia dell’Ungheria non c’è in fondo anche il segno della doppiezza di Togliatti? Perché Togliatti era l’uomo della fondazione della sinistra nella democrazia italiana, però era anche l’uomo che poi a Mosca non ha mai saputo dire di no.
«Togliatti a me pareva geniale, ma non simpatico. Io ero per Longo, avevo un rapporto quasi filiale con lui. Longo e Togliatti si parlavano quasi con il lei. Non usavano il lei naturalmente, ma erano due persone distanti. Tra i due c’era legame politico, ma non amicizia. La doppiezza di Togliatti?

L’espressione secondo me non è giusta. Lui non era doppio, era convintissimo che, con la Rivoluzione d’ottobre, la storia si fosse messa in moto, che fosse cominciato il socialismo nel mondo. Una convinzione che sarà superata solo con Berlinguer».

Nel ’68, quando ci fu l’invasione della Cecoslovacchia, il Pci si espresse con la formula «il grave dissenso». Che però era poco.
«Era quello che sembrava moltissimo, a compagni come Longo. Che per la prima volta aveva coscienza del fallimento di quel modello. Ma devo finire su Togliatti. Togliatti era convintissimo che fosse incominciato il socialismo. Su questo non c’era doppiezza, lo diceva.

C’è un dialogo tra Bobbio e Togliatti, è del 1954. Al liberalsocialismo del filosofo, Togliatti risponde con supposto realismo: “Non ci possiamo inventare noi cosa deve essere il socialismo, adesso c’è già un socialismo che marcia”. Ma quello non era il socialismo che marciava, era il socialismo che si stava suicidando».

Che guerra hanno fatto i sovietici a Berlinguer?
«Guerra totale, non solo sotterranea. Noi eravamo il nemico degli americani, ma anche dei sovietici. Perché la tesi di Kissinger su Berlinguer era la loro: “Questo è il più pericoloso di tutti, perché è democratico, rompe l’unità morale dell’Occidente”. Perché si scopre che ci può essere un comunista democratico.

Il problema era che quella linea aveva bisogno di un impianto teorico robusto. Perché se la spinta propulsiva non funziona, non funziona più un mondo e non funzionano più le tue vecchie idee. Devi sostituirle. Io mi posso diretranquillamente comunista perché per me il comunismo è un punto di vista sulla realtà, non è un sistema e non è neanche una dottrina, è un punto di vista sulla realtà.

È dire: “Questa divisione tra ricchi e poveri, borghesi e proletari non funziona, dobbiamo pensare ad un mondo altro”. Ogni forza democratica che voglia correggere il sistema cambiandolo gradatamente è sgradita. Anneghiamo nelle merci e miliardi di persone stanno alla fame. Questo per me è il comunismo, non l’orrore dei partiti unici e delle libertà negate».

Tu ricordi episodi di guerra dichiarata dei sovietici al Pci?
«Loro gli hanno addirittura censurato il discorso a Mosca. Quando ha detto “la democrazia valore universale”, gli hanno tolto la frase, più di così... E poi il terrorismo. Nessuno mi toglie dalla mente che i sovietici abbiano lavorato per far saltare il compromesso storico, per impedire a Berlinguer di inverare la prospettiva della partecipazione al governo.

Se lui fosse riuscito sarebbe stato un colpo alla linea dei sovietici. Guarda quello che ha detto il consulente Usa Pieczenik, mandato dagli americani per collaborare con Cossiga. Lui è stato protagonista di una manovra volta a far sì che le Br uccidessero Moro. Ha detto persino: “Ho temuto fino alla fine che lo liberassero”.

Moro e Berlinguer avevano sconvolto i canoni della Guerra fredda. E tutti e due erano nel mirino. Ricordo la reazione violentissima dei sovietici al momento dell’eurocomunismo. Con Togliatti si parlava di via nazionale che voleva dire che la via era quella che volevano i sovietici, ma aveva delle varianti.

Berlinguer, parlando di democrazia come valore universale, rompe questo schema e lavora per costruire una rete internazionale alternativa. Per i sovietici era troppo. Come troppo, per gli americani, era stata la “terza fase” di Moro. Via Fani si spiega così. E così si spiega l’attentato a Berlinguer in Bulgaria. E forse così si spiega anche l’addestramento delle Br in Cecoslovacchia...».

Se Moro non fosse stato rapito, il Pci avrebbe votato la fiducia al governo Andreotti? Era un monocolore senza alcuna novità...
«La notte prima Moro aveva fatto arrivare, attraverso Luciano Barca, un messaggio a Berlinguer. Gli diceva di fidarsi di lui, che la composizione del governo era il prezzo da pagare per evitare una rottura nella Dc, che lui si faceva garante del programma.

Il Pci avrebbe pagato un prezzo alto in ogni caso. Se avesse accettato, se avesse rotto. Quella legislatura sarebbe finita lì. Moro pensava a coinvolgere il Pci nel governo per poi fare l’alternanza. Berlinguer confidava nel prevalere del cattolicesimo democratico di Moro e Zaccagnini per una collaborazione non breve.

Tutti e due erano consapevoli di aver portato l’esperimento di autonomia italiana al punto di massima tensione. Non per caso la proposta di compromesso storico nasce dal golpe in Cile».

Andreotti era un segno di assoluta continuità col passato...
«Dopo le elezioni del ’76 Berlinguer dice a Moro di non indicare Andreotti. Lui gli risponde: “Andreotti è necessario per ammorbidire le resistenze degli americani”. Io non so se avesse ragione, perché il vero interlocutore degli americani era Cossiga, Andreotti anzi aveva delle sue autonomie come

dimostrava la sua politica in Medio Oriente. L’argomento che usa Moro per dire che ci voleva Andreotti è che lui non poteva sfasciare tutto, che l’intesa si poteva fare se lui convinceva tutta la Democrazia cristiana. Era un incastro, per il quale fu pagato un prezzo assai alto...».

Il Pci sapeva di Gladio?
«Lo abbiamo saputo quando lo hanno saputo tutti».

Cioè dopo le dichiarazioni di Andreotti?
«Dopo che è stato scoperto da quelli lì, sì...».

Il Pci finisce con la morte di Berlinguer?
«Secondo me per troppo tempo è rimasta in vita una linea politica che era quella dell’ispirazione originaria dell’unità nazionale. Nella parte finale della sua vita Berlinguer sceglie la via dell’alternativa democratica e poi si mette in sintonia con culture e problemi nuovi. L’ecologia, prima di tutto. E poi il femminismo della differenza. La questione morale che per lui non era affatto la caccia al ladro ma la rifondazione dei partiti.

Aveva capito che stavano diventando pure macchine di potere, clientele capaci solo di fare gli affari. Non è questo il compito di un partito... Terza cosa fondamentale il pacifismo. Lui, che era stato anti-movimentista, avverte quanto questo tema sia sentito, specie dai ragazzi. In quegli anni Berlinguer cerca di delineare una nuova identità del Pci. Dopo di lui quella ispirazione si è dispersa. Forse sì, il Pci finisce con Berlinguer».

Una domanda alla quale io non ho mai saputo rispondere. Se Berlinguer fosse vissuto e fosse arrivato all’89, cosa avrebbe fatto?
«Anche per me è difficile. Non mi pare giusto interpretare. La sua idea era di cambiare e probabilmente avrebbe cambiato prima, non dopo».

50 anni fa l’uomo sulla Luna. Poi se n’è andato, lasciando rifiuti di ogni tipo, tra cui 96 sacche di feci, pipì, vomito. Ecco perché la Nasa li rivuole

repubblica.it
Mariella Bussolati  6/7/2019


Gli astronauti hanno lasciato sulla luna molto più di una bandiera statunitense. NASA
Anche gli astronauti fanno la cacca. Non è bello dirlo, ma è la realtà. E l’hanno fatta anche quelli delle missioni Apollo che 50 anni fa hanno portato l’uomo sulla Luna.

Forse non è il miglior modo di ricordare la ricorrenza di quest’anno: nel 1969 la prima impronta rimaneva impressa nel suolo lunare. E a solo 20 anni dalla fine del più violento conflitto mondiale, e in piena guerra fredda, è sembrata una conquista che avrebbe fatto svoltare la storia.

Ma nel celebrare l’anniversario la Nasa si è ricordata che gli esploratori spaziali non si sono limitati a passeggiare e a raccogliere campioni di rocce e suolo.Come tutti i viaggiatori che fanno spedizioni estreme, compresi quelli che salgono l’Everest, prima di tornare hanno abbandonato di tutto comprese le loro deiezioni.

Tra 70 veicoli, tra cui rover e moduli, 5 bandiere americane, 2 palline da tennis, 12 paia di scarpe, macchine fotografiche, giornali, zaini, asciugamani, contenitoriper il cibo, e una serie di spille, medaglie, statuette e fotografie commemorative, ci sono anche 96 sacche che contengono feci, pipì e vomito, il prodotto delle sei visite effettuate in un totale di 16 giorni.

Tutto è stato abbandonato perché la missione si doveva alleggerire per poter riportare sulla Terra i pesanti carichi lunari. E né Aldrin né Armstrong, né nessuno degli altri 10 che hanno posato i piedi nella polvere bianca, avrebbe immaginato che potessero valere qualcosa.


Dopo mezzo secolo invece, l’agenzia spaziale ha deciso che quei rifiuti imbarazzanti potrebbero trasformarsi in fonti di informazioni scientifiche.

Dalla direttiva del dicembre 2017, in cui Trump ha chiesto alla Nasa si riprendere i programmi di espansione umana nel sistema solare, è stata messa in agenda la national Space Exploration Campaing, che prevede la ricolonizzazione della Luna e l’arrivo su Marte.

Verrà costruita una piattaforma, il Gateway che girerà nell’orbita e servirà da infrastruttura operativa, anche per preparare le missioni sul Pianeta rosso. Sul satellite si prevede di ricominciare ad andare nel 2020, con un veicolo capace di trasportare grandi carichi insieme agli equipaggi. In quell’occasione verranno raccolte anche le sacche.

Se appaiono così interessanti c’è un motivo scatologico: il 50 per cento della massa fecale è fatto di batteri che appartengono alle circa mille specie che colonizzano il nostro intestino.

Finora si è creduto che i resti non abbiano inquinato l’ambiente: le condizioni della superficie lunare non sono molto ospitali. La luna è esposta ai campi magnetici, non ha atmosfera, non ha una barriera di ozono che protegge dai raggi ultravioletti, le temperature oscillano tra meno 223 e meno 150 gradi.

E infatti non ospita nessuna forma vivente. Tuttavia in questo periodo di tempo sono state fatte numerose scoperte sulla vita dei microrganismi. E si è scoperto che sono capaci di affrontare le condizioni anche più difficili,come i ghiacci antartici e i bacini idrotermali. I resti fecali dunque potrebbero permettere di capire quali siano i limiti estremi della vita.

Nella missione Apollo 16 venne fatto un esperimento: un campione di nove specie di batteri venne messo fuori dalla navicella per vedere se sopravvivevano alle condizioni spaziali. La maggior parte sopravvissero. Ma si trattava solo di qualche giorno, non di 50 anni.

Gli scienziati quindi intendono andare a vedere se qualcosa sia ancora rimasto vitale e in che situazione si trovi. Questo potrebbe dare informazioni sulla capacità dei microrganismi di resistere alle condizioni ambientali dello spazio.

Potrebbero per esempio aver subito mutazioni genetiche, o essere entrati in uno stato dormiente, che li preserva fino a quando le condizioni non diventano più vivibili. Conoscere la loro evoluzione è fondamentale per le missioni marziane.

Su Marte infatti l’atmosfera c’è e la situazione non è così invivibile come quella lunare. E se gli astronauti lasciassero di nuovo i loro resti, potrebbero proliferare.

Ma è importante anche per capire com’è nata la vita sulla terra. Se i microbi sono in grado di passare indenni viaggi interstellari, potrebbero essere stati portati sul nostro pianeta da un asteroide.

E forse anche noi siamo nati da un escremento gettato nello spazio.

Auto elettrica, in Italia 28 mila colonnine per la ricarica entro il 2022. Ecco come installarne una in garage (con mille euro)

corriere.it
Andrea Federica de Cesco

28mila colonnine entro il 2022
«Puntiamo a installare in Italia 14mila colonnine elettriche entro il 2020 e 28mila entro il 2022». A parlare è Luigi Ottaiano, responsabile della mobilità elettrica in Italia di Enel X, la divisione del gruppo dedicata ai prodotti innovativi e soluzioni digitali, uno dei cui business è la mobilità elettrica. Il piano al quale fa riferimento Ottaiano è stato lanciato nel 2017 (in concomitanza con la nascita di Enel X) e prevede un investimento fino a 300 milioni di euro.

A inizio maggio il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Danilo Toninelli ne ha promessi 30 milioni proprio per potenziare l’installazione delle colonnine di ricarica per le auto elettriche sul territorio italiano. «Il gruppo si sta impegnando per la decarbonizzazione dell'energia e sta spingendo sulle fonti rinnovabili; la mobilità elettrica rientra in questa visione», commenta Ottaiano.

Attualmente Enel X ha già installato 6500 punti di ricarica (al ritmo di oltre 150 a settimana), alcuni dei quali sono in corso di attivazione. Si tratta di una cifra notevole, che fa di Enel il leader del settore (tra gli altri operatori ci sono A2A, Acea, Iren e Hera).


I passaggi per installare una colonnina
L'obiettivo di Enel X è quello di dotare di colonnine elettriche - a uso pubblico - l'intero territorio italiano, in modo uniforme. Al momento le autostrade non sono incluse nel progetto per una questione di concessioni. «Valutiamo dove installare le colonnine e contattiamo le pubbliche amministrazioni o i privati (come i centri commerciali)», prosegue Ottaiano.

Finora sono 800 i Comuni che hanno aderito alla proposta di Enel X. «Installare un punto di ricarica è piuttosto semplice: dopo avere preso accordi con il proprietario del suolo e una volta concluso l'iter dell'autorizzazione, si procede con la progettazione; quindi si passa ai lavori di installazione, che durano pochi giorni; e infine si allaccia la colonnina alla rete elettrica».
Il progetto Eva+ tra Austria e Italia
Nell'ambizioso piano di Enel X sono incluse le colonnine del progetto europeo Eva+, che prevede l'infrastrutturazione dei corridori stradali tra Italia e Austria (con 180 punti di ricarica in Italia e 20 in Austria). «Li abbiamo già realizzati tutti, coprendo i principali assi stradali dal Trentino alla Sicilia», spiega Ottaiano.

«Lo scopo è quello di agevolare la mobilità elettrica lungo tra Austria e Italia. Molte persone, infatti, arrivano in Italia da altri Paesi europei utilizzando veicoli elettrici: oltre le Alpi i valori delle auto elettriche risultano oltre 10 volte superiori ai nostri (sono circa 250 mila in Germania e circa 230 mila in Francia); e in Norvegia le vendite di vetture elettriche hanno superato quelle delle auto termiche».
Le colonnine ultrafast e l'abilitazione della ricarica
Enel si è inoltre impegnata a installare 20 siti con quattro o sei punti di ricarica ultrafast o hpc (high performance charging) nell'ambito del progetto Ionity; finora ne è stato installato uno all'outlet di Valdichiana (Arezzo), mentre un altro è in corso di costruzione a Carpi (Modena). Le colonnine ultrafast ricaricano il veicolo in corrente continua con una potenza di 350 kW (anche se ancora non ci sono

modelli che supportino una potenza simile), in circa 10 minuti. In tutti i casi, per abilitare la ricarica attraverso la colonnina è necessario servirsi delle apposite applicazioni; si possono utilizzare sia quella di Enel X sia quelle di provider terzi come Evway, Charge Now e New Motion, dal momento che le colonnine di Enel X sono interoperabili.
I vantaggi delle auto elettriche
«Fino a un anno e mezzo fa era complicato parlare di stazioni di ricarica», continua Ottaiano. «C’erano pregiudizi e dubbi, principalmente sull'autonomia, sui costi e sui modelli». Oggi i veicoli elettrici viaggiano a 300 km di autonomia, con il 95% degli spostamenti giornalieri che non supera i 200 km e moltissimi sotto i 100.

In totale in Italia circolano 30mila tra auto elettriche pure e ibride plug-in (la sintesi tra un'auto ibrida e un'auto elettrica), con un rapporto tra veicoli e punti di ricarica di 1:4.«Attualmente l'interesse verso la mobilità elettrica è fortissimo, anche da parte delle aziende (a cui offriamo un servizio per accompagnarle nella transizione della loro flotta).

L’auto elettrica, al di là del costo iniziale, conviene: ha esenzioni fiscali, richiede poca manutenzione, consente di entrare nelle ztl e di parcheggiare gratis sulle strisce blu, almeno per qualche ora. Infatti, anche grazie agli incentivi ai veicoli elettrici, a maggio le vendite del 2019 hanno già superato quelle del 2018. Inoltre le vetture elettriche favoriscono la tutela dell'ambiente e rendono le città più vivibili, riducendo sia l'inquinamento atmosferico sia quello acustico».
Le colonnine a uso domestico
L'interesse crescente per la mobilità elettrica è dimostrato anche dall'aumento delle installazioni delle JuiceBox (o wall box, ossia box a parete), i punti di ricarica principalmente per uso domestico. «Si tratta di apparati intelligenti che si possono acquistare nei nostri store, al costo complessivo di mille euro.

Sono inoltre stati studiati degli accordi con il settore automotive per proporre pacchetti che permettano di comprare una wall box contestualmente all’acquisto del veicolo elettrico», spiega Ottaiano.

«Una volta acquistata la JuiceBox, un tecnico di Enel si occupa di fare un breve sopralluogo a casa dell'acquirente. Quindi, se la potenza è sufficiente, si collega la wall box al contatore domestico, oppure si chiede un allaccio dedicato».

Youtube, gli Usa indagano sulla privacy dei bambini (e la piattaforma pensa di escluderli)

corriere.it
di Martina Pennisi

La Federal Trade Commission sta verificando se il colosso californiano rispetti gli under 13. Google potrebbe ricorrere a modifiche strutturali

Youtube, gli Usa indagano sulla privacy dei bambini (e la piattaforma pensa di escluderli)
Ap

Se qualcuno fosse ancora dubbioso sull’impatto delle indagini e delle sentenze dei regolatori sul futuro di BigTech sappia che Youtube sta considerando di spostare tutti i contenuti dedicati ai bambini e ai pre-adolescenti su un canale dedicato — Youtube Kids, disponibile in Italia dal

settembre 2018 (e a sua volta non indenne da complicazioni)— senza pubblicità targhettizzata. Inoltre, il colosso potrebbe disattivare per i più piccoli l’avvio automatico di un nuovo video al termine di quello appena concluso.

Se le ipotesi dovessero concretizzarsi, le casse di Mountain View ne risentirebbero: Google, nelle sue trimestrali, non dà il dettaglio sui ricavi provenienti dalla piattaforma acquistata nel 2006 e usata da circa due miliardi di persone al mese, ma è noto come i giovanissimi siano fra gli utenti più affezionati (dodici dei venti video più visti in aprile erano destinati ai bambini), nonché molto attivi nella creazione di

filmati. Secondo il Pew Research Center, con la consapevolezza dei genitori: l’81 per cento dei genitori americani dichiara di aver consentito a figli minori di 12 anni di guardare video su Youtube. «Prendiamo in considerazione molte idee per migliorare Youtube e alcune rimangono tali: idee.

Altre vengono sviluppate e lanciate, come le restrizioni ai minori dei live o le nuove politiche sull’hate speech», ha scritto un portavoce in una nota inviata al Corriere.

Alpini e ventenni: la Resistenza non è una cosa rossa

corriere.it
risponde Aldo Cazzullo

Caro Aldo,
secondo me la risposta che lei ha dato a Pietro Volpi è una non-risposta. Il lettore faceva riferimento al dopoguerra ben intendendo che i partigiani erano in netta maggioranza comunisti.

Si tende a citare le altre formazioni, di spessore umano e politico rilevante ma numericamente marginali, per dissimulare un po’ il motivo dell’azione dei partigiani comunisti, cioè preparare il terreno a una inclusione dell’Italia nella sfera di potere dell’Urss.

Per fortuna gli Alleati ci hanno liberato dai nazi-fascisti , mantenendo la cortina ai confini della Jugoslavia. Penso che se i tanti giornalisti ex sessantottini si decidessero a ristabilire alcune verità, avremmo finalmente dei 25 Aprile sentiti e condivisi da tutti gli italiani.
 
Ugo Papa Cusano Milanino (Mi)


Caro Ugo, 
Ricevo molte lettere come la sua, scritte da lettori non di sinistra, che quindi dovrebbero ribadire una verità oggettiva: non tutti i partigiani erano di sinistra. Lei invece sostiene il contrario: scrive che i comunisti erano la netta maggioranza. Le assicuro che non andò così.

E non soltanto perché c’erano partigiani – se la parola non le piace, chiamiamoli patrioti o resistenti – di ogni fede politica. Le prime bande furono formate da ufficiali dell’esercito, spesso alpini scampati all’Albania e alla Russia, come Massimo Montano e Nuto Revelli.

A gonfiarle di uomini furono i bandi Graziani, che imponevano l’arruolamento nell’esercito di Salò, pena la morte. Molti obbedirono con convinzione. Molti per paura. Molti dissero no e salirono in montagna. Tra loro, pochi avevano una coscienza politica. La maggioranza erano ragazzi di vent’anni che non sapevano neppure cosa fosse un partito.

L’adesione a una banda piuttosto che a un’altra era spesso un fatto casuale. In una valle passavano gli autonomi e si andava con loro, in un’altra passavano le Brigate Garibaldi: ma non tutti i combattenti delle Brigate Garibaldi erano comunisti (non lo era neppure Italo Pietra, che fu persino commissario politico).

Ad esempio, se in Monferrato - terra di Luigi Longo e di Giovanni Pesce - erano forti i garibaldini, sulle Langhe prevalevano gli azzurri di Mauri e i partigiani di Giustizia e Libertà, come Beppe Fenoglio, che al referendum del 1946 votò monarchia. Insomma, l’idea della Resistenza come una cosa di sinistra è un falso storico.

Uomini non di sinistra come lei, gentile Ugo, dovrebbero smontarlo, non avvalorarlo. Quanto ai sessantottini, alcuni - dopo aver sfilato dietro le bandiere rosse in gioventù - sono diventati i peggiori denigratori della Resistenza, e non tutti possedevano gli strumenti per farlo (a differenza di Romolo Gobbi, che nel suo «Il mito della Resistenza» porta argomentazioni interessanti).

Roma, Tomba di Nerone: anziana coppia morta in casa, è omicidio suicidio per motivi economici

corriere.it
Rinaldo Frignani

I corpi dei coniugi, di 77 e 74 anni, sono stati scoperti dopo l’allarme lanciato dalla sorella della donna, che vive a Milano, ma non riusciva a contattare i parenti da giovedì. Ritrovato un biglietto d’addio dell’uomo che diceva di avere gravi problemi di soldi

I corpi di marito e moglie, di 77 e 74 anni, sono stati scoperti nel primo pomeriggio di venerdì in un appartamento in via Santi Cosma e Damiano, nella zona di Tomba di Nerone. Si è trattato di un omicidio-suicidio.

L’uomo stringeva ancora in pugno una pistola con cui potrebbe avere sparato alla moglie al collo e che ora sarà esaminata dalla polizia Gli investigatori del commissariato Flaminio hanno anche recuperato un biglietto d’addio ai figli nel quale il 77enne avrebbe spiegato di voler farla finita per gravi problemi economici.

Le indagini
A dare l’allarme è stata poco prima la sorella della donna, che abita a Milano, preoccupata perché non sentiva i parenti dalla giornata di giovedì. È stata lei a rivolgersi al 112 lombardo che a sua volta a chiamato quello del Lazio facendo intervenire i soccorsi. I corpi erano stesi a letto uno accanto all’altro. La polizia indaga sulla vicenda per ricostruire i fatti.

Uccisa e data in pasto ai maiali, omicidio risolto dopo 20 anni

corriere.it
Benedetta Centin

La svolta grazie alle analisi su un’unghia ritrovata. Il marito è morto nel 2011. Sparì anche la prima moglie

Due donne scomparse negli ultimi decenni del secolo scorso, un cold case riaperto di recente, ironia della sorte per una segnalazione rivelatasi inattendibile, e duecento metri quadri di terreno setacciato per settimane che hanno restituito la chiave per risolvere il mistero.

Merito della caparbietà del sostituto procuratore di Vicenza Hans Roderich Blattner, dei carabinieri, e dell’apporto determinante delle più moderne tecnologie. Le risposte sulla sparizione della romena Virginia Mihai, che risale ad aprile

1999, seconda moglie dell’allevatore di maiali Valerio Sperotto di Velo d’Astico, erano tutte rinchiuse nell’unghia di un alluce. Quella rinvenuta da un’equipe di archeologi forensi l’estate scorsa nell’ex porcilaia dell’uomo, morto nel 2011.

Due centimetri e mezzo da cui ricavare il dna della vittima, a distanza di vent’anni. Da quando, cioè, la quarantenne è scomparsa e, secondo queste nuove analisi, uccisa. Un reperto che prova che il corpo era stato fatto sparire in quel terreno, dato in pasto ai maiali, per la procura dal marito da cui si stava separando.

La stessa fine che potrebbe aver fatto la prima moglie di Sperotto, Elena Zecchinato, di cui si sono perse le tracce nel 1988. Un secondo caso che potrebbe essere a sua volta risolto con le nuove ricerche che partiranno a luglio sutubature e vasche della porcilaia (oramai in stato di abbandono) di Velo d’Astico, dove i carabinieri del nucleo investigativo sono tornati per un sopralluogo e per stendere ancora una volta il nastro bianco e rosso attorno alla proprietà

Le inchieste
Di inchieste, negli anni, ne erano state aperte diverse, con l’allevatore che finì anche indagato per omicidio volontario e occultamento di cadavere. Fascicoli, l’ultimo del 2002, poi archiviati. «È una congiura» raccontava Sperotto, incolpando le due mogli di essere fuggite con l’intenzione di inguaiarlo.

La differenza, oggi, con in mano un elemento da cui partire, un reperto, l’hanno fatta le più moderne tecniche di laboratorio. Il contributo degli esperti del Labanof, il Laboratorio di antropologia ed odontologia forense dell’Università di Milano diretto da Cristina Cattaneo, e il lavoro del Ris di Parma che mai prima di oggi si sono trovati

a estrarre il dna da un reperto di quel genere e, soprattutto, così datato. Un caso senza precedenti. E pensare che la chiave del delitto irrisolto per vent’anni è sempre rimasta lì, nella porcilaia, dove si era già cercato all’epoca della sparizione, dove fin da subito i paesani avevano sospettato che Sperotto si fosse sbarazzato dei corpi di entrambe le compagne.

Ora per la procura è una certezza, almeno riguardo alle sorte della Mihai.
Gli esperti del Labanof
Gli esperti del Labanof guidati da Dominic Salsarola al lavoro a Velo d’Astico per mesi hanno trovato l’unghia nel terreno sabbioso della canalina di scolo dei liquami, nel corridoio tra i due fabbricati fatiscenti: la prova lampante che il corpo si trovava lì nel 1999 e non a Vicenza, vicino alla stazione, dove qualcuno ha fatto ritrovare l’auto della romena, chiusa a chiave e con il portafogli.

Un qualcuno, forse un complice, che avrebbe aiutato Sperotto a depistare le indagini. È quello che adesso vogliono scoprire gli inquirenti, ripartiti da zero, mettendo in discussione la versione fornita all’epoca dal marito, quella di un litigio con la donna che lo aveva poi scaricato dall’auto a Piovene, senza farsi più vedere.

L’allevatore aveva atteso tre giorni prima di denunciarne la scomparsa. Aveva venduto in fretta i suoi maiali, pur sapendo che non digeriscono denti, capelli e unghie appunto, che non si decompongono.

L’indagine stratigrafica dell’unghia ha fornito la compatibilità con il momento della scomparsa. E dalla comparazione con il dna – ricavato nel 1999 dallo spazzolino da denti – non è emerso il minimo dubbio che l’unghia appartenesse alla Mihai.

Ma dalle ricerche non è emerso alcuno scheletro, teschio e ossa lunghe, quelli che nel 2017 ha ribadito più volte di aver visto, durante uno scavo, il costruttore Bortolo Miotti, che all’epoca voleva acquistare l’area. Blattner, riaperto il fascicolo per omicidio a carico di ignoti (l’occultamento è prescritto), aveva dato il via agli scavi.

Ma ha finito per indagare l’imprenditore per simulazione di reato - le indagini sono state chiuse in questi giorni – visto che non c’erano scheletri e l’unghia è emersa dove lui non era arrivato. E presto gli presenterà anche il conto (ingente) degli scavi.

Gli scozzesi pronti ad invadere Campione d’Italia. Il paradosso del giornale londinese Times

lastampa.it
MARCO MARELLI

Una possibile via d’uscita per gli scozzesi pronti a separarsi dalla Gran Bretagna con la Brexit. “Tanto all’Italia non interessa”



A suggerire agli scozzesi, pronti a separarsi dal Regno Unito per via della Brexit, di invadere Campione d’Italia, è stato il giornale ’’The Times’’: ’’Quando i cittadini della Gran Bretagna sono stati chiamati a esprimersi sulla Brexit votando sì o no, gli abitanti della Scozia hanno votato in massa per rimanere nell’Ue – scrive in un editoriale Dick MacIntyre – Sfortunatamente per queste orgogliose persone la Gran Bretagna ha deciso di uscire dell’Ue.

Ma non tutto è perduto per questi highlander visto che l’Italia offre loro l’opportunità di mantenere un piede nel mezzo dell’Europa. C’è una bella e graziosa città italiana che si trova nel cuore della Svizzera e per questo è chiamata enclave, il suo nome è Campione d’Italia, ma la considerazione del governo italiano per questo luogo è praticamente pari a zero’’.

Il giornalista inglese dimostra di conoscere molto bene i problemi di campione dei campionesi: ’’Nell’ultimo anno il Governo italiano ha abbandonato la popolazione e il Comune senza finanziare le normali attività istituzionali’’.

Per l’editorialista dell’autorevole quotidiano britannico la soluzione potrebbe essere uno sbarco delle truppe scozzesi sul lago di Lugano. ’’È arrivato il momento di conquistare questo piccolo Comune e cambiare il suo nome in Campione di Scozia – conclude – È possibile compiere questo piccolo golpe senza vittime e in una notte sola bloccando i carabinieri’’.

Ovviamente si tratta di una soluzione paradossale che però in riva al Ceresio non è passata inosservata, anche se in questi ultimi giorni da Roma è arrivato un primo segnale positivo con lo stanziamento straordinario di 5 milioni di euro all’anno a favore del Comune destinati a pagare i debiti.

Uno stanziamento che continuerà negli anni, per cui al commissario Giorgio Zanzi sarà possibile approntare un piano di rientro dei debiti che, considerato che i dipendenti comunali dal marzo dello scorso anno non ricevono lo stipendio, si aggira attorno ai 25 milioni di euro.

19 Padova, il regolamento decide il colore dell’intimo delle vigilesse

lastampa.it
DANILO GUERRETTA

Accade a Cittadella, comune padovano di ventimila abitanti. L’articolo 30 del regolamento, relativo alla «cura della persona» parte dai capelli e stabilisce che il taglio non dovrà essere «bizzarro o inusuale»



Le vigilesse in servizio a Cittadella, comune padovano di ventimila abitanti, dovranno concentrarsi soprattutto sul look.

Lo ha deciso il nuovo regolamento di polizia locale che dovrebbe approdare nel prossimo consiglio comunale per essere approvato dalla maggioranza leghista. L’articolo 30 del regolamento, relativo alla «cura della persona» parte dai capelli e stabilisce che il taglio non dovrà essere «bizzarro o inusuale».

Vietati l’uso eccessivo di gel, lacca e la tinta a meno che non sia del colore naturale. Attenzione anche ai capelli lunghi: la chioma non dovrà «superare il bordo inferiore del colletto della giacca».

Chi non può fare a meno dei capelli lunghi li potrà raccogliere «in una treccia o in una coda di cavallo» a patto che elastici e spille siano poco appariscenti. Indicazioni particolari per mutandine e reggiseni che dovranno essere sempre indossati e dovranno essere di un colore tale «da non risultare visibili attraverso ogni tipo di vestiario».

Collant obbligatorio, anche in estate: «semplice, classico, senza disegni o ricami». Per i gioielli, oltre alla fede, le vigilesse potranno sfoggiare un solo anello «non appariscente», una catenina e una braccialetto al polso sinistro.

Il trucco? Meglio non esagerare con rossetto e cipria e ricordare che ciglia e sopracciglia finte saranno vietate. Le restrizioni valgono anche per i colleghi maschi che potranno portare barba e baffi ma «dovranno essere ben tagliati, ordinati e di lunghezza non eccessiva».

Qualche problema rischiano di averlo gli amanti delle basette perché dovranno essere conformi, in lunghezza e spessore al tipo di acconciatura e soprattutto dovranno avere una «forma regolare e non a punta».

Le nuove regole non sono state ovviamente accolte favorevolmente dai rappresentanti sindacali dei vigili urbani, che per contrastare un regolamento più che discutibile sono pronti a inviare una diffida all’amministrazione.

«Chiederemo di bloccare il provvedimento e di avviare un tavolo di confronto – spiega Emanuela de Paolis della Cgil di Padova - . I lavoratori sono all’oscuro delle norme contenute nel nuovo regolamento e vogliono fare le proprie osservazioni, così come prevede il contratto».