Evoluzione a Sinistra

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martedì 25 giugno 2019

Calabria, l’uomo che vende le nespole in strada: la dignità del Sud in una foto diventata virale sui social

corriere.it
Enrico Galletti

Lo scatto a Civita, in provincia di Cosenza: un signore vestito in modo elegante appoggia la sua bilancia a terra e aspetta possibili clienti. L’immagine ha ottenuto migliaia di like nelle ultime ore

Calabria, l'uomo che vende le nespole in strada: la dignità del Sud in una foto diventata virale sui social

A Civita, paesino della provincia di Cosenza, nel cuore del Parco nazionale del Pollino, vivono 912 abitanti. E lì, come in molti altri piccoli centri, tutto sembra essersi fermato a tanti anni fa. Ci sono alcune vetrine con le serrande abbassate e le tradizioni di un tempo che restano immortali.

Lo dimostra uno scatto diventato virale nelle scorse ore su Facebook, che ritrae un signore anziano dallo sguardo tenero, accostato al muro, che aspetta che i suoi concittadini gli vadano incontro per chiedere le sue nespole. Appoggiata sul pavimento c’è anche una bilancia.

La foto, che in queste ore sta ottenendo migliaia di like e condivisioni sui social, è stata scattata da Francesco Mangialavori, fotografo per passione di 38 anni. Ed è proprio lui a raccontare la vicenda che si nasconde dietro lo scatto.

«Stavo passeggiando per le vie di quel piccolo comune che portano al belvedere quando mi sono imbattuto in questa scena che non poteva passare inosservata. Questo signore non urlava, non voleva attirare a tutti i costi l’attenzione su di sé.

La gente si fermava a parlare con lui e capiva che essere lì era un modo per restare ancorato alla sua terra, per non dimenticare le tradizioni del suo passato. L’umiltà di quell’uomo è disarmante. E’ arrivato vestito elegante e ha appoggiato a terra le sue nespole, poi si è fatto da parte, guardava per terra. Ho scattato quella foto cercando di non disturbarlo, mi è venuto spontaneo».

Il clamore sui social è arrivato dopo. «Non mi aspettavo che il mio scatto avesse questo successo – spiega Francesco -. Mi piace però pensare che in quella foto la gente riconosca la semplicità e la dignità del Sud, quella di persone anziane che non rinunciano alla loro terra,e che ancora riescono a commuovere».

Le città connesse saranno sabotabili: chi non protegge i nostri dati e perché

corriere.it
di Milena Gabanelli e Fabio Savelli

Per ora la città più intelligente è Singapore. Le auto sono già in rete con i sistemi di pagamento, le società autostradali e la municipalità che gestisce i parcheggi. A bordo lettori ottici e microchip leggono gli accessi. L’amministrazione sa tutto e invia le multe in caso di infrazioni. Fra cinque anni, nelle nostre città, la tecnologia 5G moltiplicherà per 10 il modello Singapore. Un mondo efficientissimo, con un drammatico problema parallelo: la cybersicurezza.


Cosa cambia con la tecnologia 5G
Parliamo di una rete in grado di trasmettere in tempo reale immense quantità di dati, e che si sta sviluppando in tutte le aree economicamente avanzate del mondo grazie agli enormi investimenti delle compagnie telefoniche. Nella pratica funzionerà così: milioni di chilometri di fibra e migliaia di piccole antenne installate ovunque connetteranno tutti gli oggetti dotati di sensori, fino a un milione per chilometro quadrato.

La rete trasmetterà i dati dei sensori ad un gigantesco datacenter, fisicamente collocato nelle immediate vicinanze della città che gestisce. Gli algoritmi di intelligenza artificiale elaborano i dati e ordinano «cosa fare» ai dispositivi installati su tutta la rete, e a i settori di competenza. Tutto questo in tempo reale.


L’algoritmo non spreca risorse
Esempi: i sensori dei semafori rileveranno i flussi di traffico sull’intera rete stradale, e la polizia municipale, con il tempo di un «clic», potrà decidere come indirizzarli o la durata del segnale «verde». Il trasporto pubblico: i convogli della metropolitana, le corse degli autobus e tram verranno potenziati, o modificati i percorsi, a seconda di quanti passeggeri si stanno muovendo e verso quale direzione. La nettezza urbana?

Il comune potrà sapere la quantità di rifiuti che si stanno accumulando, per edificio e per quartiere, e quindi aumentare o diminuire la raccolta. Lo stesso varrà per l’illuminazione urbana: più elevata o più bassa, a seconda della necessità; idem per l’erogazione del gas e del riscaldamento. Gli ospedali? I dati dei pazienti saranno totalmente digitalizzati, i reparti interconnessi. I medici saranno in grado di ricevere dalle ambulanze le prime analisi e immagini ad alta risoluzione in caso di urgenze.

Sofisticati sistemi di video sorveglianza tramite l’utilizzo di droni consentiranno alla polizia di monitorare situazioni complesse e intervenire in modo mirato e in tempo reale. Le aziende dotate di sensori e di robot su cui girano algoritmi di intelligenza artificiale razionalizzeranno i processi produttivi e i costi. E via così, fino alle serrature di casa e gli apparecchi che ci stanno dentro: dal riscaldamento, alla tv, al frigorifero. Un sistema che rende il servizio più efficiente, non spreca risorse, e genera risparmi.


Una competizione globale
Il 5G è uno standard mobile, ma per portarci davvero nel futuro s’interconnetterà anche con la rete fissa grazie ai cavi a fibra ottica. Per implementare la banda larga ultra veloce fino all’ultimo miglio, cioè nelle case, servono miliardi di chilometri di fibra. Sette dollari a chilometro, è il prezzo medio in Europa e Stati Uniti. Quest’anno ne sono stati installati oltre 560 milioni: più 34% rispetto alle aspettative degli analisti.

Un boom trainato della Cina, che vende fibra e tutto l’apparato mobile a prezzi molto più bassi rispetto ai concorrenti, grazie ad economie di scala che gli altri non hanno. Nel 2018 hanno intermediato più della metà della domanda globale di fibra ottica. Fili sottili come un capello, su cui viaggiano i dati Internet.

Cinque dei primi sette operatori al mondo hanno insegne in mandarino e ricavi da capogiro: Hengtong, Futong, Fiber Home, Ztt, Yofc. Qualcuno parla di dumping per il loro arrivo su larga scala in Europa, dove è leader l’italiana Prysmian, che in pochi anni ha comprato tecnologia e brevetti da Nokia, Philips, Alcatel e Pirelli, e oggi si difende dalla competizione come può.


È possibile sabotare una città?
Al netto della guerra industriale, resta il grande problema dell’accesso fraudolento ai dati. Al mega server centrale delle amministrazioni pubbliche, come ai più piccoli, vicini agli apparati di connessione, si potrebbe arrivare attraverso «porte» nascoste dentro le antenne, router, sensori, e bloccare la mobilità, interrompere l’erogazione di energia elettrica o copiare tutte le cartelle cliniche. In che modo?

Infettando l’infrastrtuttura con un virus, o entrandoci direttamente attraverso un punto di vulnerabilità, prendendone così il comando. In teoria quindi, oltre alle compagnie telefoniche che gestiscono la rete, potrebbero accedere tutti i produttori di questi apparati: Zte, Ericsson, Nokia networks, Cisco.

Il fornitore più competitivo è la cinese Huawei, che potrebbe entrare per fare manutenzione da remoto, e avere porte di accesso non visibili neanche a Tim e Vodafone(qui l’inchiesta di Dataroom).

Il gruppo si è graniticamente difeso sostenendo di non avere mai concepito «backdoor» neanche se a chiederglielo fosse il governo cinese. Vale la pena di rilevare che nel comitato strategico di indirizzo Huawei ha tre componenti del partito comunista, ed è complicato sostenere che non possano influenzare le politiche dell’azienda.


Dalle mafie alle intelligence estere
In Italia, nel 2018, le denunce di attacchi informatici alla Polizia postale sono aumentate del 318% rispetto all’anno precedente. Parliamo di cybercrime ormai dominato dalle mafie e grandi organizzazioni criminali, che attraverso gli attacchi movimentano enormi giri d’affari, in parte poi reinvestiti nella ricerca di virus sempre più sofisticati, in tecniche di ricostruzione delle fisionomie e delle personalità sulla base dei dati.

Su un altro piano, quello dello spionaggio geopolitico, industriale e furto di proprietà industriale, si muovono gli Stati sovrani e i regimi dittatoriali, con investimenti massicci e il supporto dei sistemi di intelligence. E sono proprio le intelligence estere ostili da temere, in una guerra che non è solo commerciale.


Chi deve proteggere i dati
Con il 5G, il Wi-Fi pubblico sarà connesso con milioni di oggetti intelligenti. Come fare per blindare tutti questi dati? Secondo gli esperti delle forze di polizia e servizi di intelligence, per non esporci a minacce (americane, cinesi o mafiose che siano), la strada obbligata è una sola:

1) acquisire la proprietà della rete che trasporta i nostri dati strategici;
2) utilizzare una tecnologia certificata da uno staff competente;
3) evitare di comprare prodotti da Paesi che fanno politiche ostili.

Un router «infedele» viene venduto per fare un’attività, ma ne fa anche un’altra: sdoppia il segnale e lo manda dove decide lui. Certo, tutto questo ha un costo, ma enormemente inferiore all’esposizione dei rischi, e poi la società proprietaria della rete la quoti in borsa.

Gli inglesi hanno una base di intelligence che si occupa solo di tecnologia strategica, e assumono ogni anno 200 informatici con phd in matematica che «setacciano» i fornitori di tutti i componenti.

Oggi in Italia non sono previsti fondi per il reclutamento delle competenze necessarie a proteggere le nostre amministrazioni pubbliche da possibili attacchi. Nel nostro Paese, un laboratorio sulla cyber-security lo sta avviando l’altra grande produttrice cinese di apparati, Zte.

Garantisce di mettere a disposizione la revisione del codice sorgente sui suoi prodotti. E a noi va bene così.

Walter Tobagi e l’ex operaia siciliana Ottobre 1978, «Storia di una donna (licenziata) che faceva panettoni»

corriere.it
di Walter Tobagi

Un articolo del grande giornalista, assassinato dai brigatisti nel maggio ‘80. «Filippa è rimasta senza lavoro a 47 anni, era alla Motta. Prima la prendevano “quando c’erano le campagne: a Natale, a Pasqua... L’hanno licenziata: «M’han detto che ero “esuberante”»

Il reparto in cui i panettoni venivano confezionati nello stabilimento Motta di Milano in un’immagine Alinari del 1950

Assassinato a Milano il 28 maggio 1980 dal gruppo terroristico di estrema sinistra Brigata XVIII Marzo, Walter Tobagi ha scritto per il Corriere della Sera dal settembre 1974 al giorno della morte. Era nato a Spoleto il 18 marzo 1947. Quando morì aveva 33 anni , Vi proponiamo qui uno dei suoi articoli a tema sindacale, pubblicato sul Corriere il 9 ottobre 1978.

«Per tre anni, andavo tutte le mattine all’ufficio di collocamento. Il pullman da Cinisello a Milano, poi l’autobus, poi la fila, aspettare tutta la mattina, poi tornare a casa. Alla Motta mi prendevano a periodi, quando c’erano le campagne: a Natale i panettoni, a Pasqua le colombe, l’estate i gelati. Era un sacrificio, ma io ero contenta anche cosi. Nel ‘73 mi passarono fissa: fecero tutto loro.

Adesso mi ritrovo qua senza un posto. M’hanno detto che ero esuberante, io non sapevo nemmeno che vuol dire quella parola». La storia di Filippa, ex operaia dell’Unidal esclusa dalla fabbrica con la qualifica di “esuberante”, comincia da questo racconto.

Abita a Cinisello, una vecchia casa riaggiustata. Ha quarantasette anni, cinque figli e quattro nipoti. È arrivata a Milano nel 1969 da Mazzarino, provincia di Caltanissetta. Al paese il marito lavorava a giornata, un po’ nei campi, un po’ con la forestale.
«Marito mio, a Milano lavoro anch’io»
«È andata cosi», racconta Filippa: «Cinque figli e uno solo che lavorava, non si poteva andare avanti. Gli ho detto: marito mio, a Milano lavoro anch’io, andrà meglio». Ma l’arrivo a Milano è già un problema: i compaesani li hanno avvertiti che con cinque figli non si trova neppure la casa da affittare: «Allora — racconta Filippa — siamo rimasti finché non abbiamo trovato casa».

Un appartamento ultrapopolare, camera e cucina, 18 mila lire al mese. E in quell’alloggio, la famiglia è vissuta fino all’anno scorso. «A forza di risparmiare, niente lussi e niente divertimenti, siamo riusciti a comprarci una casetta. C’è una stanza in più». Otto milioni in parte ancora da pagare.

«Il giorno che sono andata a fare il compromesso dal notaio, c’era un’altra operaia dell’Unidal che diceva: io non capisco come fanno, con cinque figli, a comprarsi la casa. E allora io mi sono messa a parlare a voce alta, e dicevo: niente lussi, trucchi non ne compro, mio marito ha un motorino usato, niente divertimenti, a mangiare fuori non ci andiamo.

Alla siciliana, noi la pensiamo cosi: basta coprirci la testa, poi in qualche modo si fa». Al cinema sono andata una sola volta, c’era Alberto Sordi che stava dalla madre vecchia e voleva metterla in convento».
L’«esuberante» all’Unidal e il Comitato di lotta
E adesso, come vive, che cosa fa, cosa vuole un’ “esuberante” dell’Unidal?

La signora Filippa racconta le sue giornate: si sveglia presto; cerca di aiutare le tre figlie sposate; accudisce al marito che lavora in una cartiera ma ha subito un’operazione di ernia al disco, e quindi spera nella pensione; un paio di giorni la settimana viene a Milano, assiste alle riunioni che il «comitato di lotta» organizza in due vecchie e malmesse stanze di via Cadore.

E intanto inghiotte rabbia. Rabbia contro tutti.

Ha presentato sei domande di lavoro, e snocciola i nomi delle aziende (Breda, Alitalia, Gs, Dalmine, Siemens, Innocenti) come una suora reciterebbe il rosario. «Finora — si lamenta — m’ha risposto la Breda. La fabbrica mi piaceva, è vicina a Cinisello. Ma come posso mettermi a fare la saldatrice perfino coi turni di notte?».

Le viene quasi da piangere. Impreca: «Devono dirci che siamo vigliacche se rifiutiamo un lavoro come quello che facevamo, possibile che non ci sono altre fabbriche di alimentari? A me non importa niente della cassa integrazione, voglio lavorare».

Walter Tobagi e l’ex operaia siciliana Ottobre 1978, «Storia di una donna (licenziata) che faceva panettoni»
Il lavoro in fabbrica, una conquista umana e sociale
Si sente tutto l’attaccamento alla fabbrica, di chi ci è arrivato tardi e ha vissuto il posto di lavoro come una conquista umana e sociale. «Non mi sembrava vero, quando sono entrata alla Motta. Il primo giorno, mi sentivo cieca, tutta una confusione in testa. M’avevano mandata al reparto 35 di viale Corsica, dovevo sistemare la scatole, e io mi confondevo. Madonna santa, che impressione!

Per fortuna, grazie a Dio ce l’ho fatta a superare la prova!». Assunzione vuol dire uno stipendio sicuro di quasi centomila lire: supererà le 300 mila soltanto nell’ultimo anno. «Facevo di tutto, non dicevo di no. È per questo che adesso mi trovo male. Ci hanno trattato come gli asini, prima faticare e poi cacciate via. Che devo fare alla mia età? Chi mi prenderà?». Si domanda da sola: «Perché non vado a fare i mestieri in qualche casa? Non è per superbia, è che non ce la faccio».
I sindacalisti riprotetti con un nuovo impiego
E l’accusa di essersi messa con gli “estremisti” che vanno contro i sindacati? «La nostra colpa è stata quella di dire sì. Io andavo a lavorare anche con la febbre. E sa perché lo facevo? Perché volevo avere qualche giorno di riserva se capitava che un figlio s’ammalava. Io lavoravo, non mi curavo della fatica, m’era venuta anche un’allergia al braccio per gli impasti di zucchero, ma andavo sempre. Poi è successo il patatrac, e ho capito che i prepotenti vanno avanti».

E qui sfoga la rabbia contro i sindacati, che si traduce nell’avversione più profonda contro alcune persone fisiche. «Andavo alle assemblee, non capivo bene quello che dicevano. Ma adesso ho capito che ci illudevano. Che cos’è successo? Che quelli del sindacato, il posto se lo sono tenuto. Loro e le loro mogli, mentre noi poverette ci hanno mandato fuori». È quasi un’invettiva, ricorrono nomi (come Memi e Braglia) del consiglio di fabbrica dell’Unidal. «

Sa cos’è successo? Che Braglia è entrato come operaio alla Sidalm (la ditta costituita dopo lo scioglimento dell’Unidal; ndr ), nonostante all’Unidal fosse impiegato. Ma dopo quindici giorni gli hanno ridato la vestaglia, è ridiventato impiegato». E ancora: «Con che giustizia hanno mandato via me che ho ancora due figli da tirar su e un marito quasi invalido civile, e hanno tenuto il posto a marito e moglie senza figli, come è successo per un capo del consiglio di fabbrica?».

E poi: «Dicono che ci siamo messe con gli estremisti? Prima eravamo buone, e ci lasciavamo la pelle. Adesso solo gli estremisti si occupano di noi...».

Un’immagine di edilizia popolare Anni 80 alle porte di Milano. La signora Filippa viveva a Cinisello BalsamoUn’immagine di edilizia popolare Anni 80 alle porte di Milano. La signora Filippa viveva a Cinisello Balsamo
«Se ritrovo un lavoro, al sindacato non mi iscrivo più»
Sono sfoghi personali, «se ritrovo un lavoro, al sindacato non mi iscrivo più», di chi non riesce a spiegarsi perché s’è trovata, proprio lei, in questo guaio. «Dopo otto anni, m’ero abituata: stavo più in fabbrica che a casa. Facevo il secondo turno, quello che comincia alle due e finisce alle dieci di sera.

Ma per gli orari del pullman stavo fuori dodici ore, da mezzogiorno fin quasi a mezzanotte. È fatica, ma io sto meglio quando lavoro, i miei figli si arrangiano. È brutto ritrovarsi senza un posto». Però lo stipendio arriva quasi intero, grazie alla cassa integrazione...

«Ma io non voglio elemosine, voglio lavorare. La mattina che dissero “non c’è più lavoro”, mi sono sentita male. Era appena passato Natale, l’anno scorso. Sono rimasta anch’io in fabbrica, perfino la notte di Capodanno: dovevo andare da una figlia sposata, però non mi sembrava giusto lasciare gli altri compagni di lavoro.

Quando occupavamo la fabbrica, entravamo alle due e uscivamo alle dieci come se dovessimo lavorare. Finché una mattina di maggio abbiamo trovato la polizia che non ci ha fatte entrare». Si è spaventata? «No, paura no. Però pensavo: come faremo adesso senza lavoro?».

Si passa la mano destra sui capelli ingrigiti e un po’ ispidi: da quanto tempo non va dal parrucchiere? «Ero abituata due volte l’anno, a Natale e Pasqua. Altrimenti come risparmiavamo i soldi per la casa e per sposare tre figlie?

Neanche in Sicilia tornavamo l’estate: siamo andati due volte in tanti anni che siamo a Milano». Smette di parlare, sull’uscio della vecchia casa senza telefono né ascensore, in una “corte” costruita sessant’anni fa. E con un sorriso mesto e preoccupato, saluta: «Lei che dice, me lo ridaranno un lavoro?».

Salvini: ecco la lista dei magistrati pro migranti che bocciano le mie ordinanze

corriere.it
di Claudio Del Frate

L’annuncio del Viminale dopo che il Tar della Toscana ha annullato il provvedimento sulle «zone rosse» di Firenze. Sotto la lente d’ingrandimento articoli, pubblicazioni e prese di posizione

Salvini: ecco la lista dei magistrati pro migranti che bocciano le mie ordinanze

Il Viminale ha messo «sotto osservazione» i giudici che nelle ultime settimane hanno pronunciato sentenze contro provvedimenti emanati dal ministero dell’interno. Lo annuncia il ministero stesso con una nota ufficiale.

Nel mirino del dicastero di Matteo Salvini ci sono in particolare i magistrati di Firenze che martedì hanno bocciato il provvedimento sulle «zone rosse» e quelli di Bologna che pochi giorni fa avevano obbligato il comune ad iscrivere all’anagrafe della città alcuni richiedenti asilo, contro il parere del ministero. Allo tempo stesso è stato annunciato che il governo impugnerà la decisione del Tar di Firenze che ha cancellato le «zone rosse» di Firenze.
«Analizzati interventi pubblici»
La nota del Viminale, in particolare, sottolinea che è stata incaricata l’Avvocatura dello Stato « per valutare se i magistrati che hanno emesso le sentenze avrebbero dovuto astenersi per posizioni in contrasto con le politiche del governo in materia di sicurezza».

Il ministero sta inoltre analizzato una serie di interventi pubblici dei giudici e opinioni espresse pubblicamente o attraverso rapporti di collaborazione o vicinanza con riviste sensibili al tema degli stranieri come “Diritto, immigrazione e cittadinanza” o con avvocati dell’Asgi (associazione studi giuridici per l’immigrazione) che hanno difeso gli immigrati contro il Viminale.
I nomi dei «sospetti»
Il ministero fa riferimento in particolare alla giudice Luciana Breggia - il magistrato del tribunale di Firenze che ha emesso la sentenza che ha escluso il ministero del giudizio sull’iscrizione anagrafica di un immigrato e contro la quale si è già scagliato il ministro dell’Interno Matteo Salvini («si candidi per cambiare le leggi che non condivide») - ma anche altri due magistrati che «collaborano con la rivista»:

Rosaria Trizzino, che, dice il Viminale, è il giudice che presiede la sezione del Tar della Toscana che ha bocciato le zone rosse e Matilde Betti, la presidente della prima sezione del tribunale civile di Bologna che il 27 marzo 2019 non ha accolto il ricorso proposto dal ministero dell’Interno contro la decisione del giudice monocratico del capoluogo emiliano che disponeva l’iscrizione nel registro anagrafico di due cittadini stranieri.

I licantropi esistono davvero?

corriere.it
di Luigi Ripamonti

Su Internet circolano diverse fotografie di presunti uomini-lupo. Si tratta probabilmente di persone con un problema nella sintesi di proteine

(Getty Images)
(Getty Images)

I licantropi esistono o saranno soltanto persone prodigiosamente pelose? Possiamo optare per la seconda ipotesi con una certa tranquillità. Perché i cosiddetti licantropi non solo non esistono in quanto tali, ma sono semplicemente individui che esprimono sintomi (soggettivi per definizione) e segni (oggettivi per definizione) di una o più malattie che possono far pensare a questa bizzarra e improbabile trasformazione.

La storia di Joanne
Affronta il tema in modo molto brillante il medico inglese Gavin Francis nel suo ultimo libro: “Mutanti” (Edt), appena pubblicato in Italia. Francis per spiegare il fenomeno parte da un caso accaduto a lui in Pronto Soccorso in una notte di luna piena, proprio quella dei licantropi insomma.

«Da qualche giorno Joanne aveva un brutto raffreddore con mal di testa, si sentiva debole e giù di corda,(…) aveva dolori addominali e sentiva la pelle andare a fuoco. (…) Sembrava fosse posseduta da una specie di inquietudine corporea, che si manifestava soprattutto a livello del tronco e degli arti.

Erano iniziate delle allucinazioni di lucertole giganti sulle pareti». Joanne aveva un impiego amministrativo che svolgeva in seminterrato e quel lavoro le piaceva perché le consentiva di non esporsi al sole. «Si scotta molto facilmente» riferì la sua coinquilina, «dovrebbe vederla in estate, le viene addirittura l’eritema».

La pelle di Joanne era screziata di pigmenti marroni, soprattutto sulla faccia e sulle mani, come se vi fossero stati versati sopra minuscoli grani di caffè. «Dobbiamo controllare le porfirine», disse il primario.
La porfiria
Le porfirine sono molecole fondamentali per la struttura dell’emoglobina (il «taxista» dell’ossigeno nel sangue) e sono sintetizzate da una serie di enzimi che operano di concerto. Se il gruppo di lavoro non è ben coordinato il risultato può essere una malattia chiamata (appunto) porfiria: anelli di porfirina formati solo in parte si accumulano nel sangue e nei tessuti. Le crisi in questo genere di patologia possono essere scatenate da farmaci, da alimenti e talvolta da qualche notte insonne.

Alcune porfirine reagiscono alla luce e taluni tipi di porfiria causano cospicue infiammazioni sulla pelle, che possono peggiorare parecchio se esposte alla luce. Non bastasse, se le porfirine si accumulano nei nervi e nel cervello possono innescare anche episodi psicotici. «Un altro effetto, ancora inspiegato, dell’accumulo di porfirine nella pelle» sottolinea Francis, «è la crescita di peli sulla fronte e sulle guance». Infine, nelle sue forme più gravi questa malattia può dare luogo a coliche addominali.

Ed è accaduto che le vittime, in preda al dolore siano state portate in sala operatoria per interventi non necessari. Nel caso di Joanne riferito da Francis il risultato degli esami confermò altissimi livelli di porfirine. «Era probabile che avesse una rara variante della porfiria denominata “variegata”» specifica l’autore.
Ed ecco la donna-lupo
Se fosse vissuta in tempi precedenti alla luce elettrica avrebbe probabilmente preferito uscire di notte, quando l’illuminazione lunare fosse sufficiente per non andare a sbattere da qualche parte. Magari sarebbe stata semi-delirante e avrebbe ululato per il dolore, con un bel po’ di peli sulle guance. Ecco servita una perfetta donna-lupo.
Anticamente Plinio
Qualcuno ci crede davvero ai lupi mannari? Nella storia pare che, a dispetto del successo favolistico (anche recente, viste alcune serie Tv) dell’ipotesi, uomini di scienza o anche ricchi di curiosità abbiano opposto non da oggi un franco scetticismo.

Se si dovesse pensare che, per esempio, si sia dubitato dell’esistenza dei licantropi soltanto da un secolo o giù di lì, si potrebbe essere smentiti da Plinio, che già «qualche anno prima» interpretava il fenomeno come qualcosa che avesse a che fare con la psiche e non con qualche genere di maledizione o magia.

er venire a tempi relativamente più recenti Giacomo I d’Inghilterra — riferisce Gavin Francis nel suo libro — sebbene parecchio interessato all’occulto ebbe a scrivere che cose del genere, casomai fossero realmente accadute, erano probabilmente dovute a «una sovrabbondanza di malinconia». Nient’altro che un problema psichiatrico insomma.

Francis racconta anche che il medico greco Marcello di Sida la pensava allo stesso modo: secondo la sua opinione i lupi mannari che si sarebbero aggirati per Atene di notte non erano versipellis – termine latino per indicare chi poteva mutare forma in lupo – bensì persone in preda a un delirio.

Infine il bizantino Paolo di Egina lasciò traccia della sua esperienza di cura dei licantropi sì con gli immancabili salassi, ma anche e forse soprattutto, con riposo e sedativi».
Etimologia
Infine una precisazione etimologica: la parola licantropia viene ormai utilizzata in riferimento alla trasformazione di un essere umano non soltanto in lupo o in qualsiasi altro animale, ma, come fa notare ancora l’autore di Mutazioni, in quest’ultimo caso il termine più esatto sarebbe Theriantropia, che potrebbe indicare anche altre «bestie» e non solo il lupo.

Che poi, ormai lo sappiamo, così cattivo non è.

Berlino restituisce all’Italia un reperto trafugato dai nazisti

corriere.it
di Paolo Valentino

È una testa di marmo romana del II secolo d. C. del Museo archeologico dell’Università di Münster che l’aveva acquistata nel 1964 per 3 mila marchi da un privato di Amburgo

Berlino restituisce all'Italia un reperto trafugato dai nazisti

Una testa di marmo romana del II secolo dopo Cristo, trafugata dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale, verrà restituita nei prossimi giorni all’Italia. Il prezioso reperto, del peso di 43 chili, proviene dal Fondo del Museo archeologico dell’Università di Münster, che l’aveva acquistato nel 1964 per 3 mila marchi da un privato di Amburgo.

Alla cerimonia di riconsegna, che avverrà a Roma presso l’ambasciata tedesca, parteciperanno il rettore dell’ateneo della Vestfalia, Johannes Welses, il professore Achim Lichtenberg che guida l’Istituto di archeologia classica dell’università e il direttore del museo, Helge Nieswandt.
Il ritorno
La statua verrà trasportata in Italia di carabinieri del Nucleo per la tutela del patrimonio artistico, in missione in Germania per conto del nostro ministero della Cultura. «La ricerca sull’origine della testa ha permesso di stabilire che appartiene allo Stato italiano», spiega Lichtenberg, secondo il quale «negli Anni Sessanta, a differenza di oggi, la politica degli acquisti dei musei tedeschi era molto disinvolta».

Non esisteva infatti alcun documento che attestasse la provenienza legale della scultura. Non è chiaro in che modo l’uomo di Amburgo ne fosse venuto in possesso.

A fornire la prova decisiva della provenienza è stato un articolo pubblicato nel 1937 sulla rivista specializzata Notizie degli scavi, dove si parlava del ritrovamento durante alcuni lavori stradali dell’antica statua di un giovane, cui senza ombra di dubbio appartiene la testa, una rappresentazione idealizzata delle virtù del popolo romano.

Cosenza, straniera sul marciapiedi per tre ore. L'ambulanza le infila un referto nei pantaloni e se ne va

repubblica.it
CORRADO ZUNINO

E' stata trovata priva di sensi dai residenti di Castrolibero. Il 118: "Senza medico a bordo non interveniamo"

Cosenza, straniera sul marciapiedi per tre ore. L'ambulanza le infila un referto nei pantaloni e se ne va
La donna svenuta su un marciapiedi di Castrolibero

ROMA - Tre ore riversa sull'asfalto rovente. Oggi, nelle ore più calde, tra le 11,40 e le 14,30. Davanti al cancello di una villetta di Castrolibero, diecimila persone a Ovest di Cosenza, ormai la sua periferia residenziale. E' una donna straniera, sulla cinquantina, probabilmente rumena, quella avvistata dai passanti priva di sensi. Apparentemente ubriaca.

A quell'ora a Castrolibero ci sono trenta gradi. I residenti di Via della Resistenza devono passarle fazzoletti bagnati sul volto per abbassarle una temperatura del corpo diventata pericolosa.

Una prima ambulanza, allertata a mezzogiorno, arriva sul posto dopo mezz'ora, ma i tre militi, vista la donna sporca che non dà cenno di riprendersi, compilano rapidamente una "scheda equipaggio di primo soccorso" con "x" e "y" alla voce nome e cognome, lo infilano nell'elastico dei pantacollant della donna e se ne vanno.

Senza alcun soccorso, né una constatazione delle condizioni.

Cosenza, straniera sul marciapiedi per tre ore. L'ambulanza le infila un referto nei pantaloni e se ne va

Daniela Spinelli, una cuoca che abita vicino alle villette, è stata una delle prime soccorritrici. Racconta: "La donna era a testa in giù, aveva rimesso. Non era semplice aiutarla, viste le condizioni. Io sono incinta e non potevo sollevarla, ma gli uomini del soccorso sono lì per aiutare una persona in difficoltà cliniche. Non si lascia sul bitume rovente neanche un cane, i militi si sono limitati a incastrare un referto nelle mutande".

E' stato il marito Luca Di Sanso, anche lui cuoco, a dare l'allarme al "118". Ora racconta: "Ho chiesto alla centrale operativa perché l'avevano abbandonata sul marciapiedi, mi hanno risposto che non avevano un medico a bordo. Ho chiesto ancora perché non le avevano fatto un trattamento sanitario obbligatorio, mi hanno detto che senza medico non potevano.

Ho chiesto, allora, perché non avevano avvertito un altro mezzo provvisto di medico, ancora qualche minuto e quella donna sarebbe spirata. Era rosso fuoco in volto, cotta dal sole. Non mi hanno risposto".

Diversi passanti, in quelle ore, sono intervenuti. Tra loro un medico donna. Quindi, i vigili urbani di Castrolibero. "Sono andata a prendere mio figlio a scuola, sono tornata a casa e la donna era ancora sul marciapiedi", racconta un'altra testimone.

Solo alle 14,30 è arrivata una seconda ambulanza. E ha prestato soccorso alla donna straniera senza nome né cognome partendo per l'ospedale Annunziata di Cosenza.

Caso Palamara, l'Anm: "Insufficienti le autosospensioni, via tutti i giudici coinvolti"

repubblica.it

Il parlamentino dell'associazione nazionale dei magistrati ha ascoltato l'appello del presidente Grasso. Interviene il premier Conte: "Indipendenza e garanzia per la magistratura". Roberti: "Il Pd condanni i propri esponenti". Zingaretti: "Ora massima chiarezza e indagini rapide"

Caso Palamara, l'Anm: "Insufficienti le autosospensioni, via tutti i giudici coinvolti"

. Sulla bufera Palamara, arrivano oggi molte reazioni. Il presidente dell'Anm Pasquale Grasso invoca le dimissioni per i consiglieri del Csm coinvolti nella bufera che ha travolto il Consiglio superiore della magistratura dopo l'inchiesta di Perugia. In apertura del comitato direttivo centrale, Grasso ha detto:

"Chi avesse davvero partecipato a un tale sviamento della funzione, uso volontariamente una locuzione poco impegnativa, non potrebbe essere un mio rappresentante nell'organo di autogoverno dei magistrati - ha ammonito - Dovrebbe seriamente pensare alle dimissioni. L'autosospensione non basta".

"Non mi accontento di quel che ho sentito e visto ieri. E vi invito a non accontentarvi, a richiamare il Consiglio, e i componenti del Consiglio, a reagire insieme -  ha detto Grasso rivolgendosi ai componenti del Cdc , a proposito delle autosospensioni al Csm.

I colleghi consiglieri che sarebbero coinvolti si sono autosospesi e, per quel che mi risulta, non avrebbero fornito spiegazioni, smentite, chiarimenti. Gli altri consiglieri hanno manifestato apprezzamento per detta decisione di autosospensione.

E poi? Io ritengo, e vi propongo, di chiedere che il CSM condivida con l'ANM, con i magistrati, gli atti ostensibili dell'indagine rivelata dagli organi di stampa, per permetterci di capire, discernere, valutare. Io vi propongo di chiedere ai colleghi coinvolti di smentire, confermare, spiegare, distinguere. Così che potremo mantenere la nostra dignità di magistrati e cittadini; reagire in modo conforme alle condotte".

E il parlamentino dell'Associazione nazionale magistrati ha effettivamente giudicato insufficienti le autosospensioni, chiedendo le dimissioni immediate per tutti i consiglieri del Csm che hanno partecipato agli incontri dell'ex presidente dell'Anm Luca Palamara con Cosimo Ferri e Luca Lotti sulla nomina del procuratore di Roma, perché non appaiono "degni" delle funzioni ricoperte.

I magistrati investiti dalla bufera scaturita dall'indagine della procura di Perugia, saranno deferiti ai probiviri a partire da Luca Palamara e compresi i consiglieri del Csm e il deputato del Pd Cosimo Ferri, che non ha mai lasciato la toga. Lo ha deciso il Comitato direttivo centrale dell'Anm.

E sull'argomento interviene anche il premier Conte: "Ho sempre sostenuto che l'ordinamento giuridico  riconosce alte prerogative costituzionali di indipendenza e garanzia" a chi è nella magistratura, "spetta" a loro "farne buon uso. Uno deve sentirsi indipendente dentro".

Lo afferma il premier Giuseppe Conte nel punto stampa al Melia Palace Hotel di Hanoi rispondendo ad una domanda sul caso Palamara. Caso sul quale Conte - rimarca il premier - non entra nello specifico. Ma, sottolinea il capo del governo, "cercare la contiguità con la politica significa svilire ruolo del magistrato"

L'ex procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, oggi europarlamentare del Pd, affida invece a un post su Facebook il suo invito "al Partito democratico, finora silente, di prendere una posizione di netta e inequivocabile condanna dei propri esponenti coinvolti in questa vicenda, i cui comportamenti diretti a manovrare sulla nomina del successore di Giuseppe Pignatone sono assolutamente certi, se vuole essere credibile nella sua proposta di rinnovamento e di difesa dello stato costituzionale di diritto dell'aggressione leghista".

A stretto giro arriva la replica del segretario del Pd, Nicola Zingaretti: "Credo che sul Csm vada fatta massima chiarezza, con indagini rapide che certifichino la verità.

Penso che la divisione e l'autonomia tra i diversi corpi dello Stato sia un principio basilare da difendere. Auspico ora che tutti coloro che in qualche modo sono rimasti coinvolti, collaborino ad accertare la verità. Vedo che nel Csm molti stanno cominciando a reagire.

Mi sembra che questa vicenda ponga comunque il tema di una riforma del Csm che ne aumenti trasparenza e introduca anticorpi sul suo funzionamento".

L'Etna cambia forma durante l'eruzione. E il satellite lo fotografa

repubblica.it
ELENA DUSI

A dicembre del 2018 una serie di colate e terremoti scossero il vulcano più attivo d'Europa. Dallo spazio sono state riprese le sue deformazioni, centimetro per centimetro. Si scopre così come il magma abbia cercato di infiltrarsi dal basso. Le eruzioni intanto sono riprese da due giorni. Gli esperti di Cnr e Ingv: "Non è finita qui. Il vulcano ha ancora energia"

L'Etna cambia forma durante l'eruzione. E il satellite lo fotografaLe deformazioni dell'Etna misurate dai satelliti: in rosso lo spostamento verso ovest, in blu verso est. In basso a destra, la stella bianca indica l'epicentro del sisma del 26 dicembre 2018

Quando la pancia dell’Etna ribolle, un satellite se ne accorge. Rigonfiamenti, abbassamenti, deformazioni sui fianchi del vulcano: anche pochi centimetri sono visibili dallo spazio. Oggi sono state pubblicate le immagini del “grande mal di pancia” dello scorso dicembre (che si sta riproponendo anche in questi giorni).

Allora il vulcano eruttò e si scosse, causando oltre mille sismi. La maggior parte erano piccoli, ma il principale – di magnitudo 4.8 – provocò dei danni la notte del 26 dicembre: una trentina di feriti e alcune case crollate in provincia di Catania. I terremoti si concentrarono sul fianco orientale del vulcano: il più debole, quello che ogni anno scivola di un paio di centimetri verso il mare.

L'Etna cambia forma durante l'eruzione. E il satellite lo fotografa
La colata di venerdì dal Nuovo Cratere di Sud-Est. Foto del ricercatore dell'Ingv Boris Behncke

I dati dei satelliti mostrano le fessure delle eruzioni e i due fianchi del vulcano che si aprono: tra il 24 e il 27 dicembre 2018 la parte occidentale della sommità si è spostata di 30 centimetri verso ovest e quella orientale di 50 centimetri verso est.

Nella zona dell’epicentro del terremoto di Santo Stefano, la parte orientale della faglia si è mossa 14 centimetri a est, quella occidentale 17 centimetri a ovest. Il magma ha cercato di risalire attraverso due fessure della montagna. La più superficiale ha dato vita all’eruzione. L’infiltrazione più profonda non ha invece trovato uno sbocco. La pressione della roccia fusa sui fianchi del vulcano è stata la causa dello sciame sismico.
L'Etna cambia forma durante l'eruzione. E il satellite lo fotografa
La ricostruzione della risalita del magma, fatta da Cnr e Ingv

La ricostruzione degli scienziati del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) è stata pubblicata sulla rivista Geophysical Research Letters.

Le deformazioni del vulcano sono state ricostruite grazie ai satelliti delle costellazioni Sentinel-1 e Cosmo-SkyMed e del programma europeo Copernicus. “I loro dati ci hanno permesso di rilevare con precisione centimetrica i movimenti del suolo che hanno interessato l’apparato vulcanico etneo nel corso dell’eruzione avvenuta tra il 24 e il 27 dicembre 2018” spiega Riccardo Lanari, direttore dell’Istituto per il Rilevamento Elettromagnetico dell’Ambiente (Irea) del Cnr. “

L’intrusione di magma più profonda – aggiunge Vincenzo De Novellis, ricercatore dell’Irea – è avvenuta tra 3 e 8,5 chilometri e ha esercitato una tensione sui fianchi del vulcano, innescando il movimento delle faglie e generando i numerosi terremoti”.

L'Etna cambia forma durante l'eruzione. E il satellite lo fotografa
La colata di giovedì dal Nuovo Cratere di Sud-Est. Foto del ricercatore dell'Ingv Boris Behncke

Da giovedì scorso, intanto, il nuovo cratere di sud-est ha ripreso a eruttare e sputare cenere. La lava è restata comunque intorno a quota 2.000, nella Valle del Bove, ben lontana dai centri abitati. “Non è detto che sia finita qui” spiega Marco Neri, primo ricercatore dell’Ingv.

“Mettendo a confronto le deformazioni del suolo degli ultimi mesi e i dati della piccola eruzione di dicembre, c’è da pensare che il vulcano abbia ancora energia da spendere, come dimostra la ripresa dell’attività del 30 maggio. Si tratta di valutazioni importanti, soprattutto per un territorio densamente urbanizzato come quello etneo, dove un milione di persone vive a stretto contatto con uno dei vulcani più attivi del mondo”.
 
L'Etna cambia forma durante l'eruzione. E il satellite lo fotografa
L'eruzione di questi giorni vista da una delle telecamere termiche dell'Ingv

Youtube vieta i video negazionisti e neo-nazisti

corriere.it

La stretta del colosso ai filmati che promuovono o glorificano l’ideologia nazista e quelli che alimentano teorie del complotto: «Rivediamo continuamente le nostre norme. Una delle aree più complesse e in evoluzione con cui ci rapportiamo è l’incitamento all’odio»

Youtube vieta i video negazionisti e neo-nazisti

Dieci milioni di visualizzazioni in dieci giorni. È il pazzesco risultato raggiunto su Youtube, non dall’influencer del momento o dal nuovo cantante amato dai più giovani, ma dai folli 30 minuti di video con cui viene negata la sparatoria del 14 dicembre 2012 nella scuola elementare di Sandy Hook, a Newtown in Connecticut, in cui erano rimaste uccise 27 persone, fra i quali 20 bambini. Il filmato è ancora online in più versioni e se ci si butta nella giungla dei correlati ci si può nutrire per ore di contenuti analoghi.

Oggi, mercoledì 5 giugno, la piattaforma di proprietà di Google annuncia di voler intervenire in modo definitivo: i contenuti che negano«eventi violenti ben documentati come l’Olocausto o il massacro alla Sandy Hook Elementary (come scrive Youtube, ndr)» non potranno più essere pubblicati e verranno rimossi.

Secondo le nuove regole, che entrano formalmente in vigore da subito ma avranno bisogno di tempo (e di persone e della reattività delle macchine) per essere implementate completamente, sono inoltre «espressamente vietati i video che suggeriscono che un gruppo sia superiore per giustificare discriminazioni, segregazioni o esclusioni basate su età, sesso, etnia, casta, religione, orientamento sessuale o condizione di reduce di guerra.

Ciò includerebbe, ad esempio, video che promuovono o glorificano l’ideologia nazista, che è intrinsecamente discriminatoria.». Youtube non ha dato precisazioni ulteriori sui video e sui canali su cui interverrà, ma parliamo, se non dell’ossatura, di una porzione rilevante della piattaforma e di quanto è stato premiato dall’algoritmo.

«Rivediamo continuamente le nostre norme. Una delle aree più complesse e in costante evoluzione di cui ci occupiamo è l’incitamento all’odio. Abbiamo studiato a fondo come affrontare questi contenuti nel modo migliore, consultando dozzine di esperti su argomenti come l’estremismo violento,
i movimenti suprematisti, i diritti civili e la libertà di parola.

Sulla base di quanto abbiamo imparato, stiamo
introducendogli aggiornamenti», ha scritto il colosso, che negli ultimi giorni è stato additato per non essere intervenuto sulle offese omofobe e razziste dello youtuber Steven Crowder a Carlos Maza di Vox. Il contenuto è stato riconosciuto come «offensivo», ma non contrario alle norme del sito.

Fra le novità odierne, anche l’impegno di estendere a più Paesi le modifiche alle raccomandazioni che negli Stati Uniti hanno portato a «una riduzione di oltre il 50 per cento delle visualizzazioni» dei video che diffondono disinformazione o sono considerati (da Youtube) al «limite delle norme».