Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

sabato 25 maggio 2019

Elezioni europee, c’era una volta la piazza: quando i comizi finali erano per le folle

corriere.it
di Ester Palma

Oggi i partiti puntano su spazi più piccoli per le manifestazioni conclusive della campagna elettorale: sono finiti i tempi dei raduni con le grandi masse, internet e la disaffezione alla militanza hanno cambiato le modalità della partecipazione

Gli appuntamenti per le Europee

C’erano una volta i grandi comizi politici, specialmente per le chiusure delle campagne elettorali: oggi sono diventati sempre più rari, colpa anche di internet e della crescente disaffezione alla politica. Salvini ha chiuso la campagna della Lega con una kermesse in Milano cui hanno partecipato le 11 delegazioni sovraniste europee alleate, i 5Stelle sono oggi pomeriggio nella certo non immensa piazza della Bocca della Verità a Roma, il Pd chiude questa sera a Milano, nella altrettanto contenuta piazza Sempione, Berlusconi è stato giovedì a Roma al palazzo dei Congressi.

(Ansa)(Ansa)

Quando Berlinguer riempiva piazza San Giovanni a Roma

In passato era tutto diverso. La foto è stata scattata negli anni Ottanta del secolo scorso, al comizi in piazza San Giovanni del Pci guidato da Enrico Berlinguer la folla riempiva l’intera ed enorme piazza San Giovanni a Roma


E piazza Duomo a Milano

Grande folla per Berlinguer anche per il comizio in piazza Duomo a Milano: è il 1983, un anno dopo lo storico segretario del Pci morirà a Padova, a 62 anni, per un malore che lo colse durante un comizio.

(Ansa)(Ansa)

Forlani a Grosseto nel 1972

L’allora segretario politico della Democrazia Cristiana, Arnaldo Forlani in un comizio tenuto a Grosseto nel 1972

(Archivio Corriere)(Archivio Corriere)

Almirante riempie piazza del Popolo

L’allora segretario del Movimento sociale italiano, Giorgio Almirante, in un comizio in piazza del Popolo a Roma, negli anni Ottanta

(Archivio Corriere) (Archivio Corriere)

Bettino Craxi a Milano

Piazza Duomo a Milano piena per un comizio dell’allora segretario del Psi Bettino Craxi, fine anni Ottanta

(Gin Angri)(Gin Angri)

2013, folla per Grillo anche a Torino

Pochi giorni prima, il 16 febbraio dello stesso anno, Beppe Grillo aveva riempito con il suo comizio anche piazza Castello a Torino

(Ansa)(Ansa)

Grillo a Milano nel 2013

Folla in piazza Duomo a Milano per il comizio elettorale di Beppe Grillo: era il 19 febbraio 2013

(Ansa)(Ansa)

Bersani nel 2010 a San Giovanni

Piazza San Giovanni piena per il comizio dell’allora segretario del Pd, Pierluigi Bersani, per la manifestazione contro il Governo Berlusconi «Con l’Italia che vuole cambiare».

(LaPresse)(LaPresse)

Berlusconi a Napoli nel 2007

Il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, durante il suo intervento da un palco improvvisato in piazza dei Martiri, a Napoli, nel dicembre 2007.

(Ansa)(Ansa)

Marte, gli Ufo, un sorriso invisibile (e mio padre): intervista a Roberto Giacobbo

corriere.it
di Roberta Scorranese

Gli infortuni durante la preparazione delle puntate («mai spettacolarizzati, però»). Il tempo ritagliato per la famiglia. La rivincita presa sui molti critici, e l’autoironia sull’imitazione di Crozza: intervista (a tutto tondo) al conduttore di Voyager



Questa intervista è apparsa sul numero 40 di Futura, la newsletter privata di Corriere. Per iscriversi, gratuitamente, e riceverla ogni venerdì alle 12, basta cliccare qui.

Arrivo davanti all’elegante albergo alle porte dell’Aquila, parcheggio l’auto, chiudo la portiera e realizzo una cosa: ho appuntamento con Roberto Giacobbo in un posto non lontano da Pietracamela (paesino sotto il Gran Sasso), dove negli anni Settanta ci fu un famoso avvistamento di Ufo. E vicino pure alla Marsica, terra disseminata di tracce dei misteriosi cavalieri Templari. Paura, eh?
 
Ma per fortuna il conduttore di Voyager arriva puntuale, ha un’aria vacanziera e, soprattutto, si presenta senza alcuna imbragatura subacquea, senza l’equipaggiamento da spedizione sul K2 e non ha nemmeno l’elmetto giallo d’ordinanza. «Bene arrivata, questa è Angelica, una delle mie tre figlie», dice indicando una bellissima ragazza con gli occhi chiari. La quale ci segue nell’albergo. Adesso so che in quest’intervista saremo in tre (almeno parlando di individui visibili).

L’illustrazione di Adriana De Martino per Futura su questa intervistaL’illustrazione di Adriana De Martino per Futura su questa intervista

Lei viene spesso in vacanza qui in Abruzzo?
«Sì, d’estate io, mia moglie e le ragazze ce ne stiamo in una casetta semi-sperduta sui monti del Gran Sasso.»

[Giacobbo ha interrotto le uniche due settimane di ferie per questo incontro: la sua gentilezza è direttamente proporzionale alla imponente statura fisica]

È curioso incontrarla così, in camicia sportiva e jeans. Siamo abituati a vederla mentre si cala nelle grotte o mentre si inerpica su qualche massiccio.
«Pochi lo sanno, ma spesso durante le puntate di Voyager mi sono fatto male.»

E quando?
«Una volta, mentre risalivo dalla grotta dell’Uomo di Altamura, un sostegno cedette e io mi ruppi i legamenti di una spalla. E ancora: stavamo esplorando il pozzo di san Patrizio a Orvieto quando ci fu una delle scosse più forti dell’ultimo terremoto tra Marche e Umbria. Eravamo sottoterra mentre tutto tremava. E però qui si vede la televisione che ha rispetto delle persone.»

Perché?
«Avrei potuto spettacolarizzare il tutto. Puntare sulla catastrofe in presa diretta. Ma io non lo faccio. Io ho rispetto per il pubblico che mi segue sin dal 2003 e che continua a farlo anche in questa edizione estiva in prima serata che sta per concludersi (il 4 settembre, con una puntata su Madre Teresa, ndr). Questo i miei detrattori non lo sottolineano mai. Ma voglio ringraziare Platinette, che in un pezzo recente ha scritto: “Giacobbo ci piace perché parla come noi”. Bello.»

Sì ma i suoi detrattori le rimproverano proprio questo: che a volte dà voce alle opinioni dell’uomo qualunque.
«Io pongo domande. Non tratto argomenti dicendo: “È così e basta”, ma non ho nemmeno l’atteggiamento intransigente di chi liquida certi temi con uno sprezzante: “Non è possibile”. Studio rigorosamente gli argomenti: ogni puntata di Voyager ha alle spalle sei mesi di lavoro, dall’ideazione alla fine del montaggio. Metto a confronto esperti, non mi fermo alle apparenze o alle cose già scritte. Sa quante scoperte non sono state approfondite solo perché sembravano assurde rispetto a cose già date per assodate? E non è una televisione facile.»

Anche perché è un terreno sul quale, almeno quindici anni fa, non tutti in Italia si avventuravano volentieri.
«No, e infatti è stata ed è una scommessa: è una televisione che tiene conto della trasversalità del pubblico. Davanti alla tv ci può essere un premio Nobel così come una persona che non ha studiato. E che ha voglia, perché no, di conoscere la risposta a interrogativi che sconfinano nel mistero. Quando parlo di Ufo, è chiaro che non mi riferisco ai marzianini verdi con le antenne. Parto sempre da una notizia che ha testimoni. Se allo stadio (si riferisce all’avvistamento di Firenze del 1954, ndr) diecimila persone hanno visto qualcosa nei cieli, perché non provare a capire? Bisogna chiedersi “che cosa potrebbe essere? Che cosa mi sfugge?”.»

[Quando fa queste domande fissandoti negli occhi, il “momento Kazzenger”, quello della meravigliosa parodia di Crozza, è vicinissimo e sono sicura che lui, Roberto, sia perfettamente consapevole di questo esercizio di sottile autoironia]

L’imitazione di Giacobbo firmata da Maurizio Crozza
L’imitazione di Giacobbo firmata da Maurizio Crozza

Mi racconta una rivincita che si è preso sui detrattori?
«Anni fa arrivò la notizia che su Marte poteva esserci vita. Misi a confronto un famoso ingegnere, incline a pensare che poteva essere vero e una scienziata, invece, contraria, che si chiamava Margherita Hack. Un celebre matematico mi ha punzecchiato per anni solo perché feci discutere due personalità su tale tema. Di recente però pare che questa sia un’ipotesi plausibile.

Ho sentito al telefono quel matematico il quale mi ha detto: “Giacobbo, ho da dirle una cosa: pardon”.» [Roberto ha un umorismo allegro, ama i giochi di parole e – immagino – anche le storielle. Troppo poco spazio qui per parlarne, ma una sua battuta va riportata: «Meno male che a scoprire l’energia elettrica fu Volta, perché oggi si misura in Volts. Se fosse stato un Asdrubale, avremmo avuto gli Asdrubals». E così via]

Da chi ha imparato a «smontare » così la storia?
«Da papà, ingegnere dell’Ibm. Mi ha fatto vivere nel futuro per tutta l’infanzia. È stato un pioniere: fu tra i primi a lavorare a un progetto per regolare il traffico aereo con un software. Ha collaborato alla realizzazione di un computer parlante nel 1959. Ricordo bene la volta in cui tornò a casa molto nervoso: ad una riunione con scienziati internazionali aveva avanzato l’ipotesi che in un futuro avremmo lavorato con computer di diversi giga di memoria e tutti erano scoppiati a ridere.»

Una figura importante.
«Ecco, anche grazie al suo essere visionario, io ho sempre preferito quella parte non ancora scritta della storia e della scienza. Lo sa perché Napoleone perse a Waterloo? Perché un vulcano distante migliaia di chilometri aveva influenzato il meteo con la sua eruzione. E il campo di battaglia non era adatto alla strategia del grande condottiero. Lavorare su questo confine impone un metodo rigoroso di verifica, ma anche empatia. Io racconto emozioni.

Quando mi vedete entrare in una grotta, sappiate che è la prima volta che ci entro, anche se quella grotta l’ho studiata per mesi a tavolino, con gli speleologi. Regalo il brivido di chi scopre le cose.» [Angelica è comprensibilmente un po’ annoiata, ma paziente, sorridente. Guarda spesso lo smartphone. Ancora mi sfugge il motivo per il quale è con noi. C’entrerà qualcosa il mistero del numero tre? Vuoi vedere che qualche Maya...]

Lei ha anche partecipato al quiz di Mike Bongiorno, Bis, vero?
«Era il 1981. Divenni campione e vinsi 15 milioni di vecchie lire. Ma non me li diedero in soldi, bensì in assegni precompilati da spendere o alla Standa o alla Rinascente. E in soli tre mesi. Mamma fece rifornimento di alimentari, io comprai mobili e biancheria, ma poi riuscii a rivendere questi assegni ai miei amici.»

Com’era la sua famiglia di origine?
«Le racconto di mio nonno. Penna bianca degli Alpini, il 9 settembre 1943, vale a dire il giorno dopo l’armistizio, dalla caserma triestina che presidiava mandò a casa tutti i suoi soldati dicendo: “Resto solo io”. Peccato che poi arrivarono i tedeschi e lo portarono in un campo di concentramento. La nonna, tedesca a sua volta, riuscì a farlo tornare ma lui era così malato che morì poco tempo dopo.»

E come è arrivato alla televisione?
«Dopo la laurea in economia ho fatto radio per 14 anni, stavo a Rds. E poi anche tanta tv locale. Tra l’altro, in radio facevo parodie: che so, impersonavo la maga, l’uomo ignorante e così via. I testi erano scritti da me: mamma da casa registrava tutto, poi io sbobinavo e mandavo alla Siae. Papà si stupì del fatto che a 27 anni avevo già i soldi per accendere un mutuo per la casa. “Ma davvero ti pagano?” mi chiese. Si è accorto del successo solo di recente, quando eravamo in fila in banca e la gente mi salutava. Ma arrivai alle reti nazionali grazie a un libro.»

Un libro? E su che cosa?
«Si intitolava Il segreto di Cheope, che scrissi con Riccardo Luna. Raccontavamo il grande mistero della storia egizia: com’è possibile che dal nulla spunti all’improvviso una civiltà raffinatissima che resta uguale a se stessa per millenni e poi sparisce? Comunque Costanzo ci invitò a parlarne, andai io e in pochi minuti spiegai il libro. Il giorno dopo mi chiamò un dirigente dell’allora Telemontecarlo. Cominciai a condurre Stargate - Linea di confine. Ma sono arrivato alla conduzione dopo anni e anni in cui, in radio e tv, ho fatto l’autore.»

Giacobbo, nella sua trasmissione la parte della verifica scientifica è rigorosa. E ho la sensazione che lei sia un uomo molto razionale. Mi racconta, però, un episodio assolutamente irrazionale che le è capitato?
«Eravamo in una casa dove Gustavo Rol ha fatto diverse riunioni (Rol è stato un famoso sensitivo di Torino, ndr). C’era un quadro molto bello, raffigurante una donna, un dipinto che in passato — alla presenza di diversi testimoni tra cui Rol — aveva preso fuoco per poi tornare al suo posto. Chiesi al nostro operatore di inquadrare quel viso, quando ci accorgemmo che, in camera, la donna dipinta mostrava un sorriso che altrimenti non aveva. Scattai anche delle foto che provavano quello che si vedeva nell’occhio della telecamera. In video, quel sorriso non apparve. Come spiegare questa cosa che io e altri abbiamo visto?»
[Paura, eh?]

Lei crede in Dio?
«Sì. La scienza dà risposte fino ad un certo punto. Tutto quel territorio che sta oltre quel punto per me si chiama Dio.»

E che cosa la spaventa più di ogni altra cosa?
«L’ignoranza. Ma non l’ignoranza intesa come non cultura: parlo di intolleranza.»

E quanto conta la famiglia nel suo lavoro?
[Guarda Angelica, mentre ci alziamo per congedarci] «Per me è tutto. Quando finiamo una puntata la mia squadra sa già che deve prenotarmi un aereo per tornare a casa: non voglio perdere nemmeno un’ora libera senza la mia famiglia.»
 
[Solo adesso capisco la presenza di Angelica durante il nostro incontro. Questa era una preziosa ora di ferie.]

Perché i lavoratori di oggi dovrebbero imparare la lezione di Gramsci

repubblica.it
DI ABOUBAKAR SOUMAHORO

"La classe operaia - scriveva - può fare affidamento solo su sé stessa". Unirsi e organizzarsi rimane il solo modo per far valere i propri diritti

Perché i lavoratori di oggi dovrebbero imparare la lezione di Gramsci

La riunione del consiglio dei ministri, tenutasi in via straordinaria il 18 aprile scorso in Calabria, non ha licenziato nessun provvedimento capace di migliorare in termini reali le condizioni di vita dei lavoratori sempre più impoveriti. La riunione, durata 39 minuti come precisa il comunicato del governo, non ha inoltre indicato un piano né tantomeno una strategia per affrontare il tema della disoccupazione giovanile che causa la fuga di un esercito di giovani in cerca di un futuro migliore.

Questa mancanza di provvedimenti concreti è imputabile anche ai precedenti governi che si sono alternati nel corso degli anni. Purtroppo, ogni nuovo governo che s’insedia promette l’avvio di una nuova fase di cambiamento e di miglioramento delle condizioni dei lavoratori e delle lavoratrici. Queste promesse, che sembrano sempre più condite da un forte sapore ingannevole, disattendono puntualmente le aspettative e le speranze delle popolazioni.

I disoccupati, gli inoccupati, i pensionati e i lavoratori non si dovrebbero far ingannare da slogan elettorali o farsi illudere da narrazioni semplicistiche di questo o quell’altro ministro impegnato nel fallace esercizio di fargli credere che la soluzione alla crisi del lavoro possa passare attraverso la buona volontà del governo di turno.

Come scriveva Antonio Gramsci sull’Ordine Nuovo l’8 agosto del 1921: «La classe operaia non ha nulla da sperare da questo e da quest’altro ministro; la classe operaia non può fare affidamento che in sé stessa. Ogni decreto, ogni disegno di legge non sono che pezzi di carta per i padroni, la cui volontà può trovare un limite solo nella forza medesima degli operai».

Questo pensiero, espresso da Gramsci circa 100 anni fa, sembra essere più che mai attuale nei nostri tempi, in cui i governi appaiono sempre più incapaci di apportare cambiamenti reali alle condizioni del mondo del lavoro perché sono indeboliti dinanzi al potere economico che sta esercitando una crescente egemonia sul potere politico.

Quest’indebolimento, che si materializza principalmente dalla subordinazione della politica all’economia, è generato da diversi fattori tra cui la permeabilità del tessuto politico da parte dei poteri economici, attraverso le sofisticate forme di pressione dei gruppi di interessi o di ingenti somme finalizzate a finanziare l’attività politica.

In questo contesto, la classe operaia - che comprende l’arcipelago delle partite Iva, giornalisti precari, rider, facchini, braccianti, lavoratori domestici, lavoratori a cottimo e il variegato mondo del lavoro subordinato che include altresì i dipendenti pubblici - deve essere artefice e protagonista del proprio percorso di cambiamento senza illudersi che ciò possa avvenire per il tramite di una grazia concessa da questo o quell’altro ministro. La lotta di questo esercito di lavoratori impoveriti per essere efficace non può essere delegata a nessun governo ma dovrebbe essere affidata alle forze intrinseche della stessa classe operaia.

Questa autodeterminazione non può, tuttavia, prescindere dall’unione e dalla ricomposizione dei lavoratori e delle lavoratrici sempre più isolati ed atomizzati da questo modello economico che tende al dividi et impera. I corpi intermedi, traendo legittimità dalla classe operai oggi sempre più schiacciata ed umiliata, dovrebbero unire questo esercito di lavoratori disgregati.

Per fare ciò vi è assoluto bisogno di uno strumento sindacale indipendente e capace di stare al passo con le sfide dei nostri tempi. Questo agire sindacale deve essere in grado di recuperare credibilità stando nei luoghi delle contraddizioni insieme agli uomini e alle donne che pur lavorando non riescono a far fronte ai propri bisogni vitali, come diceva Giuseppe Di Vittorio.

Tutto ciò diventa ancora più impellente considerato che viviamo in un contesto caratterizzato da una inarrestabile crescita delle disuguaglianze dovuta a scelte politiche ed economiche che spesso sono presentate come soluzioni mentre sono proprio queste scelte a generare e alimentare queste disparità. Queste scelte creano un progressivo impoverimento che continua a divorare e a fagocitare i lavoratori e le lavoratrici resi sempre più vulnerabili nei confronti dei giganti economici che pendono sulle loro teste come la spada di Damocle.

Questa situazione non verrà cambiata dalle riunioni dei consigli dei ministri - indipendentemente dalla loro durata, dalla loro tenuta geografica o dal movimento politico che li promuove - ma dalla classe operaia se riuscirà a rimanere unita e saprà organizzarsi prendendo il proprio destino in mano

Elise, Véra e le altre. Le cavie del nazismo ora sepolte a Berlino

corriere.it
di Paolo Valentino, corrispondente da Berlino

Il «ginecologo del Reich» ne conservò i resti. Lunghe ricerche per identificarne (solo) venti

Elise, Véra e le altre. Le cavie del nazismo ora sepolte a Berlino

Liane Berkowitz aveva appena 19 anni quando venne impiccata dai nazisti. L’avevano arrestata nel 1942 mentre attaccava dei manifesti di protesta contro una mostra della propaganda di regime. Liane era incinta al momento dell’arresto, ma questo servì solo a far rinviare l’esecuzione a dopo il parto.

Nata nel 1913, Libertas Schulze-Boysen aveva aderito neanche ventenne al partito nazista nel 1933. Ma ne era uscita inorridita nel 1937 per entrare attivamente nella resistenza insieme al marito Harro. La Gestapo la prese nel 1942, nel suo appartamento trovò un archivio di fotografie che documentava le violenze dei nazionalsocialisti. Fu assassinata poco dopo.

La tragica storia di Liane e Libertas non finì con la loro morte: i loro corpi furono tra quelli di 184 persone, quasi tutte donne, che vennero consegnati al celebre ginecologo e docente di anatomia all’Università di Berlino Hermann Stieve, per essere sezionati e usati per esperimenti.

Trecento pezzetti di tessuto appartenenti alle vittime di Stieve hanno trovato finalmente la pace eterna ieri pomeriggio, con una commovente cerimonia di sepoltura inter-religiosa (ebraica, cattolica e protestante) al Dorotheenstädtische Friedhof, il cimitero nel cuore della capitale tedesca dove riposano anche Friedrich Hegel, Bertolt Brecht e Herbert Marcuse. Alcune centinaia di persone hanno partecipato alle esequie.

I resti, lunghi pochi millimetri, erano stati trovati nel 2016 da eredi del medico in una proprietà di famiglia. Erano custoditi in piccole scatole nere, molte delle quali etichettate con il nome della persona cui appartenevano.

Consegnati al policlinico della Charité, quello dove lavorava Stieve, sono stati affidati al Centro per la memoria della Resistenza tedesca che ha ricostruito le storie personali di una ventina di vittime. Su richiesta delle famiglie i resti non sono stati identificati pubblicamente al momento della sepoltura.

Arrivato alla cattedra negli anni dell’avvento del nazismo, Stieve era subito entrato in sintonia con il regime. Alla Charité conduceva ricerche sull’influenza della paura e degli stress psicologici sul ciclo mestruale e sugli apparati genitali maschili.

Oggetto dei suoi esperimenti erano infatti ghiandole germinali, ovaie e testicoli, che lui chiamava «Werkstoff», il materiale e si faceva arrivare direttamente dalla prigione di Ploetzensee, un sobborgo berlinese o dal campo di concentramento di Ravensbrueck, dove migliaia di ebrei e oppositori del nazismo vennero uccisi.

La ricerca, guidata dal direttore del centro Johannes Tuchel, ha dimostrato che i corpi venivano prelevati da un autista pochi minuti dopo le esecuzioni. Una volta in ospedale, Stieve li sezionava esportando gli organi necessari ai suoi esperimenti e poi li mandava al forno crematorio di Wilmersdorf per farli incenerire.

L’acribìa criminale di Stieve ha paradossalmente aiutato nel restituire un volto almeno a una parte delle sue vittime. Se infatti negli anni del nazismo aiutò sistematicamente il ministero della Giustizia del Reich a cancellare le tracce dei loro atti criminali, subito dopo la guerra non ne ebbe più bisogno. Non essendo mai stato membro del partito, egli non venne processato come criminale nazista. Anzi, assunse una posizione di prestigio nell’élite medica della Ddr.

Mantenne la sua cattedra alla Humboldt e fu socio onorario della Società Tedesca di Ginecologia fino alla morte nel 1952 Tale era la sua sicurezza di impunità, che nel 1946 Stieve mise a punto una lista delle donne e uomini i cui corpi gli erano stati consegnati ed erano serviti ai suoi immondi esprimenti. «La Stieve’s list ci ha permesso di identificare le sue vittime e raccontare le loro storie», spiega Sabine Hildebrandt, studiosa di anatomia alla Michigan University, che ha lavorato all’inchiesta.

Fra loro, Midlred Harnack, nata negli Stati Uniti, in Wisconsin, e sposata a un tedesco, leader del gruppo resistente Orchestra Rossa. Arrestata nel 1943, fu l’unica donna americana impiccata per ordine personale di Hitler.

Quando per guidare dovevi fare la ‘doppietta’ e cinture e servofreno non esistevano

repubblica.it
Gianni Antonellia

Always on. Oggi, se non si ha la possibilità di viaggiare sempre connessi alla rete ci si sente nudi. In auto, quando si guida, si è circondati da schermi, cruscotti ridondanti informazioni e spie e i volanti sono affollati di tasti e levette che comandano telefoni, radio, dispositivi elettronici di vario tipo e molto altro. Telecamere e sensori sono distribuiti un po’ dappertutto dentro e fuori dall’abitacolo.

Se si muovono la mani la nostra auto comprende che cosa vogliamo, parliamo con lei e scriviamo con un dito su tablet virtuali i nostri desiderata. Sulle auto di oggi è comparsa anche l’intelligenza artificiale e la guida assistita si avvicina sempre di più all’auto-guida. I sistemi di navigazioneinformano i computer di bordo dell’avvicinarsi di incroci, rotonde o curve pericolose e l’auto, da sola, rallenta, scala le marce opportune per affrontare al meglio quell’ostacolo che tra un po’ raggiungeremo e, se è il caso, si ferma oppure percorre la curva alla velocità più sicura.

E chi guida che fa? Impugna il volante (è ancora obbligatorio), controlla che l’elettronica funzioni ed eventualmente chiede ad alta voce alla sua auto di cambiare musica, di cambiare la stazione radio, di leggere le e-mail o di prenotare un tavolo nel ristorante più vicino. Questo oggi, ma solo vent’anni fa tutto era molto diverso. Certo, poco prima che scattasse il XXI secolo, sulle auto c’era già un bel po’ di elettronica, ma il modo di affrontare un viaggio era ancora molto simile a quello dei venti anni precedenti.

In auto si era scollegati dal mondo e spesso si era soli con sé stessi. Parlava solo la radio, se c’era, il resto era rumore di motore e fruscio dell’aria. Ecco alcuni dei cambiamenti più grosso nella tecnologia, e quindi nel modo di guidare, che probabilmente renderebbero impossibile a un ventenne di oggi guidar un’auto di 30 anni fa.

Freni

Test ABS presso lo stabilimento di Stoccarda-Untertürkheim di Daimler-Benz AG. Confronto delle prestazioni di frenatura delle berline Classe S (serie 116) con (destra) e senza sistema di frenatura antibloccaggio su fondo stradale bagnato. Mercedes
Il sistema di antiblocaggio delle ruote in frenata(l’acronimo viene dal tedesco Antiblockiersystem) è la “mamma” di tutta l’elettronica che c’è a bordo di un’auto. Tutte le altre applicazioni come i sistemi antisbandamento (ESP) e i controlli di trazione usano come base proprio l’ABS. Nato per evitare che le ruote dei carrelli degli aerei si bloccassero nella frenata dopo l’atterraggio, il sistema per le auto fu sviluppato dalla svedese Volvo (che costruiva anche aerei civili e militari) e poi commercializzato e ulteriormente implementato dalla tedesca Bosch.

L’antiblocaggio riduce gli spazi di arresto e consente di governare il veicolo anche nelle frenate più violente. Prima, era il pilota che, calibrando la forza sul pedale del freno, cercava di non far bloccare le ruote. La frenata era una manovra delicata e lo stridio delle ruote bloccate che scivolavano sull’asfalto era un suono frequente. Lestrisciate nere istoriavano le strade e spesso erano la testimonianza di storie finite male.

Airbag

Air bag. Agf
I cuscini salvavita che si gonfiano in caso di incidente circondano e proteggono chi viaggia in auto. Si contano fino a sette airbag. Fino agli anni Ottanta non c’erano.Poi arrivarono gli “Eurobag”, più piccoli degli airbag montati dagli americani.

Alzacristalli

Una vecchia Opel Super 6. Agf
Per alzare o abbassare i cristalli laterali c’erano le manovelle (oggi si trovano solo e qualche volta sulle porte posteriori). Se si doveva chiedere un’informazione(vedi sistemi di navigazione) ci si stendeva sul sedile di destra per raggiungere la scomoda manovella e abbassare il vetro. Oggi basta un tocco.

Appoggiatesta

Mercedes
Sandro Munari nel vittorioso Rally di Montecarlo del 1972 aveva i sedili della sua Lancia Fulvia Coupé Hf senza appoggiatesta. I “colpi di frusta” erano una brutta esperienza a ogni piccolo tamponamento. Quando la botta era più seria c’era poco da scherzare. Oggi, con gli appoggiatesta attuali, i colpi di frusta sono diventati (spesso) un problema legale per le assicurazioni.

Cambio

L'evoluzione della leva del cambio dagli anni 80 a oggi. Veo
Per cambiare marcia c’era solo il sistema manuale. Quelli automatici o li usavano gli americani oppure erano visti con sussiego dagli sgamati automobilisti europei. I più moderni avevano le marce sincronizzate, ma le “utilitarie” non disponevano di questo sistema e allora vai con la “doppietta”: per scalare una marcia si premeva la frizione, si metteva il cambio in folle, poi un’accelerata e di nuovo frizione e inserimento del rapporto inferiore. Oggi, un tocco sul paddle dietro il volante, come fa Vettel, e la marcia entra sicura!
Cinture di sicurezza

Nessuna traccia di cinture di sicurezza su questa Fiat 500. Fiat
All’inizio non le usavano nemmeno in F.1. Poi ci ha pensato la Volvo (1959). Oggi se non le indossiamo un fastidioso cicalino ci ricorda questa grave mancanza.

Climatizzazione

Il sistema di riscaldamento della Fiat 500. Fiat
Fino a una quarantina di anni fa la climatizzazione era solo invernale, quando si accendeva il riscaldamento: la Fiat 500 aveva una leva sul pavimento, dietro, vicino al divanetto, girandola arrivava un refolo di aria calda con un vago sentore di olio motore che riscaldava l’abitacolo. D’estate c’era il deflettore, ovvero un triangolo di vetro orientabile, che faceva entrare l’aria esterna per stare un po’ più freschi. Oggi il clima è a controllo elettronico e si arriva fino alla possibilità di scaldare o raffreddare l’abitacolo con quattro temperature diverse…

Navigatore

Nei casi più disperati si fermava l'auto e si cercava di capire come decifrare la mappa... Agf
I satelliti geostazionari, quelli che ci guidano e che fanno capo al sistema GPS (Global Positioning System) nascono per esigenze militari e solo all’inizio degli anni Novanta sono stati messi a disposizione del pubblico e quindi anche di noi automobilisti. Prima c’erano le cartineautomobilistiche e quelle della Michelin erano il massimo, coprivano tutto il mondo ed erano le nonne di Google Maps. Chi viaggiava a fianco del guidatore vestiva gli abiti del navigatore e cercava di dare le “note” (gira a destra, al prossimo semaforo vai dritto…) a chi guidava e controllava l’itinerario seguendo anche i cartelli stradaliche, chissà perché, sul più bello scomparivano. In casi disperati si accostava a destra e si cercava qualcuno che potesse dare le indicazioni definitive.

Radio

Autoradio estraibile anni '80. Flickr/Jaap Stronks
L’autoradio è nata negli Usa all’inizio degli anni Trenta. Poi è diventata piccola e appetita dai ladri tanto che Toto Cotugno identificava gli italiani come quelli che andavano in giro con l’autoradio sotto braccio… per non farsela rubare! Oggi fa parte del sistema di infotainment, ovvero si può anche sentire la musica. E le playlist sono una app: le stereo8, le cassette e anche i cd sono un antico ricordo.

Sedili

I sedili ribaltabili da un'Alfa Romeo Giulia. Alfa
Da fissi a ribaltabili (con annessi sogni erotici!). Ci si sedeva e si stava comodi… il giusto. Ora i sedili incapsulano il corpo di chi sta in auto e hanno una enorme quantità di regolazioni (si sfiora la doppia decina). E poi sono aerati, hanno massaggi per schiena e cosce… c’è chi, come la Mercedes, parla di effetto spa.

Sterzo e volante

Il volante di una Fiat 110. Fiat
Sterzi duri, granitici, per parcheggiare ci volevano le braccia di Shwarzenegger. La lotta con il volante per girare le ruote da fermo o quasi era improba: si vedeva gente che si appendeva con le due mani al volante cercando di sterzare. Certo, il servosterzo c’era già, ma lo avevano solo le berline di lusso. Poi è arrivata nel 1993 la Nissan Micra e ha reso questo sistema di aiuto alla guida democratico. Ora con il poco costoso motorino elettrico che aiuta a girare le ruote tutto è più semplice e anche comodo.

Il “timone” che si aveva di fronte sulle auto di qualche decennio fa era grande e con una corona fina. L’unico comando presente era quello del clacson, al centro. Le due o tre razze del volante qualcuno le usava (sbagliando) per guidare. Solo dagli anni Ottanta sono apparsi i primi tasti o levette per governare l’autoradio (volume e sintonia). Oggi, prima di partire con una nuova auto, è bene studiare che comandi ci sono e dove sono. In più, al centro, c’è ancora il clacson, ma sotto il grande tasto c’è l’airbag.

Giusi la parrucchiera e un killer spietato. La polizia incrimina, la legge assolve

corriere.it
di Fabrizio Peronaci

Febbraio 1995, delitto a Prati. La vittima, soffocata con una busta di plastica, prestava soldi. Dopo 10 anni un’impronta accusò un mafioso siciliano, ma le indagini si arenarono.

Giusi Nicoloso, la parrucchiera settantenne uccisa l’11 febbraio 1995 in via Cola di RienzoGiusi Nicoloso, la parrucchiera settantenne uccisa l’11 febbraio 1995 in via Cola di Rienzo

Il crepuscolo era cominciato quand’era rimasta sola, una quindicina d’anni prima. Il marito era morto, figli non ne avevano avuti e quell’appartamento al primo piano del bel palazzo umbertino di via Cola di Rienzo 52 doveva esserle parso all’improvviso troppo vasto e triste, buio, cupo, con tutti quei mobili demodé. S’era rifugiata in un frenetico attivismo, la parrucchiera di Prati, e il lavoro, come spesso accade, l’aveva aiutata a colmare il vuoto. Era proprietaria di due saloni da coiffeur: uno sotto casa, con il nome «Giusi» in stampatello, l’altro a tre minuti a piedi, in via dei Gracchi.

«Parrucchiere Peppino», aveva fatto scrivere sull’insegna, in onore dell’unico grande amore della sua vita... Arrivava a metà mattinata e si metteva alla cassa, Giusi. Al danaro ci pensava, eccome, ma non per avarizia. Una posizione solida, con un gruzzolo in banca, era per lei il miglior antidoto alla solitudine, perché alla fin fine quand’è che ti cercano le persone? Se hai i soldi vieni rispettata, ovvio...Così aveva iniziato a concedere prestiti- senza chiedere interessi, beninteso - ad amici, conoscenti, gente del quartiere. Ma l’umore, negli ultimi tempi, era peggiorato. Le collaboratrici se n’erano accorte («Hai visto quanto fuma la signora?» bisbigliavano mentre facevano la tinta alle clienti, «

Sì, tre pacchetti al giorno! Ne accende una col mozzicone dell’altra!») e che qualcosa andasse storto l’avevano intuito pure le nipoti commercialiste che le tenevano i conti, visto che quella zia un po’ estrosa aveva smesso di versare l’Iva, l’Inps e tutto il resto, e insomma a furia di fidarsi chissà chi aveva conosciuto e in che guaio s’era infilata... Delitto della parrucchiera: quanta violenza e che spina nel cuore, per chi le voleva bene. «Tutti noi, famiglia borghese, mai entrata in contatto con fatti di sangue, restammo choccati.

La morte in quel modo e ciò che seguì, l’attesa e la speranza delusa di giustizia, ci hanno segnato profondamente», dice oggi sconsolata la nipote Elisabetta, figlia di un fratello della vittima, che un quarto di secolo fa era lì, sotto casa, a difendersi dall’assedio di noi cronisti...E allora macchina indietro, fino a quel sabato. Giuseppa Nicoloso detta Giusi, 70 anni, venne assassinata l’11 febbraio 1995, tra il tardo pomeriggio e la sera, all’ora in cui i cinema, compreso l’Eden lì sotto, erano pieni grazie al richiamo di un film di successo, Pulp Fiction.

E non è che la scena in casa della poveretta fu meno sanguinolenta: vittima e aguzzino forse già si conoscevano, o magari no; di certo lui riuscì a salire e ad accomodarsi in salotto; gli fu offerto da bere, come dimostravano i due bicchieri bene in vista; ma, per il resto, buio totale...

Sul tavolo furono trovati assegni e ricevute di vario tipo, segno che avevano discusso di soldi: quelli che Giusi, verosimilmente, si aspettava di avere indietro. Nessuno nel palazzo sentì urla o richieste d’aiuto, il killer giocò d’anticipo: prima la tramortì con un terrificante pugno sul volto, che fece volare la dentiera sul pavimento, poi le ficcò in bocca una busta di nylon, con una pressione talmente forte che due capsule finirono in fondo alla gola.

«Una ferocia incredibile», commentò un agente uscendo dal sopralluogo. Scartate altre tracce - da quella di una misteriosa amica «con un gran vocione, braccia enormi e modi bruschi» agli sbandati che s’affacciavano in negozio per chiedere una moneta - l’unica pista seria restò il debito non onorato. Tanti soldi, mica spiccioli: altrimenti come spiegare il nervosismo degli ultimi tempi e il suo giocare ossessivamente al Lotto e al Totocalcio, sognando una vincita che la rimettesse in piedi? Un commerciante presente ai funerali, del resto, ammise di essere «sotto» di una ventina di milioni di lire, mentre un «noto imprenditore romano», come fu definito dagli inquirenti, di un centinaio.

Tra i tanti amici (o pseudo tali) indebitati con la parrucchiera, saltò fuori anche Ivano Selli, volto noto delle tv private che mesi dopo, per zittire voci malevole, uscì allo scoperto con un’intervista al Messaggero. «Io indagato? No. E ci mancherebbe. Anziché farmi i fatti miei, mi recai subito in Questura... Io e Giusi eravamo amici da 30 anni. Sì, mi aveva prestato dei soldi, ma cifre modestissime. Tutte restituite...» E alla domanda-chiave - «I poliziotti furono sospettosi?» - la replica fu: «In un primo tempo no, poi un funzionario mi chiese dove mi trovavo quella sera e io risposi che ero a cena al ristorante dei Cacciatori a Velletri, insieme con i ragazzi della mia squadra».

Il conduttore di Tele Tuscolo e talent scoutcalcistico, insomma, fu inserito tra i sospettati e contrattaccò rendendo pubblico il suo alibi, con tanto di testimoni a discarico. Risultato: indagini al punto di partenza e giallo di via Cola di Rienzo nel dimenticatoio. Fino al colpo di scena... «Nel 2005, quand’ero capo della Squadra Mobile romana - ricorda Alberto Intini, oggi prefetto di Imperia - ripresi il caso. Feci verificare un’impronta molto nitida trovata su un foglio e, grazie alla banca dati dell’Afis, fu stabilita la perfetta coincidenza con quella di un pregiudicato catanese nato nel 1971, con precedenti per mafia».

Però... «Fu interrogato e negò di conoscere la Nicoloso». Normale: difficile che un sicario confessi al primo colpo. «Già, ma negò anche di essere venuto a Roma. Si cercarono riscontri su voli dalla Sicilia, sui biglietti aerei acquistati nei giorni dell’omicidio, ma era passato troppo tempo». E quindi la Procura si arrese... «Diciamo che il pm non ritenne sufficiente l’impronta». Vecchia storia: la polizia incrimina e la legge assolve? Risposta diplomatica: «Ma no, è nella fisiologia di certe indagini: non sempre si riescono a raccogliere prove tali da reggere in Corte d’assise». Vero, ma triste: pareva fatta e ci si ritrovò con un pugno di mosche in mano...

Su quel marciapiede di via Cola di Rienzo, da giovane cronista, passai interi pomeriggi in cerca di testimoni, spunti, indizi. Parlai anche con lei, Elisabetta Nicoloso. La richiamo. Si ricorda. «Senta - mi confida - la vuole sapere tutta? La delusione verso la giustizia è stata così grande che anni fa, quando ci restituirono carte e documenti, comprese le matrici degli assegni, sa cosa decidemmo di fare? Bruciammo tutto. Tanto era chiaro: l’assassino non lo si era voluto trovare».Il tempo cura le ferite, suol dirsi.

Non sempre.Torno su quel marciapiede. L’appartamento del delitto, passato a parenti che vivono in Venezuela, talvolta viene usato come bed & breakfast. Al posto del salone, sotto casa, c’è una gelateria-yogurteria. Il coiffeur di via dei Gracchi é diventato una bottega bio. Tempus fugit. Ciao Giusi, ciao Peppino...