Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

martedì 14 maggio 2019

La Corte Ue: no all’espulsione del rifugiato anche se commette reati

corriere.it
di Claudio Del Frate

I giudici hanno stabilito che il diritto d’asilo non decade anche in presenza di fatti gravi, se lo straniero rischia la vita o la persecuzione una volta rimandato nel paese di origine. i possibili effetti sul decreto Salvini

La Corte Ue del Lussemburgo ha allargato il perimetro per la concessione dello status di rifugiato: lo ha fatto attraverso una sentenza che salva dall’espulsione due cittadini africani che avevano chiesto accoglienza alle autorità del Belgio e della Repubblica Ceca ma che si erano poi macchiati di reati negli stati che li avevano accolti. In pratica: il diritto alla protezione non può mai decadere del tutto, anche in presenza di fatti gravi, se il migrante rischia la vita o la persecuzione una volta rimandato nello stato di origine. Resta da capire come il verdetto può impattare sulla legislazione italiana: il decreto sicurezza di Salvini, infatti, prevede lo stop ai benefici dell’asilo se lo straniero commette una serie di delitti. Certo, la nuova sentenza non innesca automatismi: per far valere il principio lo straniero dovrà comunque avviare una causa.
Diritto Ue e Convenzione di Ginevra
Un cittadino di uno Stato extra-Ue o apolide - ecco il concetto stabilito dai giudici comunitari - non può essere mai rimandato in un paese dove la sua vita o la sua libertà possano essere minacciate. I criteri per accettare una domanda di asilo sono stabiliti già da una direttiva comunitaria del 2011 ma secondo la corte lussemburghese la decisione di revocare o rifiutare il riconoscimento dello status di rifugiato non produce l’effetto di privare una persona né dello status di rifugiato né dei diritti che la Convenzione di Ginevra ricollega a tale status se questa persona ha il fondato timore di essere perseguitata nel suo paese di origine.
Il caso concreto
Per la Corte, la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue vieta il respingimento di un cittadino di uno Stato extra-Ue o apolide verso un paese dove la sua vita o la sua libertà possano essere minacciate. La Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, inoltre, vieta in termini categorici la tortura nonché le pene e i trattamenti inumani o degradanti, a prescindere dal comportamento dell’interessato, e l’allontanamento verso uno Stato dove esista un rischio serio che una persona sia sottoposta a trattamenti di tal genere.

La Corte Ue in sostanza ha stabilito che il diritto dell’Unione riconosce ai rifugiati interessati una protezione internazionale più ampia
di quella assicurata dalla Convenzione di Ginevra. Di fatto, la revoca dello status di rifugiato, quando c’è un rischio per la persona in questione, fa perdere alcuni benefici previsti dalla direttiva, ma non permette il rimpatrio. Il caso era stato sollevato da un cittadino ivoriano e uno congolese, nonché una persona di origine ceceni, che si sono visti revocare lo status di rifugiato o negare il riconoscimento in Belgio e Repubblica ceca, perché considerate una minaccia alla sicurezza o condannate per un reato particolarmente grave per la comunità dello Stato membro ospitante.
Di Maio e i rimpatri
Sui problema degli stranieri da rimpatriare torna anche oggi Luigi Di Maio: «A me dispiace che il decreto Sicurezza bis non parli di rimpatri. Perché già il fatto che stiamo facendo un bis fa capire che c’è qualcosa che ci siamo dimenticati nel precedente. Noi dobbiamo favorire con norme e stanziamenti economici gli accordi di cooperazione allo sviluppo di paesi di provenienza di queste persone per poter attuare i rimpatri» ha detto il vicepremier nel corso di una conferenza stampa di M5s al Senato.

La Cina mostra a Hong Kong il vero volto della sua politica

corriere.it
dii Ernesto Galli della Loggia

A Pechino regna una dittatura abituata a non guardare in faccia a nessuno perché come tutte le dittature dietro l’apparente solidità vive nel terrore di perdere il controllo della situazione

La Cina mostra a Hong Kong  il vero volto della sua politica

Come intende la Cina rispettare gli accordi che sta allacciando con noi e con altri Paesi occidentali? Per rispondere niente di più ovvio che vedere come Pechino ha osservato i patti stabiliti in precedenti occasioni. Per esempio il trattato che nel 1997 le consentì di sottrarre Hong Kong alla sovranità britannica in cambio del riconoscimento alla città, per cinquant’anni, di uno statuto di larga autonomia politica, economica, amministrativa e giudiziaria.

Da allora però la Cina non fa che tentare in tutti i modi di rimangiarsi gli impegni presi, a spese dei diritti di cui, a differenza della gran massa dei loro compatrioti, gli abitanti della città ancora godono. Ultimo tentativo un progetto di legge del governo della città controllato da Pechino, volto a consentire l’estradizione di molte categorie di sospetti verso la Cina continentale. E cioè verso il suo sistema giudiziario interamente nelle mani del Partito comunista e nel quale è tutt’altro che sconosciuta la tortura come abituale strumento d’indagine.

Davanti alle proteste le autorità di Hong Kong hanno fatto una parzialissima marcia indietro. Ma agli occhi dei loro amministrati scesi in piazza sembrano contare molto di più gli 8-16 mesi di carcere rifilati ai responsabili del movimento democratico della «rivolta degli ombrelli» di qualche tempo fa, le misteriose scomparse di persone sgradite al governo di Pechino e ricomparse nelle aule di giustizia cinesi per «confessare» i propri crimini, o il recente probabilissimo rapimento di un magnate locale ad opera di agenti cinesi.

La verità è quella che troppi in Occidente si rifiutano di vedere: a Pechino regna una dittatura abituata a non guardare in faccia a nessuno perché come tutte le dittature dietro l’apparente solidità vive nel terrore di perdere il controllo della situazione.

Minecraft, intelligenza artificiale, cloud e un browser tutto nuovo: ecco il futuro di Microsoft

lastampa.it
LUCA SCARCELLA

Al via Build 2019, la conferenza mondiale degli sviluppatori per le piattaforme dell’azienda di Redmond. Il Ceo Satya Nadella punta tutto su fiducia, privacy e sicurezza


AP
Il Ceo di Microsoft Satya Nadella

L’annuncio di importanti aggiornamenti in 4 macro aree di innovazione, 4 piattaforme, 4 opportunità di collaborazione per utenti e sviluppatori, tutte legate a principi di fiducia, privacy, cyber sicurezza e utilizzo responsabile dell’intelligenza artificiale. Oltre 6 mila addetti ai lavori si sono riversati al Washington State Convention Center di Seattle, accogliendo Satya Nadella sul palco della Microsoft Build 2019, la conferenza per sviluppatori del colosso di Redmond.

Il Ceo di Microsoft ha illustrato la visione dell’azienda e le opportunità di sviluppo tra Microsoft Azure, Dynamics 365 & Power Platform, Microsoft 365 e Microsoft Gaming. «Ogni giorno si rinnova il nostro impegno nel fornire agli sviluppatori gli strumenti e le piattaforme più affidabili per coprire ogni tecnologia disponibile - spiega Nadella - al fine di creare esperienze, quasi magiche, e opportunità utili per tutti».

LE PRINCIPALI NOVITÀ
Microsoft ha introdotto il Fluid Framework, una tecnologia che permette esperienze interattive condivise sul web. La piattaforma supporta la collaborazione di più persone su documenti online, con una latenza praticamente inesistente. Inoltre, permette agli autori di dividere il documento in blocchi collaborativi indipendenti, e assemblarli in nuovi documenti flessibili.

Infine, il Fluid Framework consente all’intelligenza artificiale di lavorare a fianco delle persone per tradurre testo, recuperare contenuto, suggerire modifiche, eseguire controlli di conformità. Questa tecnologia sarà disponibile per gli sviluppatori e verrà integrata nelle esperienze di Microsoft 365 come Word, Teams e Outlook, entro fine 2019.

Grande risalto per la prossima versione di Microsoft Edge, basata sul codice sorgente di Google Chromium. Tra le funzionalità troviamo Internet Explorer Mode, che offre le vecchie app basate sul browser di Redmond in uno tutto nuovo, tramite un menù agevole. Poi nuovi strumenti per la privacy, che permettono agli utenti di scegliere fra tre livelli di sicurezza in Microsoft Edge: Unrestricted, Balanced e Strict.

In base all’opzione selezionata, il browser regola la tracciabilità dell’utente sul web da parte di terzi. Infine Collections, per affrontare l’attuale sovraccarico di informazioni percepito dagli utenti online, raccogliendo, organizzando, condividendo ed esportando contenuti in modo più efficiente e integrato con Office. Edge sarà presto disponibile anche per i dispositivi iOS.

E gli assistenti virtuali? Microsoft immagina che ogni organizzazione avrà presto un assistente virtuale proprio, come ora hanno siti web. La società di Redmond sta sviluppando nuove soluzioni che offrono esperienze più intelligenti e adeguate a ogni azienda, costruendo interfacce di conversazione da dati e apprendimento automatico piuttosto che da regole e codice. Ogni organizzazione ha le proprie caratteristiche, e così gli assistenti virtuali dovranno adattarsi a esse. Questo nuovo motore di conversazione sarà integrato in Cortana, e reso disponibile agli sviluppatori attraverso il Bot Framework e Azure Bot.

HoloLens 2 Developer mette al servizio della comunità di sviluppatori di mixed reality soluzioni in grado di aiutarli a creare e gestire esperienze di realtà mista su una vasta gamma di dispositivi. Il supporto di Unreal Engine 4 per l’integrazione di piattaforme native e di streaming per HoloLens 2 sarà a disposizione degli sviluppatori entro la fine di maggio, consentendo di creare render di alta qualità, ed esperienze di realtà mista immersive per soluzioni dedicate all’architettura, al product design, al settore manifatturiero e altro ancora.

Il keynote di Satya Nadella si conclude con i videogiochi, ricordando come Xbox Live può oggi contare su ben 600 milioni di utenti, raggiungendo anche titoli per smartphone come Asphalt 9, Asphalt 8 e Dragon Mania Legends, il che significa che è possibile utilizzare il proprio account Xbox Live e accumulare gamerscore sui dispositivi iOS e Android. In coda è stata anche data una piccola anticipazione sul nuovo Minecraft per dispositivi mobili, con realtà aumentata, in stile Pokemon Go, che verrà presentato ufficialmente il 17 maggio.
@LuS_inc

Maria Fida Moro scrive al Papa: "Su mio papà beato è una guerra tra bande"

repubblica.it

Lettera appello della figlia del leader Dc al Pontefice: "Interrompete il processo di beatificazione"

Maria Fida Moro scrive al Papa:
ASSOCIATED PRESS

“Santità, la prego dal profondo del cuore di interrompere il processo di beatificazione di mio padre Aldo Moro sempre che non sia invece possibile riportarlo nei binari giuridici delle norme ecclesiastiche. Perché è contro la verità e la dignità della persona che tale processo sia stato trasformato, da estranei alla vicenda, in una specie di guerra tra bande per appropriarsi della beatificazione stessa strumentalizzandola a proprio favore”. Lo afferma Maria Fida Moro, figlia primogenita di Aldo Moro, in una lettera-appello al Papa.

“A me risulta che il postulatore legittimo sia Nicola Giampaolo al quale ho consegnato due denunce, che sono state protocollate ed inserite nella documentazione della causa nonché inoltrate per via gerarchica a chi di dovere. Ma non ho avuto alcuna risposta e sono passati anni”, continua.

“Nell’ambito dello stesso processo - sottolinea - ci sono delle infiltrazioni anomale e ributtanti da parte di persone alle quali non interessa altro che il proprio tornaconto e per questo motivo intendono fare propria e gestire la beatificazione per ambizione di potere. Poi è spuntato un ulteriore postulatore non si sa a quale titolo”. “Vorrei proprio che la Chiesa facesse chiarezza nella forma e nel merito”, continua.

“Mio padre è stato tradito, rapito, tenuto prigioniero ed ucciso sotto tortura. Dal 9 maggio di 41 anni fa è cominciato il ‘business’ della morte e lo sciacallaggio continuativo per sfruttare il suo nome a fini indebiti - prosegue Maria Fida Moro -. Mi viene in mente la scena, narrata nei Vangeli, dei soldati romani che si giocavano a dadi, ai piedi della Croce, il possesso della tunica di Gesù tessuta in un solo pezzo. I soldati erano, in qualche misura, inconsapevoli di quanto stavano facendo invece costoro sanno di compiere un’azione abbietta e lo fanno ugualmente in piena coscienza”.

“Il mio nome significa fede e sono assolutamente certa della Comunione dei Santi e della vita eterna - prosegue la figlia di Aldo Moro -. E so che mio padre è in salvo per sempre nella perfetta letizia dell’eternità e nessuna bruttura può ferirlo. Ma preferire mille volte che non fosse proclamato Santo - tanto lo è - se questo deve essere il prezzo: una viscida guerra fatta falsamente in nome della verità”.

“Paolo VI descriveva mio padre così: uomo ‘buono, mite, giusto, innocente ed amico’ - sottolinea Maria Fida Moro rivolgendosi al pontefice -. Regali, se può, a mio figlio Luca ed a me una giornata di pace in mezzo alla straordinaria amarezza di una non vita. Che il signore la benedica. Mio padre, dal luogo luminoso in cui si trova ora, saprà come ringraziarla. Sono mortificata di aver dovuto disturbare lei”.

Il Palazzo delle spie nel cuore di Roma

repubblica.it
By Maria Antonietta Calabrò

SERVIZI SEGRETI - Il Palazzo delle spie nel cuore di Roma (di M. A.

Massiccio, enorme, un quadrilatero di cento metri di lato, sessantamila metri quadri di superficie, mille finestre, incuneato nel centro della città di Roma a breve distanza da Palazzo Chigi. La nuova Langley italiana, il Palazzo delle Spie, o più burocraticamente, il Ministero delle spie, la “Casa comune dei servizi segreti italiani” non è solo un indirizzo (piazza Dante 25) ma vuole essere un simbolo.

Un Palazzo costruito all’inizio del Novecento, dopo la Grande Guerra, perché come sede dello Istituto centrale delle Poste Italiane, garantisse servizi finanziari unitari a tutto il paese, adesso è diventato “intelligente”, innervato com’è da duemila km di fibra ottica (la distanza da Roma a Dublino). Un Palazzo ristrutturato e “rinforzato”, pronto a resistere al rischio sismico, “destinato a durare 200 anni”, ecosostenibile. Che costituisce l’immagine plastica di quello che gli americani chiamano “Deep State”, lo “Stato profondo” che permane al di là dei cambiamenti politici.

Un “deep State “ che emerge al centro di Roma (persino con spazi verdi disponibili per gli abitanti del quartiere multietnico dell’ Esquilino che per sette anni hanno subito i disagi degli imponenti lavori di ristrutturazione) ed emerge come ha detto il il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con “un’acquisita maturità di ‘istituzione fra le istituzioni’, adeguata a fronteggiare un panorama quanto mai variegato di minacce alla nostra sicurezza”. Uno “Stato profondo” “dal volto umano”, con cori di bambini a cantare gli inni (italiano e europeo) e a porgere fiori alle autorità. E le maestranze pubblicamente ringraziate con il ricordo di un morto in cantiere nel 2014.

Tra le autorità presenti, oltre al premier Giuseppe Conte, il capo dello Stato Sergio Mattarella (che da Ministro della Difesa e sottosegretario alla Presidenza si è occupato anche direttamente di servizi segreti), e i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico e Elisabetta Alberti Casellati, e i ministri Elisabetta Trenta e Alfonso Bonafede. E il presidente della Corte Costituzionale, Giorgio Lattanzi. (“La sicurezza è un bene costituzionale” , dirà il direttore del DIS, Gennaro Vecchione).

Tuttavia per la cerimonia non era presente nessun membro leghista del governo. Nemmeno Matteo Salvini, Ministro dell’Interno, impegnato in campagna elettorale in Campania, e neanche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti e i sottosegretari all’Interno, Stefano Candiani e Nicola Molteni.

″‘Credo che questa sorta di ‘chiusura del cerchio’ tra i motivi originari per i quali questo Palazzo venne costruito e la finalità cui viene adesso adibito, potrà incentivare una forte determinazione a coltivare e proteggere i valori identitari che uniscono tutti gli italiani”, ha detto Conte . “La nostra intelligence è, e rimarrà, presidio di democrazia ed al tempo stesso espressione di cultura democratica”.

Il progetto del riunificare sotto lo stesso tetto i tre organismi dei servizi segreti (DIS, AISI E AISE) è nato nel 2008, subito dopo l’approvazione della legge di Riforma che ha voluto un processo di “unitarizzazione“ degli organismi intelligence. Ha coinvolto molti governi .E questo secondo Conte dimostra che non è vero che in Italia non si fanno strategie di lungo respiro.

Ma il progetto ha avuto un decisivo impulso dal nuovo esecutivo, a partire dall’autunno 2018 , quando i lavori hanno messo il turbo non senza qualche problematica, ma il cronoprogramma è stato rispettato come ha ricordato Conte e il responsabile del progetto, il Vice Direttore Generale Vicario del DIS Enrico Savio (“Missione compiuta”, “Forza noi”).

Il padrone di casa, in quanto proprietario dell’immobile, l’amministratore delegato della Cassa Depositi e Presiti, Fabrizio Palermo,( il rent è di trent’anni, l’investimento è stato della Cdp che ha fatto da stazione appaltante dei lavori) ha consegnato le chiavi del Palazzo al direttore del DIS, Vecchione, che nel suo discorso ha fatto un forte richiamo agli italiani rapiti all’estero ed in particolare a Silvia Romano, (“la cerchiamo senza soste”). Presenti i direttori di AISE e AISI Luciano Carta e Mario Parente, il Capo della Polizia e i Comandanti generali.

E domani si parte con un Convegno che ospiterà molti esponenti di intelligence straniere su come contrastare il fenomeno della radicalizzazione che trasforma gli individui in terroristi. Mentre la Libia si infiamma e Conte vedrà Serraj.Il programma della cerimonia ha previsto un omaggio delle autorità alla “Parete della Memoria”, dedicata ai quattro Caduti del Comparto intelligence, alla presenza delle rispettive famiglie. Con i loro nomi e cognomi :Vincenzo Li Causi, Nicola Calipari, Lorenzo D’Auria e Pietro Antonio Colazzo.
E questa è un’altra differenza con Langley. Dove per i caduti non ci sono nomi ma solo delle stelle.

Violazione della privacy, in un anno 8 milioni di sanzioni: multe raddoppiate nel 2018

lastampa.it

Nel mirino anche il cyberbullismo e la «minaccia cinese» ai dati personali


La tutela della privacy in Italia non è una battaglia persa, nonostante lo strapotere dei giganti del web. Nel 2018 c’è stato un boom di sanzioni, oltre il doppio dei dodici mesi precedenti (+115%). Nuove «armi» sono a disposizione del garante, anche grazie al regolamento europeo, «la prima e più importante risposta che il diritto abbia espresso nei confronti della rivoluzione digitale», sottolinea Antonello Soro, garante della riservatezza.

Il bilancio di un anno di privacy europea è quest’anno una sorta di lascito a chi si prepara, dopo il 19 giugno, a subentrare all’attuale collegio dell’Authority. In sette anni - prosegue Soro - «abbiamo incrociato cambiamenti molto importanti: dalle rivelazioni di Snowden allo scandalo Cambridge Analytica, dall’esplosione dell’internet delle cose all’intelligenza artificiale, fino all’esperienza dell’oblio». Al punto che lo stesso Zuckerberg - «papà» di Facebook - è passato dallo slogan «la privacy è morta» a quello de «il futuro è la privacy».

Centinaia di ispezioni nel pubblico e nel privato. 
Sono state 150 ispezioni effettuate dal Garante nel 2018. Gli accertamenti hanno riguardato numerosi e delicati settori, sia nell’ambito pubblico sia privato. Per quanto riguarda il settore privato, si sono rivolte principalmente ai trattamenti dagli istituti di credito, da società per attività di rating sul rischio e sulla solvibilità delle imprese, dalle aziende sanitarie

locali e poi trasferiti a terzi per il loro utilizzo a fini di ricerca, da società che svolgono attività di telemarketing, da quelle che offrono servizi di «money transfer». Oggetto di particolare accertamento anche i trattamenti di dati svolti da società assicuratrici attraverso l’installazione di «scatole nere» a bordo degli autoveicoli e da società che offrono servizi medico-sanitari tramite app.

Per quanto riguarda il settore pubblico, l’attività di verifica si è concentrata su enti pubblici, soprattutto Comuni e Regioni, che svolgono trattamenti di dati personali mediante app per smartphone e tablet, (con particolare attenzione all’eventuale profilazione e geolocalizzazione degli utenti); sulle grandi banche dati; sul sistema della fiscalità, con speciale riguardo alle misure di sicurezza e al sistema degli audit; sul sistema informativo dell’Istat e sullo Spid.

Marketing telefonico e pubblicità.
Nel mirino del Garante sono finite anche le questioni legate a telefonate, mail, fax e sms promozionali indesiderati, poi a Internet, alla videosorveglianza, al rapporto di lavoro, ai dati bancari. L’Autorità ha fornito riscontro a oltre 5.600 quesiti, reclami e segnalazioni con specifico riferimento a diversi settori: marketing telefonico e cartaceo; centrali rischi; credito al consumo; videosorveglianza; concessionari di pubblico servizio; recupero crediti; settore bancario e finanziario; assicurazioni; lavoro; enti locali; sanità e servizi di assistenza sociale.

Cyberbullismo ai controlli sulle fake news.
Nella relazione annuale vengono citati anche gli interventi legati al cyberbullismo, ai controlli sulle fake news sull’uso dei dati personali sui social. Clamoroso il caso di di Cambridge Analytica, e dei droni a scopo ricreativo. Nel mondo sempre più tecnologico è cresciuta l’attenzione alla geolocalizzazione e alla memorizzazione delle impronte digitali dei dipendenti. Rientrano nei controlli le questioni legate alla Piattaforma Rousseau e le procedure per il reddito di cittadinanza.

La difesa dei minori
E’ proseguito il lavoro svolto per assicurare la protezione on line dei minori, in particolare riguardo ai possibili rischi insiti negli smart toys. Per combattere il fenomeno del cyberbullismo il Garante, ricorda la Relazione, ha predisposto, alla luce dei nuovi compiti assegnati dal legislatore, misure e procedure per la rimozione dei contenuti offensivi e ha siglato un protocollo di intesa con la Polizia postale e con alcuni

Co.Re.Com. per rafforzare il sistema di tutele e attivare una rete di intervento tempestiva e coordinata a protezione delle giovani vittime. Il Garante ha fornito indicazioni sull’uso dei droni a scopo ricreativo e su come difendersi dai software dannosi, in particolare dal ransomware, il programma informatico diffuso per bloccare un dispositivo elettronico (pc, tablet, smartphone, smart tv), o criptare i dati in esso contenuti (foto, video, file), e chiedere un riscatto per «liberarlo».

L’associazionismo politico
Sul fronte dell’associazionismo politico, «da un lato rientra nell’autonomia dell’associazione la scelta del voto elettronico quale metodo di espressione, da parte degli iscritti, della propria volontà. Dall’altro lato, tale scelta non esime l’associazione dal rispetto dei principi essenziali di protezione dati, volti a garantire anche la libera espressione, da parte dell’iscritto, del proprio orientamento politico, al riparo da rischi di

violazione, profilazione, manipolazione», ribadisce il Garante della privacy, spiegando che «tali garanzie sono tanto più necessarie quanto più le scelte espresse in ambito associativo si traducano poi, più o meno direttamente, in posizioni assunte dal partito o dai suoi esponenti, nelle sedi istituzionali. Si traccia infatti, così, un continuum tra base, partito e luoghi della rappresentanza che, a maggior ragione, deve rispettare anzitutto le libertà fondamentali».

La minaccia cinese
Nella sua dettagliata relazione Angelo Soro lancia un allarme sulla «vita a punti» dei cinesi, che «sembra indicare il rischio di un nuovo totalitarismo digitale, fondato sull’uso della tecnologia per un controllo ubiquitario sul cittadino e su un vero e proprio capitalismo della sorveglianza». Spiega:

«La sinergia tra assenza di norme efficaci a tutela della privacy e dirigismo economico favorisce una sostanziale osmosi informativa tra i provider e il governo cinese che, anche per ragioni culturali, può massivamente raccogliere dati personali da riutilizzare per le finalità più diverse: dalla sicurezza nazionale alla promozione dell’intelligenza artificiale.

E persino per la realizzazione di un sistema di controllo sociale fondato sul capillare monitoraggio e la penalizzazione di comportamenti ritenuti socialmente indesiderabili, con la preclusione all’accesso persino a determinate scuole o ad altri servizi di welfare». «Lo stesso antagonismo commerciale tra Usa e Cina - spiega Soro - sottende una competizione per l’egemonia tecnologica, che disegna la nuova geografia del potere planetario.

A confronto due potenze che hanno maturato le proprie posizioni di vantaggio sulla raccolta massiva di dati, resa possibile da norme poco attente alle implicazioni di tale forma di `accumulazione estrattiva´ sulle libertà individuali». Tuttavia se negli Usa si sta avviando un percorso di rafforzamento della privacy, a seguito della sentenza Schrems e delle rivelazioni su Cambridge Analytica, «la realtà cinese sembra muoversi in senso assai diverso. E l’entità dei rapporti commerciali tra Europa e Cina è tale da non poter più prescindere da una cornice di garanzie adeguate, soprattutto per la tutela dei dati».

Serena Grandi, Matteo Salvini, l’Italia Sovrana e una vecchia checca

ilgiornale.it



Padre, ho peccato! Chissà quante volte l’Italia in calzoni l’ha confessato al prete per colpa di Serena Grandi.Chissà…

Vellutata e bella, luminosa, elegantemente peccaminosa come un giardino di ciliegi. Signora della fantasia di un Paese che ha consegnato la propria timidezza al navigato botteghino, pur di assaporare l’intimo piacere di farsi condannare all’inferno della sensualità che, Lei, sola fra tante, sapeva scagliare come freccia dall’arco attraverso il sacro lenzuolo del cinematografo. Serena Grandi. Come dire l’Italia, in carne e passione, di un ventennio gustoso e frizzante del cinema italiano.

Anche la vecchia checca, nei suoi giorni di navigazione nel mare in tempesta della confusione, ha consegnato i sussulti delle proprie viscere alla meravigliosa perfidia della regina della provocazione. Ricordi nitidi mi impongono una deposizione onesta al tribunale della verità. Sì, Signora, Lei è scolpita anche nell’alabastro del mio passato. E non posso che ringraziarLa.

Detto questo, benedico il mio amico Nicola per avermi regalato un pomeriggio al profumo d’Italia. È grazie al suo affetto e alla sua stima nei miei confronti, che ho potuto “incontrare” Serena e godere di una conversazione come non ne facevo da tempo.

Di Lei, oggi, apprezzo la forza, il coraggio, la determinazione, l’amore materno. Ha voluto conoscere i mostri della vita: li ha respirati, avvinghiati, sedotti e patiti. Li ha subiti e combattuti. Vinti. Per questo e per tanto altro, la ammiro. Per quella sua maternità celebrata come una pagina di Vangelo. Come fosse una notte a Nazareth, illuminata da una stella. L’amore che la lega a suo figlio è così antico, così tradizionale, così protettivo, da sembrare una sacra effigie.

Mi è piaciuto confrontarmi con Serena su questa nostra Italia rimescolata. Mi è piaciuto, sì. Ascoltare il suo parere pacato, ma possente, sulla politica, la società, l’umanità, l’arte, la cultura. Amo l’Italia e voglio vederla ancora per lungo tempo al centro del mondo. Con la sua Storia millenaria. Con gli Eroi, gli Artisti, i Letterati, i Geni, i Santi, gli Italiani di ogni tempo e ogni contrada. Il nostro è il Paese dell’Amore, della fratellanza, del rispetto, dell’ospitalità. Del buonsenso.

Qui da noi, tutti gli angoli si arrotondano, tutte le ruvidezze si ammorbidiscono, tutto l’amaro si addolcisce. Siamo un popolo che si rinnova sempre, ma nel rispetto delle radici, della tradizione, dell’identità nazionale. Essere Italiano vuol dire tante cose: la prima fra tutte, è la capacità di fare famiglia, di riconoscersi e intrecciarsi indissolubilmente come un DNA. E tutto questo l’ho percepito, respirato, durante tutta la chiacchierata con Serena. Abbiamo parlato di tutto. Di noi, delle nostre cadute, delle nostre vite, di cosa speriamo per domani. Dei nostri libri e di quelli degli altri.

E di Matteo Salvini, abbiamo parlato. Di quanto ci piaccia quello che fa e come lo fa. E non mi ha sorpreso per nulla, sentirla parlare con entusiasmo e approvazione per l’azione politica di Matteo. Perché Serena, come la sua Italia, è persona genuina, spontanea.

Senza infingimenti. “Sono contenta di vedere l’Italia risorgere, dopo anni di sonore sberle prese sia in campo internazionale, che dentro le mura di casa. Pur convinta che l’Italia non possa restare fuori dall’Unione Europea, non posso che plaudire alla politica sovranista che Salvini sta proponendo con convinzione e fermezza.  –  mi risponde Serena, quando le chiedo cosa ne pensi del nostro Ministro degli interni.

Lo ringrazio per aver fermato un’invasione incontrollata e pericolosa, alla quale contrappone un’accoglienza intelligente e umana verso chi realmente scappa da guerre vere e vere carestie. Apprezzo la sua attenzione verso i deboli e chi non può difendersi, come i bambini negli asili e gli anziani ricoverati nelle case di riposo, per i quali pretende il controllo continuo con l’uso di telecamere, rendendo la vita dura, se non impossibile, ad aguzzini che troppo spesso hanno potuto mortificare fino alla morte degli innocenti indifesi.

Così come accolgo con sollievo la legge sulla legittima difesa: da troppo tempo abbiamo paura, non solo di avventurarci per le strade delle nostre bellissime città, ma anche di starcene chiusi dentro casa nostra. Perché sembra non esserci più una casa sicura. 

L’inasprimento delle pene e la possibilità di rispondere con fermezza e determinazione ad una ormai più che probabile invasione violenta degli spazi domestici, farà riflettere più di un malintenzionato, prima che ficchi il naso in luoghi non suoi.”

E, poi, una poderosa risata quando le dico che io mi considero “ricchione alla vecchia maniera”, che odio i gaypride, l’associazionismo arcobaleno, le adozioni da parte di genitori a paio e non a coppia, la maternità comprata a suon di dollari.
Credo che neanche a lei piacciano più di tanto…
Ne riparleremo…

Già tre mesi senza il ministro degli Affari europei

lastampa.it

La scelta autolesionista del governo gialloverde può trasformarsi in una beffa al cambio di legislatura. Scettici o no, non conviene far decidere gli altri.



Ora i mesi sono tre. Dal 5 febbraio l’Italia del governo gialloverde non ha un ministro degli Affari Europei, succede da quando Paolo Savona è stato designato alla testa della Consob. Non che il controverso economista sardo avesse fatto un gran che - mai visto a Bruxelles in sette mesi di mandato -, ma il trascorrere delle settimane aggrava la situazione e accelera la trasformazione del danno in una beffa.

Il portafoglio è attribuito al presidente del Consiglio che, naturalmente, ha altro per la testa, mentre i funzionari del dicastero fanno quello che possono senza guida politica. Nella fase attuale, nell’imminenza del cambio di legislatura a dodici stelle, la situazione è una delle più brutte fra le peggiori: è una mancanza che non possiamo permetterci senza soffrire.

Il responsabile delle politiche comunitarie ha due ruoli principali. Anzitutto, partecipa ai consigli dei ministri in cui si decide, fra le altre cose, la manutenzione del mercato interno, dunque dei dossier “tecnici” che più rapidamente incidono sulle vite dei cittadini. Quindi, è l’allenatore della nazionale italiana nelle istituzioni Ue, l’uomo (o la donna) che - d’intesa con la Farnesina se ci riescono - gestisce la presenza dei nostri funzionari nelle istituzioni di Bruxelles. Se non c’è, la voce italiana fatica a farsi sentire.

Un esempio? Eccolo. 
A novembre, salvo slittamenti ritenuti possibili, entra in in scena la nuova Commissione. Saranno formati 27 gabinetti (o 28 con i britannici) e selezionati capo, sottocapi e componenti. «Chi va dove» è un risiko che, con l’organigramma di Consiglio e Commissione in mano, nelle altre capitali gli ex colleghi di Savona stanno già giocando. Il mercato degli incarichi è aperto e i paesi più grandi sono in pole position. E noi? Noi siamo figli di una politica euroscettica e autolesionista che accusa Macron di stabilire misure penalizzanti per la pesca delle ormai mitiche “zucchine di mare” italiane. Sciocchezze.

Ci vorrebbe al più presto un ministro o una ministra che conosca bene Bruxelles, le regole e le lingue, che vada a fare ordine nelle nostre cose, per difendere l’Europa o per cambiarla, ma soprattutto per evitare che l’Italia resti ai margini come non merita un grande Paese. Più siamo assenti, meno contiamo. Meno contiamo, più decidono gli altri senza pensare a noi. O ai nostri frutti di mare, esistenti o fantasiosi che siano.

Cassazione: la visita ginecologica senza consenso è reato

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Basta con le visite ginecologiche dove tutto è dato per scontato nella particolare situazione di intimità che si crea, e può diventare labile il confine tra atti leciti e abusi. Il consenso a questo tipo di visita - sottolinea la Cassazione con un verdetto molto netto - non può mai essere inteso come «implicito» dal medico che deve visitare una paziente, nemmeno se le «manovre» eseguite sono clinicamente corrette. Preventivamente il dottore, per avere l’autorizzazione della donna, deve spiegarle quello che sta per fare e per quale motivo entra in «contatto» con le sue zone erogene.

Per questo i supremi giudici hanno annullato l’assoluzione, in appello, di un ginecologo che aveva visitato in modo invasivo tre giovani donne straniere senza chiedere il loro permesso, e ignorando il dissenso. In primo grado il camice bianco, Carlo G. di 68 anni, era stato condannato a 6 anni per violenza sessuale per alcune visite effettuate alla clinica San Gaudenzio di Novara, città dove il dottore - un professionista molto conosciuto - aveva prestato servizio anche all’Ospedale Maggiore.

Ad avviso degli ermellini, «serve sempre il consenso esplicito e informato» che non si può ritenere acquisito solo perché ci si trova in uno studio medico con una donna denudata e sdraiata sullo scomodo lettino ginecologico.

Con questa decisione, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del Procuratore generale della Corte di Appello di Torino contro il proscioglimento di Carlo G., finito sotto processo per «manovre» su tre giovani donne che, senza alcun bisogno né alcuna spiegazione, erano state sessualmente «stimolate» dal dottore che ha sostenuto di voler verificare la loro reazione al `piacere´ e di aver svolto il `controllo´ in «modalità corretta».

Alle reazione di una delle pazienti, il dottore aveva replicato con un «poi ti spiego» continuando nella sua «manovra» per desistere solo dopo una ulteriore protesta. Questi fatti sono avvenuti tra gennaio e agosto del 2013.

In primo grado, il `luminare´ era stato condannato dal tribunale di Novara per il suo comportamento «a sorpresa» e «morboso». Prosciolto poi in appello, con sentenza del 19 aprile 2018 che aveva stabilito che «i fatti non costituiscono reato» perché «le attività compiute» pur avendo «superato i limiti delle prestazioni richieste» - nessuna paziente voleva una consulenza sessuale - erano «comunque obiettivamente consentite».

Per la Cassazione, invece, ogni volta che il ginecologo visita, deve chiedere il consenso «prima di procedere al compimento di atti incidenti sulla sfera di autodeterminazione della libertà sessuale». Si tratta di un «obbligo giuridico», ignorarlo è un reato penale. E non ha nessuna importanza se il medico dice di non aver «provato piacere».

Anche il Sostituto Procuratore generale della Cassazione, Felicetta Marinelli, ha chiesto un appello bis. Il difensore dell’imputato, l’avvocato Luigi Chiappero che è anche il legale della Juve, ovviamente voleva la conferma dell’assoluzione.

L’Elemosiniere del Papa riattacca la luce al palazzo occupato a Roma. Salvini: “Ora paghi le bollette arretrate”

lastampa.it

Il cardinale Krajeski ha materialmente tolto i sigilli che erano stati apposti per la morosità degli occupanti: «Consapevole delle conseguenze, ma lì dentro ci vivono 420 persone» L’edificio è occupato dal 2013, ci vivono anche 98 bambini


ANSA
L’Elemosiniere del Papa, il cardinale Konrad Krajewski

Con un gesto a dir poco insolito l’Elemosiniere del Papa, il cardinale Konrad Krajewski, ha fisicamente riattaccato la corrente allo Spin Time Labs, l’edificio di via Santa Croce in Gerusalemme 55, a due passi da San Giovanni, abitato da 420 persone tra cui 98 bambini, a cui martedì scorso era stata staccata la luce.

«Sono intervenuto personalmente, ieri sera, per riattaccare i contatori - ha dichiarato il cardinale - È stato un gesto disperato. In quell’edificio ci sono oltre 400 persone senza corrente, con famiglie, bambini, senza neanche la possibilità di far funzionare i frigoriferi».

Il palazzo non è di proprietà del Vaticano e fonti di Oltretevere confermano che il gesto è stato compiuto dal cardinale «nella piena consapevolezza delle possibili conseguenze di ordine legale a cui ora potrebbe andare incontro, nella convinzione che fosse necessario farlo per il bene di queste famiglie».

Il cardinale Krajewski ha riacceso la luce non solo in senso fisico, ma anche metaforico, su una difficile situazione che si protrae da giorni. L’edificio in questione, che un tempo ospitava gli uffici dell’Inpdap, è occupato dal 2013 da numerose famiglie in emergenza abitativa ma al suo interno sono nati un centro culturale polifunzionale dove si organizzano concerti, laboratori teatrali, un’osteria e un centro di assistenza sociale.

Gli oltre 21.000 metri quadri sono di proprietà del fondo Fip d InvestiRe sgr, ramo immobiliare del Gruppo Banca Finnat e che solo a Roma possiede 123 immobili. Il problema è che nessuno paga le bollette e il fornitore di energia, Hera Comm, che vanta ormai un credito di 300.000 euro ha chiesto ad Areti spa di staccare la corrente. Da allora la situazione si è fatta difficile per le famiglie che vivono all’interno dell’edificio.

L’amministrazione di Virginia Raggi è in difficoltà. Tra il caos delle case popolari e il palazzo occupato da CasaPound ogni mossa diventa una trincea politica. Il Comune non ha alcuna intenzione di saldare le bollette degli occupanti, ma d’altra parte l’amministrazione comunale guarda allo Spin Time Labs come a «un’esperienza di grande valore».

Nel limbo che da giorni avvolge la situazione, si è attivato l’Elemosiniere del Papa che era di ritorno da Lesbo dove aveva portato la solidarietà del Pontefice alle famiglie di migranti che vivono sull’isola greca.
Salvini: ora l’elemosiniere paghi le bollette arretrate «Conto che l’elemosiniere del Papa, intervenuto per riattaccare la corrente in un palazzo occupato di Roma, paghi anche i 300mila euro di bollette arretrate».

Il leader della Lega Matteo Salvini interviene così, a un comizio elettorale a Bra (Cuneo), sul caso del palazzo ex Inpdap di Roma e sul gesto del cardinale polacco Konrad Krajewski. «Penso che voi tutti, facendo sacrifici le bollette le pagate - dice rivolgendosi ai presenti -. Se qualcuno è in grado di pagare le bollette degli italiani in difficoltà siamo felici...».

Krajewski, l’elemosiniere del papa: «L’ho fatto per quei bimbi, me ne assumo la responsabilità»

corriere.it
di Gian Guido Vecchi

Il cardinale che ha tolto i sigilli ai contatori di un palazzo occupato a Roma: «Lì dentro ci sono 500 persone, 100 bambini, senza elettricità da 6 giorni: bisognava aiutarli, non parlare di soldi. E se Salvini vuole pago anche le sue, di bollette»

Krajewski, l’elemosiniere del papa: «L’ho fatto per quei bimbi, me ne assumo la responsabilità»Il cardinale Krajewski con i residenti del palazzo occupato

CITTÀ DEL VATICANO — Salvini sostiene che ora deve pagare le bollette arretrate, che ne dice?

«Da questo momento, da quando è stato riattaccato il contatore, pago io, non c’è problema... Anzi, pagherò anche le sue, di bollette». Il cardinale Konrad Krajewski ride sereno, «vede, non voglio che diventi una cosa politica, io faccio l’elemosiniere e mi preoccupo dei poveri, di quelle famiglie, dei bambini... Intanto, hanno luce e acqua calda, finalmente.

Adesso tutto dipende dal Comune, aspettiamo che riaprano gli uffici...».
Quando Francesco, da poco eletto, lo chiamò a guidare l’Elemosineria apostolica — l’istituzione vaticana che coordina la carità del Papa è testimoniata dall’inizio Duecento in una Bolla di Innocenzo III — , gli raccomandò: «La scrivania non fa per te, puoi venderla. Non aspettare la gente che bussa, devi uscire e cercare i poveri».

L’arcivescovo lo ha preso alla lettera. Polacco, 55 anni, la notte gira per Roma con un furgoncino bianco e distribuisce viveri, coperte, soldi, aiuti vari. Si devono a lui molti servizi per i senzatetto aperti intorno al colonnato di San Pietro: il barbiere, le docce, il presidio medico, i bagni pubblici, i pasti caldi. Ha accompagnato i clochard a pranzo col Papa, li ha portati al circo, mostrato loro la Cappella Sistina, perché non si vive di solo pane.

Da tempo i poveri della capitale hanno imparato a chiamarlo semplicemente «don Corrado», molti di loro non sospettano neppure che sia un cardinale. Guai a chiamarlo «eminenza», del resto. Francesco gli ha dato la porpora l’anno scorso e lui sorrideva solo all’idea: «Scherza? Quando mi chiamavano “eccellenza” facevo pagare 5 euro per i poveri, adesso almeno 10...».

Che cos’è successo nel palazzo di Santa Croce in Gerusalemme?
«Mi assumo tutta la responsabilità. E non devo dare spiegazioni, c’è poco da darne. Ci ricordiamo cosa accadde l’ultima volta che ci fu un blackout a Roma? Mancò la luce per poche ore e fu un dramma. Ecco, adesso s’immagini cosa può significare restare senza luce per sei giorni. Ci sono quasi cinquecento persone, in quel palazzo, un centinaio di bambini...».

Lo conosceva già?
«Ma certo, sono elemosiniere, conosco la situazione da tanto tempo. Dal Vaticano mandavamo l’ambulanza, i medici, i viveri. Stiamo parlando di vite umane. Guardi, sono appena tornato da Lesbo».

Dove ha guidato la delegazione vaticana in visita all’isola dove Francesco andò tre anni fa, nei campi profughi di Moria e Kara Tepe, portando i fondi perché la Caritas costruisca uno spazio giochi per i bimbi. Com’è la situazione là?
«Sono dei campi di concentramento. Eppure i soldi non mancano: sono le scelte che si fanno, il problema. E lì parliamo della periferia dell’Europa, i confini ai quali arrivano i profughi dalla Siria, l’Iraq, l’Afghanistan. La cosa assurda è che qui siamo nel cuore di Roma. Quasi cinquecento persone abbandonate a se stesse. Sarebbe bello combattere anche solo per una persona, si figuri 500».

In un certo senso, anche quel palazzo è periferia…
«Sì, e non è certo l’unico caso. Sgomberi, famiglie che non hanno un posto dove andare, gente che fatica a sopravvivere… Roma è anche questo, basta andare a farsi un giro nelle nostre stazioni. Dove sono finiti i diritti umani dell’Europa? Se qualcuno non capisce questo, provi a staccare la corrente a casa sua per qualche ora e vedrà che cosa vuole dire».

E le bollette non pagate?
«Si parla di soldi ma non è questo il primo problema. Ci sono i bambini. E allora la prima domanda da porsi è: perché sono lì, per quale motivo? Com’è possibile che delle famiglie si trovino in una situazione simile?».

È vero che sabato ha provato invano a chiamare gli uffici comunali perché riallacciassero la corrente?
«Sabato e domenica con chi potevo parlare, col portiere? A Roma il fine settimana non funziona nulla, salvo bar e ristoranti! Adesso aspettiamo la riapertura, speriamo intervengano».

Ma è stato lei a calarsi nel tombino per staccare i sigilli?
«Cosa vuole, era una situazione particolare, disperata… Lo ripeto: mi assumo tutta la responsabilità. Dovesse arrivare, pagherò anche la multa».

Uno degli inquilini dice che lei era pratico e in Polonia, prima di prendere i voti, lavorava in questo campo…
Ma no, questo no! In Polonia abbiamo avuto un presidente, Lech Walesa, che era stato elettricista, si saranno confusi con lui! Io non sono un elettricista, sono un liturgista. Ma in fondo i liturgisti accendono candele, spostano i microfoni, qualcosa ne capiscono…».

12 maggio 2019 (modifica il 12 maggio 2019 | 23:54)