Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

martedì 23 aprile 2019

Verona, il «muro» della coppia gay di Grezzana esasperata dai dispetti in paese

corriere.it
di Angiola Petronio

Dopo la benzina all’ingresso, una statua decapitata e la porta bloccata

GREZZANA (VERONA) Il «muro della discordia» è alto due metri e lungo 41, come certificato dalla polizia locale di Grezzana. È fatto di «pannelli in lamiera acciaio» e ha il colore della ruggine. Quella che da tempo sedimenta a Stallavena. È lì, dietro quella recinzione che per l’ufficio edilizia privata del Comune è totalmente abusiva, che abitano Angelo e Andrea. Sono sposati, Angelo e Andrea.

E in quella casa che stanno ristrutturando da soli, fino alla notte dell’11 agosto scorso ci vivevano tranquilli. È stata una lingua di 30 litri di benzina buttata sul ballatoio, le svastiche e le scritte contro gli omosessuali a far diventare quella casa una sorta di eremo. Protetta da quella recinzione che Angelo e Andrea si sono piantati da soli.

Quella notte, verso le 2, ad aprire la porta a chi ha gettato la benzina fu Andrea che venne imbrattato dal liquido infiammabile. Venne dopo un’aggressione a suon di schiaffoni in piazza Bra, quell’«atto intimidatorio», come lo definisce il gergo burocratico. E come prologo aveva avuto una lettera, scritta al computer e messa nella buca delle lettere.

«Voi culattoni, negri, ebrei, spastici finirete tutti nelle camere a gas. Viva Mussolini. Viva Hitler», c’era scritto. Da allora le notti di Angelo e Andrea non sono più state serene. Chi gli ha buttato la benzina in casa non è stato individuato, anche se le indagini dei carabinieri continuano. Con i militari della stazione di Grezzana che quella casa, nei loro giri di controlli, non la tralasciano mai.

Il muro eretto a Grezzana da Angelo e AndreaIl muro eretto a Grezzana da Angelo e Andrea
Una recinzione fisica (e psicologica)
Ma Angelo e Andrea hanno deciso di proteggersi da soli. Erigendo quella recinzione che, oltre che fisica, è anche psicologica. «Non c’è rumore che non ci faccia sobbalzare, non c’è notte che dormiamo senza svegliarci di soprassalto», raccontano. Ma quella recinzione per il Comune di Grezzana è abusiva.

È sì sul terreno della casa in cui vivono Angelo e Andrea, ma non rispetta alcuni vincoli, in particolare quello della «fascia di rispetto di metri 150 dal torrente Valpantena». Per questo nei confronti della coppia è stato aperto un procedimento «per l’avvio delle procedure sanzionatorie».

E nel frattempo quegli «atti intimidatori» non sono finiti. Angelo il 30 marzo scorso durante i giorni convulsi del Congresso mondiale delle Famiglie è stato nuovamente aggredito verbalmente in piazza Bra, da un ragazzo che ha denunciato e che è stato bloccato dalla Digos.

La sera dopo quando è tornato a casa ha trovato la porta d’ingresso bloccata con una sedia in legno. Qualcuno che, probabilmente, voleva bloccarli nell’appartamento. E che sul ballatoio ci è arrivato proprio passando al basso muricciolo che divide la proprietà dalla riva del torrente.
Angelo e Andrea in una manifestazione a Verona (archivio)
Angelo e Andrea in una manifestazione a Verona (archivio)
La statua del David
Un mese fa alla statua in gesso che raffigura il David di Donatello e che è posta davanti al cancello di casa, qualcuno ha decapitato la testa. Angelo e Andrea l’hanno raccolta e l’hanno riattaccata. E appiccicata addosso a loro è restata la paura.

«Viviamo in gabbia», dicono guardando quella recinzione. Una gabbia che si sono costruiti loro. «È appena stato approvata la legittima difesa - dicono -. Questa non è legittima difesa? O lo è solo quella delle armi? Noi viviamo nel terrore, abbiamo cercato una soluzione...».

Che però si scontra con le leggi. «Quelle che - risponde il sindaco di Grezzana Arturo Alberti - noi siamo tenuti a far rispettare. Ad altri che avevano regolarmente chiesto di fare lavoro simili a quello è stato detto di no. Loro non hanno neanche presentato la domanda.

Adesso si tratta di trovare una soluzione per un’opera che al momento è abusiva. Sono pronto a incontrarli e disponibile a cercare con loro una via d’uscita, ovviamente nei limiti della legge». Per quella recinzione che nessuno - neanche Angelo e Andrea - avrebbero mai voluto.

Una falla su Internet Explorer permette agli hacker di rubare dati dai Pc Windows

corriere.it

La vulnerabilità, scoperta dal ricercatore John Page, sfrutta il formato .MHT, una tipologia di file che viene aperta in automatico dal browser storico di Microsoft

Una falla su Internet Explorer permette agli hacker di rubare dati dai Pc Windows

L’icona è più che nota. La maggior parte degli utenti se la ritrova ogni giorno sul desktop del proprio Pc (anche se forse ormai non la usa più). Il browser preinstallato su Windows ha una lunga storia — e un certo protagonismo nei tormentoni ironici che girano per il web — ma ora la scoperta di un ricercatore di sicurezza informatica, John Page, potrebbe mettere a rischio la sua stessa esistenza.

Perché in tanti stanno già raccomandando che forse è bene disinstallare una volta per tutte il software ormai considerato obsoleto. La scoperta riguarda una falla che permetterebbe agli hacker di entrare nel computer e rubare i dati degli utenti che usano sistema operativo Windows. La parte più allarmante? Sono a rischio anche coloro che non aprono Internet Explorer da tempo.
La falla sfrutta il formato .MHT
La vulnerabilità è chiamata XXE e, per sfruttarla, i criminali informatici usano un file .MHT (sta per MHTML Web Archive), ovvero il formato degli archivi web di Internet Explorer.

L’estensione non viene più utilizzata dagli attuali browser (ora se si salva una pagina web, questa viene salvata in HTML), quindi se l’utente apre per sbaglio uno di questi file «infetti» — arrivatogli via mail o con un altra tipologia di trasferimento — questo viene aperto in automatico con Explorer. Questo può consentire agli hacker di estrarre file locali ed entrare nel computer, riuscendo anche a installare software a distanza, ha spiegato il ricercatore.
La notifica a Microsoft (e la risposta)
La falla coinvolge anche l’ultima versione di Internet Explorer, la v11, e non viene inibita nemmeno dalle più recenti patch di sicurezza sui sistemi operativi Windows 7 e Windows 10. E nonostante il browser non venga praticamente più utilizzato dagli utenti — secondo NetMarketShare la sua fetta di mercato si è ridotta a circa il 7 per cento — tutti sono esposti al rischio visto che il browser viene aperto una volta premuto sul file.

Page aggiunge di aver subito informato Microsoft del bug — il 27 marzo — ma il 10 aprile la società ha risposto di non aver intenzione, al momento, di correggerlo. Abbiamo stabilito che una correzione per questo problema sarà considerata in una futura versione di questo prodotto o servizio”, ha detto Microsoft, secondo Page.

«Non forniremo aggiornamenti continui sullo stato della correzione per questo problema, e abbiamo chiuso il caso», avrebbe risposto al ricercatore. A quel punto, lui ha deciso di pubblicare sul suo sito i dettagli della falla.

Perché non hanno usato gli elicotteri? Perché sarebbe inutile in questo genere di incendi

corriere.it

Il capo del dipartimento dei vigili del fuoco spiega le difficoltà nel domare un rogo come quello di Parigi: «Si può solo gettare acqua di lato e nessuno può entrare all’interno»


Il rogo della cattedrale di Parigi

In queste ore drammatiche molti si sono chiesti come mai a Parigi non intervenissero gli elicotteri e gli aerei. Anche il presidente americano Donald Trump ha invocato un intervento dal cielo. Tuttavia non si può, anzi sarebbe dannoso.

Lo spiega all’Ansa il capo del Dipartimento dei vigili del fuoco Fabio Dattilo: «Uno si aspetterebbe che dall’alto arrivassero i nostri, cioè degli elicotteri che gettassero acqua sulle fiamme - dice - ma questo non si può fare perché se il tetto è ancora sano l’acqua non arriva sull’incendio; se invece è rotto, gettare acqua all’interno non serve».

Secondo l’esperto l’incendio di Parigi è un incubo da domare. «Fiamme sviluppate dall’alto, alimentate probabilmente dalla copertura lignea del tetto: una situazione difficilissima per i nostri colleghi che potevano solo contenere i danni evitando la diffusione del rogo».

Dattilo ha già vissuto una situazione del genere, Il 29 gennaio del 1996, quando il teatro La Fenice di Venezia veniva devastato da un incendio, anche in quel caso scoppiato durante dei lavori di restauro, lui c’era: «Ho vissuto quella tragedia e normalmente questo tipo di incendi sono dovuti alla copertura lignea dei tetti che all’epoca si utilizzava.

Probabilmente si è sviluppato così rapidamente perché è partito dalla parte alta ed è più difficile spegnerlo rispetto a un rogo partito dal basamento. È impossibile entrare dentro per il rischio crolli e solo attraverso le scale e dall’esterno si può gettare acqua».

Milena Vukotic: «Ero per tutti la Pina di Fantozzi. Ora, a 84 anni, ho scoperto di essere bella»

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di Chiara Maffioletti

Come concorrente di «Ballando con le Stelle» sta trionfando. L’attrice si racconta: «Certi ruoli mi hanno segnata, ma tornassi indietro non cambierei nulla»

Milena Vukotic: «Ero per tutti la Pina di Fantozzi. Ora, a 84 anni, ho scoperto di essere bella»

Da quando è scesa sulla pista di Ballando con Stelle, Milena Vukotic ha conquistato tutti. Un trionfo di complimenti meritati. Per la sua bravura come ballerina, lascito di un passato nella danza che le ha regalato una grazia che dalle movenze si riflette nei modi. Ma anche per la sua bellezza, che le consente di portare straordinariamente bene gli 84 anni che compirà il 23 aprile.

Un ribaltamento di prospettiva sorprendente e inatteso per lei, che nei panni dimessi della signora Pina Fantozzi, è entrata nell’immaginario collettivo. «Mi ripeto che devo stare concentrata su cosa ancora c’è da fare, ma per quanto ci si ubriachi di buoni proponimenti, di fronte a tutte le belle parole l’emozione ha il sopravvento».

Immaginava che Pina sarebbe stata così fondamentale per la sua carriera? «Villaggio era un genio, quindi un po’ lo pensavo. Aveva creato degli archetipi. All’inizio, mi aveva detto: dimenticati ogni velleità, ormai siamo dei clown. E ho aderito, sono molto disciplinata».

Si è mai pentita? «Mai, anche perché quella è una maschera universale. Ho cercato di sviluppare tutte le sue possibili sfumature. Penso di averlo fatto. Al punto che un giorno, invitata a colazione a casa di Paolo, dopo aver aperto la porta, la colf disse: signora, è arrivata la moglie di suo marito. Paolo rise molto, ci volevamo bene. In generale, credo conti avere consapevolezza di fare ciò che ci appassiona».

Ma prima di essere attrice è stata ballerina: era nel Grand Ballet du Marquis de Cuevas. «Ho dedicato alla danza una frazione della mia vita: anche se l’ho abbandonata molto tempo fa, ora un po’ mi avvantaggia. Ricordo quegli anni come una specie di servizio militare: bisognava sposare il rigore. Non è un peso se senti di amare quello che fai».

Solo che, a un certo punto, ha sentito di amare la recitazione, è così? «E’ successo dopo aver visto La strada, di Fellini. Mi ha illuminata: ho capito che volevo recitare. Così mi sono buttata, ho ricominciato da zero. Ma volevo incontrarlo: mi aveva dato un segno».

Ci è riuscita? «Sì. All’appuntamento sono andata con una lettera di presentazione che mi è rimasta in tasca: è stato subito amichevole, sapeva mettere chiunque a suo agio. Ero andata dal parrucchiere, cosa che non mi capita spesso, e lui mi aveva messo una mano in testa. Negli anni siamo diventati amici, ma non gli ho detto che per me era stato così fondamentale».

Ha lavorato anche con Luis Buñuel: come lo ricorda? «Un altro maestro. Abbiamo fatto tre film. Prima di incontrarlo avevo chiamato proprio Federico per chiedergli un parere, come ormai facevo abitualmente. Era entusiasta, mi aveva detto di salutarglielo e prima di mettere giù mi aveva chiesto: ma... quanti anni ha? Anche Buñuel, poi, era stato felicissimo di ricevere i suoi saluti: mi aveva detto che lo amava molto, mille complimenti. E prima che andassi, mi aveva chiesto: ma... quanti anni ha?».

Ha recitato per loro, Risi, Scola, Bertolucci, Monicelli... «Sono stata fortunata, senza dubbio. Ora mi piacerebbe farlo per Gianni Amelio, Nanni Moretti, Alice Rohrwacher. E Sorrentino, certo, ma ammetterlo è un po’ imbarazzante perché in passato mi aveva cercata... poi non siamo riusciti... vedremo».

Nella sua carriera ha avuto spesso il ruolo di moglie, no? «Mogli e fidanzatine disgraziate, zitelle... Personaggi che ho sempre curato con felicità, cercando di renderli veri. Avendo un fisico che non corrisponde a certi schemi di bellezza, forse era inevitabile. Ricordo un mio incontro con Renato Castellani. Mi disse: ma lei cosa vuole fare? Il cinema? Bisogna essere o belle come Gina Lollobrigida o avere una tipologia marcata come Anna Magnani: lei non ha una cosa e nemmeno l’altra, le consiglio di lasciar perdere».

Parole non semplici... «Eh, insomma... ma aveva detto ciò che pensava. Anni dopo mi volle per un suo film: non se ne ricordava. Certo, vedersi affidare sempre certi ruoli, un po’ ti segna».

A cosa pensa? «Ad esempio, a quando Lattuada mi scelse per Venga a prendere il caffè da noi. Io, Angela Goodwin e Francesca Romana Coluzzi dovevamo essere tre emblemi della bruttezza. A una avevano dovuto mettere una cosa in bocca, all’altra deformavano il viso con il trucco... a me, invece, non avevano fatto niente: andavo bene così».

Che effetto le fa sentirsi dire oggi che è bella? «Mi fa sorridere. L’età c’è, ma è bello festeggiare l’essere in vita. Riguardo al fisico, penso sia la danza ad avermi aiutata, chissà. Mi tengo stretta queste belle parole».

Per lei è una rivincita? «Non saprei, forse in un certo senso... Ma, tornassi indietro, non cambierei nulla. Non ho rimpianti, visto come è andata. Sempre Fellini mi diede un consiglio che per me resta importante: nei limiti della decenza, bisogna fare tutto».

Vivere nello spazio fa male all’uomo? La ricerca sui gemelli Kelly

corriere.it
di Giovanni Caprara

Vivere nello spazio fa male all’uomo? La ricerca sui gemelli Kelly

C i si prepara a ritornare sulla Luna e poi a viaggiare verso Marte, ma le domande a cui trovare risposta per garantire la sicurezza degli esploratori sono ancora numerose e non semplici da trovare. Lo studio della Nasa compiuto sui due astronauti gemelli lancia segnali d’allarme.

Il corpo e la mente di Scott Kelly, per 340 giorni sulla stazione spaziale internazionale, hanno subito cambiamenti impossibili da ignorare rispetto al fratello Mark, che ha un patrimonio genetico uguale al suo ed è rimasto a terra.

Dopo il ritorno di Scott, nel marzo 2016, 84 scienziati di dodici università hanno messo a confronto con quelle del fratello le sue condizioni, analizzate prima, durante e dopo il soggiorno cosmico in dieci campi diversi, dalla genetica alla cognizione. Le conclusioni (diffuse dalla rivista Science) mettono in risalto alcuni aspetti che pesano per il futuro.

A cominciare da ciò che può succedere nelle cellule: si è visto che le parti terminali dei cromosomi, i telomeri, in orbita sono cresciuti invece di diminuire, come se Scott stesse ringiovanendo. Con l’avanzare dell’età, infatti, queste porzioni di Dna tendono a ridursi.

Dopo il ritorno, questi e altri cambiamenti genetici sono tornati normali al 91,3%, ma non del tutto. Trascorsi sei mesi il restante 8,7% dei geni era alterato e per le cause si avanzano solo ipotesi. La più considerata riguarda le dosi di radiazioni cosmiche subite in orbita che sono in media 48 volte maggiori rispetto all’esposizione a terra.

«E in un viaggio su Marte — stima Christopher Mason, genetista della Weill Cornell Medicine di New York — gli astronauti sono irradiati otto volte di più rispetto a Scott». Inoltre, altri geni tradizionalmente quieti si sono attivati influendo sul sistema immunitario. Con quali conseguenze non si sa.

Ulteriori cambiamenti hanno riguardato il microbioma, la massa corporea diminuita del 7% e altrettanto ridotto era il livello dei folati (vitamina B-9) che aiutano molte funzioni dell’organismo compresa la sintesi del Dna, telomeri inclusi. Preoccupazioni sono emerse pure dalle condizioni cerebrali come l’allerta, l’attenzione,

l’orientamento, la reazione alle emozioni, il coordinamento della vista. Dopo 6 mesi le reazioni dimostravano una lentezza nelle risposte e un’accuratezza inferiori allo standard di Scott. «Inquietano però, in particolare, le radiazioni — precisa Susan Bailey della Colorado State University, coautrice dello studio —.

Perché possono indurre delle mutazioni geneticheportando sulla strada del cancro». «Se oltre mezzo secolo di voli umani in orbita hanno dimostrato un buon adattamento dell’organismo alle condizioni spaziali — nota Filippo Castrucci, medico degli astronauti europei dell’Esa al centro Eac di Colonia — le missioni di lunga durata verso la Luna e Marte costringono a valutazioni diverse.

Lo stress continuo che incide sul sistema immunitario, le condizioni dell’ambiente sempre ostile e le radiazioni sono tre fattori ad alto rischio. Prima di affrontare le prossime grandi spedizioni la tecnologia dovrà offrire soluzioni capaci di eliminare queste minacce. Altrimenti l’esplorazione non potrà continuare».

La gang dei femori rotti

lastampa.it
ANTONELLA BORALEVI

L’indagine è in corso. Squadra mobile, Guardia di Finanza, Polizia penitenziaria. 42 fermati. Centinaia gli indagati.

Questa storia si svolge a Palermo. Ma non è detto che non esistano altrove di storie simili. Penso a una scena del film «Educazione siberiana», la crudeltà è la stessa. Ci deve essere un uomo a terra. Sa cosa sta per succedere, eppure non si muove. Ci deve essere un altro uomo o altri uomini che lo tengono fermo.

Ma se invece non sapesse? Se volesse fuggire? Se ci avesse ripensato? Sopra di lui, un uomo tiene in mano un disco di ghisa, di quelli che servono per fare i pesi in palestra. Secondo lo scenario che chi indaga ipotizza, l’uomo per terra viene colpito con quel disco pesante. Finché il suo femore non si spezza.

Lo scopo è farsi dare i soldi dalle assicurazioni. Quell’uomo con il femore spaccato forse non li riceverà, o ne riceverà solo una parte. Il resto o tutto, va alla gang. Anni fa, l’UNCHR denunciò il commercio clandestino di organi in Sud America, svelandoci le storie dei bambini massacrati, degli adulti che vendevano un rene o un polmone. Ora arriva la notizia di Palermo.

L’idea di fondo a me pare la stessa: un uomo non è una persona. È un pezzo di carne. Liberamente o per costrizione, l’uomo decide di vendere una parte di sé, si mutila o viene mutilato. La ragione è il denaro.

È l’inizio o la fine di una tragica filiera ideologica?

Umbria, più raccomandati che posti «I curriculum? Strappali subito»

corriere.it
di Giovanni Bianconi, inviato a Perugia

Umbria, più raccomandati che posti «I curriculum? Strappali subito»
Catiuscia Marini, Pd, governatrice dell’Umbria

«E questo che è?», si domandò il 18 giugno scorso il direttore generale degli Ospedali di Perugia (da ieri dimissionario) Emilio Duca, scartabellando nel suo ufficio. «Ah, i curriculum... è meglio che li strappiamo così vengono qua e li sequestrano... fosse mai». Detto fatto.

Quei fogli finirono in pezzi, ma tutto fu ascoltato e ripreso dalle microspie e telecamere della Guardia di finanza: così quel tentativo di distruzione di prove è divenuto un indizio che s’è aggiunto a quelli che hanno portato il manager agli arresti domiciliari, insieme ad altri tre dei 35 indagati dell’inchiesta sui concorsi truccati nella Sanità umbra.

La paura di Duca di essere sotto inchiesta non l’ha salvato dalle sue stesse parole intercettate anche nei momenti di maggior timore. E più parlava, più forniva elementi a suo carico. Come quando, convinto di essere spiato, cercò di ricordare con il direttore amministrativo Maurizio Valorosi (arrestato anche lui) telefonate e incontri potenzialmente compromettenti:

«Intanto m’ha chiamato Valentino (segretario della presidente della Regione Catiuscia Marini, ndr)... con la Marini, me ricordo... che sono andato su per tre volte... m’è toccato portare all’incontro... questa cosa mi preoccupa un po’...». Per la Procura di Perugia sono ammissioni che rafforzano il quadro accusatorio, come le

altre precauzioni per cercare di sfuggire alle «cimici»: dalla ricerca di informazioni tramite lo zio medico di uno dei pubblici ministeri titolari dell’indagine (da cui non seppe nulla) alla decisione di affrontare certi argomenti fuori dall’ufficio: «Annamo sulla terrazza… che qua dentro, non so cosa sta succedendo».

O’ Keefe, la finta del centravanti irlandese per sottrarsi allo sceicco innamorato

corriere.it
di Francesco Giambertone

Quarant’anni dopo O’ Keefe racconta l’avventura della sua fuga dall’Arabia Saudita

O’ Keefe, la finta del centravanti irlandese per sottrarsi allo sceicco innamorato

È l’estate del 1976. In un umido ascensore del Grand Hotel di Cannes l’esistenza di Eamonn O’Keefe, 22enne irlandese, cambia in pochi secondi. Fino a un minuto prima, il biondo Eamonn vive un sogno: è il primo calciatore europeo a giocare in Arabia Saudita, dove guadagna più di quanto avesse mai sperato.

Si allena due volte a settimana, guida una Pontiac Ventura argentata e abita in una grande casa con piscina a Riad, dove si è trasferito dalla triste Plymouth pochi mesi prima con moglie e figli per diventare il centravanti dell’Al-Hilal, la squadra di proprietà dello sceicco padrone del Paese.

Non è un campione: un brutto infortunio gli ha compromesso la carriera ma a volerlo lì è stato l’allenatore George Smith, che gli ha procurato un provino e poi un contratto, e tutto — racconta oggi il 65enne O’Keefe alla Bbc — «filava per il meglio». Finché in quell’ascensore in Francia, dopo una serata al casinò, il principe Abdullah bin

Nasser, presidente della squadra e nipote del fondatore dell’Arabia Saudita, poggia una mano sulla spalla del suo giocatore preferito e con l’alito appesantito da whiskey e sigarette sussurra: «Devo dirti una cosa. Ho capito che mi sto innamorando di te».

Cominciano così i problemi per O’Keefe, che al momento se la cava con un gentile rifiuto ma presto capisce di essersi cacciato in un grosso guaio. Perché in Arabia Saudita l’omosessualità è un reato. E l’uomo che gli ha appena fatto quella confessione così intima è onnipotente e potrebbe decidere, si convince O’Keefe, di farlo tacere. A ingigantire le sue paranoie ci pensa l’allenatore Smith, a

cui Eamonn racconta i fatti di Cannes appena rientrato: «Non lasceranno cadere la cosa, idiota. Sei in pericolo, può succederti di tutto: te ne devi andare». E anche in fretta: prima che la sua famiglia torni dalle vacanze in Inghilterra, o rischiano di rimanere per sempre in quella prigione dorata.

Ma c’è un altro ostacolo. Per lasciare l’Arabia Saudita ci vuole un visto d’uscita firmato dal suo capo: cioè lo stesso principe da cui O’Keefe vuole scappare. Così il giocatore organizza quel che oggi chiama «il bluff del secolo». Chiede ad Abdullah, che nel frattempo ha tirato su un muro di ghiaccio nel loro rapporto, di poter tornare in Inghilterra per una settimana, perché «mio padre — mente il calciatore — sta male e ho bisogno di vederlo».

Il principe lo tiene sulle spine una giornata intera, poi lo richiama nel suo ufficio e chiude la porta: «È per quello che è successo in Francia? Non credo che tornerai più». Gli sottopone un foglio scritto in arabo: «Dice che puoi stare via solo una settimana. Firma qui». O’Keefe rilancia senza avere niente in mano: «Mi devo fidare di un documento che non capisco, ma tu non ti fidi di me? Va bene, ecco». Appena prima di firmare, il presidente strappa il foglio: «Vai, ti organizzo un volo».

O’Keefe parte con i vestiti contati per sette giorni, ma non tornerà mai più. Non rivedrà i suoi soldi, bloccati sui conti in Arabia. Anzi, dovrà restituirne al principe: 300 sterline «che non mi aveva mai prestato. Una sua vendetta». Ma riuscirà a sorprendersi ancora: i gol con l’Everton lo porteranno fino alla nazionale irlandese. Ora è quasi grato al principe innamorato: «Senza quella proposta sarei rimasto in Arabia. In fondo, volevo solo giocare a calcio».

Immatricolata la prima auto a idrogeno in Italia: ecco la ‘cella’ che ci cambierà la vita

repubblica.it
Gianni Antoniella


La Hundai Nexo al distributore di Bolzano. Hyundai
All’inizio di aprile, quando sono stati pubblicati i dati sull’andamento del mercato italiano dell’auto in marzo, oltre alle righe abituali ce n’era una in più. E in questa riga c’è scritto che nel marzo 2019 è stata immatricolata una vettura elettrica a fuel cell alimentata a idrogeno.

È una Hyundai Nexo, costo di listino 69.000 euro, che Hyundai Italia ha consegnato a Bolzano ad “Autostrada del Brennero spa”, ovvero a chi gestisce l’arteria “sempre più verde” che collega l’Italia al nord Europa.

In più, a Bolzano, c’è l’unico, ma ancora per poco, distributore pubblico di idrogeno per autotrazione (lì ci fanno il pieno gli autobus che girano in città).

E questa Nexo appare come la pioniera di una nuova era,quella dell’idrogeno, della mobilità pulita e delle auto elettriche (perché questo tipo di vetture sono mosse da un motore elettrico) che hanno autonomie da 600 chilometri e si riforniscono di idrogeno a un distributore, come se fosse benzina o metano (e nello stesso tempo).

Un carburante, l’idrogeno, che costa produrlo, che presenta alcuni problemi nel renderlo fruibile per l’autotrazione, ma che si può trasportare e conservare e che soprattutto è usato nell’industria da decenni e le tecnologie per trattarlo, anche in termini di sicurezza, sono arcinote.
Ancora pochi modelli

Toyota Mirai.
Quanto alle auto, nei listini delle varie Case le “fuel cell” sono poche. Oltre alla Hyundai, c’è la Toyota Mirai che quest’anno arriva alla seconda generazione, la Honda Clarity Fuel Cell (non disponibile in Italia) e la Mercedes Glc F-Cell, un suv elegante e confortevole che la Mercedes distribuisce in Germania e in Giappone (non nel nostro Paese) e lo affida soltanto in affitto. Nella Repubblica federale il canone mensile si aggira intorno agli ottocento euro.


Mercedes Glc F-Cell.
Guidare questa Mercedes è divertente e il comportamento della Glc F-Cell su strada non è molto dissimile da quello di una vettura convenzionale e l’unico rumore che si sente è quello degli pneumatici che rotolano sull’asfalto. In più, rispetto a un auto elettrica, la Mercedes ha una migliore ripresa, e questo è importante quando si deve superare un altro mezzo.
50 anni fa l’Apollo 11 usava le fuel cell

Il decollo dell’Apollo 11, il 16 luglio 1969. NASA/Newsmakers
La tecnologia delle fuel cell, o celle a combustibile in italiano, non è recentissima: tra l’altro sono state usate sull’Apollo 11 per andare sulla Luna. Una pila a combustibile per auto è una specie di conchiglia rettangolare all’interno della quale l’idrogeno viene ionizzato e si crea il flusso di elettroni che, tramite un invertitore, alimenta un motore elettrico che a sua volta muove le ruote del veicolo. Dallo scarico esce soltanto acqua calda…
Ancora 10 anni

La cella a combustibile della Hyundai Nexo.
Una prospettiva interessante che potrebbe diventare pienamente operativa entro una decina d’anni. Anche l’Italia partecipa, almeno per quanto riguarda gli accordi internazionali e gli impegni presi con la Ue, a questa avventura. Chi lavora in questo campo, come il napoletano ingegner Angelo Moreno (una autorità del settore), chiede alla parte pubblica di creare una road map concreta che veda fianco a fianco pubblico, appunto, e privato perché a

questa gara tecnologica partecipi anche i laboratori e l’industria tricolore. Inoltre la tecnologia è costosa e, per esempio, creare una rete di distribuzione dell’idrogeno (in questo campo è presente Snam) richiede forti some di denaro mentre i benefici si avranno solo sul lungo termine: “Almeno vent’anni per cambiare significativamente il parco circolante!” vaticina Moreno.
Gentiloni ha deciso, Salvini ha firmato
Un primo passo molto importante verso l’era dell’idrogeno nella mobilità lo aveva fatto il governo Gentiloni avviando la procedura per avere distributori che erogano il gas a 700 bar, ovvero la pressione necessaria per riempire i serbatoi delle auto a fuel cell di ultima generazione. La decisione del Governo precedente è stata ratificata da quello attuale tramite un provvedimento del ministero degli Interni. Dopo questo atto amministrativo Eni, in collaborazione con Toyota (ma al progetto è interessata anche Hyundai), ha avviato la realizzazione di altre due “pompe” per l’idrogeno (a Milano e a Roma) che rientrano il piano energetico nazionale del 2016 dove è prevista la costruzione, entro il 2020, di 20 punti di rifornimento per una spesa, ci ha spiegato l’ingegner Moreno, di poco inferiore ai 30 milioni di euro.
10 centesimi a km
Altro vantaggio dell’idrogeno è il costo, intorno ai 10 euro per chilo di idrogeno che consentono di percorrere circa 100 km, quindi ogni chilometro si spendono 10 centesimi e la possibilità di estrarre il gas da numerose fonti, generalmente a basso costo (lo si può fare anche dall’acqua), usando energia proveniente da fonti rinnovabili così da avere un ciclo virtuoso e soprattutto a emissioni 0.

Per quanto riguarda lo sbilancio energetico per estrarre l’idrogeno, pur essendo rilevante, è economicamente sostenibile anche nei confronti dei carburanti fossili.Rispetto all’energia elettrica, poi, l’idrogeno può essere stoccato e conservato per lunghi periodi e usato quando ce n’è bisogno. Non solo, ma la tecnologia delle fuel cell, che è ancora costosa ma la logica delle economie di scala fa pensare a una rapida discesa dei prezzi, può essere usata anche su veicoli industriali come gli autobus

(a Milano l’Atm ha varato un piano per l’elettrificazione dei propri bus urbani e già oggi su 95 esemplari ecologici 3 sono a idrogeno) e anche sui treni: nel Regno Unito hanno trasformato 600 convogli da Diesel a idrogeno. In Italia su questa linea ci sono le regioni (Toscana, Puglia e Calabria) che stanno valutando la strada delle fuel cell per i convogli che viaggiano sulle linee locali non elettrificate.
Il futuro a Ginostra

Il borgo di Ginostra, a Stromboli (Eolie). Agf
Infine ci sono progetti per creare micro reti elettriche alimentate da celle a combustibile. Succede in Sveziadove si è costruito un quartiere a emissioni 0, ma anche a Ginostra dove, con la collaborazione di Enel Green Power (progetto Remote), si usa l’idrogeno per avere energia e essere indipendenti dalla rete nazionale.