Evoluzione a Sinistra

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lunedì 22 aprile 2019

Delitto dei Murazzi, la sentenza di Said mandata all’avvocato sbagliato

corriere.it
di Simona Lorenzett

Non ci fu solo un ritardo nella trasmissione del fascicolo dalla Corte d’Appello alla Procura ma anche un errore di notifica delle carte processuali: il ricorso contro la condanna per maltrattamenti in famiglia sarebbe stato inoltrato a un altro legale

Delitto dei Murazzi, la sentenza di Said mandata all’avvocato sbagliato

Non ci fu solo un ritardo nella trasmissione del fascicolo dalla Corte d’Appello alla Procura, con la successiva mancata esecuzione della sentenza. Ci fu, nel caso di Said Mechaquat, anche un errore di notifica delle carte processuali: il suo ricorso contro la condanna per maltrattamenti in famiglia sarebbe stato infatti inoltrato al legale sbagliato. Il ventisettenne marocchino è ora rinchiuso in carcere con l’accusa di avere ucciso Stefano Leo, il 23 febbraio scorso sul lungo Po Machiavelli.
Sentenza inviata al legale sbagliato
Mechaquat era stato condannato a 18 mesi di reclusione senza condizionale per maltrattamenti in famiglia. La sentenza era diventata definitiva perché la Corte d’Appello, su richiesta dell’Avvocato generale Giorgio Vitari, nell’aprile del 2018 aveva dichiarato «inammissibile» il ricorso in appello.

Secondo quanto è stato possibile ricostruire, tuttavia, la notizia non sarebbe stata comunicata al suo difensore dell’epoca (un legale d’ufficio), ma a un altro avvocato: Basilio Foti.

La Siria restituisce a Israele le spoglie dell’eroe Eli Cohen

lastampa.it
GIORDANO STABILE

L’agente dei servizi era stato ucciso e sepolto a Damasco nel 1965, decisiva la mediazione russa


Eli Cohen in una foto tratta dal sito Jerusalem Pos

Un convoglio russo con le spoglie del più famoso agente segreto israeliano, Eli Cohen, è in viaggio da Damasco verso Israele. La notizia bomba è stata rivelata da fonti siriane e ripresa da media israeliani, a partire dalla tv Channel 2. Le autorità israeliano non l’hanno smentita e poco prima della mezzanotte locale la censura ha autorizzato alla sua pubblicazione, segno che sta per essere ufficializzata.

Nello Stato ebraico Cohen è considerato un eroe della patria e il recupero del suo corpo era una delle priorità nazionali. Lo scorso luglio era stato annunciato il ritrovamento del suo orologio, un Omega svizzero, ceduto a un ex agente dei servizi siriani al Mossad.

Il colpo era stato visto come il preludio a qualcosa di molto più importante, che si è verificato con la collaborazione della Russia. Due settimana fa, alla vigilia dell’ultima visita del premier Benjamin Netanyahu a Mosca, il Vladimir Putin aveva ottenuto da Damasco la restituzione di un soldato caduto in Libano durante la guerra del 1982 e poi sepolto vicino alla capitale siriana, come lo stesso Cohen.

Tre anni fa il presidente russo aveva fatto riportare in Israele il carro armato, conservato in un museo vicino a Mosca, catturato dall’esercito siriano nella stessa battaglia. Ma la restituzione del corpo di Cohen è molto più importante. Il luogo della sua sepoltura era uno dei massimi segreti di Stato in Siria, e lo stesso presidente Bashar al-Assad avrebbe contribuito al ritrovamento e all’esumazione perché fosse restituito agli israeliani.

Dopo il riconoscimento americano dell’annessione israeliana del Golan, quindi, la Russia è entrata nella partita fra Siria e Israele, come mediatrice fra le due parti formalmente ancora in guerra. Ed Eli Cohen ha avuto un ruolo decisivo proprio in questo conflitto. Ebreo egiziano, arriva nello Stato ebraico negli Anni Cinquanta e viene presto arruolato nei servizi esterni, anche perché di madrelingua araba.

All’inizio degli Anni Sessanta viene scelto per un’operazione ad alto rischio. Si finge un siriano di ritorno dall’Argentina, dove c’è una grossa comunità damascena, oltreché ebraica. Arriva a Damasco via Bruxelles e si inserisce negli apparati governativi fino a diventare confidente di alti ufficiali, compreso il capo di Stato maggiore.

Cohen mette le mani su segreti militari strategici, compresa la disposizione dell’esercito e delle fortificazioni sul Golan. Informazioni che poi saranno decisive per la conquista in pochi giorni delle Alture nel 1967, dopo la sua morte. Trasmette i dati con un mini apparecchio telegrafico da casa sua, ma a un certo punto interferenze con la radio militare insospettiscono il Moukhabarat, i servizi siriani.

Viene individuato, arrestato, torturato e impiccato dopo un processo di pochi giorni il 19 maggio 1965, nella piazza Marja al centro di Damasco.

Il corpo è lasciato penzolare per ore, come monito, e poi sepolto nel cimitero ebraico della città. Ma pochi mesi dopo viene spostato, più volte, e infine sepolto nell’area che di lì a poco diventerà il quartiere Mezzeh della capitale siriana. Ora il segreto è stato rivelato e il corpo potrà tornare in patria dove riceverà un solenne funerale di Stato.

«Lincoln è morto». All’asta il telegramma del 1865

corriere.it
di Giuseppe Gaetano

Il documento storico all’incanto nel giorno dell’assassinio del presidente-icona, che guidò l’America attraverso la guerra secessione

«Lincoln è morto». All’asta il telegramma del 1865

«Abraham Lincoln è morto questa mattina alle sette e 22 minuti». Dieci parole che hanno cambiato il corso della storia, scritte su un telegramma il 15 aprile 1865: la mattina dopo l’assassinio, al Ford’s Theatre di Washington. Il documento d’epoca sarà messo all’asta lunedì negli Usa, con una base di partenza di 500mila dollari.

Era un venerdì di Pasqua e il 16esimo presidente degli Stati Uniti - il primo repubblicano - assisteva con la moglie a un musical, Our American Cousin, quando un attore della Virginia sudista, irruppe sul palco sparandogli un colpo di pistola calibro 44 alla testa e gridando in latino la frase che Bruto rivolse a Cesare:

«Così sia sempre per i tiranni!». Tutto di quel momento è stato conservato: dalla poltrona in cui lo statista nato nelle foreste del Kentucky sedeva al momento degli spari, alla pistola che lo uccise.
La caccia al documento
E adesso anche il telegramma che ufficializzò la notizia alla nazione. Nathan Raab, avvocato e collezionista di reperti storici, fondatore e presidente della Raab Collection di Arbore in Pennsylvania, era sulle sue tracce da tanto di quel tempo che lo temeva ormai perso per sempre. Invece era stato custodito per generazioni dalla famiglia di un generale statunitense, che gliel’ha ceduto (non sappiamo a che titolo o cifra).

Un foglio di poche righe scritte a mano da Thomas Eckert, direttore dei servizi telegrafici di Washington, sotto dettatura di Edwin Stanton, ministro della Guerra: i due avevano vegliato Lincoln, che dopo l’agguato era stato portato in una casa di fronte al teatro, Petersen House, in condizioni disperate.

Poco dopo l’alba il dispaccio, con data e orario del decesso: una lunga agonia per la ferita riportata ma anche il tempo necessario a riorganizzare le fila, capire se il mini “golpe” era l’atto isolato di un contestatore solitario e consegnare le redini al vice Andrew Johnson.
Le ultime ore del presidente
Lincoln si stava concedendo qualche ora di svago dopo una vittoria storica: solo 5 giorni prima il generale Lee aveva firmato la resa dei Confederati, concedendo la vittoria agli Unionisti. Booth non aveva accettato la sconfitta né il riconoscimento del voto ai neri (l’11 aprile Lincoln aveva tenuto lo storico discorso sulla fine della schiavitù e l’uguaglianza dei diritti civili) e organizzò l’attentato, in cui voleva colpire anche altri esponenti del governo.

Lì per lì riuscì a scappare a cavallo: fu ucciso in un granaio poco distante, dove s’era nascosto. Altri cospiratori vennero o imprigionati o impiccati, tra cui la prima donna. Sensazionale la processione che scortò il feretro, nel viaggio in treno attraverso gli stati, del leader politico cantato da Whitman ed elogiato da Tolstoj e Marx (nel 2019 ricorrono anche i 210 anni dalla nascita).

Difficile trovare un personaggio più celebrato negli Usa: la sua effige è scolpita ovunque, perfino sulle rocce del Rushmore; ma più di tutto, nella memoria generazionale di un continente intero. Per questo quel vecchio pezzo di carta vale tanto.

Roma, rubate le medaglie e le targhe del colonnello Bernacca

corriere.it

Furto in casa del figlio: «Erano i pochi oggetti che abbiamo tenuto per noi. La maggior parte dei riconoscimenti di mio padre si trova nel museo a lui dedicato a Fivizzano, in Toscana»

Il colonnello Edmondo Bernacca, il primo che ha portato la meteorologia in televisione negli anni ’60
Il colonnello Edmondo Bernacca, il primo che ha portato la meteorologia in televisione negli anni ’60

«I ladri hanno agito mentre dormivamo, non ci siamo accorti di nulla. Hanno rubato anche medagliette e targhe di mio padre: è questa la perdita che più rammarica». È lo stesso Paolo Bernacca a raccontare il furto subìto nella sua abitazione a Casal Palocco: i banditi sono fuggiti con gioielli e contanti ma, soprattutto, con gli oggetti appartenuti al mitico «colonnello Bernacca», Edmondo, colui che per primo ha portato la meteorologia in televisione negli anni ’60. Modi gentili e parole semplici, è stato un divulgatore scientifico apprezzato da intere generazioni.

«È un fatto spiacevole, ma viviamo a Casal Palocco da 40 anni e non era mai accaduto nulla di così grave. Ora però non voglio che si creino allarmismi», commenta Paolo, noto grafico e illustratore che si affida alla giustizia e ai carabinieri e si dice felice dell’incolumità della moglie e dei figli. Una fortuna che nessuno di loro si sia svegliato, mentre i ladri mettevano a soqquadro la casa, rovistando nei cassetti dove erano custodite le medaglie dell’amato colonnello. L’infelice casualità invece è che il cane di famiglia sia mancato solo due mesi fa: avrebbe potuto dare l’allarme.

«Erano i pochi oggetti che abbiamo tenuto per noi - spiega Paolo –. La maggior parte dei riconoscimenti di mio padre si trova nel museo a lui dedicato a Fivizzano, in Toscana».

Il bimbo fantasma della Norman Atlantic: «Raed è morto nel rogo, vogliamo giustizia»

corriere.it
di Giusi Fasano

Si era imbarcato clandestinamente in Grecia. I legali della famiglia hanno ricostruito il suo viaggio e ora chiedono il risarcimento dei danni

Il bimbo fantasma della Norman Atlantic: «Raed è morto nel rogo, vogliamo giustizia»

L’ultima volta che suo padre l’ha visto era il 27 dicembre del 2014, nel porto di Igoumenitsa, Grecia. C’era una gran confusione fra i passeggeri che si stavano imbarcando sul traghetto Norman Atlantic in partenza per Ancona. Ahmad Mohammad, 40 anni, siriano in fuga da una vita, guardò suo figlio confondersi fra la folla, lo vide passare i controlli senza che nessuno lo fermasse, lo seguì con lo sguardo mentre si fingeva al seguito di una famiglia araba.

Pensò: bravo il mio Raed che è riuscito a entrare. Il piccolino — che avrebbe compiuto sei anni pochi giorni dopo — stava facendo quello che proprio papà gli aveva raccomandato: intrufolarsi in qualche modo su quella benedetta nave. Parola d’ordine: salire a bordo, aveva spiegato Ahmad.

Perché solo così si arriva in Italia e dall’Italia si va in Germania da zio Samer (suo fratello) a cercare più vita e più fortuna. Solo che Ahmad non aveva previsto il dettaglio che adesso lo tormenta giorno e notte. E cioè che la polizia avrebbe poi fermato lui, vietandogli l’imbarco. Così è andata. Raed era entrato, d’accordo. Ma Ahmad rimase a terra con l’altro figlio un po’ più grande, Abdulkader, 7 anni.

Fra le mani l’unico biglietto acquistato per il viaggio, inutile per un profugo come lui. Raed è morto solo, fra le fiamme, in chissà quale angolo nascosto del Norman Atlantic che, all’alba del giorno dopo, prese fuoco davanti alle coste albanesi.
Il testimone
Chekri Charif, un sopravvissuto, dice che l’ha visto vagare da un punto all’altro del traghetto. Solo, appunto. A suo padre sembra di vederlo in ogni momento: se lo immagina terrorizzato, in lacrime, senza nemmeno un adulto che potesse tenerlo per mano e provare a salvarlo mentre il calore scioglieva ogni cosa. Con la famiglia araba alla quale Raed si era avvicinato per salire a bordo, Ahmad aveva preso tempo sperando di riuscire a salire anche lui.

A quei due genitori aveva chiesto che per favore si prendessero cura del suo bambino intanto che lui sbrigava le pratiche per l’imbarco. Ma chissà se poi l’avevano fatto, mentre tutto bruciava e c’erano da salvare anche i loro figli. Lui, Ahmad, non si perdonerà mai di averlo lasciato andare, quel giorno. Undici cadaveri recuperati, 18 dispersi più un numero imprecisato di clandestini.

Raed era uno di loro, il più piccolo dei clandestini, iscritto nella lista ufficiale dei dispersi soltanto dopo la dichiarazione di morte presunta ma rimasto lo stesso un fantasma, perché il suo corpo non è mai stato ritrovato.

Cinque anni dopo il disastro del Norman Atlantic, manca ancora la prova provata che il piccolo fosse salito sul traghetto e dal punto di vista dell’eventuale risarcimento del danno non è un particolare di poco conto, perché certo lo farà valere chi è chiamato a pagare per perdita della sua vita.

Non esiste un filmato né una fotografia di Raed a bordo o nel porto, nessuna traccia biologica, non un biglietto venduto a suo nome. Niente. Anche volendo dare per certo che sia salito a bordo nessuno potrebbe mai stabilire se sia morto lì dove si era nascosto oppure se sia finito in acqua.
Il processo
Agli atti c’è soltanto il rapporto dei poliziotti che hanno bloccato suo padre Ahmad per non farlo salire a bordo. Essendo lui un fantasma, il nome di Raed Mohammad non è mai entrato nel processo penale, per il quale è prevista l’apertura dell’udienza preliminare il 6 di maggio. Per il piccolo è invece aperta (e siamo ancora alle questioni preliminari) una causa civile per il risarcimento dei danni.

E anche lì: non sarà facile ottenere giustizia, sempre perché parliamo di un bambino clandestino e di cui non c’è traccia. Due particolari sui quali conta chi è chiamato in causa a risarcire: la compagnia di navigazione italiana Visemar, la greca Anek Lines che aveva noleggiato il traghetto, il Rina Services che aveva certificato e classificato la nave e i cantieri Visentini,
i costruttori.

Il gruppo di avvocati che se ne sta occupando (Marco Bona, Stefano Bertone, Silina Pavlakis, Giulia Oberto) ha ricostruito ogni piccolo dettaglio di quelle ultime ore al porto, e l’atto di citazione della causa civile, per la prima volta, chiarisce i tanti particolari che non sono mai tornati sulla presenza a bordo di Raed.

Li racconta suo padre. Chiarisce, per esempio, che quando vide in tivù le immagini del Norman Atlantic in fumo fu lo stesso Ahmad a chiedere a suo fratello Samer di correre a Bari per cercare Raed, gli chiese di dire alle autorità italiane che il bambino viaggiava con la sua mamma, Randa.

Per questo si è sempre pensato che non fosse solo. Nello stesso atto di citazione Ahmad racconta la fuga della sua famiglia dalla Siria in guerra, nel 2013, la vita nei campi per rifugiati di Smirne, in Turchia, e il sogno della Germania (dove adesso vive con moglie e figli).

In Grecia, a prendere il traghetto per l’Italia, era arrivato con i due figli più grandi lasciando la moglie e i due più piccoli in Turchia. Lei, Randa, in quell’atto ha fatto scrivere che «io, nel profondo del mio cuore, penso che il mio Raed potrebbe essere sopravvissuto, rapito da qualcuno in Italia e che ora stia soffrendo lontano da noi».