Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

martedì 5 febbraio 2019

C’è un problema con Windows 10

lastanpa.it
marco tonelli

Diversi utenti non riescono a scaricare gli aggiornamenti del sistema operativo. Allo stesso tempo, succede anche con alcune app o con Windows Defender.



Diversi utenti non sono in grado di aggiornare Windows 10, Windows Defender, scaricare e installare una nuova copia di Windows o infine scaricare alcune app dallo store. Il sottoscritto, non ha riscontrato nessuno di questi problemi, ma magari chi legge potrebbe essere tra gli sfortunati. Secondo quanto riportato dagli utenti, soprattutto statunitensi, chi prova a compiere le azioni di qui sopra, riceve il seguente messaggio: «Non siamo riusciti a connetterci al servizio di aggiornamento, ci riproveremo più tardi.

Se continua a non funzionare, assicurati di essere connesso a Internet». Tutto questo accade da alcuni giorni e in tanti hanno inondato di segnalazioni i forum dedicati. In particolare, il problema sembra colpire soprattutto coloro che utilizzano i provider (diffusi negli Stati Uniti e nel Regno Unito) Comcast e BT Broadband e il servizio di hosting Cloudfare. Sia Microsoft che Broadband hanno comunicato di essere al lavoro per la risoluzione del problema.

Per sbloccare la situazione, il primo consiglio è quello di reimpostare il router: di solito, infatti, riconfigura le impostazioni in autonomia per funzionare correttamente. Se tutto questo non serve a nulla e necessario cambiare i server DNS. Il problema, scrive Techspot, sembra essere proprio nelle impostazioni DNS dei provider o dei servizi di hosting.



Per poter cambiare gli indirizzi dei server, direttamente da Windows, è necessario cliccare su “centro rete e condivisione”, selezionare la rete in uso e infine inserire l’indirizzo che si desidera utilizzare. Ad esempio, se si inserisce 8.8.8.8 nella sezione preferito e 8.8.4.4 nella sezione alternato, è possibile collegarsi ai server DNS pubblici di Google.

52 anni fa l’aviazione Usa perse 4 bombe nucleari in Spagna. E le conseguenze sono ancora pesanti

repubblica.it
Christopher Woody


Parte del relitto di una fusoliera di un bombardiere dell'aviazione militare statunitense B-52 dove si è schiantato vicino a Palomares, in Spagna, dopo essersi scontrato con un aereo-cisterna US Air Force KC-135 durante un rifornimento il 17 gennaio 1966. AP Photo

  • Un incidente che coinvolse un bombardiere B-52 Stratofortress nei cieli della Spagna nel 1966 portò alla perdita di quattro bombe nucleari di cui una non fu trovata per 81 giorni.
  • Le bombe non erano armate, il che significa che non c’era possibilità di una detonazione nucleare.
  • Il personale statunitense coinvolto nella ricerca e gli spagnoli nella zona hanno vissuto con il fardello dell’incidente per il mezzo secolo successivo.
La mattina presto del 16 gennaio 1966, un bombardiere B-52 Stratofortress decollò dalla base dell’aeronautica militare di Seymour Johnson, nel North Carolina.
Il bombardiere era diretto verso l’Europa, dove avrebbe fatto da pattuglia vicino ai confini dell’Unione Sovietica con quattro testate nucleari, come parte dell’Operazione Chrome Dome, un programma della Guerra Fredda per garantire una capacità di risposta rapida 24 ore su 24 in caso di guerra.

Durante il suo ritorno negli Stati Uniti il giorno successivo, il B-52 doveva incontrarsi con un aereo-cisterna KC-135 per fare rifornimento nei cieli della Spagna. Il capitano Charles Wendorf, 29 anni, pilota dell’Air Force ai comandi del bombardiere, chiese al suo pilota, il maggiore Larry Messinger, di prendere il comando mentre si avvicinavano al punto di rifornimento.

Subito dopo le 10 del mattino del 17 gennaio, gli aerei iniziarono il loro avvicinamento a 31.000 piedi sulla Spagna sud-orientale. Messinger sentì che qualcosa non andava. “Siamo arrivati dietro l’aereo-cisterna, e siamo stati un po’ veloci, e abbiamo iniziato a sorpassarlo di poco”, ha ricordato Messinger, secondo la rivista American Heritage.

“C’è una procedura nel rifornimento di carburante, dove se il boom operator –  l’operatore a bordo dell’aereo-cisterna responsabile della comunicazione con l’altro mezzo – sente che ti stai avvicinando troppo e che si tratta di una situazione pericolosa, dirà: ‘Allontanarsi, allontanarsi, allontanarsi!’”, ha detto Messinger. “Non c’è stato nessun ordine di allontanarsi, quindi non abbiamo visto nulla di pericoloso nella situazione, ma all’improvviso è sembrato che si scatenasse l’inferno”.

Il più grande pezzo rimasto dell’aereo-cisterna americano dopo una collisione con un bombardiere B-52 nel sud-est della Spagna, il 18 gennaio 1966. AP Photo
Il B-52 entrò in collisione con l’aereo-cisterna. Il ventre del KC-135 fu squarciato, e il carburante si riversò nella cisterna e sul bombardiere. Le esplosioni hanno distrutto entrambi gli aerei, uccidendo tutti e quattro gli uomini a bordo dell’aereo-cisterna. Anche tre uomini nella coda del bombardiere morirono, mentre gli altri quattro membri dell’equipaggio si eiettarono fuori dal B-52.

Il capitano Ivens Buchanan, legato al sedile di espulsione, fu inghiottito dalla palla di fuoco e si schiantò a terra, ma è sopravvissuto. I paracaduti di Wendorf e del Tenente Richard Rooney si sono aperti a 14.000 piedi, e sono finiti alla deriva in mare dove i pescatori li hanno salvati.

Messinger ha sbattuto la testa durante l’espulsione. “Ho aperto il mio paracadute, beh, non avrei dovuto farlo, avrei dovuto lasciarmi cadere e il paracadute si sarebbe aperto automaticamente a 14.000 piedi”, ha detto. “Ma ho aperto il mio comunque, immagino sia stato per il fatto che ho sbattuto la testa,.” È andato alla deriva per otto miglia verso il mare, dove anche lui è stato recuperato dai pescatori.

Un pescatore spagnolo a 5 miglia al largo al momento ha riferito di aver visto l’esplosione e la pioggia di detriti. Poi vide cinque paracadute – tre con membri dell’equipaggio sopravvissuti del bombardiere; altri due che trasportavano “mezzo uomo, con le budelle di fuori” e un “uomo morto”.

Poco dopo, a terra in Spagna, gli ufficiali delle basi dell’Aeronautica si misero a imbarcare in tutta fretta tutte le truppe che potevano trovare – cuochi, impiegati e musicisti – su autobus per dirigersi verso Palomares, un villaggio agricolo costiero nel sud-est della Spagna.


Il relitto di un aereo-cisterna dell’aviazione americana KC-135 che si è scontrato con un bombardiere B-52 nel sud-est della Spagna. Sullo sfondo funzionari spagnoli stanno cercando i corpi, il 18 gennaio 1966. AP Photo
“Era il caos“, ha detto al New York Times nel 2016 John Garman, allora ufficiale di polizia militare. “I pezzi del relitto erano dappertutto nel villaggio. Gran parte del bombardiere si era schiantato nel cortile della scuola. “ Per la sera del 17 gennaio, tutti gli aviatori erano stati individuati e nessun abitante del villaggio rimase ferito. Ma il personale degli Stati Uniti ha continuato a cercare le quattro bombe nucleari che trasportava il B-52.
Giorni di ricerca
Le bombe – ognuna delle quali trasportava 1,45 megatoni di potenza esplosiva, circa 100 volte di più della bomba sganciata su Hiroshima – non erano armate, il che significa che non c’era possibilità di detonazione nucleare.

Una è stata recuperata intatta, ma gli esplosivi ad alto potenziale in due di esse, progettati per detonare e innescare un’esplosione nucleare, sono esplosi. Le esplosioni hanno lasciato crateri delle dimensioni di una casa su entrambi i lati del villaggio, disseminando plutonio e contaminando colture e terreni agricoli.

“Non si parlava di radiazioni o plutonio o altro”, ha detto Frank B. Thompson, allora venticinquenne suonatore di trombone, al New York Times nel 2016.


Membri della squadra di ricerca nucleare pranzano al Camp Wilson sulla spiaggia di Palomares, Spagna, 17 febbraio 1966. AP Photo
Thompson e altri trascorsero giorni alla ricerca di campi contaminati senza equipaggiamento protettivo o nemmeno un cambio di vestiti. “Ci hanno detto che era sicuro, e siamo stati abbastanza stupidi, credo, da crederci”, ha detto. La quarta bomba rimase dispersa anche dopo giorni di ricerche: una sparizione imbarazzante per gli Stati Uniti e potenzialmente mortale per le persone della zona.

Il Pentagono inviò gli ingegneri dei Sandia National Laboratories del New Mexico, che lavorarono sui dati disponibili per determinare dove fosse atterrata la bomba mancante. Le circostanze dello schianto e la moltitudine di variabili hanno reso difficile una stima del genere. Gli indizi indicavano un atterraggio in mare per la quarta bomba, ma c’erano pochi dati chiari per indicare dove fosse.


Una bomba H persa dopo lo schianto di due aerei della US Air Force nel gennaio 1966, vista durante un’operazione di recupero l’8 aprile 1966. AP Photo
La svolta fu un colloquio con il pescatore che aveva visto cinque membri dell’equipaggio del bombardiere atterrare in mare. Il “morto” era in effetti la bomba attaccata al suo paracadute, e il “mezzo uomo, con le budella di fuori” era il sacco vuoto del paracadute con le sue corde di imballaggio che si trascinavano nell’aria. Questa informazione ha portato gli ingegneri che si occupavano della ricerca a delimitare una nuova area di ricerca, portando l’area totale da perlustrare a 70 km quadrati – con una visibilità di soli 6 metri in alcuni punti.

L’11 febbraio, la Marina mise in campo Alvin, un sommergibile da 7 metri, largo 2,5 metri dal peso di 13 tonnellate. Aveva spazio per un pilota e due osservatori, trasportava diverse macchine fotografiche e un braccio articolato, e poteva immergersi fino a 1.800 m.La tecnologia primitiva di Alvin rese quella ricerca una faticaccia. Non ci furono progressi fino al 1 marzo, quando individuarono una pista sul fondo del mare.

Passarono altre due settimane di ricerche prima che individuassero la bomba – 770 metri sotto la superficie, quasi esattamente nel punto in cui il pescatore l’aveva vista entrare nell’acqua. Il 24 marzo, i sub di Alvin riuscirono a collegare un cavo al paracadute della bomba. Poco dopo le 8 di sera, un argano su una nave della Marina militare cominciò a arrotolare quel cavo. Circa un’ora dopo, il cavo si ruppe, rimandando la bomba sul fondo dell’oceano.

La trovarono di nuovo il 2 aprile, a circa 100 metri più in profondità nella stessa area. La Marina allestì un altro piano di recupero utilizzando un veicolo senza pilota, ma questo  rimase intrappolato nel paracadute della bomba. Il 7 aprile, l’ammiraglio che guidava la ricerca ordinò al suo equipaggio di sollevare il tutto. Il laborioso processo che seguì, coadiuvato dai marinai della Marina, portò a sollevare la bomba nucleare mancante in superficie, mettendo fine alla saga di 81 giorni. I piloti di Alvin divennero eroi internazionali, ma poco altro dell’incidente finì altrettanto bene.
“Ci hanno detto che tutto era sicuro”

Il generale dell’aeronautica americana Delmar Wilson, a sinistra, e l’ammiraglio della Marina USA, di William S. Guest alla spiaggia di Palomares, ispezionano la bomba H recuperata dal mare, l’8 aprile 1966. AP Photo
I soldati statunitensi hanno scavato ed estirpato oltre 2,5 km quadrati di colture a Palomares, inviandoli al complesso nucleare di Savannah River in South Carolina per essere smaltiti. Il governo degli Stati Uniti ha pagato $ 710,914 per risolvere 536 richieste di risarcimento spagnole. Il pescatore, che voleva la sua ricompensa per aver aiutato a trovare la bomba, fece causa per $ 5 milioni e alla fine vinse $ 14.566. Madrid, dove i manifestanti avevano cantato “assassini yankee!” durante la ricerca, chiese al Comando aereo strategico statunitense di fermare i suoi voli sulla Spagna. Il programma di allerta aereo di cui l’operazione Chrome Dome era una parte, fu ridotto e poi si è concluso definitivamente nel 1992.

Il personale statunitense coinvolto nella ricerca e gli spagnoli della zona hanno vissuto con il fardello dell’incidente per il mezzo secolo successivo a quando è accaduto.Nonostante la rimozione del terreno nell’immediato seguito, negli anni ’90 i test hanno rivelato alti livelli di americio, un prodotto del plutonio in decomposizione, nel villaggio. Altri test hanno dimostrato che 50.000 metri cubi di terreno sono rimasti radioattivi. Gli Stati Uniti hanno accettato di ripulire la contaminazione residua nel villaggio nel 2015.

Molti dei veterani statunitensi che hanno partecipato alla ricerca hanno affermato di avere avuto conseguenze degli effetti dell’avvelenamento da plutonio. Collegare i tumori a una singola esposizione alle radiazioni è impossibile, e non c’è stato alcuno studio per valutare se abbiano un’incidenza elevata sulla malattia, ma negli anni successivi alcuni sono stati devastati dalla malattia.


Un soldato americano non identificato osserva il materiale trovato la collisione del B-52 statunitense con un aereo cisterna durante il rifornimento aereo, il 17 gennaio 1966. AP Foto / Archive record Administration
Dei 40 veterani coinvolti nella ricerca che sono stati identificati da The Times nel 2016, 21 avevano un cancro – nove erano morti a causa di questo. Molti di loro hanno accusato l’Air Force, che li ha mandati a ripulire la scena con poca attrezzatura protettiva e in seguito ha alimentato le truppe con le colture contaminate che gli spagnoli hanno rifiutato di mangiare. Ad un ufficiale della polizia militare è stato dato un sacchetto di plastica e gli è stato detto di raccogliere frammenti radioattivi con le mani.

L’Air Force ha respinto anche i test fatti all’epoca per dimostrare che gli uomini avevano alti livelli di contaminazione da plutonio. “Mi ci è voluto molto tempo per iniziare a rendermi conto che questo forse aveva a che fare con la pulizia delle bombe”, ha detto Arthur Kindler, che era un impiegato addetto ai generi alimentari al momento dell’incidente. Era così coperto di plutonio durante le operazioni di pulizia che l’Air Force lo fece lavare nell’oceano e gli tolse i vestiti. Quattro anni dopo sviluppò il cancro ai testicoli e una rara infezione polmonare; ha avuto il cancro nei linfonodi tre volte da allora.

“Devi capire, ci hanno detto che tutto era sicuro”, ha detto Kindler. “Eravamo giovani, ci siamo fidati di loro, perché avrebbero dovuto mentire?”.

Il Cubo di Rubik può essere risolto sempre in 20 mosse, ma ci sono voluti vent’anni per capirlo

repubblica.it
Emanuele Orlando


Un cubo di Rubik gigante davanti alla Statua della Libertà, a New York. Foto di Bennett Raglin/Getty Images for Liberty Science Center

  • Il Cubo di Rubik è un rompicapo famosissimo.
  • Ma è matematicamente complicato — possiede 43 quintilioni (43 x 1 000 000 000 000 000 000 000 000 000 000, ossia 43×1030) di configurazioni possibili.
  • Dopo più di trent’anni dall’invenzione del Cubo, un gruppo di matematici ha dimostrato, tramite una serie di supercomputer di Google, che il Cubo può essere risolto sempre con un massimo di 20 mosse.
Il Cubo di Rubik è un classico rompicapo inventato nel 1974 dal professore di architettura e design ungherese Erno Rubik. Il gioco consiste in un cubo composto da 27 cubi più piccoli disposti in un reticolo 3x3x3 con adesivi colorati sulle facce esterne dei cubi più piccoli. Si acquista nella sua configurazione “risolta” con le facce più piccole su ognuno delle sei facce più grandi che condividono lo stesso colore. Ognuna delle sei facce del cubo può essere ruotata liberamente spostando così i cubi più piccoli.

Lo scopo del Cubo di Rubik è quello di iniziare con una configurazione del cubo mischiata a caso per tornare allo schema risolto iniziale con ognuna delle sei facce di un unico colore.È risaputo che risolvere il rompicapo è davvero difficile. Dopo averlo inventato, lo stesso Erno Rubik ci ha impiegato un mese a risolverlo. Diversi metodi e tecniche sono stati sviluppati da allora per la sua soluzione, come questa semplice strategia presentata sul sito ufficiale del Cubo di Rubik. I solutori esperti possono completare il rompicapo in pochi secondi; l’attuale detentore del record ha impiegato 3,47 secondi.

I rompicapi come il Cubo di Rubik sono il genere di cosa che affascina i matematici. La natura geometrica del gioco si presta perfettamente all’analisi matematica.

Al Cubo possono essere applicate 18 mosse base:
ruotare una delle sei facce — fronte, retro, su, giù, sinistra o destra — sia a 90° in senso orario, sia a 90° in senso antiorario, oppure di 180°. Ogni soluzione per qualsiasi configurazione particolare del Cubo di Rubik può quindi essere considerata come l’elenco delle mosse base necessarie per far tornare quella configurazione allo stato iniziale risolto.Una domanda ovvia e immediata, che risale all’invenzione originale del cubo, è: data una particolare configurazione, qual è il numero di mosse minimo necessario per risolvere il rompicapo? E conseguentemente: qual è il numero di mosse minimo necessario per risolvere qualsiasi configurazione del Cubo di Rubik, numero che gli appassionati del cubo definiscono “Numero di dio”?

Come detto da Erno Rubik in una recente intervista rilasciata a Business Insider, la domanda è “collegata ai problemi matematici del cubo”. Sorprendentemente, ci sono voluti 36 anni dall’invenzione del gioco per trovare la risposta. Nel 2010, un gruppo di matematici e di programmatori informatici ha dimostrato che il Cubo di Rubik può essere risolto in, al massimo, 20 mosse.

Un motivo per cui ci è voluto così tanto per risolvere questo quesito apparentemente semplice è rintracciabile nella sorprendente complessità del Cubo di Rubik. Un’analisi di tutte le possibili combinazioni in cui possono disporsi i cubi più piccoli che lo costituiscono (spesso definiti “cubetti”) dimostra che esistono circa 43 quintilioni (cioè 43.000.000.000.000.000.000.000.000.000.000) — di configurazioni possibili del Cubo di Rubik.

Affrontare e cercare di trovare la soluzione più rapida per ognuna di queste configurazioni è quindi praticamente impossibile. La chiave per rispondere alla domanda circa il minor numero di mosse per risolvere qualsiasi configurazione è quella di avvalersi delle relazioni tra le diverse configurazioni.

Nel 1995, il matematico Michael Reid ha scoperto una configurazione del Cubo di Rubik indicata come “superflip” e ha dimostrato che per risolverla ci volevano almeno 20 mosse, ponendo così un limite inferiore al possibile “Numero di dio”. Restava la domanda se ci fossero configurazioni la cui soluzione necessitava più di 20 mosse. Nel corso dei decenni sono stati dimostrati vari limiti superiori. Uno dei primi analisti matematici del cubo, Morwen Thistlethwaite, riuscì a dimostrare che ogni configurazione poteva essere risolta al massimo in 52 mosse.

Il programmatore informatico Tomas Rokicki scoprì una strategia per trovare soluzioni relativamente veloci per le configurazioni del Cubo di Rubik. Questa si basava su uno dei primi lavori sviluppati da matematico Herbert Kociemba che divise la soluzione di un cubo in due passaggi basandosi su una serie speciale di circa 19,5 miliardi di configurazioni parzialmente risolte note per avere soluzioni relativamente veloci.
  • Fase uno: muovere il cubo in una di queste configurazioni e,
  • fase due, usare la soluzione veloce per questa configurazione parzialmente risolta.
L’algoritmo di Kociemba è la base di molti risolutori robotici di cubo operati da computer, come quello del video seguente: I lavori precedenti che impiegavano questa strategia dimostrarono che ci sarebbero volute almeno 30 mosse per risolvere qualsiasi configurazione: ognuna delle configurazioni della più piccola serie speciale necessitava al massimo di 18 mosse per essere risolta e ogni configurazione del cubo impiega almeno 12 passi per arrivare a uno degli stati speciali.

Rokicki portò la strategia a un livello superiore raggruppando le configurazioni tramite un insieme di configurazioni parzialmente risolte. Il che voleva essenzialmente dire che si era capaci di risolvere insieme 19,5 miliardi di configurazioni. Come detto da Rokicki e dai suoi colleghi sul loro sito, hanno “ripartito le posizioni in 2.217.093.120 insiemi di 19.508.428.800 posizioni ognuno”.

In questo modo, la strategia di Rokicki implicava l’affrontare circa 2,2 miliardi di problemi invece degli originali 43 quintilioni: comunque un immane compito informatico! Nel 2010, però, Rokicki e i suoi colleghi hanno impiegato una serie di supercomputer di Google per dimostrare infine che 20 era effettivamente il numero magico.

Ovviamente, il fatto che per rispondere alla domanda ci siano voluti oltre tre decenni, oltre all’ausilio di matematici esperti e di un insieme di supercomputer suggerisce che per il giocatore occasionale questo non sia proprio l’approccio più pratico alla soluzione del cubo. In compenso è proprio il tipo di problema per cui i matematici vanno matti.

Quante volte ancora daremo a Facebook il beneficio del dubbio?

lastampa.it
CAROLINA MILANESI

Giovedì scorso il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, ha pubblicato un editoriale sul Wall Street Journal in cui ha cercato di spiegare “The Facts About Facebook”, cioè “I fatti su Facebook”, concentrandosi in particolare sull’aspetto pubblicitario e sulla privacy.

Ho trovato l’articolo di Zuckerberg paternalistico e autoreferenziale, a partire dalla sua scelta di far pubblicare un articolo di chiarimento per li grande pubblico nella sezione per abbonati del giornale. Mi sembrava che l’intenzione fosse più quella di parlare a Washington che a Tizio e Caio che vorrebbero solo capire perché il social network gli mostra questo o quell’annuncio pubblicitario. Molti dei punti elencati da Zuckerberg li abbiamo già sentiti durante la sua testimonianza al Congresso o letti nei suoi abituali post di scuse su Facebook. Toccherò solo quelli che per me, come utente di Facebook, sono i più preoccupanti.

“Non avevo intenzione di creare una multinazionale”
Non dubito neanche per un attimo che quando ha fondato Facebook nella sua stanzetta al college Zuckerberg non avesse alcuna intenzione di trasformare il suo progetto in un’azienda globale. Penso, tuttavia, che lui volesse avere successo, e dunque scalare in grande il suo progetto. Penso anche che quello che Zuckerberg si era prefissato di raggiungere ha poca rilevanza a fronte della realtà di oggi: Facebook è un’azienda globale. Ancora più importante, Facebook è una piattaforma mondiale con un’enorme influenza sul modo in cui le persone vedono il mondo e si connettono, e questo è ciò che Zuckerberg e il suo team di leadership devono affrontare.

Il successo è accompagnato da responsabilità importanti. Zuckerberg è responsabile di ciò che accade sulla sua piattaforma e deve essere ritenuto responsabile. Abbiamo sentito mille scuse, ma abbiamo visto poche dimostrazioni di un reale cambiamento del modus operandi di Facebook e dei suoi manager. “Tutti devono avere una voce e potersi connettere” Facebook è gratuito perché tutti dovrebbero avere una voce e un modo per connettersi. Beh, prima di tutto, direi che Facebook è gratuito come le stampanti a getto d’inchiostro sono economiche.

Non si paga per Facebook nello stesso modo in cui non si pagano molto le stampanti a getto d’inchiostro, ma provate poi a comprare le cartucce di ricambio.Con Facebook, la valuta di scambio sono i nostri dati. Dati che Facebook non vende, Zuckerberg lo ha reso molto chiaro e sono sicura che la gente lo capisca. Ma la gente ormai sa anche che i dati sono al centro del modello di business di Facebook. L’azienda non è mai chiara sul modo in cui le informazioni vengono utilizzate. Zuckerberg sostiene che questi dati siano un prezzo equo che la maggior parte di noi è disposta a pagare per avere annunci pubblicitari più mirati.

La realtà è che ci sono altri modi per indirizzare efficacemente gli annunci piuttosto che raccogliere così tante informazioni personali. Tuttavia, il passaggio a un modello di servizio in abbonamento senza pubblicità è troppo rischioso. I dati che abbiamo raccolto qui a Creative Strategies mostrano che solo il 2% degli utenti sarebbero disposti a pagare una sottoscrizione e che il 5% lo farebbe solo se fosse inferiore ai 5$ al mese. E questo è un dato valido negli Stati Uniti, dove il livello medio di reddito è più elevato rispetto ai mercati emergenti in cui Facebook è estremamente popolare come l’India o il Brasile.

“Trasparenza, scelta e controllo”
“Hai il controllo su quali informazioni usiamo per mostrarti gli annunci, e puoi impedire a qualsiasi inserzionista di raggiungerti”. Questa è la seconda parte dell’argomento di Zuckerberg che trovo accondiscendente. Vogliamo annunci migliori, ma se non lo facciamo, siamo responsabili del flusso dei dati e possiamo spegnerlo quando vogliamo.Trovo affascinante il modo in cui Zuckerberg capovolga la responsabilità su di noi, liberando se stesso.

Quello che non emerge mai è che non è facile per l’utente accedere a tutte le opzioni sulla privacy necessarie per ottimizzare la fornitura di dati o capire davvero il complesso modello di business di Facebook. Tanto più se un servizio è gratuito e raggiunge chiunque, compresi quegli utenti che non hanno dimestichezza con le tecnologie web. Trasparenza, scelta e controllo sono solo un gioco di specchi. Il recente annuncio di un piano per integrare i tre servizi di messaggistica - WhatsApp, Instagram e Messenger - creerà confini ancora più indefiniti nonostante la promessa iniziale di un servizio criptato e sicuro.

Non facciamo beneficenza
Zuckerberg conclude così il suo articolo:
“Per noi la tecnologia è sempre servita a mettere il potere nelle mani di quante più persone possibile. Se si crede in un mondo in cui tutti hanno la possibilità di usare la propria voce e le stesse possibilità di essere ascoltati, in cui chiunque può iniziare un’attività da zero, allora è importante costruire una tecnologia al servizio di tutti. Questo è il mondo che stiamo costruendo ogni giorno, e il nostro modello di business lo rende possibile”.

Si potrebbe davvero pensare che il modello di business di Facebook dovrebbe essere preservato come il miglior esercizio filantropico di sempre, dove la voce e le pari opportunità sono al centro dell’attenzione. Ma quando sia il bene che il male hanno voce e pari opportunità, è difficile capire come le cose possano funzionare senza intoppi.Ripetere la stessa storia più e più volte non la farà diventare vera, e gli utenti hanno iniziato a mostrare che la loro pazienza sta finendo.

Zuckerberg avrebbe potuto ammettere che Facebook è diventato troppo grande, avrebbe potuto anche riconoscere che la leadership aveva bisogno di tempo per capire una linea d’azione e avrebbe potuto cambiare le cose per mettere davvero gli utenti al centro.
Invece una delle prime cose che Zuckerberg ha fatto quando i governi di tutto il mondo hanno iniziato ad esaminare la sua attività è stato quello di assumere un nuovo Capo delle

Comunicazioni, il politico britannico Nick Clegg, per limitare i danni. Non è una mossa che mi riempie di fiducia nell’intenzione di Facebook di rivalutare seriamente il proprio modello di business e le carenze della piattaforma. La recente scoperta di TechCrunch, che ha dimostrato come Facebook, attraverso una terza parte, ha pagato gli adolescenti per accedere ai loro dati telefonici bypassando le regole iOS, dimostra quanto Facebook sia affamato di dati.

Il fatto che si tratti di dati dei nostri figli adolescenti è ancora più inquietante.

* Carolina Milanesi è analista di Creative Strategies, Inc. Si occupa di hardware e servizi, ma anche software e piattaforme. È stata in precedenza responsabile della ricerca di Kantar Worldpanel e Vice Presidente Ricerca Apparecchi Consumer per Gartner. Suoi contributi appaiono regolarmente in Bloomberg, The New York Times, The Financial Times e il Wall Street Journal, ed è spesso ospite di BBC, Bloomberg TV, Fox and NBC News e altre televisioni.