Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

venerdì 25 gennaio 2019

Nostalgia Apple: 35 anni fa lo spot '1984' lanciava il Macintosh

repubblica.it

Trasmesso solo una volta, il 24 gennaio, presentava il più rivoluzionario di tutti i computer, facile da usare

Nostalgia Apple: 35 anni fa lo spot '1984' lanciava il MacintoshIl primo Macintosh, personal computer lanciato da Apple nel 1984

UNA giovane atleta con un gesto liberatorio sfascia con un martello il megaschermo in cui il Grande Fratello parla a degli ascoltatori sottomessi. E poi la scritta finale: "Capirete perché il 1984 non sarà come '1984'". E' lo spot pubblicitario con cui la Mela presentò il personal computer Macintosh, spot divenuto un cult per l'ispirazione a George Orwell e per la regia di Ridley Scott.

Fu trasmesso un'unica volta in tv, il 22 gennaio 1984, durante il Super Bowl. Steve Jobs pochi mesi prima l'aveva mostrato, durante la presentazione del Macintosh, ad un piccolo pubblico di soci e azionisti. Ma il consiglio d'amministrazione della società, guidato allora da John Sculley, non accolse bene il progetto. Furono i fondatori Steve Jobs e Steve Wozniak a difenderlo, tanto che si offrirono di pagare di tasca loro lo spazio per mandarlo in onda, poi il progetto andò in porto.

Il 24 gennaio 1984 è anche una pietra miliare nella storia dell'informatica poiché segna l'arrivo sul mercato del Macintosh, il più rivoluzionario di tutti i computer, con mouse di serie e un sistema operativo con icone facili da capire, aprendo così l'uso del computer anche a persone non ferrate in tecnologia. A presentarlo uno Steve Jobs giovanissimo, vestito in giacca e papillon: appoggia su una colonnina un personal computer compatto come un cubo, tira fuori da una tasca un floppy disk, lo inserisce nel pc, lo avvia e stupisce una platea di oltre duemila persone che batte le mani come ad un concerto rock.

La polizia non può costringere a sbloccare un iPhone protetto da FaceID o TouchID

lastampa.it
carlo lavalle

Lo ha deciso un giudice della California secondo cui le nuove tecnologie biometriche rientrano nella protezione accordata dalla Costituzione americana


Reuters

Le autorità di polizia non possono costringere indiscriminatamente una persona a sbloccare il proprio iPhone attraverso riconoscimento facciale o impronta digitale. Lo ha stabilito un giudice in California , secondo cui anche i dati biometrici, alla stregua del passcode, rientrano nella protezione accordata dal privilegio contro l’autoincriminazione, sancita dal Quinto emendamento della Costituzione Usa.

Il caso
Il magistrato Kandis Westmore si è espresso in questa maniera dopo aver valutato la richiesta di un mandato di perquisizione contro due persone sospettate di estorsione. In breve, il caso riguardava la minaccia di diffondere un video compromettente cui si sarebbe dato seguito se le vittime del tentativo di ricatto, fatto pervenire tramite l’app Messenger, non avessero pagato una certa somma di denaro.

Le forze di polizia Usa, che hanno avviato l’indagine per verificare la colpevolezza di possibili criminali, si sono però visti negare l’autorizzazione a poter obbligare ogni persona presente in casa durante la perquisizione a sbloccare i dispositivi digitali, usando le loro impronte digitali o il riconoscimento facciale e dell’iride.

«Mentre la Corte comprende che le autorità governative abbiano interesse ad accedere ai contenuti di qualsiasi dispositivo elettronico legittimamente sequestrato – spiega l’ordinanza del giudice Westmore che richiama anche il Quarto emendamento della Costituzione Usa, posto a difesa dei diritti dei cittadini contro perquisizioni e sequestri ingiustificati – ci sono altri modi per poter ottenere questo accesso senza violare il Quinto emendamento».

Lo stesso obiettivo, sottolinea ancora il provvedimento giudiziario, potrebbe essere perseguito grazie alla legge del 1986, chiamata Stored Communications Act, la quale consente di chiedere a Facebook il contenuto delle comunicazioni via Messenger. O, altrimenti, con un mandato basato su prove sufficienti a instaurare un processo davanti a una giuria. Alle autorità di polizia, secondo Westmore, non resta che percorrere queste vie legali, senza cercare di aggirarle con facili espedienti, per non violare la Costituzione e commettere un abuso di potere.

iPhone sbloccati a forza biometricamente 
La decisione del giudice della California interviene in un quadro di forte controversia su questo tema. Mentre lo sblocco mediante codice numerico passcode è generalmente considerato protetto secondo costituzione quello tramite dati biometrici è oggetto di discussione, con le autorità di polizia che reclamano mano libera per l’accesso ai dispositivi elettronici quando conducono indagini e perquisizioni nelle proprietà private.

Nel 2016, secondo Forbes , sempre in California, il giudice non aveva opposto il diniego alla possibilità di accedere indiscriminatamente a un cellulare con conseguente obbligo da parte degli utenti di fornire l’impronta digitale personale. Nello stesso anno, la magistratura di Los Angeles ha permesso agli agenti dell’FBI di imporre a una donna di sbloccare un iPhone, dotato di tecnologia TouchID, con la sua impronta digitale.

Nel 2018, invece, nell’ambito di un’inchiesta per abusi su minori in Ohio , l’FBI ha, per la prima volta, costretto un sospettato a consentire l’accesso a un iPhone X utilizzando il sistema FaceID. Quanto deciso dal giudice Kandis Westmore, riconduce l’attività di polizia in una più solida cornice costituzionale ma resta da vedere se gli indirizzi giurisprudenziali futuri saranno propensi a seguire questa linea.

Corsa a ostacoli tra dossier già chiusi ed estradizioni impossibili

corriere.it
di Giovanni Bianconi


I «francesi» sono la metà esatta: 15 su 30 (sebbene nel conteggio reso noto dal ministro dell’Interno ci si fermi a 14). Ma ammesso e non concesso che il governo di Parigi decida di riaprire la questione sobbarcandosi polemiche che Oltralpe sono garantite, non tutti sarebbero estradabili. Oltre agli «assassini» ergastolani di cui parla Salvini, infatti, nell’elenco confezionato dagli investigatori ce ne sono molti (7 su 15) condannati a pene che hanno un termine (dai 27 anni in giù). E la legge italiana prevede che trascorso un periodo pari al doppio di quello stabilito dalle sentenze, quelle stesse sentenze non siano più eseguibili. Sono prescritte.

Alcuni dei nomi compresi nella lista hanno già raggiunto quella condizione, e se ancora figurano tra i ricercati è solo perché alle forze di polizia italiane non risulta che gli interessati abbiano chiesto l’estinzione della pena. Se però la pratica per un’eventuale estradizione fosse davvero riaperta, finirebbe per richiudersi quasi automaticamente. Per tutti o quasi gli ergastolani e i «rifugiati» con condanne più basse, inoltre, la Francia ha già detto «no» alla riconsegna, anche se dopo verdetti altalenanti: da Marina Petrella, il cui rientro fu bloccato dal presidente Sarkozy per motivi umanitari legati alla sua salute, a Giovanni Alimonti, Enrico Villimbugo, Paolo Ceriani Sebregondi e altre persone che di tanto in tanto salgono alla ribalta delle cronache proprio perché latitanti a Parigi e dintorni, non certo in quanto nomi famosi della lotta armata.

Probabilmente solo per Giorgio Pietrostefani (che peraltro non ha mai fatto parte di una formazione terroristica, era un capo di Lotta continua condannato per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi) non risulta sia stato mai aperto un dossier. O per qualche personaggio minore, che però rientra nella categoria dei prescritti o prescrivibili a breve.

Come altri, più noti, che per questo motivo sono stati depennati dall’elenco, anche se periodicamente le loro foto ricompaiono tra i ricercati: per esempio Carla Venditti e Simonetta Giorgieri, ex br, che vengono chiamate in causa ogni qualvolta l’argomento torna di attualità; o l’ex militante dei Colp (Comunisti Organizzati per la Liberazione Proletaria) Massimo Carfora, divenuto un imprenditore di successo, per il quale sono state dichiarate non più eseguibili anche le condanne più pesanti. Sono tornati liberi cittadini.

Nonostante ciò se ne riparla poiché ciclicamente la questione torna alla ribalta. Soprattutto dopo che, tra il 1999 e il 2002, le «nuove» Brigate rosse riaprirono l’emergenza terrorismo uccidendo i professori Massimo D’Antona e Marco Biagi. In attesa di scoprire e smantellare il nuovo gruppo clandestino (che nulla aveva a che fare con i «rifugiati») investigatori e politici ripresero a fare pressioni sulla Francia per farsi restituire qualche ergastolano. Il «caso Battisti», per il quale Parigi aveva già detto «no» una prima volta, nacque da lì, e s’è trascinato fino a pochi giorni fa.

Un altro ministro leghista, l’ex Guardasigilli Roberto Castelli, s’era impegnato con la collega Dominique Perben per riavere Roberta cappelli ed Enrico Villimburgo, ex militanti della colonna romana delle Br, ma non ci riuscì. E così il suo successore Clemente Mastella. Ora è possibile che qualche fascicolo venga riaperto, con esiti del tutto imprevedibili. Ma non ci sono solo i «francesi». Anzi, i due ex brigatisti più «importanti», se non altro perché parteciparono al sequestro di Aldo Moro, si trovano il primo in Nicaragua e il secondo in Svizzera. Fanno parte della lista, ma solo se si azzardano a uscire dai rispettivi Paesi di adozione rischiano qualcosa. Altrimenti non sembra esserci alcuna possibilità.

Qualche anno fa, approfittando della sua passione per la pesca sportiva, la polizia italiana cercò di spingere Casimirri in Costa Rica, da dove sarebbe stato più semplice riportarlo indietro, ma senza successo. E Loiacono (che a differenza dell’altro la pena per un omicidio l’ha scontata) è cittadino svizzero, quindi l’estradizione è pressoché impraticabile.

Di alcuni componenti della lista — per esempio l’ex br Lorenzo Carpi, che quarant’anni fa partecipò all’omicidio del sindacalista Guido Rossa — non si sa nemmeno dove abbiano trovato rifugio. Particolare che rende quasi impossibile l’impresa di portarli in una galera italiana. Ma sul piano della contabilità, rispetto alle circa 6.000 persone inquisite o condannate per terrorismo, 30 nomi sono lo 0,5 per cento.

Cesare Battisti, parla l’agente che l’ha catturato: «Ho lasciato mia figlia in auto e ho puntato la pistola su di lui»

corriere.it
di Andrea Galli

L’agente boliviano che lo ha preso: c’erano due colombiani, temevo fossero con lui

Cesare Battisti, parla l’agente che l’ha catturato: «Ho lasciato mia figlia in auto e ho puntato la pistola su di lui»

Alle spalle, sui sedili posteriori della macchina, la figlia di pochi anni. Davanti, sul marciapiede, Cesare Battisti. In mezzo, la strada e uno scenario da inventare per liberare l’area e fermare il terrorista. «Ho guardato intorno, c’erano due ragazzi in motocicletta, mi sono qualificato, ho ordinato di mettersi di traverso e bloccare il traffico. Quando li ho identificati, perché non potevo permettermi il lusso di sbagliare, e ho scoperto che erano colombiani, allora ho pensato: che idiota, sono due sicari che proteggono Battisti... Adesso uccidono me e poi mi uccideranno la bambina».

Quei due non erano al soldo di nessuno. Hanno eseguito. E lui, il protagonista della cattura, un agente boliviano, ha avvicinato il terrorista e gli ha puntato in faccia la pistola, una Beretta calibro 9 da quindici colpi. Una pallottola era già in canna. E quella non era l’unica arma in dotazione. «Giriamo con tre pistole. In Bolivia, per i poliziotti, è una gara a chi sopravvive più a lungo. O meglio, a chi non viene ucciso prima». Eccoli, gli uomini agli ordini del colonnello Paùl Saaveda. Il comandante e tre poliziotti. Compongono la squadra Interpol che ha aiutato i colleghi italiani a rintracciare Battisti.

Queste sono le loro voci affidate al Corriere. Tre settimane di caccia. Un tempo che, in Sudamerica, è considerato «enorme». Domandiamo al colonnello che cosa abbia detto alla truppa: «Mi sono complimentato e ho aggiunto due cose. La prima: adesso tornate a casa dalle vostre famiglie. La seconda: da domani ricominciamo il lavoro interrotto... Dobbiamo recuperare». Storie per lo più di narcotrafficanti. Come l’ultima operazione firmata dai ragazzi di Saaveda, marito e moglie peruviani mercanti di cocaina, scappati in Bolivia.

Ci sono persone che si stanno prendendo enormi meriti per la cattura del terrorista, e non sempre ne hanno avuti per davvero. Ma va così. E a maggior ragione è giusto ricordare questi poliziotti boliviani, dei quali gli italiani lodano la capacità di aver studiato i metodi dei nostri investigatori che sconfissero il terrorismo, e l’attitudine a non volersi inventare per forza degli effetti cinematografici: operano soprattutto con i pedinamenti e gli informatori, la conoscenza del territorio e la suola delle scarpe. Sbirri semplici e veri. Sanno, i boliviani, d’aver fatto un gran colpo, ma come precisa uno dei tre della truppa, «per noi Battisti era un assassino da scovare. Punto.

Non ci è mai interessato il resto: le coperture in Italia e Francia, le amicizie politiche, il movimento degli intellettuali... Quando uno ha ammazzato, non servono i dibattiti». Il terrorista ha parlato a lungo, con l’Interpol boliviana. E ha ripetuto un messaggio minaccioso. Nella caserma di avenida Mutualista, il terrorista ha detto agli agenti: «Benissimo, mi avete arrestato. Ma adesso, la mia questione diventerà una questione di Stato. Non più vostra». Spavaldo come al solito. Ma affamato. «Insisteva che aveva saltato il pranzo, allora siamo usciti e abbiamo comprato del pollo e delle empanadas... Ha mangiato velocemente, ne voleva subito delle altre».

L’azione della squadra di Saaveda è terminata con le manette a Battisti. Da «regolamento», questa squadra riceve la missione e la completa. Ma c’è ancora parecchio da setacciare. Spetterebbe ad altri investigatori farlo, e non è scontato che la Bolivia voglia continuare.Anzi. Il terrorista aveva a disposizione almeno quattro appartamenti. Uno è direttamente collegato a un partito politico. Quell’alloggio non è stato mai perquisito.

Cina, l'azienda umilia le dipendenti 'inefficienti': costrette a gattonare in strada

repubblica.it

Azienda umilia le dipendenti:costrette a gattonare in strada

Non sono riuscite a raggiungere gli obiettivi previsti per il 2018 e per questo - stando a quanto riporta il quotidiano internazionale The Epoch Times - sono state punite dai dai loro datori di lavoro, che le hanno obbligate ad avanzare carponi in strada.

Un'umiliazione, come mostra il video finito sui social network cinesi, per giunta pericolosa: le donne si ritrovano su un tratto di strada su cui transitano anche delle auto. L'episodio si sarebbe verificato lo scorso 14 gennaio. Quelle in video sarebbero sei dipendenti di un beauty center di Tengzhou, città che si trova nella provincia dello Shandong, la regione più orientale del Paese.

E' già successo, in passato, di assistere - sempre attraverso video diventati virali sui social - a punizioni corporali e umiliazioni varie di dipendenti cinesi.  Nel 2016, per esempio, alcuni impiegati di una banca rurale cinese sono stati sculacciati in pubblico con un bastone. Nel 2013 invece, nella città di Chongqing, un gruppo di dipendenti - tutti vestiti di arancione - si sono ritrovati a gattonare in circolo in un'area commerciale. In quel caso, dopo un'indagine sull'accaduto, si scoprì che i datori di lavoro interpretavano quella curiosa marcia come una sorta di "stress test".

Film e dvd online. L’Italia dietro il business «pirata»

corriere.it
di Pier Luigi Vercesi

Server in California, decine di siti civetta, abbonamenti a 9,99 euro
«Frode da 840 milioni»

Film e dvd online. L’Italia  dietro il business «pirata»

Un minuto di pazienza e il sito, chiamiamolo per semplicità «civetta», ti spedisce, attraverso uno stargate digitale, su un mastodontico server in California, una sorta di grotta dei Quaranta ladroni. Sembra il copione rovesciato di un film, poiché i pirati storici stavano dal lato opposto degli attuali Stati Uniti, giù nei Caraibi. Però non è una fiction e i pirati sono autentici, anche se digitali. La scelta del luogo è dettata dalla tecnologia, dalla banda necessaria per gestire un immenso parco clienti, 8 milioni di utenti in giro per il mondo, e 793.432 prodotti da commercializzare illegalmente (al 1 gennaio 2019).
In sala e sul web
Tra questi, oltre 100 mila sono film presenti nei portafogli delle case di produzione. Spesso anticipano la proiezione nelle sale, come nel caso di Bumblebee, Il ritorno di Mary Poppins o Glass. Tutte le puntate de L’amica geniale erano disponibili due giorni dopo la trasmissione della prima. Per il resto, si tratta di centinaia di migliaia di prodotti tv, libri, giornali, musica, giochi, applicazioni, software... Il libro del collega Massimo Franco, C’era una volta Andreotti, pubblicato dalla casa editrice Solferino, domenica scorsa, pochi giorni dopo l’uscita in libreria, era stato scaricato illegalmente alcune centinaia di volte.L’abbonamento è di 9,99 euro al mese ma in alcuni periodi si possono avere sconti
.
Non stiamo parlando di siti pirata allestiti da «sottoscalisti» che vanno al cinema e registrano con il telefonino il film non ancora in dvd, ma di formati in alta definizione, con la possibilità, da parte dei «clienti», di avere copia del master delle opere cinematografiche in Dvd, Bluray e nel nuovo formato 4K in tutte le lingue in commercio. Una simile attività illegale sembrerebbe possibile solo grazie alla violazione dei sistemi informatici su quegli stessi computer utilizzati per la stampa dei supporti digitali.

L’alternativa comporterebbe l’acquisto di 90 mila Dvd, oltre 15 mila Bluray e 4K e la loro conversione in tutti i formati digitali esistenti nel mondo. Se anche così fosse, rimane il dubbio: come sono stati reperiti i film prima che venissero messi in commercio?

Iceberg

Questa che raccontiamo è solo la parte emergente dell’iceberg scoperto da uno studio di consulenza paralegale statunitense in collaborazione con un esperto informatico specializzato in investigazioni private, noto nell’ambiente come «Emme», assistiti in Italia dallo Studio legale Bernardini de Pace, nella persona del responsabile della sezione copyright, l’avvocato Luciano Faraone. La necessità di avere un referente legale in Italia non è casuale, perché una grande fetta del business criminale, sparso per l’orbe

terracqueo, ha paternità italiana. Negli ultimi anni la polizia postale ha oscurato decine di siti pirata non riuscendo a scalfire il business. Certo, la fonte di tutto non è in Italia. Negli ultimi mesi di indagine, gli investigatori privati americani hanno constatato come 50 siti, apparentemente non connessi tra loro, in realtà fanno tutti riferimento allo stesso gruppo criminale: una volta acquistato un abbonamento per il download illimitato dei contenuti, l’utente viene spedito sugli stessi gruppi di server in California, dove è gestito il 40% di tutta la pirateria mondiale.
Come funziona
Abbiamo chiamato il customer service di uno di questi siti «civetta» chiedendo di aiutarci a fare l’abbonamento (qui, l’audio delle telefonata con il call center). Un’addetta, gentile e anche spiritosa («Non mi dica la sua password: va bene fidarsi, ma non si sa mai!») ci ha guidato passo dopo passo nell’abbonamento. Lo abbiamo fatto pagando con Postepay, immediatamente dopo abbiamo ricevuto l’email di conferma con tutte le indicazioni e anche il ringraziamento di «Valentino». Pagare è facilissimo: si può fare con carte di credito, PayPal, bonifici, money transfer e altri sistemi specifici a seconda della nazione interessata, in Italia Sisal e tabaccherie. Un servizio accurato garantito in 18 Paesi nel mondo. Tutto molto semplice dunque, un crimine facile da stroncare.

E invece no. La notte del 7 gennaio 2019 la Commissione Europea ha pubblicato la Counterfeit and Piracy Watch List, datata 7 dicembre 2018, dove a pag. 21 si fa esplicitamente riferimento alla società californiana ClodFlare che ospita il «tesoro» dei pirati. L’immediata reazione è stata di spostare le «pagine civetta» dagli Usa su server russi. Con un po’ di superficialità, a dire il vero, dovuta all’impunità goduta in tutti questi anni, in cui si è arrivati a illustrare, con video pubblicati su YouTube, come cambiare il settaggio dei propri computer, così da rendere inutile ogni tentativo di fermare la pirateria. Sulla homepage della ClodFlare si invita a segnalare se attraverso quel server qualcuno sta violando la legge sul copyright, la Dmca (Digital Millennium Copyright Act). Eppure i server pirata ancora ieri navigavano a gonfie vele, nonostante non un privato ma addirittura la Commissione Europea avesse indicato quell’indirizzo come «luogo del delitto».
La autorità americane
Forse, viene da pensare, a nessuno è venuto in mente di compilare il modulo necessario. Così, venerdì scorso, un dossier di oltre 1.400 pagine, con tutte le prove delle violazioni ricostruite da «Emme» e dai legali americani e italiani, è stato inviato al Dipartimento di Giustizia statunitense, che accerterà gli eventuali illeciti, chiamando in causa il Dipartimento per i crimini informatici, quello per la violazione della proprietà intellettuale, quello per la tutela dei minori (infatti non è richiesta l’età per abbonarsi a un’infinità di film pornografici), includendo le prove di evasione fiscale e dimostrando che gli introiti illegali ammontano a circa 800 milioni di euro l’anno.

Lunedì scorso, poi, non riuscendo a contattare direttamente il proprietario della ColdFlare, gli investigatori privati hanno sollecitato, con una email in cui sono dettagliate tutte le violazioni, due suoi investitori perché convincano il proprietario della ColdFlare a staccare i server. Il rischio è che i pirati riescano a spostare il materiale prima dell’intervento della polizia. E ora, mentre stiamo scrivendo, lo studio Bernardini de Pace e i legali statunitensi stanno avviando una colossale Class Action per far bloccare i fondi provenienti dalla pirateria e redistribuirli tra i legali aventi diritto.

L’affondo di Fioroni: «Prendano Casimirri, protetto da tanti»

corriere.it
di Virginia Piccolillo

L’ex ministro: tante anomalie sul latitante del sequestro Moro, dentro e fuori il Vaticano

Le polemiche sul video con il ministro Bonafede esultante per la cattura di Battisti divampano. Fino ad oscurare quelle sulle coperture politiche che hanno garantito la latitanza del terrorista. Giuseppe Fioroni, da ex presidente della commissione parlamentare che ha indagato sul terrorismo e il rapimento di Aldo Moro, cosa ne pensa?
«Che il ministro si voglia mettere il pennacchio della cattura di Battisti, dovuta a un lavoro iniziato prima del suo governo, non mi sconvolge. Lo fanno un po’ tutti. Il problema è l’altro».

Cioè?
«La rete di protezione che ancora sussiste. Allora io dico bene aver preso Battisti, ma ora bisogna andare avanti».

Verso dove?
«Il vero pezzo grosso da prendere: Alessio Casimirri».

Il terrorista che partecipò al sequestro Moro latitante in Nicaragua?
«Partecipò anche all’omicidio del giudice Girolamo Tartaglione e all’agguato a Giovanni Galloni. Ma non ha mai fatto un minuto di galera, grazie alle sue coperture».

Si parlò di entrature in Vaticano.
«Suo padre fu capo ufficio stampa di tre papi. E si pensa che per questo ebbe un ruolo nella trattativa tra br e Vaticano per liberare Moro. Ma l’errore è pensare che a coprirlo è stata solo la sua famiglia».

Invece?
«Fu protetto anche da fuori del Vaticano. Ciò che è emerso durante il lavoro della commissione Moro lo prova».

Cosa?
«Lui già nel ‘70 e nel ‘72 era stato fermato dalla polizia per aggressioni di esponenti di destra e un “esproprio proletario”. Ma gli venne concesso il porto d’armi e la licenza per un negozio di caccia!».

Una svista?
«Non credo. Ad aprile del ‘78, con Moro sotto sequestro, viene perquisita una sua abitazione, annessa a una parrocchia. Viene trovata un’agendina zeppa di contatti con personaggi legati all’eversione. Ignorata».

E lui fugge in Nicaragua.
«Si dice così, ma è falso. Nell’82 viene riconosciuto alla Festa de Noantri dal padre di Jovanotti, funzionario del Vaticano che lo conosceva sin da bambino e che subito denuncia la cosa lasciando il proprio numero di telefono. Nessuno lo contatta. Abbiamo ritrovato addirittura un cartellino fotosegnaletico dei carabinieri con la sua foto: abbiamo denunciato alla procura di Roma il depistaggio».

Storie passate?
«No, la catena di coperture non si interrompe mai. Nel ‘93 il Sisde va in missione segreta in Nicaragua. Lui inizia a collaborare. Ma c’è una fuga di notizie, un incidente diplomatico e lui smette».

Però ormai non è impossibile prenderlo, visto che è cittadino nicaraguense?
«Volere è potere. L’Italia ha cancellato il debito ma il Nicaragua non ha mai sentito la necessità di ridarcelo. Ma come per Battisti la rete di protezione può venire meno se si fa un lavoro serio».

Crede sia ancora protetto?
«Sta lì, fa il ristoratore, ha una scuola di sub, tutti lo sanno. Più protetto di così...».

A chi fa paura?
«Su quegli anni c’è un perimetro del dicibile, tracciato dai pentiti. Oltre non va nessuno. Casimirri è in grado di accendere un faro sugli anni bui della nostra Repubblica. Perché aveva un grosso peso nelle Br. Sa molte cose, scomode per i terroristi, ma forse anche per lo Stato».

Potito Peruggini, familiare di una vittima del terrorismo, chiede una commissione per far parlare chi sa in cambio di impunità. È d’accordo?

«Certo. Lo avevamo proposto in commissione. Non basta dire: non lo farò più. Serve la verità».

Mastercard ha tolto il proprio nome dal logo: una mossa per prepararsi alla scomparsa delle carte di credito

repubblica.it
Dennis Green


Da ora in poi il logo di Mastercard sarà così. Getty/Hannah Smith/ESPAT Media
  • Mastercar
  • d ha levato la parola “Mastercard” dal proprio logo.
  • D’ora in poi sarà rappresentata solo dai due cerchi rosso e giallo intersecantesi con l’arancione in mezzo.
  • La mossa di Mastercard, dovuta alla sempre maggiore diffusione dei pagamenti digitali, mira a portare i clienti a percepirla come una società informatica invece che come una società di carte di credito.
Mastercard ha scommesso che i suoi clienti riconosceranno la società dai suoi brillanti cerchi che si intersecano. Il circuito di carte di credito e azienda di servizi finanziari ha annunciato lunedì che toglierà la parola “Mastercard” dal proprio logo. Comparirà solo sotto forma di due cerchi rosso e giallo intersecantesi con l’arancione in mezzo sulle carte di credito, sulle sponsorizzazioni e nei negozi che accettano la carta.

Mastercard
È l’ultimo cambiamento nella costante evoluzione del logo della società. Il suo nome appariva in mezzo ai cerchi, e nella iterazione precedente a quest’ultima era sotto a essi scritto in font sans-serif.

Il vecchio logo Mastercard
La mossa riflette anche il cambiamento del panorama dei metodi di pagamento. I clienti pagano sempre più senza passare o inserire la carta, ma inserendo i dettagli di pagamento o passando un telefono — e la parola “card” (carta) potrebbe sembrare un po’ fuori moda.“Con la costante evoluzione dello scenario dei clienti e del commercio, il Mastercard Symbol rappresenta Mastercard meglio di quanto potrebbe mai fare una parola e il design moderno e flessibile gli consentirà funzionare senza soluzione di continuità nel panorama digitale”, ha detto la società in un comunicato stampa.

La società vuole inoltre essere percepita sempre più come un’azienda finanziaria-tecnologica invece che semplicemente un circuito di carte di credito. Nel comunicato stampa che annuncia il cambiamento del logo, Mastercard si definisce una “società di pagamento digitale”. Il cambiamento potrebbe rendere Mastercard una delle poche società che possono essere comunemente identificate da un logo senza parole, come Nike ed Apple.

Morire di gelo nella cantina della propria villa

corriere.it
risponde Aldo Cazzullo


Caro Aldo,
sono stato profondamente colpito per la vicenda di Vittorio Mazzucato, l’ex imprenditore padovano trovato morto al freddo e al buio con il suo cagnolino, nello scantinato della sua villa decadente, privato di ogni forma di utenza e di assistenza. Per impedire il ripetersi di questi dolorosi episodi, sarebbe utile che il Parlamento approvasse una disposizione che non consenta di interrompere la fornitura dell’elettricità, del gas e dell’acqua agli utenti morosi senza un’ordinanza del giudice di pace (la misura è vigente nel Regno Unito), o comunque prima di avere avvertito il servizio di assistenza del Comune di residenza. Questo, probabilmente, avrebbe impedito all’ex imprenditore patavino di lasciarsi morire.
Sergio Lorenzi



Caro Sergio,
In effetti sarebbe giusto evitare di lasciare al freddo persone sole e anziane, esponendole al rischio di morire. Il problema è che molti ne approfitterebbero per non pagare le bollette. E stabilire chi davvero è in condizioni di assoluta difficoltà economica e chi simula di esserlo — un’ambizione che l’attuale governo ha manifestato più volte, dalla rottamazione delle cartelle Equitalia alla concessione del reddito di cittadinanza — è molto complesso, in un Paese dall’illegalità diffusa com’è purtroppo il nostro.

Ma la storia di Vittorio Mazzucato, raccontata sul Corriere con la consueta sensibilità da Elisabetta Rosaspina, colpisce anche per altre ragioni. L’ascensore sociale può essere percorso verso l’alto o verso il basso. Nell’Italia della Ricostruzione tanti artigiani divennero piccoli industriali; ma chi aveva i soldi da parte era rovinato, perché dopo la guerra non valevano più nulla.

Nell’Italia della crisi infinita è molto più frequente il tragitto verso gli inferi di quello verso l’empireo. I passaggi generazionali sono sempre complicati, e non solo perché le seconde generazioni tendono a riposarsi dopo il gran lavoro dei padri. Fare impresa in una nazione dalla sterminata burocrazia e dalla tassazione scandinava — con servizi a volte da Nordafrica — richiede ambizione, tenuta e coraggio. Molti cedono alla tentazione di vendere e vivere di rendita, sempre meno tassata del lavoro. Oppure tentano di andare avanti ma non reggono. Morire di stenti negli scantinati della propria villa è una tragedia; e come ogni tragedia è metafora di un tempo crudele.

en Years Challenge, l’allarme dell’esperta: “Serve solo a raccogliere nuovi dati degli utenti”

repubblica.it
Alice Mattei


Facebook. Foto di Carl Court/Getty Images
In molti avranno notato, sui social, la comparsa di foto risalenti a dieci anni prima, giustapposte a quelle di oggi: un giochino innocuo che sta girando su Facebook e Instagram e che chiede alle persone di mostrare come sono cambiate. La cosa, com’è facile intuire, ha preso piede e sta avendo una diffusione virale. Tutto bene, dunque?

Non proprio. Un editoriale dell’esperta di sicurezza informatica Kate O’Neill, apparso su Wired mette in guardia sulla presunta innocenza del giochino sostenendo, pur senza averne le prove concrete, che il Ten Years Challenge potrebbe essere un’efficacissima scusa per raccogliere dati sul riconoscimento facciale e su come, negli anni, i nostri volti cambino.

“Immagina – scrive O’Neill – di voler addestrare un algoritmo di riconoscimento facciale sulle caratteristiche legate all’età e, più nello specifico, sulla progressione dell’età . Idealmente, vorresti un set di dati ampio e rigoroso con molte immagini di persone. Sarebbe utile se tu sapessi che sono stati presi per un numero fisso di anni – diciamo, 10 anni”.

Per ora nessuno può dire se i sospetti di O’Neill siano fondati o meno e Facebook ha smentito nel modo più categorico di essere dietro la diffusione della sfida, ma che questa è stata generata dagli utenti in modo autonomo e poi si è diffusa per i fatti suoi per le mille strade del social network.

Resta il fatto che, sia che il Challenge sia stato architettato ad arte, sia che sia nato per caso, ora, on line, ci sono milioni di foto che mostrano come, in che modo e con che velocità siamo invecchiati, con tanto di date e  luoghi.