Evoluzione a Sinistra

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domenica 20 gennaio 2019

Reddito di cittadinanza: i requisiti e il calcolatore con le tabelle degli importi

corriere.it
di Giuseppe Gaetano

Il punto su requisiti, beneficiari, valore degli assegni, sanzioni e norme «anti-divano»: fino a 1330 euro mensili per nuclei numerosi e carcere per i furbetti. La prima offerta di lavoro entro 100 km, la terza e ultima da tutta Italia.

I 4 requisiti per il reddito

Ne ha diritto chi si trova al di sotto della soglia di povertà assoluta: circa 5 milioni di italiani. Secondo il documento redatto da Palazzo Chigi, il 47% dei beneficiari sarà al centronord e il 53% al sud. I requisiti:
  
1) Essere cittadini italiani, europei o lungo soggiornanti e risiedere in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi 2 in via continuativa
2) ISEE inferiore a 9.360 euro annui;
3) Patrimonio immobiliare, diverso dalla prima casa di abitazione, fino ai 30.000 euro annui
4) Patrimonio finanziario non superiore a 6.000 euro che può arrivare fino a 20.000 per le famiglie con persone disabili (circa 255.000 nuclei familiari con disabili riceveranno il reddito di cittadinanza).

La mensa per i poveri alla Comunità di sant’Egidio: l’affluenza è talmente alta che spesso non si trova posto
La mensa per i poveri alla Comunità di sant’Egidio: l’affluenza è talmente alta che spesso non si trova posto

Gli importi del reddito

Il testo diffuso sul sito del governo riporta alcuni esempi concreti sulle cifre mensili degli assegni, dal single al grande nucleo familiare.
  
1) Una persona che vive da sola avrà fino a 780 al mese di RdC: fino a 500 euro come integrazione al reddito più 280 euro di contributo per l’affitto (oppure 150 euro di contributo per il mutuo)   
2) Una famiglia composta da 2 adulti, 1 figlio maggiorenne e 1 figlio minorenne avrà fino a 1.280 euro al mese di RdC: fino a 1.000 euro mensili come integrazione al reddito più 280 euro al mese di contributo per l’affitto (oppure 150 euro di contributo per il mutuo)
3) Una famiglia composta da 2 adulti, 1 figlio maggiorenne e 2 figli minorenni avrà fino a 1.330 euro al mese di RdC: fino a 1.050 euro come integrazione al reddito più 280 euro di contributo per l’affitto (oppure 150 euro di contributo per il mutuo.


I 3 requisiti per le pensioni

La misura non vuole solo favorire il reinserimento nel mondo del lavoro e aumentare l’occupazione migliorando l’incontro tra domanda e offerta, ma anche contrastare povertà e disuguaglianze integrando le pensioni minime. Anche per la pensione bisognerà compilare l’apposita domanda alle Poste, a partire dal prossimo 6 marzo, certificando:
  
1) ISEE familiare inferiore a 9.360 euro all’anno
2) Patrimonio immobiliare, diverso dalla prima casa, non superiore ai 30 mila euro
3) Patrimonio finanziario inferiore a 6.000 euro, 8.000 se si è in coppia.


Gli importi delle pensioni

Anche qui il Consiglio dei ministri riporta alcuni esempi pratici:
 
1) Un pensionato che vive da solo e non ha una casa di proprietà avrà una pensione di cittadinanza di 780 euro al mese: di cui 150 euro per pagare l’affitto
2) Un pensionato che vive da solo e riceve solo una pensione di invalidità, al posto della sua pensione, riceverà la Pensione di Cittadinanza, che con una casa di proprietà è di 630 euro al mese
3) Una coppia di pensionati che vive in affitto in un appartamento riceverà un’integrazione che permetterà loro di vivere con 1.032 euro al mese.


Offerte e sanzioni per i furbetti

Le hanno chiamate norme «anti-divano» per impedire che il provvedimento (che prevede anche incentivi per le imprese che assumono i beneficiari del Rdc) sia vissuto come meramente assistenziale. Viene escluso dal reddito chi non partecipa alle iniziative formative senza giustificazione, non aggiorna l’Inps sulle variazioni dei propri dati o li fornisce falsi, oltre a rifiutare tutte e tre le proposte di lavoro che gli verranno presentate dai Cup.

Ci sono anche delle limitazioni sull’uso del contante, come la necessità di spendere i soldi entro il mese in cui si ricevono (l’intenzione dell’esecutivo è anche rilanciare i consumi) e il divieto di “investirli” nel gioco d’azzardo: spese verificabili visto che saranno effettuate tramite carte prepagate. Le offerte sono «a chilometraggio»: a ogni rifiuto aumenta la distanza del posto di lavoro offerto e l’importo dell’assegno.

 

Reddito di cittadinanza (e pensioni): chi vince e chi perde? I paradossi

corriere.it
di Michelangelo Borrillo, Rita Querzé e Fabio Savelli

Assegno minimo, riduzione del 10% per chi non spende entro trenta giorni. E i tutor che aiuteranno a cercare lavoro sono a loro volta assunti come co.co.co

Reddito: con 3 o 5 figli il sussidio è lo stesso

Il reddito massimo per l’accesso al reddito di cittadinanza è calcolato in base a una «scala di equivalenza» che tiene conto del numero di persone che fanno parte della famiglia. Di fatto sale fino alla presenza di tre figli, ma dal quarto in poi non cambia più. Come dire: per marito e moglie con tre figli o marito e moglie con cinque figli la soglia per avere il reddito resta la stessa.


Se il familiare si è dimesso, niente reddito al nucleo

E se un lavoratore si fosse dimesso per ricevere il reddito di cittadinanza, magari arrotondando con un lavoro in nero? Per evitare questa eventualità il decreto prevede che non abbiano diritto al reddito le famiglie in cui un componente si è dimesso nell’ultimo anno. In questo modo, però, la colpa del singolo ricade sui familiari. Chi poi si fosse dimesso in seguito a pressioni sarebbe penalizzato.


Chi aiuterà a cercare un impiego sarà precario

Per far funzionare i centri per l’impiego, che finora intermediano soltanto il 2-3% delle richieste di lavoro, il governo ha deciso di rinforzare con 4 mila «navigator» le strutture che cercano un’occupazione ai destinatari del reddito di cittadinanza. Questi profili verranno assunti da Anpal Servizi con un contratto a termine, di massimo 12 mesi, come impone il decreto Dignità.


I lavori sociali e il ritardo dei Comuni

Per ottenere il reddito di cittadinanza, e vedersi mantenuto il sussidio,
è necessario dare la propria disponibilità ai Comuni di residenza per otto ore settimanali per lavori di pubblica utilità. Dovranno farlo sia i sottoscrittori del «patto per il lavoro», sia quelli del «patto per l’inclusione sociale». Bisognerà capire quanti Comuni hanno le strutture per organizzare questo servizio.


Riscatto della laurea con 5.421 euro all’anno

Un ammontare uguale per tutti (a patto di non avere più di 45 anni) pari a 5.241,30 euro per ogni anno di studio. Tanto costerà la versione «light» del riscatto della laurea con uno sconto — calcolato dalla Fondazione studi dei consulenti del lavoro — sostanzioso: un lavoratore in regime contributivo, con 40 mila euro di reddito, rispetto ai 13.200 euro attualmente previsti risparmierà il 60%.


Con il fondo solidarietà in pensione anche chi è nato nel ‘62

Le misure per l’anticipo della pensione con «quota 100» potranno essere utilizzate dai nati tra il 1952 e il 1959, ma con il meccanismo del fondo di solidarietà bilaterale legato a un accordo sindacale potranno smettere di lavorare anche i nati tra il 1960 e 1962. Chi esce con 5 anni di anticipo potrà perdere in media il 25% dell’importo di pensione che avrebbe avuto uscendo in vecchiaia a 67 anni.


Uscita in anticipo per lavoratrici con 58 anni

L’opzione Donna è stata prorogata. Sono previste pensioni anticipate secondo le regole di calcolo del sistema contributivo per le lavoratrici con un’età pari o superiore a 58 anni di età e le lavoratrici autonome con almeno 59 anni, che abbiano maturato un’anzianità contributiva di almeno 35 anni. Il requisito di età anagrafica non è adeguato agli incrementi della speranza di vita.


Il sussidio va speso entro il mese sennò si perde il 10%

Il reddito di cittadinanza va speso nel mese successivo a quello di erogazione. In caso contrario si rischiano «riduzioni del beneficio, nei limiti del 10 per cento, nella mensilità successiva a quella in cui il beneficio non sia stato interamente speso. L’apposito monitoraggio delle spese con la «Carta rcd» sarà stabilito dal ministero del Lavoro entro 3 mesi dall’entrata in vigore del decreto.

Canto degli Italiani, storia senza fine: manca decreto attuativo del cdm per essere inno nazionale

repubblica.it
di ALBERTO CUSTODERO

La competenza di portare in Consiglio dei ministri il provvedimento spetta al titolare del Viminale Matteo Salvini. Ieri al Senato alla presentazione del libro "Una storia lunga 170" di Umberto D'Ottavio l'appello al Governo della vicepresidente del Senato Anna Rossomando

Canto degli Italiani, storia senza fine: manca decreto attuativo del cdm per essere inno nazionale
Goffredo Mameli

La storia dell'inno nazionale italiano è senza fine. Nonostante il 4 dicembre 2017 il Parlamento abbia approvato una legge che ha reso finalmente definitivo e non più provvisorio il Canto degli Italiani di Mameli, musicato da Michele Novaro, c'è ancora bisogno di un decreto che stabilisca le modalità di esecuzione per renderlo definitivamente inno nazionale. La decisione spetta al governo Conte, ma la competenza di portare in consiglio del ministri il decreto è del titolare del Viminale Matteo Salvini.

Ieri al Senato c'è stata la presentazione del libro 'L'inno di Mameli, una storia lunga 170 anni per diventare ufficiale' (Neos Edizioni). L'autore, l'ex deputato dem Umberto D'Ottavio, è stato nella XVII legislatura il promotore del riconoscimento del Canto degli Italiani come inno ufficiale della Repubblica Italiana.

Da 71 anni, incredibilmente, 'Fratelli d’Italia' è stato provvisorio: da quando, il 12 ottobre ‘46, il Consiglio dei ministri - allora guidato da Alcide De Gasperi - "su proposta del ministro della Guerra", stabilì che fosse adottato come inno nazionale per la cerimonia del giuramento delle Forze Armate del 4 novembre successivo: ma, appunto, "provvisoriamente". Ben tre legislature in questi 71 anni (la 14esima, la 15esima e la 16esima) hanno provato a dare all’inno dignità di legge, ma tutti i progetti presentati hanno iniziato l’esame parlamentare, senza tuttavia essere mai approvati.

La precedente legislatura è riuscita, alla fine, nell'intento. Un appello a Salvini affinché concluda il lungo iter burocratico-normativo arriva dalla vice presidente del Senato, la senatrice pd Anna Rossomando. "Il Consiglio dei ministri - dichiara Rossomando - deve ancora approvare il decreto che stabilisce le modalità di esecuzione dell'Inno di Mameli.Si tratta di un semplice passaggio formale, ma che consentirebbe finalmente dopo la firma del presidente della Repubblica di riconoscere ufficialmente il Canto degli Italiani come Inno della nostra Nazione a tutti gli effetti".

"Il nostro Inno - aggiunge - simbolo della lotta per l'Unità d'Italia, per il riscatto nazionale, è nel cuore di tutti gli italiani, per decenni lo è stato solo di fatto; dopo l'approvazione della legge presentata dal deputato D'Ottavio lo è diventato anche formalmente". "Il Governo - è l'appello - ora non perda altro tempo per completare questo iter". Goffredo Mameli visse solo 22 anni, la prima metà dei quali a letto malato. Aveva una vena poetica non comune, e dalla madre, amica di gioventù di Mazzini, fu coinvolto emotivamente nel contesto storico degli anni che precedettero i moti risorgimentali del 1848.

La sua morte avvenne durante l'assedio di Roma, l'ultimo atto della breve Repubblica romana del 1849: tornato nuovamente capitano nell'esercito di Garibaldi, combatté al suo fianco nella difesa della Villa del Vascello sul colle del Gianicolo. Fu ferito alla gamba sinistra durante l'ultimo assalto del 3 giugno a Villa Corsini, occupata dai francesi.

Difficile capire il perché l'inno che è nel cuore di tutti gli italiani sia stato lasciato in stato di 'provvisorietà' dalla politica italiana per tutto questo tempo. Forse non piaceva nell'immediato Dopoguerra al Pci per la simpatia dimostrata nei suoi confronti dal fascismo (Rivolto alla "gioventù italiana", Mussolini ebbe a dire "I tuoi santi sono Balilla e Mameli...").

Durante la seconda Repubblica la Lega di Bossi, allora secessionista, gli preferiva il coro del Nabucco di Verdi, in quanto lo vedeva come simbolo dell'unità d'Italia, ed equivocava la strofa "Chè schiava di Roma" (riferito alla Vittoria) intendendola come "schiavi di Roma". Bossi più volte aveva alzato il dito medio mentre si levavano le note del Canto degli Italiani, mentre Berlusconi derise l'inno, facendo con la mano il gesto così così al passaggio del "Siam pronti alla morte". Forza Italia per un certo periodo aveva proposto che venisse fatto un bando per scegliere l'inno nazionale.

Quell'essere stato "dilettissimo al Garibaldi, e nello stesso tempo fiduciario di Mazzini" (era iscritto alla "Giovine Italia", ma non alla massoneria), non era sfuggito all'ex presidente Carlo Azeglio Ciampi, non a caso anch'egli azionista e mazziniano, che "fu il primo a denunciare pubblicamente - ricorda il vicepresidente della Camera, il dem Ettore Rosato - quella strana anomalia tutta italiana di un inno da sempre provvisorio".

L’inno con il quale Carlo Alberto aprì la prima guerra d’Indipendenza, e che voleva simboleggiare la rinata fraternità nazionale italiana, fu scritto dal giovanissimo poeta soldato Mameli il 10 settembre del 1847, e musicato il 10 novembre, a Torino, dal maestro genovese Michele Novaro nella casa torinese di Lorenzo Valerio, uno dei capi più autorevoli del partito liberale piemontese.

Al momento del voto alla Camera, nella scorsa legislatura, da Matteo Salvini era arrivata la linea ai deputati leghisti di mantenere sul tema un profilo basso. E così era stato. "È una questione che non ci interessa", aveva precisato l'allora capogruppo della Lega, Cristian Invernizzi. Qual è la posizione di Salvini ora che spetta a lui come ministro dell'Interno di decidere di mettere la parola fine a questa annosa vicenda?

«Scrollare», tutti i significati della parola più usata (e abusata) dagli internauti

corriere.it
di Paolo Fallai

Fratello di crollare, vince nel senso figurato di togliersi una responsabilità. Improprio quando scorriamo un sito internet, in quel momento usiamo un verbo inglese

«Scrollare», tutti i significati della parola più usata (e abusata)  dagli internauti

Fareste davvero male a non prendere sul serio parole molto comuni, che abitano ogni giorno i nostri discorsi, ma nascondono una miniera di misteri e suggestioni. Prendiamo il caso del verbo scrollare. E no, non scrollate le spalle.
La rovina comune
E’ evidente il suo rapporto molto stretto col verbo «crollare», cui antepone un prefisso «s» che lo rafforza aumentandone la potenza e l’idea ondulatoria del movimento. Ma se scrollare e crollare sono parenti, crollare da dove viene?
Giù per ripide discese
Non è chiara l’etimologia di crollare. Alcuni vocabolari la fanno risalire al latino volgare conrotulāre, cioè «rotolare giù». D’altronde la versione transitiva del verbo crollare già presuppone, nel significato, scuotere, muovere in qua e in là. Noi non usiamo spesso «crollare la testa», per designare la nostra perplessità, preferiamo appunto scuotere, o «scrollare le spalle» per indicare indifferenza. Ma certo ora è più chiaro che se a cedere è un edificio, crollare è il verbo giusto per indicare che viene giù tutto.
La rivincita del figurato
Non stupisce che scrollare abbia conquistato una certa fortuna per indicare precise azioni come «scrollarsi l’acqua di dosso dopo un bagno», o ancor meglio particolari emozioni: il vocabolario Treccani cita opportunamente l’esempio: «preferì non farsi vedere, per scrollarsi di dosso ogni responsabilità».
Un segno di risveglio
C’è anche una sorta di sveglia improvvisa, evocata da questo verbo, come se un evento fosse venuto ad interrompere una abitudine. Quindi se si sta fermi troppo a lungo nella stessa posizione sarà necessario scrollare i muscoli intorpiditi per tornare a muoversi. E se invece è una rivelazione e scuotere una abitudine, sarà necessario scrollarsi dall’apatia.
Il grande equivoco
Se invece vogliamo controllare sul nostro smartphone le notizie dal sito del Corriere della Sera, sarà normale scorrerle col dito dall’alto in basso e nessuno potrà volercene se alla domanda su cosa stiamo facendo, ci verrà naturale rispondere che stiamo «scrollando» il telefono. In realtà il verbo scrollare in questo caso non c’entra.
Influenza dell’inglese
Quello che stiamo italianizzando in modo improprio è il verbo inglese to scroll, che non a caso significa «srotolare» o «scorrere» e che si è conquistato uno spazio non secondario nel linguaggio informatico per indicare il movimento del cursore dall’alto in basso o da destra a sinistra per vedere immagini o testo. E’ quello che si dice fare scrolling o se volete fare arrabbiare i puristi «scrollare un testo».
Anche in questo momento
Se avete deciso di leggere fino in fondo questa rubrica, lo state facendo, conquistando la possibilità di esplorare tutti i paragrafi. Con il cursore attraverso la rotellina del mouse se siete davanti a un computer, con le dita se avete ta le mani uno smartphone. E forse sarebbe il caso di «scrollarci» di dosso questa dipendenza dalla rete. Per lasciare il giusto spazio al ringraziamento finale alla mia collega Antonella che mi ha suggerito la parola da esaminare e al sano stupore di sua madre per il modo un po’ disinvolto con cui usiamo il verbo scrollare.

Basta una foto: come funziona la truffa dell’assegno su Whatsapp

lastampa.it
FEDERICO FORMICA

Finti venditori di auto usate, impiegati di banca negligenti che scambiano pezzi di carta per veri assegni. Così molti consumatori hanno perso cifre notevoli, ottenendo solo il 50% del rimborso

Basta una foto: come funziona la truffa dell’assegno su Whatsapp

Mi faccio mandare via Whatsapp la foto di un assegno compilato, la stampo e vado a incassare i soldi in banca. Sembra la sceneggiatura di un film di Totò scritta ai tempi nostri, ma è tutto vero: sono molti i consumatori che hanno subito questo tipo di truffa, diffusa soprattutto nel mercato delle auto usate negli ultimi 2-3 anni.

La denuncia è del Movimento difesa del cittadino (Mdc). Il truffatore è il venditore dell’auto, che mette l’annuncio online. Le trattative vanno avanti via telefono e, quando l’accordo è vicino, il venditore fa sapere che accetta solo pagamenti con assegno, chiedendo alla vittima una foto dell’assegno compilato come prova della sua volontà di concludere l’acquisto. Il compratore è convinto di fare un affare perché non deve versare alcuna caparra né firmare alcun accordo preliminare: in fondo, mandare una foto non costa nulla.

A quel punto il truffatore stampa in alta definizione l’assegno e, in molti casi, riesce a incassarlo. La vittima non riesce più a raggiungerlo al telefono, fin quando non scopre che gli sono spariti molti soldi dal conto. Guarda caso, la stessa cifra scritta su quell’assegno che, da virtuale, è diventato reale e tangibile. La responsabilità delle banche. Come è facile immaginare gli impiegati di banca che trattano un pezzo di carta come se fosse un vero assegno svolgono un ruolo fondamentale per la riuscita della truffa. In alcuni casi sono compiacenti, ma la maggior parte delle volte sono negligenti. Eppure per verificare ci vorrebbe pochissimo. Le tecniche anti-contraffazione sono diverse.

Come spiega Aldo Bissi, avvocato del comitato scientifico di Ridare, portale di informazione legale di Giuffrè Editore, nel 2010 l’Abi ha fornito alle banche italiane le istruzioni “per limitare le alterazioni e le falsificazioni” di assegni bancari e circolari. Ad esempio la carta non è certo quella normale: dev’essere non fluorescente, filigranata e cambiare colore se qualcuno tenta di alterarla con sostanze chimiche. E ancora: deve presentare stelline, coriandoli o altri elementi che cambiano colore o luminosità a seconda dell’inclinazione. Ma se anche il bancario non notasse a occhio l’assenza di filigrana basterebbe mettere l’assegno sotto alla cosiddetta “lampada di Wood”.

Cos’è? Semplice: “Una lampada a ultravioletti, come quelle che vengono utilizzate in molti negozi verificare l’autenticità delle banconote” continua Bissi. Questione di pochi secondi.Ma c’è un altro motivo per il quale le banche svolgono un ruolo importante per la diffusione della truffa. È la tecnica del check image truncation, una procedura in cui le due banche si scambiano le informazioni relative all’assegno in forma esclusivamente elettronica. Nel momento in cui lo si porta in banca “l’operatore genera un’immagine dell’assegno; il che comporta che il supporto cartaceo perde valore, e verrà conservato dalla banca solamente per sei mesi (ovviamente viene conservata l’immagine)” spiega ancora Bissi.

Vittime colpevoli al 50%. Il problema non è la dematerializzazione degli assegni: anche il check image truncation prevede che, prima di generare l’immagine, l’impiegato allo sportello verifichi che l’assegno sia autentico. Una verifica diligente che il Codice civile accosta a quella “del buon padre di famiglia”. Ma a quanto pare non tutti i padri di famiglia sono così affidabili, visto che molti assegni sono stati versati al buio, senza la minima verifica, neanche la più elementare. Il problema è che fino ad oggi per casi del genere sia l’Abi che la Cassazione hanno diviso le responsabilità al 50% tra la banca emittente (condannata a restituire metà della cifra alla vittima) e la vittima stessa per non aver preso tutte le precauzioni del caso.

Una giurisprudenza che, secondo l’avvocato Barbara Gualtieri, presidente di Mdc Firenze, presenta più di una criticità: “Non vorremo certo paragonare la diligenza del cittadino comune con quella dell’impiegato di banca. Le competenze delle due figure sono completamente differenti, così come le informazioni e la conoscenza dei rischi”. La tecnica del check truncation, secondo Gualtieri, “fa risparmiare tempo ed economie al circuito bancario, ma questo risparmio non può e non deve ricadere sul cittadino che deve comunque restare salvaguardato”.