Evoluzione a Sinistra

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martedì 31 dicembre 2019

La nostra enclave in Svizzera cambia regole. Così Campione d’Italia entra nella Ue

corriere.it

Al via il nuovo sistema doganale nel municipio, già commissariato dopo il crac del Casinò

La nostra enclave in Svizzera cambia regole. Così Campione d'Italia entra nella Ue

Da domani, 1° gennaio, Campione entra ufficialmente nell’Unione europea. Direte: ma non c’era già? C’era e non c’era.

Per secoli e secoli, a dispetto di tutti i ribaltoni politici o religiosi, di confini spostati e sovranità cambiate, quello che fu il feudo di un’antica famiglia longobarda che decise di donarsi nel 777 con tutti i propri possedimenti all’arcivescovo di Milano e a Sant’Ambrogio, ha goduto infatti di uno status speciale.

Era infatti una enclave italiana tutta chiusa dentro il territorio del Canton Ticino. Un confine di seta. Perfino nei momenti più difficili.

Con generosi accordi italo-elvetici che prevedevano gli stipendi in franchi svizzeri, targhe automobilistiche e patenti svizzere («passaggi di proprietà in mezz’ora, rinnovi dei documenti in dieci

minuti: non osiamo immaginare domani...»), raccolta dei rifiuti svizzera, servizi postali svizzeri, ambulanze svizzere, sistema sanitario convenzionato con le cliniche e gli ambulatori svizzeri…

Come potevano i «nostri» italiani ufficialmente cittadini della provincia di Como, non essere contenti d’uno status simile? «In Italia mi sentivo svizzera, in Svizzera italiana», sorride Cristina

Piccaluga, «Alle elementari mi emozionavo quando la maestra intonava “il Piave mormorava...” e ci parlava degli eroi campionesi morti per difendere la patria nelle due guerre mondiali.

Alle medie andavo a scuola col battello a Lugano, studiavo la storia svizzera, intonavo l’inno svizzero...».
Dalla sanità ai rifiuti
E adesso? «Adesso boh...» Questa è stata per mesi e mesi la risposta ai mille interrogativi: le ambulanze (in Svizzera private e pagate per metà dal paziente e per metà dalla sanità pubblica) arriveranno ancora?

L’ospedale di riferimento resterà quello di Lugano a 13 chilometri o dovrà essere per forza quello di Como che di chilometri ne dista 34 che col traffico di Chiasso e ora due dogane da passare porteranno via un’ora se non di più?

E i rifiuti, chi raccoglierà e smaltirà i rifiuti? E i doganieri che pretese avranno: fare pagare l’Iva italiana o quella svizzera o tutte e due ingigantendo il problema per cui il pasticcio di oggi era nato?

E via così, ansie su ansie. Fino a quelle sui bambini e i vecchi. «La Svizzera è un paese amico ma è fuori dall’Unione europea», spiega Stefano Marzagalli, il farmacista, «Per la legge i minori di 14 anni possono uscire dall’Italia solo se hanno un documento e sono accompagnati da un genitore: come faranno i nostri ragazzi ad andare a scuola?

Come faranno a giocare con gli amichetti che magari stanno dieci metri più in là dell’Arco di piazza Indipendenza che segna l’oggi invisibile confine di Stato oltre il quale c’è il paese svizzero di Bissone?»
 
«E i vecchi?», chiede Domenico De Sceglie che da Barletta venne su a lavorare nella enclave italiana ai tempi buoni del casinò, «Cosa faremo? Porteremo i nostri vecchi a morire in Svizzera per poi tornare a Campione per i funerali nella chiesa di San Zenone e riportarli in Svizzera per la cremazione?

Dovremo sdoganare le salme?» «Sdoganati come una merce qualsiasi?», si accalora Cristina Pittaluga, «Io, che sono sempre stata terrorizzata al pensiero d’essere cremata, ho detto alle mie figlie: bruciatemi e riportatemi a casa di contrabbando».

Insisti e insisti, dopo mesi d’angoscia, alcune risposte sono arrivate. In extremis: «Per la sanità, le targhe, le patenti, i rifiuti, i rifornimenti di gasolio e tante altre cose, tutto resterà per ora come prima», spiega Roberto Canesi, il presidente del Comitato

Civico che, essendo il municipio commissariato (alle Comunali di otto mesi fa non si è presentata manco una lista e i certificati elettorali son finiti nei cassonetti) ha partecipato a estenuanti trattative.

Sul filo di lana, ieri, s’è sbloccata anche la questione degli scolari: potranno andare a scuola a Lugano con un documento speciale. «Per ora», però. In attesa di accordi completi.

Ma poi? Quel confine di seta non rischierà di diventare via via un confine vero? Magari non col filo spinato come tra Slovenia e Croazia sul fiume Dragogna (altro confine di seta, anni fa) ma...

A gonfiare le incertezze seminando qua e là il panico, però, sono i problemi economici. Era ricchissima, ancora nel 2007, l’enclave italiana. Il casinò aperto per un paio d’anni nel lontano 1917, chiuso e riaperto nel 1933, era per dimensioni la più grande casa da gioco europea.

La ristrutturazione dell’archistar Mario Botta, costata oltre 120 milioni di euro ne aveva fatto una immensa e mostruosa cattedrale-bisca di nove piani. Aveva 480 addetti. Che potevano contare inoltre su una buona parte dei 102 dipendenti comunali.

Uno ogni venti abitanti! «Eravamo diventati lo stipendificio della peggior politica». Non poteva reggere.

E non resse. Finché la magistratura non fu costretta a sancire il fallimento. Del Comune e del Casinò. Una catastrofe paragonabile, nel piccolo mondo campionese, alla perdita di milioni e milioni di posti di lavoro.
Dopo il dissesto
Da allora molti se ne sono andati traslocando di là del confine, in Svizzera, e iscrivendosi all’Aire, l’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero. Altri, che già vivevano in territorio elvetico, hanno potuto contare sull’aiuto della confederazione, su una pensione decorosa e corsi di riqualificazione professionale.

Altri ancora si sono riciclati nel Casinò di Lugano, benedetto da un insperato successo. Altri aspettano di vedere come andrà a finire. Via via hanno chiuso l’unico cinema, i negozi di alimentari, l’ultimo panificio... E il reddito pro capite, un tempo invidiatissimo, è precipitato.

Era, dodici anni fa, di 59.911 euro. Uno dei più alti d’Italia. Nel 2017 è piombato a 30.021. «Da leccarsi le dita!», penseranno tanti italiani, che sanno quanto la nostra ricchezza sia calata sotto la media europea. Verissimo, se i campionesi vivessero in una realtà del Mezzogiorno e in tante altre parti d’Italia.

Non per chi vive, prende casa in affitto, fa la spesa nei negozi, compra le sigarette (otto euro!) o altri prodotti costosi nel Canton Ticino. Dove il reddito pro capite era nel 2017 di 80.532 franchi svizzeri, pari a circa 75.000 euro. Molto più del doppio. Tanto è vero che la soglia della povertà è fissata da Berna in 30.018 franchi. Fate voi i conti.

Certo, sarebbe assurda la paura per i campionesi di tornare ad avere tutti insieme otto pecore, sedici capre e ventisette capre.

Ci mancherebbe altro. Però per chi ha vissuto decenni di ricchezza dopo secoli di miseria, di emigrazione in giro per l’Europa, di economia basata sulla pesca dei pesci di lago e sui lavori «con martello e cazzola», lo spettro di un brusco ritorno ad anni lontani esiste.

E alimenta sotto sotto sentimenti ai quali l’Italia dovrebbe stare un po’ più attenta.

Quei comunisti preti…

ilgiornale.it

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Pensavamo che quel dono blasfemo del comunista Morales, ex rossotiranno boliviano, quella croce infangata dalla falce e martello fosse segno della fine. Invece, no!

Nella chiesa di bergoglio, dove è concesso mangiare ai piedi dell’altare, ballare assieme a frati deficienti di Credo, cantare con monache vergini quanto Messalina sul letto di morte, ora si intonano canzoni partigiane come fossero Osanna e Alleluia!

La vergogna si manifesta nella parrocchia del prete dei neri in piscina, ma lui  non è l’unico rosso in tonaca.

I seminari, negli ultimi anni, hanno scaricato in giro per le chiese di tutto il mondo migliaia di preti scomunicati prima ancora di essere ordinati! E sì!

Perché la scomunica di Pio XII contro il comunismo  NON È STATA MAI CANCELLATA!

Peraltro, oggi, anche l’UE si è svegliata ed ha accomunato il comunismo al nazismo, quale orrore dell’Umanità. La Chiesa, no!

La chiesa del papampero, alla quale, ormai, manca solo il grembiulino massonico sopra tutti gli altri sacri paramenti, mantiene vivi i preti rossi, mentre commissaria le congregazioni, gli ordini e i luoghi santi in odore di Tradizione.

È la fine del Cattolicesimo!
E la morte viene da dentro, mentre il Popolo di Dio corre verso le Confraternite che si riferiscono alla Tradizione e, anche, verso il Cristianesimo Ortodosso. Noi, speranzosi, teniamo duro.

Resteremo nelle nostre parrocchie fino all’ultima messa dell’ultimo prete “alla vecchia maniera”. Il giorno dopo, pregheremo in greco, in russo, in latino. Ma non ci consegneremo ai soviet in tonaca.

Canne e incenso non legano…

PS: Tempo fa, un prete rosso della mia diocesi alla mia domanda “Sei più prete o più comunista?” rispose “Sono prima comunista e poi prete”: non ho mai partecipato ad una messinscena celebrata da quel manigoldo!

Maria Salti, l’ultima lavandaia del vicolo sul Naviglio Grande

corriere.it
di Elvira Serra

La donna, 96 anni, faceva la magliaia, ma lavava i panni nel «fossetto» con le altre: «Cantavamo sempre i canti tradizionali. Da allora i panni mai più così puliti»

Maria Salti, l'ultima lavandaia del vicolo sul Naviglio Grande
Maria Teresa Salti ieri e oggi

Maria Teresa Salti, per tutti «la Maria», parla con un filo di voce, ma si fa intendere benissimo dal figlio settantenne quando gli chiede dove ha lasciato la giacchetta.

«L’ho messa sulla sedia per tenere il posto, ma il portafogli me lo sono portato dietro», le risponde lui nell’ufficio della residenza Anni Azzurri Navigli di Milano dove ci incontriamo di pomeriggio, la mamma sorridente e ben coperta, avvolta in uno scialle blu elettrico che si è fatta da sola.

«Facevo la magliaia, avevo tanto lavoro: mi chiedevano golf, calze, mutande da uomo. Tutti i maglioni di mio figlio li facevo io». Gli ultimi due, in due giorni, risalgono a dieci anni fa, poi si è dovuta arrendere all’artrite.
Vicolo 6 dei lavandai
Dal 1947 a giugno, quando è stata male e si è dovuta trasferire in questa struttura dove paga la retta con i suoi risparmi di una vita («Mi raccomando, lo scriva, perché questi sono tutti soldi di mia madre», insiste con orgoglio Claudio Ripoldi), abitava al numero 6 di vicolo dei Lavandai, al primo piano di una casa a ringhiera del 1520.

In affitto da sempre, ultimamente pagava un canone di 320 euro ogni tre mesi, che bilanciava poi con i duecento euro che il condominio le riconosceva per ritirare posta e pacchi.

Due locali, bagno nel ballatoio (con il «vantaggio» di usarlo ormai da sola), 27 metri quadrati nel quale hanno vissuto a lungo lei, il marito, il suocero, la cognata e Claudio, quando è arrivato.
I panni nel «fossetto»
Anche se il suo mestiere era un altro, fino al 1978 ha lavato i panni nel «fossetto», come tutte le altre lavandaie. «Acquistavamo in drogheria il sapone Sole per i capi bianchi, e il “paltone” per quelli da lavoro. I colorati, invece, li stendevamo su un legno appoggiato sul fossetto.

Per la centrifuga c’era il torchio dell’altro cortile», spiega aiutata dal figlio, che quegli anni se li ricorda bene. Racconta: «Nel fossetto ci lavavamo anche noi d’estate, prima non avevamo l’acqua in casa. Erano altri tempi. Ricordo che una volta due famiglie avevano litigato tra loro e non si rivolgevano la parola.

Allora una persona, per carnevale, organizzò una festa in cortile con il giradischi e alla fine della serata tutti avevano ballato con tutti e nessuno era più arrabbiato». Era un’altra Milano. In tv, per chi l’aveva, c’erano gli sceneggiati con Alberto Lupo e a Sanremo vinceva Carla Boni.
La comunità del ballatoio
In generale si aiutavano tra loro. «Quando uno scendeva a far la spesa, prendeva sempre qualcosa anche per gli altri», va avanti la Maria. «I figli delle lavandaie la sera riportavano a casa i secchi con i panni lasciati dalle loro madri, che invecchiavano e non avevano più la forza per portarli su da soli», ricorda Claudio.

«Io ho trovato il mio lavoro, in una fabbrica di macchine per il caffè, grazie a uno di loro». Lo stesso bagno, uno per piano, lo usavano 21 persone, ma nessuno brontolava. Dice Claudio: «Negli ultimi anni ho convinto mia madre a venire a fare la doccia a casa mia in viale Corsica, due volte alla settimana.

Ma per tutti gli altri bisogni ha continuato a usare il bagno esterno, in casa non l’abbiamo mai avuto».
L’ultima lavandaia
La Maria è stata ufficialmente riconosciuta come l’«ultima lavandaia» di Milano un paio d’anni fa dall’Associazione dei Navigli, che le ha regalato una targa e l’ha voluta nel suo calendario. «Le lavandaie le conoscevo tutte, lavavamo piegate in ginocchio e cantavamo le canzoni, La bela la va al fosso, cose così».

Canta ancora adesso, quando nella residenza Anni Azzurri c’è il karaoke. Ma i panni, assicura, «non sono più venuti così puliti come allora». Quando la lavatrice non c’era.

Gerusalemme: via alla funivia della discordia

repubblica.it
Alice Mattei



La funivia a Gerusalemme. YouTube

Come se non ce ne fossero già a sufficienza di ragioni per litigare a Gerusalemme, ora ci si è messo pure il progetto di una rete di funivie nella Città Vecchia di Gerusalemme.

L’idea, approvata dal governo Israeliano, è quella di trasportare circa 400 persone ogni ora tra i luoghi sacri della città santa, da Gerusalemme ovest fino al Muro occidentale. Il governo israeliano, che sostiene il progetto, afferma che il progetto ridurrà la congestione del traffico.

Chi lo contesta, invece sostiene invece che i cavi le cabine deturperanno il paesaggio, trasformando il profilo della città. Emek Shaveh, un’organizzazione non governativa israeliana che lavora per difendere il patrimonio culturale, ha precedentemente avvertito

che la rete della funivia altererà lo skyline della Città Vecchia un sito patrimonio mondiale dell’Unesco e avrà un impatto dannoso sui residenti palestinesi nell’area di Silwan vivere sotto il percorso proposto.

Preoccupazioni simili in merito all’impatto sulla città, sono state espresse anche dall’’autorità palestinese e dal governo giordano.

Brasile, arrestati quattro attivisti ong antincendio: appiccavano loro i roghi

ilgiornale.it
Federico Giuliani

Dovevano combattere gli incendi, ma appiccavano roghi per ricevere finanziamenti internazionali. La sinistra brasiliana: “Una montatura” Sulla carta dovevano combattere gli incendi in Brasile, ma in realtà erano loro i primi ad alimentare i roghi in Amazzonia.

Quattro volontari dell’associazione Progetto Salute ed Allegri (Psa), una Ong che si batte per contrastare la piaga degli incendi che stanno devastando la foresta amazzonica, sono stati

arrestati dalla polizia brasiliana con l’accusa di aver dato alle fiamme ampi territori della località di Alter do Chao, nello Stato del Parà, per ricevere finanziamenti internazionali.

La sinistra è subito insorta, accusando gli investigatori di aver montato un caso ad hoc per favorire la ricostruzione del presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, il quale aveva più volte puntato il dito contro la presunta attività criminale delle ong in terra brasiliana.

Bolsonaro, a sua volta accusato da numerose associazioni per essere il responsabile indiretto degli incendi, ha più volte sottolineato come numerosi roghi appiccati in Amazzonia fossero in realtà da attribuire alle Ong.

Il direttore della Ong e la sinistra brasiliana attaccano Bolsonaro

Tornando all’episodio degli arresti, la polizia ha perquisito la sede del Psa a Santarem, sequestrando documenti e pc dell’associazione. Tre delle quattro persone fermate facevano parte della cosiddetta brigata antincendio di Alter do Chao; gli agenti sospettano che possano essere i responsabili degli incendi scoppiati lo scorso settembre.

Le intercettazioni telefoniche in mano agli inquirenti hanno dimostrato come la Ong avesse ottenuto un contratto con il Wwf, al quale era riuscita a vendere 40 immagini per la somma di circa 15 mila euro.

Lo stesso Wwf, inoltre, era poi riuscito a raccogliere per la stessa Ong importanti donazioni per combattere gli incendi in Amazzonia, fra cui 500 mila dollari provenienti dall’attore Leonardo Di Caprio.

Il direttore del Psa, Caetano Scannavino, ha respinto ogni accusa: “Sembra quasi uno scherzo, una situazione senza senso. Adesso manca solo che vadano ad arrestare i volontari che stanno pulendo le chiazze di greggio sulle spiagge".

Dura anche la replica della sinistra brasiliana, che per bocca del deputato del Partito Socialismo e Libertà, Edmilson Rodrigues, ha attaccato Bolsonaro: "
Questa è chiaramente una montatura, una storia che stanno inventando per dare ragione a Bolsonaro. Non si può permettere questa criminalizzazione dei movimenti sociali e delle Ong”.

La giustizia adesso farà il suo corso. Ma nel frattempo il morale della favola è che a finire nell’occhio del ciclone è una Ong che avrebbe dovuto contrastare gli incendi, non certo favorirli per colpa di qualche suo presunto piromane.

Pocket Money non erogato, scoppiano le proteste in un centro per migranti ad Agrigento

ilgiornale.it
Mauro Indelicato

Nella città dei templi all'interno di una comunità per migranti gli operatori hanno dovuto chiamare la Polizia per riportare la calma: non è il primo episodio del genere ad Agrigento



È dovuta intervenire la Polizia nella giornata di ieri nel quartiere agrigentino del Villaggio Mosè, lì dove all’interno di una comunità d’accoglienza per migranti sono scoppiate vigorose proteste.

Motivo del contendere è stato il ritardo nell’erogazione del pocket money, i soldi cioè destinati agli ospiti di questi centri che, da quanto sembra, in queste settimane non sono arrivati puntuali. Si parla, secondo la ricostruzione delle proteste di ieri, di almeno dieci giorni di ritardo.

I migranti ospiti della comunità hanno iniziato ad agitarsi, poi ad inveire contro gli operatori ed i responsabili della struttura. La situazione stava iniziando a surriscaldarsi, per questo per precauzione sono stati gli stessi operatori ad allertare la Polizia.

Nel giro di pochi minuti sono arrivate alcune volanti con a bordo gli agenti della Squadra Mobile di Agrigento. La situazione che hanno trovato, come si legge su AgrigentoNotizie, non è stata in effetti molto semplice da gestire: i migranti si mostravano agitati, sul piede di guerra per non aver visto alcuna erogazione del pocket money.

La Polizia ha quindi provato a calmare gli animi, spiegando in primo luogo come il mancato pagamento non è ascrivibile alla responsabilità degli stessi operatori del centro. Tuttavia, non è stato facile, secondo poi quanto è trapelato, arrivare a calmare definitivamente la situazione.

I migranti avevano fatto fronte comune e tutti rivendicavano in modo energico l’ottenimento del pocket money. Dopo alcune ore di protesta, tutti gli ospiti della comunità sono ritornati al proprio posto all’interno della struttura e la tensione al momento risulta smorzata.

Non è certo il primo episodio del genere ad Agrigento. In città, specialmente durante gli anni dell’emergenza immigrazione, sono sorte molte strutture denominate Spar, oggi rientranti nella categoria dei Siproimi dopo la riforma voluta dall’ex ministro Matteo Salvini.

Una situazione in linea con quanto avvenuto nel resto della Sicilia: dal 2014 in poi, centri per richiedenti asilo e minori non accompagnati sono sorti un po’ in tutti gli angoli dell’isola, sia nelle città più grandi che in altri centri più piccoli.

Ad Agrigento più volte negli ultimi anni si è assistito ad episodi del genere, in cui la presunta mancanza di servizi ritenuti efficienti da parte di migranti ha scatenato la rabbia degli stessi ospiti delle strutture.

In alcuni casi si è arrivati anche a dirette minacce nei confronti degli operatori, tuttavia negli ultimi mesi, complice anche un ridimensionamento del numero di persone ospitate, in città non si erano verificati altri episodi del genere.

Il pizzino giudiziario

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti



Venti perquisizioni contemporaneamente in tutta Italia sanno di retata, così si dice di un'operazione eseguita con sorpresa, rapidità e spiegamento di forze di solito usate per stanare organizzazioni criminali.

Forse troppo onore per Matteo Renzi, presunto boss di questa presunta cosca che di nome fa Open e che dal 2012 al 2017 ha raccolto fondi privati per finanziare la corrente politica dell'ex premier.

Una fondazione, come si usa in politica, che nel tempo ha gestito circa sette milioni di euro usati tra l'altro per pagare i conti della Leopolda (l'annuale congresso dei renziani).

Le accuse sono varie, da traffico d'influenze a riciclaggio, e sono state subito respinte al mittente dagli interessati. Non solo perché garantisti, non tanto perché non abbiamo letto tutte le carte, ma questa storia puzza lontano un miglio, quanto meno per il dispiegamento di forze, il clamore mediatico e il tempismo.

Che i privati finanzino un politico o un partito fino a prova contraria è un fatto legale, che tra queste operazioni ce ne sia stata qualcuna irregolare (e quindi perseguibile per legge) è cosa probabile. Ma altro è volere far passare un movimento politico nei confronti del quale non abbiamo mai avuto simpatie - per un'organizzazione criminale.

Personalmente penso che Matteo Renzi sia politicamente spregiudicato e inaffidabile, non credo sia un ladro. Il suo problema ora è che si trova a governare insieme a soci - i 5 Stelle e il Pd - che invece pensano il contrario, o quanto meno godono all'idea che lui passi per ladro a prescindere dai fatti.

Ormai in Italia funziona così, il nemico politico - e Renzi è un ospite indesiderato nel governo, un problema da risolvere - va fatto abbattere dai giudici se non puoi batterlo con gli elettori (noi del centrodestra ne sappiamo qualcosa).

Questa retata ha incerti esisti giudiziari, ma certe ripercussioni politiche sulla fragile maggioranza e sul traballante governo. L'avviso mi sembra chiaro: caro Renzi, o la smetti di rompere le palle o ti cuociamo a fuoco lento. E dire che, senza di lui, questi sarebbero già a casa da un paio di mesi.

I latini avevano battezzato questa pena come damnatio memoriae. Renzi? Non è mai esistito.

Pignoramenti, la Ue: le banche vendano le case anche senza tribunali

corriere.it
di Fabrizio Massaro

Pignoramenti, la Ue: le banche vendano le case anche senza tribunali

E’ importante fornire alle banche gli strumenti giuridici per recuperare rapidamente il valore dei prestiti insoluti senza doversi rivolgere ai tribunali, garantendo al contempo un elevato livello di protezione ai debitori», dice Mika Lintilä, ministro delle finanze finlandese.

È questo il senso delle misura adottata mercoledì 27 novembre dalla Ue per «affrontare il problema dei crediti in sofferenza delle banche».

Gli ambasciatori presso l’UE informa una nota del Consiglio dell’Unione Europea hanno approvato la posizione del Consiglio su una proposta relativa a un quadro comune e ai requisiti minimi per un meccanismo extragiudiziale per recuperare il valore dei crediti avallati con garanzie reali qualora il debitore sia inadempiente.

Un’efficace escussione extragiudiziale» continua la nota «può contribuire a prevenire l’accumulo di crediti deteriorati, in quanto fornisce alle banche gli strumenti giuridici per recuperare più rapidamente le garanzie».

Ora si avvierà il negoziato con il Parlamento sul nuovo meccanismo di escussione extragiudiziale.

«Lo stock di crediti deteriorati dell’UE è al livello minimo dalla crisi finanziaria, grazie alla situazione economica più favorevole e a una serie di misure adottate per eliminarli dai bilanci delle banche», continua Lintilä.

«Le cifre rimangono tuttavia elevate in alcuni Stati membri e dobbiamo assicurarci che non si accumulino in futuro crediti in sofferenza».

Tra questi Paesi, in prima fila c’è l’Italia, che ha uno stock di crediti deteriorati di circa 160 miliardi di euro, a valore lordo, cioè senza considerare accantonamenti e svalutazioni (al netto, la cifra è attorno agli 80 miliardi di euro).

Il nuovo meccanismo proposto per l’escussione extragiudiziale accelerata delle garanzie spiega la nota dovrebbe essere concordato in anticipo tra un istituto di credito e il debitore, in genere al momento della concessione del prestito, e sarebbe disponibile solo per i prestiti alle imprese.

Sarebbero esclusi i crediti al consumo, così come i prestiti per i quali viene utilizzata come garanzia la residenza principale del debitore.

Qualora il nuovo meccanismo sia stato concordato tra le parti e il debitore non rimborsi il prestito, la garanzia reale sarebbe valutata e venduta (mediante vendita privata o asta pubblica) o pignorata (tramite un trasferimento di proprietà al creditore). I proventi fino a un valore pari al debito residuo sarebbero poi trasferiti al creditore.

Per «conciliare» gli interessi del creditore e del debitore in vari modi, le norme prevedono alcuni passaggi: il creditore deve concedere al debitore un certo tempo per effettuare i pagamenti dovuti e evitare la procedura di escussione; il debitore ha

il diritto di rivolgersi a un tribunale per opporsi alla procedura o al diritto del creditore all’escussione della garanzia; il creditore può tenere i proventi solo nella misura necessaria a coprire gli importi dovuti del prestito.

I proventi in eccesso sono pagati al debitore o ad altri creditori; gli Stati membri possono decidere che, se i proventi ricavati dalla garanzia sono inferiori agli importi dovuti del prestito, il prestito viene comunque considerato completamente estinto.

La proposta di direttiva integra le norme sulla ristrutturazione delle imprese e quelle sulla seconda opportunità adottate dal Consiglio il 6 giugno 2019.La proposta iniziale di direttiva della Commissione europea includeva anche una parte sullo sviluppo di mercati secondari per i crediti deteriorati.

Il Consiglio aveva già definito la sua posizione su tale parte il 27 marzo 2019. I negoziati con il Parlamento europeo potranno procedere non appena il Parlamento avrà definito la sua posizione, conclude la nota della Ue.

Quello che voleva dire il cardinale Ruini

corriere.it
risponde Aldo Cazzullo


Caro Aldo,
la recente apertura del cardinal Ruini a Salvini ricalca quella a suo tempo posta a Berlusconi. Temo che questo fatto non giovi affatto alla Chiesa nonostante quanto di buono e illuminato sta facendo l’attuale papa Bergoglio.
Edmondo Spano

Devo ammettere che le parole del cardinal Ruini su Salvini mi hanno lasciato davvero amareggiato.
Antonio Dalla Palma

Penso che un uomo di Chiesa sulla soglia dei novant’anni mediti a fondo su quanto dice in pubblico dovendo risponderne in primis al Padre Eterno. Ma che cosa voleva dire?
Mansueto Piasini


Cari lettori,
Ho ricevuto molte reazioni alle parole del cardinale Camillo Ruini. A volte di sollievo, più spesso critiche. Del resto, ai giornali di solito si scrive per criticare. Le parole appartengono a chi le dice.

Nessuno, anche chi le ha ascoltate, può darne l’interpretazione autentica. Inoltre credo che a Ruini premesse soprattutto dire no a qualsiasi cedimento sul celibato dei preti, e implorare il Papa di non deflettere dalla tradizione.

Detto questo, conoscendo il cardinale da alcuni anni, penso che le sue frasi su Salvini vadano inquadrate in un contesto.

Da presidente della Conferenza episcopale, che all’epoca proprio come la Confindustria, la Cgil, la Banca d’Italia e in generale le istituzioni e i corpi intermedi contava molto più di adesso, Ruini dovette governare la crisi della Prima Repubblica, il crollo della Dc e la fine dell’unità politica dei cattolici, che aveva garantito una certa stabilità per quarant’anni.

Nonostante i patetici tentativi di rifondazione democristiana, che a quanto pare continuano ancora oggi, Ruini capì che i bei tempi non sarebbero tornati; e anziché legarsi a un partitino

del 10% era meglio, in tempo di maggioritario e bipolarismo, tentare di influenzare i due schieramenti, in particolare quello che alla Chiesa dava più retta: il centrodestra.

La campagna contro Dino Boffo, direttore di Avvenire e uomo di Ruini, segnò la rottura di quello schema. Adesso il centrodestra ha di nuovo un leader: Matteo Salvini. Che però non sta con la Merkel e il Partito popolare europeo, ma con Marine Le Pen e i sovranisti.

La scommessa dei cattolici moderati è che Salvini possa normalizzarsi, virando al centro, magari con l’aiuto delle ultime energie di Berlusconi. Forse non succederà. Di sicuro Ruini ha esplicitato quello che molti uomini di Chiesa pensano e non hanno il coraggio di dire.

In ogni caso, non è stato un attacco al Papa; anche perché, nella mentalità di Ruini ma anche di Scola, un cardinale italiano non parla mai male del Papa.

Il lavoro sommerso nella musica dal vivo

corriere.it
di Barbara D'Amico

(Foto di Simon Noh via Unsplash)

Il lavoro sommerso è invisibile agli occhi, ma si fa sentire.

Anzi, leggendo i dati di una coraggiosa indagine condotta dalla Fondazione Centro Studi Doc  e presentata nell’ambito della Milano Music Week (Il sommerso nel settore della musica live) viene da pensare che a perderci la dignità, i soldi e a volte anche la vita, non siano solo gli artisti e i tecnici, ma un’intera industria.

Il valore del nero Secondo la ricerca che, nonostante si basi su informazioni disomogenee,  si sforza di dare un quadro il più possibile completo del fenomeno il valore economico del sommerso negli eventi dal vivo varia dai 3 ai 5 miliardi di euro circa.

E’ l’equivalente di una mini-manovra che sfugge al fisco e sottrae risorse alla sicurezza e alle tutele previdenziali di chi vive di concerti.

«[E’] un po’ come la materia oscura in astrofisica ha esordito Francesca Martinelli, direttrice Fondazione Centro Studi Doc riferendosi al calcolo del sommerso in questo comparto. 
Tutti i confini di questo settore non sono chiari, né definiti, a partire dalla nomenclatura».
Quanti sono i musicisti Se per Symbola altra fondazione sui cui report si è basata parte dell’indagine di Centro Studi Doc gli artisti di musica, teatro e spettacolo fanno parte di un’unica torta da 145 mila persone, per l’Inps i musicisti si assestano a 43.500, mentre Assomusica ne conta 36 mila seguita da Istat che calcola appena 20 mila unità su tutto il territorio nazionale.

A nostro avviso l’Inps, che basa i suoi dati sui versamenti contributivi, presenta il dato più affidabile anche per quanto riguarda i redditi dichiarati da chi lavora nel settore live, pari a 431 milioni di euro l’anno (fatturato totale, riferito all’intera categoria).

Ma poiché il volume di affari della musica dal vivo si aggira sul miliardo e mezzo di euro, è chiaro che manchi qualcosa all’appello.

Le fonti La forbice dell’ammanco miliardario, da prendere con le pinze, è il risultato dell’incrocio dei dati Siae con le dichiarazioni del campione di lavoratori intervistati, circa tre mila.

Per provare a dare un peso al lavoro nero nella musica dal vivo, la Fondazione ha poi scandagliato report realizzati dall’ente Symbola, del centro Cerved, sempre dalla Siae e da organizzazioni di categoria confrontando queste informazioni con le fonti statistiche Istat, Inail e Inps.

sommersomusica live

Il business delle feste popolari Secondo l’indagine è nelle feste popolari che si annida la maggior parte del nero. Solo in un concerto su 10 il musicista è pagato con regolare fatturazione.

Il settore che si salva è invece quello della musica lirica in cui non emergono anomalie, mentre nei concerti di classica, jazz e leggera si stima che un evento su due sia realizzato lavorando in sommerso.

Nemmeno i grandi eventi musicali si salvano: qui il nero si assesta al 33 per cento. Spesso, poi, il cachet è diviso: una parte dichiarata e una parte in nero.

Nulla di nuovo, purtroppo, per chi lavora nel settore. Ma come ha ricordato Chiara Chiappa, presidente di Fondazione Centro Studi Doc, «il pagamento non regolare del musicista ha un’origine, quasi endemica, legata a locali e feste popolari in cui circola denaro contante non tracciato, a causa anche delle difficoltà burocratiche e delle scarse economie del settore».

La call to action Anche per questo lo studio è stato il pretesto per rilanciare l’iniziativa “Moltiplica la musica” una call to action per raccogliere proposte contro il lavoro nero nel mondo della musica.

Tra gli aderenti anche Cgil, Cisl, Uil, Alleanza delle Cooperative Italiane e Arci e tantissime realtà del comparto ma c’è tempo fino al 13 dicembre per proporre soluzioni pro causa.

Nel manifesto presentato a Milano si suggerisce di istituire i buoni occasionali semplificati dello spettacolo (BOSS) per pagare più facilmente gli artisti e snellire le pratiche burocratiche e ancora di istituire una Live Tax Credit per investire le risorse recuperate dal contrasto al nero in tutele, mezzi e attrezzature per chi lavora fuori e sopra i palchi.

Proposte trasparenti e giuste per abbattere un silenzio che, inutile dirlo, suona davvero davvero male.

lunedì 30 dicembre 2019

5 Stelle, solo il 12% in regola con il rendiconto: 14 «super morosi» non hanno restituito niente nel 2019

corriere.it
di Alessandro Trocino

Corsa a versare le restituzioni entro domani, dopo l’ultimatum del Movimento: ma il fronte dei ribelli è pronto a sfidare le sanzioni. Probiviri, 109 procedimenti spariti nel nulla

5 Stelle, solo il 12% in regola con il rendiconto: 14 «super morosi» non hanno restituito niente nel 2019

Alcuni dei deputati e senatori non ancora in regola con la restituzione dei fondi prevista per il 2019.

Se si vuole anticipare il prossimo futuro e capire chi uscirà dal Movimento 5 Stelle, un metodo rudimentale ma indicativo sarà quello di verificare l’elenco dei morosi, nei primi mesi di gennaio.

È ovvio che chi si appresta a lasciare la casa natìa (si parla di una decina di deputati a gennaio e altrettanti più avanti), lo farà con il portafoglio pieno, senza aver versato balzelli vari a un Movimento nel quale non si riconosce più.

Naturalmente c’è anche chi vuole far parte a pieno titolo del Movimento ma contesta «il metodo Casaleggio» e i versamenti. Nel pacchetto di mischia ci sarà anche chi ha scommesso sulla fine anticipata della legislatura (e sulla relativa fuga con bottino).

È possibile che un effetto collaterale dell’ultimatum pagare entro il 31 dicembre sia portare allo scoperto il nucleo di dissenso radicale.
I dati sul sito
Il sito di riferimento è tirendiconto.it. Qui si trova una messe di dati indicativa, ma non esauriente. Perché chi si è trovato nella lista nera, come Carla Ruocco, contesta il mancato aggiornamento del sito. E perché molti stanno pagando in questi giorni.

Stando al sito, ci sono tre senatori che non hanno rendicontato nulla nel 2019 e ben poco nel 2018: sono Vittoria Bogo Deledda, Alfonso Ciampolillo (sotto processo per le posizioni sulla xylella) e Luigi Di Marzio (in odore di Misto).

Ci sono ben 14 supermorosi, ovvero parlamentari che non hanno (ancora) restituito un centesimo nel 2019. Sono 11 deputati e 3 senatori.

Tra i primi ci sono Acunzo, Aprile, Cappellani, Dieni, Fioramonti, Frate, Galizia, Grande, Lapia, Romano e Vallascas. Tra gli ultimi, Anastasi, Di Micco e Mario Giarrusso.

Seguono molti altri che non hanno rendicontato diversi mesi, tra i quali Rachele Silvestri, Andrea Colletti, Yana Ehm, Paolo Lattanzio, Dalida Nesci, Gianluca Vacca.

Ma sono dati parziali e in aggiornamento. Federica Dieni, per esempio, sta rendicontando tutto in questi giorni. I più solerti sono 39: a ora, secondo questi dati, sarebbe in regola solo il 12 per cento dei parlamentari.
Stipendi e audit
Il meccanismo è farraginoso. Lo stipendio di un deputato è composto da più voci: 5000 mila nette, più 3600 euro (per collaboratori ed eventi) e 3600 euro per affitti e diaria (decurtati in caso di assenze).

Per il Movimento al deputato bastano 3000 euro per vivere. Il resto va speso o restituito. Il minimo da ridare è di 2000 euro al mese. La gestione di scontrini e spese fa impazzire molti e arrabbiare altri.

Anche perché a questi versamenti si aggiungono i 300 mensili per Rousseau e quelli «volontari», a partire da 1500 euro per Italia 5 Stelle. E chi non paga? L’«audit» M5S minaccia maximulte, ma sono di dubbia legalità.
Espulsioni e processi misteriosi
Quanto alle espulsioni, il sistema sanzionatorio dei 5 Stelle è ancora più farraginoso. La laica inquisizione del Movimento prevede tre probiviri, al lavoro sulle segnalazioni. L’ultima traccia pubblica è stata data a giugno, quando si parlava di 109 procedimenti aperti.

Nessuna news da allora. La prescrizione, per i processi interni M5S, è abolita. E c’è chi, come Elena Fattori, è restata sospesa sul burrone per mesi. E chi, come Giulia Sarti, lo è ancora. Nessuna forma di trasparenza, nessun sito, nessuna notizia su chi sia sotto processo e perché.

Sopravvissuti: da “Papillon” al barone immortale che riscosse la taglia sulla propria testa

lastampa.it

Sopravvissuti: da “Papillon” al barone immortale che riscosse la taglia sulla propria testa

Terzo ed ultimo capitolo dedicato al «surviving» coi consigli dell’esperto Fabrizio Nannini. Militari, esploratori, sportivi e galeotti. Storie di sopravvivenza contro le avversità più incredibili


Henri Charriere detto <Papillon>. Il suo personaggio fu interpretato sullo schermo da Steve Mc Queen

Giunti al terzo appuntamento dedicato alle strategie mentali per la sopravvivenza, proponiamo le storie di alcuni personaggi-simbolo, militari, esploratori, sportivi, persino galeotti le cui straordinarie vicende sono legate da un minimo comune denominatore che consentì loro di portare a casa la pelle: una veloce capacità di adattamento.


Il barone Amedeo Guillet

Il Comandante Diavolo
Partiamo da un eroe italiano, il barone Amedeo Guillet (1909) di famiglia piemontese, di cui ogni singolo episodio della sua lunga vita, lascia decisamente sbalorditi.

Fu tra i primi ufficiali di Cavalleria ad adottare il rivoluzionario metodo equestre di Caprilli, (cui peraltro oggi è dedicato il recente libro di Carlo Cadorna, «Equitazione naturale moderna» ed. Farsiunlibro).

Dal 1935 in poi, Guillet si occupa praticamente solo di sopravvivere: dalla campagna d'Abissinia, nel deserto, alla prigionia in Africa. Scappa e viene depredato e buttato in acqua nel mar Rosso, notoriamente infestato di squali.

Si salva miracolosamente dopo aver condotto operazioni militari al limite (come attaccare dei carri armati a cavallo); si mimetizza più volte tra gli indigeni imparando usi, costumi e lingua;

incassa una taglia messa sulla sua testa travestendosi e fornendo indicazioni accurate su se stesso al nemico; scampa a due incidenti aerei nello stesso giorno; sfugge a diversi attentati.

Gli inglesi volevano catturarlo a tutti i costi, ma lo guardavano con estrema ammirazione; i suoi combattenti lo avevano soprannominato «Comandante Diavolo» e lo ritenevano niente di meno che immortale.

Come scrive Fabrizio Nannini in «Mental survival» (Hoepli), Guillet è un esempio di come la determinazione e la lotta per uno scopo, la disciplina, la completa e camaleontica adattabilità alle differenti situazioni, la resilienza da manuale e un'incredibile intelligenza sociale, possano permettere ad un uomo di sopravvivere a tutto.

Paragonato alla figura del vero Lawrence D’Arabia - e non quella proposta dal cinema, il nostro si è dimostrato enormemente più grande ed autentico.Visse fino a 101 anni, sorridente, gentile e disponibile fino all’ultima intervista, si diceva felice di essere l’uomo più fortunato del mondo, essendosi salvato in tantissime circostanze.

La sua straordinaria biografia è stata ricostruita da Vittorio Dan Segre in «La guerra privata del tenente Guillet» (Corbaccio).

A lui e ai suoi cimeli è dedicata un’intera sala nell’imperdibile Museo della Cavalleria di Pinerolo, il più grande del suo genere in Europa, le cui collezioni