Evoluzione a Sinistra

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domenica 31 marzo 2019

Quando gli intellettuali firmavano per Battisti

panorama.it
Maurizio Tortorella - 16 ottobre 2017  

La storia dell'appello per il terrorista, sottoscritto nel 2004 da Pennac a Vauro, da Scarpa a Saviano, il solo che nel 2009 ritirò la firma

Nel 1993 è stato condannato definitivamente all’ergastolo per due omicidi volontari e per il concorso morale in altri due. Insomma, è un criminale acclarato. Eppure Cesare Battisti è stato il terrorista più difeso e protetto nella storia italiana. Una vicenda che può chiudersi oggi con la cattura in Bolivia ed il via all'estradizione in Italia

Ancora nel 2004, quando fu arrestato in quella Francia che lo aveva protetto per lunghi anni grazie alla "dottrina Mitterrand" (che in nome della grandeur e di un malconcepito disprezzo della giustizia italiana dava asilo ai peggiori terroristi rossi italiani) di qua e di là dalle Alpi decine di intellettuali veri e sedicenti firmarono in massa un appello per la sua scarcerazione.

Un movimento simile si mise in moto anche nel 2007, quando il terrorista dei Proletari armati combattenti riparò nel Brasile governato autoritariamente dal presidente Inacio Lula da Silva (il quale gli garantì un diritto d’asilo politico che finalmente è stato appena revocato dal nuovo presidente): in quell'occasione si schierarono a suo favore nientemeno che Bernard Henry-Levy e Gabriel Garcia Marquez.

È stato merito di un abile marketing politico. Battisti, che nella sua prima vita delinquenziale è stato soltanto un criminale ordinario e che soltanto a un certo punto si è trasformato in terrorista rivoluzionario, è riuscito proprio con questo abile paso doble a ingraziarsi buona arte della cultura radical chic italiana e della gauche caviar d’Oltralpe.
Gli esempi si sprecano. Una nota scrittrice francese, Fred Vargas, si è trasformata nella pasionaria di Battisti, nemmeno il terrorista potesse essere equivocato per un eroe romantico.

Un suo pamphlet, La vérité sur Cesare Battisti, uscito nel 2004, descriveva l’Italia degli anni di piombo come un Paese decisamente più illiberale e autoritario del Cile di Augusto Pinochet, e dipingeva i "poveri" terroristi rossi come eroi di una guerra civile persa dalla parte giusta soltanto grazie agli arresti di massa: con decina di migliaia di quei “democratici oppositori” sbattuti in carcere fra torture, tribunali speciali peggiori di quelli del fascismo, e migliaia di arbitrarie sentenze sommarie.

Ma gli appelli, si sa, spesso si trasformano in una trappola. Perché chi firma resta ingabbiato per sempre in una posizione che viene incisa nella pietra, e anni dopo viene estremamente difficile negare. Ecco, se oggi fossero intervistati, chissà che cosa direbbero di Battisti quanti avevano firmato l’appello mistificatorio del 2004.

Nell'appello si leggevano queste enfatiche affermazioni: "Dal momento della sua fuga dall’Italia, prima in Messico e poi in Francia, Cesare Battisti si è dedicato a un’intensa attività letteraria, centrata sul ripensamento dell’esperienza di antagonismo radicale che vide coinvolti centinaia di migliaia di giovani italiani e che spesso sfociò nella lotta armata. La sua opera è nel suo assieme una straordinaria e ineguagliata riflessione sugli anni Settanta, quale nessuna forza politica che ha governato l’Italia da quel tempo a oggi ha osato tentare".

Insomma: secondo i firmatari del 2004, dal 1972 al 1989 Battisti aveva sì rapinato, sparato e ucciso, ma poiché nella latitanza parigina aveva scritto qualche libro (in realtà rinnegando poco o nulla della sua tragica esperienza criminale) solo per questo non meritava di andare in galera.

Stupiti di tanta arroganza? L’appello mica si fermava lì. Continuava così: “Nulla lega Battisti a terrorismi di sorta, se non la capacità di meditare su un passato che per lui si è chiuso tanti anni fa. Trattarlo oggi da criminale è un oltraggio non solo alla verità, ma pure a tutti coloro che, nella storia anche non recente, hanno affidato alla parola scritta la spiegazione della loro vita e il loro riscatto".

Oltraggio alla verità, certo. E infatti i firmatari, da buoni sacerdoti e depositari della "verità vera", insistevano nel denunciare che contro il povero Battisti era stata ordita una squallida congiura: "C’è chi ha interesse a che una voce come quella di Cesare Battisti venga tacitata per sempre.

Chi, per esempio, contribuì alle tragedie degli anni Settanta, militando nelle file neofasciste o in quelle di organizzazioni clandestine quanto i Proletari armati per il comunismo, chiamate Gladio o Loggia P2, e sospettate di un numero impressionante di crimini. Chi fa oggi della xenofobia la propria bandiera. In una parola, una gran parte del governo italiano attuale”.

Il farneticante appello del 2004, che metteva sullo stesso piano Gladio, Ps, terroristi di ogni colore e ovviamente il centrodestra che in quel momento era al governo con Silvio Berlusconi, si concludeva così: "La vita di Cesare Battisti in Francia è stata modesta, piena di difficoltà e di sacrifici, retta da una eccezionale forza intellettuale.

È riuscito ad attirarsi la stima del mondo della cultura e l’amore di una schiera enorme di lettori (…). È un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista nel rimettere in gioco fino in fondo se stesso e la storia che ha vissuto. In una parola, un intellettuale vero".

Tra i firmatari che 13 anni fa si schierarono a favore dell’intellettuale, l’uomo “arguto e profondo” che oggi sostiene nelle sue interviste brasiliane che l’Italia chiede la sua estradizione “perché è un Paese arrogante”, c'erano scrittori e artisti di rilievo come

il collettivo Wu Ming,
Valerio Evangelisti,
Massimo Carlotto,
Tiziano Scarpa,
Nanni Balestrini,
Daniel Pennac,
Giuseppe Genna,
Giorgio Agamben,
Girolamo De Michele,
il vignettista Vauro,
Lello Voce,
Pino Cacucci,
Christian Raimo,
Sandrone Dazieri,
Loredana Lipperini,
Marco Philopat,
Gianfranco Manfredi,
Laura Grimaldi, Antonio Moresco,
Carla Benedetti,
Stefano Tassinari...

Tra i firmatari del 2004 figurava anche uno sconosciuto ventiquattrenne napoletano, Roberto Saviano.

Due anni dopo, però, quel Saviano raggiunge però la fama con un romanzo, Gomorra, e nel 2009, quando la sua fama esplode, corre a ritirare la firma dall'appello motivando la sua decisione con queste imbarazzate parole: “Mi segnalano la mia firma in un appello per Cesare Battisti (...) finita lì per chissà quali strade del web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo. Qualcuno mi mostra quel testo, lo leggo, vedo la mia firma e dico: non so abbastanza di questa vicenda (...) Chiedo quindi di togliere il mio nome, per rispetto a tutte le vittime”.

Chissà perché. Forse il Saviano autore di best-seller contro la camorra, diventato punta di lancia dell’Italia antimafia e legalitaria, non poteva più essere confuso con l’altro Saviano, il firmatario di appelli che chiedevano la libertà di un rapinatore e pluri-omicida, condannato in via definitiva all’ergastolo.

Exodus, il software italiano che ha spiato centinaia di connazionali

corriere.it

Identificato lo spyware made in Italy capace di bypassare i filtri di sicurezza Google

Exodus, il software italiano che ha spiato centinaia di connazionali

Centinaia di italiani infettati da uno spyware - software che raccoglie informazioni - sviluppato da un’azienda italiana, distribuito sui dispositivi Android e capace di bypassare i filtri di sicurezza Google. Si chiama Exodus, è stato identificato da un gruppo di ricercatori, la storia è ripresa dal sito Motherboard che parla di «malware governativo».

«Riteniamo - dicono i ricercatori - che sia stato sviluppato dalla società eSurv, di Catanzaro, dal 2016». «Abbiamo identificato - aggiungono i ricercatori - copie di uno spyware sconosciuto che sono state caricate con successo sul Google Play Store più volte nel corso di oltre due anni.

Queste applicazioni sono normalmente rimaste disponibili per mesi». Google, proprietaria di Play Store, negozio digitale dove si scaricano le app, contattata dai ricercatori ha rimosso le applicazioni e ha dichiarato che «grazie a modelli di rilevamento avanzati, Google Play Protect sarà ora in grado di rilevare meglio le future varianti di queste applicazioni».

Alcuni esperti hanno riferito a Motherboard che l’operazione potrebbe aver colpito vittime innocenti «dal momento che lo spyware sembrerebbe essere difettoso e mal direzionato. Esperti legali e delle forze dell’ordine hanno riferito al sito che lo spyware potrebbe essere illegale».

Il software spia agiva in due step. Exodus One raccoglieva informazioni base di identificazione del dispositivo infetto (in particolare il codice Imiei che consente di identificare in maniera unica uno telefono ed il numero del cellulare).

Una volta individuate queste informazioni si passava alla fase Exodus Two, veniva installato un file che raccoglieva dati e informazioni sensibili dell’utente infettato come la cronologia dei browser, le informazioni del calendario, la geolocalizzazione, i log di Facebook Messenger, le chat di WhatsApp.

Secondo gli esperti, il software spia è stato utilizzato tra il 2016 all’inizio del 2019, copie dello spyware sono state trovate caricate sul Google Play Store, camuffate da applicazioni di servizio di operatori telefonici. Sia le pagine di Google Play Store che le finte interfacce di queste applicazioni malevole sono in italiano.

Secondo le statistiche pubblicamente disponibili, in aggiunta ad una conferma di Google, la maggior parte di queste applicazioni hanno raccolto qualche decina di installazioni ciascuna, con un caso che superava le 350 unità. Tutte le vittime si trovano in Italia.

Germania, pensione ad ex soldati SS accende l’ira della comunità ebraica

lastampa.it



Oltre 2000 ex militari delle Ss che vivono all’estero ancora percepiscono la pensione da parte della Germania. E questo, paradossalmente, grazie alla legge ancora vigente sulle prestazioni di assistenza alle vittime di guerra. La rivelazione, fondata su dati forniti dallo stesso governo federale e pubblicata dalla Neue Osnabruecker Zeitung, ha provocato l’indignazione del Consiglio centrale degli ebrei in Germania:

«Che probabili criminali del Terzo Reich ex militanti delle Ss percepiscano ancora una forma di pensione è un fatto semplicemente insopportabile», ha detto il presidente Josef Schuster: «Noi dobbiamo alle vittime che le autorità procedano a compiere in maniera approfondita un esame di coloro che ancora ricevono la pensione. Lo Stato deve assumersi in questo la sua responsabilità».

A quanto riferiscono i media tedeschi, tra i «pensionati Ss» in questione vi sarebbero persone che nei Paesi occupati dai nazisti si sono unite alle Waffen-Ss e poi sono rimaste ferite mentre erano in servizio. In base ad una riforma della legge sull’assistenza alle vittime di guerra, le prestazioni possono essere revocate se i soggetti in questione hanno compiuto atti contrari «ai principi dell’umanità o dello Stato di diritto». Il punto è che la militanza nelle Ss in sé non è sufficiente motivo per sospendere la pensione.

Non solo gli ex Ss sparsi nel mondo percepiscono 330 euro al mese, come scrive la Neue Osnabruecker Zeitung, ma ottengono anche sostegni finanziari per le cure mediche. Attualmente le autorità tedesche starebbero verificando la situazione quattro membri delle Ss nei Paesi Bassi, ossia se la loro pensione sia stata cancellata o meno

Addio al principe del Mossad: la spia che catturò Eichmann

corriere.it
di Guido Olimpio

Rafi Eitan nel 1960 scovò in Argentina la mente della «soluzione finale»

Addio al principe del Mossad: la spia che catturò Eichmann
Adolf Eichmann nel tribunale di Gerusalemme che nel 1961 lo condannò a morte per il suo ruolo nello sterminio degli ebrei

Un uomo per le situazioni complicate, un principe dello spionaggio venuto dal kibbutz. Rafi Eitan se ne andato a 92 anni dopo una vita avventurosa nel mondo delle ombre israeliane. Un eroe, lo ha definito il premier Netanyahu. Una leggenda per quanti lo hanno apprezzato, un tipo scorbutico per qualche collega, un avversario implacabile per i molti nemici.

Dai britannici prima della nascita dello Stato ebraico ai Paesi arabi, dagli scienziati tedeschi che collaboravano con i dittatori della regione ai gerarchi di Hitler. Eitan ha duellato con tutti in una campagna senza fine segnata dalla cattura di Adolf Eichmann, la mente della «soluzione finale», scoperto nella lontana Argentina dove pensava di essere al riparo nascondendosi sotto il nome di Ricardo Klement.

Rafi era figlio di immigrati russi stabilitisi nel kibbutz di Ein Hanud e per diverso tempo ha vissuto in campagna. Come altri giovani entrerà nel Palmach, la prima forza armata israeliana, dove imparerà molto. Sul campo. Sarà al fianco di elementi che liberano dei prigionieri dal carcere di Atlit, quindi nell’operazione Markolet tesa alla distruzione di una serie di ponti. Usa gli esplosivi, il fucile, la pistola. Non ha paura di prendersi le responsabilità, è un duro come lo erano tanti suoi coetanei in un’epoca dove il pericolo era ovunque.

Israele guarda avanti, ma deve chiudere anche con il passato. Ed è così che Eitan guida il team che andrà fino a Buenos Aires, nel maggio 1960, per una missione impossibile. Anche se lui, molti anni dopo, la definirà una delle più semplici. Descriverà minuziosamente come prende per una spalla Eichman, lo gira, lo immobilizza e sente sotto le sue dita una cicatrice del nazista. Una grande vittoria contro una belva, la fine di un simbolo.

C’è però poco tempo per celebrare. Eitan sarà responsabile del settore operazioni dello Shin Bet, il servizio interno, quindi passerà nelle file del Mossad occupandosi di Europa. Fisico robusto, non troppo alto, mezzo sordo a causa di un’esplosione, ha lavorato con governi di destra e di sinistra. Molto vicino ad Ariel Sharon, come consigliere, ha poi guidato l’Ufficio ricerche scientifiche, un’unità che si occupava di tecnologia e intelligence.

Team particolare, approvato dai laburisti Rabin e Peres, che portò all’arruolamento di un dipendente della Us Navy, Jonathan Pollard. L’americano diventò una talpa di Israele fornendo, dall’84 all’85, informazioni top secret su armi, missili, traffici. Quando Pollard sarà scoperto la reazione statunitense sarà furiosa: il traditore resterà in prigione fino al 2015. Il caso è la prova di come non esistano alleanze perfette — se serve si spia anche l’amico — e della spregiudicatezza di Eitan, peraltro mossosi con il placet discreto dei superiori.

È un lavoro sporco che qualcuno deve fare, si compiono atti inconfessabili, c’è poco spazio per certi valori, si uccide. Contano solo risultato e sicurezza del tuo Paese. Hanno scritto che John Le Carré si è ispirato a Eitan per creare il personaggio dell’agente Marty Kurtz nel bellissimo «La tamburina», il libro dedicato alla lunga caccia ai terroristi palestinesi coinvolti in molti attentati. Possibile. La storia di Rafi era già un romanzo.

Copyright, cosa dice la direttiva approvata dal Parlamento Ue: tutto quello che c’è da sapere

corriere.it
di Martina Pennisi

Copyright, cosa dice la direttiva approvata dal Parlamento Ue: tutto quello che c’è da sapere
Epa

Perché stanno parlando tutti (di nuovo) della direttiva sul copyright?
Oggi, martedì 26 marzo, il Parlamento europeo l’ha approvata in via definitiva con 348 voti a favore, 274 contrari e 36 astenuti. Adesso il testo frutto di più di tre anni di contrattazioni e numerose modifiche, l’ultima delle quali in seno ai negoziati fra il Parlamento europeo e il Consiglio molto rilevante, necessita di un passaggio formale del Consiglio e della pubblicazione in Gazzetta ufficiale — non dovrebbe volerci più di un mese — per poi essere recepito entro due anni dai Paesi membri.

L’Europa ha iniziato a lavorare a un aggiornamento delle regole sulla protezione del diritto d’autore nel 2016: il testo precedente risaliva al 2001, quando Internet, e soprattutto le grandi piattaforme, non avevano ancora scompaginato del tutto le modalità di distribuzione e accesso ai contenuti.

Perché si è discusso e si sta discutendo ancora così tanto?
Ci sono in gioco interessi ed equilibri importanti. Da una parte quelli degli editori di contenuti (giornali, case editrici, case discografiche, case cinematografiche, ecc), dall’altra quelli delle piattaforme come Google e Facebook che si spartiscono gran parte del mercato della pubblicità online — in Europa vale 48 miliardi di euro all’anno (dati Iab Europe del 2018 sul 2017) — anche grazie alla distribuzione dei contenuti altrui. I primi non hanno sufficiente potere contrattuale al tavolo con i secondi value gap è il termine che indica il gap, appunto, fra i diritti pagati dalle piattaforme gratuite e quelli riconosciuti da quelle a pagamento come Spotify (che ha altrettanti problemi con gli autori, a dire il vero).

I secondi hanno già investito sia su soluzioni tecnologiche (il noto ContentID di Youtube, ad esempio) sia in nuove assunzioni per monitorare quanto viene caricato sulle loro bacheche. Il difficile obiettivo a cui tendere — sia se il problema è il mancato rispetto del diritto d’autore o la pubblicazione in diretta di una strage, come nel recentissimo caso della Nuova Zelanda — è l’intervento prima che ilcontenuto vada online, a fronte di una r agionevole certezza (informatica) che violi le regole. Imporlo per legge, lamentano i big del tech, rischia di stravolgere il loro funzionamento perché non potrebbero più lasciare che gli utenti pubblichino materiale in modo autonomo, massiccio e costante.

Da parte loro, gli editori rivendicano il (sacrosanto) diritto di monetizzare gli sforzi e gli investimenti economici e creativi del loro lavoro senza dover rinunciare all’esponenzialità dei rimbalzi caratteristica della diffusione online.

Quali sono i problemi principali?
Sono contenuti nell’articolo 11 (che nella versione finale del testo è il 15) e nell’articolo 13 (diventa il 17). Quest’ultimo, come spiegavamo sopra, rende le piattaforme responsabili di quanto viene caricato, senza richiedere esplicitamente alcun monitoraggio preventivo. In sostanza, per ospitare contenuti protetti dal copyright, i vari Youtube e analoghi devono accordarsi con i detentori dei diritti e soddisfare le loro richieste.

Se non lo fanno, dice l’ultima — e molto ammorbidita versione — devono dimostrare di aver compiuto «i massimi sforzi» per riuscirci e per scongiurare ulteriori caricamenti e devono agire «tempestivamente» per rimuovere il materiale illecito.

Confini labili, troppo, sia per i sostenitori della direttiva, per i quali non ci sarà alcun cambiamento reale, sia per i detrattori, preoccupati per la scarsa chiarezza e le zone grigie del testo. Escluse dall’obbligo di contrattazione ed eventuale rimozione le caricature, le parodie o le citazioni: Gif e meme sono quindi salvi (anche se sarà difficile insegnare alle macchine come riconoscerli).

Cosa c’entrano giornali?
I giornali rientrano in quanto previsto dall’ex articolo 11 ora 15. L’obiettivo iniziale della direttiva era quello di imporre a chi usava estratti (avrete letto e sentito il termine snippet) degli articoli — ad esempio gli aggregatori di notizie come Google News — di pagare i detentori dei diritti. Gli editori di giornali. Anche questa voce è stata parecchio ammorbidita: non bisognerà pattuire alcun compenso per «singole parole» ed «estratti molto brevi». Ancora una volta, definizioni vaghe: «estratti molto brevi» ridà il manico del coltello a chi propone le anteprime.

Wikipedia sta protestando per questo motivo?
Come Google News, Wikipedia cita articoli e indirizza alla loro fonte originale. Ieri, lunedì 25 marzo, la versione italiana non è stata accessibile tutto il giorno, come non lo erano state la scorsa settimana quella tedesca e danese, fra le altre. Proteste simili hanno caratterizzato l’intero dibattito e proseguono nonostante le modifiche apportate al testo e l’esclusione delle enciclopedie online che non hanno fini commerciali.

Maurizio Codogno, portavoce di Wikimedia Italia, aveva detto al Corriere di ritenere ancora pericoloso l’articolo 11 «perché si rivolge a non meglio definiti prestatori di servizi della società dell’informazione, perché Wikipedia non ha fini commerciali, ma la sua licenza prevede il riuso commerciale; e perché non viene esplicitato che si può riprodurre il titolo degli articoli linkati». Secondo Codogno sarebbe stato inoltre meglio parlare di assenza di «fini di lucro» più che di profitto o commerciali.

Con le nuove regole i nuovi Google e Facebook faranno più fatica a nascere e crescere?
Altro tema molto discusso. Nell’ultima versione la direttiva tutela le startup con meno di tre anni, un fatturato annuale inferiore a dieci milioni di euro e un traffico mensile medio di visitatori unici inferiore a cinque milioni: non devono vigilare su alcunché, ma devono reagire «tempestivamente» alle segnalazioni dei detentori dei diritti e fare i soliti «massimi sforzi» per ottenere le autorizzazioni alla pubblicazioni e impedire l’ulteriore caricamento del materiale segnalato.

L’identikit degli esentati è molto specifico e non comprende le medie imprese, o le piccole attive da anni. Chi vorrà competere, dovrà riuscire a farlo attrezzandosi adeguatamente (anche se, come abbiamo detto, gli obblighi sono meno stringenti rispetto agli intenti iniziali).

Dobbiamo preoccuparci per il futuro di Internet?
Prima di provare a rispondere (noi), fate una cosa (voi): prendete il vostro smartphone o quello di un amico o un’amica abbonato/a a Netflix. Aprite una puntata qualsiasi di una serie tv e provate a fare uno screenshot, per poi inviarlo a qualcuno su Whatsapp, scriverci sopra un frase scherzosa e condividerlo su Instagram o semplicemente tenerlo fra le foto del vostro telefonino. Fatto? No. Non si può. L’unica immagine che sarete riusciti a salvare sarà uno sfondo nero.

Questo è un ottimo esempio di come la protezione del diritto d’autore abbia già modificato alcuni gesti diventati automatici nei primi anni di sviluppo del digitale. È inevitabile (come lo sono gli escamotage per aggirare l’ostacolo che spuntano come funghi con una banale ricerca). Netflix, ma non solo, adotta una serie di tecnologie per impedire che gli utenti catturino immagini o registrino i video per cui spende dieci miliardi di euro all’anno.

Potrà anche risultare fastidioso nel momento in cui si cerca di compiere un’azione familiare, ma è inevitabile. Netflix non è gratuito, e non è Internet. Youtube è gratuito, ospita materiale pubblicato dagli utenti, ma come dicevamo ha anch’esso già iniziato a cambiare le abitudini che aveva contribuito a creare: per citare una notizia recente, i cosiddetti creator si sono messi a cantare a cappella le canzoni importate dall’applicazione TikTok, per (provare a) non violare i diritti delle etichette con cui Youtube ha accordi.

Anche Youtube, come Netflix, non è Internet, ma con gli analoghi colossi coincide ormai con essa per accessi e tempo speso. Internet, l’Internet mediata dalle società private, sta già cambiando. Tutto sta a capire chi, quando e come deve decidere in che modo, e affinché l’unica economia in salute non sia quelle delle piattaforme e senza snaturane le caratteristiche che permettono a tutti di esprimersi liberamente online. Oggi è stato fatto fatto un passo in più.

sabato 30 marzo 2019

Dal 2020 addio a Windows 7, tutte le opzioni a disposizione

corriere.it
di Antonino Caffo

Dal 14 gennaio del 2020 Microsoft non supporterà più il vecchio sistema operativo: ecco tutte le strade possibili per non ritrovarsi un software obsoleto

La fine del supporto

Lo chiamano «end of support» e vuol dire fine del supporto. Dal 14 gennaio 2020 toccherà a Windows 7. Non significa che da quella data il sistema operativo installato sul computer non funzionerà più, non si accenderà o non permetterà di svolgere operazioni ma semplicemente non beneficerà della dovuta attenzione da parte di Microsoft. Stop agli aggiornamenti, grandi e piccoli, difficoltà nell’usare alcuni programmi qualora gli sviluppatori ponessero come limite minimo un ambiente più recente e, soprattutto, un maggior rischio per la sicurezza dei dati, per l’assenza delle patch di sicurezza, che la stessa Microsoft e i fornitori esterni inviano periodicamente per chiudere le vulnerabilità e le falle dei sistemi. Come fare? Non è necessario cambiare il dispositivo, non se è in grado di far girare un OS successivo a Windows 7. Ma le soluzioni sono tante, vediamole.


Gli aggiornamenti ci sono (ma a pagamento)

La fine del supporto di Microsoft non vuol dire “fine” nel vero senso del termine, almeno per quanto riguarda gli aggiornamenti di sicurezza. Si, perché la casa di Redmond permetterà di beneficiare di ulteriori tre anni di ricezione delle patch a patto di pagare per queste. Si tratta di una modalità pensata in modo particolare per le aziende, con un parco macchine esteso, che preferiscono sostenere una spesa minore rispetto ad una licenza Windows completa. Scelta opinabile ma possibile. Il prezzo di un Extended Security Updates sarà di 25 dollari per il primo anno, 50 per il secondo e 100 dollari per il terzo, per ogni computer interessato.


Cosa fare: aggiornare a Windows 10

Con l'Assistente Aggiornamento Windows 10, Microsoft permette di ottenere l’ultima versione di Windows in maniera semplice, sicura e veloce (dipende dalla connessione). Il primo passo sarà verificare la compatibilità dell’hardware, poi basterà seguire le procedure proposte per andare avanti e aggiornare. Tutto ciò ha un costo, che parte dai 145 euro di Windows 10 Home ai 259 euro di Windows 10 Pro. Fino a qualche anno fa si poteva passare a Windows 10 gratis, oggi non più, anche se con una licenza di un Windows precedente potrebbe valere il Product Key in possesso per un update gratuito.


Il mezzo update: Windows 8.1

Ovviamente la volontà di Microsoft è farci passare tutti a Windows 10 ma gli utenti con una macchina più datata potrebbero accontentarsi di Windows 8.1. Ufficialmente l’azienda non lo vende più ma si trovano online e nei negozi, magari quelli piccoli e di quartiere, copie originali e del tutto autentiche. Non essendovi un aggiornamento vero e proprio, l’installazione andrà fatta da zero, senza dunque poter trasferire in automatico file e contenuti personali. Meglio effettuare prima un backup su un hard disk esterno. In realtà, la norma vale anche nel caso in cui si passi a Windows 10 visto che, durante il processo, potrebbero verificarsi perdite di file o cancellazioni non volute. È già successo con l’aggiornamento a Windows 10 October Update, rimandato da Microsoft proprio per risolvere la problematica.


Il passo importante: addio Windows

Eppure, si potrebbe continuare a usare il “vecchio” PC decidendo di passare ad altro. Ad esempio Linux. Il codice di base (Unix) è lo stesso su cui, anni fa, ha costruito il proprio successo Apple con l’odierno macOS. Le differenze tra Windows e Linux sono in un certo senso abissali: da una parte la ramificazione in cartelle, estensioni, menu infiniti; dall’altra una scrivania su cui piazzare tutto e poco altro da sapere. Con il tempo anche la compatibilità con i programmi è cresciuta: non c’è, ufficialmente almeno, la suite Office ma i sostituti non mancano, così come gli editor di grafica e video. La distribuzione più famosa è Ubuntu, arrivata alla 18.10, che poggia su una community di appassionati e cultori, anche in Italia, pronti a rispondere a qualsiasi dubbio in materia.


Una necessità: il nuovo computer

Se i suggerimenti precedenti non dovessero andare a buon fine, o si preferisse avere tra le mani qualcosa di pronto e ottimizzato, non resta che scegliersi un nuovo computer. Oggi il ventaglio è decisamente ampio, con decine di offerte di ogni tipo. La stessa Microsoft ne ha in portafoglio più di uno della serie Surface: dalla generazione Pro 6 ai Laptop 2, con il vantaggio di una estrema portabilità e qualche accessorio opzionale interessante, tra cui cover e penna. Certo, questi costano un po', mentre in giro se ne trovano tanti altri a qualche centinaia di euro, anche di marche ben conosciute (Lenovo, Asus, HP, Huawei). Il punto è a cosa mi serve? Una sostituzione completa del Pc dismesso o solo un secondo device? Rispondere darà il metro di giudizio migliore per farsi un’idea del budget da spendere.

Windows 7: vecchio ma diffuso

Stando ai più recenti dati di Statcounter, Windows 7 è il secondo sistema operativo più diffuso al mondo. Ha il 33,89% del mercato mentre la versione 10 è al 54,78%. Windows 8.1, che pure è arrivato dopo, è fermo al 6,55%. Per questo, abbandonarlo o convincere la gente a farlo non sarà semplice e, soprattutto, non sarà veloce. La crescita nella popolarità di Windows 10 sta già portando a un declino di 7 ma in maniera più lenta del previsto. Non a caso, Microsoft si aspettava di raggiungere il miliardo di dispositivi con l’ultimo OS a bordo entro il 2019 e invece è ancora a 800 milioni. La fine del supporto darà una mano e le iniziative dei produttori, con sconti al ribasso su nuovi modelli, incentiveranno il passaggio già dopo l’estate, con le offerte del “back to school”.

Gli hacker ci provano

Aggiornare non è un vezzo ma una necessità. Lo ha dimostrato uno dei più grandi attacchi dell’era informatica perpetrato nel 2017 tramite il virus Wannacry. Questo ha bloccato ospedali e ambulanze in Inghilterra, trasporti in Russia, stabilimenti automobilistici in Francia e università in Italia. Grazie ad una falla già risolta ma non ancora installata da milioni di computer e server, gli hacker sono riusciti a diffondere il ransomware che ha messo in crisi mezzo mondo, racimolando quattrini anche dai PC personali, fermati con la richiesta di un “riscatto”.

L’ultimo volo di John sul Veneto: 75 anni dopo i funerali del pilota di Spitfire


John Henry Coates  

corriere.it
di Alessandro Fulloni

Quando il tenente della Raf John Henry Coates morì aveva 24 anni. La mattina del 6 marzo 1945 venne centrato dalla contraerea mentre sorvolava a bassa quota la località di Cavarzere, non lontano da Venezia. Lo Spitfire ritrovato due anni fa: mercoledì 27 le esequie in Italia

I resti ritrovati dal «Romagna Air Finders»

Quando il tenente John Henry Coates morì aveva 24 anni. La mattina del 6 marzo 1945 venne centrato dalla contraerea mentre sorvolava a bassa quota la località di Cavarzere, non lontano da Venezia. Erano le 6 e 40. Il suo Spitfire precipitò, polverizzandosi in mille pezzi in quel fazzoletto nebbioso di campagna in cui il velivolo sparì, conficcandosi a otto metri di profondità come fosse un dardo appuntito e trascinato dall’elica che, ancora in movimento, scavò nel terreno tagliandolo con le pale. Le esequie di John — che aveva tre fratelli e tre sorelle e non era sposato — si terranno mercoledì 27 proprio a Cavarzere.

Il ministero della Difesa britannico ha deciso di tumularlo nel cimitero militare di Padova, dove riposano altri soldati del Commonwealth caduti in Italia nella prima e nella seconda guerra mondiale. Se i resti del pilota sono stati ritrovati è merito di quegli «archeologi del cielo» che fanno parte del «Romagna Air Finders», associazione di volontari che impegnano gran parte de loro tempo libero alla ricerca ed al recupero di aerei della seconda guerra mondiale dispersi dopo essere precipitati.

Nel riquadro John Henry Coates. Nella foto grande il suo Spitfire. John potrebbe essere il pilota nell’abitacolo  
Nel riquadro John Henry Coates. Nella foto grande il suo Spitfire. John potrebbe essere il pilota nell’abitacolo

 Lo Spitfire — il caccia «icona» della Raf impiegato su tutti i fronti del secondo conflitto— del tenente Coates venne ritrovato un paio d’anni fa. Dapprima nient’altroche rottami, pezzi di metallo.

Frammenti però finiti nelle mani degli «investigatori» romagnoli (la loro sede è a Fusignano) che ben presto (studiando carte di volo inglesi e rintracciando le testimonianze di chi nel posto poteva ricordare qualcosa di quell’aereo caduto) localizzarono il posto esatto in cui scavare. Vennero recuperati strumenti di bordo, pezzi di fusoliera.

E anche ciò che restava del piccolo abitacolo dello «Spit» all’interno del quale c’erano i resti di John. Della missione sappiamo questo: l’aereo era decollato da Ravenna alle 6.06 assieme ad altri cinque velivoli per bombardare una ventina di chiatte sull’Adige che rifornivano i tedeschi in ritirata. Coates portò a termine la sua missione, sganciando la bomba, ma venne colpito dalla contraerea mentre faceva ritorno. Erano le 6.40 e l’aviatore non riuscì ad eiettarsi, forse perché era già morto.

Disegnatore e poi pilota di caccia

Di John sappiamo molto poco. La stampa inglese, che ha dato molto risalto alle esequie dell’eroe di guerra, riferisce che l’aviatore oggi ha una discendenza di circa 62 parenti. Alcuni di loro — che tra l’altro hanno consentito l’identificazione della salma grazie alla prova del Dna — saranno alla cerimonia. Nativo di York — città nella contea del North Yorkshire, poco sotto la Scozia — prima di arruolarsi come volontario nella Royal Air Force lavorava come disegnatore industriale.

Poi il brevetto da pilota e il volo sulla caccia, prima in Nord Africa e successivamente sul fronte italiano. Una cosa importante è emersa dalla documentazione messa a disposizione dall’ambasciata britannica: in quel freddo 6 marzo John non avrebbe dovuto volare. Era già in congedo da pochi giorni. Avrebbe dovuto rientrare a York, lasciando la divisa. Ma quella mattina decise di sostituire un amico-pilota per un ultimo volo sullo Spifire. L’ultimo volo dal qualche non è più tornato.

Il museo di Fusignano

La «Romagna Air Finders» «è un sodalizio formato da volontari che impegnano gran parte del tempo libero alla ricerca ed al recupero — spiega il presidente Leo Venieri— di aerei della seconda guerra mondiale dispersi dopo essere precipitati e dei loro piloti dimenticati per tanti anni». Sono 38 gli aerei recuperati sinora. E con loro 14 aviatori di tutte le nazioni belligeranti in Italia. Quattro tedeschi, tre italiani, re inglesi, due sudafricani, uno statunitense e un brasiliano. «Il nostro nuovo museo in Fusignano di Ravenna è considerato nel suo genere unico in Italia e forse anche oltre» racconta con orgoglio Venieri.

I resti dello Spitfire di John ritrovati dai volontari del Romagna Air Finders  
I resti dello Spitfire di John ritrovati dai volontari del Romagna Air Finders

“Il film sulla camorra è prodotto dai clan”, il Viminale lo blocca

lastampa.it
andrea palladino

Dietro “La Casalese” c’è la società di un pregiudicato legato a Schiavone. Regista è l’ex moglie di Vallanzasca, il ministero vieta la prima a Latina


La locandina del film bloccato dal ministero dell’Interno

Tutto era pronto a Spigno Saturnia, a cavallo tra Caserta e Latina, terra di investimenti, di conquista e di presenza militare per il cartello dei casalesi. Martedì doveva essere il grande evento, il lancio ufficiale di «La casalese - l’operazione Spartacus». Un film di camorra, con protagonista una donna che si oppone al marito collaboratore di giustizia. Ieri è arrivato il divieto del Viminale, nessuna proiezione, quel film va fermato. Dietro l’evento, spiega una nota, c’è «la famiglia Bardellino in prima linea», il nipote dell’ex capo, defunto, del clan dei casalesi.

La trama del film ha la firma di Antonella D’Agostino, l’ex moglie di Vallanzasca, «Il bel René», il bandito della Comasina. Ma è il produttore il vero nome ingombrante, che riporta alle origini di Gomorra. Angelo Bardellino, nipote di Antonio, ovvero il fondatore con Francesco Schiavone, Sandokan - del gruppo criminale più noto dell’agro di Caserta. Non un nipote innocente, ma «un pluripregiudicato», scrivono dal Viminale.

È la sua società, la Roxyl Music con sede in Romania, a promuovere l’evento vietato e a firmare la produzione del film. Attivissimo da anni in campo musicale, sempre alla caccia di nuovi talenti da lanciare negli show televisivi, Angelo Bardellino era apparso negli anni passati in prima fila nel format «The Voice» promuovendo il lancio di una cantante arrivata dall’Albania. Il film «La Casalese» era il suo grande passo verso la fiction e tutto sembrava filare liscio. La location dell’evento era a cavallo tra il suo passato e la sua vita attuale.

Quando il nonno Antonio venne ucciso nella prima guerra interna al clan di Casal di Principe, il padre Ernesto con tutta la famiglia fuggì nel sud pontino, zona del Lazio conosciuta come «la Svizzera dei Casalesi». Terra di investimenti, prima di tutto. E proprio a Spigno Saturnia, dove era prevista la presentazione del film, i Bardellino avevano gli uliveti, beni poi confiscati e passati allo Stato. Una presenza che in fondo era un segno.

“Sul set c’erano i carabinieri”
«Ho incontrato questo ragazzo, Angelo Bardellino, durante la manifestazione “Microfono d’oro” - racconta la regista del film Antonella D’Agostino - io quando posso i giovani li aiuto, lo sa?». Per l’ex moglie di René Vallanzasca quel nome non era un problema: «Aveva il nonno che faceva le bufale, e allora?». La Roxyl di Bardellino, spiega D’Agostino, è arrivata quando il film era già in post produzione: «Il produttore è di Milano, è la Lindy Hop, loro hanno seguito il film dall’inizio».

Società romana, con un amministratore della Brianza, la casa di produzione effettivamente aveva contattato alcune amministrazioni comunali per le location. Per organizzare il casting, alla fine del 2017, aveva chiamato Lele Mora, un nome che attraeva. Oggi sembra essere sparita nel nulla. «È solo un polverone - spiega D’Agostino - io voglio valorizzare la Campania, le fiction sulla Camorra tengono i turisti lontano».

Ed elenca quelli che, secondo il suo racconto, sono i patrocini arrivati al film: «Io ho girato con l’aiuto dei carabinieri, con carabinieri veri!». Nel trailer che gira in rete appaiono automobili con le insegne dell’Arma: «Ho girato nelle caserme vere! C’erano tutte le carte in regola arrivate da Roma», spiega con foga. Il comando generale dell’Arma, contattato da La Stampa, al momento non ha risposto sul caso. «La trama? La protagonista si è messa contro la camorra», si difende convinta l’autrice, con un certo fastidio.

«Era la moglie di un grandissimo schifoso», aggiunge subito dopo. «Ecco, scriva le cose come sono». Le parole parlano da sole.

Donne e bambini dell’Isis, così l’Europa tenta di affrontare il problema

corriere.it
di Marta Serafini

I numeri

Mentre le Sdf, le forze curde siriane, festeggiano la caduta di Baghouz gli Stati membri dell’Europa si preparano ad affrontare il rientro dei foreign fighters e delle loro famiglie. Secondo la Commissione europea, più di 42 mila persone si sono unite all’Isis tra il 2011 e il 2016. Di queste 5.000 proviene dall’Europa. Secondo gli Stati Uniti, almeno 1.000 jihadisti sono nelle mani delle forze curde e sono detenuti. Tuttavia non possono subire un processo data l’assenza di uno Stato curdo riconosciuto. Le donne e i bambini invece sono stati deportati nei campi vicini all’aerea di Baghouz.

Donne e bambini in fuga da Baghouz (Delil Souleiman /Afp)  
Donne e bambini in fuga da Baghouz (Delil Souleiman /Afp)

In dicembre, annunciando il ritiro (poi posticipato) delle truppe Usa dalla Siria, il presidente Trump ha intimato ai Paesi europei di farsi carico di queste persone. Fino a poco tempo fa infatti la prassi di quasi tutti gli Stati membri dell’Ue era di evitare il problema anche perché processare i miliziani in patria comporta dei rischi e dei costi, sia nel reperimento delle prove, sia nell’eventuale detenzione in carcere, con il rischio di nuove ondate di radicalizzazione.

Ora che il Califfato pare sconfitto almeno nella dimensione territoriale, gli europei si trovano costretti a prendere l’iniziativa, soprattutto per quanto riguarda i bambini, ossia i figli dei miliziani e delle donne. Alcuni sono partiti piccolissimi, altri sono nati all’ombra delle bandiere nere, mentre altri ancora sono rimasti orfani. Per tutti loro si pone il problema della tutela dei loro diritti e di prevenire nuove ondate di radicalizzazione.

Le difficoltà legali

La Macedonia del Nord è stato il primo Paese europeo a condurre un rimpatrio, riprendendo e perseguendo sette combattenti nell’agosto 2018. A gennaio, la Francia ha dichiarato star prendendo in considerazione il rimpatrio di 130 uomini e donne per sottoporli a processo, ma un mese dopo non è stato fatto alcun progresso. D’altro canto la Germania, dove sono rientrati in 1.000 secondo quanto riferito dal ministero degli Interni, aspetta di vedere cosa fanno i francesi.

«Il governo federale sta esaminando tutte le opzioni per un possibile ritorno di cittadini tedeschi», ha detto il ministro degli Esteri tedesco in una dichiarazione a novembre. Secondo gli esperti, a spaventare le cancellerie è la concreta possibilità che gran parte delle prove a carico dei foreign fighters non possano reggere in tribunale, con il rischio che poi queste persone vengano rimesse in libertà.

Soldati curdi festeggiano la vittoria (Giuseppe Cacace/Afp)
Soldati curdi festeggiano la vittoria (Giuseppe Cacace/Afp)

Questo scenario è particolarmente plausibile per le donne, dato che il loro ruolo è stato per lo più limitato alle attività di propaganda e spionaggio, se non di semplice cura dei figli. Tuttavia sono parecchie le donne cui è stato affidato il ruolo di carceriere delle yazide, secondo quanto riportano le stesse vittime. E questo profila dunque la possibilità di procedimenti a carico con l’accusa di riduzione in schiavitù, di abusi e

violenze se non di omicidio, come avvenuto nel caso della 27enne tedesca, seguace dell’Isis, Jennifer W., formalmente accusata dalla procura generale di Karlsruhe di avere ridotto in schiavitù, e poi lasciato morire, una bambina di 5 anni in Iraq. In Gran Bretagna a complicare le cose ci si mette il divieto di usare prove di intercettazione. Facile dunque per molti sostenere la tesi di essere andati al fronte come volontari e di non aver combattuto.

I diversi approcci

Ancora più delicato è il caso dei minori. Durante un‘intervista al britannico Times Shamima Begum, pur dicendosi non pentita delle decisione di unirsi all’Isis (Begum è partita che era minore), ha chiesto per sé e per