Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

lunedì 31 dicembre 2018

Sono costretto a pagare il modem dell'operatore anche dopo la disdetta?

repubblica.it
ALESSANDRO LONGO

Ho inviato un reclamo scritto tramite PEC in data 07/10/2018 richiesta di rescissione contratto telefonico 3FIBER gestore Wind-Tre per giusta causa inadempienza contrattuale linea internet lentissima dimostrata mediante misura internet certificata dell’AGCOM che assume valore legale. Ma mi dicono che dovrò pagare tutte le rate rimanenti del modem. Ma è così, dovrò pagare le rate rimanenti anche se la colpa non è mia?
Giuseppe



E’ il tema del “modem libero”, un diritto che scatterà (dopo tanti rinvii e se tutto va bene) appieno solo a gennaio. Ossia solo con questo diritto, sancito da Agcom, l’utente può restituire il modem dopo la disdetta invece di essere obbligato a pagarlo (per altro con il paradosso, al momento, che i modem degli operatori non funzionano su altre linee e quindi dopo la disdetta sono utili quanto un costosissimo fermaporta). Già: anche nel caso di disdetta “gratuita”, per inadempienza da parte degli operatori (o per loro cambio unilaterale di contratto) siamo ancora costretti a pagare il dispositivo incluso nel contratto (finché non ci sarà davvero il diritto al modem libero, s’intende).

Il modem è considerato, in questo senso, alla stregua di uno smartphone ottenuto dall’operatore. Agcom però ha valutato – seguendo i dettami della normativa europea – che c’è una bella differenza tra modem fisso e smartphone, per quanto riguarda il nostro accesso a internet. Se è corretto continuare a pagare quest’ultimo dopo la disdetta, il modem invece no. E comunque va fatto salvo il diritto dell’utente a non usare il modem dell’operatore. Anche questo punto fa parte del concetto di “modem libero”, come indicato nelle norme Agcom. Al momento, però, queste norme sono attuate solo in parte. Lo sono nelle nuove offerte; non lo sono sui precedenti contratti.

Agcom aveva stabilito che da gennaio gli operatori avrebbero dovuto adeguarli (e quindi estendere il diritto di modem a tutti gli utenti, non solo ai nuovi). Ma loro si sono rivolti alla giustizia amministrativa per opporsi alla richiesta di Agcom. L’ultima sentenza, della scorsa settimana è del Consiglio di Stato (su richiesta di sospensiva di Tim), ma è sibillina (rimanda la cosa al giudizio del Tar del Lazio, che sarà a ottobre). Quando scriviamo, non è ancora chiaro se il diritto di modem scatterà lo stesso a gennaio; comunque c’è sempre la possibilità degli operatori di disubbidirvi (fronteggiando le sanzioni di Agcom), come hanno già fatto per la vicenda della fatturazione elettronica.

In tutto questo, che devono fare gli utenti? In punta di diritto, chi ha disdetto prima di gennaio (come il lettore) è soggetto alle norme pre “diritto di modem”. E quindi deve pagare le rate (comunque sempre meglio rispetto a com’era fino a qualche mese fa, quando gli operatori pretendevano il saldo di tutte le rate in un colpo solo dopo la disdetta ed erano grandi cifre da pagare d’un botto). Il lettore potrebbe però sempre tentare di fare resistenza, restituendo il modem e non pagandone le rate, come se il nuovo diritto fosse già attivo; e sperare che l’operatore desista alla luce del fatto che le norme stanno cambiando.

Hashtag come marchio commerciale

lastampa.it

L’avvocato Paola Gelato: “Gli slogan dei social network sono meritevoli di tutela legale, e negli Usa e in Europa possono essere registrati”



Gli hashtag si sono evoluti, «da segni distintivi su Internet sono assurti al livello di veri e propri marchi, meritevoli di tutela legale». Parola dell’avvocato Paola Gelato, socia dello Studio Jacobacci di Torino e professore a contratto di Diritto comunitario.

Spiega la legale: «Negli ultimi anni, gli hashtag hanno subito un’evoluzione significativa, diventando veri segni distintivi e strumenti di comunicazione pubblicitaria. Gli hashtag possono essere paragonati a marchi, slogan e nomi di dominio. Il fenomeno degli hashtag intesi come marchi è iniziato negli Stati Uniti, dove il Registro locale ha ammesso alla registrazione, a titolo di marchio, alcuni slogan utilizzate sui social network».


L’avvocato Paola Gelato

In particolare, dice l’avvocato Gelato, «la Coca Cola ha registrato svariati marchi intorno al suo brand principale, anche con l’hashtag, per migliorare la visibilità dei propri segni distintivi, come ad esempio “#smilewithacoke” o “#makeithappy”. La stessa tendenza è stata seguita da altre importanti aziende, anche nel settore tessile, come ad esempio la Nike».

I segni distintivi creati con l’hashtag, partendo dal brand principale, hanno la funzione di incrementare la visibilità del marchio e attirare l’attenzione dei consumatori. Perciò, «anche l’Ufficio Europeo dei Marchi accetta gli hashtag per la registrazione, a titolo di marchio, a condizione che si tratti di espressioni dotate di capacità distintiva». Ad esempio, la società Piaggio (quella della Vespa), ha registrato, a titolo di slogan, l’espressione «be a racer» e ha ottenuto la registrazione europea n. 012701389 il 17.3.2014 / 13.8.2014, in diverse classi. Nel settore tessile, Comptoir des Cotonniers, il 22.11.2016, ha ottenuto la registrazione europea n. 1337345 “#ComptoirStories”, nelle classi 9, 14, 18, 25 e 35.

In Italia, osserva l’avvocato Gelato, «l’Ufficio dei Marchi, per il momento, non ha ancora accettato la registrazione a titolo di marchio degli hashtag e in particolare degli slogan preceduti dall’hashtag che, tuttavia, possono godere della protezione, a titolo di marchio non registrato, ai sensi di quanto previsto dall’art. 2 del Codice italiano della Proprietà industriale». Secondo questa disposizione legislativa, i segni distintivi noti al pubblico, a causa del loro uso per qualche tempo, o che sono conosciuti dagli utenti dei social network e dagli utenti di Internet, come gli hashtag, che precedono o accompagnano determinati espressioni, godono della protezione come marchi.

Nell’ipotesi di uso non autorizzato di un hashtag, corrispondente al marchio altrui, registrato o non registrato, si applicano per analogia le norme dettate dal Codice italiano di proprietà industriale e/o dal Regolamento europeo dei Marchi, per quanto riguarda il rischio di confusione e/o associazione.
Conclude l’avvocato Paola Gelato: «I proprietari di marchi devono riflettere e iniziare a pensare di incrementare la loro “brand awarness”, sfruttando al massimo il potere di attrazione e la funzione pubblicitaria del marchio, anche attraverso la registrazione di espressioni e di slogan, preceduti dall’hashtag e utilizzati in modo intelligente sui social network, come strumento di promozione più moderno, destinato a raggiungere anche il pubblico dei cosiddetti Millenials, in un’epoca in cui il commercio online conosce una crescita rapidissima».

Fausto Coppi prima del mito: quando il Campionissimo era garzone di bottega

lastampa.it
giampiero carbone

Dal 1933 al 1939, lavorò nel negozio della famiglia Merlano di Tassarolo, in via Paolo da Novi, al civico 21: una targa lo ricorderà nel centenario dalla nascita che si celebra nel 2019


ANSA
Valeriano Falsini, che fu gregario del Campionissimo, «saluta» la statua di Coppi a Castellania (foto del 2010)

Nell’anno del centenario della nascita, Novi celebra Fausto Coppi a cominciare del 2 gennaio, giorno in cui viene ricordata la scomparsa dell’Airone, con una serie di eventi in programma a Castellania e al Museo dei Campionissimi. In città verrà ricordata un’esperienza tutt’altro che sportiva di Coppi, ma comunque legata alla sua passione per le due ruote. Dal ’33 al ’39, infatti, lavorò come garzone nella bottega della famiglia Merlano di Tassarolo, in via Paolo da Novi, al civico 21. La salumeria da «Minghein» fu il primo lavoro di Coppi prima di diventare il campione che tutti hanno conosciuto e, come ricorda l’associazione sportiva «Pietro Fossati», proprio qui «ha iniziato a “nascere” il corridore: Fausto infatti era addetto alle consegne a domicilio.

E percorreva in bicicletta due volte al giorno la strada che collega Castellania a Novi. Alla sera c’era sempre da affrontare quella lunga e insidiosa salita che da Villalvernia conduce a Carezzano Maggiore e quindi a Castellania». Per ricordare l’esperienza «a bottega» di Coppi mercoledì, alle 15, sarà apposta una targa commemorativa al numero civico dove si trovava il negozio. La proposta della «Pietro Fossati» è stata accolta positivamente dalla proprietaria dello stabile, Silvana Maumary, così come dagli eredi di Domenico Merlano e dai figli di Coppi, Marina e Faustino.

Sex dolls, la stampa 3D abbatte i prezzi delle bambole sessuali

corriere.it
di Fabrizia Malgieri

L'azienda cinese Doll Sweet userà la tecnologia della stampa 3D per produrre i suoi robot del piacere con costi più contenuti.

Sex dolls, la stampa 3D abbatte i prezzi delle bambole sessuali

In principio fu un brevetto realizzato dall’ingegnere e inventore statunitense Chuck Hull nel 1986, il quale – dopo aver introdotto per primo il concetto di stereolitografia (tecnica che permette di riprodurre oggetti tridimensionali a partire da dati generati da un software) – ha ufficialmente dato inizio a quella tecnologia che oggi conosciamo come più semplicemente “stampa 3D”. Con l’evolversi della tecnologia e con l’introduzione di tecniche e materiali sempre più performanti, la stampa 3D ha subito un impulso significativo negli ultimi anni, anche perché, con la riduzione dei costi delle stesse stampanti 3D, gli

stessi prezzi di produzione di componenti e pezzi di ricambio si sono ridotti drasticamente, dando vita ad un mercato particolarmente fiorente che ha interessato i settori più variegati. Tra questi, c’è anche il redditizio settore della produzione di «sex dolls» e appena poche settimane fa, una delle aziende leader chiamata Doll Sweet (DS) ha presentato un nuovo metodo di sviluppo per i suoi "sex bot" al VR Expo di NanChang City in Cina, volto a ridurre drasticamente i loro costi e aumentarne la produzione.

Sex dolls, presto avranno anche una morale (e ci diranno se le trattiamo bene)
L’uso della stampa 3D per ridurre i costi di produzione
Se prima dell’incremento della stampa 3D, la produzione di questi «sex toys» aveva un costo particolarmente elevato, in quanto si affidava ad un processo di modellazione legato a stampi e calchi, grazie a questa nuova tecnologia DS Robotics (la divisione dedicata di Doll Sweet) è ora in grado di riprodurre le parti di queste bambole in modo drasticamente più veloce. Infatti, velocizzando il processo di catena di montaggio, aumenta la produzione e i robot risultano, di conseguenza, meno costosi non solo per chi li realizza, ma anche per l’utente finale. 
Tratti realistici, ma qualche limitazione
Affinché questi robot abbiano un aspetto più realistico rispetto alle bambole tradizionali, alcune loro componenti, a partire dal volto, vengono dunque realizzate con la stampa 3D. Tuttavia, i clienti di DS Dolls non potranno fare richiesta di una replica del viso di una persona reale o di una celebrità. Gli acquirenti, infatti, potranno scegliere il volto da applicare alla propria bambola solo da un gruppo di modelle consenzienti, questo per evitare che vengano utilizzate i tratti di donne reali che non abbiano dato il loro consenso. Questo nonostante la stampa 3D abbia compiuto importanti passi avanti in altri settori per

creare repliche umane quasi identiche, ma è senza dubbio una scelta molto importante per preservare la privacy e l’identità reale di donne che non abbiano concesso esplicita autorizzazione alla riproduzione. Lo scheletro robotico della bambola viene a sua volta modellato su un corpo reale per replicare movimenti umani realistici, anche se DS Robotics non è al momento intenzionata ad applicare questa tecnologia ai suoi sexbot. Tale scheletro, infatti, è in fase di sviluppo per i robot usati come hostess per l’accoglienza in esercizi quali negozi e ristoranti. Infine, DS ha già fatto sapere che offrirà maggiori dettagli su questo progetto, a partire da una sua possibile data di lancio, nel corso del prossimo anno.
Il futuro "a basso costo" grazie alla stampa 3D
Se fino ad oggi la realizzazione di questi prodotti è sempre stata particolarmente onerosa, ci sono ottime possibilità che con l’utilizzo della stampa 3D i sexbot si avviino addirittura verso una produzione di massa, diventando più accessibili alla clientela. Di certo, il caso di una compagnia come DS - che dà vita a produzioni molto costose - dimostra quale possa essere il valore aggiunto nell’uso e nell'applicazione di questa tecnologia, capace non solo di ridurre i suoi costi avvalendosi di una produzione in serie prima impensabile, ma anche di dare vita a creazioni molto realistiche e praticamente identiche agli originali. Ma in questo caso, ovviamente, solo ed esclusivamente con il consenso delle dirette interessate.

Nel 2018 è record di ricatti online: minacce con video erotici e furti alle aziende

corriere.it
di Fiorenza Sarzanini

La direttrice della Polizia postale Nunzia Ciardi: «Così attaccano i sistemi. Videoricatti erotici, record di denunce». 42 milioni soffiati alle imprese dai nuovi pirati di Internet

Nel 2018 è record di ricatti online: minacce con video erotici e furti alle aziende

«Ho la cronologia dei siti che hai visitato, se non vuoi che la diffonda ai tuoi contatti mail devi pagare un riscatto in bitcoin entro 48 ore»: l’ultima ondata di lettere minatorie spedite a centinaia di caselle di posta elettronica è di qualche giorno fa. L’ennesima, in un anno che segna un vero e proprio record per i ricatti sul web. Sono avvertimenti per chi «visita i siti porno» oppure custodisce «foto erotiche», ma anche vere e proprie richieste di riscatto ai dipendenti «se non vuoi che blocchi la rete informatica aziendale» fino a 5.000 euro.

Molto più alta è la somma rubata dai conti bancari di numerose aziende pubbliche e private con un’intrusione nei sistemi: 40 milioni di euro in appena dodici mesi. Una cifra da capogiro che ha provocato gravi danni ad alcune società statali — in un caso sono spariti otto milioni di euro — e ha ridotto sul lastrico medie e piccole imprese. Un attacco senza precedenti che ha convinto Nunzia Ciardi, direttrice della Polizia postale, a creare un pool investigativo dedicato esclusivamente a questo nuovo fenomeno.
Estorsioni sessuali
Sono 1.460 le persone che hanno trovato il coraggio di denunciare di aver ricevuto intimidazioni per versare soldi ed evitare così la spedizione ai propri amici e familiari di filmini e foto porno. In questi casi si trattava di uomini e donne adescati via social che poi avevano aderito a una chat erotica e hanno chiesto aiuto alla Postale dopo aver già pagato o prima del versamento. La maggior parte delle vittime ha invece preferito non uscire allo scoperto, per paura delle conseguenze rispetto ai parenti e alla cerchia dei conoscenti.

Molti sono stati però individuati grazie alle indagini sulle organizzazioni criminali specializzate proprio in questa attività illecita. Sono i numeri a fornire l’esatta dimensione del fenomeno. Nel 2019 ci sono state ben 37.348 segnalazioni con un aumento pari al 7,35 per cento rispetto allo scorso anno. Le truffe sono state 13.010, 11,22% in più del 2018. Un signore residente al Nord «ha versato 42 mila euro in diverse tranche per evitare la diffusione dei video», altre quattro persone finite sotto pressione si sono suicidate per la vergogna e la paura di essere scoperte.
I conti svuotati
Ammonta esattamente a 42 milioni e 237 mila euro la sparizione dei soldi dai conti delle imprese. Un vero e proprio record se si pensa che lo scorso anno erano stati rubati complessivamente 15 milioni e 670 mila euro. Le modalità di attacco sono ben spiegate nel dossier della Postale che evidenzia — lo sottolinea la stessa Ciardi — come «questi attacchi cyber sempre più sofisticati e avanzati minano la tenuta economica del sistema Paese». Si tratta di gruppi con «un “capo” dell’articolazione “tecnologica” e un reclutatore in grado di disporre di una rete di uomini d’affari e semplici muli, incaricati di aprire società e conti correnti fittizi in tutto il mondo (specie in Africa e Asia), allo scopo di incassare e poi riciclare i proventi illeciti».

«Le intrusioni informatiche — denuncia il rapporto — effettuate da hacker con l’impiego di virus sofisticati, tecniche di social engineering, spionaggio e cyber-profiling delle vittime, consentono alle organizzazioni criminali di penetrare nel Dna di aziende e istituzioni, violandone i segreti più sensibili, e accumulando così un patrimonio di informazioni che permette agli attaccanti di confezionare frodi informatiche e cyber estorsioni sempre più chirurgiche e invasive. Per le piccole e medie imprese l’attacco ai sistemi aziendali consente di insinuarsi nei rapporti commerciali con altre aziende, sottraendo dati e distraendo pagamenti per centinaia di migliaia di euro».

Sono vere e proprie sostituzioni di persona che dialogano con gli amministratori e alla fine riescono a ottenere il pagamento destinato ad altri, sostituendo l’Iban del conto corrente. Una tecnica che «nel caso delle grandi aziende, mira invece al furto dell’identità digitale di importanti amministratori delegati e presidenti, allo scopo di diramare ai top manager dell’azienda ordini di pagamento per decine di milioni di euro, per la conclusione di fantomatiche acquisizioni e operazioni societarie segrete». E così far transitare milioni di euro sui conti esteri fino a farli sparire nei paradisi fiscali.

Il direttore Osanna: «Un reperto rarissimo. Ora indagheremo la villa»

corriere.it

Pompei restituisce il cavallo bardato del comandante

Alto, di gran razza e bardato di tutto punto con la sella e i finimenti decorati in bronzo. È lo splendido cavallo di un altissimo magistrato militare, forse preparato per consentire al suo padrone di correre in soccorso alla cittadinanza nelle ore più buie dell’eruzione, l’ultima scoperta di Pompei . «Un ritrovamento legato a una tenuta suburbana ricca come la villa dei Misteri — spiega il direttore Osanna — e che ora verrà indagata e restituita al pubblico».

Sondrio, celebra messa ma i fedeli sono a fare l'albero di Natale: il parroco dichiara sciopero

repubblica.it

La protesta del prete: "Sospese tutte le funzioni religiose". La diocesi: "Aperto un percorso di dialogo"

Sondrio, celebra messa ma i fedeli sono a fare l'albero di Natale: il parroco dichiara sciopero
Foto Facebook/ParrocchieMelloeCivo

Un cartello sulla bacheca della chiesa: "Si informa la comunità parrocchiale che a decorrere da oggi, sino a nuove disposizioni, sono sospese tutte le funzioni religiose". La notizia è trepalata soltanto nelle ultime ore ma la clamorosa protesta del parroco di Civo, in Valtellina, risale a una decina di giorni fa. I rapporti tra il prete, don Riccardo Vaninetti, parroco della parrocchia di Sant'Andrea e i fedeli del paese alle porte di Sondrio (1000 anime circa) da tempo non erano proprio idilliaci. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata il 9 dicembre: don Vaninetti teneva messa, ma in chiesa non c'era qusi nessuno. I parrocchiani erano fuori, sul sagrato, ad allestire l'albero di Natale.

A quel punto, il parroco ha deciso di far scarrare il suo particolarissimo "sciopero delle messe".

Secondo alcune testimonianze, sarebbe anche andato oltre annunciando di non voler più prestare servizio a Civo. La diocesi di Como, dalla quale dipende la Valtellina, getta acqua sul fuoco delle polemiche: "La comunicazione affissa sul portone è stata rimossa dopo poche ore. La celebrazione delle messe è stata sempre garantita. Le iniziative rivolte ai fedeli, adulti e bambini, in preparazione del Natale, si sono svolte regolarmente con la vicina comunità di Mello. La diocesi si pone in un atteggiamento di ascolto saggio e attento nei confronti del parroco, dei fedeli e della comunità di Civo, in un percorso di dialogo e di rispetto per affrontare insieme fatiche e difficoltà"

Battisti, le parole dell'ex compagna: "Voleva rifugiarsi in un'ambasciata"

ilgiornale.it
Renato Zuccheri

Intanto continua la caccia al terrorista. Bolsonaro ha confermato la volontà di estradarlo e la polizia brasiliana ha già messo in atto 32 operazioni per scovare Battisti



Cesare Battisti voleva fare come Julian Assange: fuggire in un'ambasciata straniera e chiedere asilo.

A rivelarlo, la sua ex compagna, partner dal 2012 al 2017 e che ha avuto anche un figlio dal terrorista. Al quotidiano Folha de S. Paulo, la donna ha detto che non ha "la minima idea" di dove possa trovarsi. "Parlava di chiedere aiuto ad un’ambasciata amica, ma non so di quale Paese". Per Luana Priscila Pereira, insegnante di 33 anni, l’ex terrorista non è l'uomo di cui si parla in Italia: "È pacifico, tranquillo, amorevole, semplice, un pezzo di pane". Priscilla e il bambino attualmente vivono a Sao Josè de Rio Preto. E intanto, continua la caccia a Battisti. Sul terrorista dei Pac, condannato in Italia a quattro ergastoli, pende un mandato di cattura emesso dalla Corte suprema brasiliana.

Il presidente uscente del Brasile, Michel Temer, ha decretato l'estradizione. Jair Bolsonaro, da poco eletto allka carica di presidente e che si insedierà martedì alla guida di Brasilia, ha promesso l'immediata riconsegna all'Italia. Ma di Battisti ormai si sono perse le tracce. Nei giorni scorsi, il ministro dell'Interno Matteo Salvini è tornato a parlare della cattura del terrorista dicendo: "Non dico nulla fino a quando" non sarà preso. La polizia brasiliana si dice "fiduciosa" sulla sua cattura. Il direttore generale della polizia federale brasiliana, Rogèrio Galloro ha dichiarato: "Non so se avverrà in territorio brasiliano, ma sarà comunque catturato grazie alla cooperazione tra le forze brasiliane e quelle internazionali".

Intanto, Raul Jungmann, ministro della Sicurezza Pubblica del Brasile, rivela in un'intervista Il Messaggero: "Abbiamo provato" a intavolare una trattativa con l'avvocato di Battisti per una sua costituzione alle autorità, "ma il riscontro da parte del latitante è stato negativo. Non sono a conoscenza, però, di quali benefici gli possano essere stati offerti". E alla domanda sul fatto che si possa ancora trovare in Brasile, il ministro risponde: "È probabile, ma, che sia in Brasile o all'estero, lo troveremo. È solo una questione di tempo". E alla domanda sul perché non sia stata prevista una ricompensa per chi darà informazioni utili sul nascondiglio di Battisti, il ministro risponde: "In Brasile non esiste una procedura legale per questo tipo di ricompense. Nulla impedisce, però, che la offra l'Italia".