Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

sabato 29 dicembre 2018

Le regole di Facebook sui contenuti ammessi, tra paradossi e imprecisioni

corriere.it
di Enrico Forzinetti

Il New York Times è entrato in possesso di un documento in cui viene elencato cosa può e non può trovare spazio sulla piattaforma. Linee guida che devono poi essere seguite, tra le varie difficoltà, dai moderatori di tutto il mondo

Le regole di Facebook sui contenuti ammessi, tra paradossi e imprecisioni

Se ci si chiede come faccia Facebook a scegliere quali contenuti possono essere mantenuti sulla piattaforma o meno la risposta è semplice: lo decidono qualche decina di persone in una riunione che si tiene ogni martedì mattina a Menlo Park. A rivelarlo è il New York Times che è entrato in possesso di un enorme documento in cui sono raccolti PowerPoint e fogli Excel in cui rientrano le regole generali che vengono poi girate ai moderatori sparsi in tutto il mondo. Il quadro che emerge è però quello di un processo un po’ confusionario, superficiale e che a volte porta anche a risultati apparentemente paradossali.

Come nel caso in cui una raccolta fondi dopo il recente terremoto in Indonesia era stata rimossa perché un gruppo promotore apparteneva a una delle liste di associazioni censurate dal social.  Analizzando uno scambio di mail il quotidiano è anche venuto a sapere che Facebook ha dato il via libera a post che inneggiavano ai talebani afghani, cosa prima proibita sul social, nel caso fosse riportato anche la loro decisione di arrivare a un cessate il fuoco. Altre circostanze particolari hanno invece interessato paesi come Pakistan e Myanmar.
Poca precisione
I documenti sono però poco accurati e non è raro che ci siano anche delle sviste, come la slide che descrive il comandante serbo bosniaco Ratko Mladic come ancora in fuga, mentre è stato arrestato nel 2011. Altro discorso riguarda invece la questione linguistica: le slide e le tabelle sono scritte per persone che parlano inglese e utilizzano poi Google Translate nei singoli paesi. Un elemento che aggiunge ancora maggior imprecisione al lavoro.  Interessante è poi il foglio Excel all’interno di cui sono elencate tutte le organizzazioni che non dovrebbero trovare spazio su Facebook, tra cui ne figurano molte di estrema destra. Anche qui, come fanno notare alcuni esperti, l’elenco è però lacunoso visto che si concentra molto su Stati Uniti e Regno Unito e meno su altri paesi come quelli dell’Est Europa
Il problema dei moderatori
A tutto questo si aggiunge il fatto che le linee guida, a volte poco chiare, devono essere adottate da moderatori che hanno poche decine di secondi per stabilire se un contenuto sia o meno lecito sulla piattaforma. Un lavoro troppo stressante per queste persone, tanto che spesso lo abbandonano dopo pochi mesi.  Ma delle difficili condizioni in cui operano i moderatori di Facebook se ne parla ormai da più di un anno con inchieste che avevano scoperchiato i dettagli di questo mondo. E nello scorso autunno una ex moderatrice aveva anche fatto causa al social proprio perché le era stata diagnosticata una sindrome post traumatica da stress in seguito ai mesi di lavoro.

WhatsApp, nei gruppi circolano foto e video pedopornografici

corriere.it
di Andrea Federica de Cesco

Lo hanno denunciato due ong israeliane. L'app, di proprietà di Facebook, negli ultimi dieci giorni ha bannato 130.000 account, ma la crittografia end-to-end rende complicato intervenire

WhatsApp, nei gruppi circolano foto e video pedopornografici

Video e foto di bambini sottoposti ad abusi sessuali circolano ogni giorno su WhatsApp e il servizio di messaggistica di proprietà di Facebook non sembra in grado di arginare il problema. L’allarme arriva dal Financial Times (paywall), informato della questione da due ong israeliane - Netivei Rishet e Screensaverz - che hanno iniziato a occuparsi della faccenda lo scorso agosto in seguito alla denuncia di un giovane uomo. Dopo un’analisi della situazione le due ong hanno avvisato Facebook dell’estrema facilità di individuare (per esempio, tramite specifiche app su Google Play) e unirsi a gruppi WhatsApp con fino a 256 membri dove vengono condivisi video e immagini di bambini a sfondo sessuale. Lo scopo di questi gruppi è già evidente da nomi come «cp» («child porn») o da fotografie esplicite usate come foto profilo. Già nel 2017 WhatsApp era stata al centro di un’indagine sull’abuso di minori condotta dalla polizia spagnola e ribattezzata «Operazione Tantalio», che aveva portato all’arresto di 38 persone in 15 Paesi.
WhatsApp come la Darknet
«È un disastro: un tempo si poteva trovare questo genere di materiale solo nella Darknet (quell’insieme di reti «oscure» provviste di contenuti non pubblici e non indicizzati dai motori di ricerca tradizionali e sulla quale si naviga in forma anonima, ndr), mentre ora si trova su WhatsApp», ha detto al Financial Times Yona Pressburger di Netivei Rishet. Il dilemma sta nella crittografia end-to-end, implementata da WhatsApp nel 2016: questo sistema assicura che solo le persone che stanno comunicando, e nessun altro, p0ssano leggere ciò che viene inviato, in modo tale da proteggerne la privacy, ma allo stesso tempo impedisce a WhatsApp stesso di intervenire in alcun modo. L’app di messaggistica, con 300 dipendenti di cui solo una minima parte dedicata al monitoraggio delle attività illegali (contro i 20.000 moderatori di contenuti di Facebook), nelle ultime due settimane ha bannato circa 130.000 account su una base di 1,5 miliardi.
Le proposte degli esperti
A detta degli esperti WhatsApp potrebbe disabilitare la crittografia nei gruppi più popolosi, così da monitorare il materiale che viene condiviso. Secondo Hany Farid, professore di informatica di Berkeley, l’azienda potrebbe inoltre implementare un sistema diverso e più debole di crittografia in modo tale da poter controllare le chat WhatsApp e individuare immagini di abuso di minori già catalogate nel sistema PhotoDNA, tecnologia di confronto delle immagini sviluppata da Microsoft Research su cui ha lavorato Farid stesso. WhatsApp ha risposto che «ha una politica di tolleranza zero per quanto riguarda l'abuso sessuale di bambini» e che «è attiva nel bannare account sospettati di condividere questi vili contenuti». Ma quando le ong che si sono occupate del caso hanno contattato un responsabile di Facebook in Israele si sono sentite rispondere che sarebbe stato meglio rivolgersi alla polizia.

Addio, Mr Overton: morto l’uomo (e il veterano della seconda guerra mondiale) più vecchio degli Stati Uniti

corriere.it
di Alessandro Fulloni

Si è spento a 112 anni il recordman di longevità negli Usa. Ma Richard Overton deteneva anche un altro primato: quello di essere il veterano di guerra più vecchio. Sopravvissuto a Pearl Harbour, Okinawa e Iwo Jima. Celebrato da Obama nel 2013

Barack Obama  mentre stringe la mano (alla Casa Bianca nel 2013)  a Richard Overton Barack Obama mentre stringe la mano (alla Casa Bianca nel 2013) a Richard Overton

Addio, Mr Overton. Ovvero addio all’uomo più vecchio — con i suoi 112 anni — degli Stati Uniti, ma soprattutto addio al veterano più anziano della Seconda guerra mondiale. La notizia della scomparsa — venerdì — di Richard Overton sta campeggiando in apertura in tutti i notiziari americani. Un soldato scampato al bombardamento di Pearl Harbour, sopravvissuto alle battaglie sanguinose, sul fronte del Pacifico, di Okinawa e di Iwo Jima. «Sono uscito da lì solo per grazie di Dio», raccontò all’ex presidente Barack Obama che lo ricevette alla Casa Bianca, facendone una specie di leggenda, nel 2013, durante una cerimonia prevista per la Giornata dedicata ai veterani. Richard si arruolò volontario nell’Esercito pochi giorni prima dello scoppio del conflitto. Servì in un reparto addetto alla costruzione di piste aeree, un’unità tutta composta da afroamericani che operò su varie isole del Pacifico dove le basi aeree venivano tirate su in mezzo alla jungla contendendo ogni metro di terreno alle truppe giapponesi che non volevano arretrare.
Ad Austin gli hanno dedicato una strada
Nato nel 1906, assai lucido nonostante l’età, in una recente intervista alla Cnn Overton aveva raccontato che non gli piaceva pensare o parlare della guerra, dicendo che «aveva dimenticato tutte quelle cose». Sposato due volte, senza figli, dopo il conflitto l’ex soldato aveva lavorato come commesso in un mobilificio per poi trovare un impiego al Dipartimento del Tesoro. Viveva ad Austin, in Texas, dove gli avevano persino dedicato una strada: la Richard Overton Avenue. Nel 2015, il veterano dei Guinness è stato protagonista di un documentario intitolato «Mr. Overton» girato da Rocky Conly e Matt Cooper il giorno del suo compleanno, una festa che coinvolgeva l’intero quartiere in cui abitava. Lucido, battuta pronta, rammaricato solo per il fatto che due anni prima aveva dovuto smettere di guidare, le immagini lo mostrano mentre si preparava tranquillamente un’abbondante colazione parlando di religione, di come Dio fosse «sempre stato importante nella mia vita». Poi un classico del repertorio Usa: la preparazione della zuppa Campbell, «la più buona di tutte», pasto accompagnato da un bicchiere di latte «che bevo ogni giorno» e soprattutto dal gelato, ogni sera. Un unico gusto, sempre lo stesso: Butter Pecan.
«Continuare a vivere, non morire»
Quanto al segreto della longevità la risposta è stata questa: «Continuare a vivere, non morire». Salvo poi ripensarci, aggiungendo: «i sigari, assieme a un bicchiere di Whiskey e Cola». «La chiamano la dieta Overton – aveva detto ridendo – perché ognuno mangia quello che vuole». Si era ammalato di polmonite poco prima di Natale. Dopo le cure era stato trasferito in un centro di riabilitazione dove sembrava essersi rimesso. Ma non è stato così e si è spento all’improvviso. Greg Abbott, governatore del Texas, lo ha ricordato come «un’icona americana e una leggenda del Texas».

Francesco va a messa con il cane guida e il parroco lo rimprovera: «Qui l’animale non può stare»

corriere.it
di Annalisa Grandi

La storia di Francesco Gnech, non vedente, che ha raccontato di quanto accaduto durante la Messa pochi giorni prima di Natale

Francesco va a messa con il cane guida e il parroco lo rimprovera: «Qui l’animale non può stare»

È andato in chiesa accompagnato dal suo cane guida. Ma il parroco gli ha spiegato che non dovrà farlo più, che l’animale «Disturba la funzione». È la storia raccontata su Facebook da Francesco Gnech e avvenuta a Sesto San Giovanni nella parrocchia di Santo Stefano.

Quello che è successo, lo spiega lo stesso Francesco, non vedente: «Domenica mattina, mi reco, accompagnato da Pepe, il mio cane guida, presso la Parrocchia di S.Stefano. Come abitualmente faccio, in questa come nelle altre Chiese dove mi capita di recarmi, mi fermo appena oltrepassato l’ingresso, per essere pronto ad uscire nel caso Pepe dovesse disturbare la funzione, cosa che può capitare in ragione di vari eventi quali grande affollamento o presenza, non infrequente, di bambini che corrono quà e là inseguiti dai genitori». Francesco si avvicina all’altare solo per fare la comunione, a quel punto però il cane un po’ si agita e abbaia «strettamente trattenuto vicino alle mia gambe» scrive l’uomo.

Alla fine della funzione però, il prete lo trattiene e gli chiede di parlargli. «Senti, il cane qui dentro non va per niente bene - gli avrebbe detto il parroco - Sesto San Giovanni | prete rifiuta cane guida di un cieco in chiesa. Un conto se stesse tranquillo ma, se disturba la funzione non puoi portarlo dentro. Sai, gli anziani si spaventano. Devi lasciarlo fuori! Qualcuno ti accompagnerà dentro ma lui deve stare fuori» dice il sacerdote a Francesco. Per poi aggiungere: «Ho il dovere di tutelare le persone che vengono a Messa, il cane qui non può stare». Ed è allora che Francesco decide di raccontare la sua storia sulla pagina Facebook «Sesto Segnalazioni».

Il parroco è poi stato interpellato da «Milano Today» e ha spiegato che il cane si sarebbe messo ad abbaiare, spaventando le persone. Per poi aggiungere di non aver mai chiesto di lasciare l’animale fuori, ma di non portarlo al centro della navata. «La mia proposta - ha aggiunto - è che avremmo potuto portare noi l’eucarestia al signore o che il cane sarebbe potuto rimanere in fondo alla chiesa».

«L’operazione Budapest» e il Raffello rubato a Budapest dalla banda di Reggio Emilia: di nuovo in carcere il rapinatore italiano di 73 anni

corriere.it
di Alessandro Fulloni

Finisce di nuovo in carcere. per una rapina, Ivano Scianti, 73 anni. A modo suo è stato una leggenda della malavita emiliana. Nel 1983 organizzò a Budapest il «colpo del secolo» trafugando sette tele italiane dal Museo di arte moderna

La« Madonna Esterházy» dipinta da Raffaello La« Madonna Esterházy» dipinta da Raffaello

Di nuovo in gattabuia per una roba — vista dal suo punto di vista — da niente: ovvero per scontare una pena definitiva di un anno e sei mesi per una rapina commessa nel 2010, in un ufficio postale a Sant’Ilario Enza, provincia di Reggio Emilia. Eppure Ivano Scianti, 73 anni, è una «leggenda» — definiamolo così quest’uomo dall’elenco dei precedenti penali piuttosto corposo — della malavita della Bassa emiliana. Nel curriculum ha anche una storia pazzesca, una specie di mancato «furto del secolo» dove sono mescolate tinte da spy story «oltrecortina», noir alla Scerbanenco e anche una love story tra il malavitoso italiano e una sedicenne ungherese. La moviola del tempo scorre all’indietro. E si arresta in quella notte tra sabato 5 e domenica 6 novembre del 1983, in cui tutto sembrava predisporsi per la realizzazione, appunto, di quel «colpo dei colpi» in Ungheria.
Raffaello, Giorgione, Tintoretto e Tiepolo
Siamo a Budapest, piazza degli Eroi (quella che nel 1989 ospitò mezzo milione di persone per i funerali di Imre Nagy), malamente illuminata. Qui, sul lato occidentale, svetta il Szepmuveszeti Muzeum, museo d’arte moderna: pochi lo sanno, ma le sue stanze ospitano ancora oggi una ricca collezione di opere italiane sopravvissute alle razzìe naziste della guerra. Primeggiano due dipinti di Raffaello, la «Madonna Esterházy» e un «Ritratto di giovane», poi altre opere attribuite a Giorgione, Tintoretto e a Giambattista e Giandomenico Tiepolo.

Tesori protetti solo un rudimentale sistema d’allarme di cui si erano assai interessati alcuni italiani: appunto Ivano Scianti, il suo factotum Graziano Iori, l’amico Giacomo Morini e vecchi compari come Carmine Palese (vetraio di Avellino, «abile nello staccare le tele dalle cornici senza danneggiarle» come avrebbero in seguito affermato i gendarmi greci) e Giordano Incerti. Che studiarono un accurato piano per portarsi via i quadri, adocchiando un’impalcatura montata da mesi (per lavori a rilento) sul retro che fece da comoda scala per il raid: il gruppettò entrò senza incontrare difficoltà portandosi via le opere, caricate — una volta scesi in piazza — per non dare nell’occhio su alcune Trabant, le leggendarie utilitarie prodotte nella Germania Est su cui si spostavano tante famiglie dall’altra parte del Blocco.
La sedicenne ungherese
La domenica successiva il museo rimase chiuso — è il resoconto accurato che del furto fece tempo fa il Corriere della Sera, a firma Roberta Scorranese — e così le autorità se ne accorsero solo a tarda sera. Ma la polizia ungherese, indagando nel milieu della capitale magiara, risalì subito a una ragazza di Budapest che si era allontanata da casa per qualche giorno. Si chiamava Katalin Jonas, parlava italiano e forse, appunto, copriva i tre italiani che aveva conosciuto in un night. Si era innamorata? Sì, di Scianti, che verrà poi rintracciato nella zona di Reggio Emilia, insieme a Iori e a Giacomo Morini, un altro dei coinvolti. Fu un’indagine imponente — coordinata dall’Interpol — che vide i nostri carabinieri collaborare in maniera decisiva con gli investigatori ungheresi, greci e jugoslavi.

Il rientro in Italia dei ladri fu ricostruito minuziosamente dagli inquirenti: venne individuato il misterioso passaggio di una Fiat Ritmo rossa alla frontiera jugoslava, pista che portò gli investigatori in Grecia, sulle tracce di un magnate dell’olio, Efthimios Moskachlaidis, l’uomo che, si scoprì poi, commissionò il colpo. Acciuffati in Italia, Scianti e Iori si rivelarono veri «duri» e non parlarono. A confessare fu il solo Morini — forse anche «preoccupato» per l’idea di essere consegnato alla polizia ungherese — e tanto bastò per le condanne. Moderatamente lievi per gli italiani — tra uno e quattro anni — e assai più pesanti per i tre ungheresi che collaborarono al furto e che nel loro Paese dovettero scontare pene tra i sette e i dodici anni. La sedicenne che con le sue rivelazioni fu forse decisiva per l’indagine se la cavò con sei mesi e la condizionale. Se la cavò con poco, infine, il ricco Moskachlaidis: sei mesi.
la «Madonna Esterházy»
E la« Madonna Esterházy»? Dopo un’altra incredibile serie di coincidenze, intrecci e brillanti intuizioni di carabinieri e dei poliziotti ungheresi, la delicata tavoletta venne rinvenuta dietro un cespuglio nel giardino del monastero di Panagia Trypiti, presso Corinto, insieme alle altre sei opere trafugate a Budapest. Opere finite lì chissà come. Solo l’impegno dei restauratori ungheresi riuscì a rimediare a quella orribile fenditura con cui il furto rocambolesco l’aveva deturpata. Scianti successivamente riprese con le sole cose che sapeva fare: furti e rapine. Commesse anche in tempi recenti, assoldando una nuova banda. Poi di nuovo in carcere. Ma chissà se per l’ultima volta.

La pagina Fb “Risveglio islamico” continua a predicare l’odio

ilgiornale.it
Giovanni Giacalone

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La pagina Facebook “Risveglio islamico”, nota per i suoi contenuti radicali e seguita anche da Mohsin Omar Ibrahim “Anass Khalil”, il somalo arrestato a Bari con l’accusa di voler far saltare in aria la Basilica di San Pietro, continua la propria attività online nonostante i suoi contenuti di odio inneggianti alle bandiere nere del jihad e contro i “miscredenti”. Un primo elemento che emerge subito analizzando la pagina è il costante riferimento ad Anwar al-Awlaki, imam statunitense-yemenita ed elemento di spicco di Al-Qaeda nella Penisola Arabica, ucciso il 30 settembre 2011 in un’operazione condotta dal Comando congiunto delle Operazioni Speciali sotto la supervisione della Cia.

I suoi scritto influenzano ancora oggi il jihadismo a livello internazionale. Un altro interessante riferimento è quello a Sayyid Qutb, uno dei massimi esponenti e ideologi dei Fratelli Musulmani, sostenitore del jihad e della violenza per instaurare la Sharia, veniva condannato a morte da un tribunale egiziano e giustiziato il 29 agosto 1966.  La pagina Facebook “Risveglio islamico” ne offre una visione di martire con tanto di commento di Abdullah Azzam, uno dei padri pensatori dell’estremismo islamista al quale si ispirarono sia Osama Bin Laden che Ayman al-Zawahiri.

Tra gli argomenti più in voga della pagina c’è poi quello relativo al Natale, con titoli come “tra paganesimo e satanismo”, “la festività dei kuffar” (i miscredenti), il peccato dell’augurare buon Natale e dell’imitare i popoli che lo festeggiano (pena, diventare uno di “loro”).  Curioso come in un post venga chiaramente indicato come lecito accettare regali dai “miscredenti” durante il Natale, ma non sia permesso farne o persino fare gli auguri: “*NOTA: E’ lecito accettare regali durante le loro festivita’ ma non e’ lecito fare regali durante le loro festivita’”. Risulta d’interesse anche l’accanimento nei confronti di sufi e sciiti, i primi definiti “inganni del diavolo” e “devianti” mentre i secondi “non-musulmani” e con tanto di post “smash the shia” (schiaccia gli sciiti).

Immancabili poi le bandiere nere e bianche del jihad con tanto di Shahada (testimonianza di fede), le foto di guerrieri islamici a cavallo e gli attacchi nei confronti dei “tiranni” con riferimenti a bandiere siriane e degli Emirati, ai miscredenti (e ai loro collaboratori, ritratti come agenti segreti), incitamenti alla distruzione delle statue e degli “idoli” e contro la musica e il voto democratico definito come “shirk” (associare all’unico vero Dio una pletora più o meno vasta di altre divinità).Nel complesso è interessante come il somalo arrestato a Bari fosse orientato contro le chiese in periodo natalizio e seguisse una pagina Facebook che inneggia costantemente contro miscredenti e Natale.

Un altro aspetto da evidenziare è come una pagina del genere non sia ancora stata oscurata da Facebook quando altri contenuti sono stati bloccati per molto meno. Bisogna inoltre riconoscere il buon italiano utilizzato nella pagina, fatto che deve far riflettere su chi possa esservi dietro.

Battisti, i servizi brasiliani: l'Italia non ha mosso gli 007

ilgiornale.it
Paolo Manzo

L'informativa dell'Abin accusa Roma: mai contattati per monitorarlo a Cananéia. Si sono fidati della polizia



A puntare il dito contro l'Italia sono adesso alcuni tra i più importanti esponenti dell'Abin, i servizi segreti verde-oro che in un'informativa riservata accusano il nostro Paese di non essere mai entrato in contatto con loro per chiedere per tempo di monitorare Cesare Battisti, quando ancora viveva tranquillo a Cananéia sul litorale di San Paolo, prima della fuga. Insomma secondo il loro j'accuse, le autorità italiane si sarebbero affidate esclusivamente alla polizia federale brasiliana. Nessun summit tra 007 e scambi di informazioni di intelligence. I brasiliani dicono addirittura di non avere più da tempo alcun riferimento in Brasile che rappresenti i nostri servizi.

Accuse gravissime che fonti della Farnesina rimandando al mittente sottolineando come sul caso Brasile ormai si stia dicendo qualsiasi cosa. A partire dal direttore della polizia federale Rogério Galloro che in una conferenza stampa venerdì scorso ha pomposamente dichiarato che ben 32 operazioni sono state condotte per trovare il terrorista dei Pac, i proletari armati per il Comunismo, che tanto lavoro sta dando proprio mentre il Brasile entra nel pieno delle sue vacanze estive. Peccato però che dell'ex rapinatore di Cisterna di Latina non ci sia traccia. Una latitanza che con il passare dei giorni confermerebbe l'ipotesi iniziale di una fuga fuori dal Brasile, in paesi come la Bolivia.

La polizia federale però, forse per non ammettere la figuraccia che un Paese intero ha fatto nella gestione di un caso così scottante, continua a dire di avere delle «piste» e di essere fiduciosa che prima o poi sarà arrestato. «Penso che lo troveremo - ha dichiarato Galloro - non so se nel nostro territorio ma lo si troverà in virtù della cooperazione che esiste tra le forze brasiliane e quelle internazionali». Galloro, come per mettere le mani avanti, ha poi sottolineato durante la conferenza stampa che la polizia federale non stava monitorando Battisti perché in questi mesi non c'era nessun mandato contro di lui.

«Lo abbiamo già arrestato tre volte in Brasile e tutte e tre le volte è stato liberato - ha dichiarato - quando è stato spiccato il quarto mandato di arresto era un uomo libero e prima non potevamo sprecare forze e risorse per qualcuno che davanti alla nostra legge si trovava in Brasile in modo legale». Per poi aggiungere che «se consideriamo la nostra storia recente, nel 2015 abbiamo battuto il record di arresti di latitanti e abbiamo poi mantenuto il numero alto». Dubitiamo però che Battisti garantirà di mantenere alta la media.

Il suo avvocato Igor Tomasaukas ci ha ripetuto di non avere più sue notizie e ironicamente ha chiuso dicendo che «se il compito dei giornalisti è quello di rompere le palle, quello degli avvocati è di raccontarle». Una chiosa in piena sintonia con tutto il caso dove protagonista è sempre lui, il funambolico Cesare che come un personaggio dei suoi gialli, pur di non farsi neanche un giorno di carcere - la sua pena se fosse oggi estradato in Italia sarebbe fortemente ridotta con i vari benefici - preferisce da tempo indossare i poco comodi panni del fuggitivo maledetto. E cosa di meglio dell'America Latina, continente Far west meta da sempre di tutti gli uomini in fuga, terra di frontiera dove tutto è possibile, anche l'impossibile?

I suoi due ergastoli in contumacia rimangono però sempre lì a scrutarlo imperturbabili dall'altra parte dell'oceano, qualsiasi siano i suoi movimenti. Lui che in Brasile è considerato da molti un attivista e non un terrorista, gli stessi che senza conoscere bene la storia affermano su riviste e in tv che sì l'Italia di quegli anni era una dittatura non una democrazia. In questo revisionismo al contrario alla fine almeno per il momento il vincitore rimane comunque lui. In poche settimane ha messo in scacco diplomazie, polizie e intelligence di due Paesi da sempre amici. La partita per il momento è finita ma il gioco no. Continuerà sicuramente altrove, sostituendo alle spiagge del Brasile le montagne chissà della Bolivia, lo spagnolo al portoghese, Morales a Bolsonaro. Si conclude un capitolo, dunque, ma il romanzo è ancora tutto da scrivere.

Quella profezia di Ratzinger sulla scomparsa dell’Europa

ilgiornait
Francesco Boezi

© Michele Ricci/ Lapresse
26-03-2005 Città del Vaticano
Interni Vaticano
Sabato Santo - Celebrazione della Veglia Pasquale
Sua Eminenza Cardinale Joseph Ratzinger celebra la messa della Veglia Pasquale.

Joseph Ratzinger aveva previsto la fine della civiltà occidentale. Almeno per come l’abbiamo conosciuta.  Lo stesso “tramonto” di cui ha scritto Oswald Spengler, ma secondo una chiave squisitamente teologico – filosofica. Una curva discendente – aveva pronosticato l’allora “mite professore” di Tubinga – che avrebbe interessato pure la Chiesa cattolica, che non sarebbe stata più così potente, per numero di fedeli e peso specifico, come un tempo.

La “profezia”, come viene chiamata oggi, risale al 1969. Il teologo tedesco non poteva conoscere il suo destino da papa, figurarsi quello da emerito. A conti fatti, possiamo dire che Benedetto XVI non aveva alcuna intenzione di occupare le “stanze del potere” in Vaticano. Il suo principale interesse di pontefice è stato quello di traghettare la Cristologia  al di là di questa fase storica, scongiurando il rischio che venisse deformata dal relativismo. Ratzinger si è rinchiuso in un’altra stanza, quella “dei libri”, e ha soprattutto scritto.


Il perché è riconducibile a quanto aveva previsto durante gli anni della contestazione: “Siamo dentro una profonda crisi della Chiesa – aveva scandito parlando attraverso un canale radiofonico tedesco  – . Una Chiesa che, per via di questa crisi, sarebbe stata destinata a diventare “sempre più piccola” tanto da “dover ripartire dagli inizi”. E ancora: “Non le serviranno più molti degli edifici eretti dalla fede del passato e il numero dei suoi fedeli diminuirà…Gli uomini – aveva concluso – vivranno in un mondo totalmente programmato in una solitudine indicibile”.

Difficile,oggi, non riscontrare elementi d’attualità in queste poche righe. Altrettanto complicato non evidenziare l’assoluta continuità tra questa riflessione e l’operato di papa Benedetto XVI. La Chiesa cattolica del futuro, secondo la visione di Ratzinger, sarebbe divenuta un’istituzione ridotta ai minimi ranghi. Un’enclave costretta a ripartire dalle origini perché ormai priva della capacità di attrarre un mondo sempre più secolarizzato. Semplificando, potremmo asserire che il cristianesimo profetizzato da Ratzinger avrebbe costituito una confessione per pochi, ma connotata dai caratteri della veridicità e della coerenza.

Le statistiche continuano a far registrare cali di partecipazione alla vita ecclesiastica nell’emisfero occidentale. L’Europa – segnala una frangia allarmata, composta soprattutto da pensatori conservatori – rischia la “desertificazione religiosa”. Rod Dreher, che abbiamo avuto modo d’intervistare nel corso di quest’anno, ha indicato una possibile soluzione: ricostruire tutto, partendo dalle comunità benedettine e dalla regula dell’ordine fondato dal Santo di Norcia. L’intellettuale americano ritiene sostanzialmente inutile l’incontro troppo ravvicinato con il mondo.

I cristiani, sostiene, devono rassegnarsi a rappresentare una “minoranza creativa”. La medesima “visione” avuta da Benedetto XVI alla fine degli anni 60′. Il senso, in sintesi, è questo: essere dei cristiani contemporanei significa nuotare controcorrente, mentre sposare la causa della modernità vuol dire abiurare il Credo. Il ritiro strategico di Dreher, non a caso, si chiama “Opzione Benedetto”.

Tenendo presente la passione di Benedetto XVI per Sant’Agostino, si potrebbe concludere che Ratzinger, dall’interno del Mater Ecclesiae, continuerà comunque a dirsi convinto della futuribilità del disegno divino, che prescinde dalla Chiesa e non può dipendere dalle azioni degli uomini. Facciano quest’ultimi parte dell’istituzione ecclesiastica o no.