Evoluzione a Sinistra

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giovedì 27 dicembre 2018

'Hakuna Matata', una petizione contro la Disney che lo registrò come un marchio

repubblica.it

Lanciata in rete da un attivista dello Zimbabwe, ha già raccolto più di 50mila firme. Ma non tutti in Africa sono d'accordo

'Hakuna Matata', una petizione contro la Disney che lo registrò come un marchio

È stata lanciata una petizione online per spingere la Disney a rinunciare al suo marchio registrato sulla frase Hakuna matata che in swahili significa più o meno "stai tranquillo" e "non c'è problema". Nota per essere diventata il titolo di una canzone di successo nella colonna sonora del Re leone, film di animazione del 1994, hakuna matata è un'espressione molto usata nei paesi dell'Est e del Sud Africa. La casa cinematografica registrò il marchio lo stesso anno dell'uscita ma si è tornato a parlare della questione perché è in arrivo la versione live action dell'originale film d'animazione, anche questa targata Disney.

Creata dall'attivista dello Zimbabwe Shelton Mpala, la petizione ha ottenuto più di 50mila firme. "Ho voluto attirare l'attenzione sull'appropriazione della cultura africana" ha spiegato Mpala, "e sulla necessità di proteggere la nostra eredità, la nostra identità e la nostra cultura dallo sfruttamento a scopo economico da terze parti. Si tratta di una ricchezza culturale che viene depredata e che fa arricchire musei e aziende e non i reali creatori o la gente dai quali essi derivano".

Non tutti in Africa sono d'accordo con l'attivista dello Zimbabwe. Un avvocato keniano che si occupa di proprietà intellettuale, Liz Lenjo, sostiene che "la Disney non ha rubato nulla e perciò tanta indignazione è fuori luogo. Ci si dovrebbe scandalizzare invece per come i social media riescano a soffiare sul fuoco in modo del tutto sproporzionato. Del resto chi parla swahili in Africa o nel mondo può continuare a usare la frase quanto e come vuole".

Il cacciatore di targhe, catalogate 1.156 insegne marmoree: «La memoria è un valore da non perdere»

corriere.it
di Elisabetta Andreis

Custode della memoria, Edoardo De Carli, ex professore in pensione, fotografa le targhe e le archivia. Quando una scompare si appella al Comune

Il cacciatore di targhe, catalogate 1.156 insegne marmoree: «La memoria è un valore da non perdere»

Edoardo De Carli, ex professore in pensione, cammina guardando in alto: è il suo vezzo, la sua mania. Milano ha un custode delle targhe commemorative appese ai muri, e neanche se ne accorge. «La memoria storica è un valore da non perdere. Ho catalogato 1.156 insegne marmoree, in tutti i quartieri. Quando le vedo le fotografo e le inserisco con tanto di epigrafe nel mio sito chieracostui.com», spiega il docente. Quasi nessuno le legge, eppure sono sopra le nostre teste. «Non interessa la vita di chi ci ha preceduto?

In città — dedita De Carli —, di targhe commemorative, ce ne sono 1.193. Significa che devo stanare le altre 37 ...». Tutto iniziò una mattina in classe, al liceo classico Beccaria. «Scoperchiai d’un tratto l’ignoranza crassa dei ragazzi. Non conoscevano il territorio. Non sapevano neanche che quella in piazza Cordusio era la statua di Giuseppe Parini — inorridisce ancora al ricordo —. Lanciai un concorso scolastico provocatorio, alla ricerca delle targhe “perdute”. Gli studenti ci presero gusto per una settimana, io continuo anche oggi a distanza di anni», ride sotto i baffi che con il tempo sono ingrigiti solo un po’.

Il professore — gli alunni lo ricordano bene — era uno che a scuola non faceva le classiche interrogazioni, ma domande sparse a tutti, durante ogni lezione. Alla fine del trimestre non avevi idea del voto che avresti avuto in pagella. Anche l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno è stato tra i sui alunni e, proprio a Del Corno, il prof scrive adesso, a ruoli capovolti, quando qualche targa «scompare» e lui — gendarme attentissimo — registra il vuoto sul muro. L’ultima lettera è della settimana scorsa: «Gentile assessore, nel 2016 fotografai in

via Bramante 49 il ricordo di Umberto Ceva, “cospiratore antifascista, che muoveva verso il carcere e la morte sulle vie del sacrificio eroicamente additando agli oppressori e ai dimentichi la libertà”. Ebbene, l’area che una volta era occupata dal Deposito Bulk è stata demolita. Ho fatto una ricognizione, all’hotel e al ristorante sorti sul luogo nessuno sa che fine ha fatto la targa. Ne abbiamo perdute già troppe — prosegue —. Castellino da Castello l’ha fatto fuori la guerra; Ugo Foscolo lo ha sloggiato Armani da via Sant’Andrea; Francesco Predabissi, meritorio sostenitore ottocentesco delle colf, è sparito quando hanno restaurato Santo Stefano... Vogliamo perderci anche Umberto Ceva, uno che preferì darsi la morte piuttosto che fare la spia sotto tortura?».

Leggendo il sito internet del professore, si fanno scoperte: Filippo Turati e Anna Kuliscioff stanno al numero 23 della Galleria Vittorio Emanuele, Ernest Hemingway in via Armorari, dove c’era l’ospedale della Croce rossa americana, il rivoluzionario Ho Chi Minh in via Pasubio, in una casa che il presidente della Repubblica del Vietnam frequentava negli anni 30. Con il pensionato hanno iniziato a collaborare nel tempo persone da tutta Italia, per le targhe non milanesi. «Ogni settimana ricevo una cinquantina di foto». Così l’archivio digitale è arrivato ad un totale impressionante, 27 mila. Del Corno sorride: «Le targhe sono importanti ma ho l’impressione che la memoria sempre più viaggerà su piattaforme digitali — dice l’assessore .

Scommetto che persino i musei, nel lungo termine, avranno sorta di bar-code di fianco ai quadri, per “raggiungere” didascalie virtuali tramite app...». Eppure, lo stesso Del Corno non tarda a entusiasmarsi al pensiero di una targa: «Sono affezionato a quella del compositore Bruno Bettinelli. Generazioni di musicisti facevano lezione da lui, nella casa di via Compagnoni civico 7».

Zineb El Rhazoui: «L’Islam deve sottomettersi alla legge». E la giornalista viene minacciata di morte

corriere.it
di Stefano Montefiori, corrispondente da Parigi

L’ex firma di Charlie Hebdo, 36 anni, è finita nel mirino degli islamisti per la seconda volta in meno di tre mesi: ha cercato di fare distinzione tra i musulmani e gli integralisti che sostengono la superiorità della sharia (la legge coranica) sulle leggi dello Stato

Zineb El Rhazoui: «L’Islam deve sottomettersi alla legge». E la giornalista viene minacciata di morte

A quasi quattro anni dall’attentato a Charlie Hebdo, una ex collaboratrice del settimanale francese, la giornalista franco-marocchina Zineb El Rhazoui, è vittima di una nuova campagna di odio per avere osato affermare che «l’Islam deve sottomettersi alla critica». Zineb El Rhazoui ha pronunciato quelle parole nel corso di un’intervista al canale di informazione CNews venerdì 17 dicembre. La 36enne giornalista ha cercato di fare la distinzione tra i musulmani e gli integralisti islamici che sostengono la superiorità della sharia (la legge coranica) sulle leggi dello Stato, ricordando ai secondi che sono le religioni a doversi adattare alle norme della Repubblica e non il contrario.
L’odio
Ancora sotto scorta dopo essere scampata per caso alla strage del 7 gennaio 2015, la donna ha subito una nuova campagna di odio sui social media, con appelli a ucciderla o a violentarla. Qualche giorno dopo, mercoledì 19 dicembre, El Rhazoui è tornata in tv per annunciare di avere presentato denuncia e per ripetere le sue convinzioni: «Non è la prima volta che sono vittima di una campagna d’odio e anche di fatwa (editti religiosi) che reclamano la mia testa, e tutto per delle frasi di buon senso, come quelle che ho pronunciato venerdì scorso e che mi provocano adesso minacce di morte e di stupro. Ripeto quel che penso: l’islam deve sottomettersi alle leggi della Repubblica, all’umorismo, alla ragione, alla critica, come tutte le altre religioni».

Cagliari e la statua dedicata a Gigi Riva. «La merita da vivo»

corriere.it
di Elvira Serra

Le regole lo vietano. Salvini: giusto, facciamola. La statua sarà alta tre metri e sessanta, il doppio del naturale, e riprenderà il calciatore nel famoso tiro mancino. Lui: «Io non vado matto per queste cose... Però, se si farà, sarà una cosa molto bella».

Cagliari e la statua dedicata a Gigi Riva. «La merita da vivo»

Non poteva ricevere prova d’affetto più grande. Non soltanto dai sardi, la famiglia che ha scelto nel 1963 orfano di entrambi i genitori, quella che ha amato incondizionatamente (ricambiato), rifiutando perfino le lusinghe della Juventus che offrì un miliardo di vecchie lire all’allora presidente del Cagliari Andrea Arrica: pur di rimanere in Sardegna era pronto a smettere di giocare a calcio.
I record
Gigi Riva, «Rombo di Tuono», record imbattuto di reti nella Nazionale (35 in quarantadue partite), l’attaccante formidabile che nel 1970 ha regalato l’unico scudetto ai sardi in un campionato di cui si ricorda ancora il siluro sinistro ai danni del Milan trasformato in gol a 130 chilometri orari, potrebbe essere il primo italiano al quale verrà dedicata una statua da vivo, come chiedeva da mesi un comitato di cagliaritani. In deroga alla legge 1188 del 1927, articolo 3 («Nessun monumento, lapide o altro ricordo permanente può essere dedicato in luogo pubblico o aperto al pubblico, a persone che non siano decedute da almeno dieci anni»), ieri il ministro dell’Interno Matteo Salvini interpellato dal Corriere ha detto che si impegnerà personalmente per vederla realizzata:

«Un campione come Gigi Riva, simbolo di un calcio romantico che ci manca, merita senza dubbio una statua. L’idea del comitato è ragionevole e non divisiva: farò di tutto per vederla realizzata, ma escludo che un omaggio a Riva possa essere prigioniero di vincoli burocratici. Auspico che l’opera possa essere realizzata in tempi rapidissimi e senza inutili complicazioni».
L’iniziativa
L’iniziativa «Una statua per Gigi Riva» era stata lanciata qualche mese fa da Pietro Porcella, insegnante cagliaritano residente in Florida, presidente del comitato di cui fanno parte anche Nicola, primogenito del bomber nato a Leggiuno, e Adriano Reginato, il portiere del Cagliari oggi 81enne con il quale «Rombo di Tuono» cominciò la carriera. La statua, per la quale è partita una raccolta fondi sul sito gofundme.com, sarà alta tre metri e sessanta, il doppio del naturale, e riprenderà il calciatore nel famoso tiro mancino, il suo marchio di fabbrica. È anche già stato scelto il luogo dove erigerla: il Lungomare Sant’Elia, davanti al Lazzaretto.
La lettera
«È un omaggio non solo allo sportivo, ma all’uomo, coraggioso, leale e schivo e per questo amato e rispettato in tutto il territorio nazionale», c’è scritto nella lettera consegnata brevi manu al vicepremier dalla deputata grillina Emanuela Corda, nata quattro anni dopo che i rossoblù avevano conquistato all’Amsicora il primo (e unico) scudetto sotto la guida di Manlio Scopigno. Ci racconta: «Sono una tifosa del Cagliari, oltre a essere nata in questa città. Ho dato la lettera a Salvini in aula un mese fa, ma era da tempo che mandavo email per porre la questione. È un’idea condivisa con la famiglia di Gigi Riva ed è una bella cosa, perché lui rappresenta un patrimonio per noi sardi in Italia e nel mondo. Ci ha dato tanto, non solo dal punto di vista sportivo, ma anche per la sua testimonianza di valori etici e umani».
Lui: «Una cosa molto bella»
Il diretto interessato, restio per carattere a qualunque celebrazione (ma felice per ogni manifestazione di affetto e di interesse nei suoi confronti), accoglie la notizia sul divano, davanti alla tv. Al telefono, un po’ emozionato, risponde: «Io non vado matto per queste cose, non mi piacciono molto... Però, se si farà, sarà una cosa molto bella, mi piace anche il luogo che è stato scelto. Non me l’aspettavo, ma è la prova che le persone mi vogliono bene e non si sono dimenticate di me».

Un certo Pelé detiene il record di statue nel suo Paese, il Brasile: nel 2014 erano già sei. Ma lì nessuna legge le vietava.

Fatture, no alla banca dati: la Privacy ferma il Fisco

repubblica.it
di ROSARIA AMATO

L’Agenzia delle Entrate potrà archiviare i documenti elettronici solo su richiesta

Fatture, no alla banca dati: la Privacy ferma il Fisco
Ansa



L’Agenzia delle Entrate dovrà limitarsi a memorizzare solo i dati fiscali necessari per i controlli automatizzati: sono stati accolti i rilievi del Garante della Privacy sulla fatturazione elettronica obbligatoria, che entra in vigore dal primo gennaio 2019. Mentre al momento restano ancora inascoltate le sollecitazioni dei professionisti e delle associazioni di categoria, che avevano chiesto invece un’introduzione graduale del nuovo sistema di fatturazione. Il decreto fiscale ha disposto che per i primi sei mesi del prossimo anno non vengano adottate sanzioni nei confronti degli inadempienti (il periodo si allunga al 30 settembre per i contribuenti mensili), una concessione ritenuta però inadeguata a fronte del forte impegno richiesto a imprenditori e professionisti.

«La non applicazione delle sanzioni non esime dall’adempimento, allunga solo un po’ i tempi. - osserva Maurizio Grosso, consigliere delegato all’innovazione dell’Ordine dei commercialisti e degli esperti contabili - È solo un palliativo, che non ci eviterà il caos. Si tratta di un adempimento non trascurabile, era normale aspettarsi un margine di tempo superiore. Anche perché è vero che gli italiani si muovono all’ultimo minuto, ma l’esperienza dimostra che non vale la pena di attrezzarsi in anticipo, perché poi le norme cambiano in corso d’opera. Tanto che i medici che si erano attrezzati per tempo non sono invece più tenuti alla fatturazione elettronica».

L’esclusione dei medici fa parte delle modifiche apportate alla normativa in seguito ai rilievi del Garante della Privacy. Il Garante chiede tuttavia ulteriori sforzi «per implementare la cifratura dei dati»: la fattura elettronica non deve diventare l’occasione per costruire grandi banche dati che «contengono di per sé informazioni di dettaglio, anche non rilevanti a fini fiscali, sui beni e servizi acquistati, come le abitudini e le tipologie di consumo, legate alla fornitura di servizi energetici, di telecomunicazione o trasporto». Gli imprenditori sperano ancora che vengano accolte le loro richieste: «Nell’incontro di martedì scorso al ministero Di Maio ci ha confermato il suo impegno perché le sanzioni vengano sospese almeno per un anno. - dice Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti -

Ci stiamo preparando a una partenza in chiaroscuro, che inciderà fortemente sui costi delle aziende: noi calcoliamo un costo di mercato minimo di 40 centesimi a fattura. E quindi nel complesso, per tutti gli imprenditori e i professionisti, l’aggravio dei costi sarà tra i 400 e i 600 milioni. Noi non siamo contro l’innovazione, concordiamo sul fatto che in prospettiva la fatturazione elettronica porti a un recupero dell’evasione, ma nella prima fase peserà molto soprattutto sulle imprese non strutturate».

Il recupero dell’evasione già stimato per il 2019 dalla legge di Bilancio è di due miliardi: una prospettiva che però sembra ottimistica a fronte dei forti problemi che si registreranno nei primi tempi di applicazione del nuovo sistema. Almeno un anno di moratoria è il tempo richiesto anche dalla Fondazione Consulenti del lavoro, spiega il presidente Rosario De Luca: «Noi siamo stati riconosciuti dal Politecnico di Milano come la professione più incline all’innovazione.

Però non si può non tenere conto di tutte le aziende che non possono usufruire della banda larga, e delle piccolissime imprese dove lavorano solo l’imprenditore con pochi collaboratori». Più ottimista il presidente di Confcooperative e Alleanza Cooperative Maurizio Gardini: «È uno strumento che cambia radicalmente, ma in meglio, il rapporto degli operatori economici tra di loro e con lo Stato. In futuro raccoglieremo i frutti di questo sforzo, sia in termini di semplificazione, sia sotto il profilo del contrasto all’evasione».

Il delirio dell'ex di Prima Linea "Chi non sta con Battisti è m..."

ilgiornale.it
Bartolo Dall'Orto

La caccia a Cesare Battisti non è finita. L'ex terrorista dei Pac adesso è nel mirino della polizia brasiliana. Ma l'ex Prima Linea lo difende



La caccia a Cesare Battisti non è finita. L'ex terrorista dei Pac adesso è nel mirino della polizia brasiliana e di fatto dopo la cattura potrebbe essere immediatamente estradato in Italia dove deve ancora scontare la sua pena.

Ma ad accendere ancora di più le polemiche sul suo caso è un post su Facebook dell'ex fondatore di Prima Linea, Enrico Galmozzi: "Il personaggio Cesare Battisti è stato costruito dalla stampa che non solo ne ha fatto un mostro sotto il profilo criminale ma ne ha costruito anche una immagine antipatica", ha scritto sui social.

Immediatamente si sono aperte le polemiche con la reazione anche dei familiari delle vittime che hanno puntato il dito contro chi difende proprio l'ex terrorista. Il post di Galmozzi poi parla in modo più esplicito della caccia all'uomo su Battisti e chiede all'opinione pubblica di schierarsi: "In questa forsennata caccia a Cesare da parte di tutte le forze di polizia brasiliane. Chiunque in questo duello fra una imponente macchina da guerra e un uomo solo in fuga non parteggi per l'uomo in fuga è una merda inside".

Potito Perruggini, nipote del brigadiere Giuseppe Ciotta ucciso da Battisti nel 1977, afferma: "Si parla sempre di ex terroristi, ma si dimentica sempre che le vittime restano vittime e non diventano mai ex. Queste persone -aggiunge Perruggini, che nel 2010 organizzò una mobilitazione via social per l'estradizione di Battisti- dovrebbero avere il buon gusto di tacere, senza continuare a calcare il palcoscenico. Vogliamo sperare che le istituzioni la smettano con la tolleranza del passato e cambino decisamente direzione. E che chi ha preso parte alla lotta armata parli soltanto quando avrà deciso di dare un contributo alla verità storica sui fatti di terrorismo".

Infine sempre Galmozzi parla della latitanza dell'ex terrorista dei Pac: "Ora -prosegue- a parte che un po' di anni di galera (sette) in giro per il mondo se li è fatti, anche in prigioni nelle quali coloro che ne parlano non resisterebbero una settimana, detto che sempre meglio latitanti che in galera, vi assicuro che i suoi 35 anni di latitanza non sono stati tutti rose e fiori...".

Caresanablot si conferma al primo posto in Italia per giocate pro capite alle slot

lastampa.it
roberto maggio

I numeri elaborati dal Gruppo Gedi. Il vice sindaco: “Dati drogati dalla presenza di una grande sala giochi frequentata da avventori di altre città”



Lo hanno già soprannominato «Caresanaslot». Caresanablot, paese di 1.100 abitanti alla periferia di Vercelli, detiene anche nel 2017 il record italiano di giocate pro capite alle videolottery, slot machine e lotterie istantanee. Ogni abitante spende in media 28.639 euro, per una spesa complessiva di 32,19 milioni di euro. I soldi vinti alle giocate ammontano invece a 26,79 milioni di euro. Anche nel 2016, sempre dall’elaborazione del Gruppo Gedi, la giocata pro capite in slot e videolottery a Caresanablot era la più alta d’Italia, 24.228 euro, circa 4.000 euro in meno rispetto all’anno passato.

Il motivo per cui questo paese sulla strada per Biella, dove si moltiplicano per lo più concessionarie d’auto e magazzini industriali, è il più «malato» di gioco d’azzardo, è chiaro: i numeri sono drogati dalla presenza di una enorme sala giochi sulla strada principale, che richiama migliaia di pendolari del gioco. La sala è in un crocevia di strade e tangenziali che portano facilmente verso l’autostrada, o verso altri grossi centri come Biella, Novara, Casale.

«Una spesa pro capite così alta - commenta il vice sindaco Angelo Santarella - non dev’essere collegata ad una popolazione di forti giocatori. Tant’è che se ci si avvicina alla sala slot, ci sono tante automobili targate Alessandria, Novara e altre province. Non si tratta di una clientela che arriva da Caresanablot: non ha senso, a mio avviso, collegare la spesa alta alle slot con il numero di residenti. Qui ci sono 14 concessionarie d’auto, e se facessimo una media, ogni abitante dovrebbe avere 35 automobili immatricolate».

Per combattere le ludopatie, il Comune - come spiega il vice sindaco - si è adeguato alla legge regionale sulle norme per la prevenzione ed il contrasto alla diffusione del gioco d’azzardo patologico. In particolare le disposizioni riguardanti la distanza degli apparecchi da luoghi sensibili come scuole, luoghi di culto, impianti sportivi.