Evoluzione a Sinistra

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lunedì 17 dicembre 2018

Battisti, la polizia brasiliana diffonde foto con 20 possibili travestimenti

corriere.it

L'ex terrorista, condannato per 4 omicidi, doveva essere estradato in Italia ma ha fatto perdere le su tracce. Secondo fonti interne, si troverebbe

Battisti, la  polizia brasiliana diffonde foto con 20 possibili travestimenti

Con il cappello, senza berretto, con la barba, con i baffi, o senza barba e baffi: sono tante le varianti dei travestimenti di Cesare Battisti, l'ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo, scomparso dalla sua casa di Caianeia, località della costa di San Paolo dove si era trasferito da tempo. La polizia federale brasiliana ha diffuso in serata 20 foto segnaletiche con la simulazione di altrettanti possibili travestimenti con cui l'italiano potrebbe tentare di sfuggire al mandato d'arresto del Supremo tribunale federale di Brasilia. La polizia ha invitato chiunque abbia informazioni su Battisti a contattare le autorità per telefono o mail, con «anonimato totalmente rispettato». Venerdì il presidente uscente, Michel Temer, ha firmato il decreto per l'estradizione in Italia di Battisti. «Secondo le ultime notizie si trova nello Stato di San Paolo», ha riferito una fonte.
La fuga
Uno degli amici italiani di Battisti ha raccontato a Globo.com di averlo accompagnato in macchina a San Paolo da dove avrebbe proseguito per Rio de Janeiro. Ma sulle possibili mosse successive è buio fitto. Magno de Carvalho, il dirigente sindacale che gli ha prestato la sua prima casa a Cananeia, si è limitato a raccontare alla stampa che l'ultima volta che l'ha sentito è stata la settimana scorsa, quando gli «ha detto che doveva andare a Rio, per parlare con l'editore del libro che sta scrivendo». E restano in attesa anche gli agenti italiani che si trovano già in Brasile per prendere in consegna l'ex terrorista, condannato all'ergastolo per quattro omicidi, e riportarlo in Italia. «Se, nelle prossime ore, mi arrivasse un invito per andare a prendere un aereo per riportare in Italia un terrorista che ha morti e morti sulla coscienza e che non deve starsene in spiaggia in Brasile ma in galera in Italia, io prenderei al volo», ha detto il ministro dell'Interno Matteo Salvini.

Cesare Battisti, una fuga lunga più di 30 anni
La latitanza
Battisti, condannato in contumacia nel 1993, era evaso dal carcere di Frosinone nel 1981. Fuggito prima in Francia, poi in Messico, poi di nuovo in Francia dal 1990, nel 2004 era arrivato in Brasile. Qui è stato arrestato nel 2007, ma nel 2009 ha ricevuto asilo politico e il 31 dicembre del 2010 l'allora presidente Lula, nell'ultimo giorno di mandato, ha bloccato l'estradizione. L'ultimo arresto risale all'ottobre del 2017 alla frontiera con la Bolivia, con l'accusa di violazione delle norme sulle valute straniere e riciclaggio di denaro. È stato rilasciato poco dopo.Venerdì la difesa dell'italiano ha anche depositato un ricorso contro l'arresto, spiegando ai microfoni di Rai Radio1 che è legato alla «precedente decisione dell'allora presidente Lula, 8 anni fa, di non concedere l'estradizione». Ma il neo presidente brasiliano, il politico d'estrema destra Bolsonaro, ha più volte promesso di riconsegnare Battisti all'Italia.

Il rabbino dei divi e la tela (segreta) con i Paesi del Golfo per Israele

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Marc Schneier, da Manhattan a Dubai

Il rabbino dei divi e la tela (segreta) con i Paesi del Golfo per Israele

Per festeggiare i cinquant’anni la quarta moglie gli ha regalato un leone. O almeno il privilegio di dare al re della foresta il suo nome — rabbino Marc — in cambio di una generosa donazione allo Zoo biblico di Gerusalemme per carne cruda a volontà. Da allora Marc Schneier si è sposato altre due volte e ha attraversato qualche controversia tirando dritto come alla parata musulmana dell’anno scorso a New York o quando ha deciso di cooperare con un’organizzazione islamica americana considerata vicina ad Hamas.

Schneier è cresciuto in una delle famiglie ebraiche più conosciute di Manhattan, fino a diventare uno dei 50 rabbini più influenti d’America secondo la rivista Newsweek e quello che i giornali chiamano «il rabbino dei divi». Scende dal pulpito per parlare con tutti: è consigliere spirituale di Russell Simmons — tra i padri dell’hip hop, cristiano, vegano e attivista contro l’islamofobia — e pure di Steven Spielberg, il regista di origine ebraica. Attraverso la sua Foundation for Ethnic Understanding, ha intessuto relazioni con le monarchie del Golfo da almeno dodici anni, molto prima che i timori comuni per l’espansionismo iraniano avvicinassero gli emiri del petrolio a Israele.

Da Tel Aviv passa spesso perché – dice – «da qui è più comodo volare in Giordania e da lì verso i sei Paesi arabi», dove è stato in visita anche tre settimane fa. I suoi viaggi creano quello spazio comune tra Israele e i regni sunniti che il premier Benjamin Netanyahu considera il futuro della regione. Ci crede anche il rabbino Schneier e si azzarda a pronosticare che l’anno prossimo «almeno una nazione del Golfo, forse due, avvierà le relazioni diplomatiche con questo Paese. C’è una corsa a essere il primo Stato a metterci la firma. Questa volta senza incatenare il gesto a un accordo con i palestinesi: è sufficiente veder ripartire il dialogo». Scommette sul Bahrain.

Nell’affanno geopolitico di mantenere l’Arabia Saudita al suo fianco — anche se per ora attraverso canali segreti — Netanyahu ha definito «orrenda» l’uccisione del giornalista e oppositore Jamal Khashoggi per poi aggiungere: «Ma la stabilità a Riad è fondamentale per la stabilità del mondo».

Un sostegno a Mohammed bin Salman che Daniel Shapiro, ex ambasciatore americano in Israele, giudica «un errore strategico». Schneier non entra nei labirinti di governo, spiega le motivazioni ascoltate nei palazzi del Golfo a costruire un’alleanza che sembrava impossibile. «La prima ragione è economica: agli emiri interessano le tecnologie israeliane. Secondo punto: far fronte comune contro gli ayatollah sciiti, considerati una minaccia esistenziale. Terzo: creare un legame ancora più stretto con Donald Trump. Così arriviamo al 4° elemento: una volontà di colmare la frattura tra le religioni».

Soprattutto verso l’ebraismo. «In Qatar mi hanno chiesto consigli su come accogliere i numerosi visitatori ebrei attesi per il Mondiale di calcio nel 2022». La nuova diplomazia del Medio Oriente entra anche nelle cucine degli alberghi a Doha dove gli chef stanno imparando a cucinare kosher, rispettando le regole dettate dai rabbini.

La ladra rom trasformata in vittima

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Ci sono delle notizie che finiscono per fare delle capriole senza senso e raccontare tutt’altra realtà. È accaduto, per esempio, in questi giorni a una fermata della metropolitana di Roma. Una ladra di etnia rom, come ce ne sono tante sui vagoni capitolini, ha provato a mettere le mani in tasca alla persona sbagliata. Sebbene fosse già stata fermata dai vigilantes, si è presa una scarica di botte da uno dei presenti ed è così diventata la bandiera degli anti razzisti che, in men che non si dica, l’hanno trasformata in vittima.

Non importa che la rom abbia usato una bimba piccola, tenuta in braccio, per avvicinarsi e derubare un malcapitato. Non importa che il tentato furto sia l’ultimo di un’infinita lista di colpi messi a segno nella metropolitana capitolina. Non importa nemmeno che, dopo essere stata fermata dai vigilantes e pestata dall’esagitato giustiziere, la ladra sia stata rimessa in libertà come se non fosse successo nulla di grave. Gli occhi di tutti si sono infatti concentrati sulla giustizia fai da te (per deprecarla ovviamente) e su una giornalista che, intervenendo per difendere la rom, si è presa pure qualche parolaccia.

Lungi dal difendere la “giustizia fai da te”. Non è mai la risposta giusta. Nemmeno quando lo Stato ti lascia in balia di balordi che nove volte su dieci restano impuniti per i crimini che compiono un giorno sì e l’altro pure. Il caso di Roma mette a nudo, ancora una volta, la percezione di insicurezza degli italiani che si sentono abbandonati dalle istituzioni. È quindi sbagliato bollare l’episodio come un caso di razzismo, come hanno invece fatto i giornali progressisti. Ieri il Censis ha portato a galla il malessere di questo Paese: ci siamo “incattiviti”. È un dato di fatto. Ma anziché scavare fino in fondo per capire cosa ci ha portati a questo punto, la sinistra strumentalizza qualsiasi scontro (fisico) con uno straniero o una minoranza per gridare all’emergenza fascismo. È una lettura politica che non riflette la realtà.

I danni della microcriminalità sono enfatizzati da una generalizzata percezione di insicurezza che non fa bene a nessuno. L’altro è ormai percepito con sospetto. E questo perché per anni lo Stato non è stato capace di garantire la sicurezza ai propri cittadini. Ora ne paghiamo le conseguenze. Bollarle come “rigurgito del fascismo” e trasformare una ladra in una vittima significa solo ritardare la ricerca della soluzione e magari ritrovarci, fra qualche anno, in un’emergenza ancora più allarmante. Lo stesso viene fatto con i ladri ammazzati in casa per screditare la riforma della legittima difesa. I due casi sono ovviamente di diversi, ma il modo di strumentalizzarli ha la stessa matrice.

Strage di Ancona, Laura Boldrini: "Salvini? Un ministro serio si sarebbe precipitato là"

ilgiornale.it
Franco Grilli

Duro attacco, via Twitter, dell'ex presidente della Camera all'indirizzo del leader della Lega



Matteo Salvini parla al popolo della Lega in una Piazza del Popolo gremita e Laura Boldrini lo attacca, su Twitter, per non essere andato subitamente ad Ancona, per mostrare la presenza dello Stato in seguito alla tragedia nella notte.

In una discoteca di Corinaldo hanno drammaticamente perso la vita sei persone durante il concerto di Sfera Ebbasta: da quanto riportato da alcuni testimoni, un uomo incappucciato, attorno all'una, sarebbe salito su un cibo del locale, spruzzando sulla folle un urticante spray al peperoncino, scatenando un effetto panico mortale. Infatti, per uscire dal club, i presenti hanno preso d'assalto le uscite e l'effetto calca ha fatto crollare due parapetti: sei vittime, cento ferti, di cui otto in gravi condizioni.

Il ministro dell'Interno dovrebbe aver raggiunto la località marchigiana, ma nel primo pomeriggio l'ex deputata di Liberi e Uguali ha voluto prendersela comunque con il leader della Lega, rimproverandolo di essere salito sul palco a Piazza del Popolo. Ecco, infatti, cosa ha scritto la Boldrini sul proprio profilo social: "Un Ministro dell’Interno serio si sarebbe precipitato ad #Ancona dove stanotte sono morti sei giovani e ci sono decine di feriti #Salvini invece ha altre priorità: fare un comizio ai suoi militanti. Non perda altro tempo, vada subito nelle #Marche".
Un Ministro dell’Interno serio si sarebbe precipitato ad #Ancona dove stanotte sono morti sei giovani e ci sono decine di feriti #Salvini invece ha altre priorità: fare un comizio ai suoi militanti
Non perda altro tempo, vada subito nelle #Marche
— laura boldrini (@lauraboldrini) 8 dicembre 2018


Lo sciacallaggio della Boldrini

ilgiornale.it


A Laura Boldrini ormai è rimasto soltanto Twitter. Ma riesce a far danni anche con un cinguettio. Poco prima dell’arrivo – annunciato sin dalle prime ore della mattina dal ministro dell’Interno – sul luogo della tragedia di Corinaldo, l’ex presidente della Camera ha attaccato duramente Salvini scrivendo: “Un ministro dell’Interno serio si sarebbe precipitato ad #Ancona dove stanotte sono morti sei giovani e ci sono decine di feriti, #Salvini invece ha altre priorità: fare un comizio ai suoi militanti. Non perda altro tempo, vada subito nelle #Marche”.
Al netto della diversità dei ruoli e al netto della polemica abbastanza secondaria rispetto alla conta dei morti, alla strage di giovani vittime e al dolore delle famiglie, ci sono due fatti che l’esponente della sinistra dovrebbe rammentare:
1) Quando era presidente della Camera non andò al funerale della giovane Pamela Mastropietro, barbaramente uccisa e fatta a pezzi a Macerata.
2) Non si è vista ai funerali delle vittime del crollo del Ponte Morandi a Genova.
Io glieli rammento, non sia mai che qualcuno modificasse il tweet della Boldrini così: “Un esponente della sinistra serio si sarebbe precipitato a #Genova dove sono morti 43 persone, #Boldrini invece ha altre priorità…”

Londra, arriva il cinema di lusso: un biglietto costa la bellezza di 46 Euro...

corriere.it
di Paola De Carolis

È la proposta dell’Odeon a Leicester Square: per contrastare Netflix e Amazon Prime viene offerta un’esperienza con sedili reclinabili e tavoli per le bibite. Ma c’è chi protesta

Londra, arriva il cinema di lusso: un biglietto costa la bellezza di 46 Euro...

Sedile reclinabile, spazio per allungare le gambe, ottima vista del grande schermo, un tavolo per bibite, cibo e generi di conforto. Riapre dopo 11 mesi di ristrutturazioni l’Odeon di Leicester Square, nel pieno centro di Londra: comodo e moderno, si tratta di un cinema sempre popolare anche per via della sua ubicazione.
Come a teatro (o allo stadio)
Unico problema, il prezzo: 40 sterline e 75 pence, ovvero quasi 46 euro, a biglietto. Possibile che guardare un film costi quasi quanto andare a teatro o allo stadio? A Londra sì. Non tutti i giorni e non a tutte le ore, ma il sabato sera, ad esempio, se si tratta di un film appena uscito, le prime undici file di questo centralissimo Odeon vengono più di 40 sterline a posto. Chi vuole vedere la nuova pellicola di Mary Poppins con Emily Blunt, così, farà bene a lasciare la prole a casa oppure, come hanno suggerito alcuni giornali britannici, a riparare su un cinema in periferia, fuori Londra o addirittura all’estero Con i soldi risparmiati sui biglietti potrà permettersi una notte in albergo se non addirittura un volo low-cost.


Indignazione social
Se sui social il pubblico ha espresso tutta la sua indignazione – c’è chi auspica un boicottaggio di massa e chi si augura che l’Odeon sia costretto a chiudere per fallimento – le sale del Regno Unito stanno reagendo al fenomeno di Netflix e Amazon Prime offrendo al pubblico un’esperienza diversa dal solito. La catena Everyman, ad esempio, ha sale estremamente confortevoli con divani e poltrone al posto dei sedili, uno stuolo di camerieri pronti a servire il cliente e, in alcune filiali, una cucina degna di un buon ristorante. A Bath, a fine dicembre, apre il Tivoli, che sul modello di Everyman è un cinema-ristorante con divani in pelle, tappeti per terra e la possibilità di prenotare una saletta riservata per una serata con amici. All’estremo opposto, sempre a Leicester Square, sopravvive immutato il Prince Charles, storica meta per chi preferisce cinema vecchi, polverosi e un po’ trasandati con film-culto piuttosto che le ultime novità. Il biglietto qui costa ‘solo’ nove sterline (per i soci).

Vignetta anti-Toninelli, è scontro tra Vauro e Marco Travaglio

corriere.it
di Cesare Zapperi

Il direttore del Fatto Quotidiano ha deciso di non pubblicare il disegno: «Era sbagliato». Il vignettista: «Non è più per la libertà di satira?»

La vignetta contestata di Vauro La vignetta contestata di Vauro

«Una censura». «No, una vignetta sbagliata». È botta e risposta tra il vignettista Vauro e il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio. Uno scontro che nasce dalla mancata pubblicazione, sul giornale in edicola sabato, di un disegno satirico con tema la Tav che metteva nel mirino il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli. Vauro l’ha inviata ma il direttore gli ha risposto che non l’avrebbe pubblicata perché a suo avviso conteneva un’informazione sbagliata. Il disegnatore non l’ha presa bene e ha postato la vignetta incriminata sul suo profilo Facebook parlando di censura.
La risposta di Travaglio
Sul Fatto di sabato è arrivata la risposta di Travaglio in un box a pagina 6: «Questa è la vignetta che Vauro ieri ci ha inviato e che mi sono permesso di contestare perché è sbagliata, cioè basata su un fatto non vero: e cioè che Toninelli (su cui i nostri vignettisti Vauro, Mannelli, Natangelo, Mora, Franzaroli, Disegni e anche, più modestamente, il sottoscritto si sono esercitati con frizzi e lazzi come e quando volevano) si sia convertito da No Tav a Boh Tav. Se Vauro leggesse il giornale che ospita le sue vignette, saprebbe che è in corso un’analisi costi-benefici sul Tav come su tutte le opere pubbliche, disposta da Toninelli, al termine della quale il governo valuterà quali opere siano utili e quali inutili. E, a quanto ci risulta, l’analisi sul Tav dirà che è totalmente inutile e diseconomico».
Il ruolo del direttore
Il direttore conclude: «Queste banali osservazioni hanno molto irritato Vauro, che mi ha sfidato a non pubblicare la sua vignetta. E io, essendo il direttore del Fatto (che è un giornale, non una buca delle lettere), ho raccolto volentieri la sfida. Lui se n’è lagnato su Fb, facendone un caso di Stato. Ecco dunque a voi la vignetta del presunto scandalo, casomai qualcuno provasse a spacciare per censura la normale decisione di un direttore di contestare a un collaboratore un fatto non vero.
Vauro: «Travaglio non si batte più per la libertà di satira»
Su Facebook Vauro ha postato la sua controreplica: «Io al contrario ritengo che il M5s e Toninelli abbiano messo in atto una strategia di temporeggiamento per non incrinare il loro “ contratto” con la lega. Ritengo che l’attesa dei risultati della commissione sui costi-benefici faccia parte di questa strategia. Il M5s aveva fatto del no alla TAV una bandiera in campagna elettorale ,il che avrebbe potuto legittimamente far pensare che il Movimento avesse già fatto un bilancio riguardo all’opera, altrimenti ha lanciato uno slogan senza aver conoscenza della questione. I dubbi sul rapporto costi - benefici sono sorti solo quando si sono seduti al governo? La storia della Tap e dell’ILVa di Taranto almeno un vago sospetto dovrebbero suscitarlo.

Di sicuro la mia interpretazione può essere errata.Il tempo dirà se ha ragione Travaglio o io.Detto questo io non ho parlato di censura ho scritto decisione di non pubblicare. Tale decisione rientra in pieno nelle prerogative di un direttore, c’è però anche il diritto di un redattore , quale io sono, di contestare tale decisione. Cosa che ho fatto portando a conoscenza dei fatti chi sta leggendo questo mio post. Mai in più di quarant’anni di lavoro da vignettista ho accettato di subire passivamente decisioni sulle quali non ero daccordo e non comincerò certo oggi. Con Travaglio e con Santoro ho condiviso grandi battaglie per la libertà di satira (Anche di quella che non incontra il nostro gusto) mi consento dunque semplicemente un pò di amarezza nel dover constatare che Marco non è più dalla stessa parte del fronte».

Ho assaggiato una tazza di Kopi Luwak, il ‘caffè più caro del mondo’: è una trappola per turisti da cui è meglio stare alla larga

repubblica.it
Harrison Jacobs


Leanne Ring, store manager di Urban Fare, mostra un pacchetto di caffè Kopi Luwak il 12 settembre 2002 a Vancouver, in Canada. Don MacKinnon/Getty Images

  • Prima di visitare Bali, in Indonesia, molte persone mi hanno detto che dovevo provare il tradizionale caffè balinese, considerato il più costoso caffè al mondo.
  • Il Kopi Luwak è un caffè proveniente da chicchi digeriti da uno zibetto. Gli agricoltori balinesi hanno pubblicizzato per generazioni che questo metodo produce il caffè più saporito al mondo.
  • Ma tantissimo kopi luwak viene prodotto da zibetti tenuti in condizioni inumane. E anche quando l’ho provato in una delle molte caffetterie che teneva le bestiole in condizioni decenti, il caffè aveva un sapore amaro e troppo terroso.
Sono il tipo di persona che ama provare tutto. Polpo vivo in Corea? Fatto. Zampe di gallina stufate al ristorante dim sum di Hong Kong? Fatto. Cavallette arrosto spolverate di peperoncino? Fatto. Di solito, prima d partire, cerco quali sono i cibi unici preferiti nella cultura che sto per visitare. Quando ho iniziato le ricerche per il viaggio a Bali, bellissima isola indonesiana nel sud-est asiatico, ho scoperto che la specialità locale più importante era il kopi luwak.

Kopi luwak è il caffè realizzato da bacche di caffè mangiate, digerite e defecate dallo zibetto delle palme asiatico, un piccolo mammifero che sembra un incrocio tra un gatto e un procione. I chicchi vengono quindi puliti e trattati. Con prezzi che vanno dai 35 ai 100 dollari a tazza, o dai 220 ai 1.330 dollari circa al chilogrammo, il kopi luwak è considerato di gran lunga il caffè più caro al mondo.

I produttori indonesiani di caffè hanno dichiarato per generazioni che il metodo kopi luwak produce il caffè dal sapore migliore al mondo. Per molti motivi.

Primo, lo zibetto apparentemente è un mangiatore molto schizzinoso e mangia solo le migliori e più mature bacche di caffè. Secondo, National Geographic dice che i suoi enzimi digestivi “cambiano la struttura delle proteine dei chicchi di caffè, eliminando un po’ dell’acidità e rendendo il sapore più morbido“. E terzo, la digestione elimina tutta la polpa del frutto che resta a volte sui chicchi durante la lavorazione.


Lo sterco di zibetto viene preparato durante la produzione del caffè più costoso del mondo a Bondowoso l’11 agosto 2009 a East Java, vicino a Surabaya, in Indonesia. Ulet Ifansasti / Getty Image
Ma ci sono alcune fregature davvero grandi.
La maggiore richiesta di kopi luwak ha cambiato il settore. In peggio
Quando negli ultimi decenni il kopi luwak era solo una specialità indonesiana, veniva prodotto quasi esclusivamente tramite zibetti selvatici. Gli animali si nutrivano nella foresta, scegliendo con comodo le bacche e i produttori di caffè ne cercavano lo sterco.

Ma da quando l’esperto di caffè Tony Wild come direttore per il caffè di Taylors of Harrogate ha introdotto in occidente il kopi luwak nei primi anni ’90, tutto ciò è cambiato. Adesso c’è una domanda altissima per questa specialità. È sugli scaffali di tutti i rivenditori di lusso del mondo: La produzione si è allargata a Cina, Vietnam, Cambogia e Filippine, e in Indonesia è una delle principali delikatessen vendute ai turisti. Come potete immaginare, il kopi luwak non è più prodotto da zibetti selvatici. Anche se vengono ancora usati, la gran parte del kopi luwak è prodotto da zibetti catturati e messi in gabbie all’interno di enormi piantagioni.

“In pratica sono costretti a mangiare bacche di caffè, un po’ come le oche per il foie gras“, ha detto a Globalpost nel 2016 Suwanna Gauntlett, fondatrice di Wildlife Alliance, un gruppo ambientalista. Come ha scritto lo stesso Tony Wild in un articolo 2013 chiedendo di abbandonare il kopi luwak, gli zibetti “soffrono molto” in gabbia. Solitari per natura, gli zibetti soffrono lo stress quando vivono a stretto contato tra di loro, hanno molti problemi di salute dovuti alla dieta a base di bacche di caffè, masticano le proprie zampe e spesso muoiono.


Un custode fornisce semi di caffè a uno zibetto all’interno di una piantagione di caffè il 27 maggio 2013 a Tampaksiring, Bali, Indonesia. Nicky Loh / Getty Images per World Animal Protection
Anche se non vi interessa il benessere degli animali, la realtà è che il caffè non è poi così buono. Secondo molti, il kopi luwak è stato scoperto nel corso del dominio coloniale olandese, quando ai contadini indonesiani era proibito coltivare bacche di caffè per uso personale. Dovevano cercare i chicchi in giro e lo sterco degli zibetti selvatici rappresentava probabilmente una scorciatoia per avere bacche pulite di caffè di alta qualità esenti da muffa e decomposizione tipici dell’epoca.
Ma, secondo Nordic Coffee Culture, qualsiasi caffè di prima qualità che puoi ordinare al tuo bar proviene da bacche di alta quantità allo stesso grado di maturazione trattate tramite metodi molto più avanzati rispetto al kopi luwak.
Ho provato il kopi luwak prodotto da una azienda a conduzione famigliare. E non era niente di speciale

Kopi luwak al Satu Satu café. Harrison Jacobs/Business Insider
Quando sono andato a Bali, ho visitato il Satu Satu Café a Canggu, una piccola città costiera. Satu Satu ottiene il proprio kopi luwak dalla piccola fattoria di famiglia del proprietario Eddie Sudana. È ritenuto uno dei pochi posti che ottiene ancora i propri chicchi da zibetti selvatici in libertà. Ho pensato che se dovevo provare il kopi luwak, che potevo almeno farlo in un posto che lo produce eticamente. Non era nemmeno così caro. Se ben ricordo, era solo il 30-40% più caro di un normale caffè a Satu Satu.

Adoro il caffè. Espresso, pressatura francese, Aeropress, cold-brew, all’americana — lo bevo tutto. Il kopi luwak non era niente di speciale. Ha un sapore leggermente più morbido della vostra solita tazza di caffè, ma non migliore di quelli che ho bevuto in qualsiasi caffetteria degna di tale nome. A essere onesti, ho bevuto dei caffè migliori con il mio Aeropress (una macchina per fare il caffé ndr). Adesso come adesso, si beve kopi luwak per poter dire agli amici che si è bevuto il caffè più caro al mondo più che per provare un’incredibile delicatezza.

Il papiro di Artemidoro è falso: lo dice la Procura di Torino dopo anni di indagini

lastampa.it
giuseppe legato

Un mercante d'arte di origine armena lo aveva venduto alla Fondazione dell'Arte della Compagnia di San Paolo per 2.75 milioni di euro nel 2004



È falso il papiro di Artemidoro, attribuito al geografo antico Artemidoro di Efeso e fatto risalire alla fine del I secolo a.c Lo ha stabilito la Procura di Torino dopo accurate indagini svolte nell'ambito di un'inchiesta per truffa aggravata nei confronti di Serop Simonian, mercante d'arte di origine armena che lo aveva venduto alla Fondazione dell'Arte della Compagnia di San Paolo per 2.75 milioni di euro nel 2004.

Il procedimento penale- spiega in una nota stampa il Procuratore Armando Spataro - si è concluso con un'archiviazione delle accuse per intervenuta prescrizione (quindi la truffa è stata ritenuta sussistente, ma il reato estinto), ma la falsità del reperto è stata dimostrata sulla base di numerosi accertamenti.

Il via all’indagine
L'indagine aveva preso il via dall'esposto del professor Luciano Canfora presentato alla procura di Torino nell'ottobre 2013. Sull'autenticità del papiro aveva espresso forti riserve l'ex direttrice del Museo Egizio di Torino Eleni Vassilika che aveva rifiutato di esporre il reperto quando la Fondazione (parte lesa) lo aveva destinato in comodato d'uso gratuito al Museo. La direttrice aveva spiegato la sua ferma e motivata convinzione circa la falsità del reperto. Le indagini le hanno dato ragione.

Ubriaco in bici, salva la patente di guida

lastampa.it



Condanna confermata per l’imputato sorpreso in condizioni psico-fisiche precarie in sella a una bicicletta. La violazione compiuta, ossia aver guidato in stato di ebbrezza, non è però sufficiente a comportare la sospensione della patente: decisivo il fatto che l’uomo sia stato fermato mentre utilizzava in strada un velocipede, mezzo che non richiede alcun titolo abilitativo per la guida.

Pedalata in stato di ebbrezza. Condanna inevitabile per un uomo – di oltre 80 anni di età – beccato a guidare la propria bici in condizioni psico-fisiche inadeguate, cioè ancora sotto gli effetti di sostanze alcoliche da lui ingerite poco tempo prima. Illegittima, invece, la sospensione della sua patente di guida. Tale sanzione non è applicabile, spiegano i Giudici, perché la violazione al codice della strada è stata realizzata in sella a una bicicletta (Cassazione, sentenza n. 54032/2018).

Abilitazione. Facilmente ricostruito l’episodio, l’uomo fermato perché guidava in maniera discutibile la propria bici finisce sotto processo con l’accusa di «guida in stato di ebbrezza». E dinanzi ai Giudici del Tribunale sceglie la strada del patteggiamento, con condanna penale e sanzione accessoria, ossia «sospensione della patente di guida per dodici mesi».

Quest’ultimo provvedimento viene mal digerito dall’uomo, che, nonostante l’età avanzata – oltre 80 anni –, vuole poter continuare a guidare la propria automobile. Ecco spiegato il ricorso in Cassazione, ricorso con cui viene evidenziato che il Codice della strada è stato sì violato ma «alla guida di una bicicletta, mezzo per il quale non è previsto il rilascio di alcuna abilitazione».

Questo dettaglio è ritenuto decisivo dai Giudici della Cassazione, i quali, infatti, ritenendo fondata l’osservazione proposta dai legali dell’uomo, cancellano il provvedimento con cui è stata stabilita «la sospensione della patente di guida».

E ora l’anziano ciclista potrà tranquillamente mettersi al volante della propria vettura.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it