Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

martedì 13 novembre 2018

Grazie a un accordo tra i due colossi, Apple venderà i suoi prodotti direttamente su Amazon

lastampa.it

I negozianti terzi dovranno chiedere il permesso a Cupertino per vendere iPhone e iPad



Grazie a un’alleanza con Amazon, Apple inizierà a vendere i propri prodotti direttamente sulla piattaforma per la compravendita online, fino a questo momento presidiata solo da rivenditori terzi. Secondo quanto rivelato da Cnet, l’iniziativa coinvolgerà, oltre agli Stati Uniti, anche Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Spagna e Giappone. Paesi che potranno così acquistare quasi l’intera gamma di prodotti Apple - compresi iPhone, iPad ed Apple Watch -, oltre alle cuffie del marchio Beat, società sotto il controllo della mela morsicata. Rimane fuori dall’accordo HomePod, lo smartspeaker collegato all’intelligenza artificiale Siri e concorrente dell’Amazon Echo.

L’alleanza introduce anche una limitazione nei confronti dei negozi terzi, i quali non potranno più vendere dispositivi Apple a partire dal 4 gennaio. Dovranno invece chiedere l’autorizzazione per diventare rivenditori Apple autorizzati e riprendere a distribuire i dispositivi alle stesse condizioni garantite dalla casa madre. 

Barbara Palombelli: "In giro guardano male mio figlio di colore"

ilgiornale.it
Giovanna Stella

A Stasera Italia, la conduttrice ha affrontato il tema sicurezza e immigrazione e si dice preoccupata



Barbara Palombelli è tornata a parlare di razzismo, immigrazione e ovviamente della politica di Matteo Salvini.

La conduttrice di Stasera Italia ha confessato in tv, infatti, di soffrire come madre di un figlio di colore per il clima che si respira - che la sinistra buonista vuole farci e convincerci a respirare - negli ultimi tempi in Italia. "Mio figlio mi dice, 'mamma mi guardano in modo diverso sulla metropolitana...'. Mi spezza il cuore come mamma, ma in generale come cittadino. Io ho cercato di allevare mio figlio facendogli vedere i modelli vincenti nel calcio, nello sport, nella moda. Gli ho detto anche 'guarda in alcuni casi voi siete superiori'. Però adesso faccio molta fatica", spiega Barbara Palombelli.

A risponderle è Rita dalla Chiesa che anche lei si dice preoccupata per "il mio nipotinonero". "Anche io ho un nipotino nero che è nato in Italia -risponde -. Penso a lui fra due anni o tre, quando torna a casa che ha avuto un momento un po' così. Uno si chiede che magari a scuola possono avergli detto qualche cosa. E questa è la mia paura più grande, la cosa che mi fa più male perchè noi italiani non siamo così. Siamo accoglienti".

Un ricorso al Tar dieci anni fa: ecco perché la villa abusiva era ancora in piedi

ilgiornale.it
Chiara Sarra

Sull'edificio travolto dall'acqua un'ordine di demolizione impugnato dai proprietari. Che avevano dato in affitto la casa


Una villetta costruita a pochi metri dall'argine del fiume, forse sul greto stesso del Milicia.

Di sicuro a meno dei 150 metri minimi richiesti dalle normative, quindi in zona di inedificabilità assoluta. Troppo vicino a quel corso d'acqua che ieri notte ha spazzato via la vita di nove persone, tra cui tre bambini, sterminando la famiglia Giordano che in quell'abitazione presa in affitto passava le vacanze. La conferma è arrivata nel pomeriggio dal sindaco di Casteldaccia, a pochi chilometri da Palermo. "La casa travolta dal fiume era abusiva e dal 2008 pendeva un ordine di demolizione del Comune", ha detto il primo cittadino, Giovanni Di Giacinto. Come è possibile che in dieci anni fosse ancora in piedi?

Probabilmente la causa va cercata nella burocrazia e nella lentezza della giustizia. Allora, infatti, i proprietari della villetta avevano impugnato l'ordinanza di abbattimento e avevano fatto ricorso al Tar. "Finora il tribunale non si era espresso", rivela ora il sindaco. "Per questo la demolizione non è stata possibile". La documentazione relativa alla demolizione è stata consegnata dal sindaco agli inquirenti. Sarà la procura a far maggiore chiarezza. Anche se resta da capire come una villa che non doveva esistere possa essere stata pure data in affitto senza che nessuno dicesse nulla. O che quantomeno avisasse del pericolo chi tra quelle mura voleva solo passare qualche giorno spensierato, tra risate, cioccolatini e giocattoli.

La falsa notizia delle pensioni «fasciste»

corriere.it
di Aldo Grasso

Nell’attesa di scoprire il fascista che è in noi attraverso discutibili test, forse oggi è più importante difendere quel minimo di veridicità storica che ancora fa la differenza nell’era della post-verità: Mussolini non ha introdotto in Italia le pensioni. Eppure ai leghisti piace raccontare questa bufala. Così Matteo Salvini a Radio Capital: «Che durante il periodo del fascismo si siano fatte tante cose e si sia introdotto ad esempio il sistema delle pensioni è una evidenza». Così, giorni fa, Barbara Saltamarini a Rai Radio1: «Di Benito Mussolini sono più le cose positive. Fino a che Mussolini non ha fatto alcune scelte drammatiche, credo che ci siano state cose molto positive, alcune delle quali ancora restano.

L’Inps per esempio... Il mio giudizio è positivo, fino ad un certo punto». Fino a un certo punto. Diciamo fino alle leggi razziali, tanto per avere un punto di riferimento. Basta andare sul sito dell’Inps per scoprire che la previdenza sociale nasce in Italia nel 1898 con la fondazione della «Cassa nazionale di previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai», un’assicurazione volontaria integrata da un contributo di incoraggiamento dello Stato e dal contributo anch’esso libero degli imprenditori. La pensione sociale viene introdotta solo nel 1969, quando Mussolini è morto da 24 anni. Inseguiva altre passioni, non pensioni.

Un secolo fa nasceva la Cecoslovacchia, e subito dopo iniziò la storia della Skoda

lastampa.it

Il marchio che ora fa parte del Gruppo Volkswagen è stato per anni l'industria più avanzata di tutto il Paese


Skoda Popular, prodotta fra le due Guerre Mondiali

Molto spesso la storia delle Case automobilistiche è legata a doppio filo con quella delle nazioni di appartenenza e Skoda non fa eccezione. La Repubblica Democratica di Cecoslovacchia, infatti, fu costituita cento anni fa, il 28 ottobre del 1918. In quegli anni il marchio Skoda ancora non esisteva come produttore di automobili, ma era specializzato nella metallurgia. Il titolo di costruttore nazionale apparteneva alla Laurin & Klement, che era specializzata in modelli di lusso e che rimase sulla cresta dell'onda fino al collasso del mercato austro-ungarico.


Il primo presidente della Cecoslovacchia, Tomás Garrigue Masaryk, con la sua Skoda Hispano-Suiza

La situazione divenne addirittura drammatica dopo la fine della prima Guerra Mondiale, quando alcuni mercati semplicemente scomparirono. Dalla crisi della L&K nacque quello che ora è un brand fondamentale per il gruppo Volkswagen. La ricca Skoda acquisì L&K, e si avventurò nel mondo dell’auto nel 1925, anno in cui fu varato anche un importante programma di investimenti per sviluppare una nuova generazione di modelli, pensati per essere prodotti sulla catena di montaggio e non più a mano.

La gamma dell'epoca comprendeva modelli come la Popular, la Rapid, la Favorit e la Superb che portarono Skoda al successo e a detenere la leadership nel mercato domestico già nel 1936, con una quota che raggiunse il 39,2% nel 1938, l'ultimo anno prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Nel periodo compreso tra il 1918 e il 1938, noto come quello della “Prima Repubblica”, la Cecoslovacchia era una delle nazioni più avanzate del mondo grazie all'industria automobilistica.

Durante la fase bellica la produzione fu convertita ai veicoli militari e ai camion e alla fine delle ostilità gli stabilimenti furono nazionalizzati a causa dell'ingresso nel blocco sovietico. Erano gli anni dell'economia pianificata e della chiusura totale con l'Occidente che portava anche conseguenze dal punto di vista tecnologico. Ciononostante Skoda continuò a costruire vetture di qualità grazie alle competenze dei suoi lavoratori, tanto da essere il punto di riferimento per qualsiasi costruttore dell'est.


Skoda 1000 MB

La prima Skoda a scocca portante, con il motore costruito in alluminio e la trazione posteriore, fu la 1000 MB del 1964 che era una delle migliori auto dell'epoca – anche considerando le “occidentali” - nella classe fino a un litro di cilindrata. La produzione raggiunse in breve tempo le 100.000 auto all'anno, contribuendo alla motorizzazione di massa della Cecoslovacchia. Molto interessante era anche la 130 RS che colse la vittoria di classe nel Rally di Monte Carlo nel 1977, punta dell'iceberg di un impegno sportivo che è sempre stato nel Dna della Skoda.

Il resto è storia recente, con la fine del blocco sovietico nel 1989 e l'ingresso nel gruppo Volkswagen nel 1991. Ma già nel 1987, ancora con le restrizioni dovute alla cortina di ferro, Skoda aveva commercializzato la Favorit, una piccola berlina a trazione anteriore che era stata disegnata da Bertone e non aveva nulla da invidiare alle utilitarie “occidentali” dello stesso periodo.


Skoda Favorit

Fascia tricolore e foto Benetton Ed è bufera sull'assessore Pd

ilgiornale.it
Franco Grilli

È questa la foto apparsa su un rotocalco in cui è protagonista l'assessore all'istruzione di Scandicci Diye Ndiaye del Pd. E Fratelli d'Italia attacca



In posa con uan fascia tricolore e in alto il logo, ben visibile di Benetton.

È questa la foto apparsa su un rotocalco in cui è protagonista l'assessore all'istruzione di Scandicci Diye Ndiaye del Pd. Di fatto l'assessore è divenatata testimonial per una foto della nota casa di abbigliamento che ha parecchi interessi anche nella gestione della autostrade italiane. La foto ha immediatamente scatenato le polemiche soprattutto dopo le accuse della scorsa estate di presunti favori del Pd ad Autostrade.

A puntare il dito contro i dem è il deputato di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli: "L’assessore all’istruzione di Scandicci Diye Ndiaye (Pd) posa per uno spot di Benetton con la fascia tricolore. Ma davvero poi ci stupiamo che il Partito democratico gli abbia regalato le Autostrade?”. E ancora: "Il modo in cui questi signori utilizzano e profanano il tricolore è indegno - sottolinea Donzelli - una vicenda che ci parla una volta di più della mancanza di senso di Stato da parte del Partito democratico. A questo punto pretendiamo che si faccia chiarezza sui termini degli accordi contrattuali per gli spot di Benetton - conclude Donzelli - non possiamo accettare che si utilizzi in questo modo la fascia tricolore, per di più nei giorni in cui si celebra il Centenario della vittoria della Grande guerra”.

Pensionato raggirato riconosce il truffatore tra 161 foto segnaletiche, ma lui: “Non sono io, ho cambiato faccia”

lastampa.it
Silvana Mossano

Per problemi di salute, si era rifatto il naso e gli zigomi tre anni prima: ora verrà assolto?


Ap

Un pensionato - derubato da un vigile urbano e un tecnico Amag, falsi - riconosce, tra 161 foto segnaletiche mostrate dagli investigatori, quello che per lui è il truffatore in divisa. Punta l’indice: «Lui, lui, lui». E riassume: «Capelli castano chiari»; nella foto sono nerissimi, ma, che dire?, son sfumature! Inflessioni linguistiche? «Nessuna». Il titolare della foto è Salvatore La Rocca, quarantenne, di origine siciliana di cui conserva spiccatamente e orgogliosamente la parlata, nonostante la residenza, per immigrazione, nella padana Verona. Ma l’alessandrino è così certo che sia stato lui (con un complice che non sa descrivere) a portagli via, nel 2013, monili e soldi, che il quarantenne viene incriminato.

Passa un lustro e si arriva al processo. L’imputato, difeso da Giuseppe Cormaio e Marco Conti, entra in aula. Generalità: Salvatore La Rocca. I dati anagrafici sono precisi, bene. Ma la faccia? Dov’è la faccia riconosciuta dal pensionato? L’imputato ha perso la faccia: quella con cui si presenta al processo non è la stessa della foto segnaletica. Come si spiega? «Nel 2010, per seri problemi respiratori, ho subito un intervento al naso e ho anche fatto correggere gli zigomi». La fisionomia conseguente (e lo ha confermato il suo chirurgo plastico) da allora è ben diversa da quella precedente, che stava nell’album nazionale delle forze dell’ordine. Quindi, quel vecchio volto non poteva certamente essere attuale nel 2013, anno della truffa.

La Rocca dice altro: «Sto a Verona da 38 anni, lavoro in un autosalone e, proprio quella mattina, ero là a mangiarmi il fegato perché un cliente aveva rescisso il contratto di un’auto». Tutto confermato dal cliente (sant’uomo, a pensarci ora), dai documenti e dai colleghi. Lo stesso anziano, invitato in aula a riguardare bene le foto, ha scosso la testa: «Io, qui, mica più lo riconosco quel finto vigile». Per sapere che ne pensa il giudice Giuseppina Vitellaro c’è da attendere il 13 aprile per discussione e sentenza.

"Renatone", l'ultimo pastore con le pecore in piazza Duomo

ilgiornale.it
Nino Materi

Ogni anno porta il suo gregge a Milano: "Che bello se a Natale i bimbi vedessero nei presepi solo animali veri"



Può capitare di trovare in una biblioteca comunale, nello scaffale dei libri e dei dvd, un vecchio (ma neanche tanto) film dal titolo «L'ultimo pastore». In copertina spicca un gregge di centinaia di pecore che «pascolano» nel luogo dove meno te lo aspetti: piazza del Duomo a Milano.

Un fotomontaggio? No, tutto vero. La curiosità di vedere il film diventa irresistibile. Una pellicola, quella diretta nel 2012 dal regista Marco Bonfanti, che andrebbero proiettata in tutte le scuole frequentate dai quei bimbi che un gregge di pecore, dal vivo, non l'hanno mai visto; né sanno chi sia e quale attività svolga un «vero pastore».

Renato Zucchelli (non un attore, ma l'ultimo autentico pastore della Bergamasca) è il protagonista di questa fiaba per immagini che mixa poeticamente tanta verità e un pizzico di fiction. La verità è quella della vita di Renato che con la sua bella famiglia (moglie e quattro figli) ama la solitudine della montagna, condivisa solo con il suo cane e socio d'alpeggio. E poi ci sono loro: le pecore. Tante. Quanto Milano non ne ha mai viste.

Ma cosa c'entra il gregge di Renato con una metropoli come Milano? C'entra eccome, perché il «gigante buono» Zucchelli ha una missione precisa: «Devo andare, perché i bambini vogliono vedere le pecore e il pastore. Devo andare, non mi fermerà nessuno!». È questa la frase-manifesto de «L'ultimo pastore» che, nel tempo, è diventato qualcosa di più di un semplice film. Evolvendosi in una sorta di romantica comunità dell'immaginazione dove si riscoprono i valori della natura, della semplicità, dell'onesta. E così Milano diventa la Gotham City da inondare di bene grazie alla transumanza di un eroe vestito da pecoraio e accompagnato dal suo popolo belante ricoperto di lana.

La sfida del regista Bonfanti è stata vinta: «Testimoniare l'esistenza dell'ultimo pastore nomade rimasto a Milano, una delle città più cementificate del mondo». Renatone ha occhi chiari e un sorriso sulle labbra che la fatica non riesce mai a spegnere: «Ogni anno, a Natale, porto le pecore nei presepi di Milano - racconta al Giornale -. I bambini restano incantati da questi animali. Bestie in carne ed ossa, mica statue inanimate. E anche le pecore sono felici di vedere i bimbi. Tra loro è come se si creasse un'intesa magica. Uno spettacolo meraviglioso».

Zucchelli, oltre a essere rimasto uno dei pochi pastori in grado di tramandare il romanticismo (ma pure l'estrema durezza) del suo lavoro, è anche uno degli ultimi depositari della lingua in estinzione Gaì: l'«esperanto» con cui i pastori comunicano tra loro ( magari per scambiarsi informazioni sui campi su cui far pascolare le greggi all'insaputa dei contadini proprietari dei terreni).

Dell'incredibile avventura di Zucchelli sceso dalle valli bergamasche fin sul sagrato ai piedi della Madonnina ha parlato tutto il mondo, con il film che ha riscosso, meritatamente, premi e critiche entusiastiche. Anche quest'anno Natale è alle porte: sarebbe bello rivedere trecento pecore in piazza Duomo.

Chi l'ha detto che i miracoli non possano ripetersi?

Intervento da Roma: trasferito al Centro di rimpatrio il nigeriano che chiedeva l’espulsione

lastampa.it
SILVANA MOSSANO

Il caso era emerso una settimana fa quando il diciannovenne, arrivato in Italia da alcuni anni come richiedente asilo, aveva chiesto appunto di essere accolto al Cpr; tra l’altro, nei suoi confronti sono stati emessi due decreti di espulsione a Milano e ad Alessandria


REPORTERS
Il centro per rifugiati in corso Brunelleschi a Torino

Isaiah Godspower è al Cpr di Torino. Ieri, dopo le pratiche preventive svolte in questura nella tarda mattinata, il giovane nigeriano, che chiede da tempo di essere rimandato nel suo Paese, è stato finalmente accompagnato al Centro di permanenza per il rimpatrio. A Torino resterà il tempo necessario all’identificazione, prima di essere imbarcato su un aereo e accompagnato in Nigeria.

Il caso era emerso una settimana fa quando il diciannovenne, arrivato in Italia da alcuni anni come richiedente asilo, aveva chiesto appunto di essere accolto al Cpr; tra l’altro, nei suoi confronti sono stati emessi due decreti di espulsione (a Milano e ad Alessandria). Questo lui diceva: «Voglio essere espulso», ma gli era stata negata l’accoglienza al Centro perché non c’era posto. A un ripetuto diniego, aveva reagito male, guadagnandoci un arresto e una condanna per resistenza a pubblici ufficiali (cioè i poliziotti della questura che lo avevano invitato a pazientare sui tempi di attesa). Al processo il suo difensore Marco Capriata aveva esposto la situazione: «Vuole essere espulso, ma non gli è consentito».

Il ministero degli Interni, tramite l’onorevole Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera, sollecitato a dare risposte sulla vicenda, aveva fatto sapere che il 1° novembre ci sarebbe stato posto al Cpr. Il 2 novembre, però, Isaiah Godspower non era ancora stato chiamato. Dopo rinnovati solleciti, la portavoce dell’ufficio stampa del ministero, nella tarda mattinata di ieri, ha comunicato che erano in corso le pratiche in questura. E, nel pomeriggio, appunto, una volante della polizia ha accompagnato il giovane nigeriano a Torino. Non si conoscono i tempi utili a provvedere all’identificazione prima del rimpatrio.