Evoluzione a Sinistra

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venerdì 9 novembre 2018

«Criminale spietato». L’Aja vuole il boia libico al-Werfalli alla sbarra (ma Haftar lo protegge)

corriere.it
di Francesco Battistini, inviato a Tunisi

«Criminale spietato». L’Aja vuole il boia libico al-Werfalli alla sbarra (ma Haftar lo protegge)

L’ultima volta, non gli è bastato ammazzarli. Ha chiamato una piccola folla davanti alla moschea Bi’at al-Radwan di Bengasi, dov’erano esplose due autobombe. Poi ha fatto portare dieci jihadisti, tutti nella divisa azzurra dei carcerati. Li ha bendati, mani e piedi legati. Li ha messi in ginocchio, uno di fianco all’altro. E uno dopo l’altro li ha uccisi con un colpo alla fronte, tra applausi e grida d’approvazione. Alla fine, ha guardato orgoglioso nella videocamera che lo riprendeva: «Questa è la mia legge. Se loro faranno nuovi attentati, io farò fuori altri terroristi. Qui, davanti a tutti. Voglio vedere se provano a processarmi per questo».

A provarci è la Corte penale internazionale, che qualche giorno fa è tornata a chiedere il suo arresto: l’ufficiale Mahmoud Mustafa Busayf al-Werfalli, 40 anni, ex gheddafista oggi a capo di cinquemila uomini delle forze speciali nell’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar, è accusato dell’esecuzione sommaria d’almeno trentatré terroristi dell’Isis, d’Al Qaeda e d’Ansar al-Sharia. Sui social ci sono sette video terribili che raccontano altrettanti episodi, postati fra il giugno 2016 e il gennaio di quest’anno. Quanto basta perché la procuratrice gambiana al Tribunale dell’Aia, Fatou Bensouda, si rivolga al Consiglio di sicurezza dell’Onu e inserisca al-Werfalli nei red alert dell’Interpol:

«L’epoca dell’impunità in Libia deve finire — scrive la magistrata —. Possiamo scoraggiare nuove atrocità solo dimostrando d’applicare la giustizia».  Angelo sterminatore o macellaio di Bengasi? Terrore dei terroristi o solo un feroce Arkan della Cirenaica? Idolo e demone, protetto da una Libia spiccia che ricorre volentieri alla guerra senza scrupoli, rincorso da un tribunale scrupoloso che persegue i criminali di guerra, forse di al-Werfalli non si parlerà ufficialmente alla prossima conferenza internazionale di Palermo sulla Libia. E nessuno chiederà a Haftar perché abbia prima finto di arrestarlo e poi in pubblico ne abbia difeso le gesta («questo è un caso nazionale — ha detto — e la nostra nazione è più grande di qualunque tribunale»).

Ma la questione è aperta, va oltre la crisi libica e riguarda più in generale la guerra al terrorismo: fino a che punto, qui come in Siria, si può coprire chi ne usa gli stessi metodi? «Quest’uomo è un eroe, un salvatore e un simbolo dell’Operazione dignità lanciata da Haftar — dice in un video un sedicente Gruppo d’amici di al-Werfalli —. Se lo processate perché ha ucciso i jihadisti, dovete fare lo stesso con tutti i militari che li stanano e li bombardano». A Bengasi, sono stati organizzati due blocchi stradali per chiederne l’impunità. E mentre Haftar riceveva nel quartier generale di Rajma l’inviato dell’Onu, Ghassan Salame, i suoi uomini simulavano le manette ai polsi di al-Werfalli e in realtà lo sistemavano in una comoda villa di Marj, pochi chilometri dall’ufficio del generalissimo della Cirenaica.

In questi giorni, al-Werfalli è stato visto a spasso per Bengasi. E domenica scorsa il soldato che aveva filmato le esecuzioni, guarda un po’, è stato arrestato prima che andasse a testimoniare a L’Aja. «Al Werfalli va processato perché le sue azioni sono eccezionalmente crudeli, disumane e degradanti», scrivono i magistrati. «Non lo consegniamo — promette un portavoce di Haftar —, perché la nostra giustizia sarà comunque ferma e severa». Più che ferma, immobile.

(Ha collaborato Farid Adly)

Telefonia, stop ai super costi per il cambio operatore: ecco le nuove regole Agcom

repubblica.it
di ALESSANDRO LONGO

Pubblicate le linee guida che per la prima volta rendono i costi di disdetta proporzionati al valore reale del contratto (come previsto dal disegno di legge Concorrenza del 2017). E quindi molto più bassi degli attuali, per varie voci. Vediamo come

Telefonia, stop ai super costi per il cambio operatore: ecco le nuove regole Agcom

Il costo base di recesso o cambio operatore sarà al massimo pari a quello del canone mensile. E niente più super balzelli extra per chi lascia prima della scadenza del contratto (di solito 24 mesi). Ci sono queste tra le novità che arrivano con le nuove regole ("linee guida") pubblicate oggi da Agcom (come anticipato da Repubblica). In generale si applica per la prima volta quanto previsto dal disegno di legge Concorrenza dell'anno scorso, ossia il principio che gli operatori non sono più liberi di scaricare sugli utenti tutti i costi subiti a causa della disdetta. Ma solo quelli proporzionati al valore residuo del contratto.

La prima novità riguarda in particolare la telefonia fissa, dove gli operatori tendono ad applicare un costo base di recesso (cioè applicato sempre e comunque) di 40-60 euro. Ora Agcom dice che non può essere superiore al canone (ora 20-30 euro in media). Questo è il primo sconto che ci sarà, quindi. Un altro taglio è importante e riguarda il super balzello per chi disdice prima di 24 mesi.

Agcom introduce due novità. La prima: gli operatori devono smetterla di farsi restituire tutti gli sconti goduti dagli utenti. Finora è andata così: un'offerta ha un costo ufficiale di 40 euro (per esempio), ma un canone promozionale di 20 euro per 24 mesi. Per chi disdice prima di questo periodo, c'è un super costo di uscita pari a tutti gli sconti goduti (20 euro per ogni mese pagato di contratto). Il che è contrario al buon senso e anche alla legge, perché si penalizza di più chi sta da più tempo, per cui disdire a pochi mesi dalla scadenza ha comportato un super costo agli utenti.Adesso invece gli operatori sono costretti a ridurlo proporzionalmente rispetto ai mesi restanti di contratto.

La seconda novità è l'obbligo a continuare a rateizzare, anche dopo l'uscita dell'utente, i costi di prodotti o servizi che spalmano nel canone (modem, cellulare, attivazione, intervento iniziale del tecnico...). Prima invece alcuni facevano pagare all'utente d'un colpo solo le rate residue (eccetto nei casi in cui la disdetta avveniva per cambio unilaterale del contratto e solo - per questo caso - grazie a un intervento regolatorio precedente da parte di Agcom). Inoltre, le rate di prodotti e servizi inclusi non possono comunque andare oltre i 24 mesi.

In generale, infine, Agcom richiama a una maggiore trasparenza sui costi di disdetta, ancora troppo spesso poco chiari nelle offerte. Devono quindi dire bene all'utente: "i) le spese imputate dall'operatore a fronte dei costi realmente sostenuti per provvedere alle operazioni di dismissione e trasferimento della linea; ii) le spese relative alla restituzione degli sconti; iii) le spese relative al pagamento in una o più soluzioni delle rate relative alla compravendita di beni e servizi offerti congiuntamente al servizio principale".

Adesso vedremo come eventualmente gli operatori adegueranno le offerte a queste nuove regole.

La fiaccola olimpica che attraversò l’Italia nel 1948 adesso “prende casa” nel Cusio

lastampa.it
VINCENZO AMATO

Era appartenuta al colonnello Umberto Ripa di Meana ed è stata donata al Panathlon Mottarone dalla figlia: “L’aveva conservata tra le cose più care”



E’ il simbolo della pace tra i popoli e della concordia fra le nazioni. Un tempo quando c’erano le Olimpiadi cessavano anche le guerre e la parola dai soldati passava agli atleti. In epoca moderna non è avvenuto «però restano i simboli e la speranza che le Olimpiadi siano sempre sinonimo di fratellanza» sostiene Rino Porini, presidente del Panathlon club Mottarone. Possedere una di queste preziose fiaccole è un privilegio. Se poi la fiaccola in questione è di quelle utilizzate alle Olimpiadi del 1948, è un onore ormai per pochi.

«Eh sì, una delle fiaccole utilizzate ai Giochi di Londra del ’48 adesso appartiene al Panathlon Mottarone - chiarisce Adriana Balzarini -: per noi è davvero un onore perché quelle Olimpiadi segnavano il ritorno della pace nel mondo, era la voglia di resurrezione di un continente come l’Europa che usciva distrutto dalla guerra. Londra 1948 diventò, pur nella ristrettezza economica del momento, il segnale che il mondo voleva ricominciare».

Qui si innesta la storia, incredibile, della fiaccola olimpica e della sua presenza nel Verbano Cusio Ossola. A organizzare il viaggio della fiaccola in Italia, proveniente dalla Grecia, fu il generale Umberto Ripa di Meana, allora comandante a Pallanza; venne scelta l’Italia, al posto dei Balcani, perché in quell’area le tensioni persistevano e si temeva che la fiaccola non arrivasse a destinazione.

«Il caso volle, ma forse fu un segno del destino, che Umberto Ripa di Meana a Bari avesse un giovane militare di Domodossola - prosegue Balzarini, vice presidente del Panathlon -: dal momento che la fiaccola doveva arrivare al Sempione e varcare le Alpi, volle questo ragazzo come primo staffettista: si trattava dell’allievo ufficiale Mario De Cesari». Così il giovane ossolano prese in consegna per primo la fiaccola disegnata dall’architetto Ralph Lavers. Tappa dopo tappa, attraverso l’Italia, arrivò a Domodossola e poi a Iselle, fino al confine con la Svizzera.

Non si seppe mai il motivo per cui il generale Ripa di Meana sia riuscito a entrare in possesso della fiaccola che 70 anni fa attraversò l’Italia. «Con certezza sappiamo che è rimasta tra le cose preziose in casa sua - racconta ancora Balzarini -. Sua figlia Gabriella mi ha detto che il papà non voleva si toccasse nulla dei ricordi personali. Ho conosciuto Gabriella perché ho realizzato una ricerca sulle donne nello sport e quando la famiglia Ripa di Meana, alla morte del generale, trovò tra i documenti la fiaccola me ne parlò».

Ancora Balzarini: «Così un po’ di tempo fa Gabriella Ripa di Meana, grazie all’amicizie con molti verbanesi, compresa la famiglia Fuhrmann, mi disse della fiaccola, credo le sia venuto spontaneo affidarla al Panathlon con l’impegno di custodirla e soprattutto di farla tornare a essere quella che è: un simbolo di pace». Da qui la decisione del Panathlon club Mottarone di utilizzarla per promuovere i valori della fratellanza tra i popoli. 

42 interventi e 6 anni in causa: l’illusione della bellezza chirurgica

lastampa.it
antonella boralevi

Una donna bella, che di lavoro fa la modella, sceglie un chirurgo estetico di grande reputazione per fare un intervento che lei chiama «rimuovere alcune imperfezioni». Ma il chirurgo sbaglia. Almeno così stabilisce la sentenza di primo grado. Arrivata dopo sei anni da quella tragica operazione. Una condanna che tra breve cadrà in prescrizione. Il chirurgo ha al momento la pena sospesa.

La paziente ha subito 42 interventi (93.000 euro di spesa) per cercare di recuperare un aspetto che, dice, non sia da «mostro». La storia di Cristina Guidetti, la paziente, anni 45, e Massimo Rambotti, il chirurgo, anni 62, non è purtroppo un caso isolato. Eppure tante donne (e, da alcuni anni, anche non pochi uomini) continuano a andare dai chirurghi estetici con la stessa leggerezza con cui andrebbero dal parrucchiere.

Le operazioni chirurgiche sono a priori rischiose. Persino togliersi le tonsille lo è. Ma, quando si entra nel regno della bellezza, la chirurgia diventa, nella nostra testa, un trattamento estetico. Si comincia con le «punturine» che riducono a lungo andare il viso a una palla da biliardo. Si continua con le «tiratine», che staccano e sollevano la pelle. Si praticano ormai in tutto il corpo, persino sotto le ascelle, persino per l’organo sessuale. Poi ci sono i laser, le infiltrazioni, le liposuzioni e ogni tipo di tecnica.

Si ricevono raccomandazioni e appelli. Andate da un chirurgo bravo. Purtroppo, sbagliano anche i chirurghi bravi. Si moltiplicano le storie tragiche. Talvolta, qualche paziente ci rimette la vita. Ma la corsa alla bellezza chirurgica non si ferma. E’ una specie di contagio. Irresistibile.

La domanda non diminuisce mai, perché, secondo me, ha a che fare non con il corpo, ma con l’anima. Con il desiderio spasmodico di essere amati. Con il poco amore che riusciamo a avere per noi stessi. Così come siamo. Imperfetti e bellissimi. E allora proverei a dire che, come accade per le cose d’amore, occorre avere la forza di svegliarsi dalle illusioni. Scegliere di sottoporsi a una chirurgia estetica mettendo in conto il rischio che possa fallire. E che ci trascini nell’incubo.

Il mistero delle sorelle saudite morte nell’Hudson. Avevano chiesto asilo politico negli Stati Uniti

lastampa.it

I due corpi sono stati ritrovati uno di fronte all’altro, imbavagliati. Non ci sono segni di violenza. La madre era stata minacciata perché voleva restare negli Usa

AP
La foto di Tala e Rotana Falea, le due ragazze saudite trovate morte sulle sponde dell’Hudson

Due sorelle saudite, che avevano appena fatto richiesta di asilo politico negli Stati Uniti, sono state trovate morte sulla sponda dell’Hudson River a New York. Tala e Rotana Falea avevano 16 e 22 anni. I loro corpi sono stati ritrovati uno di fronte all’altro. Le ragazze erano vestite, senza segni di violenza sul corpo e imbavagliate.

Secondo le prime analisi dell’anatomo patologo le due ragazze erano ancora vive quando sono finite in acqua. Non si capisce, però, come ci siano finite. La mancanza di segni di violenza, infatti, escluderebbe l’ipotesi che siano state gettate nel fiume dal George Washington Bridge.

Tala e Rotana si erano trasferite con alcuni familiari a Fairfax, in Virginia, nel 2015. Erano però scomparse da casa il 24 agosto scorso e da allora non si avevano più loro notizie. Secondo il consolato saudita, che ha nominato un avvocato che segua da vicino le indagini, le due ragazze erano studentesse e stavano accompagnando il fratello a Washington quando sono sparite.

L’Associated Press ha riferito, citando fonti della polizia, che il giorno prima del ritrovamento dei due cadaveri, la madre delle due sorelle aveva ricevuto una telefonata nella quale si intimava alla famiglia di andarsene perché le figlie avevano chiesto asilo politico negli Usa.

Riciclaggio, le intercettazioni tra il cardinale e l’arcivescovo: “È ora di liberarsi di certe cose”

lastampa.it
matteo indice

Per dribblare la Finanza monsignor Balestrero usava numeri segreti: si era procurato diverse sim card sudamericane


AP
Monsignor Ettore Balestrero 

I soldi del presunto riciclaggio internazionale compiuto da un arcivescovo, ne sono convinti gli inquirenti, servirono a finanziare l’acquisto del più grande stabilimento balneare d’Europa. Non solo. Adesso si scopre che il religioso, temendo d’essere intercettato dalla Guardia di finanza, si era procurato sim-card sudamericane, organizzava abboccamenti telefonici in due hotel per comunicare segretamente con il fratello, e ricevette consigli pure da un alto prelato dalla Santa Sede, a sua volta intercettato. Sono gli aggiornamenti più importanti che emergono nell’inchiesta rivelata da La Stampa su monsignor Ettore Balestrero, negli ultimi anni nunzio apostolico in Colombia e attualmente assegnato in Congo, indagato insieme al fratello Guido e al padre Gerolamo, gli ultimi due titolari della Balestrero 61, nota azienda specializzata nell’import-export di carne.

La Procura di Genova accusa i Balestrero d’aver fatto rientrare in Italia, attraverso un giro di conti ai Caraibi e in Svizzera riconducibili al religioso, le plusvalenze realizzate in nero a fine Anni 90 grazie a un contrabbando tra Argentina e Spagna, per il quale Guido e Gerolamo patteggiarono. La tempistica della nuova operazione, sempre agli occhi di chi indaga, doveva consentire a Guido d’incamerare la liquidità necessaria per partecipare alla cordata che ha rilevato la proprietà dello storico stabilimento Lido nel capoluogo ligure. E però oggi si scopre qualcosa in più soprattutto sulle “confidenze” che Ettore Balestrero fece a uno dei suoi mentori, il cardinale genovese Mauro Piacenza, ex prefetto della Congregazione per il clero e adesso penitenziere maggiore del Vaticano, in pratica il vertice del tribunale ecclesiastico.

Le registrazioni della Finanza
Proviamo a riavvolgere il nastro. Nei giorni più difficili, quand’è ormai chiaro che a quel tesoro forse nascosto dalla sua famiglia sta dando la caccia la Guardia di Finanza e per lui è stata formalizzato un pesantissimo addebito penale, monsignor Balestrero cerca conforto nell’esperienza d’un amico di lunga data. Mauro Piacenza, più anziano di vent’anni, come lui genovese e non estraneo al cerchio magico dell’ex segretario di Stato Tarcisio Bertone marginalizzato dopo l’insediamento di Papa Francesco, è un alto prelato che alle spalle ha incarichi importanti, alcuni dei quali hanno parecchio lambito lo Ior (Istituto opere religiose), la banca vaticana.

In una lunga e tormentata conversazione dell’autunno 2017, in cui Ettore esprime forti preoccupazioni per il danno che potrebbe arrecargli l’inchiesta una volta divulgata all’opinione pubblica, Piacenza consiglia all’ex énfant prodige di sbarazzarsi di quei pesi terreni: «Caro Ettore, è arrivata l’ora di liberarti delle tue cose...», ripete al telefono mentre si trova nella Santa Sede. Questa conversazione - intercettata dai militari, va ribadito, quando Balestrero è già consapevole d’essere stato iscritto sul registro degli indagati poiché hanno convocato in caserma i suoi genitori per chiarimenti - è fondamentale

agli occhi di chi indaga per inquadrare un aspetto cruciale: la vicenda dei milioni esteri gestiti su conti offshore collegabili a un religioso che oggi ricopre un ruolo diplomatico per conto del Pontefice, è nota da tempo ai più alti livelli del Vaticano, sebbene gli accertamenti dei magistrati siano scattati dopo una segnalazione bancaria. Lo spartiacque si materializza a metà settembre dell’anno scorso, quando i militari del nucleo di polizia tributaria, agli ordini del colonnello Maurizio Cintura, notificano ai genitori di Ettore Balestrero un invito a comparire, che reca con sé l’ipotesi di riciclaggio internazionale addebitata ai due figli: Ettore, allora nunzio apostolico in Colombia, e Guido, l’importatore di carni.

Le telefonate segrete in due hotel
Sia la madre sia il padre preferiscono in quel frangente non rispondere, come il codice penale consente di fare ai parenti prossimi degli inquisiti. Il papà Gerolamo in seguito si è tuttavia assunto qualche responsabilità, è stato indagato a sua volta per autoriciclaggio e sarà interrogato in tribunale il 26 novembre nel corso di un incidente probatorio. Proprio nella fase immediatamente successiva alla convocazione dei familiari, le Fiamme Gialle scoprono che il prelato, per comunicare con l’Italia, decide di procurarsi alcune sim card colombiane.

Successivamente concorda con il fratello giorni e orari delle loro possibili conversazioni, pensando di dribblare eventuali intercettazioni. Un paio di dialoghi fra Ettore e Guido, registrati dai finanzieri, si concretizzano dal numero colombiano del primo verso le utenze di due alberghi, dai quali risponde il secondo: in un caso un hotel di Milano, in un altro il Cenobio dei Dogi a Camogli (Genova).

E in entrambi i colloqui fanno riferimento alla vicenda giudiziaria.

Così i big data ci aiutano a ragionare a spanne

lastampa.it
paolo guadagni

L’era digitale ci mette a disposizione milioni di informazioni: troppe per poterle usare davvero. Perché gli esseri umani vogliono capire all’istante



La tecnologia digitale ci ha reso delle gazze: come vediamo scintillare un dato da qualche parte, le macchine che ci accompagnano nella vita lo raccolgono. Sappiamo tutto di tutto - e sempre più non capiamo niente. Purtroppo, i circuiti del cervello umano sono evoluti in un’epoca quando non potevamo permetterci il lusso dei calcoli astrusi, quando la traccia del pensiero era «Mammut! Gambe!» oppure «Coniglio! Merenda!» - quando, cioè, premeva sapere all’istante se si fosse preda o predatore.

Noi umani siamo rigorosamente analogici, mentre sempre più i dati che ci arrivano sono numerici - digitali - e non siamo fatti per capirli a vista. Possiamo analizzarli, o permettere ai nostri computer di farlo, ma non ci dicono neanche allora se dobbiamo scappare subito o cercare le posate.



Fino a tempi storicamente recenti, i dati erano tutti analogici. Quantificavamo i fenomeni del mondo attraverso le analogie. Leggevamo il tempo su un’orologio che rappresentava le frazioni dell’ora attraverso le fette del quadrante ritagliate dalle sue lancette. L’orologio digitale è molto preciso. Ci può dire che sono le 11.56.14 e, volendo, metterci anche i centesimi e i millesimi di secondo. Però, noi vogliamo solo sapere che è quasi mezzogiorno. Ragioniamo meglio e più velocemente a spanne. L’estrema precisione e la sovrabbondanza di dati non agevolano la comprensione. Soprattutto, sono singoli pezzi del puzzle che non dicono niente di come le parti si rapportano tra loro.

La necessita di sfoltire, di vedere le interazioni e, così, di capire dall’insieme cos’è importante e cosa no, ha dato vita alla data visualization. La Società che dirigo si occupa per l’appunto di questo: estrae dei dati complessi da, poniamo, uno spreadsheet grande come un campo di calcio, li visualizza nell’insieme attraverso le tecniche della grafica e li prepara per la comprensione quasi istantanea del più raffinato e potente dei nostri sensi, la vista. Sono anche più decorativi così, il che non guasta. L’immagine che accompagna il testo ne è un esempio. Riassume una vasta quantità di dati, molti megabyte di numeri, relativi ai voli giornalieri che connettono la città di Milano con i principali hub mondiali.

Le fasce di distanza poi non rappresentano valori “geografici”, ma piuttosto il numero voli tra le altre città e la capitale lombarda. Più collegamenti ci sono, più appaiono vicine. È la rappresentazione di una sorta di vicinanza di “frequentabilità” anziché fisica. Così, Mosca (a 2.286 km) incombe di più e appare meno distante da Milano di Vienna (a 625 km) o di Bucharest (a 1,335 km). L’area del cerchio delle singole città è proporzionale alla media giornaliera dei voli che atterrano e decollano nei suoi aeroporti, una misura della grandezza dei volumi del traffico da e per Milano e gli altri centri. Si capisce a colpo d’occhio che Riga (Lettonia) non importa poi tanto a Milano - e che, se viaggi, finirai prima o poi a Londra.

Come la carta topografica rappresenta il territorio fisico, la nostra mappa dei dati raffigura in questo caso il rapporto funzionale tra dei poli di popolazione. In altre parole, ci dice - a “spanne” per l’appunto e all’instante - ciò che significano i complessi numeri sottostanti.

(*) Paolo Guadagni è CEO e fondatore de The Visual Agency

Carlo Calenda contro i videogiochi, le reazioni degli sviluppatori e il bisogno di dialogo

lastampa.it
Lorenzo Fantoni

L’ex ministro esprime la sua preoccupazione per il rapporto tra minori e videogame, gli appassionati e gli sviluppatori insorgono. Ma è il momento di discutere e collaborare, non irrigidirsi in un muro contro muro



In una discussione su Twitter, Carlo Calenda ha espresso tutte le sue riserve sul mondo dei videogiochi che hanno comprensibilmente scatenato la reazione di chi lavora nel settore o di chi ne parla abitualmente.

“Sarà forte ma io considero i giochi elettronici una delle cause dell’incapacità di leggere, giocare e sviluppare il ragionamento. In casa mia non entrano”. Una frase abbastanza controsenso rispetto a ciò che si fa in alcuni videogiochi, ovvero giocare, leggere e sviluppare un ragionamento. L’impressione è che Calenda tuttavia si rivolga a un specifico tipo di videogiochi mobile pensati per i più piccoli o magari avrà visto il figlio di qualche amico giocare a Fortnite .

Non pago, ha poi aggiunto: “Il problema è la passività rispetto alla lettura e al gioco. Reagisci non agisci. Inoltre, abituano la mente a una velocità che rende ogni altra attività lenta e noiosa”. Al di là che ogni manuale di game design potrebbe smentire la prima affermazione, la seconda parte suona particolarmente peculiare. Come se fosse colpa dei videogiochi se la mente di un ragazzo non sa gestire i differenti ritmi di fruizione delle cose, magari nella latitanza dei genitori. Senza contare che per un bambino tutto ciò che non diverte è lento, noioso e da evitare.

Frasi che hanno subito sollevato polemiche tra chi in Italia è coinvolto a vario titolo nel settore dei videogiochi, come spesso accade quando qualcuno di “esterno” commenta la nicchia, grande, ma sempre nicchia, dell’intrattenimento videoludico.

“Conosciamo la posizione dell’ex Ministro Calenda in quanto abbiamo avuto modo di incontrarlo nel suo precedente incarico di Governo – ha dichiarato Thalita Malago di AESVI rispondendo a una nostra richiesta di commento. “Dichiarazioni come queste dimostrano tuttavia che la strada per il riconoscimento culturale e sociale del videogioco nel nostro paese è ancora molto lunga e per niente facile. Basterebbe soltanto guardare a quello che viene fatto per lo sviluppo del settore in diversi paesi europei per capire che se continuiamo su questa strada, in Italia rischiamo di perdere un’opportunità importante per il futuro delle giovani generazioni”.


Carlo Calenda

“L’esperienza videoludica consente di esercitare la mente e i riflessi – gli fa eco Daniel Schmidhofer CEO Progaming - Gli esport, in particolare, richiedono ai videogiocatori di sviluppare abilità strategiche e velocità, di misurarsi con varie sfide, di imparare dalle proprie sconfitte e di rimettersi, letteralmente, in gioco. Il gaming è un settore sempre più importante nel mercato italiano e gli esport vedono sempre più persone appassionarsi. Saremmo felici di ospitare l’ex Ministro Calenda durante uno dei nostri tornei, perchè possa vedere l’entusiasmo e lo spirito di gruppo che animano i nostri progamer”.

Tra le vie del Lucca Comics & Games, le parole di Calenda suonano ancora più lontane dalla realtà. Proprio a Lucca i videogiochi si stanno ritagliando uno spazio sempre più ampio tra le competizioni di esport, i padiglioni dedicati ai titoli più importanti dell’anno e gli spazi in cui gli sviluppatori indipendenti fanno provare i loro giochi a migliaia di visitatori, anche bambini. In particolare, questi ultimi sono quelli che si sono sentiti più colpiti dai tweet dell’ex ministro dello sviluppo economico.

“Non è molto bello sentire queste frasi da chi dovrebbe promuovere lo sviluppo tecnologico in Italia – dice Gerardo Vernia, sviluppatore di Trinity Team che ha creato Slap and Beans , il gioco dedicato a Bud Spencer e Terence Hill – la scena italiana sta crescendo, ci sono un sacco di idee interessanti e avrebbe bisogno di tutto il supporto possibile. Il suo discorso può valere per una serie tv, un libro e qualsiasi attività che un bambino svolge senza controllo, non possiamo sempre puntare il dito sugli strumenti e non sulle persone”.



Marco Alfieri, creatore dei controversi videogiochi satirici Call of Salvenee e Rise of Trump, rincara la dose “La maggior parte dei giocatori sono adulti, non bambini, ma anche volendo considerare i più piccoli posso portare l’esperienza di mia madre, che lavora in un centro psichiatrico e psicologico infantile in cui i videogiochi sono un grande strumento di terapia”.

Studio Evil, che ha sviluppato in collaborazione con Sio il gioco Super Cane Magic Zero, rivolto senza dubbio a un pubblico giovanissimo, è tra le realtà presenti a Lucca Comics. Luca Marchetti, cofondatore e amministratore delegato ha dichiarato che “non ci possiamo fermare ai giochi che ci sembrano intrattenimento piatto. Ovviamente se parliamo di bambini si tratta di fornire loro i giusti tempi e gli spazi per inserire i videogiochi in tutti gli altri stimoli di cui hanno bisogno. Il ruolo di genitori e produttori di videogiochi dovrebbe essere saper tarare con attenzione tutto”.

“La dichiarazione di Calenda lascia spiazzati – conclude Carlo Picarelli di Heartbit Game – non riconoscere la parità dei videogiochi con gli altri media, anche dal punto di vista dello sviluppo economico, fa un po’ strano. Ma è ovvio che se lascio un bambino di fronte a uno schermo e lo privo dell’interazione umana non gli sto facendo un favore”.

Ovviamente Calenda parla a titolo personale, da genitore, ma la sua uscita resta opinabile sotto molti punti di vista, visto anche il ruolo ricoperto in passato. Arriva da una persona nata proprio quando i videogiochi muovevano i primi passi e che ha avuto tutto il tempo per scoprirne il potenziale, che ha ricoperto un ruolo istituzionale legato all’innovazione, che fa parte di un partito politico che in teoria dovrebbe abbracciare le nuove forme di espressione artistica e umana, non respingerle. Che dovrebbe parlare ai giovani elettori, non stuzzicare i timori di quelli più anziani.

Inoltre, utilizzare la categoria generica, e teneramente anacronistica, dei “giochi elettronici” per definire un settore che va da Red Dead Redemption 2 a Minecraft passando per una pletora di videogiochi indie ed esperienze di ogni tipo suona un po’ come dire che i film sono uno strumento di corruzione o i libri, tutti i libri, annoiano.



L’idea, insomma, è che Calenda abbia confuso il supporto per il contenuto, cercando di scagliarsi contro l’abuso di smartphone da parte dei minori, problema serio ma spesso sottovalutato, colpendo però nel frattempo il vespaio di un settore che lotta ogni giorno per trovare anche in Italia la dignità di cui gode all’estero.

Va anche detto che poi l’ex ministro ha cercato di correggere il tiro, ammorbidendo le sue posizioni: “Credo che qui ci sia un po’ di confusione. Non ho sostenuto che chi videogioca non legge o è un ignorante ma semplicemente che l’uso dei videogiochi da parte dei bambini genera dipendenza e rende giochi o lettura più difficili. C’è chi riesce ad amministrarli e chi no” e si è anche dimostrato interessato a informarsi sull’argomento, non è da tutti.

Non crediamo che ci sia bisogno dell’ennesimo panegirico sull’importanza, la bellezza e le capacità del medium videoludico proprio nel campo della formazione e dell’apertura mentale, anche perché si tratta spesso di prodotti molto diversi rispetto a quelli contro cui si è scagliato Calenda. Che alla fine della giornata ha concluso: “L’innovazione non è un dogma che si accetta per intero e senza discuterne gli effetti. Quello che mi ha colpito della discussione di oggi sono le reazioni viscerali verso una posizione espressa non come richiesta di divieto, ma come scelta individuale di genitore. Fa riflettere”

Ciò che andrebbe analizzato non è tanto il gioco, ma la cosiddetta “Gamification”, ovvero i meccanismi che attraverso il gioco ci influenzano, nel bene e nel male. Come un gioco che simula un’apocalisse zombie per farci correre al parco, lo stesso Twitter - che Calenda usa molto - è una sorta di grande gioco di gratificazioni istantanee e livelli sociali da scalare per ottenere prestigio. Per questo ci permettiamo di consigliargli non solo di far entrare i videogiochi in casa, ma di giocarli con i suoi figli . Se serve qualche consiglio siamo a disposizione.