Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

lunedì 5 novembre 2018

Morire di fame in Yemen e voltare la pagina

lastampa.it
antonella boralevi


Ansa

Sì, l’ho fatto. L’avevo fatto anche ieri, mentre guardavo GMT, le news di CNN International. Ho distolto lo sguardo.

C’erano due creature bambine. Due corpi di ossa soltanto. Stesi su un lettino. La piccola testa girata di lato. Gli occhi sgranati e vuoti. Aperti su un mondo che di certo non è quello che vediamo noi. Due bambini morti per fame. In Yemen. La bambina si chiamava Amal. I dottori dicono che l’hanno dovuta dimettere, che la madre non aveva i soldi per portarla in un altro ospedale specializzato. Da tre anni, dal 2015, lo Yemen è in guerra. Anche se è una guerra di cui non si parla. I sauditi bombardano . I ribelli filoiraniani sabotano.

La fame vince. 
A intervalli regolari, la cronaca, certi fotografi, certi reporter coraggiosi ci mettono sotto gli occhi il dolore degli altri. Che diventa una faccia, un corpo. Una delle regole non scritte della comunicazione dice che migliaia di morti non toccano il cuore. Invece, la storia di uno soltanto ci riesce. Non credo di poter fare nulla, per queste creature. Se non mandare dei soldi a una qualche organizzazione umanitaria che cerca di occuparsene.

Però ho recuperato il giornale. E adesso mi costringo a guardare Amal. E mi sono accorta che sto piangendo. Stupidamente. Inutilmente.

IBM compra Red Hat per 34 miliardi di dollari e punta sul cloud ibrido

lastampa.it
bruno ruffilli

È la più grande acquisizione in 107 anni di storia dell’azienda. Linux e open source rimarranno il cuore dell’impegno di Red Hat



Dopo le voci degli ultimi giorni, IBM ha confermato oggi un accordo per acquisire Red Hat, leader nel settore software open source per il cloud . È un affare da 34 miliardi di dollari, la più grande acquisizione dei 107 anni di storia dell’azienda: aiuterà ad accelerare il passaggio al cloud computing tra i grandi clienti IT, oltre a fornire una spinta alla crescita dei ricavi di IBM. L’accordo è già stato approvato dai consigli di amministrazione di IBM e Red Hat ma è ancora in attesa del voto degli azionisti di Red Hat e degli organi regolatori. Se tutto va come previsto, l’acquisizione dovrebbe chiudersi nella seconda metà del 2019.

In precedenza, Red Hat per anni ha discusso di potenziali acquisizioni da parte di altre aziende, tra cui Google, ma già da tempo collabora con IBM che ora avrà il controllo diretto del suo ampio portafoglio di software open-source. Red Hat manterrà la sua sede centrale a Raleigh, North Carolina e sarà un’unità distinta all’interno del team IBM Hybrid Cloud, che ha già un giro d’affari da 19 miliardi di dollari.

L’amministratore delegato di Red Hat Jim Whitehurst ha dichiarato che l’azienda manterrà un “livello di separazione” con IBM per continuare a lavorare con fornitori di cloud computing come Amazon, Google e Alibaba, che in alcuni settori competono con IBM. “Nella tecnologia ci sono molte persone che sono sia partner che concorrenti”, ha detto. “Siamo orgogliosi di lavorare bene in tutto il settore. Continueremo a collaborare con tutti”

Fondata 25 anni fa, Red Hat è stata la società più strettamente associata a Linux e ad altre tecnologie open-source: “L’open source è il futuro dell’IT aziendale”, ha detto Whitehurst. “Crediamo che il nostro mercato totale possa crescere fino a 73 miliardi di dollari entro il 2021”. Oggi vende strumenti e servizi infrastrutturali alle aziende che utilizzano il suo software open-source per server e cloud computing. E il cloud è un punto di sviluppo strategico per IBM, che in questo settore ha dovuto impegnarsi duramente per raggiungere Amazon e Microsoft.

Ginni Rometty, presidente, e Amministratore Delegato di IBM, ha detto che insieme, Red Hat e IBM diventeranno il “punto di partenza” per i clienti che vogliono costruire un “cloud ibrido” che combina le applicazioni eseguite sui propri sistemi IT, nonché sulle piattaforme “cloud pubblico”. Oggi molte aziende stanno già utilizzando più cloud multipli. Tuttavia, le ricerche dimostrano che l’80% del carico di lavoro aziendale deve ancora passare al cloud, frenato dalla natura proprietaria del mercato, che rende molto difficile la portabilità dei dati e delle applicazioni su più piattaforme, la sicurezza e la gestione coerente in un ambiente multi-cloud.

“L’open source, i formati aperti e gli standard aperti non solo hanno cambiato la tecnologia, ma hanno anche cambiato la nostra società in meglio”, ha scritto Whitehurst in una mail ai dipendenti . “Il ruolo di Red Hat in tutto questo non può essere sottovalutato. Con IBM, abbiamo l’opportunità di accelerare questo lavoro su larga scala e mostrare a tutti che l’apertura libera davvero il potenziale del mondo”.

Quanto può essere grande una goccia di pioggia?

lastampa.it
paolo magliocco

Le gocce di pioggia più grandi mai osservate misuravano almeno 8,6 millimetri e furono individuate due volte, nel 1995 nel bacino del Rio delle Amazzoni e quattro anni dopo alle Isole Marshall, nel Pacifico .

In entrambi i casi a studiarle furono meteorologi statunitensi che pubblicarono i loro risultati sulla rivista specializzata Geophysical Research Letters, ma solo nel 2004. Gli scienziati azzardarono, ma senza darlo per certo, che le gocce potessero aver raggiunto persino la dimensione di un centimetro.

Il sito della Nasa cita anche gocce di 8 millimetri registrate alle Hawaii. La dimensione tipica di una goccia di pioggia, però, è considerata 2 millimetri. Sotto il mezzo millimetro non si parla più di pioggia ma di pioviggine (però non tutti sono d’accordo e alcuni indicano il limite sotto il quale si parla di pioviggine in 0,3 o anche 0,2 millimetri).

Oggi le dimensioni delle gocce di pioggia sono misurate grazie a laser meteorologici, che consentono rilevazioni molto precise. Ma gli studi sono cominciati prima che i laser fossero inventati con sistemi assai più semplici: contenitori riempiti di farina ed esposti alla pioggia, in modo da formare piccole palline che venivano poi essiccate e misurate, ma anche fogli di carta assorbente o contenitori pieni di olio, in cui la goccia di pioggia resta separata dall’olio e può così essere misurata. È stato in questo modo (con i contenitori di farina, in particolare) che sono state realizzate le prime formule sulla distribuzione della dimensione delle gocce in una precipitazione settant’anni fa, nel 1948.

Formule che indicano quanto le gocce più grandi siano via via più rare e che sono considerate valide ancora oggi. In realtà, misurare le dimensioni delle gocce di pioggia più grandi è reso difficile dal fatto che mentre cadono modificano la propria forma. Infatti una goccia resta sferica (e non con la forma a lacrima con cui spesso viene disegnata) più o meno fino a quando raggiunge i 2 millimetri, mentre oltre questa dimensione la resistenza dell’aria la schiaccia in senso orizzontale dandole una forma a pagnotta o anche a ciambella.

In realtà, le gocce mentre cadono continuano anche a unirsi (quando si scontrano, in un fenomeno che viene chiamato coalescenza) e a dividersi (quando diventano troppo grandi, di solito oltre i 5 millimetri) secondo meccanismi che sono ancora poco chiari.

La stessa formazione delle gocce di pioggia e il loro accrescimento all’interno delle nuvole non è ben conosciuto: i meteorologi sono d’accordo sul fatto che le gocce nascano attorno a pulviscolo, sale e impurità, ma non si sa esattamente come facciano a passare dai 20 micron (20 millesimi di millimetro) ai 2000 (ossia 2 millimetri) della goccia tipica o comunque fino alla dimensione minima che consente di cominciare a cadere verso il suolo.

La dimensione influenza, ovviamente, la velocità con la quale una goccia cade: se ha un diametro di 1 millimetro si stima che arrivi a terra più o meno viaggiando a 4 metri al secondo (poco più di 14 chilometri all’ora), mentre una goccia tipica, quella che ha un diametro di 2 millimetri, cade a 6 metri al secondo (più di 20 km/h) e una di 5 millimetri di diametro precipita anche a 9 metri al secondo (oltre 30 km/h).

La ricchezza del padre non giustifica l’aumento dell’assegno per il figlio

lastampa.it

La Suprema Corte ricorda che per determinare l’ammontare dell’assegno di mantenimento per il figlio è necessario compiere un’indagine comparativa delle condizioni reddituali ed economiche di entrambi i genitori, oltre a tenere conto delle concrete esigenze del minore.

Il caso.
La Corte d’appello di Brescia ha disposto l’affidamento condiviso del minore nato in assenza di matrimonio tra i genitori e ha posto a carico del padre un assegno di mantenimento di 1.500 euro mensili. Avverso tale provvedimento il padre ha presentato ricorso per cassazione.

Criteri per determinare l’assegno di mantenimento per i figli. Osserva la Suprema Corte che il codice civile non detta un criterio automatico per la determinazione dell’ammontare dei contributi che entrambi i genitori devono versare per adempiere all’obbligo di mantenimento dei figli, ma prevede un sistema più completo ed elastico di valutazione che deve tenere conto non solo dei redditi ma anche di ogni altra risorsa economica e della capacità di svolgere un’attività professionale o domestica, sulla base di un’indagine comparativa delle condizioni dei due obbligati. A tale criterio si ispira anche la normativa con specifico riferimento ai figli nati fuori dal matrimonio, come in questo caso.

D’altra parte, è necessario tenere conto del fatto che il dovere di mantenere, istruire ed educare la prole contenuto nell’art. 147 c.c., vincola i coniugi a far fronte a una molteplicità di esigenze dei figli, non riconducibili al solo obbligo alimentare, ma «estese all’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all’assistenza morale e materiale, all’opportuna predisposizione di una stabile organizzazione domestica, adeguata a rispondere a tutte le necessità di cura ed educazione».

La ricchezza del padre non giustifica di per sé la modifica dell’assegno. Secondo gli Ermellini, il decreto emesso dalla Corte d’appello nel caso di specie non rispetta i principi citati in quanto il giudice si è limitato, per quanto riguarda le esigenze del minore, ad affermare del tutto genericamente l’impossibilità di «quantificare con precisione aritmetica le esigenze di un bambino che viva in ambienti familiari particolarmente benestanti» e la conseguente necessità di fare riferimento a un criterio equitativo.

D’altra parte, in merito alle condizioni patrimoniali dei genitori, la Corte si è limitata ad un altrettanto generico riferimento «alle oltremodo consistenti risorse reddituali e patrimoniali» del padre,reputando congruo, solamente sulla base di questa asserzione, rideterminare l’assegno di mantenimento nei confronti del figlio. Poiché, pertanto, la motivazione sul punto è insufficiente, la Suprema Corte accoglie il ricorso del padre.

Fonte: www.ilfamiliarista.it

48 ore dopo l’adozione il cane Brinx viene riportato al rifugio. “È troppo buono”

lastampa.it



Chi lavora in un canile spera sempre che un cane adottato non torni mai indietro. E quando questo capita si cerca di porre rimedio cercando di capire i problemi che l’animale ha mostrato nella sua nuova famiglia. Ma gli operatori del rifugio Arizona Animal Welfare League (AAWL) sono rimasti davvero sorpresi quando hanno saputo la motivazione per la quale il cane Brinx è stato riportato indietro dopo sole 48 ore dall’adozione: «Non è mai successo che qualcuno riportasse indietro un cane perché considerato troppo buono» spiega Michael Morefield, responsabile della comunicazione del rifugio.



Ma questa non era la prima volta che Brinx veniva scartato. All’inizio di settembre, un gruppo di escursionisti lo aveva trovato vagare nel deserto da solo. Per un mese intero gli escursionisti si sono presi cura di lui e hanno cercato di trovargli una casa per sempre. Arrivato al rifugio, Brinx è stato riempito di attenzioni fin da subito. «È stato nel nostro rifugio pochi giorni prima di essere adottato - racconta Morefield -. Ci siamo tutti innamorati di lui». Quando il cane ha partecipato a un evento che promuoveva le adozioni è sembrato completamente a suo agio. «C’erano centinaia di persone e cani e Brinx era totalmente rilassato. Una famiglia lo ha adottato proprio durante quell’evento».



Due giorni dopo però, il cagnolino è tornato al rifugio. «Le motivazioni affermavano che il cane era già abituato a fare i bisogni fuori casa, che era bravo con i bambini e con gli altri cani e che sapeva già stare seduto. La famiglia ha dichiarato che Brinx era troppo bravo e che loro desideravano un cucciolo».



I membri dello staff del rifugio sono rimasti molto delusi dalla situazione e sono allo stesso tempo felici di riaverlo indietro perché il giovane cagnolino sicuramente merita di meglio. Chi adotterà Brinx deve sapere che è un cane che ama tantissimo le coccole. «Si distende su di te per sentirsi a proprio agio. E’ molto felice di stare con le persone e andare a passeggiare, è molto educato e socializzato. Chi lo adotterà sarà molto fortunato».

Lo studente promosso dal Consiglio di Stato: a cosa serve la bocciatura

lastampa.it
antonella boralevi



Essere bocciati a scuola non è bello. Fa di te un «ripetente». Uno a cui spetta di diritto un posto nell’ultimo banco. A cui certi professori si rivolgono con sufficienza. Uno più vecchio di tutti i compagni, però con in fronte la lettera scarlatta del fallimento.

Nella scuola di Edmondo de Amicis, fine Ottocento, il ripetente era temuto. Era un diverso, capace di cose che i compagni non immaginavano possibili. Il marchio dell’anno perduto, il ripetente se lo porta fino alla laurea. A meno di non tentare la fantasmagorica impresa di fare 2 (o 3) anni in uno. Ma ormai, a scuola, la bocciatura è rarissima.

Si capisce che i genitori dello studente bocciato in prima media a Scandiano (zona Reggio Emilia) abbiano combattuto per evitare al figlio il marchio della inadeguatezza. Hanno vinto. Contro i professori tutti. Contro il Tar. Il Consiglio di Stato ha stabilito che in prima media non si può bocciare nessuno. Servono almeno due anni per superare il passaggio traumatico dalle elementari alle medie.

Mi domando se i genitori di Scandiano abbiano aiutato il loro figliolo. Nell’immediato, sicuramente. Ma sulla lunga distanza? Magari sbaglio, ma credo profondamente che si impari solo dagli errori. Credo che negarli sia un handicap.

Un ragazzino che in prima media va male in tutte le materie, secondo me, bisogna aiutarlo. Ma non fingendo che il problema non esista. Questo ragazzino promosso a forza di Legge, sarà indietro rispetto ai compagni. Non avrà le competenze che gli altri hanno acquisito. Gli toccherà correre loro dietro. Fare «2 anni in 1», ma da solo.

Può darsi che si senta affrancato dal dovere di studiare. Oppure che si dia a uno studio matto e disperatissimo, come Giacomo Leopardi. Dipenderà dal suo carattere. Ma credo che non abbia imparato il fondamento che la scuola condivide con la vita. Ciascuno può sbagliare. Ma è dagli errori che si impara.

Benedetto XVI: “Ho ammirato la forza interiore di Andreottiˮ

lastampa.it
andrea tornielli

La memoria del Papa emerito sui suoi rapporti con i Presidenti e i politici italiani scritta per il libro “Oltretevereˮ. Il Divo Giulio «subì oltraggi pubblici mostruosi». L'elogio di Napolitano


Benedetto XVI con il senatore Giulio Andreotti

Parole forti in favore di Giulio Andreotti: «di lui ho ammirato soprattutto la forza d'animo di cui diede prova nei lunghi anni» del processo. Una sincera amicizia con il Presidente Giorgio Napolitano, rafforzata dalla comune passione per la musica: «Per l'Italia ha rappresentato certo una fortuna essere guidata in tempi difficili e tra scogli di ogni tipo da un uomo così». Una lunga consuetudine di incontri con Francesco Cossiga, che cercò di convincere l'allora cardinale Ratzinger a riabilitare Giansenio.

C'è tutto questo e molto di più nella memoria di otto pagine pubblicata nel libro “Oltretevereˮ (Edizioni Piemme) di Alessandro Acciavatti, un documentatissimo volume che per la prima volta descrive in modo rigoroso e con numerose fonti inedite il rapporto speciale che ha legato i Papi e i Presidenti della Repubblica italiana dal Dopoguerra ad oggi. Ogni pagina del libro contiene aneddoti e retroscena che illuminano i contatti personali stabiliti tra l'inquilino del Vaticano e quello del Quirinale. Rapporti che andavano ben al di là di quelli formali tra la Santa Sede e i governi della Repubblica.

In appendice al testo, oltre a una lettera di Papa Francesco e ad altre testimonianze, l'autore pubblica una memoria scritta da Benedetto XVI appositamente per il libro nell'agosto 2016, dopo che Acciavatti era andato a far visita al Papa emerito presentandogli il progetto dell'opera. Quello di Ratzinger è un testo articolato. Nella prima parte racconta le sue prime visite in Italia e le persone che ha incontrato. Cita i rapporti con i teologi italiani e poi aggiunge:

«Ma sorprendentemente scaturirono anche contatti con il mondo politico e culturale italiano. Fu importante a questo livello il contatto con don Giussani, il cui movimento “Comunione e Liberazione” avevo potuto conoscere già durante la fondazione della rivista internazionale Communio che secondo me è stato un importante avvenimento internazionale dei primi anni Settanta. Attraverso l’incontro con Don Giussani e con “Comunione e Liberazione” è poi nato il contatto con Rocco Buttiglione e – purtroppo solo indirettamente – con il grande filosofo Del Noce, che purtroppo non potei più incontrare personalmente».

Quindi parla di Cossiga. «Il primo incontro personale con il Presidente Cossiga avvenne in occasione di una visita di Stato, durante la quale si esibì l’Orchestra Filarmonica di Monaco di Baviera diretta da Sergiu Celibidache. All’uscita dalla sala, Cossiga mi riconobbe e mi venne immediatamente incontro. Mi salutò molto cordialmente dicendo che da tempo avrebbe voluto entrare in contatto con me. Da quel momento in poi vi furono incontri molto regolari tra noi. Cossiga era un uomo di preparazione straordinariamente ampia. Aveva letto i grandi teologi del tempo: De Lubac, Congar, Daniélou e Rahner, la cui grande opera Introduzione al concetto di cristianesimo egli tuttavia, dopo la lettura delle prime sessanta pagine, giudicandola per lui infruttuosa, aveva accantonato.

Sempre impegnato con i problemi spirituali del tempo, della Chiesa, della teologia, Cossiga era uno spirito inquieto e appassionatamente vivace, spinto di continuo a dialogare. Ci siamo anche incontrati più volte a Bressanone, durante le vacanze. In più mi riforniva di libri, mi ha donato ad esempio una grande biografi a di De Gasperi. Di problemi politici in senso stretto non abbiamo discusso, lo abbiamo fatto invece sulla situazione spirituale del nostro secolo. Era appassionatamente interessato a Rosmini e gli stava fortemente a cuore scioglierlo dalle riserve del Sant’Uffizio. Aver potuto vedere la beatificazione del suo filosofo cattolico rappresentò per lui una soddisfazione straordinaria».

«E tuttavia Cossiga - continua Benedetto XVI - aveva poi ancora fatto un curioso proposito: dopo la beatificazione di Rosmini, un tempo condannato, voleva ora aiutare a diventare beato anche Giansenio. Anche se da un lato Cossiga era un uomo di pensiero vasto e aperto, ed era disponibile a un dialogo che andava molto al di là dei confini dell’ortodossia, dall’altro però – nella sua devozione personale – era uomo di grande rigore. Il sacramento della confessione aveva per lui grande importanza. Così ha avuto un rapporto di particolare vicinanza con il pensiero di Giansenio e voleva contribuire alla sua riabilitazione. Ricordo sempre Cossiga con gratitudine come un uomo di elevata spiritualità e di commovente umanità».

Poi il Papa emerito cita Andreotti: «L’ho incontrato solo di rado, in verità, tuttavia mi spediva regolarmente a casa piccoli biglietti nei quali era spesso contenuta una frase che mi rimaneva impressa, e per Natale mi faceva sempre regali particolarmente ricercati. Di lui ho ammirato due cose. La ricchezza di humor con cui sapeva alleggerire lo scenario politico, e soprattutto la forza d’animo di cui diede prova nei lunghi anni in cui, nel processo sulla sua presunta appartenenza alla mafia, subì oltraggi pubblici mostruosi e fu profondamente ferito nel suo onore e nella sua dignità. Solo un uomo di grande forza interiore poteva superare quegli anni senza cadere nell’amarezza ed essere distrutto dentro».

Benedetto XVI, dopo aver parlato di Marcello Pera e di don Antonio Tarzia, il prete paolino editore italiano delle opere ratzingeriane, fa cenno a Carlo Azeglio Ciampi e si sofferma maggiormente su Napolitano, Presidente della Repubblica durante quasi tutti gli anni del pontificato. «Ho conosciuto personalmente il Presidente Napolitano in occasione della sua visita ufficiale in Vaticano il 20 novembre 2006. Mi rese visita appena sei mesi dopo la sua elezione alla più alta Magistratura dello Stato, ma anche in questo caso, uno dei miei ricordi più belli legati alla sua persona è senz’altro la visita che gli resi al Quirinale il 4 ottobre 2008 nel giorno della festa del patrono d’Italia San Francesco d’Assisi».

«Ma naturalmente - aggiunge il Papa emerito - da lungo tempo la sua figura mi era nota. Soprattutto mi aveva impressionato la sua azione come Presidente della Camera dei Deputati caratterizzata da severa obbiettività e autentica imparzialità.

Era evidente che la sua idea del Partito comunista aveva una forma diversa rispetto a come noi conoscevamo quel fenomeno sulla base della storia tedesca. Senza dubbio egli ben presto ha percorso strade per la chiarificazione delle sue idee politiche che lo hanno condotto a un incontro profondo con la tradizione giuridica cristiana – la cultura, la civiltà della fede – preparandolo a portare la suprema responsabilità per il suo Paese, l’Italia, che, pur nella contrapposizione delle tradizioni spirituali, è comunque giunto a un’idea di fondo di giustizia e di verità che può dare al Paese interna unità. Già il primo incontro mi fece vedere un’ampia, profonda convergenza sulle posizioni di fondo che oggi sono in ballo».

«Un incontro più intenso tra noi, che posso chiamare amicizia - scrive ancora il Papa emerito - è curiosamente nato attraverso la musica. Ogni anno, san Giovanni Paolo II usava invitare a un grande concerto nell’Aula Paolo VI eseguito di volta in volta da un’importante orchestra europea. Ovviamente ho proseguito questa tradizione, in particolare presentando a Roma, com’è naturale, anche le tre grandi orchestre di Monaco di Baviera – l’Orchestra di Stato della Baviera, i Filarmonici di Monaco e l’Orchestra sinfonica della Radio di Monaco di Baviera. Ai concerti, seguendo la tradizione iniziata da Giovanni Paolo II, veniva sempre invitato anche il Presidente della Repubblica che ha sempre corrisposto volentieri all’invito.

La cosa inattesa fu che il Presidente Napolitano decise a sua volta di organizzare ogni anno un concerto in mio onore in occasione del mio compleanno, che aveva luogo anch’esso nell’Aula Paolo VI e nel quale suonavano importanti orchestre italiane. Napolitano stesso è un autentico conoscitore della musica classica. È stato amico di Claudio Abbado, a lungo Direttore dei Filarmonici di Berlino. Ambedue hanno inteso la loro appartenenza al Partito comunista come un nuovo umanesimo che intendeva preservare e insieme rendere nuovamente operanti i grandi valori della precedente tradizione umanistica. Inoltre Napolitano ha sostenuto Daniel Barenboim nella formazione della sua orchestra composta da ebrei e palestinesi, invitando una volta il Direttore e l’orchestra da noi a Castel Gandolfo».

«Era consuetudine che prima dell’inizio del concerto - scrive ancora Joseph Ratzinger - il Presidente e il Papa chiacchierassero un momento in una saletta. Questo atto protocollare si è trasformato per noi in vero dialogo, durante il quale abbiamo discusso le grandi questioni di fronte alle quali oggi si trova l’umanità. E così andò sviluppandosi sempre più una profonda vicinanza che portò anche a incontri assolutamente non protocollari: è ancora ben impresso nella mia memoria lo stare insieme, una volta – anche con sua moglie Clio Bittoni – nel giardino di Castel Gandolfo. Napolitano mi invitò anche a un incontro personale in una delle residenze messe a disposizione del Presidente della Repubblica, che poi purtroppo per cause esterne non poté realizzarsi. Inoltre sono stato contento che sia venuto a farmi visita qui nel mio piccolo Monastero “Mater Ecclesiae”.

Per l’Italia ha rappresentato certo una fortuna essere guidata in tempi difficili e tra scogli di ogni tipo da un uomo così».

4 Novembre 1918/2018. Caro Nonno Spirlì, Eroe di Vittorio Veneto

ilgiornale.it



Nonno Nino Spirlì
(Antonino Spirlì, Cavaliere di Vittorio Veneto, Croce di Guerra e Medaglia d’oro)
Caro Nonno Nino,

Vi scrivo oggi le parole che non Vi dissi in quegli anni in cui abbiamo vissuto insieme in queste stanze. Ero troppo piccolo per poter capire l’importanza di condividere la camera con un Eroe! Per me, eravate “solo” il Nonno. Un meraviglioso Nonno, un po’ burbero, molto dolce e affettuoso, disponibile e amoroso. Un Nonno dell’Ottocento, che pativa la vedovanza, ma la sublimava con l’Amore vero nei confronti della Famiglia.

Vi davo, rispettosamente, del “Voi”, ma che era, in effetti, più soave di un “Tu” che, oggi come ieri, molto spesso, sa di cafonaggine e maleducazione. Sapeste, Caro Nonno, come vengono trattati, in questo tempo maledetto, le persone anziane! Sareste infelice, caro Fattore (così Vi chiamavano i tanti braccianti che aiutavate a portare il salario sicuro a casa, facendoli lavorare sulle terre che “governavate”), di sapere che la maggior parte dei “vecchi”, oggi, muoiono in ospizi poco raccomandabili,  o “curati” solo da badanti estranei alla famiglia, pagati per riempire vuoti lasciati da figli troppo impegnati a sputtanarsi i soldi lontani da casa e da nipoti che manco sanno il giorno del compleanno dei nonni.

Ah, Nonno mio, quanto dolore provereste, nel vedere l’Italia – per la quale avevate ipotecato la Vostra gioventù – consegnata ad una ciurmaglia senza valori e senza dignità. Quelli come noi, come Voi e me, in questo momento storico, non piacciono. Non piace la gente semplice, amante della Famiglia, di Dio, della Patria. Non piacciamo perché siamo il Meglio! E il Meglio fa paura. Fa più notizia il contrabbando di false bontà, l’intellettualismo, l’ipocrisia, il tornaconto personale, la malapolitica e la mafia. Sì, quella robaccia che avete sempre schifato, capace come eravate, di mandare a fare in culo il più arrogante ras di palazzo o di boscaglia.

“Cu’ cazzu ti pari ca esti?” (Chi cazzo credi che sia?) mi ripetevate a mo di ritornello, ogni volta che io, bambino, rispondevo ad una telefonata o ad uno squillo di campanello di qualcuno che chiedeva di mio Padre… Riportavate ad una realtà disarmante ogni pretesa di collocazione personale sulla scala sociale. Avvocati, ingegneri, magistrati, professori… Per ognuno di loro, un antenato che sapeva di terra e di sudore nei campi. “No megghjiu, no pejiu!”, dicevate. Già, niente di più, niente di meno di noi… Lo ricordo e lo tengo in me come lezione di vita.

Della guerra, di quella Guerra, non parlavate mai. Non  amavate ricordarla. Avevate 18 anni, alla partenza. Quasi ventuno, al rientro. Avevate conosciuto la morte. E mandata a fare in culo!
Mi avete accompagnato fino ai miei 13 anni. Con tanti regali e tante attenzioni. Con la paghetta mensile. Già! Io, il mensile, lo avevo già negli anni 60. E, nel 1971, per i miei 10 anni e la promozione agli esami di quinta con tutti Dieci, il motorino! Da usare con parsimonia e senza tirarmela coi miei amichetti. Anzi, mettendolo a disposizione di chi ne avesse avuto bisogno.

Mi avete insegnato la fratellanza. Quella da trincea. Senza nominarla mai, la trincea. Per timidezza e riservatezza.

45425598_182313102716882_2080371086033158144_n

Non mi avete mai spaventato coi racconti di guerra. Né li avete usati per darVi un tono. E, quando arrivò, il riconoscimento, la Croce di Guerra e la Medaglia d’Oro, pur orgoglioso, ne avete ridimensionato il valore. “Eramu assai, pari ca sulu iò?!” (Eravamo in tanti: non c’ero solo io…)
Stamattina, come ogni mattina, appena sveglio, ho guardato la Vostra foto sul tavolino delle foto di Tutti Voi che siete oltre il velo: oggi, a cento anni dalla Vittoria, sono stato ancora più Orgoglioso di essere vostro nipote e di portare il Vostro Nome! Nino. Non è cosa da poco.

Grazie, Nonno. Mio Eroe personale.