Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

venerdì 31 agosto 2018

Milano, il nuovo passatempo dei migranti: bloccare transito tram

ilgiornale.it
Aurora Vigne



Alcuni migranti hanno tentato di bloccare il passaggio dei tram in centro a Milano. Il nuovo passatempo consiste nello sdraiarsi in mezzo alla strada, proprio di fronte al tram in arrivo, in modo da constringere il conducente a fermarsi.

Come si può vedere dalle foto, infatti, sono almeno due i migranti che hanno tentato la mossa. Entrambi in piena notte. Un fatto che avrebbe potuto mettere a repentaglio la loro vita come quella del tranviere. Ma per loro, a quanto pare, tutto questo è motivo di divertimento. A denunciare l'accaduto è stata Silvia Sardone, consigliere comunale e regionale.

"Un nuovo passatempo per alcuni immigrati a Milano - spiega la consigliera in un post su Facebook -. Bloccare per protesta o chissà cosa i tram sulle rotaie. Magari sono gli stessi che altrove protestano perchè non apprezzano il cibo o vogliono il wifi. Di sicuro questo giochetto crea solo danni e fastidi. Un altro danno collaterale del business dell'accoglienza!".

Nyt: Asia Argento pagò il giovane che la accusava di molestie per non essere denunciata

lastampa.it

Secondo il quotidiano di New York, l’attrice italiana ebbe nel 2013 un rapporto sessuale con l’interprete di un suo film quando lui aveva 17 anni. Gli avrebbe dato 380 mila dollari


AFP
Jimmy Bennett e Asia Argento

Asia Argento, tra le più importanti attiviste del movimento #MeToo contro le molestie sessuali, si sarebbe recentemente accordata per risarcire un giovane attore che la denunciò per averlo aggredito sessualmente quando lui aveva 17 anni e lei 37. Lo riporta il New York Times.  L’attrice e nuovo giudice di X Factor avrebbe pagato - secondo il Nyt - 380 mila dollari per fermare l’azione legale che voleva intentare Jimmy Bennett, che ora ha 22 anni, proprio poco dopo aver detto lo scorso ottobre che il magnate del cinema Harvey Weinstein l’aveva stuprata.

Argento e Bennett hanno recitato in un film del 2004 dal titolo Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, in cui l’attrice interpretava la madre prostituta del giovane attore. Bennett afferma di aver fatto sesso con l’Argento in un albergo della California nel 2013. L’età del consenso nello Stato americano è di 18 anni. L’avviso di azione legale affermava che l’incontro traumatizzò Bennett e danneggiò la sua carriera, secondo il New York Times. Il giornale ha riferito di aver ricevuto documenti giudiziari che includevano un selfie di Argento e Bennett a letto.

Tre persone che hanno familiarità con il caso hanno affermato che i documenti sarebbero autentici, afferma il quotidiano. Su Twitter prende le distanze da Asia un’altra grande animatrice del movimento #metoo, Rose McGowan, che scrive: «Ho conosciuto Asia Argento dieci mesi fa. Ciò che ci ha accomunate è l’aver condiviso il dolore per essere state molestate da Harvey Weinstein. Il mio cuore è spezzato. Continuerò il mio lavoro al fianco delle vittime ovunque».

Chi è Jimmy Bennett?
Oggi si considera un giovane uomo in rovina. Hollywood lo ha derubricato a ex promessa. Ma chi è (e soprattutto chi era) Jimmy Bennett, un tempo baby star? La sua carriera era cominciata a 6 anni con uno spot per la Dodge Caravan ed era andata avanti con decine di altri spot e ruoli in numerosi show televisivi. La prolifica esperienza nel cinema era iniziata nel 2003 con «L’asilo dei papà», protagonista Eddie Murphy.

Bravo e straordinariamente professionale - era soprannominato «Jimmy buona la prima» perché quasi mai sbagliava le battute - si era conquistato l’ammirazione di star del calibro di Harrison Ford e Bruce Willis e ruoli in film come Hostage, Amityville Horror, Firewall - Accesso negato, Poseidon e Un’impresa da Dio. Aveva 7 anni quando fu scritturato per Ingannevole è il cuore più di ogni cosa, film del 2004 diretto, scritto e interpretato da Asia Argento e che diede inizio allo stretto rapporto con la attrice e regista italiana.

Bennett, ora relegato a ruoli marginali in puntate di serie tv, imputa all’aggressione sessuale del 2013 il crollo emotivo che lo ha allontanato dagli studios. Per questo aveva chiesto 3,5 milioni di dollari di danni, ottenendone poco più di un decimo. Nei cinque anni precedenti i fatti del 2013 aveva incassato oltre 2,7 milioni di dollari, ma da allora il suo reddito è sceso a una media di 60 mila dollari l’anno. Il suo tracollo finanziario è dovuto in parte anche a una lunga battaglia legale con la madre e il patrigno accusati di aver sottratto un milione e mezzo di dollari dal fondo in cui erano stati raccolti i suoi guadagni da baby star.

Tutti i link tra i Benetton e la sinistra

ilgiornale.it
Francesco Curridori

Dall'ex premier Enrico Letta (e soprattutto da due suoi collaboratori), passando per l'ex ministro Paolo Costa, ecco tutti i collegamenti tra i Benetton e il mondo della sinistra italiana



Tra il “controllato” e il “controllore” esistono una serie di porte girevoli grazie a cui gli ex politici passano con molta nonchalance dal settore pubblico a quello privato, come dimostra il caso Atlantia-Benetton.

Il caso più celebre, spiega in un lungo articolo Claudio Antonelli de La Verità, è quello dell’ex premier Enrico Letta che, dopo essere stato azzoppato da Renzi, nel 2015 è diventato docente Scuola di affari internazionali di Parigi. Ma non solo. Sempre in quell’anno viene nominato membro del cda di Abertis, colosso spagnolo intrecciato con Atlantia che possiede la maggioranza di Autostrade per l'Italia. Ed è proprio l’azienda dei Benetton che la scorsa estate avvia una scalata per acquisire Abertis, insieme alla tedesca Acs.

A tal proposito Enrico Letta, ieri, ha replicato sul giornale diretto da Maurizio Belpietro, essere entrato nel cda di Abertis “alla fine del 2016 quando questa era una società spagnola, e prima che venisse ventilata l'ipotesi di Opa da parte italiana”. “Da Abertis – precisa l’ex premier - sono uscito, dimettendomi volontariamente, e dandone pubblica notizia nel maggio scorso, esattamente quando è cambiata la proprietà con l'ingresso di Atlantia”. Una scelta intrapresa “proprio per evitare al massimo possibili conflitti di interesse con le mie precedenti funzioni”. Una sua ex collaboratrice, Simonetta Giordani, invece, nel 2006 ha lavorato per Autostrade per l’Italia e, nello stesso tempo, si occupava di vari think tank compreso quello di Enrico Letta.

Una volta divenuto premier, l’allora vicesegretario del Pd nomina la Giordani sottosegretario ai Beni culturali. Incarico che è costretta a lasciare dopo l’arrivo di Matteo Renzi. Va quindi in Fs come consigliere e, poi, torna in Atlantia, dove le viene affidata la gestione degli Affari istituzionali. Un altro lettiano è Roberto Garofoli che ha un passato in Anas, da magistrato, si è più volte occupato di collegi arbitrali per la rete stradale e autostradale. Dopo essere stato segretario generale di Palazzo Chigi, oggi è capo di gabinetto del ministro Giovanni Tria che gli ha confermato l’incarico ricevuto dal suo predecessore, Pier Carlo Padoan.

Ma c’è un nome ben più prestigioso che, nel corso della sua carriera, ha fatto la spola tra palazzo Chigi e le società dei Benetton. Stiamo parlando del prodiano Paolo Costa, ministro dei Lavori pubblici tra il ’97 e il ’98 e delle Infrastrutture nel 2006, nonché sindaco di Venezia dal 2000 al 2005. Da ministro dei Lavori Pubblici getta le basi per la privatizzazione della rete autostradale e per il successivo metodo di concessioni. Arriviamo così al 2010 quando i Benetton lo vogliono come presidente del cda di Spea Engineering, una controllata di Autostrade per l'Italia.

Due anni fa, infine, il gruppo Atlantia, che, oltre ad Autostrade, controlla la società Aeroporti di Roma (quella di Fiumicino e di Ciampino), vince la gara per la privatizzazione dell'aeroporto di Nizza e di due altri piccoli scali regionali che si occupano degli scali di Nizza, Cannes-Mandelieu e Saint-Tropez. E i Benetton chi scelgono sedere nel consiglio di sorveglianza dell'aeroporto? Sempre Costa, in quanto esperto del settore, naturalmente.

Incontra l'islamista per strada: "Tu mi stupravi ogni giorno"

ilgiornale.it
Giorgia Baroncini

Dopo 10 mesi di abusi, Ashwaq Haji era riuscita a scappare. In Germania ha rivisto l'uomo che l'aveva comprata per 100 dollari



Aveva 15 anni quando è stata rapita, il 3 agosto del 2014, in Iraq nella regione di Sinjar.Ashwaq Haji, come centinaia di altre donne yazide, è stata ridotta in schiavitù e venduta per 100 dollari ad un miliziano dell'Isis di Mosul, Abu Humam. "Mi ha comprato insieme ad altre 18 ragazze. Ogni giorno abusava di me", ha raccontato la giovane all'agenzia curda BasNews e alla Bbc.

La storia di Ashwaq

Dopo dieci mesi di violenze, la ragazza è riuscita a scappare insieme alla madre al fratello, anche loro catturati. La giovane ha ottenuto l'asilo politico in una cittadina della Germania, dove ha rincominciato con la sua vita. Fino a quando, lo scorso febbraio, Ashwaq ha incontrato per strada il suo aguzzino, Abu Haman, l’uomo dell'Isis che l’aveva comprata a Mosul.

L'incontro

Abu Haman le ha rivolto la parola e le ha fatto capire di averla riconosciuta. A quel punto la giovane è fuggita e ha denunciato l’accaduto. "Ho aspettato un intero mese senza risultato", ha spiegato la ragazza. La polizia tedesca, secondo quanto riportano i media, non ha potuto fare nulla perché si trattava di rifugiato. Ashwaq ha deciso così di fare rientro in Iraq con la sua famiglia. Come riporta il Corriere, quello di Ashwaq non sarebbe però un caso isolato: numerose le ragazze che si sono fatte avanti e hanno denunciato di aver rivisto i loro carnefici. Ora gli inquirenti stanno indagando per cercare di identificarli.

Roma, è boom di cambi di cognome per evitare imbarazzi

ilgiornale.it
Elena Barlozzari

Fantozzi, Porco, Culotta e Chiapponi. Ecco i cognomi che imbarazzano i romani



Gli antichi dicevano “nomen omen” ossia: “Il nome è un presagio”. Insomma, per i nostri avi la scelta del nome era una cosa seria perché in esso è scritto il nostro futuro. Al giorno d’oggi, però, anche sul cognome c’è poco da scherzare. Perché sberleffi, dileggi e prese in giro possono condizionare la vita delle persone fino al punto di renderla impossibile. Ed è proprio per questo che nella Capitale si è registrato un boom di cambi di cognome. Stando alle stime de Il Messaggero, infatti, si è passati dalle 500 richieste scarse nel 2012 a più di 900 nel 2017. Circa 3mila romani nell’ultimo triennio hanno deciso di modificare il proprio cognome. E anche a livello italiano, pur non essendoci una statistica nazionale, secondo il Viminale le richieste sarebbero raddoppiate.

La casistica è abbastanza sui generis e il minimo comun denominatore è quello di “evitare derisioni”. C’è chi per sottrarsi agli spernacchiamenti si è sbarazzato del cognome reso celebre dal ragionier Ugo, ovvero Fantozzi, e chi per le stesse ragioni ha detto addio ai cognomi Porco, Culotta e Chiapponi. Nel caso di minor età, la trafila per la modifica delle proprie generalità viene affrontata dai familiari. È il caso dei signori Bocchino e della loro giovane figlia. La coppia si è rivolta alla Prefettura per mettere al riparo la progenie dalle facili ironie.

A ben vedere però anche i nomi, spesso, sono suscettibili di modifiche. E le motivazioni sono le più diverse. Van Cuong, ragazzo di origine vietnamita, ad esempio, ha chiesto di chiamarsi Matteo per “facilitare l’inserimento nel contesto sociale dove vive”. Mentre Roberta vorrebbe chiamarsi Emma perché nel settore professionale in cui opera la conoscono così. Ualdzimir, invece, ha optato per Vladimir, più facile da scandire e a volerla pensare come i latini anche propizio per la “carriera internazionale”.

I dipendenti di Google protestano: niente motore di ricerca “truccato” per la Cina

lastampa.it
antonio dini

Sono 1.400 le firme sulla petizione interna che richiede più trasparenza e non vuole che l’azienda collabori con la censura di Pechino



Dopo la collaborazione con il Pentagono, adesso è la versione censurata del motore di ricerca per la Cina. I dipendenti di Google non ci stanno e l’animo radicale e pacifista della Silicon Valley torna ancora una volta a guidare la protesta contro le strategie dei big della tecnologia.

Una petizione, che secondo il New York Times sta circolando internamente fra i dipendenti di Google ed è stata firmata da 1.400 ingegneri, richiede più trasparenza sulle strategie commerciali di Google, indicando che gli ingegneri del software vogliono una maggiore comprensione delle conseguenze etiche del loro lavoro. Infatti, secondo quanto ha appreso il New York Times, l’apparente volontà da parte di Google di costruire una versione del proprio motore di ricerca che funzioni sulla base delle richieste e soprattutto della censura dello Stato cinese «solleva problemi etici e morali molto urgenti».

«Oggi non abbiamo a nostra disposizione le informazioni necessarie per fare una scelta eticamente informata sul nostro lavoro, sui nostri progetti, sul nostro lavoro da dipendenti di questa azienda», recita un altro passaggio della lettera scritta.

Otto anni dopo che l’azienda ha dovuto ufficialmente ritirarsi dalla Cina, un altro ostacolo per il ritorno verso uno dei mercati più fruttuosi del pianeta. Un mercato che vale 1,5 miliardi di persone, con quasi ottocento milioni di navigatori e che non conosce strumenti come Facebook, Twitter e Google perché vietati dalla censura e dal Grande Firewall cinese, la muraglia elettronica messa in piedi da Pechino all’accesso di Internet che ha fatto crescere una intera generazione di giovani cinesi al di fuori dell’influenza dei big della Silicon Valley.

Da alcune settimane sono emerse indiscrezioni presso la stampa americana e internazionale che Google stesse lavorando a una versione censurata del suo motore di ricerca per offrirla alle autorità di Pechino con un progetto chiamato Dragonfly, dando loro quel controllo sulla tecnologia che richiedono per consentire alle aziende straniere di operare sul proprio territorio. Una richiesta fatta anche ad Apple per la gestione della sua rete (con l’apertura di un datanceter sotto l’autorità cinese) e a Facebook, e che ha sollevato più volte perplessità e mal di pancia all’interno della Silicon Valley, dove molti sviluppatori di software ritengono che il loro lavoro sia destinato a cambiare in meglio il mondo e non ad aiutare la censura, il controllo o peggio ancora le attività militari.

Google ufficialmente non commenta, non conferma l’esistenza del progetto Dragonfly ma già in passato per quanto riguarda la collaborazione con il Pentagono per lo sviluppo di software di Intelligenza artificiale capaci di funzionare come armi il Ceo di Google, Sundar Pitchai, aveva dovuto prendere una posizione ufficiale circa i limiti etici delle decisioni di Google, affermando che l’uso dell’AI dal punto di vista di Google doveva essere portato avanti solo per scopi «socialmente benefici» e non causare danni alle persone e nel rispetto della normativa sui diritti umani.

A fare da veicolo alla protesta dei dipendenti di Google è anche il sistema di comunicazione interna, Dory, pensato per consentire ai dipendenti di votare domande alle quali possano rispondere i dirigenti dell’azienda. Secondo quanto riportano indiscrezioni raccolte dalla stampa americana, fino a ieri le due questioni più «calde» erano relative allo sviluppo del progetto Dragonfly (sul quale Pichai avrebbe affermato che «Non siamo neanche vicini a lanciare un motore di ricerca per la Cina») e su quale sia compasso morale, la direzione etica dell’azienda.

Quel che viene richiesto dai dipendenti dell’azienda è che i dipendenti partecipino alla revisione dei prodotti di Google da un punto di vista etico, che vengano nominati rappresentanti esterni per garantire la trasparenza dei processi e che ci siano delle valutazioni dei progetti più controversi che vengano rese pubbliche. Per l’azienda che si è data come scopo organizzare tutte le informazioni del mondo, un obiettivo interno non da poco.

I pastori sardi donano le pecore all’ex bandito Matteo Boe

lastampa.it
NICOLA PINNA


ANSA
Gigi Sanna (S), cantante-pastore nuorese e leader degli Istentales con Matteo Boe, l’ex bandito di Lula (Nuoro) tornato l’anno scorso in libertà dopo aver trascorso 25 anni in carcere in una foto fornita da Gigi Sanna

Quando c’è una vita da ricostruire la solidarietà vale per tutti. Per chi ha perso l’azienda dopo un’alluvione o per chi fa i conti con i danni provocati da un incendio. E anche per chi è pronto a ricominciare dopo un passato complicato e molti anni di carcere. Quando c’è qualcuno da aiutare, i pastori sardi non stanno certo a spulciare il suo curriculum. E allora questa volta a raccogliere quella mano tesa che arriva dale campagne è un uomo che per molti anni ha dovuto interrompere il suo lavoro negli ovili. Si chiama Matteo Boe e nel suo paese è rientrato dopo anni di fuga e latitanza e 5 lustri vissuti nelle patrie galere. Potrà ritornare nei pascoli grazie all’aiuto dei colleghi, che per lui hanno deciso di ripetere il vecchio rito di “sa paradura”. Una catena di solidarietà molto antica che in Barbagia si ripete ancora allo stesso modo: ogni volta che un pastore si ritrova senza i suoi animali ognuno dei colleghi dona un agnello. E così il gregge si riforma in un attimo.

Il personaggio
Nella storia criminale della Sardegna, le avventure di Matteo Boe riempiono molte pagine, tutte di primo piano. Di certo quelle sui sequestri di persona. Perché l’ex bandito di Lula ha alle spalle la condanna per uno dei rapimenti più drammatici, quello di Farouk Kassam. Un bambino che nel 1992 aveva solo 7 anni e che tornò a casa con un orecchio mutilato. Per quella storia, Boe ha scontato interamente la pena e dal giugno del 2017 è tornato in paese. In silenzio, senza mai raccontare nulla di quel passato da primula rossa, né dei tanti misteri che ancora avvolgono le sue avventure. Da un anno fa vita ritirata e non ha mai ceduto alla tentazione di parlare del dramma familiare che in 15 anni non ha trovato una spiegazione. Perché è vero che in paese qualcuno ha la sua idea ma la giustizia non è mai riuscita a individuare i responsabili della morte della figlia di Boe. Si chiamava Luisa e a soli 14 anni venne raggiunta da una fucilata in pieno volto mentre si affacciava al balcone di casa.

Storie vecchie che c’entrano poco con la bella pagina di solidarietà firmata dai pastori sardi. L’idea, pure stavolta, l’ha avuta il cantante-pastore Gigi Sanna, che aveva organizzato una grande mobilitazione anche per i colleghi dell’Umbria colpiti dal terremoto. «Con questa nuova iniziativa vogliamo offrire una seconda possibilità a chi ha commesso errori e pagato il conto alla giustizia».

Alle Faroe, tra i cacciatori di balene: “Uccidiamo per sopravvivere”

lastampa.it
noa agnete metz

Il rito antico delle isole danesi: «Peschiamo specie non in via d’estinzione, e non le esportiamo»


La caccia della balena: nelle isole Faroe la pratica è compiuta da 1000-2000 persone, le autorità autorizzano l’uccisione del branco

La vita dei faroesi oscilla tra modernità e tradizioni antiche, condizionate dal clima ostile dell’Atlantico del Nord, dove quasi tutto ciò che si consuma deve arrivare via nave. Da queste parti la caccia alle balene è un pilastro dell’identità degli isolani, che non si sentono né di rinunciarvi, né di dover dare giustificazioni. Uno stile di vita che non va di moda, e loro lo sanno bene, ma una volta sulle isole, il clamore internazionale per la mattanza si sente poco. Sigert, ha 38 anni ed è uno degli abitanti che ha il permesso di cacciare le balene.

Lui faroese, la moglie Alika è metà danese e metà groenlandese. Hanno una fattoria vicino alla minuscola capitale Thorshavn (il porto di Thor). Tre bambini piccoli giocano a ridosso del tavolo dove si pranza, e Alika spiega che la carne di balena si consuma un paio di volte al mese. Non di più, a causa del contenuto di mercurio che si accumula in un animale longevo, che si nutre di altri pesci. «A me piace molto anche la pelle cruda, è un sapore dell’infanzia, quando vivevo in Groenlandia. Lassù le chiamiamo vitamine del mare per le proprietà nutritive».

Tra le pietanze in tavola c’è la carne di pecora fermentata (cugina sciapa del prosciutto), pesce secco col burro, due versioni della carne di balena e, in più, il grasso, un po’ duro, che si mangia a bocconcini insieme alle patate. Dal 1986 è in vigore una moratoria internazionale contro la caccia alle balene, dopo che diverse specie sono andate vicine all’estinzione per l’eccesso di pesca. Ma sulle isole Faroe la caccia continua. Spiega Sigert: «Noi cacciamo le balene pilota che non sono in via d’estinzione. Ne prendiamo circa 900 l’anno su un popolazione totale di quasi 800 mila. Il divieto poi non riguarda la caccia per consumo locale. Non facciamo export, noi mangiamo la carne di balena. E non le andiamo a cercare in mare aperto. Aspettiamo che vengano da noi, come abbiamo sempre fatto».

Come avviene la caccia?
«Quando un branco di balene, per lo meno una trentina, viene avvistato nelle acque basse vicino la costa si avvisano le autorità e la gente del posto scende in spiaggia. Arrivano di solito tra le mille e le duemila persone. C’è chi sta sulle barche, che formano un semicerchio intorno al branco e lo spingono verso la costa, e chi aspetta sulla spiaggia per tirarle su».

Vendete la carne poi?
«La caccia è una tradizione che non ha nulla a che fare con i soldi. I primi pezzi, quelli più buoni, vengono dati alle case di riposo, perché le generazioni più anziane sono cresciute a carne di balena. Poi viene distribuita ad altri che per vari motivi non possono partecipare. Dopo si divide il resto tra i partecipanti. Un responsabile delle forze dell’ordine annota la funzione che ciascuno ha svolto e, in base a questo, ricevi la tua parte. È normale portare a casa intorno ai 20 kg».

Non ci sono professionisti?
«No, chi fa la mattanza deve avere il permesso di farlo, ma è uno sforzo comune. Non si sa mai quando vengono le balene. Può succedere un paio di volte all’anno o anche per niente. Su una delle isole non arrivavano da 40 anni e, quando finalmente le balene si sono avvicinate, solo gli uomini adulti sapevano come fare la mattanza. Del resto, se non fosse per la caccia alle balene, oggi non ci sarebbe più nessuno sulle Isole Faroe, la popolazione sarebbe morta di fame». Sigert aveva 13 anni quando ha ammazzato la sua prima balena, la paura la devi mettere da parte, non però la concentrazione:

«Un animale adulto – dice – pesa tra i 700 e gli 800 kg. Prima gli si tagliava la gola in mare aperto, ora non si fa più, devono arrivare sulla costa». Alika si alza dal tavolo e prende dalla parete un attrezzo di ferro, un lungo tubo appuntito di qualche centimetro di diametro, e ci spiega. «È un mønustingari. Si infila con forza dentro lo sfiatatoio della balena e, così, si taglia il midollo spinale dell’animale che muore dopo pochi secondi».

C’è stata un’evoluzione nella caccia alle balene?
«Fino a 15 anni fa c’erano poche regole e ognuno faceva un po’ da sé. Adesso le autorità devono essere presenti sul posto e sono loro a custodire gli attrezzi che usiamo. È stato vietato l’uso di corde sintetiche perché a volte si spezzavano e una parte rimaneva intorno alla balena, come un elastico. Siamo tornati a usare corde naturali che tengono meglio l’animale».

Durante la mattanza il mare si tinge di rosso per l’enorme quantita’ di sangue. I bambini non si spaventano?
«È cibo».

In che senso?
«È cibo, punto. Mangi la carne? Senza sangue non c’è cibo».

Sono solo uomini ad ammazzare le balene?
«Prima si, ma ora le cose sono cambiate. Non so se le donne vengono incoraggiate, ma sono benvenute e chi lo fa direi che acquisisce uno status speciale». Da sotto il tavolo sorride Maria Inaluk, ha quattro anni, ricci gialli e gli occhi a mandorla della madre.

E se un giorno Maria Inaluk volesse farlo?
«Sarei orgoglioso».