Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 6 maggio 2018

Vent’anni fa il primo iMac, la seconda rivoluzione del computer

lastampa.it

Il 6 maggio 1998, Steve Jobs svelò al mondo un Mac colorato e tutto-in-uno, destinato a cambiare l’aspetto delle scrivanie e a rilanciare Apple



La seconda rivoluzione del personal computer compie 20 anni. Il 6 maggio 1998, infatti, Steve Jobs svelò al mondo l’iMac: un computer colorato e tutto-in-uno, destinato a cambiare l’aspetto delle scrivanie e a rilanciare Apple.

La differenza con i computer presenti sul mercato è evidente al primo sguardo. L’iMac abbandona il classico color beige per puntare su una plastica azzurra traslucida, che lascia vedere l’interno della macchina. Anche il design è diverso: il PC della Mela, dalle forme stondate, ricorda alcune tv a tubo catodico degli anni Sessanta. La classica torre che racchiude le componenti del computer sparisce, così come le casse esterne. L’iMac integra tutto al suo interno e ha un maniglione per il trasporto inserito nella parte alta della scocca.

Il dispositivo si rivolge a un pubblico non solo professionale, grazie a un prezzo non elevato per gli standard Apple dell’epoca: 1.299 dollari che scendono a 999 negli anni successivi, quando arrivano altri colori e persino un modello floreale. «Abbiamo disegnato l’iMac per dare ai consumatori ciò a cui tengono di più: l’eccitazione di internet e la semplicità del Mac», dice Jobs. E l’iMac segna anche il ritorno di Jobs in Apple. Un ritorno salvifico per la compagnia, che passa da un rosso di 878 milioni di dollari nel 1997 a un utile di 414 milioni nel 1998. Solo negli ultimi tre mesi di quell’anno, sono più di mezzo milione gli iMac venduti.
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Il marito della Kyenge: "Le feci del cane? Era meglio se stava zitta"

ilgiornale.it
Claudio Cartaldo

Il marito di Cecile Kyenge, Domenico Grispino, parla della questione-escrementi. Poi rivela: "Ho votato Lega e M5S"



Lo scoop, se così si può chiamare, va in onda ieri sera durante l'ultima puntata de La Zanzara.
Ai microfoni di Giuseppe Cruciani e David Parenzo viene intercettato Domenico Grispino. Messa così potrebbe non significare nulla, se non fosse che il signore in questione è il marito di Cecile Kyenge, l'ex ministro dell'integrazione ora sommersa da una polemica fatta di razzismo, odio e escrementi. Di cane.

La questione è ormai nota. La Kyenge nei giorni scorsi aveva denunciato di aver trovato escrementi sul cancello e sui muri della sua casa a Gaggio di Castelfranco, in provincia di Modena. L'ex ministro aveva parlato di atto di "odio", poi però era stata sbugiardata dal vicino che si è auto-denunciato sostenendo di aver gettato la cacca a casa Kyengea causa di una lite tra vicini e una presunta "inciviltà" da parte del marito, accusato di non raccogliere le feci del suo cane. Il vicino si è "costituito" al comando della polizia municipale di Castelfranco e verrà probabilmente denunciato per deturpamento di cose altrui.

Intervistato da La Zanzara, il marito della Kyenge ha messo l'ultima parola sul caso domestico-politico. Ed è stato parecchio duro con la moglie. "Cecile poteva contare fino a cinque prima di parlare, a volte meglio stare zitti". E sul vicino: "So bene chi è perchè in un’occasione, dopo che ero uscito col cane, ero stato preso a maleparole. Non porto nessuno in tribunale, ma ha esagerato. Sarà capitato due volte che non ho visto i ‘pezzetti’ perchè Zibi è stitico e rialzandosi, forse, ha sporcato".
Tra moglie e marito non mettere il dito, dice il detto. Eppure la vera notizia è che Grispino alle ultime elezioni non ha votato il Pd cui appartiene la consorte. "Il Pd è morto, è bollito. E ho votato Lega al Senato e M5s alla camera".

1948: l'Italia scelse la libertà E al Pci non restò che perdere

ilgiornale.it
Paolo Guzzanti

Il 18 aprile il trionfo Dc spiazzò un Paese diviso in due Quel mondo spietato ma leale oggi è molliccio e confuso



In famiglia, nella primavera del 1948, vivevamo intorno al vero totem di casa: un apparecchio radio a valvole in radica di noce con cui avevamo seguito le ultime sulla guerra, il colonnello Stevens da Radio Londra e gli sceneggiati dai racconti di Allan Poe. Tirava un'aria da guerra civile latente e imminente. Sui muri campeggiavano, nel Lazio, slogan minacciosi e sgrammaticati: «Ha da venì, Baffone!». Baffone era Josep Stalin, imperatore del comunismo mondiale, atteso dalle masse e leader di un mondo che non conosceva scismi, ma soltanto soppressioni e sparizioni.

Non si sparava con le armi, ma le armi c'erano, nascoste ovunque e ben oliate. Gli adulti correvano in bicicletta urlando e distribuivano volantini. Oggi a Roma, sugli stessi selci di allora vedo uno sparuto gruppetto vicino a Largo Vidoni un tempo sede del ministero dell'Africa Italiana che inalbera uno striscione con la scritta No alla guerra!. Anche settanta anni fa si gridava no alla guerra, abbasso gli imperialisti, abbasso i comunisti. Uomini e donne in tonaca erano a quei tempi stranamente rissosi. Una mia vecchia zia mi voleva spiegare a tutti i costi in preda all'imbarazzo che i comunisti stupravano le fanciulle. La guerra era finita sui fronti ma non nella mente degli italiani che per prudenza già facevano incetta di scatolette di carne, carbone per la cucina e petrolio per i lumi.

Ieri, mentre camminavo su Corso Vittorio la gente mi salutava con le espressioni che sono diventate normali oggi, e balbettanti: «Non si capisce niente, vero? Che succederà? Mamma mia che casino». Settanta anni fa gli americani avevano portato penicillina, caramelle col buco Life Savers con antibiotici. Gli italiani rimasti fascisti soffrivano, mugugnavano e deridevano l'incerta democrazia nascente. I comunisti e Stalin erano associati all'idea della rivoluzione, stavolta per via elettorale. Stalin in realtà non era felice all'idea che in Italia vincesse il Fronte dei comunisti e dei socialisti.

Secondo la spartizione di Yalta l'Italia toccava all'Ovest e non si potevano fare pasticci senza conseguenze, come stava accadendo in Grecia dove Stalin non salvò i comunisti insorti.Il simbolo del Fronte delle sinistre era il volto barbuto di Giuseppe Garibaldi. A ponte Garibaldi avevano fatto marciare dei reduci garibaldini quasi centenari in camicia rossa. Era un mondo bellissimo forse proprio perché spaccato in due, o di qua o di là, o con Stalin o col Papa. I ragazzini col fazzoletto rosso dei Pionieri del Pci facevano a cazzotti con noi scout cattolici. Tutto era rozzo, ma tutto era chiaro, bianco o nero. O rosso. Poco tempo dopo Ivan Della Mea canterà con rimpianto rivoluzionario: «Vi ricordate del diciotto aprile, che avè votà democristiani, senza pensare all'indomani, senza pensare alla gioventù». I comunisti non riuscirono mai più a sperare di vincere le elezioni, neanche con Berlinguer.

Andavo alle elementari settanta anni fa e il mio compagno di banco, Alberto Limentani, mi dava a bere che di notte volava in Israele col suo caccia a combattere per Israele. Era un altro mondo, antico ma tosto e leale, chiaro e spietato, mentre oggi abbiamo di fronte un mondo piagnone, mollaccione e in cui idee e ideali cambiano colore e forma come le bolle di sapone. Allora il Fronte popolare era il nemico, la Democrazia Cristiana con lo scudone crociato rappresentava l'Occidente, la Chiesa e don Camillo contro Peppone. Era il 18 aprile e il blocco democratico stravinse contro tutte le previsioni. Sui manifesti, opere d'arte divertentissime, il trionfo della grafica, l'Unione Sovietica era un enorme orso che mangiava i bambini, mentre i democristiani erano sui manifesti dei parassiti schifosi e panciuti con enormi forchette.

Era un clima da crociata: l'America contro la Russia, il papa contro il demonio, lo stesso papa scheletrico e allampanato con gli occhialini tondi che era salito sulle macerie del bombardamento di Roma del 19 luglio del '43 «dispiegando le sue bianche ali» come canterà Francesco Guccini. Era anche il papa che aveva scomunicato i comunisti, un pogrom davanti a Dio, in una Roma alla prima prova di capitale repubblicana, una casbah di parrocchie, sezioni e cellule di partito, pedalata da agit-prop (agitatori propagandisti) che attaccavano manifesti subito coperti da manifesti avversari e giù, botte da orbi per tutti. Ce n'era uno di manifesto, bellissimo, in cui ruotando il volto di Garibaldi, simbolo delle sinistre, veniva fuori quello di Stalin.

Il cinese del baretto di via Piè di Marmo mi dice: «Ma adesso i grillini sono diventati filoamericani? Ma non erano per Putin? Ma è vero che Berlusconi vuole mediare fra Trump e Putin?». Non ci sono più le mezze stagioni, neanche mentali. È un day after, tutto sparito: a Piazza del Gesù non abita più la Dc e non c'è più il Pci alle Botteghe oscure. Né i repubblicani a piazza dei Caprettari, i liberali a via Frattina o i socialisti a via del Corso. Tutto morto ma cresce il tasso d'ansia: l'ansia di settanta anni fa era una frusta neuronale: paura dei comunisti, paura di un'altra guerra, anche se il piano Marshall ci avrebbe salvati.

Il Fronte Popolare non vinse, malgrado le certezze della sinistra: tanto rumore, troppo rumore per nulla. Era finita un'epoca: quella delle raffiche del Gobbo del Quarticciolo che non aveva ancora vent'anni, mentre il bandito Salvatore Giuliano l'anno prima in Sicilia aveva aperto il fuoco sulla folla a Portella delle Ginestre dopo la vittoria delle sinistre nell'isola. Di qui altri timori di stragi e rappresaglie. Ma gli italiani votarono saggiamente, in massa, e vinse il partito dell'Occidente. Il 4 marzo di quest'anno gli italiani hanno votato in preda a ripensamenti, acidità, incertezza fra rabbia e disperazione, e scoprono di avere in mano, per ora, un pugno di mosche.

Come cambia la Polizia: agenti con la pistola a impulsi elettrici e manette in velcro

lastampa.it
francesco grignetti

Inizia la sperimentazione di nuove dotazioni per le pattuglie di polizia


Taser X2

Se vedrete una pattuglia di polizia con strane attrezzature, niente paura. A Milano, Brindisi, Caserta, Catania, Padova e Reggio Emilia sta per cominciare la sperimentazione del «taser X2», ossia la pistola a impulsi elettrici che da tempo è dotazione ordinaria per gli agenti negli Stati Uniti. L’apparecchio in esame funziona con un puntatore laser e due dardi che rimangono collegati all’arma, ma può lanciare anche una scarica di avvertimento senza sparare alcun colpo. Il Dipartimento di Ps ha deciso di sperimentare l’arma, con l’avvertenza che si tratta appunto di una arma, e che quindi il suo uso va ricondotto alle esigenze di servizio. In pratica, la pistola a impulsi elettrici è considerata una alternativa alla pistola tradizionale e va sfoderata solo quando l’agente deve immobilizzare temporaneamente un soggetto.

Come tutte le armi (anche se questa è efficace a una distanza tra i 3-7 metri) la pistola dovrà essere estratta dall’agente di polizia solo quando necessario. In alternativa, va mostrata come forma di deterrenza a fronte di un soggetto che si mostri aggressivo. Va anche usata - si legge nelle circolari che accompagnano l’avvio della sperimentazione - con l’accortezza di mantenere le linee di tiro e le distanze di sicurezza. Siccome i dardi sono due, teoricamente è possibile sparare il primo e il secondo colpo a due soggetti diversi. In ogni caso, rimarca ancora il Dipartimento, l’agente dovrà considerare «i rischi associati con la caduta della persona» dopo che la stessa è stata colpita dal dardo.

Infine, a scanso di problemi legali, ad ogni utilizzo del «taser» dovrà seguire l’intervento di un medico che dovrà rilasciare un certificato sugli effetti che la scarica elettrica ha prodotto sull’arrestato.  Ma non solo il «taser» va in sperimentazione. Cambiano anche le manette, sostituite da una fascia in velcro, robusta quanto è più dell’acciaio, ma meno dolorose per i polsi del soggetto. La fascia, inoltre, potrà essere utilizzata anche per bloccare le caviglie o le braccia. Teoricamente un arrestato che si divincola potrà essere bloccato a terra con mani e piedi legati. Meglio che trattenerlo a terra a forza di braccia o montandogli sopra di peso, come anche è accaduto, e con esiti fatali per l’arrestato. 

“Le condannate”, Amnesty International denuncia gli abusi sui famigliari dell’Isis

lastampa.it
giordano stabile

Persecuzioni e violenze contro donne e bambine sospettate di aver legami con i jihadisti



In Iraq la guerra all’Isis continua anche contro gli innocenti. Donne e bambine sospettate di aver legami, anche molto labili, con chi ha fatto parte o collaborato con lo Stato islamico vivono segregate nei campi profughi vicino a Mosul, non possono uscire, avere documenti, subiscono violenze e anche stupri. E’ la denuncia che arriva dal rapporto di Amnesty International “Le condannate: donne e bambine isolate, intrappolate e sfruttate in Iraq”. Il rapporto è nato da un lavoro di mesi e ispezioni in tre campi profughi vicino all’ex capitale dello Stato islamico in Iraq, liberata dalle forze armate irachene nel luglio del 2017.

Fra gennaio e luglio decine di migliaia di persone sono fuggite da Mosul Ovest, sottoposta a incessanti bombardamenti da parte dell’aviazione irachena, da quelle della Coalizione anti-Isis e dall’artiglieria di esercito e milizie. I profughi venivano selezionati, uomini da una parte, donne e bambine dall’altra. Le forze irachene avevano una lista di appartenenti all’Isis. Migliaia di uomini e ragazzi sono stati arrestati e, denuncia Amnesty, molti “costretti a confessare sotto tortura” e poi condannati a morte.

I famigliari, chiusi nei campi profughi, hanno invece subito in seguito “una enorme discriminazione praticata dalle forze di sicurezza, dal personale dei campi profughi e dalle autorità”. Amnesty International ha rilevato che in tutti gli otto campi profughi visitati è stato praticato lo sfruttamento sessuale. I ricercatori hanno raccolto testimonianze su stupri molto diffusi da parte di militari e poliziotti. “La guerra contro lo Stato islamico sarà pure finita ma la sofferenza dei civili iracheni no. Donne e bambine sospettate di avere legami con l’Isis vengono punite per reati che non hanno commesso”, ha dichiarato Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International.

Facebook contro Google, Twitter e non solo: “Anche loro raccolgono i vostri dati”

lastampa.it
Andrea Daniele Signorelli

Stufo di essere il capro espiatorio della Silicon Valley, Mark Zuckerberg passa al contrattacco



“Lo fanno anche loro”: in estrema sintesi è questo il contenuto dell’ultimo blog post ufficiale di Facebook, firmato da David Baser (product management director del social network). Dopo settimane sulla graticola, la piattaforma fondata da Mark Zuckerberg passa al contrattacco, per mostrare come il modello di business basato sulla raccolta dei dati (a scopi di targettizzazione pubblicitaria) non sia una sua esclusiva, ma la norma tra i colossi della Silicon Valley.

“Twitter, Pinterest e Linkedin hanno dei tasti ‘mi piace’ e ‘condividi’ del tutto simili ai nostri; mentre Google ha un servizio di analytics molto popolare”, scrive nel comunicato David Baser. “Inoltre, Amazon, Google e Twitter offrono i nostri stessi strumenti per il login (che permettono di iscriversi a un sito o a un servizio usando le credenziali delle piattaforme di cui siete utenti; consentendo di scoprire molte informazioni utili sul vostro conto; ndr). Queste stesse aziende – come tante altre – offrono inoltre servizi pubblicitari (...) e inviano le vostre informazioni a molteplici società ogni volta che le visitate”.

Da un certo punto di vista, è la scoperta dell’acqua calda: che Google e altre aziende specializzate controllino ogni nostro movimento sul web – per inserire nelle pagine che visitiamo annunci mirati – o che LinkedIn e Twitter si basino sulle stesse logiche di Facebook non è una novità. E questo solo per restare nel mondo digitale, visto che anche le carte fedeltà dei supermercati sono utilizzate per analizzare – e a volte rivendere – i dati sulle nostre abitudini di consumo e che addirittura la metropolitana di Londra ha annunciato (e poi smentito ) di voler vendere i dati dei passeggeri raccolti attraverso il wifi.

Facebook è diventato il capro espiatorio di una pratica commerciale così diffusa soprattutto per una ragione: lo scandalo Cambridge Analytica ha mostrato come il social network non abbia impedito che i dati dei suoi utenti fossero usati in maniera illegittima (i dati raccolti “a fini accademici” sono stati sfruttati per fare propaganda politica senza che il social network reagisse), scoperchiando il vaso di Pandora e trovandosi al centro della prima grande polemica sui big data.

Non è tutto: come sottolinea TechCrunch , nel comunicato non si offre alcuna risposta alla domanda, sollevata anche durante le recenti audizioni di Zuckerberg al Senato, riguardo la profilazione da parte di Facebook di persone che non sono utenti del social network. David Baser si limita a segnalare che “quando visiti un sito o un’applicazione che utilizza i nostri servizi, noi riceviamo informazioni anche se non hai eseguito il log-in o non sei iscritto a Facebook. Questo avviene perché le applicazioni e i siti non sanno chi stia usando la nostra piattaforma”. Anche in questo caso, però, si tratta di un problema che riguarda tanto Facebook quanto gli altri social network.

Ciò che sta emergendo, più in generale, è quale sia il prezzo da pagare per utilizzare questi servizi. Pensate se, prima dell’avvento di internet, vi avessero offerto di usare gratuitamente il servizio postale chiedendovi in cambio di aprire e leggere ogni vostra lettera; o se, in cambio di qualche sconto, un addetto del supermercato sotto casa vi avesse seguito scaffale dopo scaffale prendendo appunti su tutto ciò che comprate o non comprate (senza nemmeno sapere che fine avrebbero fatto queste informazioni). Avreste accettato? 

Mancano piloti e altro personale A rischio il volo dei caccia Usa

ilgiornale.it
Paolo Mauri

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Il report del Gao (Government Accountability Office) sul numero dei piloti impiegati nelle Forze Armate Usa è impietoso: dal 2012 al 2017 il divario tra i piloti richiesti e quelli effettivamente impiegati è aumentato sino al 27%. In particolare è stato calcolato, lo scorso novembre, che per garantire un servizio efficace l’Usaf abbisogna di 20 mila piloti compresi quelli di Ang (Air National Guard) e Riserva e che il loro effettivo numero in questo momento sia inferiore di 2 mila unità, abbastanza per minacciarne il mantenimento dei requisiti di prontezza operativa.

Dall’anno fiscale 2006 al 2013, sempre secondo il Gao, la componente in servizio attivo dell’Air Force ammontava ad un fisiologico 92% dei posti richiesti, anzi, nel 2011 addirittura il personale era in sovrannumero arrivando al 104%, ma a cominciare dal 2014 mentre i ruoli di servizio attivo cominciarono ad invertire la tendenza rispetto al 2006 ed andarono aumentando, non ci fu un parallelo aumento del personale di volo, anzi, questo continuò a diminuire arrivando, nell’anno fiscale 2017, a raggiungere 1005 piloti in meno rispetto ai 3750 richiesti, ovvero il 27%. Per fare un paragone nel 2006 il divario era di soli 192 piloti pari al 5% del totale.

Problema che affligge non solo l’Usaf ma anche la Us Navy ed i Marines. Per la Marina Usa nel 2013 il divario ammontava solo al 12% pari a 57 piloti mentre nei successivi quattro anni questi andava aumentando vertiginosamente attestandosi sui livelli dell’Usaf con il 26% pari a 136 piloti. Per l’Usmc la situazione, se possibile, è ancora peggiore dato che tra il 2006 ed il 2007 ci fu un’impennata nella richiesta di ruoli di servizio attivo passando da 1050 piloti sino a 1600, ma non ci fu un parallelo aumento del personale incamerato: così il divario, che prima era solo del 6%, schizzò al 36% in un solo anno, per poi attestarsi intorno a circa le stesse percentuali delle altre Forze Aeree (24%) ma solo perché cominciò a diminuire la richiesta di personale in servizio attivo. Se un divario intorno al 5/10% può essere considerato fisiologico, uno del 27%, ovvero quasi un terzo del totale, è da considerarsi un serio problema per le operazioni di volo.

Per fare un esempio l’Usmc considera le unità con meno dell’85% di personale attivo come “unhealthy”, malsane; l’Us Navy ricorda invece che non può considerare operativi i propri stormi imbarcati se non può equipaggiarli di personale al completo e l’Usaf parimenti ha ribadito al Gao che unità con meno del 100% di ruoli occupati sono da considerarsi comunque “sotto organico”. Le tre armi aeree fanno però sapere che, sebbene non riescano a riempire tutti i ruoli attivi, comunque garantiscono che tutti gli stormi schierati in operazioni sono perfettamente in organico, ma questo ha un prezzo da pagare: i turni di servizio dei piloti vengono allungati oltremisura, gli stessi piloti vedono aumentare il numero dei turni durante l’anno, e vengono prelevati piloti da altri stormi per “tappare i buchi”, il tutto quindi si traduce in un aumento del carico di lavoro per il personale.

Carico di lavoro che ovviamente va ad inficiarne l’efficienza, anche psicologica: trattenere in operazioni i piloti più frequentemente e più a lungo causa instabilità nelle famiglie e quindi porta all’insoddisfazione per la propria carriera, causando a sua volta un’emorragia di piloti verso gli impieghi civili al termine della ferma. Particolare poi da non sottovalutare è che il minor numero di piloti a disposizione e quindi il conseguente maggior impiego riduce il tempo che questi possono mettere a disposizione delle nuove leve per addestrarli ulteriormente al termine della scuola di volo ed inoltre va ad intaccare il numero di piloti con qualifiche speciali dovendo fare da “tappabuchi” ove richiesto.

Senza considerare che l’aumento della lunghezza dei turni operativi provoca anche l’aumento dell’usura delle macchine, la maggior parte delle quali hanno già parecchi anni alle loro spalle, quindi sempre meno stormi riescono ad averne di efficienti ed in condizioni “operative”. Tutto questo è frutto sia di politiche sbagliate sia di un fisiologico ridimensionamento delle forze aeree post Guerra Fredda. Se nel 1989 esistevano 134 stormi da caccia, nel 2017 il numero è sceso a 55, la politica di tagli alla Difesa voluta da Obama nel 2013, poi, con incentivi affinché i piloti chiedessero il congedo anticipato, ha contribuito a peggiorare ulteriormente la situazione.

Questa situazione generale, che non è solo limitata alle forze aeree, fa capire perché la nuova amministrazione abbia rilanciato l’intero settore della Difesa o stia cercando di farlo, con nuovi finanziamenti e nuovi programmi: proprio l’Usaf dovrebbe infatti vedere aumentati i propri stormi da 55 a 58 entro breve tempo, ma per il momento la situazione risulta, se non drammatica, di difficile gestione. Bisogna infatti considerare che i piloti “persi” non sono immediatamente recuperabili dato che la loro formazione, oltre a costare al contribuente Usa dai 3 agli 11 milioni di dollari a pilota, costa in termini di tempo: 5 anni per diventare pronto al combattimento.

Quindi se partisse ora una campagna di arruolamenti massiccia gli effetti si vedrebbero solamente nel medio/lungo periodo e, considerando tutta la gamma di operazioni in cui le Forze Armate Usa sono coinvolte, vorrebbe dire continuare a sfruttare oltre l’inverosimile la propria forza lavoro. L’Usaf pertanto cerca di correre ai ripari con incentivi sullo stipendio: il bonus per la ferma è passato dai 125 mila dollari l’anno del 2006 ai 455 mila del 2017 ma a quanto pare non è bastato per fermare l’emorragia, proprio per le dure condizioni di lavoro.

Per dare un ulteriore quadro della situazione in cui versa basti pensare che, mentre nel 1980 un pilota di F-16 avrebbe avuto a disposizione due team di personale di terra prima di ogni volo, uno “in hangar” ed uno sulla pista di decollo, e, al suo arrivo in un’altra base, avrebbe trovato team diversi adibiti per gli stessi compiti, ora deve fare affidamento sullo stesso personale: sono infatti gli stessi uomini ad effettuare i controlli pre volo e a catapultarsi sulla pista per levare gli spinotti di sicurezza dell’armamento del velivolo, e sono sempre gli stessi che, prendendo un aereo da trasporto, seguono, anzi, devono anticipare il caccia nel suo aeroporto di destinazione per effettuare tutti i controlli del caso al suo arrivo.

Si aggiunge inoltre, come corollario alla già citata obsolescenza dei velivoli che richiedono maggior manutenzione, la difficoltà per i piloti a mettere insieme le ore di volo per mantenersi “combat ready”, ma questo è un problema solo per gli Usa: anche da noi, nel nostro piccolo, si vola sempre di meno per via dei tagli ed i nostri piloti approfittando di ogni occasione possibile per racimolare ore di volo. Se a questo sommiamo anche il fatto che un pilota deve occuparsi di questioni burocratiche che prima venivano svolte da altro personale d’ufficio, il primo ad essere tagliato dalla scure della riduzione delle spese per la Difesa Usa, capiamo bene perché oggi si preferisca letteralmente scappare dall’Usaf o dalla Us Navy per entrare nella linee aeree civili.

L’ex promessa del Toro arrestato per furto al centro commerciale

lastampa.it
lidia catalano


Pierre Dell’Aglio, 25 anni, in una foto postata su Twitter nel 2012: sorride davanti a un piatto pieno di banconote

In una delle foto postate su Twitter sorride davanti a un piatto traboccante banconote da 50 euro. «La fame è brutta ahahaha..!». In un’altra è in posa accanto a una ragazza durante una serata in un locale milanese. E poi gli scatti che lo ritraggono alla guida dell’auto nuova, i tre iPhone, l’orologio Gucci.Amava ostentare una vita patinata, costellata di lussi e opulenza Pierre Francois Dell'Aglio, ex promessa del Torino calcio, arrestato lunedì per furto aggravato dai carabinieri della stazione Falchera. A richiedere l’intervento dei militari è stato l’addetto alla sorveglianza dell’Oviesse di corso Romania 460, uno dei negozi di abbigliamento all’interno del centro commerciale Auchan.

Il sorvegliante, allarmato dall’aggirarsi sospetto del giovane tra gli scaffali, lo ha seguito nell’area dei camerini, dove si era intrufolato con un giubbotto di jeans, i pantaloni di una tuta e un flacone di profumo Prada. Vedendolo poi avviarsi verso l’uscita con la merce indosso, l’addetto si è lanciato all’inseguimento, soccorso dagli altri uomini della security in servizio al supermercato. Una volta immobilizzato e senza via di fuga, il 25enne originario della Costa d’Avorio ha restituito la refurtiva, del valore complessivo di circa 150 euro.

I carabinieri arrivati poco dopo, lo hanno arrestato. Quello di lunedì è solo l’ultimo atto della parabola discendente di un talento calcistico bruciato in fretta dai guai con la legge. L’inizio del declino per Pierre Francois Dell’Aglio ha un luogo e una data precisa: 17 novembre 2012, in occasione della sfida di campionato contro il Parma. Durante un controllo antidoping al termine della gara l’attaccante granata risulta positivo a un metabolita della cocaina. Il Tribunale Nazionale Antidoping lo sospende subito in via cautelare e poco dopo gli infligge due anni di squalifica.

In un anno 3 mila medici aggrediti. Così cresce la violenza in corsia

lastampa.it
paolo russo

Corsi di autodifesa e alpini per proteggere il personale. Le Asl: “Pene più severe”


LAPRESSE

In ospedale o in ambulatorio come in trincea. Per i medici è stato un altro week end di paura. A Napoli una dottoressa del 118 è stata aggredita, insieme ad altri operatori e presa a schiaffi, pugni e sputi dai parenti e amici di una coppia caduta dal motorino, che stava soccorrendo; a Roma, all’ospedale Sant’Andrea, un uomo in preda all’ira, padre di un ricoverato, si è scagliato contro la dottoressa di turno minacciandola di morte e stringendole le mani al collo; a Palese, in provincia di Bari, un intero equipaggio del 118 è stato tenuto sotto scacco da un paziente armato di katana, riuscendo a sfuggire per miracolo alla sua furia.

Da giorni il clima all’Ospedale Civico di Palermo è incandescente con aggressioni che si susseguono anche nell’arco di un’ora. Una scatenata persino da una guardia giurata che ha messo in fuga medici e infermieri colpevoli di non averlo fatto entrare nella stanza della figlia dove già c’era la madre. E che dire del migrante che la scorsa settimana ha creato il panico al Pellegrini di Napoli, ferendo cinque medici, di cui uno in modo grave.

Una scia di violenze che crescono a ritmo esponenziale. La Fiaso, la Federazione di Asl e ospedali, stima che siano oltre tremila i casi di aggressione l’anno, solo 1.200 denunciati all’Inail. Quelle raccolte dal sindacato degli infermieri Nursing dicono che i più esposti al rischio sono gli addetti al pronto soccorso, con 456 casi l’ultimo anno, seguiti da medici e infermieri che lavorano in corsia (400), mentre le aggressioni negli ambulatori sarebbero state 320. In 16 casi su 100 è stato necessario ricorrere alle cure di qualche collega. Ma a dover indossare l’elmetto sono soprattutto i medici di continuità assistenziale, le guardie mediche insomma, che sostituiscono i medici di famiglia la notte e nei festivi.

Qui non sono volate solo le sberle, ma in venti anni si sono dovuti contare 87 casi tra omicidi, violenze carnali e sequestri, che hanno riguardato in molti casi anche gli uomini. «In molte sedi mancano anche i più elementari sistemi di sicurezza» denuncia Tommasa Maio, che rappresenta la categoria nel sindacato Fimmg. «Ma nel rinnovo della nostra convenzione abbiamo raggiunto un accordo con la parte pubblica in base al quale nelle ore notturne i medici di guardia non riceveranno più pazienti, ma si limiteranno a dare consigli telefonici o a visitare a domicilio».

A scatenare l’ira dei malati e dei familiari al seguito sono a volte i disservizi, liste d’attesa in testa.Ma il presidente dell’Ordine dei medici, Filippo Anelli, ha un’altra lettura del fenomeno. «Vedo un parallelo tra quanto accade a noi e agli insegnanti. Queste violenze sono frutto di una cultura secondo la quale la sanità o la scuola sono alla stregua dei supermarket, dove prendo quello che mi piace e se non trovo cerco un capro espiatorio.

Occorre rispetto, perché una società che aggredisce i medici aggredisce se stessa». Se i camici bianchi puntano a un cambiamento culturale, a Pordenone ci penseranno gli alpini a proteggere i medici di guardia. Un accordo in questo senso è stato già siglato dal locale Ordine dei medici e dall’associazione dei soldati con la piuma, Ana. L’Agenas, l’Agenzia per i servizi sanitari regionali, ha invece già messo a punto dei corsi di autodifesa, che rientreranno nella normale formazione professionale medica.

A chiedere «l’inasprimento delle pene per chi si scaglia contro gli operatori sanitari» è invece il presidente della Fiaso, Francesco Ripa di Meana, che annuncia per il primo maggio l’avvio della raccolta firme insieme a Ordini professionali e associazioni degli utenti per presentare una proposta di legge d’iniziativa popolare. «Inoltre come manager ci impegneremo a concordare con prefetture e questure procedure che garantiscano la tempestività dell’intervento delle forze dell’ordine». Sperando che non occorra chiamare l’esercito, come proposto dal Codacons.

Il Comune nega la registrazione al bambino nato da due madri

lastampa.it
andrea rossi

Il piccolo è stato concepito dalla consigliera comunale del Pd Chiara Foglietta attraverso la fecondazione assistita. La sindaca: c’è un vuoto normativo, lavoriamo per colmarlo


La foto postata da Chiara Foglietta insieme con il piccolo Niccolò Pietro

Il Comune di Torino ha negato l’iscrizione anagrafica come figlio di due madri di un neonato, Niccolò Pietro, concepito con la procreazione assistita in Danimarca da Chiara Foglietta, consigliera comunale del Pd e attivista per i diritti Lgbt. Foglietta si è presentata con la compagna, Micaela Ghisleni, all’anagrafe per registrare il bambino nato lo scorso 13 aprile.

Il diniego della Città nasce da un vuoto normativo, spiega il legale della coppia, l’avvocato Alexander Schuster: «L’anagrafe usa le formule previste dal ministero nel 2002 che ignorano la riproduzione assistita - afferma -. Ciò accade anche per coppie di sesso diverso, o donne senza partner: l’anagrafe obbliga a dichiarare che la nascita deriva da una unione naturale con un uomo». Oppure che il padre è ignoto. Ma Chiara Foglietta e la sua compagna rifiutano «di dire il falso. Ci viene negato il diritto di inserire dichiarazioni veritiere nell’atto di riconoscimento e a nostro figlio il diritto a un’identità corrispondente alla realtà e a conoscere gli eventi che hanno determinato la sua esistenza».

PARLA LA SINDACA
Sul tema interviene direttamente la sindaca Appendino: «La legge al momento non prevede il riconoscimento dei figli e delle figlie delle coppie omogenitoriali nati in Italia. Personalmente sono favorevole e disponibile a procedere con la registrazione, ma in un contesto di vuoto normativo quale quello attuale, potrebbe non essere garantito il diritto tanto dei genitori quanto dei figli. Il mio impegno e quello dell’amministrazione è massimo, con il supporto degli uffici e dell’avvocatura abbiamo avviato una serie di azioni e percorsi volti ad una definitiva e generale risoluzione delle problematiche, coinvolgendo tutte le istituzioni preposte, gli enti locali e le associazioni».

Cucchi bis, i testimoni dell’Arma: i vertici dei carabinieri sapevano di verbali falsificati

lastampa.it
Edoardo Izzo



Di quanto accaduto a Stefano Cucchi il 17 ottobre del 2009, quando fu arrestato dai carabinieri con l’accusa di possesso di droga, i vertici dell’Arma sapevano molto prima che il caso finisse all’attenzione della procura di Roma e dei media. E gli stessi vertici si adoperarono perché della vicenda venisse data una versione soft nelle varie informative destinate ai pm di Roma. Il racconto agghiacciante è emerso oggi dalla deposizione di alcuni carabinieri ascoltati come testimoni in aula dal pm Giovanni Musarò.

Il processo è quello che vede imputati cinque carabinieri in relazione alla morte del geometra romano Stefano Cucchi avvenuta a Roma il 22 ottobre del 2009. I militari dell’Arma coinvolti sono: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, accusati di omicidio preterintenzionale e di abuso di autorità. Tedesco è accusato anche di falso e calunnia Roberto Mandolini, mentre della sola calunnia risponde Vincenzo Nicolardi.

La prima anomalia sarebbe in due annotazioni di servizio, datate 26 ottobre del 2009 alle 18 e 40, che il piantone di Tor Sapienza, Gianluca Colicchio, scrisse sull’arrivo di Cucchi, il 16, consegnato dal personale della stazione Roma-Appia e al suo trasferimento nella cella di sicurezza. «Trascorsi circa 20 minuti Cucchi suonava al campanello di servizio presente nella cella e dichiarava di aver forti dolori al capo, giramenti di testa, tremore e di soffrire di epilessia». Questa annotazione di pg riporta lo stesso numero di computer di una seconda versione, più sfumata, nella quale si dava conto che «Cucchi dichiarava di soffrire di epilessia, manifestando uno stato di malessere generale verosimilmente attribuito al suo stato di tossicodipendenza e lamentandosi del freddo e della scomodità della branda in acciaio».

In aula, Colicchio ha riconosciuto come propria la firma apposta in calce ai due verbali, ma ha ammesso che la seconda versione non corrisponde al vero. Identica anomalia è stata riscontrata in due annotazioni di pg firmate dal carabiniere scelto Francesco Di Sano, sempre il 26 ottobre su quanto accaduto dieci giorni prima. «Alle 9 e 05 circa, giungeva presso questa Stazione personale della Casilina, addetto al ritiro del detenuto (atteso in tribunale per la direttissima, ndr) ... Cucchi riferiva di avere dei dolori al costato e tremore dovuto al freddo e di non poter camminare, veniva comunque aiutato a salire le scale...».

Di Sano ha ammesso in udienza di essere stato invitato a ritoccare il verbale perché troppo dettagliato, maturando così la seguente versione definitiva: «Cucchi riferiva di essere dolorante alle ossa sia per la temperatura freddo/umida che per la rigidità della tavola del letto (priva di materasso e cuscino) ove comunque aveva dormito per poco tempo, dolenzia accusata anche per la sua accentuata magrezza».

Importante anche il racconto del carabiniere, Pietro Schirone, della stazione Casilina che tradusse con un collega Cucchi da Tor Sapienza in tribunale, e che già nel 2009 ai magistrati della procura di Roma disse che era chiaro che era stato menato. «Cucchi stava male, aveva ematomi agli occhi». Versione confermata anche oggi in udienza. Passi di quel verbale finirono poi sui giornali e Schirone ha spiegato di essere stato convocato il giorno dopo dal colonnello Alessandro Casarsa, comandante provinciale: «Mi chiese solo se le dichiarazioni riportate dalla stampa corrispondessero al mio pensiero. Gli risposi di sì e la questione si chiuse in questo modo. Non sono mai stato sottoposto a un procedimento disciplinare nè ho saputo mai che sulla vicenda sia stata avviata dall’Arma un’inchiesta interna». 

Indipendentismo e povertà, Macron negli atolli in rivolta

lastampa.it
leonardo martinelli

Il presidente francese arriva in Nuova Caledonia a sei mesi dal referendum. Il crollo del prezzo del nichel e le differenze etniche le spine dell’arcipelago


AFP
 Il presidente francese Emmanuel Macron nel tradizionale Senato Coutumier di Noumea. La Nuova Caledonia fa parte della Francia sin dal 1853

Sarà il momento più difficile del viaggio di Emmanuel Macron nella Nuova Caledonia, arcipelago francese 1500 km a Est dalla costa australiana. Domani il presidente sbarcherà in un atollo sperduto, Ouvéa, spiagge bianche e acque cristalline. Ma proprio lì, trent’anni fa esatti, epoca di vera e propria guerra civile fr