Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

venerdì 4 maggio 2018

Che cos’è l’ordinaria amministrazione di un Governo

lastampa.it
paolo magliocco


Il presidente Mattarella parla con il presidente del Consiglio dimissionario Paolo Gentiloni, in secondo piano Roberto Fico, presidente della Camera

Due mesi dopo le elezioni del 4 marzo le trattative per formare una maggioranza in Parlamento sono ferme e da quaranta giorni l’Italia ha un Governo in carica solo “per il disbrigo degli affari correnti”.È questa la formula usata dal comunicato del Quirinale il 24 marzo quando il presidente delle Repubblica ha accettato le dimissioni del presidente del Consiglio dei ministri Paolo Gentiloni invitandolo a restare in carica, appunto, “per il disbrigo degli affari correnti”. Da allora il Governo si è riunito sei volte, mantenendo il ritmo di circa cinque convocazioni al mese tenuto da quando è entrato in carica a metà dicembre del 2016.

L’ultima riunione è stata il 26 aprile quando ha approvato il Def, Documento di economia e finanza, cioè l’atto che dovrebbe indirizzare la politica economica del Paese. Il Governo però ha chiarito che “in ragione dell’attuale momento di transizione” il provvedimento non contempla alcun impegno per il futuro, bensì si limita alla descrizione dell’evoluzione economico-finanziaria internazionale, all’aggiornamento delle previsioni macroeconomiche per l’Italia e del quadro di finanza pubblica tendenziale che ne consegue”. In sostanza, è stata scelta una interpretazione restrittiva del concetto di ordinaria amministrazione, evitando ogni decisione politica.

Due giorni prima, il 24 aprile, il Consiglio dei ministri si è riunito unicamente per decidere, su proposta del ministro dell’Interno Marco Minniti, di concedere la cittadinanza italiana ad Alfie Evans, il bambino inglese affetto da una malattia incurabile morto pochi giorni dopo, per favorire il suo trasferimento in Italia. Nelle altre riunioni sono stati adottati vari provvedimenti, compreso lo scioglimento di Consigli comunali per infiltrazioni della malavita, alcune nomine, l’approvazione di modifiche a decreti legislativi, cioè leggi fatte dal Governo ma con un preciso mandato del Parlamento.

Non esiste una legge che indichi che cosa un Governo dimissionario può fare e neppure una definizione unica di cosa includano gli affari correnti o, come viene detto più spesso, l’ordinaria amministrazione. I manuali di diritto costituzionale indicano che certamente si tratta della attività strettamente necessaria per continuare a far funzionare l’amministrazione pubblica. Ma anche dell’attuazione di ciò che è stato già deciso dal Parlamento, come nel caso dei decreti legislativi. E sicuramente di ciò che può essere reso necessario dall’urgenza, come provvedimenti per una calamità naturale o per lo scoppio di una guerra.Tutto ciò che va oltre questo limite non è comunque illegittimo.

Dagli affari correnti restano quasi certamente escluse due delle principali attività dell’esecutivo.
La prima è la proposta di leggi al Parlamento. Infatti le Camere che dovrebbero poi approvare queste leggi dopo le elezioni hanno ora una composizione molto diversa da quella che ha garantito una maggioranza a Paolo Gentiloni. Secondo una statistica pubblicata dall’osservatorio Openpolis , però, in Italia otto leggi su dieci derivano da proposte nate all’interno del Governo e non in Parlamento. 
La seconda attività è l’approvazione di decreti leggi, cioè provvedimenti decisi dal Governo e che hanno valore di legge, ma che devono essere poi approvati dal Parlamento entro 60 giorni.

Sempre secondo le statistiche di Openpolis gli ultimi governi (escluso quello Gentiloni) hanno adottato in media due decreti legge al mese.

Abu Mazen: «Gli ebrei causa della Shoah per il loro comportamento»

corriere.it
di Silvia Turin

Ondata indignazione in tutto il mondo per le parole del presidente palestinese. La risposta di Netanyahu: «Patetiche frasi antisemite»

(Ansa)
(Ansa)

Alcune frasi di stampo antisemita pronunciate da Abu Mazen in queste ore stanno suscitando una valanga di critiche a livello mondiale. Secondo i media internazionali, il presidente palestinese avrebbe detto che l’Olocausto è stato causato da alcuni «comportamenti sociali» tenuti dagli ebrei, come «l’usura, le banche e cose del genere». Fra i primi a commentare, il premier israeliano, Benyamin Netanyahu, che ha detto che il leader palestinese è «antisemita e patetico».
Teorie negazioniste
Times of Israel scrive che il discorso sarebbe stato pronunciato in una sessione del Consiglio nazionale palestinese parlando agli astanti di «lezione di storia» citando altre teorie negazioniste cui il presidente palestinese non è nuovo. Ha pronunciato le frasi a Ramallah, in un discorso di 90 minuti trasmesso in diretta tv. Abu Mazen ha negato che esista una relazione fra gli ebrei e la terra di Israele, definendo lo Stato ebraico un «prodotto coloniale» britannico.
Le dichiarazioni
In Europa orientale e occidentale gli ebrei sono stati periodicamente massacrati nei secoli, fino all’Olocausto, ha detto Abu Mazen. «Ma perché questo è accaduto?. Loro dicono: `È perché siamo ebrei´. Vi porterò tre ebrei, con tre libri, che dicono che l’odio verso gli ebrei non è causato della loro identità religiosa, ma dalle loro funzioni sociali. È un problema differente. Quindi la `questione ebraica´, che era diffusa in tutta Europa, non era diretta contro la loro religione, ma le loro funzioni sociali, legate all’usura, all’attività bancaria e simili». Abu Mazen «dice che gli ebrei che prestano denaro hanno provocato l’Olocausto...Ora c’è un partner per la pace», ha twittato il viceministro per gli Affari diplomatici Michael Oren. Condanna per le dichiarazioni «antisemite» è stata espressa dalla Anti-Defamation League.

Schiavi e zoo umani: il Belgio fa i conti con le vergogne coloniali

lastampa.it
EMANUELE BONINI



Sfruttamento, schiavitù, mito della razza, e circa 10 milioni di vittime tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Qualcosa di cui non andare fieri, e che invece il Belgio ha sempre messo in bella mostra, con tanto di teche e persino «zoo umani» per far meglio conoscere usi e costumi dei popoli «da civilizzare». Il Museo reale dell’Africa centrale (Mrac), l’ultimo museo coloniale al mondo, non scompare, anzi torna più moderno di prima. Riapre a dicembre, dopo cinque anni di lavori. L’obiettivo non è promozione della barbarie, ma fare i conti con un passato scomodo e mettere i belgi di fronte alla storia.

«Fino a poco tempo fa nella scuole belghe si insegnava che portavamo la civilizzazione», ricorda Guido Gryseels, direttore generale del museo. Solo nel 1998 la pubblicazione del libro «I fantasmi di re Leopoldo», il monarca che tanto volle la presenza belga in Africa (tanto da legare il suo nome a quella nota oggi come Kinshasa ma fino al 1960 più nota come Leopoldville) si iniziò un nuovo capitolo nella narrazione storica. Dopo un rinnovamento costato 75 milioni di euro e il raddoppio dell’area espositiva, il nuovo Mrac si pone l’obiettivo di porre di fare del museo del colonialismo non più motivo di vanto ma di riflessione e presa di coscienza.

Senso di superiorità
«Per 100 anni siamo stati un’istituzione coloniale», ricorda il direttore del museo. «Abbiamo la responsabilità di aver coltivato un attitudine secondo cui molti belgi si sentono superiori ai neri». Adesso tutto questo intende cambiare, ma «ci vorrà un po’». A dicembre, quando riapriranno i battenti, è previsto un discorso del ministro degli Esteri, Didier Reynders, volto a ripercorrere il passato coloniale del Paese. In modo meno entusiastico.

Il Museo reale dell’Africa centrale aprì i battenti nel 1897 per volere del re Leopoldo II. Si chiamava inizialmente museo del Congo, colonia belga fino al 1959. L’anno precedente all’indipendenza, nel 1958, la madrepatria dovette ospitare l’Expo che giustificò la realizzazione dell’Atomium divenuto poi uno dei simboli di Bruxelles. Ai piedi della struttura per l’occasione tutto il mondo potè vedere una riproduzione delle condizioni di vita dei congolesi, con persone vere. Persone lasciate in un recinto, come bestie, in fedeli riproduzioni delle loro case.

La pagina buia
L’esposizione universale del Belgio fu la prima organizzata dopo la seconda guerra mondiale. Un appuntamento che doveva servire simbolicamente a scrollarsi di dosso pagine buie di storia. I belgi avevano altro in programma.  Fu quello l’ultimo caso di uno zoo umano. Fino a pochi anni considerato quasi normale, anche a causa di una volontà di non affrontare il tema del passato coloniale. Adesso, dopo cinque anni, la bottega degli errori e degli orrori tornerà a mettere le coscienze di fronte alle scomode eredità coloniali.

E De Magistris invoca il miracolo di San Gennaro per il maxidebito di Napoli

ilgiornale.it

La sceneggiata per sanare il buco milionario per i lavori post sisma dell'80. Poca gente in piazza



Napoli - Scaricato dalla politica nazionale e con la città distratta da ben altri problemi, Luigi de Magistris si è rivolto all'unico che potrebbe dargli una mano col Comune a un passo dal crac finanziario. «San Gennà, sciogli il debito» recita l'invocazione affissa alla riproduzione della teca contenente il sangue del Patrono, issata davanti a Palazzo San Giacomo poco prima della manifestazione contro il rischio dissesto. «Ci fermeremo e fermeremo la lotta quando ci cancelleranno il debito.

Anzi dopo la giornata di oggi non è neanche più sufficiente cancellare il debito, ci devono risarcire perché siamo vittime della stagione del terremoto e dell'emergenza rifiuti», arringa la (poca) folla presente in piazza del Municipio, il sindaco. Tremila manifestanti secondo la Questura, forse meno della metà contando più attentamente. All'appello ci sono tutti gli arancioni: i consiglieri comunali e metropolitani, staffisti e familiari, dirigenti municipali, gitanti col cappellino rosso (che qualche malalingua attribuisce al segnale di riconoscimento del consigliere ex Forza Italia, Gabriele Mundo) e soprattutto i lavoratori delle partecipate.

I cittadini, quelli a cui si era rivolto il sindaco evocando la «più grande mobilitazione popolare dal Dopoguerra in Italia», sono rimasti a casa. DeMa, ieri, ha protestato contro la sentenza delle sezioni unite della Corte dei Conti che ha scoperto una mancata posta in bilancio pari a 85 milioni di euro, dovuta al consorzio Cr8 per alcuni lavori di ricostruzione post-sisma del 1980, che ha dato origine a una multa di pari ammontare. Debito «ingiusto» secondo l'ex pm, che si somma al deficit di 2,5 miliardi di euro di questi ultimi 4 anni. «Non avranno pace quelli che si gireranno dall'altra parte», ha giurato Giggino. Annunciando, peraltro, la richiesta di un incontro col presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

I toni sono quelli dell'eroe solitario. «Io questa battaglia la combatto in prima persona a petto nudo mettendomi davanti. È iniziato il nostro contrattacco ai poteri forti ha concluso de Magistris - avranno il nostro fiato sul collo».

A poche centinaia di metri, la contromanifestazione organizzata dalle associazioni cittadine che reclamano lo scalpo del primo cittadino. «Il debito ingiusto non esiste. Ed è paradossale che un ex magistrato promuova una manifestazione di piazza contro una sentenza. I cittadini dicono basta, siamo stufi», ha attaccato Gaetano Brancaccio, promotore del comitato «Verità per Napoli». L'evento inizialmente ha visto in piazza anche Forza Italia, Lega e Pd che però ha lasciato dopo l'arrivo degli esponenti di Casapound, guidati dalla battagliera Emmanuela Florino. «Era ed è il consiglio comunale la sede propria e giusta per discutere di bilancio, di debito ed irregolarità contabili, del futuro di Napoli ha bacchettato tutti l'ex sindaco Antonio Bassolino Bisognava già averlo fatto prima».

Che fine hanno fatto i chatbot?

lastampa.it
ANDREA NEPORI

Sembravano destinati a rivoluzionare la comunicazione via chat, ma non se ne sente quasi più parlare. Eppure rimangono una tecnologia utile, che le aziende possono implementare senza investimenti elevati



Secondo uno studio condotto da Oracle e pubblicato alla fine del 2016, entro il 2020 almeno quattro aziende su cinque utilizzeranno un chatbot per gestire le relazioni con i propri clienti. A un anno e mezzo di distanza da quella ricerca, però, l’impressione è che l’interesse verso queste tecnologie (almeno quello mediatico) si sia affievolito. Se è vero che la discussione pubblica sull’innovazione è stata monopolizzata dagli assistenti vocali, i chatbot rimangono però una tecnologia diffusa seppur sottotraccia, che le aziende possono implementare a basso costo e con poco sforzo.

Come si usano
Oggi i chatbot sono accessibili principalmente attraverso le piattaforme di messaggistica più diffusa, salvo rare eccezioni che ne prevedono l’implementazione in un sito web aziendale o all’interno di un’applicazione. «Le aziende chiedono principalmente di sviluppare bot che possano accedere a informazioni utili presenti sui sistemi a fini di diffusione e divulgazione», spiega a La Stampa Alessandro Beligi, responsabile della divisione Digital Experiences di Oracle, a cui abbiamo chiesto un parere sullo stato dell’arte degli assistenti virtuali testuali.

I settori in cui si utilizzano di più sono quelli del trasporto (grazie principalmente alla natura già strutturata dei dati con cui il bot si trova a lavorare), il bancario, il turismo e il retail. «Anche la pubblica amministrazione, sta sperimentando soluzioni basate sui chatbot», aggiunge Beligi. «La nostra esperienza è che, ad oggi, chiunque si stia occupando di trasformazione digitale, nel pubblico come nel privato, prende almeno in considerazione l’ipotesi di sviluppare un chatbot».

Bot intelligenti
I chatbot non sono nulla di nuovo. Già dieci anni fa Ikea lanciò Anna, una proto-assistente virtuale che aiutava i clienti della multinazionale dell’arredamento a scegliere il divano giusto o la libreria più adatta al salotto. La differenza fondamentale tra quegli antenati, basati su script definiti e limitati, e i chatbot di oggi sono gli strumenti a disposizione per il reperimento e l’organizzazione delle informazioni.

«Grazie ad algoritmi di riconoscimento del linguaggio naturale basati sul machine learning, i bot possono distinguere - se opportunamente istruito - gli intenti di un utente incrociandoli con le informazioni ricavate dalla frase che ha appena scritto» spiega ancora Beligi. «È una differenza fondamentale rispetto ai vecchi bot programmati “ad albero”». Una differenza non da poco, che ha contribuito, tra le altre cose, ad abbattere i costi di implementazione dei chatbot rispetto al passato.

Incidenti di percorso
Alcuni incidenti di percorso non trascurabili hanno tuttavia rallentato l’adozione diffusa dei chatbot, una tecnologia promettente che tuttavia - se usata con imperizia - può trasformarsi in un boomerang per l’immagine di un’azienda. Il caso più famoso è quello di Tay, il twitterbot di Microsoft che nel giro di 24h passò dal dispensare frasi positive sugli umani alla pubblicazione di tweet neonazisti.Il rischio che un sistema automatizzato possa lasciarsi sfuggire risposte improprie, mettendo a rischio la reputazione di un brand, è reale e va messo in conto.

«Tanto più l’algoritmo di fondo è general purpose, non manutenuto e non controllato, tanto più alto è il rischio è il che il chatbot possa prendere una deriva incontrollata», dice Beligi. «Se il chatbot invece è opportunamente programmato e soprattutto circoscritto e specifico, è uno strumento che permette gestire con successo le richieste relative ad un tema specifico. Per questo il nostro mantra per le aziende è sempre “start small”».

Chatbot al posto dei dipendenti?
Rischi d’immagine a parte, i chatbot offrono vantaggi tangibili, soprattutto a fronte di un investimento molto più contenuto rispetto ad altre soluzioni per la trasformazione digitale. «Se un’azienda vuole avere un supporto di base disponibile 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, i chatbot sono già oggi la soluzione più efficiente», spiega Beligi. «Ti permettono di offrire un servizio che dà tempi di attesa nulli, che è leggero sull’infrastruttura aziendale, è rapido, può gestire clienti in più lingue». 

C’è dunque da aspettarsi che anche i chatbot, come altre forme di AI in altri campi, metteranno a repentaglio i posti di lavoro nel settore del servizio clienti, sostituendo del tutto i dipendenti in carne ed ossa? Secondo Beligi la risposta è un secco no. «I chatbot non sostituiranno ancora gli assistenti umani, ma li aiuteranno anzi ad automatizzare le operazioni ripetitive. Su 100 domande che vengono fatte a un call center, almeno la metà sono una qualche declinazione della stessa richiesta», conclude. «Tutto questo è automatizzabile e le persone possono concentrarsi sulla gestione dei sistemi o sulla risoluzione di richieste più complesse». 

Germania, un tredicenne ritrova il tesoro di monete dei vichinghi

repubblica.it
TONIA MASTROBUONI

Sensazionale scoperta di un ragazzino con la passione dell'archeologia: anelli, orecchini, bracciali e oltre seicento monete. Forse appartenevano al leggendario re "Bluetooth"

Germania, un tredicenne ritrova il tesoro di monete dei vichinghi
(afp)

All'inizio, Luca Malaschnittschenko pensava di aver trovato l'ennesimo pezzo di alluminio senza valore. Ma quando il tredicenne con la passione dell'archeologia ha pulito via la terra da quel minuscolo oggetto insieme al suo mentore, Ralf Schoen, i due sono rimasti a bocca aperta. Quando hanno capito di aver trovato qualcosa di importante, in quel campo agricolo in mezzo al nulla che stavano scandagliando con il metal detector, lo hanno consegnato all'istituto archeologico del Meclemburgo-Pomerania. E dagli specialisti è arrivata la conferma: avevano tra le mani una moneta vecchia di mille anni.

A distanza di tre mesi, in quel pezzo di terra sull'isola di Ruegen, una delle perle del Mar Baltico, è venuto fuori un tesoro inestimabile. "E' stato il ritrovamento più importante della mia vita" ha dichiarato Schoen. E la squadra di archeologi del Meclemburgo che ha tirato fuori anelli, orecchini, bracciali e altri gioielli, ma anche 600 monete d'argento e un martello di Thor della fine dell'epoca vichinga, lo considera "il più importante scavo del Baltico meridionale di monete dell'età del re 'Dente azzurro' e dunque di straordinaria importanza".

Germania, un tredicenne ritrova il tesoro di monete dei vichinghi
Una parte del tesoro di "Dente Azzurro"

"Dente azzuro" era il soprannome di Aroldo I di Danimarca, il valoroso re cristiano che nel decimo secolo unì il frammentato regno dei danesi e aveva il soprannome "dente azzurro" probabilmente per un dente marcio o forse per la sua passione per le more o per l'usanza di colorarsi di blu i denti che avevano alcuni guerrieri nordici dell'epoca.

Germania, un tredicenne ritrova il tesoro di monete dei vichinghi
Il giovane Luca Malaschnichenko (destra) e Rene Schoen all'opera con il metal detector

Araldo Dente Azzurro è consideratoanche  il re che voltando le spalle alla tradizione vichinga introdusse il cristianesimo nel Paese. Fu poi costretto a fuggire in Pomerania a causa di una rivolta capeggiata dal figlio, Sweyn Barbaforcuta. Da 'Harad Bluetooth' deriva tra l'altro il nome dato dalla Ericsson allo standard Bluetooth utilizzato per far comunicare dispositivi elettronici come cellulari, tablet e pc: uno strumento per unire, come avevano fatto con i popoli scandinavi le capacità diplomatiche di Harald Bluetooth. Anche il logo del Bluetooth è un omaggio a Harald, unendo infatti le rune nordiche che rappresentano le iniziali H. e B.

Appare una svastica nei bagni della Camera

lastampa.it

Fico chiede una verifica e la rimozione della scritta



Una svastica seguita dal verso di un inno dei canti della Wehrmacht è stata incisa sullo stipite interno di uno dei bagni degli uomini di Montecitorio, comunemente utilizzati dai deputati. «Es braust unser panzer», recita la scritta incisa nel legno: «Il nostro carro armato romba».

Sotto la svastica, che ha suscitato sgomento a Montecitorio, un’altra scritta: «Ma vai a cagare...». Appena scoperta, è stato avvisato il presidente della Camera Roberto Fico e l’amministrazione ha aperto una verifica, chiedendo la rimozione della scritta. Nel corso della verifica sono state fatte diverse valutazioni su chi avrebbe potuto compiere questo gesto. Il Palazzo è frequentato non solo da deputati funzionari e giornalisti ma anche dalle scolaresche che vengono regolarmente in visita guidata.

Facebook condannata a Milano per una app di geolocalizzazione copiata

lastampa.it
manuela messina

Violazione del diritto d’autore e concorrenza sleale nei confronti della società Business Competence per ottenere informazioni sui gusti degli utenti in fatto di bar e ristoranti



Nuovi guai per Facebook, condannata anche in appello a Milano per avere violato il diritto d’autore e per «concorrenza sleale» nei confronti della società dell’hinterland milanese Business Competence, a cui avrebbe copiato una app per ottenere informazioni sui gusti degli utenti e proporre così bar e ristoranti sfruttando la geolocalizzazione.

La prima sezione della Corte d’Appello civile, presieduta da Amedeo Santosuosso, ha infatti questa mattina confermato «integralmente» il verdetto di primo grado, rigettando il ricorso proposto dal colosso dei social network, che dovrà anche versare 1750 euro di spese processuali. La società di Cassina dei Pecchi, alle porte del capoluogo lombardo (fatturato 2 milioni e mezzo annui) nell’ottobre 2012 aveva ideato e lanciato sull’app store di Facebook una app, di nome “Faround”, per ottenere informazioni su bar e ristoranti individuati grazie alla geolocalizzazione del cellulare.

Solo un mese dopo, la società di Mark Zuckerberg propose una app gemella, di nome «Nearby», disponibile direttamente accedendo alle funzionalità del programma di Facebook.  Da qui la causa e la conseguente condanna del Tribunale civile del marzo 2016. I giudici, nella fase cautelare del procedimento avevano anche respinto la richiesta dell’azienda Usa di sospendere l’esecutività della sentenza di primo grado. Domani, fra l’altro, si terrà l’udienza davanti al giudice civile Silvia Giani, per stabilire la quantificazione del danno che avrebbe subito Business Competence. 

Ci sono pochi vigili: un sindaco del Catanese dice no al Giro d'Italia

repubblica.it
di NATALE BRUNO

Ci sono pochi vigili: un sindaco del Catanese dice no al Giro d'Italia
Il siciliano Vincenzo Nibali in maglia rosa durante l'edizione 2013 del Giro

A Misterbianco scoppia la polemica sulla corsa rosa: il primo cittadino chiede che la quarta tappa cambi percorso, ma gli assessori sono contrari Alle falde dell’Etna c’è un record in ballo che forse nelle prossime ore verrà assegnato: è quello che riguarda il primo paese d’Italia a non volere il passaggio del Giro d’Italia, la corsa ‘rosa’ giunta alla sua 101esima edizione. Questo paese è Misterbianco e il sindaco è Nino Di Guardo, già deputato regionale, una vita a sinistra con qualche sguardo ‘interessato’ al passato autonomismo.

La motivazione ufficiale che ha prodotto il categorico ‘no’ all’attraversamento del paese in lungo e in largo della carovana “rosa”, nella quarta tappa siciliana, la Catania-Caltagirone, è che vi sono pochi vigili in grado di garantire la sorveglianza dei crocevia negli istanti, perché di questo si tratta, del passaggio dei ciclisti. Da qui l’irrigidimento da parte del sindaco e del comandante dei vigili urbani, tutti e due contro un intero paese di quasi 50mila abitanti, compresi assessori e consiglieri comunali e semplici appassionati di ciclismo che, invece, il passaggio della tappa per le vie di Misterbianco lo vogliono spiegando che rinunciare a questa vetrina sarebbe un gravo danno d’immagine.

Sulla posizione del sindaco e del comandante non si capisce bene chi sia tra i due l’energico oppositore e chi invece giochi al traino dell’altro. Ma resta un fatto: in una riunione operativa tra assessori e addetti ai lavori erano stati ‘trovati’ i vigili per garantire il servizio, ma sindaco e comandante della polizia municipale si sono strenuamente opposti come se si trattasse di una questione di principio. Non tenendo conto che il passaggio del Giro, nei fatti, è poi è anche un’opportunità, perché nei paesi attraversati dalla ‘carovana rosa’ la Regione spende denaro dalle casse pubbliche per rifare strade, le stesse sulle quali dovranno transitare campioni del calibro di Vincenzo Nibali.

Nino Di Guardo che nei fatti è un uomo pragmatico sposta il bersaglio da colpire e dice: “Non non siamo irresponsabili. Se il comandante dei vigili mi dice che non abbiamo il personale per farlo io non posso certo insistere. Noi siamo persone serie. Il giro d’Italia certo che lo vogliamo, magari adesso valuteremo un percorso alternativo...”. Sulla vicenda interviene anche Antony Barbagallo, già assessore regionale al Turismo della giunta Crocetta, delegato al giro d’Italia da parte della Rcs:

“L’organizzazione farà di tutto per mantenere il percorso inizialmente previsto e dunque il passaggio del giro da Misterbianco”.Nino Di Guardo non è nuovo a decisioni impopolari: mesi fa in occasione della festa del patrono di Misterbianco, Sant’Antonio Abate, denominata nel paese del catanese la festa del fuoco ha vietato l’utilizzo dei mortai per i fuochi pirotecnici. La mancata concessione di quell’autorizzazione ha innescato una rivolta di popolo.

Migliaia di app Android tracciano i bambini illegalmente

lastampa.it
ANDREA NEPORI

Un nuovo studio condotto su quasi seimila app per famiglie e ragazzini più popolari del Play Store ha rivelato pratiche di profilazione selvaggia dei dati dei minori, un’operazione proibita da una specifica legge USA



A differenza dell’Europa, gli Stati Uniti non hanno leggi particolarmente stringenti sulla privacy e la gestione dei dati personali. Una delle poche eccezioni è il Children’s Online Privacy Protection Act, noto con l’acronimo di COPPA, che offre una regolamentazione stringente sulla profilazione e l’uso dei dati dei minori di 13 anni. Una legge ben fatta, secondo gli esperti, che tuttavia ha un problema di fondo: è difficile da applicare e far rispettare.

Un gruppo di ricercatori legati all’International Computer Science Institute ha ideato un sistema per verificare rapidamente quante e quali applicazioni Android destinate ai più piccoli e alle famiglie rispettassero la normativa, con un risultato sorprendente. Su 5855 applicazioni analizzate nel periodo che va da novembre 2016 a marzo 2018, gli studiosi hanno scoperto che più della metà violano una o più parti della legge.

Nel 5% dei casi le app raccolgono informazioni sulla posizione o un numero di telefono senza previa approvazione da parte di un genitore o di un tutore.  1100 applicazioni (circa il 19% del campione) condividono informazioni sensibili con servizi esterni che non possono essere implementati in app per i minori, perché collegati a sistemi di analisi comportamentale a fini pubblicitari.

Sono quasi la metà, inoltre, le app che violano i termini di servizio del Play Store di Google , utilizzando identificatori persistenti per le sessioni d’uso che permettono di profilare l’utente attraverso piattaforme e dispositivi differenti. Gli studiosi precisano che l’analisi condotta sulle applicazioni non implica automaticamente responsabilità legali. Secondo alcuni esperti, poi, non è detto che tutte le app analizzate siano costrette a rispettare il COPPA, che si applica solo a servizi digitali esplicitamente indirizzati ai bambini.

Cavilli a parte, appare chiaro che il problema della profilazione incontrollata dei dati di utenti minori sulla piattaforma Android esiste e non è trascurabile. Le applicazioni analizzate si trovano sulla versione americana del Play Store, ma molte di esse si possono scaricare anche in Italia e in altri paesi del mondo. Lo scopo dei ricercatori dell’International Computer Science Institute, in ogni caso, non era la delazione delle app e dei loro sviluppatori. Agli studiosi interessava principalmente mettere a punto un framework per semplificare la rilevazione di violazioni della legge sulla profilazione dei dati dei minori, un’operazione difficile che finora era spesso condotta a mano.

“La nostra piattaforma di test ci permette di esaminare quanto spesso e in quali circostanze, le app e le librerie di terze parti accedono a risorse sensibili protette da un sistema di permessi”, scrivono i ricercatori nello studio . “Abbiamo potuto dimostrare che la nostra piattaforma potrebbe avere un impatto immediato nel far rispettare il COPPA (e altre leggi sulla privacy) grazie all’automazione dell’identificazione di potenziali violazioni, una pratica che fino ad oggi è stata quasi del tutto manuale”.

Italiani primi in Europa per uso di... Pinterest 0

espresso.repubblica.it

di Gloria Riva

Italiani primi in Europa per uso di integratori: peccato che non servano a niente (anzi...)

L'industria degli integratori alimentari è in ottima salute, vale quasi tre miliardi di euro e cresce del 6 per cento l'anno. Peccato non serva a migliorare la salute degli italiani, anzi. L'associazione bolognese Fondazione Gimbe ha pubblicato il dossier: «Alimenti, diete e integratori: la scienza della nutrizione tra miti, presunzioni ed evidenze» per mettere in guardia gli italiani dalle false credenze su diete miracolose e fake news alimentari, facendo luce anche sul grande equivoco degli integratori alimentari - vitamine e minerali, amminoacidi, acidi grassi, fibre ed estratti di origine vegetale - che per lo più sono un grande spreco di quattrini.

In Italia, spiega la ricerca di FederSalus, l'associazione nazionale produttori e distributori di prodotti salutistici, ci sono in commercio 72.540 diversi integratori e nel 2017 il 65 per cento della popolazione adulta ha utilizzato almeno un integratore. Mediamente, nel 2017 ogni persona ha usato 2,5 topologie di integratori per avere più energia (35 per cento), per gestire situazioni specifiche (28 per cento), per prevenire malattie cardiovascolari e osteoarticolari (22 per cento) e per il benessere in generale (15 per cento). L'Italia è in pole position in Europa per il consumo di integratori con il 20 per cento di circa 12 miliardi di consumi complessivi. Seguono Germania al 13,2 per cento, Russia, Regno Unito e Francia (8,9 per cento). Ma i veri amanti degli integratori sono gli americani, con 90 mila prodotti sul mercato e un business da 30 miliardi.

La stessa Fisv, la Federazione Italiana Scienze della Vita che rappresenta diverse associazioni come la Società Italiana di Chimica Agraria, quella di Farmacologia, di Microbiologia Generale e Biotecnologie Microbiche, ha recentemente pubblicato una ricerca da cui emerge che «le evidenze scientifiche sull’uso degli integratori alimentari mostrano che nella stragrande maggioranza dei casi il loro uso non solo è improprio ─ in quanto una dieta bilanciata sarebbe molto più efficace per sanare eventuali carenze di oligoelementi o vitamine ─ ma che spesso questi prodotti si associano ad effetti indesiderati, sia per la concomitanza di patologie o di trattamenti farmacologici con cui possono interferire, sia per

i potenziali effetti avversi quando oligoelementi e vitamine vengono assunti in dosi superiori rispetto ai reali bisogni», spiega Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, che prosegue dicendo come la stessa associazione FederSalus abbia recentemente pubblicato linee guida in materia di regolamentazione della comunicazione commerciale per orientare le aziende verso una corretta comunicazione agli operatori sanitari e al consumatore, invitando a diffidare di promesse miracolose e false speranze sui prodotti e smentendo definitivamente che gli integratori prevengono malattie anche molto gravi, fanno dimagrire, sostituiscono i farmaci e i pasti.




A fronte del legittimo entusiasmo dei produttori per un mercato in continua crescita, le evidenze scientifiche sugli integratori vanno in tutt’altra direzione: infatti, la maggior parte dei trial randomizzati su integratori di vitamine e minerali non hanno dimostrato chiari benefici per la prevenzione di patologie croniche. Quindi, negli adulti in salute l’integrazione di supplementi multivitaminici e multimineralici non è raccomandata. Idem per supplementi come betacarotene, vitamina E, vitamina A, che sono generalmente controindicati, in particolare se superano la dose giornaliera raccomandata perché dannosi per l'organismo.

Dopo che una revisione sistematica di 12 trial aveva già concluso che gli integratori multivitaminici che includevano vitamine del gruppo B, vitamina E, vitamina C e acidi grassi omega-3 non hanno alcun effetto sul declino cognitivo negli anziani, la ricercatrice di Harvard Francine Grodstein, che si occupa soprattutto di salute nella terza età, ha posto la pietra tombale con un trial che ha arruolato 5.947 uomini di età superiore ai 65 anni nei quali, dopo 12 anni di follow-up, i soggetti che assumevano multivitaminici giornalmente non mostravano alcuna differenza rispetto al gruppo placebo nel declino cognitivo generale né nella memoria verbale. Sono solo tre le situazioni accertate in cui l'uso di integratori può essere raccomandato in soggetti a rischio, vale a dire l'acido folico per le donne che hanno programmato una gravidanza; la vitamina D per i neonati allattati al seno, e la vitamina B12 per gli over cinquantenni, che non possono assorbirla naturalmente.

Latte, torna lo scontro sui prezzi alla stalla

lastampa.it
maurizio tropeano

Dall’industria tagli unilaterali dei compensi agli allevatori, in campo le regioni Lombardia e Piemonte

In Piemonte i primi a lanciare l’allarme sulla scelta di Italatte di modificare, unilateralmente e al ribasso, il prezzo del latte alla stalla nonostante i contratti in vigore sono stati gli allevatori autoconvocati del gruppo Noicomevoi: «Gli indici vanno accettati sia quando vanno su che quando scendono e non si possono modificare le regole del gioco quando sono in vigore». Poi sono scesi in campo Coldiretti e Confagricoltura perché la società che fa capo alla multinazionale francese Lactalis ha adottato la stessa strategia anche in Lombardia.

La prima ha diffidato l’azienda dal contattare direttamente le singole aziende per modificare i contenuti dell’accordo-quadro firmato dall’organizzazione guidata da Roberto Moncalvo. Coldiretti ha intimato il rispetto degli accordi in vigore ed è pronta a sostenere anche legalmente gli allevatori nel caso scoppiassero contenziosi giudiziari visto che la legge 91 del luglio 2015 prevede l’obbligo di contratti scritti della durata minima di 12 mesi.

Antonio Boselli, presidente regionale di Confagricoltura, fa un passo in più: «In queste ore non solo Italatte si sta muovendo in modo unilaterale: alcuni caseifici, anche produttori di Dop, forti della loro importante posizione di mercato, stanno cercando di abbassare i prezzi, imponendo ai conferenti quotazioni che non sono accettabili». La crescente tensione ha spinto l’assessore regionale all’Agricoltura della Lombardia, Fabio Rolfi, a convocare il tavolo interprofessionale.

Anche in Piemonte l’assessore Giorgio Ferrero è pronto a fare altrettanto: «L’indice dei prezzi scende troppo velocemente quando i mercati sono in ribasso e troppo lentamente quando sono in rialzo. È chiaro, però che il sistema non si può basare solo sull’andamento dei mercati». Dal suo punto di vista, poi, c’è un altro tema da affrontare, «quello della valorizzazione del latte perché serve più differenziazione del prodotto».

Il riaccendersi del fronte del latte è legato ad una sovrapproduzione dei primi mesi del 2018 che fa seguito ad una riduzione registrata alla fine dell’anno scorso a causa del maltempo. E i danni del maltempo potrebbero avere ripercussioni negative anche sulla prossima campagna di raccolta delle olive. Secondo il Consorzio Nazionale degli Olivicoltori (Cno), Unasco e Unapol le gelate di febbraio hanno causato danni per un miliardo. Secondo Alleanza delle cooperative «è ancora presto per valutare se ci sono danni che hanno compromesso la pianta nella sua totalità ma il ritardo dell’arrivo della primavera non permette neanche agli olivicoltori di intervenire con operazioni tecniche e sicuramente ci sarà un calo, soprattutto in Puglia.

Da qui la richiesta del Cno di attivare tutte le misure possibili a sostegno degli olivicoltori seriamente colpiti dalle gelate. 

Quanto è diffusa la consegna di cibo pronto a domicilio?

lastampa.it
paolo magliocco



Secondo un’indagine pubblicata da Coldiretti e realizzata con il Censis in Italia 4,1 milioni di italiani ordinerebbero regolarmente cibo a domicilio e altri 8,8 milioni lo farebbero saltuariamente.Secondo uno studio della società di ricerche di mercato Dealroom già un anno fa la cifra sarebbe addirittura di 30 milioni di persone (la metà della popolazione italiana di qualunque età), inclusi sia coloro che ordinano semplicemente attraverso il telefono sia coloro che lo fanno attraverso internet e, dunque, anche attraverso app e siti specializzati, come Foodora o Just Eat.

In Europa, secondo questo report, il maggior numero di clienti sarebbe in Germania (56 milioni), Gran Bretagna (46 milioni), Russia (43), Francia (33) e poi, appunto, Italia. In Svizzera la situazione sarebbe abbastanza simile all’Italia, con 4 milioni di persone che ordinano cibo pronto su poco più di 8 milioni di abitanti.

La Gran Bretagna, però, sarebbe il Paese in cui gli ordini online sono più diffusi, arrivando a oltre il 49%, portando il mercato via internet a un valore di 3,5 miliardi di euro rispetto a un totale delle consegne a domicilio di 7,2 miliardi. L’Italia è in fondo alla classifica per l’uso degli ordini online, che rappresenterebbero solo il 5,3% del totale e un valore di mercato di 200 milioni rispetto a un totale di 2,5 miliardi. Gli italiani, insomma, ordinerebbero meno consegne a domicilio e continuerebbero a ordinare di più via telefono che online.

Una indagine sugli Stati Uniti di Morgan Stanley dello scorso anno fissa al 47% la quota di persone che avevano ordinato cibo a domicilio nei primi sei mesi del 2017 e mostra come ormai quelli che ordinano parlando al telefono con il ristorante siano meno della metà, mentre la percentuale di coloro che hanno usato una app di consegne è salita al 18% (quasi un cliente su cinque). Secondo Morgan Stanley gli ordini online in termini di fatturato dovrebbero diventare oltre i due terzi del totale, negli Usa, entro i prossimi tre anni. Tutte le indagini si aspettano una crescita forte di questo mercato. Già nel 2016, secondo un’altra indagine un inglese su cinque si faceva portare a casa il cibo una volta alla settimana e due su cinque almeno una volta al mese.

Just Eat ha appena pubblicato una indagine sulle città italiane nella quale assegna percentuali di crescita del servizio tra il 52% di Milano e il 1482% di Bologna, ma non indica i valori assoluti.
Molti si aspettano che nuove tecnologie, come le consegne attraverso l’uso di droni e piccoli mezzi a guida autonoma (già in uso in alcune città degli Usa), diventeranno presto una alternativa all’uso dei fattorini in bicicletta. Anche Amazon è già entrata sul mercato con un servizio (Amazon Resturant) ancora non attivo in Italia.

Secondo il sito di ricerche Statista , il mercato delle consegne del cibo pronto varrà nel mondo 98 miliardi di euro quest’anno e continuerà a crescere per arrivare a quasi un miliardo di utenti nel 2022. Secondo Morgan Stanley arriverà negli Usa a più di 26 miliardi di euro nel 2021.

Da Trony a Mercatone Uno, la mappa di tutte le crisi del commercio in Italia

repubblica.it

Dopo i piccoli negozi ora tocca alla grande distribuzione subire le conseguenze dell'espansione dell'e-commerce. In difficoltà anche le grosse catene

Da Trony a Mercatone Uno, la mappa di tutte le crisi del commercio in Italia

MILANO - Non conquista le prime pagine dei giornali perché le crisi sono tante e diffuse un po' ovunque. E mai con numeri clamorosi: ma messe tutte insieme le ristrutturazioni, le chiusure e i licenziamenti testimoniano la crisi (qualcuno direbbe le trasformazioni) in atto nel settore del commercio al dettaglio. Le vendite online e giganti come Amazon stanno mettendo in crisi anche la grande distribuzione organizzata, che a sua volta aveva causato la moria dei piccoli negozi di quartiere e nei piccoli centri. Nei casi più eclatanti, il sindacato è riuscito a portare le vertenze al ministero dello Sviluppo economico, ma non sempre i numeri sostengono questo tipo di soluzione. E contro i giganti delll'e-commerce politica e pubblica opinione sono mobilitati soprattutto per un tema fiscale, meno per le conseguenze che sta portando nel mondo del lavoro.

Quella che segue è la mappa stilata dall'agenzia Agi, sulle crisi sparse per la penisola.

TRONY. La crisi coinvolge 35 negozi di Dps Group in fallimento in Puglia, Basilicata, Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto; 466 lavoratori prima sospesi senza retribuzione (avvertiti con un messaggio telefonico che il punto vendita aveva chiuso) poi coinvolti nella procedura di licenziamento collettivo. Al momento è stata presentata un'offerta di acquisto per 8 negozi. Prossimo incontro entro fine mese al Mise ma non è stato ancora programmato.

MEDIAMARKET
(Mediaworld e Saturn): Per il gruppo dell'elettronica di consumo, chiusura dei punti vendita di Grosseto e Milano stazione Centrale; trasferimento della sede di Curno (Bg) a Verano Brianza; soppressione del bonus presenza e della maggiorazione economica del 90% per il lavoro domenicale (riconoscendo solo il 30% previsto dal contratto nazionale); interruzione del contratto di solidarietà in 17 punti vendita (in Liguria, Piemonte, Lazio, Campania, Puglia e Sardegna) per 115 full time equivalent corrispondenti a circa 200 dipendenti. Dopo l'incontro al Mise del 12 aprile, non è stata fissata una nuova data.

TUODÍ. E' stata presentata richiesta di concordato preventivo in continuità e avviata procedura di trasferimento di 61 punti vendita in Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia e Piemonte dove sono occupati 324 addetti.
Ipotesi cessione di complessivi 99 punti vendita. Per i sindacati vi è il rischio di dumping contrattuale nei passaggi del personale a nuove proprietà. Prossimo incontro al Mise entro il mese di giugno.

AUCHAN: Per il colosso francese, chiusura degli ipermercati di Napoli Argine e Catania La Rena, dove sono occupati complessivamente circa 260 addetti. I lavoratori sono in agitazione. Contratti di solidarietà sono in corso nel gruppo che nel 2015 aveva avviato la procedura di licenziamento collettivo per 1.400 dipendenti. Prossimo incontro l'8 maggio.

DICO DISCOUNT. Il gruppo haceduto parte della rete e attende l'ok sul piano concordatario; l'acquirente sarà reso noto entro il prossimo 19 aprile (fatto salvo proposte più vantaggiose). Sindacati preoccupati per il possibile peggioramento delle condizioni salariali e per la salvaguardia dei livelli occupazionali. Prossimo incontro a fine maggio.

LIMONI-DOUGLAS. Per la catena di profumerie, tra giugno e luglio 2018 è prevista la fusione per incorporazione delle società La Gardenia e Llg in Limoni e a gennaio-febbraio 2019 la fusione di Limoni in Douglas. Le società hanno previsto la chiusura di 26 negozi e la vendita di una ventina di punti vendita (per prescrizione dell'Antitrust). Prossimo incontro il 30 aprile.

CONBIPEL. È stata avviata la procedura di licenziamento collettivo, seconda crisi nel giro di 5 anni: previsto contratto di solidarietà per i punti vendita di Novara. Alle lavoratrici del negozio Castelvetro Piacentino, che è stato chiuso, è offerta la ricollocazione a Cesano Boscone (Mi). Possibile ricollocazione anche da Palladio e Montecchio a Bassano.

MERCATONE UNO. Il gruppo è in amministrazione straordinaria dal 7 aprile 2015; i commissari straordinari hanno individuato un aggiudicatario che garantirebbe la continuità aziendale dei 74 negozi (59 attivi) con 3.000 dipendenti circa. Prossimo incontro entro il mese

CONFORAMA. Annunciati 77 esuberi in Sardegna e Sicilia evitati con il ricorso ai contratti di solidarietà: la riduzione dell'orario di lavoro fino a marzo 2019 coinvolgerà 446 lavoratori.