Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

sabato 14 aprile 2018

Eletta dopo 243 giorni di malattia, scoppia il caso sulla senatrice M5S Bogo Deledda

lastampa.it
Federico Capurso

Il suo caso potrebbe finire tra le mani dei probiviri con una probabile sospensione


Vittoria Bogo Deledda

Le coincidenze pesano come un macigno sul futuro della senatrice M5S Vittoria Bogo Deledda. Secondo quanto ricostruito da Le Iene, prima di essere eletta, la parlamentare sarda si è assentata per malattia dal posto di dirigente dei servizi sociali del comune di Budoni per 243 giorni consecutivi: ferma per “burnout” (stress da lavoro) fino al 29 gennaio scorso, dice la sua cartella medica. Poi, però, tre giorni dopo il suo ritorno, arriva la decisione di candidarsi con il Movimento e dal 2 febbraio, messa alle spalle la lunga degenza, Bogo Deledda partecipa ai successivi due mesi di campagna elettorale sul territorio, tra incontri e comizi.

«Una guarigione miracolosa», attacca il Pd. «Verificheremo», risponde Luigi Di Maio, che a lungo aveva insistito, nel corso dell’ultima legislatura, sulla tolleranza zero nei confronti dei lavoratori «furbetti» nella pubblica amministrazione. Gli accertamenti dello staff M5S sarebbero già a buon punto: richiesta la documentazione alla senatrice, tutto sembra essere in regola dal punto di vista documentale. Non si spengono però i sospetti sul tempismo di questo ritorno in salute. E se la senatrice non dovesse portare ulteriori chiarimenti - secondo quanto riferiscono fonti parlamentari interne al Movimento - «il suo caso potrebbe finire tra le mani dei probiviri M5S, con una probabile sospensione dal gruppo dei senatori».

«Tutto questo per aver lavorato troppo», si difende su Facebook la senatrice che posta anche l’audio di una telefonata con la Iena Filippo Roma. «Basterebbe vedere le mie agende degli appuntamenti socio assistenziali di 25 anni». «Tutto questo - scrive ancora Deledda riferendosi al servizio della Iena Filippo Roma - perché chi avrebbe dovuto non ha voluto verificare le fonti per dare informazioni veritiere e complete, come la corposa cartella Inail con fitta relazione e ben 60 allegati. (Forse poco funzionale alla costruzione di un caso mediatico, ma rivelatrice di ben altra storia)». «Tutto questo per avercela fatta dopo un lungo e graduale percorso. Tutto questo per essermi messa a disposizione della Politica, forte di una dura esperienza personale e professionale, pensando a chi si ammala sul lavoro e non trova vie d’uscita».

Una difesa accorata che però non convince a pieno la Rete, che commenta il suo post su Fb inondandola di critiche e insulti. E ancor meno convinto sembra il deputato del Partito Democratico Michele Anzaldi, che prepara un’interrogazione parlamentare per chiedere ai ministri del Lavoro Giuliano Poletti, della Salute Beatrice Lorenzin e della Pubblica amministrazione Marianna Madia se «siano a conoscenza del caso della senatrice Bogo Deledda e se intendano valutare l’opportunità di attivare un’azione ispettiva». «Lungi dallo scrivente ogni qualsiasi volontà di arrecare pregiudizio alle prerogative della citata parlamentare – scrive Anzaldi nelle premesse dell’interrogazione –.

Pur tuttavia, in considerazione anche delle importanti riforme che sono state approvate dal legislatore per evitare abusi e storture, soprattutto nella pubblica amministrazione, per quanto concerne i periodi di malattia, anche a tutela di chi effettivamente si trova in condizioni di disagio per patologie professionali sul proprio luogo di lavoro, sarebbe opportuno un approfondimento della vicenda che ovviamente ha suscitato perplessità nell’opinione pubblica».

Apple, iOS 11.3 ha disabilitato i display touch riparati da terze parti

repubblica.it
SIMONE COSIMI

Accade sugli iPhone 8 aggiustati rivolgendosi a negozi esterni alla rete autorizzata di assistenza Apple. A parte il problema specifico, negli Usa la strategia della Mela apre il dibattito sul “diritto di riparazione”

Apple, iOS 11.3 ha disabilitato i display touch riparati da terze parti

PICCOLI problemi per chi ha fatto riparare il display del proprio iPhone 8 attraverso canali terzi, cioè non quelli ufficiali degli Apple Store. L’aggiornamento alla versione 11.3 di iOS, il sistema operativo mobile di Cupertino, ha infatti condotto a un fatto abbastanza bizzarro: secondo le segnalazioni di molti utenti gli schermi danneggiati e fatti riparare o sostituire da terze parti, cioè fuori dal circuito ufficiale dell’assistenza della Mela, avrebbero smesso di funzionare.

La questione riguarderebbe in particolare gli iPhone 8 aggiustati dagli utenti rivolgendosi a negozi e catene esterne ad Apple. Lo testimoniano alcuni video circolati online oltre alle semplici segnalazioni dei clienti. Non è in realtà una novità assoluta. Lo scorso anno, per esempio, era stata necessaria una patch ad hoc da parte di Cupertino, la 11.0.3, per tamponare un simile problema a sua volta causato da un aggiornamento precedente. In quel caso, come probabilmente arriverà anche stavolta, le note invitavano gli utenti a far riparare i prodotti Apple solo nei negozi autorizzati.

Secondo molti utenti i disservizi – anzi, la totale impossibilità di utilizzare l’iPhone – farebbero parte di una strategia di pressione ben definita dell’azienda, orientata nella sostanza a procurare problemi a chi si rivolga a terze parti (magari più economiche) per le riparazioni. O meglio, a passare il seguente messaggio: “Con gli aggiornamenti possiamo individuare e inibire pezzi non ufficiali”. Tanto da sollevare negli Stati Uniti una serie di discussioni sul “diritto di riparazione” dei dispositivi. A scoprire i problemi è stato il sito Motherboard, che ha appunto fatto riferimento a un simile caso verificatosi con gli iPhone 7 fatti aggiustare da qualcun altro che non fosse uno store Apple.

La parabola di Lula, da leader del sogno al carcere per corruzione

lastampa.it
emiliano guanella

L’ex presidente condannato a 12 anni dopo l’inchiesta sulla corruzione. Un attico in riva al mare in cambio degli appalti di Petrobras


REUTERS

I sostenitori di Lula hanno manifestato vicino al luogo in cui l’ex presidente è stato arrestato
Negli ultimi giorni abbiamo raccontato su La Stampa una delle storie più importanti degli ultimi anni in Sudamerica; l’arresto dell’ex presidente brasiliano Luis Inacio Lula da Silva, al termine di una telenovela durata tre giorni con il protagonista asserragliato nel sindacato dei metallurgici di San Paolo, circondato da migliaia di sostenitori che volevano impedire la sua detenzione. Lula osannato dalla folla, uomini e donne con la maglietta rossa in lacrime, mentre il leader incontrastato della sinistra brasiliana si difendeva dalle accuse di corruzione.

Lula è stato condannato a 12 anni e un mese di reclusione nell’ambito della maxi-inchiesta Lavajato, che ha scoperto l’intreccio tra politica e affari nell’ottava economia mondiale. Il processo è ruotato intorno ad un attico in riva al mare a Guaruja, che secondo la magistratura Lula avrebbe ricevuto dal proprietario della ditta di costruzione Oas, in cambio di un trattamento di favore nella concessione di cospicui appalti pubblici intorno al colosso statale Petrobras. Tutta l’inchiesta Lavajato è partita proprio dalla compagnia petrolifera, tra le dieci più grandi al mondo e la maggiore società latinoamericana quotata nella borsa di New York.

Gli inquirenti hanno provato che durante il governo di Lula (2002-2010) e poi in quello della sua delfina Dilma Rousseff (2010-2015) alla Petrobras vigeva una triangolazione di favori tra un cartello di 13 grandi ditte di costruzione, i direttori lottizzati delle varie aree di controllo e una serie di faccendieri che portavano valigie di denaro dei corruttori e si occupavano poi di farli finire nei conti esteri dei corrotti. Ogni partito aveva il suo peso e il suo rendiconto; 3% al Partito dei lavoratori di Lula (PT), 2% agli alleati del Pmdb il 2% e 1% a quelli del PP. Lo scandalo ha investito politici, tesorieri di partito e, per la prima volta nella storia del Brasile, gli imprenditori; uno dopo l’altro sono finiti in carcere alcuni degli uomini più ricchi e influenti del Brasile, tra cui Emilio Odebrecth, a capo dall’omonima società di costruzione, un colosso con ramificazioni in tutto il continente.


ap

Grazie alla testimonianza dei pentiti, tra cui lo stesso Emilio che ha confessato tutto dopo quasi due anni di prigione, è venuto alla luce una contabilità parallela che era destinata a tutte le forze politiche del Brasile, di governo o opposizione. La Odebrecth finanziava attraverso la cosiddetta “Caixa Dois” (seconda cassa) le campagne elettorali dei principali candidati a cambio poi di trattamenti di favore nella concessione di commesse pubbliche. I numeri sono impressionanti; 75 milioni di euro al PT per la rielezione di Lula nel 2006 e di Dilma nel 2010, 14 milioni per quella del leader del Psdb José Serra, 12 milioni per Aecio Neves, candidato sconfitto da Dilma nel 2014 e così via. Non si fermava in Brasile, ma aveva ramificazioni in tutto il continente.

A causa delle mazzette pagate dalle Odebrecht è stato recentemente destituito il presidente peruviano Kucynswki e tremano anche i governanti in Argentina, Colombia, Panama e Venezuela. Cosa c’entra Lula in tutto questo? Tutto e niente, verrebbe da dire. Non sono stato infatti trovati conti esteri né movimenti sospetti a suo nome, ma lui, secondo gli inquirenti «non poteva non sapere» dell’enorme flusso di denaro che arrivava nelle casse del suo partito. Il tesoriere del Pt Joao Vaccari è in carcere e non parla, ma l’ex ministro d’economia Antonio Palocci ha confessato che il «grande capo» era a conoscenza di tutto e che parte del denaro era destinato a lui. Lula, in ogni caso, non è caduto per questo, ma per il famoso attico a Guarujà.

Il 15 settembre del 2016 il procuratore capo della Lavajato Dallagnol presentava in una conferenza stampa l’inizio dell’inchiesta contro Lula. Sua l’ormai celebre frase «non abbiamo prove, ma siamo profondamente convinti della colpevolezza di Lula». Le prove, poi, sono arrivate, ma per molti giuristi è mancata quella fondamentale, il contratto di acquisto o cessione dell’attico a nome di Lula. Una copia dello stesso è stata, a dire il vero, trovata nell’appartamento dell’ex presidente, ma senza la firma del diretto interessato, Lula, che ha visitato l’attico due volte assieme alla moglie Marisa, ha ammesso che stavano pensando di comprarlo, ma poi che hanno abbandonato l’idea.

Per il giudice Sergio Moro l’insieme degli indizi è stato sufficiente per condannarlo a nove anni per corruzione e riciclaggio, aumentati poi a dodici anni in appello. Metà del Brasile ha festeggiato; finalmente il «grande capo» era stato preso con le mani nel sacco. E se qualcuno fa notare che, in effetti, è mancato un elemento probatorio determinante, la risposta popolare è sempre la stessa; Lula doveva essere punito per il «conjunto da obra», per tutto quello che ha fatto, per il sistema di corruzione gestito dal Pt. Le prove verranno dopo, fanno notare gli anti-Lula, ricordando che l’ex presidente ha ancora cinque processi aperti. Il suo arresto, sabato scorso, ha diviso il Brasile.

I suoi oppositori hanno lanciato fuochi d’artificio e aperto casse di champagne (o birra), i suoi sostenitori gridano invece al complotto, all’ennesimo golpe contro la democrazia dopo l’impeachment sofferto dal Dilma Rousseff due anni fa. La potente Rede Globo, schierata apertamente contro il Pt, ha accompagnato con una diretta fiume le concitate ore che hanno portato alla resa finale del leader. Per la metà almeno dei brasiliani Sergio Moro è diventato un eroe nazionale, l’unico in grado di moralizzare la politica. Per l’altra metà è invece un burattino nelle mani della destra, che ha frenato il piede sull’acceleratore per tagliare fuori Lula dalle elezioni di ottobre.

Se si andasse a votare oggi più del 35% dei brasiliani voterebbe infatti per lui, ma a causa della legge della «ficha limpa» (scheda pulita) la sua candidatura verrà annullata dal Tribunale elettorale. Lula ha cercato in tutti i modi di procrastinare la sua condanna ma non c’è stato nulla da fare. La giustizia, con lui, è stata particolarmente veloce; dalla denuncia alla condanna in secondo grado sono passati solo nove mesi, quando in media per gli altri imputati della Lavajato ci sono voluti dai 18 ai 30 mesi.

 Anche da qui nasce l’accusa che si sia trattato di un processo politico, di una manovra per liberarsi dello spauracchio di vedere Lula di nuovo presidente. Posizione sottoscritta anche da diversi esponenti della sinistra italiana, come Romano Prodi o Massimo D’Alema. Il giudice Sergio Moro, d’altra parte, ha detto più volte di ispirarsi all’operazione Mani Pulite.

Tra le due maxi inchieste, in effetti, ci sono diverse analogie. La differenza sostanziale, tuttavia, è che se Mani Pulite in due anni ha praticamente decapitato il sistema politico della Prima Repubblica, la Lavajato finora si è concentrata quasi esclusivamente sul PT e sui partiti alleati. Nonostante sia stato pienamente appurato che il finanziamento delle grandi ditte era diffuso a tutti i partiti in quattro anni di inchiesta è stato arrestato un solo esponente del Psdb, il principale partito oppositore: Paulo Preto è finito in manette solo venerdì scorso, proprio mentre si consumava la telenovela delle detenzione di Lula.

L’impressione è quella, innegabile, di una giustizia a due velocità. I brasiliani che hanno festeggiato in strada l’arresto di Lula dovrebbero ora chiedere con forza l’abolizione del «foro privilegiado», l’immunità che protegge, in Brasile, quasi tutti i politici con una carica elettiva; dai ministri ai parlamentari fino ai governatori e ai consiglieri regionali. È grazie a questa speciale protezione che l’attuale presidente Michel Temer ha evitato per ben tre volte di perdere il suo mandato. Contro di lui ci sono intercettazioni più che compromettenti. Nell’appartamento a Salvador di Bahia del suo ex ministro Geddell Viera Lima sono state trovate delle valigie piene di banconote per un totale di 14 milioni di contanti. La situazione dell’ex leader dell’opposizione Aecio Neves è ancora peggiore, con conti milionari intestati a sua sorella. In un dialogo registrato dagli inquirenti Aecio si metteva d’accordo con un imprenditore sulla consegna delle mazzette.

“Mando mio cugino a prendere i soldi; se lui parla non ho problemi a farlo fuori”. La richiesta di incriminazione avanzata dalla Procura generale della Repubblica contro di lui è stata bocciata dai suoi colleghi senatori e Aecio è tutt’ora un uomo libero. Ci sono poi casi in cui la giustizia semplicemente non porta avanti le inchieste. Nel novembre del 2013 la polizia intercetta un elicottero privato che stava trasportando 454 chili di cocaina. L’elicottero è di proprietà del deputato di Minas Gerais Gustavo Perella ed atterra nella proprietà del padre di quest’ultimo, l’influente senatore nazionale Zezé Perella, stretto collaboratore di Aecio Neves. Dopo qualche mese d’indagini gli inquirenti hanno ritenuto i due estranei ai fatti e recentemente Perella figlio è stato nominato direttore nella CBF, la federcalcio brasiliana. La legge, anche qui, non è uguale per tutti.

Le colpe di Lula, al di là della solidità discutibile del processo a suo carico, sono soprattutto politiche. I suoi due governi sono stati segnati da una forte politica di redistribuzione della ricchezza con politiche sociali ancora oggi ammirate globalmente. Grazie ai suoi programmi milioni di brasiliani sono usciti dalla povertà e migliaia di ragazzi di famiglie umili hanno potuto studiare nelle università pubbliche. Allo stesso tempo, però, non è stato fatto nulla per mitigare gli effetti distorsivi del sistema finanziario brasiliano, un Paese che ha i mutui e i tassi di interesse più alti al mondo (fino al 400% all’anno per chi si indebita con una carta di credito) ed oggi molti di quegli ex poveri sono indebitati fino al collo (65 milioni di brasiliani sono iscritti nel registro Serasa dei debitori morosi).

Tuttavia, la colpa principale del Pt e di Lula è stata quella di non aver saputo moralizzare la politica brasiliana. Il Lula barbuto che guidava i primi scioperi contro la dittatura fra i metallurgici di San Paolo, quegli stessi che lo hanno accompagnato nella resa finale, è stato per molti anni fustigatore della corruzione dilagante. Pratiche che esistevano anche prima che lui andasse al potere, ma sulle quali la giustizia chiudeva volentieri un occhio. Lo stesso giudice Sergio Moro si vide bloccare dalla Corte Suprema una grossa inchiesta sulla corruzione nella banca pubblica Banestado negli anni novanta e all’epoca al governo c’era il conservatore Fernando Henrique Cardoso.

Una battuta ricorrente in Brasile dice che la corruzione nel Paese è vecchia di 500 anni, perché la portò il colonizzatore portoghese Pedro Alvares Cabral. Da partito di governo il PT è diventato, per citare l’ultima serie Netflix, parte del “Meccanismo” e oggi Lula sconta, al di là del controverso processo contro di lui, le conseguenze di questa deriva. Ma se il Brasile vuole cambiar rotta, la magistratura non può fermarsi adesso e l’opinione pubblica non deve stancarsi di reclamare giustizia. Perché se non si arriverà anche agli altri partiti, da Temer in giù, il sospetto che si sia trattato di una gigantesca operazione politica sarà più che fondato. 

L’avvocato generale della Corte Ue: “L’Italia deve recuperare l’Ici non versata dalla Chiesa”

lastampa.it
emanuele bonini

Melchior Wathelet striglia autorità nazionali e istituzioni comunitarie, che hanno riconosciuto la natura illegale delle agevolazioni tricolori senza chiederne la riscossione



Nessuna scusa, gli aiuti di Stato concessi dall’Italia agli enti non commerciali ecclesiastici sotto forma di esenzione Ici vanno recuperati. L’avvocato generale della Corte Ue, Melchior Wathelet, striglia le autorità nazionali e ancor più le istituzioni comunitarie, che hanno riconosciuto la natura illegale delle agevolazioni tricolori senza chiederne la riscossione, come prevedono le regole. Il fatto che l’Italia abbia un sistema catastale inefficiente «non giustifica un’eccezione alla regola per cui gli aiuti di Stato illegali vanno recuperati».

Colpiti governi Prodi e Berlusconi, ma soprattutto la Commissione Ue
Tra il 2006 e il 2011 l’Italia ha permesso alle strutture assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive e culturali religiose di non pagare l’imposta sugli immobili (Ici), che la Commissione europea nel 2012 ha riconosciuta come contraria agli aiuti di Stato. L’Italia però ha dimostrato di non essere in grado di poter recuperare le somme perché non nella condizione di capire a chi esigerle. Le banche-dati fiscali e catastali esistenti – questa la motivazione prodotta dalle autorità nazionali – non permettono di determinare se e in che misura l’immobile di proprietà dell’ente non commerciale fosse stato utilizzato per attività economiche o no.

Per questo motivo la Commissione, contrariamente alle regole, non ha intimato all’Italia di chiedere indietro il vantaggio economico, in questo caso sotto forma di agevolazione fiscale. Secondo l’avvocato generale «l’impossibilità di recupero dell’aiuto a causa di difficoltà organizzative imputabili allo Stato (nella specie: mancata predisposizione di adeguate banche-dati) non giustifica un’eccezione alla regola per cui gli aiuti di Stato illegali vanno recuperati». Se la Corte di giustizia dell’Ue dovesse seguire l’interpretazione suggerita dal giurista, l’Ue dovrà chiedere all’Italia di far pagare, e il Paese a questo punto dovrà anche affrontare la questione della riforma del sistema catastale.

Schiaffo ai fattorini licenziati. Il tribunale dà ragione a Foodora

lastampa.it
federico callegaro, giuseppe legato

Niente assunzione per i giovani che consegnano cibo in bici: ricorso respinto. Legittima l’app dotata di Gps che controlla spostamenti e tempi di lavoro


Il processo. La prima causa contro Foodora era partita dopo che 6 fattorini erano stati allontanati per sciopero

Non c’è il diritto a un rapporto di impiego «subordinato», non ci sono danni alla privacy dei lavoratori e non sussiste alcun problema (o possibile responsabilità da far ricadere sull’azienda) in tema di sicurezza dei fattorini. Il tribunale del Lavoro di Torino ha respinto su tutta la linea il ricorso con cui sei ex rider di Foodora hanno citato in giudizio la multinazionale tedesca specializzata nelle consegne a domicilio di cibo. La causa civile – la prima in Italia ad occuparsi della cosiddetta «Gig economy», l’economia dei lavori a chiamata - era stata avviata a seguito dell’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro dei sei fattorini, scattata subito dopo le mobilitazioni di piazza del 2016, organizzate - anche quelle - per reclamare un «giusto» trattamento economico e normativo.

I legali degli ex rider di Torino – Sergio Bonetto e Giulia Druetta - avevano posto più quesiti alla Corte, chiedendo il reintegro (o l’assunzione) in azienda, ma anche un risarcimento di 20 mila euro per ognuno dei fattorini «allontanati» e il versamento dei contributi previdenziali non goduti.Avevano lamentato un controllo continuo: «Ogni loro movimento era tracciato, come se avessero un braccialetto elettronico», hanno spiegato i legali in aula. Ed è per questo che avevano parlato di un vero e proprio «rapporto di lavoro subordinato, nonostante fossero inquadrati come collaboratori autonomi». In ballo, poi, c’era anche la questione relativa alle coperture antinfortunistiche:

«Se fossero andati a sbattere contro un pullman gli sarebbe stato pagato il costo del ricovero ospedaliero, ma non avrebbero avuto diritto ad alcun tipo di risarcimento del danno eventuale» ha spiegato l’avvocato Bonetto. In 11 mila pagine di conversazioni WhatsApp, tra fattorini e manager dell’impresa, sono saltati fuori dialoghi significativi: «Ragazzi, scusate, finirei alle 22 ma chiedo di finire 30 minuti prima, ho troppo male alle gambe», aveva scritto un rider. Risposta dell’azienda: «Mi spiace ma abbiamo bisogno di tutti i nostri driver per tutto il turno».

Di tenore opposto le conclusioni degli avvocati di Foodora, Giovanni Realmonte e Ornella Girgenti secondo i quali «l’azienda non ha violato la privacy dei rider. L’applicazione utilizzata sullo smartphone poteva accedere, attraverso il gps, soltanto al dato sulla geolocalizzazione, istantaneo e non memorizzato». Sul tema della tipologia di rapporto di lavoro: «I fattorini accedono alla piattaforma dei turni e decidono quando e in che misura dare la loro disponibilità. Non c’è scritto da nessuna parte che debbano offrire una disponibilità minima. È Foodora che decide chi far lavorare e quando far lavorare. Non vi è dunque alcun rapporto di subordinazione».

Il post sentenza, dunque, ricalca le distanze degli argomenti processuali. I legali dell’azienda si dicono «molto soddisfatti della pronuncia», mentre gli avvocati degli ex biker rilanciano: «A volte non basta aver ragione, c’è bisogno che qualcuno te la riconosca. Non è avvenuto e ciò vuol dire che non è stata fatta giustizia. Questo, purtroppo, è il nostro Paese. Chiaramente non finisce qui. Non è accettabile pensare – dice Bonetto - che questo sistema di lavoro è stato ritenuto legittimo e quindi si espanderà a danno di tutti».

Il deposito delle motivazioni della sentenza avverrà entro 60 giorni. Poi i biker presenteranno ricorso in Appello. 

Aperta un’inchiesta sul caso del meccanico Ferrari investito da Raikkonen

lastampa.it
STEFANO MANCINI

«Non possiamo più pensare che si tratti soltanto di una coincidenza», ammonisce il direttore delle corse, Charlie Whiting


Francesco Cigarini

Francesco Cigarini, il meccanico investito da Kimi Raikkonen, sta bene. Lo si vede in un video, girato nell’ospedale di Manama, in Bahrein, in cui già cammina con le stampelle dopo l’intervento per la frattura di tibia e perone. Ma l’incidente causato involontariamente (il semaforo ai box era verde) dal pilota della Ferrari avrà degli strascichi: la Federazione internazionale dell’automobile, che è arbitro della Formula 1 e molto attenta alla sicurezza, ha deciso di aprire un’inchiesta.Negli ultimi tempi ci sono stati troppi “unsafe release”, o rilasci pericolosi: è la situazione in cui un pilota entra in pista o parte dopo un pit stop creando una situazione di pericolo. «Non possiamo più pensare che si tratti soltanto di una coincidenza», ammonisce il direttore delle corse Charlie Whiting.



Andando a ritroso nel tempo, nelle prove libere del Gp del Bahrein Raikkonen era partito con una gomma avvitata male e aveva dovuto posteggiare a bordo pista. Lo stesso era successo ai piloti della Haas Kevin Magnussen e Romain Grosjean durante il Gp di Australia a distanza di un paio di giri l’uno dall’altro. Il primo caso della stagione si era verificato a Barcellona durante i test invernali:Fernando Alonso aveva perso una ruota della sua McLaren. «A Melbourne si è trattato di errori dei meccanici, che non hanno avvitato bene il dado, mentre a Sakhir la ruota posteriore di Raikkonen non si è neanche tolta. Questo ci lascia perplessi», conclude Whiting. La Fia potrebbe costringere i team a rivedere le procedure di pit stop oppure imporre un tempo minimo per l’operazione, che adesso viene svolta in meno di tre secondi.

11 aprile 1988, arrivano in Italia le cinture di sicurezza

repubblica.it
VINCENZO BORGOMEO

Data storica per la sicurezza stradale. Furono inventate da Nils Bohlin nel 1959 e montate per la prima volta su una Volvo. L'ufficio brevetti tedesco ha inserito l'invenzione delle cinture fra le otto che più hanno influito sulle sorti dell'umanità

11 aprile 1988, arrivano in Italia le cinture di sicurezza
Nils Bohlin, inventore delle cinture di sicurezza

La data è storica: l'11 aprile del 1988 debuttava sulla nostra Gazzetta Ufficiale il decreto che dava il via a partire poi dal 26 aprile successivo, l'obbligatorietà delle cinture di sicurezza nelle auto degli italiani. Entrava così in vigore la legge 111 del 18 marzo 1988 che introduceva anche nel nostro Paese l'obbligo di installare e di usare le cinture di sicurezza di tipo omologato a bordo dei veicoli.

Una svolta storica per la sicurezza stradale, considerando che questa invenzione riduce del 40% le vittime in incidenti stradali e che l'ufficio brevetti tedesco ha inserito questa invenzione fra le otto che più hanno influito sulle sorti dell'umanità. Impossibile definire con precisione il numero di vite umane salvate dalle cinture a tre punti a partire dagli anni '60, perché non esistono statistiche coordinate a livello globale sulla sicurezza stradale, ma si stima che sia leggermente superiore a un milione, e che il numero di coloro cui le cinture di sicurezza hanno evitato lesioni gravi sia superiore di molte volte a tale valore.

L'Italia, manco a dirlo, arrivò con l'appuntamento dell'obbligo con le cinture in enorme ritardo, considerando che apparvero per la prima volta nel 1959, su una Volvo. Non solo: il decreto attuativo lasciò allora ancora altri 12 mesi di tempo per adeguare tutte le auto immatricolate dopo il primo gennaio 1978, in quanto la scadenza ultima venne fissata per il 27 aprile del 1989. Il genio che inventò le cinture di sicurezza a tre punti si chiamava Nils Bohlin, un progettista nato nel 1920 a Härnösand in Svezia (deceduto nel 2002, all'età di 82 anni) che iniziò la sua carriera presso la Svenska Aeroplan Aktiebolaget (ossia la Saab) come ingegnere aeronautico.

E fu subito chiaro a tutti che Nils era un vero fenomeno e non a caso già 1955 divenne responsabile dello sviluppo dei sedili eiettabili e degli altri dispositivi di sicurezza per i piloti. La strada era tracciata, anche se va detto che Bohlin più ce studiare le cinture era al lavoro su altro: un fenomeno diametralmente opposto a quello delle cinture. Ossia cercare la massima protezione possibile dell'organismo umano nei casi di decelerazione estrema. Ma alla Volvo in quegli anni erano letteralmente fissati per la sicurezza stradale. Per loro era una vera ossessione E nel 1958 Gunnar Engellau, all'epoca presidente della casa svedese lo assunse infatti come specialista della sicurezza.

La Volvo infatti proprio in quel periodo stava studiando come evitare che pilota e passeggeri in caso di incidente andassero a sbattere sulla plancia, sul parabrezza o altri parti dell'abitacolo. Stavano lavorando per rendere "l'atterraggio" morbido, quindi su piantone dello sterzo collassabile, cruscotto imbottito. Ma ci si rese conto che forse si poteva percorrere una strada opposta, quindi legare pilota e passeggeri ai sedili, magari con cinture diagonali a due attacchi. Ma non mancavano problemi: la fibbia delle cinture si trovava all'altezza della cassa toracica, vale a dire in una posizione dove finiva per danneggiare gli organi delicati del corpo, invece di proteggerli.

Lo stesso Gunnar Engellau aveva perso alcuni familiare in incidenti d'auto, sembra a causa delle carenze delle cinture a due punti. Affidò quindi a Bohlin il compito di sviluppare un'alternativa migliore. Bohlin si rese presto conto della necessità di trattenere correttamente al loro posto sia la parte superiore, sia quella inferiore del corpo, con una fascia diagonale sul petto e un'altra trasversale sul bacino. La sua sfida principale consistette nel creare una soluzione semplice da utilizzare, ma al contempo efficace, in quanto la cintura doveva poter essere indossata con una sola mano.

Nel 1958 il suo impegno culminò nella domanda di brevetto relativa alla sua cintura a tre punti. Bohlin incorporò nel suo progetto quattro regole d'oro che considerava della massima importanza: la cintura comprendeva una fascia per le anche o i fianchi e una diagonale per il busto, entrambe disposte correttamente da un punto di vista fisiologico, ossia trasversalmente ai fianchi e alla cassa toracica, e fissate a un punto di ancoraggio situato in basso accanto al sedile. La geometria della cintura somigliava a una "V" con la punta rivolta in giù, verso il pavimento. Una volta sotto carico, la cintura rimaneva inoltre al suo posto, senza spostarsi.

Ed è proprio questa la differenza essenziale fra l'efficace cintura a V progettata da Bohlin e la precedente configurazione a tre punti del tipo a Y (Griswold), al punto che Volvo mise immediatamente a disposizione di tutti i costruttori automobilistici il brevetto del suo geniale progettista. Onore al merito

Salva il papà con la legge anti suicidi e ora va in aiuto di altri imprenditori sovraindebitati

lastampa.it
alessandra dellacà

Ernestina Corrado di Alluvioni Cambiò è diventata consulente per questo tipo di procedura


Ernestina Corrado e il socio, il milanese Mauro Chiaveri: hanno costituito la società Consulenza alle aziende. Prima è stata impiegata nel settore orafo

Ci sono momenti della vita in cui si vede tutto nero: un problema rincorre l’altro e sembra non esserci una via d’uscita. Non è poi così raro ritrovarsi, di punto in bianco, a fare i conti con la perdita del posto di lavoro o di un congiunto, con la diagnosi di una malattia sulla propria pelle o su quella di una persona cara. È un attimo: salta una scadenza, si accumulano le rate del mutuo e tutto quello che fino al giorno prima era perfettamente sotto controllo, ora, in questo esatto momento, lascia sgomenti e privi di orientamento.

E, a volte, l’unica soluzione per scappare dai guai sembra quella più tragica. Eppure esiste una norma, la cosiddetta «legge salva suicidi» 3/2012, che si pone come obiettivo proprio quello di porre rimedio alle situazioni di sovraindebitamento: è una disciplina innovativa, poco nota, che offre una concreta opportunità di uscire dal tunnel.

Lo sa bene Ernestina Corrado, imprenditrice di Alluvioni Piovera che con il proprio lavoro aiuta famiglie ed aziende in difficoltà. «Ci sono passata con mio padre Cesare, quando le banche lo pressavano per un rientro immediato e lui non aveva la liquidità per affrontare il problema – spiega -: era un uomo distrutto. Sono riuscita ad aiutarlo grazie a questa legge. Io stessa, dopo essere stata impiegata per anni nel settore orafo a Valenza, sono stata obbligata dalla crisi a fare altro: ho scelto questa strada, in cui credo molto perché so di essere utile». Ernestina, che dal 2008 si è fatta esperienza in questo settore nuovo per lei, si è poi messa in società con il milanese Mauro Chiaveri.

E, dal febbraio 2017 ha sede nel capoluogo lombardo la «Consulenza alle aziende Srl», che già a fine anno chiudeva il bilancio a quota 600.000 euro. Bisogna però essere persone meritevoli per potersi rivolgere ad Ernestina e Mauro: «Il sovraindebitamento non è altro che la difficile condizione di coloro che non riescono a pagare i propri debiti con le attuali disponibilità economiche – spiegano i due soci -. Si può accedere a questo percorso solo se si è onesti. La legge 3/2012 attribuisce al debitore non fallibile (persone fisiche, aziende agricole, professionisti e piccoli imprenditori con determinate caratteristiche di volume di affari) la facoltà di proporre ai creditori un piano di ristrutturazione del debito, un “principio di sopravvivenza”».

È necessario che tale piano, per poter essere approvato, assicuri la dignitosa sussistenza della famiglia del debitore. Questi due soci gestiscono tutta la procedura che aiuta ad arrivare al concordato: «Lavoriamo con un gruppo di avvocati e commercialisti: ascoltiamo situazioni delicate e cerchiamo la soluzione migliore per permettere a chi è oppresso dai debiti di tornare a vivere».In Inghilterra questo iter viene pubblicizzato, ogni sera, prima del telegiornale. L’anno scorso, tra Piemonte e Lombardia, la Consulenza alle Aziende srl (direzione@consulenzaalleaziende.it) ha sostenuto un centinaio di persone.

Pieni di un dio

lastampa.it

Era difficile realizzare appieno che era successo, se non fosse che un caro amico mi ha spiegato l’etimologia del termine «entusiasmo», en-theos, essere pieni di un dio. Perché martedì sera ero andato pigramente allo stadio per Roma-Barcellona, io tifoso del Toro, in omaggio alla divinità del calcio, Leo Messi. La divinità del calcio aveva presto chinato il capo alla sorte omerica. Eppure mai si è avuta la sensazione di essere implicati in un evento terreno: dentro una folla di sessantamila persone, un’onda elettrica, collettiva, crescente, lenta e implacabile ci ha trasportati in un’altra dimensione.

Chi non c’era farà fatica a comprenderne la portata. Essere atomi di una massa vibrante e poi tambureggiante di sessantamila persone, tutte ardenti del medesimo fuoco, tutte dirette al medesimo impossibile approdo, e concentrate sulla stessa smisurata realtà, è stato meravigliosamente scioccante. Il resto del mondo non c’era più. C’era l’eccitazione brutale dell’epica, il volto eroico di De Rossi, quello trasfigurato di Manolas, c’era una magia mistica che ci ha costretti ad abbracciarci fra sconosciuti, e poi a riversarci nelle strade a ballare la nostra catarsi. Ogni cosa era andata molto oltre l’emotività di una partita.

Sa ben poco dell’animo umano chi non capisce che il calcio è vita, è poesia, è teatro, e sale fino alla tensione religiosa. E cioè sale a un punto di bellezza e conduce a un punto di entusiasmo che è quello di essere pieni di un dio. E per una lunga incredibile notte, eravamo tutti ai suoi piedi.

Amnesty: “Migliaia di esecuzioni capitali segrete in Cina”

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La reale dimensione dell’uso della pena di morte nel Paese asiatico è sconosciuta perché i dati relativi sono celati dallo Stato



La Cina è rimasta nel 2017 lo Stato dove si eseguono la maggior parte delle condanne a morte. A segnalarlo è Amnesty International nel suo rapporto annuale sulla pena di morte nel mondo, sottolineando che la reale dimensione dell’uso della pena capitale nel Paese asiatico è sconosciuta, poiché i dati relativi sono considerati segreto di Stato. Pertanto, il totale di 993 esecuzioni registrate nel mondo dall’organizzazione nel 2017 e riportate nel rapporto annuale sulla pena di morte «non comprende le migliaia che si ritiene abbiano avuto luogo in Cina».

Amnesty «ha monitorato l’uso della pena di morte nel corso dell’anno, così come le sentenze giudiziarie inserite nel database nazionale pubblico, il China Judgements Online della Corte suprema del popolo», si legge nel rapporto. «Ancora una volta, Amnesty International ritiene che la Cina sia il paese che esegue la maggior parte delle sentenze capitali nel mondo, mettendo a morte più persone rispetto al resto degli stati mantenitori messi insieme». L’organizzazione «ha rinnovato la sfida alle autorità cinesi di essere trasparenti e rendere tali informazioni disponibili al pubblico». 

“Copiato il brevetto”, la Corte d’appello blocca i tutor. Autostrade per l’Italia li sostituirà entro tre settimane

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La Corte d’Appello di Roma ha stabilito che gli attuali tutor presenti su tutta la rete devono essere rimossi e distrutti. Ma verranno subito rimpiazzati da un altro modello


REPORTERS

Violazione di brevetto. È questa la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Roma a seguito di una causa avviata nel 2006, stabilendo che gli attuali tutor presenti su tutta la rete autostradale devono essere rimossi e distrutti.

La sentenza, anticipata da Repubblica, afferma che «il sistema di sorveglianza sul traffico autostradale denominato “tutor” installato da Autostrade per l’Italia sulla rete da essa gestita in concessione, costituisce contraffazione del brevetto di cui è titolare una azienda di Greve in Chianti, la Craft», fondata da Galileo Romolo Donnini, assistito dal professor Vincenzo Vigoriti e dall’avvocato Donato Nitti.

I tutor attualmente in funzione sulla rete autostradale costituiscono quindi «violazione di brevetto», una sentenza con cui la Corte d’appello di Roma ora ha ordinato «ad Autostrade di astenersi per il futuro dal fabbricare, commercializzare e utilizzare il sistema in violazione del brevetto».



Per ogni giorno di ritardo Autostrade dovrà pagare a titolo di sanzione civile 500 euro in favore della Craft, oltre alle spese legali dell’intero procedimento. La Corte d’appello non ha riconosciuto alla Craft un risarcimento per questi anni di utilizzo improprio, ma l’azienda toscana ora potrà chiedere ad Autostrade di comprarne il brevetto. Ma l’ente al momento ha altre intenzioni.

Autostrade per l’Italia ha infatti comunicato che «il tutor non verrà rimosso dalla rete autostradale ma sarà immediatamente sostituito con un nuovo sistema diverso da quello attuale», annunciando anche ricorso in «Cassazione, le cui ragioni sono state riconosciute fondate da 4 precedenti sentenze di merito in tutti i gradi di giudizio». Tuttavia, «per evitare che vengano annullati i benefici - secondo i dati Polstrada sono state 502.535 le violazioni rilevate dal sistema nel 2017 - del tutor che ha ridotto del 70% il numero di morti sulla rete autostradale, Autostrade per l’Italia si farà carico della sanzione pecuniaria prevista per mantenere attivo il sistema attuale fino alla sostituzione integrale degli apparati con altro sistema di rilevazione della velocità media, che avverrà entro tre settimane».

La Polizia di Stato «è grata ad Autostrade per l´Italia per la decisione di non rimuovere il tutor dalla rete autostradale in concessione: è la concreta testimonianza di quanto la sicurezza stradale e la riduzione delle vittime per incidente stia a cuore alla Concessionaria autostradale. Il tutor, infatti, rappresenta uno dei migliori strumenti per garantire la sicurezza stradale e l´incolumità dei conducenti», fanno sapere in una nota. «Il sistema è particolarmente efficace nel modificare i comportamenti di guida scorretti perché sanziona la violazione del superamento della velocità media e non di quella istantanea e, quindi, non punisce occasionali eccessi del limite di velocità».

I magistrati furbetti che fanno milioni con le aste immobiliari

espresso.repubblica.it

di Maria Elena Vincenzi

I magistrati furbetti che fanno milioni con le aste immobiliari

Magistrati proprietari di ville “vista mare” da milioni di euro o che comprano immobili da capogiro ai prezzi ribassati dell’asta e poi li rivendono al valore di mercato, intascandosi la differenza. In barba alla legge che prevede che le toghe non possano partecipare alle aste giudiziarie, per ovvi motivi di conflitti di interessi.

Invece a Tempio Pausania, in Sardegna, c’erano giudici che facevano speculazioni edilizie facendo vincere le gare ad amici i quali poi li nominavano come aggiudicatari. E a quel punto, i magistrati rivendevano quegli immobili al triplo del prezzo. Un giro di affari smascherato da altri magistrati, quelli di Roma, in particolare il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pubblico ministero Stefano Fava, che hanno iniziato a indagare nel 2016 su una villa affacciata sul mare di Baia Sardinia.

L’immobile, appartenuto a un noto imprenditore della zona finito male, venne messo all’asta e aggiudicato, complice il giudice fallimentare Alessandro Di Giacomo, a un avvocato «per persona da nominare». Le persone che poi sono state indicate erano Chiara Mazzaroppi, figlia dell’ex presidente del tribunale di Tempio Pausania, Francesco, e il di lei compagno, Andrea Schirra, anche loro magistrati in servizio (presso il tribunale di Cagliari).

La villa, grazie alle «gravi falsità» contenute nella perizia, per usare le parole del gip di Roma Giulia Proto, è stata pagata 440 mila euro. Un ribasso ottenuto con «vizi macroscopici nella procedura di vendita»: tra l’altro si certificava la presenza in casa del comodatario che in realtà era morto qualche mese prima. A nulla erano valse segnalazioni e proteste dei creditori: il giudice ha deciso di ignorarle. Per garantire alla figlia del suo ex capo, o forse direttamente a lui, un affare immobiliare non da poco: l’intenzione era di ristrutturare il complesso e di rivenderlo a 2 milioni di euro. Ovvero con una plusvalenza di 1,6 milioni.

Insomma, un affare niente male. Per il quale, poco prima di Natale, il giudice Alessandro Di Giacomo è stato punito con l’interdizione a un anno dalla professione. I Mazzaroppi, padre e figlia, e Schirra sono indagati.

L’indagine ha svelato anche una serie di affari simili per i quali, però, non è possibile procedere: i reati sono già prescritti. Dalle carte depositate dalla procura di Roma, infatti, si scopre che gli affari immobiliari di Francesco Mazzaroppi hanno origini ben più lontane. Correva l’anno 1999 quando il giudice Di Giacomo, ancora lui, assegnò a un’avvocatessa, Tomasina Amadori (moglie del suo collega Giuliano Frau), il complesso alberghiero “Il Pellicano” di Olbia, una struttura da 34 camere. Amadori, a quel punto, indicò come aggiudicataria la Hotel della Spiaggia Srl, società riconducibile al commercialista Antonio Lambiase.

Il prezzo dell’operazione era poco più di un miliardo di lire. Un anno dopo, “Il Pellicano” venne venduto da Lambiase, vicino a Mazzaroppi padre, a 2,3 miliardi: più del doppio del prezzo di acquisto. Scrive il pm di Roma Stefano Fava: «Risultano agli atti gli stretti rapporti economici intercorrenti tra Antonio Lambiase e Francesco Mazzaroppi. Lambiase ha infatti acquistato un terreno in località Pittolongu di Olbia cedendone poi metà a Rita Del Duca, moglie di Mazzaroppi.

Su tale terreno Lambiase e Mazzaroppi hanno edificato due ville», nelle quali vivono tuttora. Chiosa il pm: «Le evidenziate analogie, oggettive e soggettive, con la vicenda relativa all’aggiudicazione dell’immobile di Baia Sardinia, nonché la perfetta sovrapponibilità delle condotte dimostrano come anche la vendita a prezzo vile dell’albergo “Il Pellicano” sia conseguente a condotte illecite, non più perseguibili penalmente perché prescritte».

A corredo di tutto ciò, la procura di Roma ha raccolto anche una serie di testimonianze tra le quali quella dell’allora presidente della Corte d’Appello di Cagliari, Grazia Corradini, che non usa mezzi termini: «In relazione all’acquisto del terreno su cui Francesco Mazzaroppi aveva edificato la sua villa c’erano state in passato delle segnalazioni relative a rapporti poco limpidi con i locali commercialisti e in particolare con Lambiase, consulente del Consorzio Costa Smeralda, insieme al quale avrebbe acquistato più di dieci anni fa il terreno su cui era stata realizzata la villa». La Corradini racconta poi di come a queste segnalazioni fossero seguite due indagini, una penale e una predisciplinare senza alcun esito.

Poi Corradini parla anche della villa a Baia Sardinia: «La vicenda indubbiamente appare poco limpida se si considera il prezzo di vendita di una villa assai prestigiosa che si affaccia su Baia Sardinia, il cui prezzo di mercato si può immaginare pari ad almeno alcuni milioni di euro». Una questione su cui «ha relazionato il presidente del Tribunale di Tempio, la cui relazione allego unitamente ai documenti acquisiti che sembrerebbero confermare una “regolarità formale” nelle procedure di vendita, come ci si poteva attendere visto che eventuali interferenze è difficile che risultino dagli atti della procedura». Il presidente del tribunale di Tempio chiamato in causa era Gemma Cucca, che ora è presidente della Corte d’Appello di Cagliari, dove è succeduta proprio alla Corradini. Anche lei è indagata dalla procura di Roma.

Ce ne sarebbe abbastanza, ma il torbido al tribunale di Tempio Pausania continua con le rivelazioni di segreto d’ufficio, ingrediente indispensabile in un sistema che si reggeva su favori e amicizie. Sempre nel corso delle indagini sulla villa di Baia Sardinia, infatti, gli inquirenti hanno sentito due indagati parlare tra di loro del fatto che il gip Elisabetta Carta, che aveva firmato il 1 giugno 2016 un decreto d’urgenza per intercettarli, li avesse prima avvisati. Scrive il giudice di Roma: «La vicenda è particolarmente grave: il gip che ha autorizzato una intercettazione informa gli indagati che sono sotto intercettazione dicendo loro di “stare attenti”, il tutto mentre le intercettazioni sono ancora in corso».

Elisabetta Carta si è difesa negando le accuse a suo carico e ammettendo solo di avere avuto con la coppia buoni rapporti lavorativi. Per lei è già stata disposta l’interdizione per un anno. Non è finita: di quelle intercettazioni, chissà come, venne informato anche Francesco Mazzaroppi, all’epoca presidente della Corte d’Appello di Cagliari e - come detto - padre dell’acquirente Chiara Mazzaroppi. Tutto questo sembrava normale, nel tribunale di Tempio Pausania, dove i magistrati erano preoccupati soltanto di fare affari immobiliari.

Quante armi chimiche ci sono nel mondo?

lastampa.it
paolo magliocco



L’esercito regolare siriano è accusato di avere usato armi chimiche nel bombardamento che ha colpito tra sabato e domenica scorsi una zona controllata dai ribelli nei dintorni di Damasco causando almeno 100 morti tra i civili. Potrebbe trattarsi di ordigni al cloro. L’ex spia russa Sergej Skripal e la figlia Yulia (ora fuori pericolo) sono stati avvelenati certamente con il sarin (un gas nervino) il 4 marzo scorso a Salisbury, in Inghilterra. Sarebbe stata usata la variante del gas chiamata Novichoc, prodotta in Russia.

Secondo il rapporto della Organizzazione per la proibizione dell armi chimiche (Opcw) del dicembre 2017 al 31 dicembre del 2016 solo quattro Paesi sarebbero ancora in possesso di ordigni di questo tipo: Libia, Iraq, Federazione Russa e Stati Uniti. In partenza i Paesi che avevano dichiarato di possedere armi chimiche al momento in cui avevano aderito al trattato dell’Opcw per la loro eliminazione erano otto, includendo anche Albania, India, Siria e un quarto Stato che ha sempre chiesto di non essere menzionato ma che viene identificato con la Corea del Sud. In questi otto Paesi c&