Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

venerdì 13 aprile 2018

Il calvario della carta elettronica

lastampa.it
federico capurso

Da agosto il nuovo documento d’identità sarà esteso a tutta Italia. Ma da quando esiste sono solo intoppi A Roma ci vogliono 4 mesi e mezzo per ottenerla e costa 22 euro. Resteremo il fanalino d’Europa?


REPORTERS
A Torino cittadini in coda in attesa che il loro numero compaia sul display dell’anagrafe

La chiamano ancora «nuova», la carta di identità elettronica, nonostante abbia appena compiuto 21 anni. Nel 1997 si diceva fosse un progetto all’avanguardia in Europa. Oggi siamo finiti in coda agli altri Paesi, ma inizia a vedersi la luce in fondo al tunnel: ad agosto di quest’anno il Viminale estenderà l’introduzione del documento elettronico all’intero territorio nazionale, ponendo fine alle sperimentazioni. Eppure, anche nei comuni dove il documento del futuro è sbarcato da tempo, continuano a ripetersi storie di quotidiana malaburocrazia, nonostante ogni documento abbia un costo superiore ai 20 euro.

A Roma, ad esempio, nel quartiere periferico di Ottavia, dove la sindaca Virginia Raggi risiede, si arriva al primo agosto per ottenere un appuntamento utile esclusivamente a presentare una formale «richiesta» al Viminale. Non sarà sufficiente. Sei giorni dopo, infatti, si dovrà chiedere un nuovo appuntamento, questa volta per i «certificati», con tempi di attesa che oscillano tra una settimana e dieci giorni, per poter ritirare il documento. Tempo totale di attesa stimato: quattro mesi e due settimane. Insomma, a Ferragosto. Un intoppo che si ripete, con le dovute sfumature, di comune in comune, dal Nord al Sud.

«Mancanza di postazioni, questo è il problema», rispondono dal Viminale. Le «postazioni» sono i computer collegati dagli uffici comunali con il Viminale e abilitati a inviare le informazioni sensibili. A Roma ce ne sono 100, ma alcuni quartieri ne hanno in dotazione solo due o tre. Per questo, il Viminale a gennaio ha inviato a Roma 25 nuove postazioni e da aprile ne arriveranno altre 20.

Il prezzo per il documento, fissato con un decreto del ministero dell’Economia del 2016, non è dei più abbordabili: 13,76 euro per ogni carta di identità elettronica, che con Iva e costi di segreteria, arrivano a 22 euro. E se si perde, 27 euro. «Ma sono aumentati i costi di produzione», spiegano dal Viminale. «La carta elettronica è più sicura e con maggiori servizi disponibili rispetto alla vecchia versione cartacea». Che era la più contraffatta d’Europa, è vero, ma si otteneva in giornata e costava 5,42 euro. Oggi, per una famiglia, fare nuovi documenti diventa quindi una spesa ben più sostanziosa.

Tanto che alcuni piccoli comuni hanno iniziato a creare dei fondi ad hoc per le famiglie meno abbienti. Per fortuna, in Italia, il futuro avanza a passi piccoli e lenti, senza lasciare nessuno indietro. 

"I caffè californiani di Starbucks devono riportare la scritta 'allerta cancro"

repubblica.it
By Huffington Post

La decisione di un giudice di Los Angeles: "Incriminata è una sostanza prodotta nel processo di tostatura del caffè, l'acrilamide"


robtek via Getty Images

Un giudice di Los Angeles ha deciso che, in base alla legge californiana, i caffè venduti in California, per esempio da Starbucks, dovranno recare sulla tazza la scritta 'allerta cancro": incriminata è infatti una sostanza prodotta nel processo di tostatura del caffè, l'acrilamide.E' stato un gruppo no-profit a denunciare torrefattori, distributori e dettaglianti di caffè in base a una legge californiana che richiede l'allerta ai consumatori su un'ampia gamma di sostanze chimiche che possono provocare il cancro.

L'acrilamide è un agente cancerogeno presente tra l'altro (ma non solo) nel caffè e, secondo l'ong, il consumo di caffè aumenta il rischio di danni al feto, ai bambini e agli adulti.Il processo va avanti da otto anni e non è ancora concluso. L'industria del caffè sostiene che la sostanza chimica è presente a livelli innocui. Secondo il magistrato, Elihu Berle, invece Starbucks e le altre società che vendono il caffè lungo, tanto amato dagli americani, non hanno dimostrato che il pericolo è insignificante.
Adesso il giudice dovrà stabilire eventuali sanzioni civili. Le multe in via teorica potrebbero arrivare fino a 2.500 dollari a caffè ogni giorno per otto anni, una cifra dunque astronomica in uno Stato che ha quasi 40 milioni di residenti.

Lungo la nuova rotta dei disperati dove i gendarmi dettano legge “Siamo in Italia, ma comandano loro”

lastampa.it
Lodovico Poletto

I volontari denunciano gli abusi: “Operano senza autorizzazioni” La rabbia dei valsusini: in piazza chiedono i documenti anche a noi



Al confine La presenza degli agenti della Gendarmeria è frequente a Bardonecchia. I mediatori culturali raccontano che alcuni minori sono stati respinti alla frontiera: «Un atto contro ogni accordo internazionale di protezione»

Dicono che a primavera, e con il disgelo, la montagna regalerà brutte sorprese. E che da sotto la neve ridotta in poltiglia affiorerà il corpo di chi non ce l’ha fatta ad attraversare il confine inseguendo il sogno della Francia. E dicono anche che l’incidente dell’altra notte con la polizia francese non è certo una novità.

Non nel senso che gli agenti sono entrati altre volte a controllare i migranti della stanzetta del Comune di Bardonecchia accanto all’ingresso della stazione, dove operano medici e volontari di Rainbow for Africa. E allora che cosa significa non è un caso unico? Moussa, il senegalese che fa da mediatore culturale in quelle tre stanze si rolla l’ennesima sigaretta e, con calma, spiega che: «Quelli fanno ciò che vogliono. Sui treni e alla frontiera. Rimandano indietro la gente anche se ha soldi e documenti a posto». E ancora: «Fanno come fossero loro i padroni di casa. Molto duri, con pochissima umanità».

La frontiera invisibile
Bardonecchia, vigilia di Pasqua, dodici ore dopo l’irruzione che è diventata un caso diplomatico, è un paese che si sveglia con il sole. Sciatori sulle piste, seconde case con le tapparelle alzate, auto, parcheggi impossibili e il solito affollamento dei periodi di festa. Questa è la terra dove Francia e Italia si fondono, dove lo frontiere - se non conosci il territorio benissimo - diventano ipotesi sulle quali ognuno può dire la sua. E il piazzale davanti alla stazione è un non luogo nel quale i furgoni bianchi con la banda tricolore della Gendarmeria vanno e vengono tutto il giorno e scaricano migranti fermati alla frontiera. «Fanno tutto ciò che vogliono» insistono davanti alla stazione.

Chi? I gendarmi? «Tutti, anche le dogane». E così accade che alle undici del mattino i tre agenti francesi appena scesi dal treno in arrivo da Modane, per il servizio di pattugliamento e controllo viaggiatori tra Italia e Francia, chiedano i documenti anche a chi sta in piazza: «S’il vous plait». Italiani. Non migranti. Ma questo è territorio italiano e le persone a cui lo domandano non sono scese dal treno. «Fanno sempre così, con tutti» raccontano al bar davanti alla stazione. Operano in modo indipendente in una sorta di attività extraterritoriale condotta in autonomia, cioè senza l’appoggio delle autorità italiane. Che sarebbe indispensabile. Perché, se non c’è, è un abuso.

Le intimidazioni
Lo dice alle due del pomeriggio anche Edoardo Greppi, docente di diritto internazionale all’Università di Torino che, ancora con addosso la tuta da sci si presenta davanti alla stazione per capire cos’è accaduto. «Non è scoppiata la terza guerra mondiale, certo. Ma un abuso c’è stato e i contorni sono tutti da definire». Lo ribadisce il sindaco Francesco Avato, dopo che quelli di Rainbow for Africa hanno denunciato sul web ciò che accaduto l’altra notte. Dopo che Moussa ha spiegato ai microfoni che quando gli agenti sono entrati con quel ragazzo al loro seguito erano decisi. E lei Moussa che cosa ha fatto? «Ho detto che non potevano e sa che cosa mi hanno risposto? Hanno messo il dito davanti alla bocca, così. E mi hanno detto di stare zitto. Cioè che loro potevano fare ciò volevano».

Le accuse dei mediatori
Quando cala la sera su Bardonecchia nevica. La polizia francese non si vede in paese dalle tre del pomeriggio. Poi parli con quelli che si occupano di migranti e saltano fuori mille altre storie che puoi trovare solo in questa terra di mezzo, dove i temi dell’immigrazione si confondono con la convivenza, dove i ruoli non sono mai netti. Dove le norme sono sempre e comunque interpretate. E le storie che circolano in paese andrebbero chiarite fino in fondo. Come quella che raccontano ancora i mediatori: «I minori vengono respinti alla frontiera. In barba a ogni accordo internazionale di protezione dei più piccoli». Conferma Avato: «Lo sappiamo, ne abbiamo sentito parlare». Ma se ci fossero dubbi sulla effettiva età dei migranti? «Deve comunque prevalere la protezione della persona. Quindi prima l’accoglienza, poi tutto il resto».

E salta fuori di nuovo la storia di Beauty, malata di linfoma in fase terminale, incinta di sette mesi, morta dopo essere stata respinta alla frontiera e subito dopo aver dato alla luce il figlio, grazie all’impegno e agli sforzi dei medici dell’ospedale Sant’Anna di Torino. «Un altro abuso, un’altra cosa che i doganieri francesi non potevano fare» insistono i volontari. A Briançon, appena oltre frontiera, storcono il naso i gendarmi. E il giornale locale dice che non è andata così. Che è stato fatto tutto secondo la legge. E Bardonecchia si prepara per un’altra serata di neve e di gelo. Di migranti che arrivano. Di polemiche. Di confini fisici e legali che si confondo, si mescolano, non si capiscono più.

 

Blitz dei gendarmi a Bardonecchia, la Farnesina convoca l’ambasciatore francese: “Atto grave, a rischio gli accordi transfrontalieri”
lastampa.it

È stata una «grave ingerenza nell’operato delle Ong e delle istituzioni italiane». Salvini: «Allontanare i diplomatici francesi dall’Italia»



L'irruzione di cinque agenti armati delle dogane francesi nella sala della stazione di Bardonecchia è diventata un caso diplomatico. A chiedere spiegazioni, in merito all’episodio accaduto venerdì 30 marzo al confine tra Italia e Francia, è stata anche la Farnesina. L’ambasciatore francese a Roma, Christian Masset, è stato convocato in ministero per relazionare sull’episodio. «Il Direttore Generale per l’Ue, Giuseppe Buccino Grimaldi, ha rappresentato all’ambasciatore francese la ferma protesta del governo italiano per la condotta degli agenti doganali francesi, ritenuta inaccettabile, e ha manifestato, al contempo, disappunto per l’assenza di risposte alle nostre richieste di spiegazioni», afferma la Farnesina. Si tratta di un «grave atto, considerato del tutto al di fuori della cornice della collaborazione tra Stati frontalieri» e che «mette in discussione» il suo funzionamento.

A denunciare lo sconfinamento è stata Rainbow4Africa, Ong che assiste i migranti che tentano di varcare la frontiera delle Alpi per raggiungere la Francia. Secondo quanto riportato dai testimoni, gli agenti francesi hanno costretto un migrante, sospettato di essere uno spacciatore, a sottoporsi al test delle urine. «Altro che espellere i diplomatici russi, qui bisogna allontanare i diplomatici francesi!Con noi al governo l’Italia rialzerà la testa in Europa, da Macron e Merkel non abbiamo lezioni da prendere, e i nostri confini ce li controlleremo noi», ha commentato il leader della Lega Matteo Salvini. «Bene ha fatto la Farnesina a convocare l’ambasciatore francese. Quanto accaduto a Bardonecchia deve essere chiarito completamente in ogni suo aspetto», ha detto invece Luigi Di Maio. Il Viminale, intanto, sta valutando l’opportunità di sospendere le incursioni all’interno di tutto il territorio italiano da parte del personale delle forze di polizia e dei doganieri francesi.


La presse

LA RISPOSTA FRANCESE
«I doganieri francesi possono intervenire sul territorio italiano in base a un accordo sugli uffici di confine del 1990 in condizione di rispetto della legge e delle persone». È quanto si legge in un comunicato del ministro francese dei Conti pubblici Gerald Darmanin sulla vicenda di Bardonecchia. «Al fine di evitare nuovi incidenti nel futuro le autorità francesi sono a disposizione di quelle italiane per chiarire il contesto giuridico e operativo nel quale i doganieri francesi son intervenuti sul suolo italiano». La brigata ferroviaria delle dogane francesi di Modane era di controllo sul Tgv Parigi-Milano, spiega il ministro. «Gli agenti hanno sospettato di un viaggiatore di nazionalità nigeriana e residente in Italia in merito a un eventuale detenzione corporea di stupefacenti».

«In applicazione dell’articolo 60bis del codice delle dogane gli agenti hanno chiesto alla persone il permesso di procedere a un test delle urine e la persona ha accettato per iscritto». Gli agenti, spiega la nota, hanno quindi atteso l’arrivo del treno per utilizzare i locali attinenti alla stazione di Bardonecchia messi a disposizione della dogana francese in applicazione degli accordi del 1990 degli uffici transfrontalieri. Gli stessi locali, si legge, «erano da qualche mese messi a disposizione di una associazione per i migranti e gli agenti hanno sollecitato la possibilità di accedere ai sanitari, permesso che gli è stato accordato». Il controllo, prosegue la nota «si è rivelato negativo, nondimeno i membri dell’associazione hanno chiesto che la persona rimanesse con loro».

“VIOLATO UN PRESIDIO SANITARIO”
«L’accordo italo francese sulla cooperazione transfrontaliera in materia di polizia e dogana in vigore è quello firmato a Chambery il 3 ottobre 1997 e non prevede l’imposizione di analisi mediche e accertamenti sanitari come quelli svolti ieri sera a Bardonecchia», hanno riferito all’Ans fonti legali vicine alle ong. È stata una «grave ingerenza nell’operato delle Ong e delle istituzioni italiane», si legge in una nota diffusa da Rainbow4Africa, che ricorda: «un presidio sanitario è un luogo neutro, rispettato anche nei luoghi di guerra». E il sindaco di Bardonecchia, Francesco Avato: «Non avevano alcun diritto di introdursi lì dentro. Non si permettano mai più.

Quella è una stanza gestita dal Comune con dei mediatori: i volontari di Raimbow4Africa, come altre realtà, collaborano con il progetto. L’accesso alla sala è possibile solo agli operatori autorizzati. È uno spazio calmo, neutro, dove si incontrano i migranti, si parla con loro, si spiegano i rischi del viaggio che hanno deciso di intraprendere e si cerca di convincerli a rimanere in Italia, dove possono trovare accoglienza». Quanto accaduto «non fermerà le nostre azioni a Bardonecchia, Oulx e lungo tutti i confini. Continueremo a lavorare per chiunque ne abbia bisogno», conferma Rainbow4Africa.

LE REAZIONI POLITICHE
Per Daniele Viotti, parlamentare europeo del Pd, «Quanto successo è intollerabile e grave sul piano del rispetto dei diritti umani ed è inaccettabile dal punto di vista politico. La costante aggressività della polizia francese (che ha avuto il picco ieri, ma è ormai un dato) ha una evidente copertura da parte del proprio Governo che, a parole, si dichiara solidale con l’Italia nell’affrontare la questione migranti e profughi, mentre, di fatto, costruisce muri, come Ungheria, Polonia e Slovacchia». Per Augusta Montaruli, deputata di Fratelli d’Italia «Il comportamento degli agenti francesi a Bardonecchia è stato gravissimo. L’Italia chiami Macron e gli ricordi che qui nessun agente straniero può venire a far valere la propria autorità. Siamo una Nazione sovrana, non una provincia della Francia.

Ma dopo il danno di essere lasciati soli sull’immigrazione, non assisteremo pure alla beffa di essere usati come la loro toilette». Si tratta di una «Inaccettabile violazione della sovranità italiana da parte della Francia. I gendarmi francesi hanno fatto irruzione, armati, nella stazione di Bardonecchia durante un blitz anti immigrazione. Così si è ridotta l’Italia dopo sei anni di governi asserviti alle cancellerie straniere. Fratelli d’Italia chiede che l’ambasciatore francese sia immediatamente convocato dalla Farnesina per chiarire questo ennesimo gravissimo atto contro l’Italia», così scrive su Facebook la leader di Fdi Giorgia Meloni. «Su Bardonecchia il governo riferisca in Aula.

È urgente fare chiarezza, su questa vicenda come sul caso Open Arms. Operazioni di salvataggio in acque internazionali di cui si cede il controllo ai libici, controlli “abusivi” della polizia di frontiera francese in territorio italiano e in un locale del comune destinato all’accoglienza: è la rappresentazione di una Italia debole in un’Europa che si disgrega», ha scritto sul suo canale social il deputato di +Europa e segretario di Radicali Italiani, Riccardo Magi. «Il Partito Democratico metropolitano di Torino è vicino a Rainbow4Africa, Asgi, i sindaci, i volontari, i cittadini della Valle per quanto accaduto ieri a Bardonecchia e li ringrazia per il lavoro che da tempo svolgono silenziosamente su quel territorio», scrive su Facebook il segretario del Pd torinese, Mimmo Carretta, in un post in cui definisce «un atto inaccettabile quello messo in atto ieri dalla Polizia francese che non trova giustificazioni in alcun modo».

L’irruzione della polizia francese a Bardonecchia è «inaccettabile». Lo afferma Francesca Frediani, capogruppo del Movimento 5 Stelle in Regione Piemonte. «Ci aspettiamo una ferma risposta da parte delle istituzioni italiane - aggiunge l’esponente pentastellata - e dal governo francese la massima disponibilità a collaborare, non azioni che contribuiscono ad alzare la tensione e sminuire l’operato di amministrazioni locali e organizzazioni umanitarie attualmente impegnate a gestire questa difficile situazione».

IL PRECEDENTE
Da alcuni mesi Bardonecchia, località sciistica della Valle di Susa, si trova al centro della rotta dei migranti che, abbandonata la via di Ventimiglia, tentano di raggiungere la Francia nonostante la neve e il gelo. E nonostante la rigidità delle autorità francesi. È dei giorni scorsi la notizia della guida alpina francese indagata per avere aiutato una migrante incinta

Crescere a ogni costo, un memo del 2016 svela il lato oscuro di Facebook

lastampa.it
Andrea Daniele Signorelli

«Qualcuno potrebbe morire per un attentato organizzato attraverso i nostri strumenti, ma finché connettiamo più persone va tutto bene», scriveva il vicepresidente Andrew Bosworth



Se si persegue l’obiettivo di crescere e di connettere sempre più persone, qualunque conseguenza negativa è accettabile. In estrema sintesi, è questo il concetto alla base di un memo privato scritto nel 2016 dal vicepresidente di Facebook, Andrew Bosworth (reso pubblico da BuzzFeed poche ore fa).

“Noi connettiamo le persone. Punto. È per questo che tutto il lavoro che facciamo per la crescita è giustificato. Tutte quelle discutibili pratiche per importare i contatti. (...) Tutto il lavoro che facciamo per creare più comunicazione. (...) Tutto ciò può essere negativo se usato in maniera cattiva. Magari costa la vita a qualcuno che entra in contatto con dei bulli. Magari qualcuno muore in un attacco terroristico coordinato dai nostri strumenti. Eppure noi mettiamo in connessione le persone”.

Parole che fanno capire quale fosse la mentalità da “crescita a ogni costo” di Facebook, che in un altro passaggio Bosworth – che lavora a Menlo Park fin dal 2006 – sintetizza così: “La cruda realtà è che noi crediamo così profondamente nel connettere le persone che qualunque cosa ci consenta di ottenere questo risultato è de facto positiva”. È questa mentalità che ha portato Facebook ad avere oltre due miliardi di persone iscritte alla sua piattaforma; ma è facile vedere in queste parole anche i semi di tutti gli scandali che hanno coinvolto il social network negli ultimi mesi, culminati nella vicenda Cambridge Analytica .

Oggi Bosworth ha preso le distanze dal suo memo su Twitter : “Non sono d’accordo con quel post oggi e non lo ero nemmeno quando l’ho scritto. Lo scopo, come altri scritti da me internamente, era di portare in superficie questioni che pensavo dovessero essere discusse più ampiamente”. Un post provocatorio, quindi; con l’obiettivo di stimolare il confronto sui temi più sensibili. Una versione supportata anche da Mark Zuckerberg: “Bosworth è un leader di talento che dice cose provocatorie. Molti di noi, me compreso, ci siamo trovati in disaccordo con questa. Non abbiamo mai pensato che il fine giustifichi i mezzi”.

Lo scopo di Bosworth sarebbe quindi stato di discutere gli effetti negativi che Facebook può avere sulla società usando un linguaggio molto forte. Allo stesso tempo, però, è inevitabile leggere in quelle parole un obiettivo diverso: non curarsi delle conseguenze purché si riesca a connettere più persone e quindi a far crescere gli iscritti alla piattaforma.

Una lettura rafforzata dal fatto che, sempre nello stesso memo, Bosworth citi la speranza che Facebook possa un giorno “fare il suo lavoro anche in Cina” (dove il social network è bloccato da anni). Una puntualizzazione che ha riportato alla memoria la decisione di Menlo Park di sviluppare uno strumento in grado di censurare le notizie sgradite per facilitare il rientro in quella nazione, e proseguire così la crescita a ogni costo. La vicenda è tornata a galla oggi, in seguito alla dichiarazione dell’ex ingegnere di Facebook Alec Muffet, secondo cui proprio quella questione gli aveva fatto capire che tipo di mentalità ci fosse in azienda, provocando le sue dimissioni.

Più in generale, e indipendentemente dagli aspetti provocatori, questo memo fa capire come i dirigenti di Facebook fossero perfettamente consapevoli delle possibili conseguenze negative della piattaforma; nonostante in pubblico, per lungo tempo, le abbiamo sempre minimizzate .

Ecco perché l’Etna sta scivolando verso il mare

lastampa.it


LAPRESSE

Nei giorni scorsi, a seguito della pubblicazione di uno studio sulla rivista «Bulletin of Vulcanology», ha fatto parlare di sé per il lento scivolamento verso il mare: misurabile in 14 millimetri all’anno, nulla che possa indurre in allarme.

Ma l’unicità dell’Etna, il vulcano più attivo d’Europa che si trova in provincia di Catania, a pochi chilometri dalla costa orientale della Sicilia, risiede anche nella sua forma. La «Grande Mamma», sulla Terra, è tra le cime eruttive in cui la forma conica emerge in maniera più spiccata. La sua morfologia potrebbe essere dovuta a un innalzamento dei livelli d’acqua del Mar Mediterraneo in seguito a un periodo di ritiro dei ghiacciai, stando a quanto riportato in una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica «Episodes».

Perché l’Etna ha una forma conica?
Lo studio ha esplorato i cambiamenti nella struttura del vulcano che hanno avuto inizio circa centotrentamila anni fa. Secondo il geologo Iain Stewart dell’Università di Plymouth, autore della pubblicazione, la forma dell’Etna s’è delineata a seguito dell’innalzamento dei livelli del mar Mediterraneo.

Il processo avrebbe guidato un «riarrangiamento» delle placche tettoniche, da cui anche la modificazione nell’attività eruttiva: iniziata cinquecentomila anni fa e modificatasi all’incirca trecentomila anni dopo, con una variazione morfologica. Da vulcano «a scudo», di base più ampia e forma più schiacciata, l’Etna è infatti divenuto uno «stratovulcano»: caratterizzato da eruzioni più esplosive e pendii di colata più ripidi. Caratteristiche che si ritrovano anche nel Vesuvio (Napoli) e nello Stromboli (isole Eolie): con quest’ultimo che secondo Stewart potrebbe avere modificato forma e attività a seguito dello stesso processo, secondo cui l’infiltrazione del Mediterraneo al di sotto della crosta terrestre potrebbe essere la causa della nuova «forma» dei principali vulcani siciliani.

L’Etna scivola verso il mare
Le conclusioni di questo lavoro confermano l’instabilità dell’Etna, di cui s’è tornato a parlare nelle ultime settimane. Lo slittamento dell’intera struttura è facilitato dalla presenza di sedimenti molli sotto la montagna e dalla posizione inclinata del vulcano. Secondo l’esperto britannico, «non vi è ancora una risposta certa in grado di spiegare una simile variabilità nell’attività dell’Etna». Ma non è da escludere l’ipotesi che il lento e progressivo slittamento verso il mare e l’attività eruttiva abbiano un’origine comune: la fluttuazione dei livelli del Mediterraneo, per l’appunto.

Queste oscillazioni avrebbero determinato la chiusura di alcuni sbocchi di lava, rendendo di fatto obbligato il percorso verso nuove vie d’uscita sull’isola. Da qui la forma a cono visibile oggi e comune ad altri vulcani sul Pianeta: come il Fuji (Giappone), il Lanin e il Cerro Volcanico (Argentina), il Monte Apo (Filippine) e il Montserrat (Caraibi). L’Etna, in ogni caso, va tenuto d’occhio. I movimenti sono impercettibili, ma messi in fila nel corso dei millenni hanno determinato un caso comunque di studio, visto che l’attività eruttiva prosegue anche migliaia di anni dopo la sua prima volta.

Twitter @fabioditodaro

Omicidio Ilaria Alpi, il somalo detenuto ingiustamente risarcito con 3 milioni

lastampa.it

Hashi Omar Hassan ha scontato 17 anni ed è poi stato scagionato dalle accuse


Hashi Omar Hassan

La corte di appello di Perugia ha disposto un risarcimento per ingiusta detenzione di oltre tre milioni di euro (tre milioni 181.000) in favore di Hashi Omar Hassan, il somalo che ha scontato quasi 17 anni di carcere per gli omicidi di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, e poi è stato assolto in un processo di revisione. La notizia, anticipata da Chi l’ha visto?, è stata confermata all’ANSA dall’avvocato Antonio Moriconi, uno dei legali di Hassan.

Hassan fu accusato di essere uno dei componenti del commando che assassinò gli inviati del Tg3 da Ahmed Ali Rage, detto Gelle, anche lui somalo. Sulla base di quella testimonianza, Hassan fu condannato a 26 anni di carcere dalla corte di assise di appello di Roma.

Gelle, rintracciato da «Chi l’ha visto», ammise di aver dichiarato il falso, ossia che non si trovava sul luogo del duplice omicidio e di aver accusato Hassan in quanto «gli italiani avevano fretta di chiudere il caso». In cambio della sua testimonianza, precisò il somalo, ottenne la promessa che avrebbe lasciato il paese africano, dove la situazione sociale era tesissima. Il 19 ottobre 2016 la corte di appello di Perugia ha assolto definitivamente Hassan, stabilendo poi il maxi-risarcimento di oltre 3 milioni di euro per 6.363 giorni di ingiusta detenzione, quindi 500 euro al giorno.

«Nella sentenza di assoluzione - sottolinea Chi l’ha visto? - la Corte di Perugia ha parlato esplicitamente di `attività di depistaggio di ampia portata´, sui quali la madre di Ilaria Alpi ha chiesto che sia faccia luce. La procura di Roma ha invece avanzato una richiesta di archiviazione dell’inchiesta».

Quel rumoroso aereo ucraino diretto in Algeria che tutte le sere sorvola il lago

lastampa.it
LUCA GEMELLI

Il suo passaggio avviene sul Vco tra le 21 e 22



Il rumore un po’ sordo è inconfondibile e può essere ascoltato quasi ogni sera tra le 21 e le 22 in tutti i paesi rivieraschi del Lago Maggiore e talvolta, a seconda della rotta, anche nel Cusio. E’ l’effetto sonoro di un aereo un po’ particolare, un cargo ucraino, che transita nei cieli del Vco mentre vola tra Lipsia, in Germania, e Ghardaia in Algeria. L’aereo appartiene alla compagnia Cavok Air ed è un turboelica a quattro motori che, mentre sorvola il Verbano per poi dirigersi verso Genova e quindi in Africa, si trova a poco più di 7.000 metri di quota, a una velocità di 460 chilometri orari. Il modello di aereo, sempre lo stesso ogni sera, è un Antonov 12B, di fabbricazione russa, prodotto dagli Anni 50 come mezzo simile ai C-130 usati a in Occidente. La rotta tra Lipsia e Ghardaia è al servizio delle truppe Onu di stanza nella zona e il cargo trasporta materiali e viveri necessari alle forze della Nazioni unite.

Quel rumore inconfondibile è forse dettato anche dall’età e dalla propulsione a turbo elica. Il cargo ha al suo attivo oltre 48 anni di volo, essendo entrato in servizio nel 1971 come mezzo di trasporto per l’aviazione dell’allora Urss per poi passare nel 1993 alla Uzbekistan Airways e poi cambiare varie compagnie fino all’arrivo nel 2012 nella flotta dell’ucraina Cavok Airlines. Ha una capacità di carico di 20 tonnellate con un’autonomia di 5.000 chilometri. La strana rotta è stata notata anche dagli appassionati che utilizzando sistemi di tracciamento online hanno rilevato come durante il volo sopra la Germania percorra «corridoi» di solito utilizzati dagli aerei militari.

Il Giappone riprende la caccia alle balene, uccisi 333 esemplari nell’Antartico

lastampa.it



Il Giappone riprende la caccia alla balene, sfidando le critiche a livello mondiale e sostenendo la finalità scientifica dell’operazione: cinque baleniere sono infatti rientrate dopo una spedizione nell’Oceano Antartico nella quale sono stati uccisi 333 esemplari. Ne danno notizia media giapponesi e internazionali. Le baleniere, partite lo scorso novembre, sono rientrate senza aver dovuto affrontare alcuna protesta da parte dei gruppi animalisti in difesa delle balene.

Il Giappone è tra i firmatari della Moratoria alla caccia alle balene promossa dalla Commissione internazionale sulla caccia alle balene (Iwr), tuttavia, sottolineano i media internazionali, «sfrutta una scappatoia che permette la caccia alle balene per ragioni scientifiche». Tokyo afferma infatti che l’uccisione dei cetacei è necessaria per una più approfondita conoscenza del comportamento e della biologia dei cetacei. Il Giappone ha già ricevuto una diffida nel 2014 dalla Corte di giustizia dell’Aja, secondo la quale la «caccia scientifica» non è altro che un pretesto per scopi commerciali. 

Quanti musei ci sono in Italia?

lastampa.it
paolo magliocco


ANSA
Una delle Gallerie degli Uffizi

Anche domani, come ogni prima domenica del mese, tutti i musei i monumenti e le aree archeologiche statali saranno aperti gratuitamente al pubblico. L’iniziativa decisa dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini dura ormai da 4 anni. In totale i luoghi gestiti direttamente dallo Stato sono 472 e dal 2016 al 2017 sono cresciuti di numero, come avviene in modo quasi regolare da tempo: dieci anni fa, nel 2008, i musei, monumenti e aree archeologiche statali erano solo 400 e dieci anni prima 364, oltre 100 in meno rispetto a oggi.

I dati provvisori, appena pubblicati dal Ministero dicono che nel 2017 i visitatori sono stati oltre 50 milioni, quasi 5 milioni in più dell’anno precedente, quando già erano aumentati di più di due milioni e con una crescita che supera il 10 per cento. Il numero di persone che entrano in questi luoghi sta aumentando costantemente, ma solo da pochi anni la tendenza è diventata regolare. Rispetto a dieci anni fa, quando i visitatori erano 33 milioni, la crescita è stata di quasi il 50%. Il record di ingressi del 2017 non è merito solo delle domeniche gratuite. Anche i visitatori paganti infatti sono aumentati, di oltre un milione e mezzo, e lo Stato ha incassato oltre 190 milioni di euro, 20 milioni più dell’anno precedente. In ogni caso, più di 4 su 10 di questi beni culturali di proprietà statale sono tutti i giorni a ingresso gratuito.

I musei statali rappresentano solo una frazione del patrimonio culturale visitabile nel nostro Paese. L’Istat registra , per il 2016, ben 4.158 musei, 282 aree archeologiche e 536 monumenti, per un totale di 4.976 luoghi, all’incirca uno ogni 12.000 abitanti dell’Italia. Per la maggior parte sono in mano ai Comuni, ma anche a Province o Regioni. Quasi 2.000 sono gestiti da enti culturali, istituti religiosi, associazioni, fondazioni o anche da privati.

Tutti insieme hanno raccolto nel 2016 oltre 110 milioni di persone, che per oltre la metà (il 57%) sono stati disposti a pagare un biglietto per entrare in uno di questi luoghi. Peccato che le stesse statistiche dell’Istat rivelino che il 69% delle persone di più di 6 anni dichiarino di non aver mai messo piede nell’arco dell’ultimo anno in un museo, il 75% non è stato mai a vedere una mostra e l’80% non è mai entrata in un sito archeologico.

Un “cold case” per Carlo Alberto rituali di magia nera a Palazzo Reale

lastampa.it
Andrea Parodi

Tra i reperti della collezione archeologica una fattura di morte



Dai depositi del Palazzo Reale di Torino lo scorso gennaio è spuntato un inquietante «cold case», come lo ha definito Gabriella Pantò, direttrice del museo di Antichità e autrice della macabra scoperta. Spulciando tra i reperti della collezione archeologica di re Carlo Alberto è emersa la testimonianza di un rituale di magia nera avvenuta all’interno del Palazzo nell’800. Non si tratta di un rituale qualsiasi, ma del più terribile di tutti: una fattura di morte.

La direttrice Pantò nel preparare la mostra Carlo Alberto archeologo in Sardegna inaugurata sabato scorso ai Musei Reali di Torino, ha aperto alcuni guardaroba della reggia sabauda contenenti diversi reperti. Tra questi due urne cinerarie di età romana imperiale provenienti dagli scavi eseguiti nel 1841 a Tharros, in Sardegna. «All’interno delle urne da restaurare – spiega – abbiamo trovato come previsto ceneri e frammenti ossei combusti. Cosa non sapevo è se il contenuto delle urne fosse stato già smosso al momento del ritrovamento o se si presentassero ancora così come deposte in età romana». Appurato che si trattava della prima ipotesi i restauratori hanno cominciato a fotografare i reperti e ad esaminarne il contenuto. «È a questo punto che sono stata avvisata del curioso ritrovamento», racconta con palpabile emozione.

Nell’urna, e ben in profondità, sono state rinvenute delle ossa craniche e soprattutto un curioso involto tondeggiante del diametro di circa 3 cm. «Si tratta di una spugna marina contenente materiale liquido organico – precisa Pantò – attorno a cui era accartocciato un biglietto di carta strettamente legato con uno spago». Per fugare ogni dubbio è stato chiamato a Torino dalla Sardegna l’antropologo e paleopatologo Giampaolo Piga, che ha notato che le ossa craniche non erano antiche come l’urna.

Cosa ha attirato maggiormente l’attenzione è stato il contenuto del biglietto. Si tratta in parte di una distinta per alcuni lavori eseguiti a Palazzo Reale il 21 agosto 1843, in parte è la ripetizione ossessiva del nome di una donna: Maria Accati. Una torinese, come si legge, vedova di tal Pietro Giuseppe della Barcola, località vicina a Trieste. C’è poi il disegno di un organo vitale, il cuore, con una croce al centro. Chi sia questa Maria Accati è un mistero. «La scoperta è relativamente recente e non abbiamo ancora avuto tempo né occasione di poter approfondire tramite ricerche d’archivio – spiega Pantò – così come non è stato possibile effettuare analisi di laboratorio circa il contenuto organico imbevuto nella spugna marina». Di certo si può escludere che sia sangue, perché è incolore.

Di certo esiste un nesso tra i lavori della distinta e il nome della Accati. La teoria è che la vedova fosse la destinataria di un maleficio, un cerimoniale demoniaco attraverso cui si seppelliva idealmente la persona in oggetto tra i resti di un’antica cremazione. Il teschio, decisamente ottocentesco secondo le analisi del prof. Piga, complica ancora più il quadro generale. Chi può essere l’autore della fattura? Non si sa. Di certo qualcuno che aveva libero accesso alle collezioni private di Carlo Alberto. «Rituali di magia nera come questi sono noti e sono di origine antica – conclude Pantò -. Nel mondo romano, così come in quello greco e punico, e nell’800 non solo a Torino, si usava la magia contro il nemico scrivendo una maledizione e seppellendola, consegnando in tal modo la vittima alle potenze sotterranee». 

Bardonecchia, i doganieri francesi fanno irruzione nella sede dei medici che difendono i migranti

lastampa.it

maria teresa martinengo 



Non era mai accaduto ed è verosimile che diventi un caso diplomatico l’irruzione di cinque uomini della dogana francese, questa sera (30 marzo) intorno alle 19, nella base di «Freedom Mountain» a Bardonecchia, dove medici e infermieri dell’associazione Rainbow for Africa con mediatori culturali del Comune, pagati con fondi del ministero dell’Interno, assistono i migranti che mettono a rischio la loro vita nel tentativo di passare oltreconfine.

La pattuglia, diversamente da altre volte, quando aveva riaccompagnato i migranti in Italia, scaricandoli davanti alla base che si trova alla stazione di Bardonecchia, è entrata - hanno raccontato i testimoni - con atteggiamento imperioso nel locale accompagnando un giovane migrante. Gli agenti hanno intimato ai presenti di allontanarsi, mostrando le armi che avevano addosso. Il gruppo aveva con sé un giovane migrante, probabilmente ritenuto un corriere della droga: il ragazzo è stato portato nel bagno dove gli agenti gli hanno fatto l’esame delle urine.

Mentre i doganieri francesi erano occupati con il giovane, gli operatori hanno chiamato la polizia e il sindaco di Bardonecchia, subito accorsi. I nostri agenti hanno fatto uscire i doganieri francesi. «Non avevano il diritto di entrare - ha detto il sindaco Francesco Avato -, nessun poliziotto italiano si sarebbe permesso di fare la stessa cosa in Francia». La vicenda è al vaglio delle nostre autorità.

Il Garante per la Privacy blocca Vodafone sul telemarketing

lastampa.it

La società non potrà più inviare sms o effettuare chiamate a chi non abbia manifestato uno specifico consenso



Vodafone non potrà più inviare sms o effettuare chiamate per finalità di marketing a chi non abbia manifestato uno specifico consenso o abbia addirittura chiesto di non essere più disturbato con offerte commerciali. La società dovrà inoltre ridefinire le proprie procedure interne nella gestione dei dati utilizzati per le campagne promozionali. È la decisione del Garante privacy all’esito di un’indagine decisa sulla base delle innumerevoli segnalazioni ricevute da persone che lamentavano la continua ricezione di offerte commerciali indesiderate.

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Grazie alle verifiche ispettive effettuate e alla documentazione richiesta alla società, l’Autorità - si legge in una nota - ha potuto accertare che, nel corso dei 18 mesi presi in considerazione per l’indagine, sono state effettuate nell’interesse di Vodafone fino a 2 milioni di telefonate promozionali e inviati circa 22 milioni di sms senza un valido consenso degli interessati. Le anomalie e i trattamenti illeciti rilevati riguardano sia clienti attuali, sia quelli potenziali, sia quanti avevano cambiato compagnia.

Le offerte commerciali indesiderate - fa sapere ancora il Garante - venivano rivolte ad utenti che non avevano fornito il consenso al trattamento dei propri dati personali per finalità di marketing, ma anche a coloro che avevano espressamente chiesto di non essere più disturbati o di veder cancellati i propri contatti dai database di Vodafone e dei call center coinvolti.

«A seguito delle verifiche ispettive - ha fatto sapere la società - relative alle condotte realizzate nel periodo gennaio 2016-giugno 2017, Vodafone ha già messo in atto, a partire dall’estate 2017, misure volte ad evitare contatti indesiderati nei confronti della clientela. Vodafone, attualmente impegnata in un articolato programma di adeguamento alla nuova normativa europea (GDPR), intende infatti garantire una piena conformità alle disposizioni in materia di trattamento dei dati personali».

Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori, ha commentato con soddisfazione la decisione del Garante per la privacy. «Ora si estenda il blocco a tutte le migliaia di società che effettuano ancora il telemarketing selvaggio, non solo nel campo della telefonia ma anche in quello dell’energia», afferma Dona. «Le compagnie elettriche e del gas, infatti, stanno approfittando della notizia della fine del mercato tutelato per tempestare i consumatori di telefonate», prosegue il presidente dell’Unc.