Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 8 aprile 2018

Il salvavita eCall diventa obbligatorio sui nuovi modelli. Ma quello pubblico è diverso dal privato

lastampa.it
Alessandro vai

In caso di incidente, chiama automaticamente i soccorsi. Il servizio “base” utilizza il 112, mentre quello fornito da alcune Case auto si collega a centrali di emergenza private


Il sistema Opel On Star

Dal 31 marzo 2018 tutte le auto di nuova omologazione dovranno avere di serie il sistema eCall, cioè la chiamata automatica d’emergenza. Lo stabilisce la disposizione UE 2015/758 che era stata approvata tre anni fa e che ora diventa operativa, dopo aver dato il tempo alle Case automobilistiche di prepararsi. L’eCall diventa obbligatorio, come detto, sui modelli di nuova omologazione (cioè appena presentati dai costruttori), e non di nuova immatricolazione (cioè non su quelli targati per la prima volta). 



Dal punto di vista tecnico il sistema è abbastanza semplice e ha un costo stimato, per il costruttore, di circa 100 euro. La eCall si attiva automaticamente quando i sensori dell’auto rilevano una decelerazione tale da essere causata da un incidente. In altre parole se si attivano i pretensionatori oppure gli airbag, parte la chiamata di emergenza. L’altro caso in cui la eCall si attiva è con l’intervento manuale del guidatore o di uno dei passeggeri dell’auto. Ma dopo che la chiamata parte, che cosa succede? La risposta è diversa a seconda di quale servizio sia installato nell’automobile. Sì, perché ci sono due tipi di servizio eCall, quello pubblico e quello fornito da terze parti (Tps).

La eCall pubblica, quella che tutte le auto omologate dal primo di aprile in poi dovranno avere, avviene attraverso una scheda Sim preinstallata nell’auto, che però rimane dormiente fino a quando non viene attivata automaticamente oppure manualmente. A quel punto dall’auto parte una chiamata al numero unico d’emergenza europeo, il 112, accompagnata dall’invio di una serie di dati che includono il numero di telaio della vettura e la cronologia delle ultime posizioni. La eCall “base”, dunque, fa a meno anche del Gps. 

Tutt’altra cosa è la eCall fornita da terze parti, ovvero dalle stesse case automobilistiche. In questi casi il servizio di emergenza è inserito in un ecosistema più ampio che prevede una serie di servizi telematici e che in caso di incidente o richiesta d’aiuto inoltra la chiamata non al 112 ma a una centrale di emergenza privata.

Questa riceve l’esatta posizione Gps della vettura ma anche informazioni aggiuntive, come il numero delle persone rilevate a bordo, sulla base dei dispositivi di chiusura delle cinture di sicurezza scattati, e il senso di marcia dell’auto. La vettura stabilisce quindi una comunicazione vocale (nella lingua del proprietario e non del Paese in cui si trova) con la centrale d’emergenza e se a bordo non risponde nessuno, la centrale allerta immediatamente il più vicino servizio di pronto intervento. 

Ma la vera differenza, che poi rappresenta anche il plus economico per la Casa costruttrice, è la possibilità di utilizzare i dati della vettura e del suo proprietario a scopi commerciali (previa autorizzazione). Opel e il suo servizio On Star, per esempio, mettono a disposizione una specie di congierce virtuale, a cui si può telefonare dall’auto per avere informazioni di ogni tipo e farsi anche prenotare un ristorante. Altri costruttori tedeschi, come BMW e Mercedes, offrono la eCall di serie su tutta la gamma già da diversi anni e dispongono di centrali di emergenza proprietarie. 

Va da sé, che al di là dei lodevoli intenti della Commissione Europea - ridurre i tempi di azione dei soccorsi del 50% nelle zone rurali e del 40% in città, salvando 2.500 persone ogni anno - il fatto di avere un’auto tracciata e connessa con il mondo circostante, apre infinite possibilità di natura commerciale. I servizi di terze parti, infatti, sono già previsti a patto che la eCall sia sempre disponibile e che abbia priorità nell’utilizzo delle risorse. Largo alla sicurezza, dunque, ma anche a nuovi modelli di business tagliati su misura per ogni automobilista.

Colpire Putin per educarne 100

ilgiornale.it



CASO SKIPRAL: DOMANDE SENZA RISPOSTA
Perché i servizi segreti di Mosca (o Putin in persona secondo alcuni) avrebbero deciso di eliminare una ex spia russa che vive a Londra, consegnata da loro stessi agli inglesi 10 anni prima e che avrebbe da tempo cessato ogni attività?

Per “vendetta perché i russi non perdonano i traditori”, spiegano quelli che le cose le sanno. Ma allora perché non l’hanno fatto fuori negli anni in cui la spia era prigioniera nelle carceri di Mosca?E poi perché farlo a 15 giorni dalle elezioni presidenziali in Russia che vedranno Putin conquistare il quarto mandato e nel momento di massima tensione tra Russia e Occidente, in cui Europa e Stati Uniti stanno accusando Mosca praticamente di tutto (fra un po’ anche del buco dell’ozono)?

E perché per eliminare questa “spia in pensione” l’avrebbero avvelenata con una sostanza chimica identificata dagli esperti britannici come “Novichok”, uno dei più letali agenti nervini creato e sviluppato nei laboratori dell’Uzbekistan ai tempi dell’Unione Sovietica? Perché i russi avrebbero lasciato questa perfetta firma d’autore al loro “inutile” complotto? Non era più semplice un colpo di pistola alla testa da un sicario o uno di quegli insospettabili incidenti stradali in cui involontariamente la vittima perde la vita in circostanze assolutamente casuali

E siamo sicuri che questo “veleno” riconduca direttamente alla responsabilità di Mosca?
Vil Mirzanyanov è uno scienziato russo che partecipò al programma chimico sovietico prima di fuggire negli anni ‘90 negli Stati Uniti rivelando molti segreti prodotti proprio in quel laboratorio uzbeko dove lui lavorò. Nel 2007 pubblicò un libro che svelava i programmi chimici sovietici e anche le formule di questa sostanza incriminata. Sul Wall Street Journal, Ralf Trapp uno dei massimi esperti internazionali di armi chimiche, ha ricordato come la divulgazione di questa formula “ha reso il Novichok disponibile per la riproduzione altrove” e che “altri Paesi svilupparono questo programma”.

Con il caso Skipral siamo ad un salto di livello: accusare la Russia di terrorismo di Stato
D’altro canto i Servizi d’intelligence britannici hanno dato ampia prova di inaffidabilità e manipolazione. Furono i loro report (combinati con quelli della Cia) a costruire la bugia delle “armi chimiche di Saddam” che spinse all’invasione in Iraq e all’inizio del processo di destabilizzazione del Medio Oriente. E furono sempre loro (in combutta con quelli francesi) ad inventare le prove “umanitarie” che giustificarono la guerra in Libia e la distruzione di uno Stato sovrano, producendo gli effetti disastrosi che oggi noi paghiamo in termini di immigrazione e terrorismo jihadista.

La storia di Sergei Skripal (la spia avvelenata) e sua figlia Yulia che oggi lottano tra la vita e la morte, è destinata a rimanere sospesa a metà tra la verità che i governi occidentali, i media e le élite che li controllano impongono al mondo e l’indimostrabilità di questa verità.

UN SALTO DI LIVELLO
Qui però siamo ad un salto di livello. L’accusa alla Russia è quella di un atto di terrorismo su territorio britannico. L’immagine dei soldati di Sua Maestà che si aggirano con le tute anti-batteriologiche per i giardini di una città inglese sotto attacco chimico di un potenza straniera, è la perfetta icona di cui il mainstream ha bisogno per spaventare l’opinione pubblica e additare Mosca come un pericolo per l’Occidente.

Ma perché accusare Mosca di questa maldestra operazione in territorio britannico?
Qualche settimana fa su Bloomberg, Eli Lake esperto di Sicurezza Nazionale ha chiarito l’obiettivo: qualora Putin “continuerà i suoi omicidi sul suolo europeo si dovrebbe includere la designazione della Russia come sponsor statale del terrorismo”. Con ricadute pesantissime anche a livello di Nazioni Unite.

NUOVA GUERRA FREDDA, INVENZIONE OCCIDENTALE
La realtà è che non c’è nessuna Guerra Fredda se non nella volontà occidentale di crearla. Le ragioni sono evidenti. Oggi il mondo non è bipolare ma multipolare. Il vero nemico per l’egemonia americana e per l’Occidente non è la Russia (oggi potenza dimezzata) ma la Cina di cui la Russia è partner secondario.

La Russia non è più Unione Sovietica, non controlla più metà dell’Europa e paesi in Sud America e Africa; è al massimo una potenza regionale che cerca disperatamente di arginare l’espansionismo americano e occidentale in Eurasia difendendo legittimamente i propri interessi vitali. Il Patto di Varsavia non esiste più e molti dei paesi che un tempo erano alleati di Mosca oggi gravitano in orbita occidentale; la Russia di oggi è potenza nucleare ma in termini militari la sua forza è un quinto di quella passata e di gran lunga inferiore a quella della Nato che è la più terribile macchina da guerra globale mai esistita nella storia.
Putin deve pagare l’intervento in Siria e l’opposizione ai progetti del Nuovo Ordine Internazionale
Pensare che la Russia stia per invadere l’Europa o abbia interesse ad alimentare tensioni con l’Occidente è solo il frutto di una schizofrenia indotta. La narrazione di una nuova Guerra Fredda serve all’Occidente per legittimare la Russofobia che affonda le sue radici nei secolari interessi imperiali di Londra e che oggi si sposa con gli interessi dell’élite globalista e del suo immenso apparato tecno-militare.

COSA PAGA PUTIN?
Il caso Skipral e l’accelerazione indotta da Gran Bretagna e Francia (con meno convinzione Usa e Germania) per accusare la Russia di qualcosa ancora da dimostrare sembrano essere fatti apposta per portare all’estremo le tensioni con Mosca. Tensioni il cui livello si è accentuato negli ultimi due anni. Perché?

Putin sta pagando il suo intervento in Siria che ha interrotto l’effetto domino iniziato con la Primavera Araba e con i regime change imposti in Libia e Egitto.

Putin paga l’aver combattuto e sconfitto Daesh (che prima del suo intervento stava dilagando con la complicità dei suoi creatori, Usa e Arabia Saudita) e cancellato quel Califfato che doveva rappresentare un cuscinetto di preparazione alla nuova entità sunnita da far spartire a turchi e sauditi.

Putin paga l’aver reso evidente la trasformazione di Al Qaeda  in “ribelli moderati” utilizzati dall’Occidente come forze militari per le “proxy war” in Siria e Libia.

Putin paga l’aver impedito l’abbattimento del regime di Assad e la spartizione del Medio Oriente secondo l’asse atlantico-sunnita che lega Usa e Gran Bretagna al regime wahabita e alla nuova dittatura turca.

Ecco perché bisogna punire la Russia di Putin: per educare il resto del mondo. Guai a chi si oppone ai disegni del Nuovo Ordine Mondiale imposti dall’élite e dai fedeli scudieri che governano le democrazie occidentali.

Se il writer azzecca un abbraccio su due

lastampa.it
Giannino della Frattina

L'autore del bacio Salvini-Di Maio fallì con Renzi-Berlusconi



C'è bacio e bacio. Perché non sempre (e ci mancherebbe) il murale taggato «Tvboy» può essere quell'apostrofo rosa tra le parole l'inciucio.

Certo, l'unica notizia a contendere i titoli all'elezione a tempi da record dei presidenti di Senato e Camera, sabato scorso è stata l'opera notturna dello street artist Tvboy, al secolo il palermitano con residenza chic a Barcellona Salvatore Benintende, che aveva immortalato un Matteo Salvini intento a stringere appassionatamente tra le mani il volto sorridente di Luigi Di Maio. E, dando la definitiva picconata al mito del celodurismo leghista dell'Umberto Bossi in canottiera, intento a baciarlo appassionatamente.

E siccome ormai è più di un sospetto il fatto che l'arte contemporanea possa essere ben poco più che citazione, in questo caso il rimando colto è allo storico scambio di socialiste salive tra Leonid Breznev ed Erich Honecker. Un botto mediatico per Tvboy, con l'ultima (almeno per ora) opera della serie «Amor populi», piazzata in un angolo di piazza Capranica, proprio a metà strada tra Montecitorio e palazzo Madama dove di lì a poche ore si sarebbero votati i successori di Laura Boldrini e Pietro Grasso.

Un incredibile vaticino, hanno tutti gridato al miracolo, di quello che di lì a poco sarebbe successo in aula con l'ircocervo grillin-leghista che benedice la salita agli scranni nobili di Roberto Fico ed Elisabetta Alberti Casellati. Peccato che solo pochi giorni prima il gioco di prestigio non fosse riuscito. Sarà stata l'aria molto meno magica e parecchio più prosaica di Milano o una previsione che era più una speranza di molti che una realtà di fatto, ma il graffito-bacio tra il putto Matteo Renzi e il cavaliere Silvio Berlusconi è rimasto poco più che un auspicio sui muri che portano alla stazione Cadorna.

Solo un evanescente, anzi poi svanito accordo «nazareno» tra l'ala più liberal della sinistra e quella grande balena berlusconiana che in un venticinquennio è riuscita ad accogliere quasi tutto nel suo capiente ventre. Sembrano passati anni e invece solo poche settimane ci separano da quella speranza della borghesia soprattutto del Nord (di destra e di sinistra) che vedeva proprio in un accordo Renzi-Berlusconi, il modo migliore per soffiare sul venticello della ripresa. Non è andata così e la tempesta ha forse spazzato via il bacio di Milano. Previsione fallita. A Roma, invece, ci hanno pensato gli insolitamente solerti netturbini di suor Virginia (Raggi).

Lasciando alla nostra immaginazione il ricordo di quell'amplesso per la verità un po' contro natura (e non certo perché i due protagonisti fossero uomini) e la domanda se quella passione di un momento tra Salvini e Di Maio saprà davvero trasformarsi in matrimonio.

Remington dichiara bancarotta, è il più antico produttore di armi negli Stati Uniti

lastampa.it



Il più antico produttore di armi negli Stati Uniti, Remington, è in bancarotta. La società ha fatto richiesta, in Delaware, della protezione garantita dal Chapter 11 per ristrutturare il suo debito. La domanda è stata presentata da Remington Arms Company e dalla casa madre, Remington Outdoors, che detiene anche altri produttori di armi, come Marlin e Bushmaster: lo scorso mese, i suoi creditori hanno accettato di ridurre di 700 milioni il debito pari a 948 milioni, in cambio di quote societarie. 


AP

Come le sue rivali, Remington ha visto crollare le vendite, dopo la vittoria di Donald Trump alle presidenziali statunitensi: nel 2017, sono diminuite del 30 per cento rispetto all’anno precedente a 600 milioni di dollari. Remington, fondata nel 1816, fu acquistata nel 2007 per 118 milioni di dollari dal fondo di private equity Cerberus Capital Management, che si fece carico di 252 milioni di debiti. Dopo la strage nella scuola elementare Sandy Hook nel 2012, compiuta con un fucile Bushmaster, Cerberus annunciò la volontà di lasciare il settore delle armi, ma non trovò un acquirente. 

Arrestata la più nota gang di cyber furti alle banche

lastampa.it

Infettavano gli istituti con un software malevolo e sottraevano soldi dai conti o dai bancomat. Individuato il leader, un ucraino residente in Spagna che si definisce un «Robin Hood»



Avevano attaccato oltre 100 banche e istituzioni finanziarie, procurando loro complessivamente 1 miliardo di euro di perdite. Avevano addosso, da qualche anno, la polizia spagnola, l’Europol, l’Fbi, le autorità taiwanesi, bielorusse e rumene. Erano il gruppo di cybercriminali che si nascondevano dietro a Carbanak (e poi Cobalt), dal nome del software malevolo usato per infettare le reti delle banche e sottrarre loro soldi in modi diversi, che vedremo più sotto.

Lo erano, perché il loro vertice - addirittura il leader, secondo il comunicato dell’Europol, l’agenzia dell’Ue di contrasto alla criminalità organizzata e al terrorismo - è stato infine individuato. In particolare, quello che è considerato il capo dell’organizzazione è stato arrestato ad Alicante, Spagna, il 6 marzo (anche se la notizia dell’operazione di polizia è stata divulgata solo poche ore fa dall’Europol e dal ministro dell’Interno spagnolo, Juan Ignacio Zoido).

Il leader arrestato e l’organizzazione
Si tratta di un ucraino di 34 anni, residente nel Paese iberico dal 2014 insieme a moglie e figlia, che è accusato di aver rubato milioni di euro alla banche di 40 Paesi attraverso una organizzazione criminale - composta da un nucleo di capi, programmatori, «muli» e aiutanti nel riciclaggio dei soldi - diffusa in più luoghi ma con basi nell’Europa dell’Est. «Si tratta di una delle operazioni contro il cybercrimine più importanti, per la sua estensione internazionale e la quantità di soldi rubata», ha dichiarato il ministro dell’interno spagnolo. Tra i Paesi colpiti, Russia, Ucraina, Gran Bretagna, Belgio, Spagna. Sottratti fino a 1 miliardo di dollari solo nel biennio 2013-2015, secondo la società di cybersicurezza russa Kaspersky, che da tempo monitorava le azioni del gruppo.

Le sue attività erano iniziate intorno al 2013, con la diffusione di un software malevolo di nome Anunak usato per sottrarre soldi attraverso i bancomat. Il codice del malware è stato poi progressivamente migliorato, prendendo il nome di Carbanak. Dal 2016 era infine partita una nuova ondata di attacchi che sfruttavano un malware ancora più specifico basato sul software Cobalt Strike, con cui i cybercriminali riuscivano a portare a termine anche colpi da 10 milioni di euro, afferma l’Europol.

Come rubavano i soldi?
Il modus operandi era lo stesso fino a un certo punto e poi si differenziava per le modalità di incasso del bottino. Gli attaccanti inviavano ai dipendenti di una banca delle mail di spear phishing, cioè delle mail che fingono di arrivare da un’azienda o una entità nota al destinatario, e che contengono in genere un allegato malevolo. Una volta scaricato, il malware permetteva ai criminali di controllare da remoto le macchine infettate, accedendo alle rete interna dell’istituto e infettando anche i server che controllavano i bancomat. A quel punto i soldi erano fatti sputare fuori a determinati orari, con dei «muli» dell’organizzazione che andavano a raccoglierli. Tra le tecniche usate c’era quella di gonfiare il saldo di un conto esistente e sottrarre solo la differenza (in modo da non allertare il proprietario del conto).

Tuttavia i furti avvenivano anche senza usate i bancomat, attraverso trasferimenti di denaro da un conto all’altro. Oppure caricando carte prepagate. L’uomo arrestato ad Alicante sarebbe stato alla guida del nucleo tecnico del gruppo, composto da altre tre persone, due in Ucraina e una in Russia. Poi sarebbero stati identificati almeno 15 «muli», persone usate per incassare i soldi in giro per il mondo, agganciati tramite contatti con la mafia russa e moldava; e quattro arrestati tra Gran Bretagna, Taiwan, Bielorussia e Kirghizistan.

La pista delle criptovalute
Secondo la testata spagnola El Mundo, l’organizzazione usava anche le criptovalute per nascondere il percorso dei soldi; ma proprio l’analisi dell’utilizzo di monete digitali sarebbe stata una delle vie con cui gli investigatori sono invece riusciti a smascherare la banda. Nelle sue prime dichiarazioni alla polizia, il 34enne arrestato avrebbe dichiarato di essere una sorta di Robin Hood, che non ruba alle persone ma solo alle banche. L’uomo possiede almeno un appartamento valutato un milione di euro, una villa, due auto di gamma elevata, 500mila euro di gioielli e altri soldi in criptovalute.

Avvocato accusa i vigili urbani: “Spedizione punitiva sotto casa”

lastampa.it
federico genta

Fermato per un’infrazione contestata il giorno dopo. La replica: aveva portato a scuola il figlio in piedi sullo scooter


I vigili urbani arrivati in forze sotto casa dell'avvocato civilista torinese

Tutta la storia è in questa fotografia. L’ha scattata, venerdì mattina, Michele Scola, avvocato civilista di Torino. Appena uscito di casa, si è trovato ad attenderlo tre agenti della polizia municipale. Le moto di servizio parcheggiate dall’altro lato della strada. «Favorisca i documenti, suoi e dello scooter». Un controllo casuale? Certo che no. Quello che è successo, o almeno la sua versione, lo ha spiegato ieri lo stesso legale, attraverso un lungo post pubblicato sulla sua pagina Facebook, che in poche ore ha scatenato una valanga di reazioni. 

In sintesi: «Giovedì ho portato mio figlio di cinque anni a scuola, come (quasi) tutte le mattine, in scooter - scrive Scola - C’era un vigile che con la sua moto bloccava l’ingresso alla strada della scuola. Parcheggio a un metro da lui, scendo e vengo redarguito perché mi dice che il casco del bambino non è omologato. Gli spiego che è omologato, tolgo il casco a mio figlio, gli faccio vedere l’omologazione, ma continua a dirmi con tono molto duro e trattandomi piuttosto male che non lo è. Mio figlio è visibilmente spaventato dai toni (non i miei): lascio perdere, faccio finta di niente e me ne vado».

Tutto finito? No. La mattina dopo l’avvocato esce di casa e si trova davanti i tre agenti. Uno è quello del giorno prima. Questa volta i controlli proseguono per circa un’ora e l’uomo viene sanzionato perché la revisione dello scooter è scaduta. «Hanno palesemente cercato di farmi perdere la lucidità. Chiedo se sia costume accettabile che due agenti si sottraggano al loro dovere per permettere ad un collega di organizzare quella che non ho paura a definire una vera e propria spedizione punitiva contro un cittadino che, ripeto, non ha fatto nulla. Se sia questo lo “spirito di corpo”».

IL POST
Apriti cielo. Alle otto di sera il post sui vigili sfiora già le duemila condivisioni e i commenti, anche i più assurdi e non proprio cordiali, non si contano più. Interviene anche l’ex consigliere Vittorio Bertola: «non è affatto la prima segnalazione di atteggiamenti simili da parte di alcuni vigili torinesi». In serata è lo stesso assessore alla Sicurezza, Roberto Finardi, a replicare. «Partiamo dai fatti e dalle certezze: il bambino dell’avvocato stava viaggiando a bordo di uno scooter senza revisione, posizionato sul predellino anteriore e non sul sedile, come invece sarebbe stato opportuno per ragioni di sicurezza.

Questo è quanto accertato e non è di poco conto anzi, direi, di assoluto rilievo perché parliamo di bambini e di sicurezza stradale». E il comportamento degli agenti? «Sarà oggetto di nostre verifiche e anche di un giudice. Ritengo sia un bene che una parte terza valuti e decida sui comportamenti tenuti da tutte le persone coinvolte. Aggiungo che nei commenti al post dell’avvocato si può leggere di tutto, cose forse anche oltre il limite del lecito, e pure su questo e, naturalmente, sugli autori dei post a commento il giudice sarà chiamato a valutare».

Così oggi, in Procura, dovrebbe arrivare sia la querela dell’avvocato, che ha affidato la pratica a un collega penalista, che quella del Comune, che ha già fatto preparare una relazione dettagliata sulla vicenda. 

Cinquant’anni fa la morte di Gagarin, il primo, leggendario uomo nello spazio

lastampa.it



Il primo è stato lui. A 57 anni dal suo volo in orbita attorno alla Terra, e quest’anno, a 50 esatti dalla morte, resta sempre indimenticabile. Tanto che ogni anno, la notte che precede il 12 aprile, è stata battezzata “Jurij’s Night”, la “Notte di Jurij”, una serie di eventi culturali quà e là per il pianeta in qualche modo legati a quel primo, storico volo di Jurij Gagarin, il 12 aprile 1961 a bordo della capsula Vostok 1. .

Il 27 marzo, Gagarin verrà ancora una volta celebrato, questa volta per il triste evento dell’incidente aereo che gli tolse la vita a soli 34 anni. A Mosca, e in molte altre città del mondo la sua figura verrà ricordata con una serie di celebrazioni ed eventi. La storica impresa del 1961 “Poiechali!” (Decollo!), furono le sue prime parole, pronunciate al distacco dalla piattaforma della base del Kazakhstan, e poi, in orbita, la frase famosa: “Vedo la Terra azzurra sotto di me ! La visibilità è buona, vedo tante nuvole. Mi sento bene”.

“327 chilometri per 181” - annotava Jurij sul suo diario di bordo: le distanze dalla Terra della sua orbita, un po’ ellittica. Era stupefatto di come poteva muoversi in assenza di peso, pur restando seduto sul sedile, senza accusare fastidi, e in più mangiare, bere e scrivere senza alterazioni
calligrafiche. Sì, l’uomo poteva vivere nello spazio: era la risposta che il mondo attendeva. Gagarin compì un’intera orbita attorno alla Terra di 88 minuti, per una missione della durata complessiva di 108 minuti, dal momento in cui il razzo vettore A-1 Vostok si staccò dalla base del Kazakhstan, fino all’istante in cui toccò terra, nella steppa, dopo l’espulsione (da programma) dalla capsula, con un paracadute a 4 chilometri d’altezza.

Venne decorato da Nikita Kruscev con l’Ordine di Lenin, la più grande onorificenza russa, diventando Eroe dell’Unione Sovietica. In una delle piazze principali di Mosca è stato eretto un monumento a lui dedicato di 40 metri, di titanio. Non solo, ma è dedicato a lui il Centro Addestramento die Cosmonauti a Mosca, un grande cratere sulla Luna e migliaia di strade e scuole nel mondo.

Il ragazzo semplice e umile
Ma Gagarin divenne un simbolo nel mondo : la sua aria di giovane russo, umile e proveniente da una famiglia di operai ne fece subito un ambasciatore russo nel mondo. Molte le sue presenze in giro per il mondo, Italia compresa, sempre accolto non come un’eroe russo, ma del mondo intero. Era nato a Klushino (un villaggio nell’ Oblast di Smolenk) il 9 marzo 1934, da padre falegname e madre contadina. Chi lo ha conosciuto dice che con lui era difficile arrabbiarsi, anche per il carattere aperto e sincero derivante dall’ottimo rapporto con i genitori.

La scuola lo “iniziò” a nuove conoscenze, moltiplicando la sua sete di ricerca dei perchè delle cose – raccontavano amici di famiglia. Come tutti gli astronauti e cosmonauti (nella dicitura ufficiale russa) dei primi voli spaziali, Jurij era un pilota militare e collaudatore; il tutto nasceva, naturalmente, da una gran passione per l’aeronautica sin da ragazzo, maturata subito dopo le scuole medie inferiori: “Da ragazzino giocavo con aeroplanini di ogni tipo” - raccontò una volta Gagarin - “Iniziai a far volare quelli di carta, poi iniziai a costruire aeromodelli. Ogni volta che vedevo volare un aereo mi emozionavo....insomma già da ragazzino avevo deciso qual’era il mio destino. E poi, lo spazio.

Caspita, in quei giorni dei primi Sputnik, capii che si era aperta un’altra era straordinaria...”. Fu costretto a interrompere gli studi a causa dell’inizio della seconda guerra mondiale, per riprenderli al termine: frequentò l’istituto tecnico industriale di Saratov, e conseguì il diploma di metalmeccanico. Fu durante i suoi studi, che cominciò a interessarsi al volo. E dopo avere iniziato la carriera di brillante ufficiale e pilota, verrà scelto nel 1960 in un gruppo di 21 candidati cosmonauti, per i primi voli spaziali del programma Vostok. Verrà scelto lui come primo cosmonauta, dopo un “ballottaggio” con German Titov. Erano giovanissimi: Jurij aveva 26 anni, Titov 25.

Il dopo missione
Dopo lo storico volo, Jurij Gagarin fu impegnato nella preparazione di suoi colleghi: “Il suo supporto per la preparazione al mio volo fu determinante” - ci confidò una volta Valentina Tereskhova, la prima donna nello spazio sulla Vostok 6. Dopo un po’ di tempo nell’ombra, iniziò a prepararsi per una nuova missione: era un suo grande (e giustificato) desiderio. Poi, una mattina di cinquant’anni fa, il 27 marzo 1968, una notizia dalla Russia sconvolse il mondo intero. Gagarin, 34 anni. era morto, in un incidento aereo durante un volo su un Mig 15.

Non era nè un volo di collaudo, nè tantomento un volo ’’estremo“: Jurij effettuava un volo di routine, come tutti quelli che devo svolgere i cosmonauti durante la preparazione ad una missione. Jurij infatti era destinato a prendere il comando della Sojuz 3, la prima missione in programma del Programma Sojuz, dopo il primo, tragico volo della Sojuz 1 dell’aprile 1967. La missione era programmata per l’estate o autunno . Lo stesso Jurij era stato cosmonauta di riserva per la Sojuz 1 di Komarov, che se non fossero intervenuti gli inconvebienti tecnici che poi portarono al disastro all’atterraggio, doveva attraccare alla Sojuz 2 con a bordo tre cosmonauti. Erano le prove generali per le missioni verso la Luna.

La versione ufficiale dell’incidente spiega che, mentre stava compiendo un volo sperimentale insieme al pilota Vladimir Sereguine, a bordo di un MiG-15 UTI, il caccia si schiantò al suolo poichè il velivolo di Gagarin e Sereguine entrò nella scia di tre caccia ’’Sukoi Su 15“, più grandi e potenti. L’effetto aerodinamico porterà il Mig 15 pilotato da Gagarin, a perdere il controllo e a cadere in avvitamento.

L’incidente e il parere dell’amico cosmonauta Leonov
Gagarin e Sereguin non si sganciarono con il seggiolino eiettabile, perchè se l’avessero fatto il velivolo si sarebbe schiantato su un centro abitato (della città di Kirzac), provocando molte vittime. Morì così da eroe, così come eroe della sua nazione e del mondo era diventato sette anni prima. Al di là di tutte le leggende che sono poi seguite a questo incidente, più o meno verosimili (ma soprattutto inverosimili) è questa la ragione della morte di Jurij. Di recente, in occasione dell’uscita di un film su Gagarin, l’ex cosmonauta Alexeij Leonov, che fu selezionato con il gruppo dei primi storici cosmonauti sovietici, coetaneo e molto amico di Jurij (e consulente del film) ha dichiarato di essere riuscito a richiedere dei documenti secondo i quali la causa della morte del primo cosmonauta si discosterebbe un po’ da quanto ufficialmente comunicato.

Se nella perizia ufficiale si dice che l’aereo di Gagarin aveva compiuto una manovra azzardata, era entrato in stallo, precipitando al suolo, Leonov sostiene al contrario che nella catastrofe abbia preso parte un altro aeroplano. Secondo la versione diffusa da Leonov, la tragedia sarebbe avvenuta perchè un altro aereo si trovava senza autorizzazione nella loro zona di volo. Passando in postcombustione tra le nuvole a 10-15 metri dal velivolo di Gagarin lo ha rovesciato. Non essendo a un’altezza elevata, Gagarin e Seregin non riuscirono a riportare in posizione il velivolo.

“Vogliamo più bene alla Terra, ora che è possibile uscirne” - scrisse Indro Montanelli il 14 aprile 1961. 
Il primo passo è stato quello di Gagarin. Ciò che è venuto dopo è “la più straordinaria avventura dell’umanità” - disse invece Werner von Braun, il “regista” della conquista della Luna da parte americana.

Facebook ha raccolto per anni i dati di chiamate e SMS degli utenti Android

lastampa.it
Andrea Daniele Signorelli

Il social network si difende: “Era una scelta opzionale che dev’essere attivata”


Le conseguenze per Facebook dello scandalo Cambridge Analytica continuano a farsi sentire.
Numerosi utenti hanno deciso di cancellarsi dal social network, seguendo l’invito al boicottaggio della campagna #deleteFacebook ma provvedendo prima a scaricare tutti i loro dati (foto, video, post e non solo), usando l’apposita funzione . E così, alcuni si sono resi conto che tra quei dati c’era anche il registro completo di chiamate effettuate e SMS inviati e ricevuti. 

Ovviamente, come specificato da Facebook (che ha anche rassicurato sul fatto che questi dati non vengono venduti a terze parti), il social network non ha registrato le chiamate o conservato quanto scritto negli SMS. I metadati, però, consentono comunque di risalire al destinatario, di conoscere i numeri di telefono, gli orari e la durata delle chiamate. 

Secondo le prime ricostruzioni, la raccolta dati è avvenuta solo su dispositivi Android ed è stato effettuata usando principalmente Messenger. “Potreste aver visto alcune ricostruzioni secondo cui abbiamo raccolto i dati di chiamate e SMS senza permesso. Non è andata così”, ha specificato un comunicato di Facebook. Ma allora come stanno le cose? 

Effettivamente, gli utenti Android che scaricano l’applicazione di Messenger vengono subito invitati a usarla per la gestione degli SMS e a caricare l’elenco dei loro contatti telefonici, assieme alla cronologia delle chiamate e degli SMS. L’opzione non è attiva di default e dev’essere selezionata dagli utenti. Ciononostante è probabile che molti abbiano acconsentito senza piena consapevolezza delle conseguenze in termini di privacy (inoltre, spesso gli inviti ad accettare alcune opzioni sono poco chiari).

Su Ars Technica è stato però segnalato come i metadati siano stati raccolti anche da dispositivi sui quali non era mai stato installato Messenger. “Nel mio caso”, scrive Sean Callagher, “Messenger non è mai stato installato sui miei dispositivi Android. Ho installato Facebook su un tablet Nexus e su un Blackphone 2 nel 2015, senza mai ricevere un messaggio esplicito che richiedesse l’accesso ai dati di chiamate e messaggi. Eppure, nel registro compaiono chiamate dalla fine del 2015 fino al 2016”. 

La ragione è che, fino al 2016, non c’era bisogno di dare un consenso esplicito: la sola installazione su Android di una app di Facebook valeva come tale (un meccanismo poi modificato in seguito alle critiche ricevute dal social network). La raccolta dati è possibile solo su Android per via delle caratteristiche di questo sistema operativo, che permette alle applicazioni di accedere ai dati degli smartphone; mentre iOS di Apple ha impostazioni molto più rigide, che hanno impedito a Facebook di ottenere il registro delle chiamate e non solo. 

Come noto, Facebook richiede l’accesso ai contatti in modo da consigliare agli utenti nuovi amici con cui connettersi sulla piattaforma (la stessa ragione, probabilmente, per cui la piattaforma sta diventando sempre più insistente nel chiederci di fornirle, anche sulla versione web, il nostro numero di telefono). Non è chiaro, però, per quale ragione debba anche conservare la data, gli orari e la durata delle chiamate. 

L’uomo di Stato

lastampa.it
Mattia Feltri

La buona notizia non è che Roberto Fico è rimasto quello che era, ed è andato a Montecitorio in autobus. La buona notizia, siccome non è un ragazzo stupido, è che capirà in capo a due giorni che scorta e auto blu non sono un privilegio, nemmeno della casta. Si assegnano scorta e auto blu a chi, come è successo a Fico, ha consegnato se stesso allo Stato.

Capirà in capo a due giorni che non potrà più essere il Fico di sempre, non del tutto. Adesso è il presidente della Camera: qualcosa è cambiato, qualcosa di importante. E salire sull’autobus non è una buona idea, perché il presidente della Camera può essere bersaglio del primo scemo che passa, e ne va della sicurezza sua e degli altri passeggeri. Ne va, soprattutto, della sicurezza dello Stato. Fico capirà che lo statista (che dimostri di esserlo oppure no) consegna se stesso allo Stato perché è attraverso se stesso che attende alle necessità dello Stato. 

Il patto fra lo Stato e lo statista è un patto siglato sul corpo, sull’integrità del corpo dello statista. Infatti lo Stato lo protegge con auto blu, auto blindate, scorte armate e palazzi inaccessibili perché lo statista sta dedicando la vita allo Stato, ed è così che la dedica al popolo, non in un altro modo. Lo statista ha il dovere non verso sé - ecco perché non sono un privilegio auto blu e scorta - ma verso lo Stato, cioè verso il popolo, di non essere colpito. Se si colpisce uno statista si colpisce tutto uno Stato. Se lo Stato non difende lo statista, lo Stato non esiste più. Questo Fico capirà in due giorni, se è uomo di Stato. 

Casellati

lastampa.it
jena@lastampa.it

Finalmente una donna presidente del Senato, quella sbagliata. 

Addio a Linda Brown: la sua storia mise fine alla segregazione razziale nelle scuole americane

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È morta all’età di 76 anni. Nel 1954 la Corte suprema bocciò l’istituto frequentato da soli bianchi che le negò l’iscrizione


Linda Brown (al centro)

È morta Linda Brown, la ragazza afroamericana il cui caso nel 1954 fu al centro della sentenza della Corte suprema americana con cui si mise fine alla segregazione razziale nelle scuole americane. È deceduta domenica a Topeka, in Kansas, all’età di 76 anni, riferiscono media negli Stati Uniti. Linda Brown aveva nove anni quando suo padre, Oliver Brown, tentò di iscriverla ai corsi estivi di una scuola elementare di Topeka, in Kansas, all’epoca frequentata da soli bianchi. Quando la scuola bloccò la sua iscrizione, il padre denunciò l’autorità scolastica di Topeka.

All’azione legale intentata dai Brown si aggiunsero altri quattro casi simili e la causa fu presentata alla Corte suprema, che si espresse nel maggio del 1954 con una sentenza che definiva come «intrinsecamente iniquo separare le strutture scolastiche». Sentenza che portò alla fine della segregazione all’interno del sistema scolastico negli Stati Uniti. 

Reggiseno sportivo, mai allenarsi senza

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l.f

Se siete delle sportive non dovreste farne a meno. Ne vale l’aspetto del proprio seno

Reggiseno sportivo
Courtesy of©schantalao/iStock

Se passate ore e ore nei negozi di intimo per cercare il completo giusto per le occasioni speciali, dovreste riservare le stesse attenzioni anche alla scelta del reggiseno sportivo. A quanto pare però in poche prendono sul serio la cosa. Trascurare l’abbigliamento da indossare durante l’allenamento potrebbe rovinare, esteticamente parlando, l’aspetto del proprio seno. Un rischio che, ovviamente, nessuna donna vorrebbe mai correre.

Reggiseno sportivo? Meglio indossarlo sempre
Stando a quanto emerso da una ricerca condotta da Shock Absorber e dall’Università di Portsmouth, il 44% delle donne non indossa i cosiddetti sport-bra. Senza dimenticare poi coloro che indossano modelli della taglia sbagliata. Errori che potrebbero essere fatali: se si fanno tanti sacrifici al fine di avere un seno tonico, perché mandare tutto a rotoli?

Come scongiurare un possibile cedimento

Ebbene sì: quando si corre, si salta o si pratica qualsiasi altro tipo di esercizio/movimento, il proprio seno subisce delle sollecitazioni. Come riporta Metro Uk, il discorso non interesserebbe solo coloro che hanno morbide forme. Che si abbia una seconda oppure una quarta, nessuna è salva. Le conseguenze? Il sogno di avere un seno bello e alto potrebbe venire meno. Proprio così: il seno non ha muscoli, è formato da grasso, tessuto connettivo e ghiandole mammarie ergo, al fine di evitare di sottoporlo a traumi e scongiurare un possibile cedimento, bisogna preservarne la bellezza sostenendolo adeguatamente.

A ogni sport il giusto modello

Forza e coraggio dunque, è bene perdere quei 10 minuti in più davanti allo specchio provando uno nessuno e centomila reggiseni sportivi valutando i modelli in base al tipo di attività che si intende praticare in maniera tale da capire il tipo di supporto che può fare al proprio caso. Sono tre le parti a cui bisogna prestare la massima attenzione: sottobanda, coppe e spallacci. La soluzione perfetta non deve stringere o segnare ma nemmeno deve essere troppo grande. Deve aderire alla pelle, delicatamente.

Figlia in ospedale con islamica: il papà deve uscire dalla stanza

lastampa.it
Luca Romano

In Austria sta facendo discutere il caso di un padre costretto a rinunciare a stare accanto alla figlia morente in ospedale perché la compagna di stanza è musulmana radicale e non accetta la presenza dell'uomo in stanza

L'integralismo religioso si trasforma in una punizione per il prossimo. In Austria sta facendo discutere il caso di un padre costretto a rinunciare a stare accanto alla figlia morente in ospedale perché la compagna di stanza è musulmana radicale e non accetta la presenza dell'uomo in stanza.



La figlia dell'uomo ha 20 anni ed è gravemente malata di sclerosi multipla e, nonostante ci fosse una tenda divisoria tra i due letti, il signor Robert Salfenauer è dovuto uscire. Già, perché quando la musulmana si è accorta della sua presenza ha cominciato a urlare. E non ha smesso nemmeno quando il padre della ragazza ha provato a parlare con la figlia dalla soglia, restando nel corridodio.

Al giornale austriaco Krone ha raccontato il suo dolore, denunciando l'assurdità della situazione. In pratica ha dovuto sottomettersi a una regola islamica in un ospedale pubblico. "Siamo rimasti scioccati dal fatto che una musulmana radicale abbia potuto condizionare la vita di un ospedale a Vienna. Di fatto ha potuto decidere che non potessi vedere mia figlia. Eppure ogni forma di radicalismo dovrebbe essere combattuta", ha dichiarato il padre della giovane ragazza al giornale austriaco Krone.

Salfenauer, che fa l'avvocato, il giorno dopo ha agito legalmente e l'ospedale ha chiesto scusa promettendo di far luce sull'accaduto.

Il tracollo demografico della Bulgaria “Sarà dominata da rom e minoranze”

ilgiornale.it
Andrea Muratore

Bulgaria monastero

La Bulgaria appare come la rappresentante più notevole di una problematica che è destinata ad affliggere l’Europa nel corso del XXI secolo: il tracollo demografico. L’elevato squilibrio della piramide demografica e il basso tasso di natalità (1,6 figli per donna) porteranno il Vecchio Continente a conoscere un recesso dai 741 milioni di abitanti del 2016 ai 719 del 2050, in un contesto che invece sarà caratterizzato da uno sviluppo generalizzato della popolazione mondiale.

Demografia è destino, dato che il tasso di crescita della popolazione impatta sul tessuto sociale, sul contesto economico e sugli equilibri interni di un Paese. Per la Bulgaria e il resto dell’Europa orientale il problema demografico incombe come sfida precipua e imminente per i decenni a venire.

Come ha scritto Emmanuel Petrobon su Opinio Juris: “le proiezioni elaborate dalle Nazioni Unite hanno stimato che tra il 2050 ed il 2100 [la Bulgaria] dovrebbe vedere la popolazione ridursi dagli attuali 7 milioni e 128mila abitanti (2016) a 3 milioni e 400mila, ad un tasso di 60mila persone in meno l’anno, 164 al giorno, lo spopolamento più rapido e grave del pianeta insieme a quello che subirà la Romania nello stesso periodo”. Già nel 2013 Novinite rilevava che lo spopolamento del Paese fosse particolarmente intenso nelle aree rurali, che ospitano solo 2 milioni di persone e dalla cui mappa nel 2012 sono state cancellate 24 località oramai spopolate.

La Bulgaria sarà sempre meno bulgara

Matteo Zola ha scritto su East Journal: “L’attuale composizione etnica della Bulgaria vede 5,7 milioni di bulgari, 1,3 milioni di rom, 800 mila turchi e circa 100 mila di altre etnie. Tra vent’anni – spiega il rapporto – i bulgari si ridurrebbero a 3,1 milioni, i rom arriverebbero a 1,8 milioni, i turchi rimarrebbero circa 800 mila mentre i rappresentanti di altre etnie diventerebbero ben 300 mila. Una Bulgaria sempre meno bulgara“. Le superiori età medie e mediane dell’etnia bulgara e i suoi più bassi tassi di natalità, nonché la sua maggior tendenza a fungere da serbatoio per l’immigrazione (tra 1 e 2 milioni di bulgari vivono all’estero) potrebbe spingere, sul lungo periodo, questa a diventare la terza nel Paese.

Commenta Pierobon: “La Bulgaria del futuro potrebbe essere uno Stato fallito in cui gli autoctoni sarebbero una minoranza e non è detto che la transizione verso il futuro sarà pacifica: già oggi la retorica antiziganista utilizzata dalla classe politica, la dilagante xenofobia e la situazione di degrado e abbandono di villaggi e periferie, ostaggio di famiglie criminali rom, incendiano periodicamente il Paese”, oggi governato dal partito Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria (GERB), di impatto nettamente conservatore e dal premier Bojko Borisov.

I programmi pro-natalità e assistenzialisti dell’esecutivo si sono in ogni caso scontrati nettamente con l’ipotesi di considerare l’immigrazione extraeuropea un volano per il rilancio demografico del Paese: nella demografia, infatti, si può leggere buona parte dell’opposizione dell’Est Europa alle politiche migratorie comunitarie, nonostante queste abbiano un impatto più simbolico che reale sui Paesi dell’area.

Il futuro della Bulgaria


Paese povero e sottosviluppato rispetto alla media continentale, la Bulgaria è uno Stato che di fronte a sé vede prospettive decisamente poco rosee: la sua parabola testimonia quanto, sul lungo periodo, il peso della demografia possa diventare questione di vita o di morte per un’entità politica. Una popolazione in declino vuol dire meno forza lavoro, meno componenti per il bacino intellettuale, diminuzione delle prospettive di crescita economica, sbilanciamento delle dinamiche di welfare e meno influenza: in una parola, irrilevanza. La stessa irrilevanza a cui potrebbe essere costretta, nel XXI secolo, un’Europa per cui l’elemento demografico è certamente importante, ma non il più rilevante tra i molti che segnalano la sua difficoltà nell’impatto con le sfide del mondo globalizzato.