Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

giovedì 29 marzo 2018

L’Antitrust sospende i rialzi delle bollette telefoniche

lastampa.it

I consumatori hanno denunciato a fine gennaio aumenti generalizzati fra gli operatori dell’ordine dell’8,6%



«Sospensione cautelare» dei rialzi delle bollette telefoniche decisi dagli operatori dopo l’arrivo dell’obbligo della fatturazione mensile, a sostituzione di quella a 28 giorni. È quanto deciso dall’Antitrust, nell’ambito dell’istruttoria avviata a febbraio per verificare l’esistenza di un’intesa fra Tim, Vodafone, Fastweb e Wind Tre, con la quale, tramite Asstel, avrebbero coordinato la propria strategia commerciale portando a rialzi di importo simile. Per questo, il Garante ha intimato agli operatori di «definire la propria offerta in modo autonomo».

I consumatori hanno denunciato a fine gennaio aumenti in bolletta generalizzati fra gli operatori dell’ordine dell’8,6%, verificatosi dopo lo stop alla fatturazione a 28 giorni. L’Autorità Antitrust ha per questo aperto un provvedimento per verificare la sussistenza di un’intesa fra gli operatori e la documentazione acquisita durante le ispezioni sembrerebbe confermare l’ipotesi secondo la quale le parti avrebbero comunicato ai propri clienti, quasi contestualmente, che la fatturazione delle offerte e dei servizi sarebbe stata effettuata su base mensile e non più su quattro settimane. Al contempo, però, è stata prevista una variazione in aumento del canone mensile per distribuire la spesa annuale complessiva su 12 mesi, invece che su 13.

Pertanto, spiega il Garante, «al fine di evitare il prodursi, nelle more della conclusione del procedimento, di un danno grave e irreparabile per la concorrenza e, in ultima istanza, per i consumatori, l’Autorità ha adottato misure cautelari urgenti intimando agli operatori di sospendere l’attuazione dell’intesa oggetto di indagine e di definire la propria offerta di servizi in modo autonomo rispetto ai propri concorrenti»

Chiamata emergenza, Sistema eCall obbligatorio da 31 marzo per auto nuove. Il 112 è allertato automaticamente

ilmattino.it

Uno schema di come funziona il sistema eCall

Dal 31 marzo 2018, in ottemperanza alla disposizione UE 2015/758, tutte le autovetture nuove omologate a partire da tale data dovranno essere dotate di serie di un sistema eCall dell'Unione Europea. Attualmente la chiamata d'emergenza è disponibile in 35 Paesi europei anche se in alcuni di questi Stati il servizio non sarà obbligatorio ai sensi della legge a partire da fine mese. Lo ricorda Mercedes, che ribadisce come tutti gli attuali modelli della Stella includono di serie la chiamata d'emergenza MercedesBenz che è attivo gratuitamente per il cliente lungo l'intero ciclo di vita della vettura. Il sistema compone automaticamente il numero unico 112 quando i sensori di bordo registrano un incidente e dopo l'attivazione di un pretensionatore delle cinture o degli airbag. Pochi istanti dopo l'evento, la centrale europea delle emergenze riceverà una segnalazione automatica dall'auto in cui vengono indicati posizione del veicolo attraverso le coordinate geografiche, direzione di marcia.

La centralina di eCall, che in caso di necessità può anche essere attivata manualmente con il pulsante rosso ormai presente in quasi tutte le auto, fornisce al 112 altri dettagli utili ai soccorritori come sono il numero di passeggeri a bordo, le condizioni del guidatore (cosciente o no) e il tipo di carburante con cui è alimentato il motore dei veicolo. La Commissione Europea stima che l'intervento più tempestivo dei soccorritori possa sveltire i tempi di intervento fino al 40% in città e al 50% fuori città. In questo modo sarebbero 2.500 le vittime della strada che potrebbero essere salvate ogni anno nell'Unione Europea. Mercedes-Benz ha introdotto il sistema di chiamata d'emergenza già nel 2012 in combinazione con il Comand Online. Nello stadio di sviluppo attuale, i dati vengono inviati tramite il modulo di comunicazione Mercedesme con SIM Card integrata, quindi indipendentemente dal collegamento tra il telefono del Cliente e la vettura.

Ospedali e sanità: quanto sono protetti da cyberattacchi?

lastampa.it
CAROLA FREDIANI

I disservizi sono all’ordine del giorno. Più che i virus, si temono i guasti e l’obsolescenza. Con l’incognita delle macchine diagnostiche. Viaggio nella cybersicurezza delle strutture sanitarie italiane



Pronto soccorso, ospedale di Arzignano, Vicenza. Un luogo critico non solo perché deve fornire le prime cure d’emergenza, ma anche perché - come in tutti i presidi di questo genere - i computer che gestiscono i dati dei pazienti e le richieste di esami sono particolarmente delicati. Se vanno in tilt a causa di un virus, viene messa in crisi anche l’organizzazione del pronto soccorso.

Per questo motivo qui, come in altri ospedali gestiti dalla unità locale socio sanitaria (ULSS) 8 Berica, quali Montecchio Maggiore, Lonigo e Valdagno (provincia di Vicenza), i computer sono protetti con una piattaforma di intelligenza artificiale che, attraverso delle “sonde” software, cattura in tempo reale il traffico dati alla ricerca di anomalie e minacce. Si tratta di un progetto pilota che è stato testato su 40-50 postazioni tra le macchine del pronto soccorso, i server, la direzione generale, l’Ufficio di relazioni col pubblico, dove il rischio per l’operatività (o quello di contrarre infezioni) è maggiore. Incluse alcune postazioni di radiologia, che permettono di visualizzare le immagini radiologiche e fare referti, e che devono poter operare 24 ore su 24.

«Di solito nelle ULSS ci si affida ai fornitori senza fare troppe domande», commenta a La Stampa Giorgio Roncolato, responsabile di Reti e telecomunicazioni della ULSS 8 Berica. «Nel nostro ufficio però abbiamo persone molto valide e siamo abituati a testare direttamente i prodotti che ci sono proposti, a fare prove sul campo, a spaccare il capello in quattro. E alla fine abbiamo optato per questa piattaforma di intelligenza artificiale che monitora tutto quello che transita sul sistema operativo».

Non solo. Da anni in questa unità socio sanitaria locale sono adottate particolari politiche di sicurezza. Nella difesa da attacchi esterni, come abbiamo visto, ma anche nella protezione dei dati. «Abbiamo messo ‘in cassaforte’ i server che contengono i dati clinici e amministrativi, che sono la parte più critica», prosegue Roncolato. «Abbiamo confinato i server coi database in una rete separata».

Non tutta la sanità italiana però è gestita così. In molte realtà di questo tipo la cybersicurezza è ancora un patchwork raffazzonato, composto da interventi stratificati, coperture a macchia di leopardo e aree quali i macchinari biomedicali in cui, come vedremo, non si sa bene come e quanto intervenire. Una realtà che sta cercando velocemente di adeguarsi alla crescita improvvisa di attacchi informatici in generale, e in particolare contro le strutture sanitarie. Le quali, dal loro canto, sono sempre più digitalizzate e quindi esposte a possibili minacce.

Lo spettro del guasto informatico
Anche se in Italia non abbiamo avuto vicende eclatanti come in Gran Bretagna con Wannacry - il ransomware che lo scorso maggio mise in ginocchio molti presidi sanitari britannici - la nostra sanità è comunque costellata da piccoli disservizi informatici.

Che emergono solo quando vanno in tilt pronto soccorso e accettazioni, quando le ambulanze sono mandate altrove e le prenotazioni non funzionano. Anche se poi è difficile capire cosa sia successo. Perché i dettagli sono pochi e tutto ricade nella categoria universale e antica del “guasto informatico”. Che è come andare dal medico e dire che si è stati male, ma ora tutto a posto. Del resto, nessuno sembra raccogliere o avere questi dati sull’Italia. Il primo gruppo di studio a livello nazionale per la costruzione di un sistema di sicurezza dei dati informatici nei servizi sanitari, coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss), è nato solo qualche giorno fa. Per cui, per ora, si procede per aneddoti ed episodi.

Per fare qualche esempio. A metà marzo, un blocco del sistema informatico dell’Asst Valle Camonica ha creato per alcuni giorni vari disservizi agli ospedali di Esine e di Edolo (provincia di Brescia), in particolare per quanto riguarda le prenotazioni e i referti. A febbraio, un non meglio precisato guasto al sistema informatico che gestisce gli accessi dell’ospedale Galliera, Genova, ha creato disagi per una mattinata, rallentando l’attività del pronto soccorso e facendo dirottare alcune ambulanze in altre strutture.

Sempre a febbraio l’ospedale Santissima Annunziata di Savigliano (Piemonte) ha fatto sapere di aver risolto un problema causato da un attacco informatico, o meglio da un virus individuato in un’applicazione del Centro trasfusionale e di averlo circoscritto senza perdite di dati o pericolo per gli stessi. E ancora a febbraio, all’ospedale di Novara, si sono registrati guasto, code e ritorno alla carta per alcune ore.

A gennaio tre ospedali di Torino, Martini, Maria Vittoria e San Giovanni Bosco, hanno registrato per uno o due giorni un rallentamento nelle registrazioni amministrative degli utenti causate da un non meglio definito guasto informatico, che sarebbe derivato dalle attività di unificazione delle procedure delle aziende sanitarie. A inizio dicembre il blocco di un server di Insiel, società Ict in house della regione Friuli Venezia Giulia, ha avuto ripercussioni sul sistema informatico delle strutture ospedaliere, sanitarie e perfino sui medici di medicina generale. Con il personale che ha dovuto ricorrere a carta e penna.

Wannacry in Italia?
La lista potrebbe continuare, mese per mese. Inoltre l’anno scorso, in concomitanza, a metà maggio, con i giorni della epidemia del ransomware Wannacry - che si è diffuso globalmente dal 12 maggio, investendo fra gli altri il sistema sanitario britannico dove ha portato alla cancellazione di 19mila appuntamenti (stime del Nhs) - si sono registrati anche diversi problemi informatici negli ospedali italiani. In alcuni casi però, a sentire i diretti interessati, sembrerebbe essere una coincidenza. Più che il virus proveniente dall’Est (addirittura dalla Corea del Nord, stando alle attribuzioni di alcuni governi occidentali), in Italia ha la meglio il guasto; il server che si rompe; il blackout.

Il 17 maggio 2017, in piena fase Wannacry, va in tilt il punto prelievo dell’ospedale hub di Rovigo. Un guasto tecnico informatico, comunicherà poi una nota della Ulss 5 Polesana (che è stata contattata da La Stampa ma senza risposta). Il 13 maggio all’ospedale di San Bonifacio (Verona), il pronto soccorso, il laboratorio di analisi, cardiologia e radiologia sono colpiti da una serie di disservizi, con il blocco delle accettazioni, rallentamenti e disguidi dovuti «alla necessità di sostituire l’attività informatica con una modalità cartacea». La causa è un blocco dei sistemi informatici. «Non c’entrava Wannacry», riferisce a La Stampa il responsabile della comunicazione Ulss 20 Verona, Claudio Capitini.

«È stato un problema di server, come succede spesso. Anche perché stiamo accorpando tre aziende sanitarie in una e questo può creare alcuni problemi”. Il 17 maggio, si registrano disagi ai presidi sanitari delle province di Siena e Grosseto, al policlinico Santa Maria alle Scotte, ai punti prelievo dell’AOU senese, degli ospedali e di tutti i presidi territoriali della provincia di Siena. La causa sono forti rallentamenti nella procedura informatica che gestisce prenotazioni, accettazioni e pagamenti per un guasto a un componente del server. «È stato un problema di malfunzionamento di un software in comune con l’azienda sanitaria», commenta a La Stampa Piero Fastelli, responsabile Infrastrutture Sud Est di Estar, l’ente di supporto tecnico-amministrativo regionale della Toscana.

Niente Wannacry dunque, ma che dire dei ransomware normali? I vari virus del riscatto che cifrano file e chiedono soldi per avere la chiave? Che hanno colpito duramente in Paesi come gli Stati Uniti? Fastelli spiega che se ne vedono eccome anche negli ospedali e nelle aziende sanitarie italiane. Il punto è come gestirli. «Non abbiamo mai avuto situazioni critiche perché invitiamo i dipendenti a tenere i dati importanti in spazi su server e non sul proprio pc, e dei server facciamo backup tutte le notti». In quanto ai dati dei pazienti, spiega ancora Fastelli, sono conservati nei database su server protetti, per accedere ai quali ci sono diverse misure di sicurezza. «È chiaro che l’aumento delle informazioni registrate nei sistemi informatici sta rendendo più appetibili i dati sanitari. Anche per questo sarebbe utile avere più strumenti, ad esempio un ente terzo che provasse a bucarci, cioè a testare le nostre difese».

Non solo virus, ma obsolescenza e incompatibilità

Tornando in tempi più recenti, alla fine di gennaio 2018, a Foligno, all’ospedale San Giovanni Battista, per una sera è andato in crisi il sistema informatico, con difficoltà per il personale sanitario.«È stato un guasto elettrico nel nostro centro elaborazione dati», commenta a La Stampa Alessio Cicioni, dirigente del servizio informatico Usl Umbria 2. «È scattato un interruttore che non doveva saltare, si sono spenti i server, si è bruciato qualche componente e siamo ripartiti. Non abbiamo avuto perdite di dati, inoltre è successo di notte. Ma ora stiamo rafforzando la parte elettrica per avere più ridondanza».

Gli ospedali hanno delle procedure di emergenza per tornare alla carta e comportarsi come 20 anni fa, in caso di necessità, spiega ancora Cicioni. «Il problema della sicurezza informatica è molto sentita da noi anche per la delicatezza dei dati che trattiamo», prosegue. «Ma è un settore che richiede ingenti investimenti e tempi rapidi, mentre i tempi di approvvigionamento della Pubblica amministrazione non sono velocissimi. In generale le risorse sono meno delle esigenze crescenti».

Insomma, più che il software malevolo che viene dal freddo, molte strutture sanitarie combattono con problemi di budget, sostituzione di macchine e di server, funzionamento dei data center, unificazioni di procedure, software e applicativi diversi. E quando scatta l’emergenza, si ricorre alla vecchia carta.Lo scorso agosto, per diverse ore, un guasto al sistema informatico dell’ospedale San Martino ha causato disagi nella gestione di accettazioni, ricoveri e dimissioni; e il personale è tornato a compilare a mano moduli e referti.

«È stato un guasto del server per obsolescenza tecnica ma ci siamo mossi subito», commenta a La Stampa Dario Padrone, direttore sistemi informativi e ingegneria clinica all’azienda ospedaliera universitaria San Martino di Genova. «C’è un tema più generale della mancanza di fondi rispetto alle necessità, per cui a volte bisogna tenersi due anni di più sistemi vecchi che per loro stessa natura non sono aggiornati. Noi ci siamo mossi in anticipo e 5-6 anni fa abbiamo fatto una gara europea per cambiare tutte le macchine periferiche (tranne i server), in modo da avere un parco omogeneo di dispositivi.

E questo ha alzato l’asticella di sicurezza dell’ospedale; ad esempio non abbiamo avuto problemi di ransomware. Prima infatti tutti i computer aziendali erano diversi e il processo di manutenzione era poco efficiente. Inoltre prima ognuno poteva installarsi il software che voleva, ora abbiamo chiuso tutte le porte, le porticine e i portoni». L’aggiornamento e unificazione di hardware e software, oltre ad aumentare la sicurezza, aiuta anche a ridurre le incompatibilità. «Il problema non sono solo i guasti dell’hardware. Molti blocchi nel funzionamento in realtà nascono da conflitti di software, e da errori di configurazione», prosegue Padrone. «I sistemi informativi della sanità, sia pubblica che privata, sono sistemi complessi che si sono stratificati nel tempo, con situazioni difficili da sanare.

E anche se la situazione sta migliorando, negli anni c’è stato poca attenzione su questo aspetto da parte delle strutture sanitarie», commenta a La Stampa, Claudio Telmon, membro del direttivo Clusit, associazione italiana per la sicurezza informatica, che nel suo ultimo rapporto nota come globalmente gli attacchi contro organizzazioni sanitarie siano stati in netta crescita negli ultimi due anni. Mentre, secondo recentissimi dati della società di cybersicurezza McAfee, nel 2017 il settore della sanità avrebbe registrato un aumento di attacchi del 210 per cento a livello mondiale. Molti incidenti, notano gli analisti dell’azienda, si sono verificati perché spesso le aziende sanitarie non sono in linea con le migliori pratiche di sicurezza e non pongono rimedio alle vulnerabilità note nel software medicale.

La nuova frontiera del rischio: le macchine biomedicali
Infatti, uno dei problemi principali, evidenziati da tutti gli esperti del settore contattati da La Stampa per questo articolo, è come gestire le macchine biomedicali, che fanno esami, raggi, analisi. Quella che in gergo si chiama ingegneria clinica. «La cybersicurezza in sanità è ancora affrontata in modo settoriale; come se decidessi di difendere il settore nord, poi quello est, poi mettere qualcuno a sud e nessuno a ovest», commenta a La Stampa Giuliano Pozza, direttore dei sistemi informativi dell’ospedale San Raffaele di Milano e presidente di Aisis, Associazione Italiana Sistemi Informativi in Sanità. Oltre ai sistemi che gestiscono i dati dei pazienti, ci sono infatti i macchinari diagnostici, gestiti dall’ingegneria clinica: tac, risonanze, ecografi, apparecchi elettromedicali. «Già questa divisione di competenze è una vulnerabilità», prosegue Pozza.

«Inoltre questi macchinari negli ultimi anni si sono evoluti in sistemi informativi che memorizzano i dati clinici dei pazienti, che si collegano alla rete aziendale, ma che rischiano di avere un livello di protezione più basso. E spesso fanno capo a responsabili diversi rispetto a chi protegge i sistemi dell’ospedale». È un problema simile a quello emerso con l’industria 4.0, cioè con sistemi di fabbrica isolati che a un certo punto si ritrovano in rete senza adeguate misure di sicurezza, commenta di nuovo Claudio Telmon (Clusit). «Chi produce questi macchinari non è mai stato messo sotto pressione per fare questa evoluzione», aggiunge. «Inoltre si tratta di poche aziende a livello mondiale, per cui è anche difficile per una struttura sanitaria rimettere in discussione una fornitura sulla base di un aspetto (la cybersicurezza) ritenuto marginale».

Eppure il blocco di una parte della sanità britannica con Wannacry è stato dovuto anche al fatto che alcuni macchinari erano collegati a pc obsoleti. «Confermo che la gestione dei sistemi informativi degli ospedali e quella dell’ingegneria clinica sono ancora mondi separati, che fino a poco tempo fa si ignoravano cordialmente», commenta ancora Padrone (San Martino). «Noi abbiamo fuso le due unità operative. Perché oggi una Tac non è più solo hardware come una volta, ma anche software. Tutte le tecnologie biomedicali si stanno informatizzando, e c’è l’esigenza di collegarle in rete, per cui diventano delle porte. E anche quando non sono collegate, sono infarcite di software, e quindi potenzialmente possono avere dei bachi. Infatti non a caso negli ultimi anni gli avvisi di sicurezza di tipo informatico inviati dai produttori di queste macchine sono aumentati; prima erano quasi nulli».

Siberia, la Terra promessa oltre le paludi ghiacciate

lastampa.it
Gianni Vernetti

Alla scoperta di Birobidzhan, nell’Estremo Oriente russo, la capitale del Territorio Autonomo degli Ebrei: che oggi rafforzano la loro Comunità


La grande menorah di fronte alla stazione ferroviaria di Birobidzhan

Non è semplice raggiungere Birobidzhan, la capitale del remoto «Yevreyskaya Avtonomnaya Oblast», il Territorio Autonomo degli Ebrei. Quando venne fondata da Stalin nel 1932 gli oltre 50.000 ebrei che vi emigrarono percorsero migliaia di chilometri per raggiungere il remoto avamposto siberiano, fra paludi ghiacciate, permafrost e terra dura. Siamo alla confluenza dei fiumi Bira e Bidzan, entrambi tributari del grande Amur che con il Trattato di Nercinsk del 1689 diventò il confine tra le aree di influenza russe e cinesi nell’Estremo Oriente siberiano a Nord della Manciuria.

Oggi il Territorio Autonomo degli Ebrei è uno degli 83 soggetti giuridici costituenti la Federazione Russa. Raggiungiamo Birobidzhan, la «Sion rossa», percorrendo con la Transiberiana 8.320 chilometri dalla stazione Yaroslavskaya di Mosca. La stazione ferroviaria di Birobidzhan già racconta il luogo: un edificio di mattoni rossi, con il nome della città in caratteri cirillici ed ebraici, in russo e yiddish. Anche tutte le insegne stradali sono bilingue e appena scesi dal treno ci accoglie una grande menorah in cima a un obelisco, accanto a una scultura di bronzo con l’eroe popolare ebraico inventato da Sholem Aleichem: Tewje il lattivendolo, qui diventato l’icona dei primi pionieri.

Poco distante, tra l’immancabile Ulitsa Lenina e la Ulitsa Sholem Aleichem, ecco la sinagoga più grande della città, ornata con una grande stella di David intagliata nel legno. Qui incontriamo il giovane rabbino Eli Riss che guida la comunità ebraica di circa 3.000 membri, oggi soltanto lo 0,5% della popolazione dell’intera regione. «Mio padre venne qui negli Anni 50 e appena poté emigrò con tutta la famiglia in Israele. Dopo alcuni anni però la Comunità di qui desiderava un rabbino giovane ed energico che avesse voglia di rivitalizzare la cultura ebraica in questa remota regione. Ed eccomi qua».

Il rabbino ci guida nel piccolo Museo che racconta la sorprendente storia del Birobidzhan, e nel Centro Culturale Ebraico, l’Obshina Frejd (pace in yiddish). Alla radio locale si ascolta un programma in yiddish e viene ancora pubblicato il settimanale Birobidjaner Sthern.  Accanto alla Sinagoga c’è un piccolo ma animato cantiere edile: «Stiamo ampliando il Centro culturale ed entro pochi mesi inaugureremo una nuova caffetteria e un ristorante kasher: quando tornerai qui - dice soddisfatto -, potrai assaggiare il Gefilte fish, la carpa farcita, piatto fondamentale della tradizione yiddish».

Ma la sonnolenta cittadina di Birobidzhan sperduta fra la Manciuria cinese e la Siberia russa è anche l’esito tormentato della contrapposizione tra due correnti di pensiero ebraico che si sono duramente confrontate all’inizio del secolo scorso: il Bund (la Lega generale dei lavoratori ebrei di Lituania, Russia, Polonia) e il movimento sionista fondato da Theodor Herzl. Sullo sfondo, la tormentata storia degli ebrei di Russia: cinque milioni all’inizio del Novecento, confinati in «zone di residenza» nelle aree più povere del Paese, banditi dall’amministrazione pubblica, sempre in fuga dai continui pogrom. Solo fra il 1881 e il 1914 ben due milioni di ebrei russi emigrarono negli Stati Uniti e 60 mila in Palestina. La rivoluzione bolscevica rappresentò per molti un’occasione di riscatto e di emancipazione e nel 1917 gli ebrei aderirono in massa alla Rivoluzione.

Sono gli anni di Sergej Ejzenstein, il regista della Corazzata Potiomkin, di Vasilij Grossman, prima che scrittore, corrispondente di Stella Rossa (il quotidiano dell’esercito), di Boris Pasternak, Marc Chagall, Ossip Mandel’stam… Ma furono anche anni di duro scontro politico tra il «bundismo» e il sionismo. I comunisti ebrei del Bund erano decisamente anti-sionisti, con l’obiettivo di edificare una «nazione ebraica senza Stato»; i sionisti, per la nascita di uno Stato ebraico in Palestina, con una capitale naturale: Gerusalemme.

In questo scontro tra visioni antagoniste, l’allora presidente del Soviet supremo Michail Kalinin propose a Stalin di creare una regione autonoma per gli ebrei: una «Sion rossa», un’alternativa comunista per frenare le ondate migratori degli ebrei verso Palestina e America. Era il 1934, mancavano solo 16 anni alla proclamazione dello Stato di Israele, e le autorità spedirono a Birobidzhan migliaia di famiglie, per costruire uno Stato ebraico socialista e ateo, con lo yiddish e non l’ebraico come lingua nazionale.

Il sogno finì presto sotto le nuove purghe staliniane degli Anni Cinquanta che colpirono interi popoli (i calmucchi e i tatari), grandi parti della dirigenza bolscevica e anche gli ebrei della remota regione siberiana. La folle politica di Stalin rese impossibile per Birobidzhan diventare il centro della vita ebraica in Unione Sovietica e gran parte degli ebrei dell’Estremo Oriente emigrarono in Israele.

Oggi Birobidzhan è un posto civile nel quale non c’è traccia di antisemitismo e i pochi ebrei rimasti possono rafforzare la propria comunità, studiare lo yiddish, coltivare la storia e le tradizioni ebraiche, e il Territorio Autonomo degli Ebrei rimane una preziosa testimonianza di una delle vicende meno note della diaspora. Ma non c’è dubbio che ebbe ragione Theodor Herzl quando nel primo Congresso mondiale ebraico di Basilea del 1897, con il suo «Se lo volete, non sarà un sogno», indicò la strada irreversibile che portò alla nascita dello Stato di Israele.

Il radar degli 007 incastra le Ong: "Si muovo insieme agli scafisti"

ilgiornale.it
Claudio Cartaldo

In soccorso degli investigatori italiani sarebbe arrivato un satellite israeliano: "Un movimento sincronico che consente alle Ong di essere nel posto giusto al momento giusto"



Tecnologie israeliane, intercettazioni, servizi segreti e satelliti speciali. Con tutti i mezzi a loro disposizione le Procure di Catania e Trapani (ma non solo) stanno cercando di registrare i movimenti delle Ong che operano nel Mediterraneo.

Secondo quanto scrive il Fatto Quotidiano, le attività di intelligence e di polizia giudiziaria procedono a pari passo. L'una sostiene l'altra, nonostante i dati poi non è detto che possano essere utilizzati in un procedimento. A permettere le indagini sarebbe un satellite del ministero della Difesa che i poliziotti dello Sco (servizio operativo centrale) e la Guardia di Finanza stanno utilizzando per analizzare i movimenti dei migranti sulla costa libica e quelli delle navi umanitarie.

Cosa ne emergerebbe? Quello che in tanti sospettavano: "Filmati e intercettazioni dei telefoni satellitari - scrive il Fatto - hanno convinto gli inquirenti che tra Ong e scafisti si siano realizzati nel tempo contatti". Dei "contatti" dimostrati dal fatto che "agli assembramenti dei migranti sulla costa, pronti a imbarcarsi, corrispondevano precisi movimenti delle navi di alcune Ong. Un movimento sincronico che consentiva ai volontari di essere nel posto giusto al momento giusto".

Gli investigatori, inoltre, si sarebbero serviti anche di una sofisticata tecnologia israeliana che permette di tracciare il movimento delle navi anche quando spengono il trasponder. Non dovrebbe essere necessario, visto che le Ong che hanni formato il codice di condotta sarebbero costrette a tenerlo acceso. Ma nel Mare Nostrum tutto è possibile. E le procure indagano.

Non è un caso dunque se dopo il seuqestro della nave Iuventa disposto dalla procura di Trapani e quella dei giorni scorsi ai danni della Open Arms da parte dei pm di Catania, ora sulle Ong continua la pressione degli investigatori. Qualcosa, è evidente, non torna.

Sanità pubblica sempre più lenta si allunga l’attesa per le visite

lastampa.it
paolo russo

La media è di 65 giorni. E il costo del privato è concorrenziale al ticket



Asl e ospedali sempre più lumaca, con tempi di attesa aumentati in media di sette giorni in tre anni e che arrivano ad essere di quasi tre mesi per una visita oculistica e di 96 giorni per una colonscopia, mentre privatamente si ottiene tutto subito e a prezzi persino concorrenziali rispetto ai super-ticket. Con il rischio di creare così una sanità di serie A a pagamento e una di serie B pubblica, «destinata a impoverirsi sempre più perché se il privato sottrae risorse con un offerta rapida e low cost, Asl e Ospedali incamerano meno sostenendo sempre gli stessi costi per personale e strutture» , fa notare Federico Spandonaro, direttore del Crea dell’Università Tor Vergata di Roma. L’Istituto che per conto della Cgil-Fp ha condotto la nuova indagine su tempi d’attesa e costi delle prestazioni sanitarie. Una rilevazione condotta su oltre 26 milioni di assistiti residenti in Lombardia, Veneto, Lazio e Campania, che rappresentano il 44% della popolazione italiana.

I tempi medi di attesa nel pubblico per una visita oculistica sono oramai di 88 giorni, 55,6 per una ortopedica. Va ancora peggio per gli accertamenti diagnostici. Se per un’ecocardiografia ci vogliono 70 giorni, per una colonscopia si superano i tre mesi. Poco meno per una gastroscopia, mentre per un ecodoppler venoso alle gambe si chiede di attendere 74 giorni. Tanto per capire, il Piano nazionale per le liste d’attesa fissava i tempi massimi in 72 ore per le prestazioni da eseguire a breve termine, 10 giorni per quelle differibili, 30 giorni per le visite e 60 per gli accertamenti “programmabili”. E la situazione va peggiorando di anno in anno. Tanto per fare un esempio, i tempi di attesa medi per una visita oculistica sono aumentati di ben 26 giorni in soli tre anni e di 20 giorni per un controllo dall’ortopedico.



Tutta un’altra musica quando si è disposti ad aprire il portafoglio. In regime di intramoenia, ossia privato ma dentro Asl e ospedali pubblici, la colonscopia si fa in poco più di 6 giorni anziché 96, un’ecocardiografia in 5 anziché 70 giorni. Più o meno lo stesso avviene nel privato non convenzionato. Leggi nazionali e regionali dicono che l’attività privata dentro le strutture pubbliche non dovrebbe andare a discapito di tempi di attesa per chi non può pagare per accorciare i tempi. Ma evidentemente le cose vanno in altro modo.

Poi ci sono le solite differenze regionali, con il Lazio che registra mediamente tempi di attesa più lunghi. Anche se nella pur efficiente Lombardia per una eco alla tiroide si attende 110 giorni.Il bello è che in cambio di un’offerta in tempi lampo i prezzi nel privato non è che siano poi così più alti rispetto al pubblico, dove i super-ticket fanno sentire il loro peso. Una radiografia a braccia o gambe sta sui 42 euro, poco più dei 36 che bisogna pagare alla cassa delle Asl in regime di rimborsabilità. Stesso discorso vale per la spirometria ed altri accertamenti minori. Prezzi competitivi che per i curatori del rapporto «rischiano di far soccombere l’Ssn».

La furbata diventa uno scandalo L’Australia tradita si ribella e cancella gli eroi del cricket

corriere.it
Domenico Calcagno

Tre giocatori della nazionale sono stati pizzicati a nascondere nei pantaloni la carta vetrata usata per manomettere la palla e ingannare i battitori avversari. E in patria da mostri sacri sono diventati feccia



Charles De Gaulle disse una volta che una nazione non è nulla se non ha una storia che la unisce. La «storia» che unisce l’Australia è il cricket e questo spiega perché la «furbata» architettata sabato scorso a Città del Capo, in una partita contro il Sudafrica, da tre giocatori aussie si sia trasformata in una vergogna nazionale. Steve Smith, capitano, David Warner, vicecapitano e primo battitore, e Cameron Bancroft sono stati immortalati dalla tv mentre nascondevano nei calzoni dei pezzetti di carta vetrata. Lo scopo: sfregarli sulla palla per ottenere effetti imprevedibili e ingannare i battitori avversari.

Si chiama «ball tampering» e secondo il regolamento internazionale è un’«offesa di secondo livello», in pratica equivale a un gestaccio. Squalifica prevista: una partita. Ma a Smith, Warner e Bancroft è andata decisamente peggio. Un po’ perché hanno cercato di far finta di niente, molto perché il cricket - e il rispetto delle regole - per gli australiani è una faccenda sulla quale non si scherza. Se considerate che Sir Donald Bradman, battitore da quasi 100 punti a partita degli anni 30 e 40, venne definito dal suo primo ministro il più grande australiano vivente quando di anni ne aveva quasi 100, capirete perché il primo ministro in carica, Malcolm Turnbull, si è detto «choccato e incredulo». Come del resto tutti i suoi connazionali.

Insomma, i tre eroi nazionali sono diventati feccia nel giro di un pomeriggio. Smith e Warner sono stati squalificati per un anno, Bancroft per 9 mesi. Dalla federazione australiana, non da quella internazionale. Una figuraccia colossale (chissà come verranno accolti al ritorno in campo, se mai torneranno) e una perdita economica considerevole. La Premier indiana, dove i migliori vanno a giocare in cambio di contratti pesanti, li ha immediatamente tagliati. Smith e Warner, in coppia, ci hanno rimesso quasi 3 milioni di dollari. Non è una semplice questione di sport.

C’è di mezzo il retaggio vittoriano, l’ imperativo morale di giocare secondo «la lettera e lo spirito» dello sport. Il concetto di gentiluomo britannico, il fair play, la convinzione che l’onestà nello sport sia la metafora dell’onestà nella vita, la storia e l’opinione che un Paese (l’ Australia in questo caso) ha di sé. Quando nel XVIII secolo le navi inglesi attraccavano nella baia di Sydney si organizzava immediatamente una partita di cricket. E ancora oggi l’evento sportivo più sentito è l’ annuale sfida di cricket con gli inglesi.

In palio c’è una coppa a forma di urna cineraria (l’originale non si sa dove sia finito, qualcuno sostiene sia nascosto nel tinello di una famiglia di Brisbane) e la serie di partite si chiama The Ashes, le ceneri. Un nome bizzarro che ha una spiegazione lineare. Il 29 agosto 1882, quando l’Australia batté per la prima volta gli inglesi all’ Oval di Londra, la rivista Sporting Times uscì con un grande necrologio: «In affettuoso ricordo del cricket inglese, deceduto all’ Oval il 29 agosto 1882». Da quel giorno la serie diventò The Ashes.

Oggi l’ Australia intera si sente incenerita, defraudata, tradita. Il capitano della Nazionale non è un giocatore, è un simbolo, e i simboli non possono permettersi di barare. Il cricket, poi, è l’ unico sport giocato con le stesse regole in tutti gli stati e gli australiani sono i migliori del mondo. «Shame», vergogna, è il titolo più dolce dei giornali. Australiani e di mezzo mondo. «Advance Australia Fair» dice l’ inno, avanza bella, ma anche giusta, Australia. Parole che, in questi giorni, sembrano una presa in giro.

Le sfide di Putin

lastampa.it
Giuseppe Agliastro

Un plebiscito ha consegnato il Paese nelle mani del presidente che ora è più forte che mai. Ma l’Osce boccia le elezioni per la mancanza di “competizione reale”: è uno Stato autoritario


afp
Il presidente Putin - eletto per la quarta volta - nel quartier generale della sua campagna elettorale

Il trionfo elettorale rafforza ulteriormente la posizione di Putin in patria e dà al presidente russo un ancor più ampio margine di manovra sullo scacchiere internazionale. Nella notte, un paio d’ore dopo che gli exit poll avevano confermato la sua rielezione per un quarto mandato, Vladimir Putin si è presentato davanti ai suoi sostenitori per ringraziarli. Ma anche per metterli in guardia. «Ci aspettano sfide enormi», ha detto. Le presidenziali sono state bocciate dall’Osce per la mancanza di una «competizione reale» che conferma la Russia come uno Stato autoritario. Sono stati anche registrati dei brogli, ma molti meno rispetto alle scandalose elezioni del 2012, e il fatto che tre russi su quattro abbiano votato per Putin - un record storico - legittima al massimo il potere dello «zar».

Ma quali obiettivi si pone il leader del Cremlino per i prossimi sei anni da capo dello Stato? E come intende affrontare le «sfide» di cui parla?

POLITICA ESTERA
Forte e circondata da nemici. Mosca compatta il consenso contrastando l’Occidente
La politica estera è una delle principali fonti di consenso per Putin. La propaganda di Stato diffonde l’immagine di una Russia sempre più potente e circondata da «nemici». E sfrutta questo messaggio per compattare i russi attorno al loro «comandante in capo». Mentre si consolida l’asse Mosca-Pechino, i rapporti tra Cremlino e Occidente sono invece a valori da nuova Guerra fredda.

Si sono deteriorati con l’annessione della Crimea e il sostegno russo ai separatisti del Donbass, e sembra abbiano toccato il fondo con l’avvelenamento in Gran Bretagna dell’ex spia russa doppiogiochista Skripal. Il primo marzo Putin ha mostrato al mondo una serie di nuove armi nucleari secondo lui capaci di penetrare lo «scudo» degli Usa, e adesso si teme una nuova corsa agli armamenti e il mancato rinnovo del New Start per ridurre le armi di distruzione di massa. In Siria, Putin appoggia il regime di Damasco ed è improbabile che gli faccia mancare il suo sostegno militare, soprattutto a elezioni archiviate.

I RAPPORTI CON L’EUROPA
Spie, sanzioni e Ucraina. Con l’Unione i conti sono ancora aperti
Le congratulazioni arrivano a denti stretti, con il contagocce e parecchie subordinate. Vladimir Putin in Europa è considerato ancora un «nemico», o quantomeno un avversario. E la compattezza con cui i 27 ieri si sono stretti attorno al Regno Unito (nonostante abbia un piede fuori dall’Ue) per chiedere chiarezza sull’avvelenamento di Skripal è un messaggio inequivocabile. «Se qualcuno ha provato a dividerci, non ci è riuscito» ha sottolineato Federica Mogherini, Alto Rappresentante per la politica estera Ue.

Giovedì toccherà ai leader esprimersi sui rapporti con la Russia e nell’ultima bozza di conclusioni del Consiglio europeo ci sono tre paragrafi dedicati all’attacco di Salisbury. Viene definito «altamente probabile» il fatto che ci sia una responsabilità di Mosca e i 28 annunciano che «coordineranno le conseguenze da trarre alla luce delle risposte fornite». Ma l’ipotesi di nuove sanzioni ad hoc non sembra trovare consenso. Continueranno invece quelle per la crisi in Ucraina.

ECONOMIA
Troppo dipendenti dal petrolio. L’uscita dalla recessione resta lenta
Molti russi vedono Putin come colui che risollevò le sorti dell’economia russa nei primi anni Duemila. Ma a guidare il boom allora era prima di tutto la crescita del prezzo del petrolio. Il crollo del barile e le sanzioni di Ue e Usa per la crisi ucraina hanno provocato un’inflazione da record e trascinato la Russia in una grave recessione da cui sta però adesso uscendo lentamente.

Alla vigilia delle elezioni, Vladimir Putin ha promesso mari e monti: far crescere i redditi reali, dimezzare la povertà, portare la speranza di vita ai livelli di Giappone e Germania, far «entrare stabilmente la Russia nella top 5 dell’economia mondiale». A non essere chiaro è come e con quali risorse voglia raggiungere questi obiettivi. L’economia russa resta debole e troppo dipendente dal petrolio. La retribuzione media mensile in Russia è di 39.000 rubli (557 euro) e le pensioni sono misere, tanto che molti continuano a lavorare pur ricevendo una pensione. Per i problemi economici il Cremlino usa però come parafulmine il governo, incaricato di mettere in pratica le riforme volute da Putin.

TECNOLOGIA
Il futuro bellico nelle mani dell’intelligenza artificiale
Chi sarà in grado di «domare l’intelligenza artificiale» diventerà «signore del mondo». Putin lo aveva detto a settembre a una platea di studenti, invitando i giovani russi a non perdere il treno con il futuro.

Le nuove tecnologie sono sfruttabili in moltissimi campi, dalla medicina, al business. Ma Mosca rivolge particolare attenzione al settore militare e intende proseguire su questa strada per tenere testa a Usa e Cina. Il Cremlino vuole «robotizzare» il 30% degli equipaggiamenti bellici entro il 2025. E il ministero della Difesa per il 2020 punta a 2100 posti di lavoro nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Tre anni fa Putin assistette alla presentazione di un super robot-soldato, Avatar: un androide in grado di sparare con precisione e muoversi anche su terreni difficili a bordo del quadriciclo che ha in dotazione. In autunno ha addirittura evocato scenari futuristici di guerre combattute da droni. «Quando i droni di una delle fazioni verranno distrutti - ha detto - non si avrà altra scelta che arrendersi».

“La solidarietà non è un crimine”: campagna social a sostegno del soccorso migranti ai confini

lastampa.it
marco accossato

Medici e infermieri dell’operazione Freedom Mountain che ha base a Bardonecchia: «E’ nostro dovere aiutare chi è in pericolo»


«Soccorrere non è un crimine». Parte da Torino la solidarietà alla guida alpina francese che rischia cinque anni di carcere per aver aiutato - il 10 marzo scorso al Monginevro - una donna migrante incinta al confine tra Italia e Francia. Il gruppo di medici e infermieri volontari della missione «Freedom Mountain» che dallo scorso dicembre assiste chi attraversa la montagna rischiando l’assideramento e la vita attraverso il Monginevro e Bardonecchia ha dato il via stamattina sui social a una campagna in tre lingue: italiano, inglese e francese: «Soccorrere non è un crimine», «Rescue is not a crime», «Sauver n’est pas un crime».

Soccorrere è un dovere. E la cura non è da confondere col favoreggiamento all’immigrazione. Questa la convinzione che ha dato immediatamente il via all’iniziativa tra i volontari dell’associazione, appena diffusa la notizia del fermo operato dalla gendarmeria francese: la donna - che poche ore dopo il salvataggio ha partorito all’ospedale di Briançon - era stata colta dalle doglie mentre camminava sulla neve ai 1900 metri del Monginevro, insieme al marito e ad altri due figli di 2 e 4 anni.

Il dottor Paolo Narcisi, fondatore dell'associazione Rainbow for Africa e coordinatore della missione «Freedom Mountain» con base a Bardonecchia, è lapidario: «Per noi medici e inf ermieri è imprescindibile che chi è in pericolo, chi ha bisogno, chi è malato debba essere so ccorso. E questo soccorso non può essere reato: non lo può essere per il procuratore di Catania Zuccaro che sequestra una nave Ong di Open Arms e non lo può essere per la Gendarmeria francese che incrimina la guida alpina che ha soccorso la donna incinta che stava per partorire». E questo, «al di là dei confini e del fatto che sia reato immigrare clandestinamente».

La donna migrante soccorsa aveva scelto insieme alla sua famiglia la strada apparentemente meno ardua per arrivare in Francia: quella che dalla Valle Stretta sopra Bardonecchia sale al Col d’Echelles per poi scendere a Nevache, nuova rotta di migranti. La guida alpina ora incriminata li ha trovati e soccorsi stremati nella neve e li ha caricati in auto per raggiungere l’ospedale francese. Ma la vettura è stata fermata dalla gendarmerie, la donna caricata in ambulanza per essere portata in ospedale, e la guida è stata accompagnata in caserma. Qui è scattata la denuncia: favoreggiamento di immigrazione clandestina. 

Sono quasi quattro mesi che i medici e gli infermieri volontari di «Freedom Mountain operano tra Bardonecchia e la Francia, con un piccolo centro di accoglienza e soccorso in una stanza messa a disposizione dalle Ferrovie in stazione: «Si pensava che l’inverno avrebbe scoraggiato i migrati dall’avventurarsi in montagna - spiega il dottor Narcisi - invece provano con ostinazione a raggiungere il confine, fino a rischiare la vita, convinti di trovare meno controlli proprio a causa dell’inverno e del freddo. Vestiti con scarpe da ginnastica e maglioncino s’incamminano al buio: «Nessuno di loro immagina che la montagna possa essere più insidiosa del deserto».

Sgominata la banda dei rom specializzata nei furti in casa: 21 arresti

lastampa.it
edoardo izzo



Svaligiavano gli appartamenti nelle zone più ricche della Capitale: da via Cortina D’Ampezzo alla Balduina, alle ville sull’Appia antica, a San Giovanni. Con le accuse di associazione a delinquere finalizzata ai furti e alle rapine 21 persone, tutti «rom» di seconda generazione, di origine slava, ma nati e cresciuti in Italia, sono stati arrestati dai carabinieri della Compagnia di Trionfale.L’indagine dei militari dell’Arma, coordinata dalla procura di Roma, è iniziata ad ottobre 2016 ha permesso di individuare gli indagati e di recuperare buona parte della refurtiva di ingente valore, che è stata restituita alle vittime. 

Gli arrestati sono veri e propri professionisti del furto negli appartamenti: svaligiavano le case, prevalentemente dei quartieri più ricchi di Roma, con una destrezza ed un’abilità assolutamente fuori dal comune; introducendosi facilmente all’interno, anche ai piani superiori, grazie alla loro agilità ed abilità acrobatica e portavano via dalle abitazioni denaro, oggetti in oro e qualsiasi oggetto di valore. Tra i reati contestati anche un tentativo di far abortire una ragazzina minorenne. I carabinieri hanno individuato la base operativa e logistica del gruppo criminale dove venivano pianificate le attività criminose da compiere.

La Cina impedirà a chi ha un basso “punteggio social” di viaggiare su aerei e treni per un anno

lastampa.it
Emanuele Capone



Un paio d’anni fa, nel febbraio del 2016, in Occidente si è incominciato a parlare del sistema di “rating sociale” utilizzato in Cina (in realtà già dal 2014): a seconda della propria attività sui social network, della cronologia di navigazione (quali siti si visitano, per esempio), della regolarità nei pagamenti delle bollette, dell’affitto, del mutuo, delle eventuali condanne e così via, si finisce in una sorta di classifica che dovrebbe distinguere i “buoni” dai “cattivi”.

Secondo quanto spiegato, l’adesione al progetto sarebbe al momento volontaria (anche se già ora, pure in Occidente, Italia compresa, il tracciamento delle abitudini delle persone è realtà) e riguarderebbe circa 7-10 milioni di cinesi. La situazione potrebbe però cambiare da maggio: come annunciato sul sito della Commissione nazionale per lo Sviluppo e le Riforme , dal giorno della Festa dei Lavoratori il governo sarebbe pronto a complicare la vita dei “cattivi”, ovvero di chi ha un basso punteggio social.

Inizialmente, i provvedimenti si limiterebbero per esempio al divieto di viaggiare su treni e aerei per chi, per esempio, è stato multato molte volte perché sorpreso a viaggiare senza biglietto, beccato a fumare nel bagno di un convoglio oppure fermato per avere creato problemi su un aereo: semplicemente, a queste persone sarà impedito di acquistare qualsiasi titolo di viaggio per un periodo iniziale di 12 mesi. Identica sanzione potrebbe essere applicata anche a chi «ha fornito false informazioni sul terrorismo», ma il timore è che si vada oltre, estendendola per esempio anche a chi si lamenta spesso dei ritardi dei treni sui social network locali o su WeChat.

Sempre secondo quanto annunciato dal governo, aderire al progetto di “social rating” dovrebbe portare anche vantaggi: chi ha punteggi alti, per esempio, potrebbe essere agevolato nella concessione di mutui e prestiti, nella ricerca di lavoro, di un alloggio e così via. Intanto, sempre dalla Cina è arrivata la conferma che gli agenti di polizia possono usare occhiali capaci di riconoscimento facciale per conoscere tutti i dettagli della persona che stanno guardando (“rating” compreso): impossibile non pensare a Nosedive, primo episodio della terza stagione di Black Mirror , in cui le persone possono votarsi una con l’altra e una donna cerca disperatamente di fare salire il suo punteggio per aver accesso alla casa dei suoi sogni. O almeno poter prendere un treno.

Arrestato all’età di 14 anni: è accusato di 20 reati, fra furti nei negozi e anche in chiesa

lastampa.it
daniele prato

Alle denunce continue, il giovanissimo malvivente aveva sempre risposto con indifferenza


Una pattuglia dei carabinieri di Acqui

Solo 14 anni e un curriculum di reati tale da mettere soggezione a colleghi ben più scafati di lui. Tanto che i carabinieri di Acqui, dopo mesi passati a correre dietro alle sue malefatte, tra denunce continue che sembravano fargli fresco, hanno deciso di arrestarlo dopo che il giugno scorso aveva compiuto 14 anni, limite minimo per far scattare il provvedimento. I militari avevano già chiesto una misura cautelare ad agosto. Pochi giorni fa il Gip del tribunale per i minori di Torino, ha disposto che il ragazzo, origini marocchine ma residente in un centro dell’Acquese, venisse portato in una comunità in Puglia.

A lui sono stati attribuiti 20 reati in 8 mesi, culmine di una “carriera” da sbandato iniziata quando era tredicenne: furtarelli di cellulari e piccole somme di denaro ai coetanei che via via si erano evoluti in episodi sempre più gravi, con saccheggiamenti in vari negozi della città e pure al teatro Ariston. In un caso, un colpo gli era fruttato anche 4 mila euro. L’ultimo, attuato con un complice, il furto della cassetta delle offerte in Duomo. Alle denunce continue, il giovanissim