Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 25 marzo 2018

Il cuore infinito del Gendarme eroe Arnaud Beltrame

lastampa.it
antonella boralevi


Arnaud Beltrame

Sirene. Lampeggianti. Transenne. Telecamere. Sul piazzale davanti al capannone del Supermercato U, a Trèbes, Carcassonne, Sud della Francia, c’è una confusione pazzesca. Sono arrivate anche le unità antiterrorismo, da Parigi. Ci sono già tre morti. Ci sono già tre vite perdute. Il macellaio, una anziana che spingeva tranquilla il suo carrello e si appoggiava al manubrio,per non cadere. Un terrorista di 26 anni sta ammazzando in nome di Allah, ha una pistola, ha un coltello. 
Sono le due del pomeriggio.

La morte è dentro quel capannonne da tre ore.

Fuori, sul piazzale, ci sono i negoziatori. E c’è il tenente colonnello dell’armata di Francia Arnaud Beltrame. Ha 45 anni, ha una moglie, gli occhi di un azzurro trasparente, il viso limpido.
I negoziatori ottengono il rilascio degli ostaggi. ma l’ultimo no. Il terrorista se ne serve come scudo umano. Dice che l’ammazzerà. E’ una donna. Una donna che è uscita di casa per fare la spesa e ha trovato il destino ad aspettarla. Il terrorista vuole l’impunità, per sè e per il boia di ragazzi del Bataclan,che adesso è in carcere.

Poi succede qualcosa.
Succede l’impensabile.
Deve essere calato su quel piazzale ,davanti alla Morte, un silenzio surreale, quando il gendarme Arnaud Beltrame si è sfilato la pistola dalla cintura.

Devono essere diventate di terra le facce di chi guardava.
Il gendarme Arnaud Beltrame ha fatto qualche passo. E’ arrivato davanti alla porta a vetri del supermercato.

Ha visto l’orrore.
Ma è entrato.
Non s è tirato indietro.
Non ha fatto solo quello che il dovere gli imponeva.
Ha fatto qualcosa di indicibile.
Ha dato la sua vita in cambio di quella di una sconosciuta.
E’ diventato lui ,l’ostaggio. Il candidato a morire.

Lo sapeva talmente bene, che, mentre si consegnava al terrorista, ha lasciato acceso il cellualre.
Ed è stato quel cellulare acceso che ha registrato gli spari che l’hanno colpito.
E’ stato quel cellulare acceso, il segnale che ha fatto scattare l’assalto della polizia..
L’hanno trovato immerso nel suo sangue. All’ospedale, stanotte, il cuore del gendarme Arnaud Beltrame si è fermato.

E io provo a pensare i suoi pensieri, ma è troppo difficile. Provo a immaginare cosa ha detto a sè stesso, mentre andava a morire per una sconosciuta. Per l’onore,Per la Fracia, ha detto Macron.
E le parole non mi vengono. Il mio cuore è con quest’uomo ma ha troppa paura per restarci.
Lui no.
Lui ha avuto un cuore infinito.
E cuore ,in italiano, vuol dire anche coraggio.

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Nozze prima di morire. L'ultimo desiderio del gendarme eroe

ilgiornale.it
Luigi Guelpa

La cerimonia era prevista a giugno. Si era addestrato simulando un attacco terrorista



Aveva previsto tutto, forse persino il suo sacrificio estremo, quello che l'ha trasformato da vittima della furia omicida di un terrorista a eroe di un'intera nazione.

La notte scorsa, mentre le forze lo stavano abbandonando al «Centre Hospitalier Gayraud» di Carcassonne, Arnaud Beltrame si è unito in matrimonio religioso con la sua compagna di sempre Marielle, veterinaria impegnata anche nel sociale. Padre Jean-Baptiste, un sacerdote che conosceva bene gli Arnaud, è corso al nosocomio per sposarli. Non c'era più tempo. Giugno, la data fissata per le nozze, era troppo lontana. Il tenente colonnello Beltrame, 44 anni, sentiva che qualcosa sarebbe cambiato nella sua vita, fin dal dicembre scorso. Nei giorni precedenti al Natale, assieme alla prefettura e alla squadra dei pompieri di Carcassonne, aveva organizzato un'esercitazione, una vera e propria simulazione d'attentato. Lo scenario immaginato da Beltrame era una strage terroristica in un supermercato.

«Temeva un attacco jihadista di questo tipo - racconta il capitano Robert Bonnafous, della gendarmerie dell'Aude, ai piedi dei Pirenei, dove Beltrame prestava servizio - si lamentava per la mancanza di controlli nei centri commerciali e riteneva che sarebbero diventati facili obiettivi dei lupi solitari». Forse era stato messo in guardia da un sogno premonitore. Di sicuro c'è che venerdì pomeriggio, con la sua condotta eroica, ha salvato la vita a una donna, l'ultimo ostaggio rimasto nelle mani del jihadista maghrebino Redoaune Lakdim. «Prendi me al suo posto» ha detto, facendo sussultare i colleghi che lo stavano ascoltando attraverso il telefono che aveva lasciato connesso. Gli stessi colleghi che, alle 14.25, hanno udito dall'apparecchio i colpi d'arma da fuoco esplosi da Lakdim contro l'unico ostaggio rimasto nelle sue mani, il tenente colonnello.

Gli uomini del GIGN nel corso dell'irruzione sono riusciti a portarlo fuori dal Super U a braccia, ma le sue funzioni vitale erano ormai compromesse e nel corso della notte è spirato. Originario di Etampes, nell'Île de France, nel 2012 aveva ricevuto la Legion d'Onore per il valore mostrato durante la missione in Iraq. Gli istruttori ai tempi del corso di paracadutismo ricordano anche la sua fisicità, tant'è che gli avevano consigliato di trasformare in professione la passione per il rugby. La notizia della sua morte è stata comunicata con un tweet dal ministro degli Interni Collomb. «Mort pour la patrie. La Francia non dimenticherà mai il suo eroismo, la sua bravura, il suo sacrificio».

La parola eroismo ritorna anche nell'ultimo saluto inviato dal presidente francese Macron, che ha aggiunto, «merita il rispetto e l'ammirazione della nazione intera per aver dato prova di un coraggio e di un'abnegazione eccezionali». Straziante il ricordo della madre: «Ha sempre fatto tutto per la patria, da quando è nato. Era la sua ragione di vita». Con la morte di Beltrame, il bilancio dell'attacco terroristico di venerdì è salito a quattro vittime (e 15 feriti). Lakdim aveva ucciso il passeggero della Peugeot rubata, Jean Mazieres, un cliente del magazzino, Hervé Sosna, e l'addetto del reparto di macelleria Christian Medves.

Le indagini della procura antiterrorismo proseguono a spron battuto. Da quanto si apprende Lakdim avrebbe avuto almeno un fiancheggiatore nel suo piano criminoso, un 17enne, anche lui originario del Marocco, posto in stato di fermo, insieme alla compagna diciottenne di Lakdim. L'abitazione del jihadista, a Carcassonne è stata perquisita. Testimoni parlano di tre scatoloni portati via dal suo appartamento. In uno dei quali c'è il computer, indispensabile per verificare eventuali complicità. Sono stati trovati anche «appunti che alludono allo Stato islamico e fanno pensare a un «testamento scritto a mano» dove Lakdim «si dice dell'Isis».

Non parlare, non ti sento

lastampa.it
Mattia Feltri

È arrivato il grande giorno: stamattina parte la nuova legislatura, si riuniscono la nuova Camera e il nuovo Senato. Sarà il Parlamento più giovane di sempre e quello con più donne. Detto così, è un’alba, un’epifania. Tutti nuovi e, novità fra le novità, molto puri, uno più puro dell’altro. Dunque le prospettive sono piuttosto incoraggianti. C’è giusto qualche problemino: pur essendo un Parlamento, non si parlano.

Di Maio parla con Salvini ma non con Berlusconi, Salvini parla con Di Maio ma non con Renzi, Berlusconi parla con Renzi ma non con Di Maio, Renzi parla con Berlusconi ma non se c’è Di Maio, e comunque non parla più con nessuno, tantomeno con Bersani, che non parla con Berlusconi ma parla con Di Maio, che però non ha nessun motivo di parlare con Bersani, che peraltro non parla con Renzi, al quale non parla neanche Meloni che però parla con Di Maio e Berlusconi, ma non parla con Bonino, e Bonino parlerebbe anche con tutti ma nessuno le chiede niente, però difficilmente parlerebbe con Salvini al quale però non parla Bersani, che probabilmente parla con Bonino, che di sicuro parla con Berlusconi, e del resto Bersani non parla con Salvini, che invece parla con Meloni, ma Meloni non parla con Bersani, e siccome nemmeno Salvini parla con Bersani, allora Di Maio prova a parlare con tutti, ma non parla con Renzi, e comunque Renzi non parla con Salvini, e Salvini non parla con Bonino, che non parla con Di Maio. È arrivato il grande giorno: stamattina parte la nuova legislatura. 

Chi è il leader da più tempo al potere?

lastampa.it
paolo magliocco


Teodoro Obiang Nguema Mbasogo

La riconferma di Vladimir Putin per altri 6 anni di mandato presidenziale fa sì che il leader russo, al potere dal 1999 alternativamente come presidente e primo ministro, possa arrivare a 25 anni di governo ininterrotti. Comunque molto lontano dai record di altri governanti ancora in carica.

Paul Biya, presidente del Camerun, ricopre lo stesso ruolo dal 1982 ed è stato rieletto 4 volte, tra molte polemiche sul modo in cui le consultazioni si sono svolte. È stato anche primo ministro dal 1975 al 1982 e dunque è al potere ininterrottamente da 43 anni seppure, come Putin, con ruoli diversi. A 84 anni di età è previsto che torni a candidarsi alle prossime elezioni fissate a ottobre.Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è presidente della Guinea equatoriale dal colpo di Stato del 1979: 39 anni durante i quali è stato rieletto 5 volte in modi molto contestati dagli osservatori internazionali.

Ali Khamenei è stato presidente dell’Iran dal 1981 al 1989 per poi diventare la Guida Suprema, cioè la massima autorità politica e religiosa, che ha funzioni in parte simili a quelle di un presidente e che resta in carica a vita, a meno che non venga destituita.

Yoweri Museveni si proclamò presidente dell’Uganda nel 1986 per essere poi rieletto dieci, venti e trent’anni dopo. Arrivato a 32 anni come capo dello Stato, continuerà a ricoprire l’incarico fino al 2026.

Nursultan Nazarbayev è a capo del Kazakhstan fin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1989 e le elezioni che lo hanno riconfermato più volte, l’ultima con oltre il 90% dei voti, non sono mai apparse regolari.

Denis Sassou Nguesso è presidente della Repubblica del Congo dal 1997, ma a questi 21 anni di potere ne vanno aggiunti altri 13, dal 1979 al 1992, in cui aveva ricoperto lo stesso incarico.

Hun Sen è il capo del governo da più lungo tempo in carica: divenne primo ministro della Cambogia nel 1985, quando aveva solo 33 anni, e lo è ancora oggi, che ne ha 66.

In realtà il capo di stato da più tempo al potere e anche la più anziana con i suoi 91 anni resta la regina Elisabetta II d’Inghilterra, che regna dal 1953, ovvero 64 anni trascorsi a capo della Gran Bretagna. Ma è una monarca, non viene eletta. E i suoi poteri sono piuttosto limitati.

Salvini: "Saviano con l'Ong ha fatto un'altra bella figura"

ilgiornale.it
Franco Grilli

Matteo Salvini mette nel mirino Roberto Saviano dopo il tweet dell'autore di Gomorra che eleogiava il lavoro della Ong Open Arms



Matteo Salvini mette nel mirino Roberto Saviano. L'autore di Gomorra solo qualche giorno fa aveva elogiato il lavoro dell'Ong Open Armas che aveva portato in Italia 218 migranti salvati nelle acque a largo della Libia rifiutandosi di consegnarli alle autorità libiche per riportarli a Tripoli. Ma dopo lo sbarco dei migranti a Pozzallo è scattato il sequestro della nave da parte della procura di Catania. L'indagine di fatto è scattata subito dopo lo sbarco e l'imbarcazione è stata psta sotto sequestro. Il sospetto avanzato dalla procura è quello di "associazioine a delinquere". E così il leader della Lega ha scritto un post su Facebook proprio contro Saviano: "Ha fattoi un'altra bella figura".

Intanto Proactiva Open Arms ha rivendicato su Facebook il suo operato: "Proteggere la vita umana in mare dovrebbe essere la priorità assoluta di qualsiasi corpo civile o militare, perché lo stabilisce il diritto del mare. Impedire il salvataggio di vite a rischio in alto mare per restituire la forza ad un paese non sicuro, come è la Libia, è un rimborso a caldo, contravvenendo allo statuto dei rifugiati dell'Onu. I suoi diritti sono anche i nostri. La nostra massima priorità è e sarà sempre la tutela e la difesa dei diritti umani in mare". Adesso si attendono le nuove mosse della procura di Catania, la stessa del pm Zuccaro, il primo ad accendere un faro sui salvataggi in mare delle Ong.

Sgarbi in Rai: "Luigi Di Maio è omosessuale. Vi dico io con chi è fidanzato"

ilgiornale.it
Sergio Rame

Dopo la profezia di Bisignani sulla lobby gay del M5S, Sgarbi lancia la bomba in Rai. "Recentemente ho scoperto che Di Maio ha un fidanzato, Vincenzo Spadafora"



La bomba è stata sganciata. Ci ha pensato Vittorio Sgarbi proprio mentre si intraprende il difficile cammino verso il nuovo governo. Durante il programma Quelli dopo il Tg, condotto da Luca e Paolo e Mia Ceran, il critico d'arte ha parlato della vita privata di Luigi Di Maio. "Recentemente ho scoperto che ha un fidanzato, Vincenzo Spadafora - ha detto su Rai2 - sono felice finalmente di avere un premier gay, così sereno e affettuoso e sorridente".

Tutto nasce qualche giorno fa. Sul Tempo Luigi Bisignani, già lobbista nella prima Repubblica e fedelissimo di Giulio Andreotti, aveva ventilato l'esistenza di una lobby gay, potentissima e rissosa, all'interno del Movimento 5 Stelle. Una insinuazione che, come scriveva nei giorni scorsi ilGiornale, aveva già "colpito" il capo della comunicazione parlamentare grillina, Rocco Casalino. Adesso a finire nel mirino è Vincenzo Spadafora, il responsabile delle relazioni istituzionali di Di Maio. Secondo Sgarbi sarebbe, infatti, "il fidanzato" del candidato premier del Movimento 5 Stelle.

Durante il programma Quelli dopo il Tg, Sgarbi si è scusato per i durissimi scontri (verbali) avuti con Di Maio in campagna elettorale. "In realtà - ha detto - mi dispiace aver aggredito questo giovane, che tra l’altro è anche tenero e ha dei sentimenti così nobili". Quindi, ha continuato: "Recentemente ho scoperto che ha un fidanzato, Vincenzo Spadafora. Sono felice finalmente di avere un premier gay, così sereno e affettuoso e sorridente". Quando in studio hanno provato a fermarlo, il critico d'arte h fatto notare che che quanto stava dicendo era "elogiativo". "Io credo che essere omosessuale sia un elemento in più - ha continuato - non mi pare che ci sia da vergognarsi di nulla. Abbiamo leggi che tutelano le coppie gay".

Come ricorda Affaritaliani, Spadafora proviene da esperienze politiche con Alfonso Pecoraro Scanio e Francesco Rutelli. Quando fu Garante per l'Infanzia, appoggiò le unioni civili ricevendo forti forti critiche dai partiti di centrodestra.

Le forze israeliane si esercitano simulando l’intervento della Russia

ilgiornale.it
Lorenzo Vita

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Le forze armate israeliane hanno condotto un’importante esercitazione questa settimana che ha simulato una guerra su più fronti in cui la Russia interviene per impedire ad Israele di attaccare la Siria. Lo riporta il quotidiano israeliano Haaretz.

Un alto funzionario delle Israel defense forces, ha dichiarato: “Durante tutta l’esercitazione, abbiamo esaminato varie implicazioni della presenza russa” in Siria. “Ci siamo esercitati su tutto ciò che poteva essere coordinato con i russi e anche quello che non poteva esserlo, su come avremmo operato senza danneggiare i loro interessi nella regione, e dall’altra parte, scenari in cui i russi hanno creato problemi”. L’esercitazione ha coinvolto i vertici dell’Idf, il comando centrale e tutti i comandi che sarebbero stati coinvolti in un’eventuale guerra contro Hezbollah in Libano, diffusa poi su altri fronti. Non è stata un’esercitazione che ha coinvolto truppe sul campo, ma solo i comandi operativi per capire come coordinarsi nel caso avvenisse questo tipo di guerra.

Gli scenari esplorati in queste esercitazioni sono molti. Hanno incluso scontro con l’ipotesi di centinaia di israeliani morti, infiltrazioni terroristiche nelle città israeliane e anche attacchi informatici. Tre scenari non così distanti dalle possibili guerre che potrebbero coinvolgere Israele nell’immediato futuro. Le forze armate israeliane stanno compiendo numerose esercitazioni in questi mesi. Proprio questa settimana, hanno concluso anche altre due manovre molto importanti. La prima, nota come Juniper Cobra, è stata un’esercitazione congiunta con le forze degli Stati Uniti d’America e si è concentrata sulla difesa aerea ma anche sulla simulazione di scontri urbani. Una seconda esercitazione, invece, è stata svolta dall’Home front command ed ha simulato varie situazioni di emergenza per i civili.

Il generale Yair Golan è la persona che ha pianificato queste esercitazioni. E le ha previste come una sorta di escalation che coinvolgesse tutti i fronti di Israele. Tutto iniziava con un intenso scontro contro Hezbollah in Libano, successivamente, lo scontro si diffondeva sia in Siria che nella Striscia di Gaza. Il tutto prevedendo almeno un centinaio di morti fra soldati e civili israeliani. Di conseguenza, l’esercizio includeva uno scenario di combattimento sul suolo israeliano. In particolare, l’esercitazione dell’Home front simulava l’evacuazione di edifici distrutti, lo spostamento della popolazione in zone lontane dalle operazioni belliche e l’attacco con armi chimiche e biologiche.

Ma c’è anche politica dietro queste esercitazioni. E anche molta. Le manovre infatti implicano come scenario quello di un Iran che sfrutta l’avanzata dell’esercito siriano per consolidare le sue posizioni a nord di Israele costruendo una cintura che la leghi al Libano. Questo scenario è quello che preoccupa maggiormente Israele ed è quello che ha fatto sì che l’aviazione israeliana intervenisse in Siria. Ma c’è anche la Russia e la possibilità che essa intervenga in Siria. E questo è un fattore nuovo nella politica strategica israeliana, dove Mosca è sempre stata considerata non un’alleata ma quantomeno un partner. La guerra in Siria invece ha cambiato alcuni parametri. Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu hanno avuto colloqui serrati e idee divergenti, in particolare sulla presenza iraniana.

Quello che per la Russia è un lleato fondamentale in Medio Oriente, per Israele è il nemico numero uno. Lo scontro, dunque, è palese. Le forze armate israeliane hanno voluto specificare che sono stati prese in considerazione varie ipotesi sia la collaborazione russa sia l’assenza di questa collaborazione. Ma è evidente che il fatto che le truppe di Mosca siano oggetto di manovre militari, quantomeno nei piani, indica anche una sostanziale presa di coscienza, da parte di Tel Aviv, che non possano essere ritenuti per forza dei partner. Tanto è vero che uno scenario dell’esercitazione era proprio quello di reagire all’eventualità di un intervento preventivo russo in Siria per contrastare le velleità israeliane.

Tanzania, l’isola che difende gli albini in fuga da trafficanti e stregoni

lastampa.it
lorenzo simoncelli

In Africa orientale le persone dalla pelle bianchissima sono considerate maligne. Sul Lago Vittoria il nascondiglio di chi scappa da esecuzioni e riti magici


Si trova in mezzo al Lago Vittoria il rifugio degli albini che scappano alla mattanza: Ukerewe Island è un’isola «felice» in cui vivono segregati e ostracizzati dalla società

Alphonce Yakobo, pescivendolo albino di 57 anni, per sopravvivere si è dovuto rifugiare ad Ukerewe, un’isola nel mezzo del Lago Vittoria, lo specchio d’acqua dolce più grande d’Africa. Il colore bianco della pelle la sua condanna. Come lui, in Tanzania, lo Stato con il più alto tasso di albini al mondo, circa 30 mila persone sono colpite da un’anomalia congenita che non permette al corpo di produrre melanina. Al contrario di Alphonce, molti di loro non superano i 40 anni. La maggior parte vittime del cancro alla pelle che li colpisce a causa del sole cocente dell’Equatore, molti altri fatti a pezzi dagli squadroni della morte pronti a tutto pur di vendere parti del loro corpo a stregoni locali.

In Tanzania e in quasi tutta l’Africa australe, gli albini sono considerati essere maligni. Una maledizione per le famiglie, una benedizione per i fattucchieri che mischiano braccia, mani e piedi all’interno di calderoni magici usati per attirare fortuna e ricchezza. Un corpo intero di un albino, secondo i dati della Croce Rossa Internazionale, può costare sul mercato nero fino a 75 mila dollari, un singolo membro tra i 600 ed i 1000 dollari. Una rete complessa e ben oliata che va dagli informatori nei villaggi, responsabili per poche centinaia di dollari di individuare i soggetti più indifesi, agli esecutori veri e propri pagati fino a 5 mila dollari per commettere l’omicidio.

L’ong canadese Under The Same Sun ha documentato almeno 161 attacchi negli ultimi due anni, di cui 76 risultati fatali. Tutti in Tanzania, lo Stato al mondo con il più alto tasso di omicidi di albini. Nonostante il tentativo delle autorità di mettere fine al fenomeno, vietando le attività di stregoneria e inasprendo le pene per i crimini correlati, solo 200 persone sono state condannate negli ultimi cinque anni. Una caccia all’uomo che ha spinto centinaia di persone a migrare verso Ukerewe. Il viaggio inizia da Mwanza, sulle sponde del Lago Vittoria, da lì un traghetto in quattro ore li porta sull’«isola felice».

In passato, le famiglie ostracizzate dalla società per aver dato alla luce un bambino albino vi si recavano per abbandonarlo. Da dannazione a redenzione in pochi anni. Ancora non esistono statistiche certe, ma su circa 200 mila abitanti, secondo l’ong Ukerewe Albino Society, l’isola ospita una comunità di circa 500 albini. «Ringrazio Dio perché finalmente posso dormire senza una pistola sotto il cuscino - racconta Alphonce padre di 11 figli, rifugiatosi ad Ukerewe dopo esser scampato ad un tentato omicidio - qui siamo al sicuro, circondati dall’acqua del lago, nessuno ci può fare del male e scappare facilmente». Fino ad oggi non si sono registrati omicidi sull’isola, anche se negli ultimi mesi numerose tombe sono state sabotate.

In Africa australe è diffusa la credenza che le ossa degli albini contengano oro. Così per evitare di richiamare l’attenzione delle autorità con ulteriore spargimento di sangue, le gang che operano sul mercato nero hanno deciso di intrufolarsi nei cimiteri dell’isola alla ricerca di corpi senza vita.Non mancano, tuttavia, i casi di discriminazione anche ad Ukerewe. «Quando mio marito ha visto che il figlio era albino ci ha abbandonato», racconta Hadija Namtondo, una madre di 30 anni. In molti sull’isola si sono dati alla pesca. Tra loro Kajanja e Zacharia Nema, due fratelli di 22 e 24 anni. «Qui, al contrario che sulla terra ferma, non ho paura di essere attaccato», afferma Kajanja. «Ukerewe è sicuramente più sicura, ma mi è capitato di essere minacciato da alcune persone anche qui», racconta Zacharia.

Due anni fa sull’isola, grazie al produttore musicale Ian Brennan ed alla Ong britannica Standing Voice, è stato creato anche Tac (Tanzania Albinism Collective), un gruppo musicale composto da 18 musicisti riusciti a produrre White African Power, il primo cd musicale realizzato interamente da persone affette da albinismo. «Sono così felice – afferma Teleza Finias, una dei membri della band –, non pensavo che un giorno potessi cantare e che qualcuno venisse per sentire la mia musica, i miei genitori mi hanno abbandonato alla nascita e i miei nonni non mi mandavano a scuola per vergogna».

In altri Paesi dell’Africa australe, come ad esempio il Malawi, uno degli Stati più poveri al mondo, le condizioni di vita per gli albini si stanno ulteriormente deteriorando. Le Nazioni Unite, nel 2016, hanno pubblicato un rapporto che analizza come, di questo passo, si rischia l’estinzione.

"Così il sottomarino San Juan spiava le coste delle Falkland"

ilgiornale.it
Franco Grilli

La scomparsa del sottomarino Ara San Juan nelle acque dell'Argentina si arricchise di un nuovo retroscena: svelata la missione del sommergibile



La scomparsa del sottomarino Ara San Juan nelle acque dell'Argentina si arricchise di un nuovo retroscena. La scomparsa del sottomarino Ara San Juan nelle acque dell'Argentina si arricchise di un nuovo retroscena.

A quanto pare il sommergibile di fatto si trovava in missione con due obiettivi chiari: il monitoraggio dei carichi illegali dei pescherecci e delle navi ed aeronavi alle Malvinas. A rivelare la missione del sottomarino scomparso nel nulla con 44 persone a bordo è stata la stessa marina argentina.

"L’obiettivo tattico prioritario di questa missione di pattuglia era la localizzazione, identificazione e registrazione fotografica/filmata di navi frigorifere, logistiche, petroliere o navi di ricerca di altre nazionalità, che stessero ricevendo un carico illegale da pescherecci", ha scritto in una comunicazione ufficiale il capo dello staff del presidente Mauricio Macri, Marcos Pena. "L’obiettivo materiale secondario della missione - ha aggiunto - era il monitoraggio di navi ed aeronavi che si muovono dalle isole Malvinas".

E come ricorda La Stampa tra questi movimenti da tenere d'occhio c'erano anche quelli della Raf, l'aviazione inglese che presedia le Falkland. Un altro tassello in questo puzzle drammatico fatto di messaggi, di ricerche e di retroscena che non hanno dato ancora una spiegazione a questa drammatica vicenda. Finora l'unica ipotesi sul campo è quella dell'implosione.

Salvataggio umanitario? No, bluff. Ecco le prove

ilgiornale.it
Fausto Biloslavo

Una nave spagnola recupera i profughi. Ma «Il Giornale» scopre che l'intervento era concordato



Prima la nave della Ong spagnola Proactiva Open Arms va a recuperare i migranti in mare a colpo sicuro avvisati della loro partenza e posizione. Poi non rispetta l'ordine del centro di soccorso di Roma di allontanarsi perchè il «comando della scena» del salvataggio spetta alle motovedette libiche, che avrebbero riportato tutti indietro.

E gli «umanitari» pure protestano spacciandosi per vittime se i libici cercano di fermarli. Alla fine il governo italiano, che all'inizio non voleva far sbarcare i migranti, cala le brache e permette l'attracco.«Il Giornale» ha ricostruito l'ennesima battaglia navale fra la Ong Open arms e le motovedette libiche di giovedì al largo della Libia. Al mattino presto tre barconi partono dall'area costiera di Qoms ad est di Tripoli. Nessuno manda una richiesta di aiuto all'Imrcc, il comando di Roma, che coordina le operazioni di salvataggio. Un elicottero italiano sorvola i barconi intercettandoli ad una quarantina di miglia dalla costa. La nave di Open arms con i suoi gommoni veloci, guarda caso si stava dirigendo proprio verso i gommoni in mezzo al mare, come se fosse stato organizzato un appuntamento.

«Ci sono contatti e comunicazioni fra le Ong in mare ed i trafficanti, che avvisano quando partono i barconi. Talvolta posiziono le motovedette a 5 miglia dalle navi delle organizzazioni umanitarie e come per magia arrivano i migranti» spiega al «Giornale» da Tripoli, Abujela Abedlbari, il comandante della squadra navale libica rimessa in piedi dall'Italia. Grazie al centro di coordinamento libico con la Marina italiana viene fatta partire la motovedetta Gamines. I libici spediscono il primo fax al comando di Roma, in possesso del «Giornale», per assumere «il comando della scena» di salvataggio. Il comandante scrive a mano «per favore dite ad Open arms di rimanere fuori dalla vista» dei migranti, che altrimenti si gettano in mare per raggiungere gli umanitari.

La motovedetta raggiunge il primo barcone, ma l'Ong è già presente sul posto. Allora punta sul secondo e riesce a recuperare 120 migranti senza incidenti. Alle 16.15 i libici fanno partire una seconda motovedetta, la Ras Jadir, «su segnalazione della guardia costiera italiana» ed inviano un'altra comunicazione scritta all'Imrcc a Roma che conferma il ruolo di «comando sulla scena» del soccorso. Il centro dei soccorsi italiano chiede ad Open Arms di allontanarsi, ma la Ong se ne frega, nonostante abbia firmato il codice di condotta del Viminale impegnandosi «a non ostacolare la guardia costiera libica». Quando la seconda motovedetta arriva sul posto la nave umanitaria ha già lanciato i gommoni veloci per non mollare la preda.

«È sempre la stessa storia, ma se le Ong continueranno a comportarsi così il flusso migratorio verso l'Italia non si fermerà mai» sottolinea il comandante Abujela. In mezzo la mare i libici minacciano di usare le armi se gli umanitari non abbandonano l'area, ma non sparano un solo colpo. Oscar Camps, il capo dell'operazione, twitta: «La guardia costiera libica ci minaccia di sparare per uccidere se non consegnamo loro le donne e i bambini che abbiamo salvato». La situazione è tesa. «I migranti sul barcone ci gettavano contro quello che avevano ed un gruppo si è tuffato in mare perchè volevano farsi recuperare dalla Ong per andare in Italia - racconta il comandante da Tripoli.

Non è vero che li abbiamo messi noi in pericolo. Anzi, per evitare tragedie ho dato l'ordine di ritirarci». Alcuni migranti sarebbero anche stati fatti salire a bordo dei gommoni di Open Arms dagli stessi libici. La grancassa della disinformazione umanitaria ha già mobilitato altre Ong sui social, l'Arci e del senatore Luigi Manconi che denuncia il «gravissimo atto intimidatorio, al limite della pirateria» dei libici.

Quella faccia che era

lastampa.it
Mattia Feltri

C’era qualcosa che mancava. In tutte le ricostruzioni sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro e la strage della scorta, commosse, dettagliate, traboccanti misteriose coincidenze, il ruolo dei servizi segreti, dell’Urss e degli Usa, di Giulio Andreotti ed Enrico Berlinguer, gli eterni processi e poi gli assassini in tv e l’imperitura lezione dell’assassinato, l’infinito male eccetera. Un’eco dall’Iperuranio.

Mancava qualcosa ed è stato chiaro quando su La Stampa di ieri si è ricordata una canzone di Giorgio Gaber, la celeberrima Destra-Sinistra, e a me ne è venuta in mente un’altra, Io se fossi Dio, scritta subito dopo la morte di Moro. Una canzone di 14 minuti, spietata, rabbiosa, respingente, genuina e cattiva, bellissima nella sua spontanea ferocia, che è una forma di onestà. Non è per togliere qualcosa al monumento di Gaber, che come tutti è figlio e artefice e vittima del suo tempo; è per aggiungere qualcosa sui sentimenti profondi di un paese. Di una sua buona parte.

Gaber l’ha cantata a lungo nei concerti e la gente applaudiva, e la canzone faceva così: «Fa anche rabbia il fatto che un politico qualunque se gli ha sparato un brigatista diventa l’unico statista». E così: «Avrei ancora il coraggio di continuare a dire che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana è il responsabile maggiore di trent’anni di cancrena italiana».

E così: «Avrei anche il coraggio di andare dritto in galera ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora quella faccia che era». Ecco che cosa mancava: mancavamo noi. 

L’Isola di Pasqua sta per essere inghiottita dall’oceano

lastampa.it
noemi penna



Un inestimabile tesoro che sta letteralmente scomparendo davanti ai nostri occhi. L’Isola di Pasqua sta per essere inghiottita dall’oceano. E noi possiamo fare ben poco per bloccare questo fenomeno, innescato dai cambiamenti climatici e dall’inquinamento. L’innalzamento del mare si sta mangiando la costa, lentamente ma inesorabilmente. Nel 2100 la «circonferenza» dell’isola sarà di 4 metri più piccola e le onde potrebbero quindi sommergere i moai più vicini al mare. E per proteggere l’isola, c’è chi sta pensando ad un «muro» frangi onde per rallentare il processo.


AP

A rischio, oltre l’isola in sè, ci sono tutti i tesori che questo lembo di terra che spunta dall’oceano custodisce, a partire proprio dalle sue incredibili statue antropomorfe scolpite fra il 1100 e il 1680 da una civiltà misteriosa spazzata via chissà da cosa, che non ha lasciato altri segni visibili se non la propria «firma» su pietra.



A lanciare l’allarme è stato l’Onu, che sta monitorando tutti i patrimoni dell’umanità per testimoniare come il cambiamento climatico stia cancellando l’identità culturale in tutto il mondo. E per vedere come l’oceano sta cancellando i monumenti dell’isola, Nicholas Casey e Josh Haner hanno percorso 2.200 miglia al largo della costa del Cile per realizzare un importate progetto multimediale, pubblicato dal New York Times.


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Nessuno sa veramente come le colossali statue di pietra siano «arrivate» sull’Isola di Pasqua o come siano state erette. Un mistero lontano duemila chilometri dal lembo di terra più vicino, il cui paesaggio sta cambiando rapidamente. Nel prossimo secolo il mare potrebbe portarsi via tutte le prove dell’esistenza di una civiltà che ha vissuto isolata dal resto del mondo. E «non essere in grado di proteggere le ossa dei tuoi stessi antenati - ha detto Camilo Rapu, il capo dell’organizzazione indigena che controlla il Parco Nazionale di Rapa Nui a Casey -, ti fa sentire impotente».


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Complice anche l’esorione, gli ultimi studi hanno rivelato che altre isole del Pacifico, come le Marshall e le Salomone, avranno un destino comune a Rapa Nui a causa dell’aumento del livello del mare. «Un tempo la spiaggia sembrava andare avanti per chilometri», racconta Pedro Pablo Edmunds, il sindaco di Hanga Roa. «Ora, è tutto di pietra». Ecco perchè due anni vicino al municipio è stata seppellita una capsula del tempo, che verrà riaperta nel 2066, contente anche una foto di Ovahe Beach prima che perdesse tutta la sua sabbia.

Utilizzando una sovvenzione di 400 mila dollari erogata dal governo giapponese, sull’atollo di Runga Va’ si sta sperimentando la costruzione di un muro marittimo per mitigare i danni. Ma ancora non si sa se il muro sarà sufficiente a fermare l’erosione, o se verrà preso in considerazione l’ipotesi B: spostare i moai per salvarli dalle onde e permettere anche alle generazioni future di incantarsi davanti alla loro maestosa presenza.

Lettera di Ratzinger su Bergoglio: spuntano altri passaggi omessi

ilgiornale.it
Francesco Boezi

Il Vaticano svela la lettera di Benedetto XVI: "Nessuna censura". Ma viene cassata la critica al teologo progressista. Ecco i passaggi "omessi"



La lettera di Ratzinger, di cui vi abbiamo raccontato in questi giorni, presentava un altro passaggio "omesso".

"Solo a margine - ha scritto Benedetto XVI - vorrei annotare la mia sorpresa per il fatto che tra gli autori figuri anche il professor Hünermann, che durante il mio pontificato si è messo in luce per avere capeggiato iniziative anti-papali. Egli partecipò in misura rilevante al rilascio della "Kölner Erklärung", che, in relazione all’enciclica "Veritatis splendor", attaccò in modo virulento l’autorità magisteriale del Papa specialmente su questioni di teologia morale. Anche la "Europäische Theologengesellschaft", che egli fondò, inizialmente da lui fu pensata come un’organizzazione in opposizione al magistero papale. In seguito, il sentire ecclesiale di molti teologi ha impedito quest’orientamento, rendendo quell’organizzazione un normale strumento d’incontro fra teologi".

La missiva del papa emerito, che abbiamo appreso mano a mano, è finalmente completa. Adesso appare chiaro il perché Benedetto XVI non abbia né voluto leggere né voluto introdurre gli undici "piccoli volumi" su La teologia di Papa Francesco editi da Lev. Tra gli autori dei testi, infatti, c'è il professor Hünermann, che si era distinto durante gli anni del pontificato del tedesco per un'intensa attività teologica contraria a quella del papa. Un anti-Ratzinger che aveva criticato anche Giovanni Paolo II.

Ma non solo. Qualche dubbio lo avrebbe sollevato anche la presenza di Jürgen Werbick che - come ha ricordato Sandro Magister sul suo blog de l'Espresso - è stato autore di un'interpretazione sul Concilio Vaticano II opposta a quella dell'allora cardinale Joseph Ratzinger. Ecco, quindi, le vere ragioni dietro al diniego del pontefice dimessosi cinque anni fa. La vicenda della lettera, e il suo testo per intero, sono finalmente riassumibili: Benedetto XVI riceve undici volumi della collana su La teologia di Papa Francesco. Declina l'invito a introdurre la pubblicazione attraverso un suo scritto. Le motivazioni, stando alla parte del testo resa nota inizialmente dal Vaticano, erano relative ad impossibilità fisiche e ad impegni pregressi. La missiva datata 7 febbraio viene letta il giorno prima del quinto anniversario del pontificato di Papa Francesco, cioè il 12 marzo. E questo è solo l'inizio.

Una parte "omessa" dello scritto di Ratzinger viene pubblicata solo successivamente: "Tuttavia non mi sento di scrivere su di essi una breve e densa pagina teologica perché in tutta la mia vita è sempre stato chiaro che avrei scritto e mi sarei espresso soltanto su libri che avevo anche veramente letto". E ancora:"Purtroppo, anche solo per ragioni fisiche, non sono in grado di leggere gli undici volumetti nel prossimo futuro, tanto più che mi attendono altri impegni che ho già assunti". Quello che era stato fatto passare per un elogio spassionato a Bergoglio, insomma, conteneva al proprio interno qualche elemento in grado di far nascere discussioni.

L'Associated Press, a questo punto, scrive che un portavoce del Vaticano, che è voluto rimanere anonimo, ha "ammesso" l'offuscamento delle righe della seconda parte della missiva. La Santa Sede, però, parla di "foto artistica" e smentisce qualunque ipotesi di manipolazione. Nella giornata di oggi, infine, ecco un'altra parte mancante. Ratzinger, una volta notato che tra gli autori dei libri era presente almeno un autore non in linea con la sua visione, sottolinea così a monsignor Dario Viganò quello che potrebbe essere un vero e proprio disappunto: "Sono certo che avrà comprensione per il mio diniego e La saluto cordialmente". Vicenda conclusa, forse.

Lettera Ratzinger, Vaticano su paragrafo mancante: "Riservatezza, non censura"

repubblica.it
di ANDREA GUALTIERI

Su alcuni blog rivelato il contenuto della parte mancante, in cui Benedetto XVI rimprovera al teologo tedesco Hunermann di aver attaccato 'in modo virulento' il magistero papale all'epoca della pubblicazione dell'Enciclica di Giovanni Paolo II Veritatis splendor pubblicata nel 1997. E la Segreteria della Comunicazione divulga l'intero testo della missiva

Lettera Ratzinger, Vaticano su paragrafo mancante: "Riservatezza, non censura"
(ansa)

CITTA' DEL VATICANO - Il 'mistero' sulla lettera di Benedetto XVI, nella quale il Papa Emerito parlava della teologia di Papa Francesco si conclude con una precisazione che arriva direttamente dal Vaticano: dopo le polemiche sul presunto ritocco della foto della missiva, che impediva di leggere, perché sfuocate, alcune righe del testo letto durante la presentazione alla stampa della collana La teologia di Papa Francesco, edita dalla Libreria Editrice Vaticana, avvenuta il 12 marzo scorso, la Segreteria per la Comunicazione rende noto l'intero paragrafo che si riteneva essere stato 'omesso'.



Il passaggio della lettera di Ratzinger non era stato divulgato, neanche verbalmente, e questo aveva scatenato una serie di ipotesi e non poche polemiche. A cercare di svelare il mistero, ci hanno provato alcuni blog, che hanno diffuso la notizia che l'occultamento' riguardava giudizi di papa Ratzinger su un teologo tedesco a lui avverso e inserito tra gli autori della collana. Per evitare che si diffondessero ulteriori ipotesi, nel pomeriggio la Segreteria per la Comunicazione ha deciso rendere nota la lettera nella sua interezza.

RISERVATEZZA, NON CENSURA
Prima di farlo, però, la Segreteria ha chiarito che non c'era alcun intento di censura, ma che la scelta di tralasciare alcune parti era legata solo a motivi di riservatezza. Della missiva di Benedetto XVI, "riservata, è stato letto quanto ritenuto opportuno e relativo alla sola iniziativa, e in particolare quanto il Papa Emerito afferma circa la formazione filosofica e teologica dell'attuale Pontefice e l'interiore unione tra i due pontificati, tralasciando alcune annotazioni relative a contributori della collana", ha chiarito la Segreteria. Dopo la lettura parziale del testo, si legge nella nota, "sono seguite molte polemiche circa una presunta manipolazione censoria della fotografia distribuita come corredo". Proprio per far tacere le voci che si moltiplicavano, in allegato al comunicato, è stato diffuso il testo integrale che Benedetto XVI ha inviato al prefetto per la Comunicazione, mons. Dario Edoardo Viganò, il 7 febbraio scorso.

IL TESTO DELLA LETTERA
"Reverendissimo Monsignore, molte grazie per la Sua cortese lettera del 12 gennaio e per l'allegato dono degli undici piccoli volumi curati da Roberto Repole. Plaudo a questa iniziativa che vuole opporsi e reagire allo stolto pregiudizio per cui Papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi. I piccoli volumi mostrano a ragione che Papa Francesco è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica e aiutano perciò a vedere la continuità interiore tra i due pontificati, pur con tutte le differenze di stile e di temperamento".

"Tuttavia non mi sento di scrivere su di essi 'una breve e densa pagina teologica'. In tutta la mia vita è sempre stato chiaro che avrei scritto e mi sarei espresso soltanto su libri che avevo anche veramente letto. Purtroppo anche solo per ragioni fisiche non sono in grado di legge gli undici volumetti nel prossimo futuro, tanto più che mi attendono altri impegni che ho già assunti".

IL PARAGRAFO MANCANTE
Il testo contiene quindi un ulteriore paragrafo finora non noto (non solo non distribuito per iscritto, ma neanche letto da Viganò durante la presentazione alla stampa), ma la cui esistenza è stata svelata in Rete: "Solo a margine vorrei annotare la mia sorpresa per il fatto che tra gli autori figuri anche il professor Hunermann, che durante il mio pontificato si è messo in luce per avere capeggiato iniziative anti-papali. Egli partecipò in misura rilevante al rilascio della 'Kolner Erklarung', che, in relazione all'enciclica 'Veritatis splendor', attaccò in modo virulento l'autorità magisteriale del Papa specialmente su questioni di teologia morale. Anche la 'Europaische Theologengesellschaft', che egli fondò, inizialmente da lui fu pensata come un'organizzazione in opposizione al magistero papale. In seguito, il sentire ecclesiale di molti teologi ha impedito quest'orientamento, rendendo quell'organizzazione un normale strumento d'incontro fra teologi. Sono certo che avrà comprensione per il mio diniego e La saluto cordialmente. Suo Benedetto XVI".

Migranti, sequestrata nave ProActiva Open Arms: l'accusa è di associazione a delinquere

repubblica.it

L'imbarcazione della ong spagnola è sfuggita all'inseguimento di una motovedetta libica, rifiutandosi di consegnare le persone recuperate da un gommone. L'avvocato polemizza: "Hanno istituito il reato di solidarietà"

Migranti, sequestrata nave ProActiva Open Arms: l'accusa è di associazione a delinquere

La Procura di Catania ha disposto il sequestro della nave della ong spagnola ProActiva Open Arms, da ieri ormeggiata nel porto di Pozzallo (Ragusa) dove è avvenuto lo sbarco di 218 migranti. Il porto di Pozzallo è l'approdo sicuro assegnato alla nave dopo il caso esploso due giorni fa nel Mediterraneo, quando la ProActiva Open Arms è sfuggita a un inseguimento di una motovedetta libica che minacciava di aprire il fuoco se i membri della ong a bordo non avessero consegnato le donne e i bambini raccolti da un gommone. Il caso si è sbloccato dopo una richiesta formale del governo spagnolo a quello italiano.

Associazione per delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina è il reato ipotizzato dalla Procura di Catania. Secondo l'accusa ci sarebbe una volontà di portare i migranti in Italia anche violando legge e accordi internazionali, non consegnandoli ai libici. Indagati dal procuratore Carmelo Zuccaro il comandante e il coordinatore a bordo della nave, identificati, e il responsabile della ong, in corso di identificazione. Il fermo è stato eseguito su indagini della polizia della squadra mobile di Ragusa e del Servizio centrale operativo (Sco) di Roma.

"Hanno istituito il reato di solidarietà": questo il commento polemico dell'avvocata Rosa Emanuela Lo Faro, che difende il comandante della Open Arms. "Poiché il decreto legge 286 del 1998 dice chiaramente che non commette reato chi soccorre persone, devo dedurre che hanno istituito il reato di solidarietà...". "Non ho potuto ancora leggere il provvedimento - aggiunge Lo Faro - perché, nonostante io sia il legale del comandante, hanno notificato il fermo e l'avviso di garanzia a un le