Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

venerdì 9 marzo 2018

Toni Iwobi, il nigeriano eletto al Senato con la Lega «Il movimento non è razzista»

corriere.it
di Armando Di Landro

60 anni, imprenditore informatico, quasi un leghista della prima ora. Di Spirano, paese della Bassa Bergamasca, era consigliere comunale del Carroccio già nel 1995. «Non c’è razzismo nel movimento, esistono posizioni forti ma anche tanto rispetto degli altri»

Toni Iwobi durante un incontro nella sede della Lega di Bergamo
Toni Iwobi durante un incontro nella sede della Lega di Bergamo

L’ha detto più volte dal palco di Pontida: «La Lega non è rassista...». Perché lui lo dice così, con le «s», con quella cadenza da continente nero, nonostante sia in Italia già dagli anni ‘70. Di Gusau, in Nigeria, Toni Iwobi, 60 anni, da Spirano (Bergamo), è il primo parlamentare di colore eletto dalla Lega: in Senato. È emozionato mentre ne dà conferma, risponde al telefono ridendo con qualcuno, che gli fa i complimenti: «Mi ha chiamato Calderoli nella notte, mi ha detto “ciao Senatore Iwobi”. Non posso ancora crederci, ma finalmente sembra che ce l’abbia fatta».

Esperto informatico, imprenditore con un’azienda che fa assistenza su hardware e software sia per privati sia per enti pubblici, Iwobi ha atteso per tutta la giornata di lunedì qualche riscontro sulla sua elezione, candidato a Bergamo nel proporzionale per il Senato: terzo in lista, un posto conquistato dopo anni di militanza (già nel 1995 era consigliere comunale d’opposizione a Spirano) e anche dopo la candidatura alle elezioni regionali lombarde nel 2013, che non aveva portato ad un seggio al Pirellone. In lista con lui, stavolta, proprio il veterano Calderoli e anche Daisy Pirovano, figlia dell’ex senatore bergamasco ed ex sindaco di Caravaggio Ettore Pirovano. E l’onda leghista, con un 35% sul territorio, gli ha permesso di staccare il biglietto per il Senato: proprio lui, che è anche diventato responsabile federale della Lega sull’Immigrazione.

Quinto di 11 fratelli, aveva vissuto negli Stati Uniti, dove si era laureato con studi in informatica, poi in Umbria e quindi a Spirano, dove si è sposato con una bergamasca. Ha parecchi parenti tra Gran Bretagna, Francia e America, insomma Iwobi è un figlio dell’immigrazione, ed è un sostenitore del motto leghista «aiutiamoli a casa loro». Ma come fa a stare proprio nella Lega? «È una domanda antica, che mi fanno tutti — risponde —. E io replico con un’altra domanda: ma esiste una “bibbia”, un “codice scritto”, che vieti a una persona di colore di stare nella Lega? No, non esiste. E l’Italia è un paese democratico? Lo è e ho la libertà di scegliere con chi stare, con chi impegnarmi. Chi sostiene che la Lega sia razzista sbaglia di netto: razzismo significa sentirsi superiori agli altri, mentre io nel movimento trovo tante posizioni forti, decise, ma anche molto rispetto».

6 marzo 2018 | 12:57

9 motivi per cui è meglio comprare un iPhone 8 invece di un iPhone X

repubblica.it
Dave Smith


Hollis Johnson/Business Insider

Apple ha annunciato l’anno scorso tre nuovi iPhone: l’iPhone 8, l’iPhone 8 Plus e l’iPhone X. Il prezzo di questi tre telefoni parte da 839 €, 949 € e 1.189 € rispettivamente. Il modello di iPhone più caro, l’iPhone X, rappresenta sotto molti aspetti il futuro dell’iPhone. Ma ci sono molti motivi per prendere in considerazione un iPhone 8 o un iPhone 8 Plus al suo posto. Eccone nove:

1. L’iPhone X è più costoso dell’iPhone 8

Apple
Per molte persone potrebbe essere il fattore più importante. L’iPhone 8 è venduto a partire da 839 €, mentre il più grande iPhone 8 Plus da 949 €. L’iPhone X, d’altro canto, parte da 1.189 €. Il calcolo è semplice: risparmi almeno 240 € con un iPhone 8 che, ricorda, è comunque un nuovissimo modello, con molte delle stesse caratteristiche dell’iPhone X.
2. L’iPhone 8 e l’8 Plus sono ideati dalle stesse menti dell’iPhone X

Apple
Questo è probabilmente il motivo principale per preferire l’iPhone 8 e l’8 Plus all’iPhone X: dal punto di vista funzionale,sono identici. Entrambi sono alimentati dal nuovo chip A11 Bionic della Apple, dotato di un motore neurale e del coprocessore di movimento M11. L’unica differenza è il modo in cui queste caratteristiche vengono usate dai telefoni: l’iPhone X usa il chip A11 e il motore neurale per il suo nuovo sistema di riconoscimento facciale, Face ID, non disponibile sull’iPhone 8.
E tutti e due hanno anche iOS 11, il che significa che avrai le stesse applicazioni e lo stesso ecosistema nell’iPhone 8 come nell’iPhone X.
3. Il Touch ID è più veloce del Face ID e, per molti versi, superiore

Apple
Dall’uscita dell’iPhone 5S nel 2013, il Touch ID ha cambiato il mondo in cui usiamo gli iPhone: per sbloccarlo, conservare password e pagare tramite Apple Pay. Touch ID è ormai una funzionalità nota e di comprovata efficacia. Possiedo un iPhone X da quasi quattro mesi e il Face ID funziona bene la maggior parte delle volte — ma come sottolinea il giornalista di Business Insider Tony Villas-Boas, il Face ID è meno affidabile e non altrettanto veloce rispetto al Touch ID.

Intendiamoci, il Face ID è un’ottima funzione. Secondo Apple è più difficile da raggirare rispetto al Touch ID e può funzionare in molte situazioni in cui pensi che non funzionerebbe: al buio, se indossi cappelli o occhiali o se cambi notevolmente il tuo viso. Recentemente mi sono rasato completamente la barba e il Face ID mi ha riconosciuto senza problemi. Però, il Touch ID è comodo da usare, funziona quasi all’istante e non ti richiede di guardare fisicamente il telefono. Face ID ha tantissime potenzialità, ma Touch ID è ancora lo standard di riferimento.
4. L’iPhone 8 e l’8 Plus supportano per la prima volta la ricarica veloce e la ricarica wireless — proprio come l’iPhone X

Hollis Johnson/Business Insider
L’iPhone 8, 8 Plus, e X supportano tutti lo standard di alimentazione wireless Qi, coma anche la ricarica veloce. L’aspetto negativo, sfortunatamente, è che devi comprare accessori extra se vuoi usare entrambi i metodi di alimentazione con questi nuovi iPhone. Apple propone molti tappetini di ricarica Qi (la base per la ricarica AirPower sarà disponibile più avanti nel 2018), e dovrai spendere dai 25 agli 80 € di accessori (in particolare, un cavo da USB-C a Lightning e un caricatore compatibile USB-C Power Delivery) se vuoi usare la ricarica veloce per il tuo iPhone 8, 8 Plus, o iPhone X. Di nuovo, è una spesa in più da prendere in considerazione quando pensi all’iPhone 8 rispetto all’iPhone X, che parte da 1.189 €.

5. L’iPhone 8 Plus e l’iPhone X hanno praticamente la stessa fotocamera

Hollis Johnson/Business Insider
Se ti interessa la fotografia, le fotocamere dell’iPhone 8 Plus dell’iPhone X sono praticamente identiche. L’iPhone 8 scatta ottime foto, ma il più grande 8 Plus ha in aggiunta un secondo teleobiettivo per zoomare senza perdere la qualità dell’immagine.L’unica differenza tra le fotocamere dell’iPhone 8 Plus e quelle dell’iPhone X è che l’X ha la stabilizzazione ottica dell’immagine per entrambe le fotocamere, grandangolo e teleobiettivo, per immagini più nitide soprattutto in situazione di poca luce.L’iPhone 8 Plus è dotato di sistema di stabilizzazione ottica solo per il grandangolo, come l’iPhone 7 Plus prima.

6. Anche le fotocamere frontali sull’iPhone 8 e sull’iPhone X sono identiche — a parte qualche funzione extra

Hollis Johnson/Business Insider
Sulla carta le fotocamere FaceTime HD sull’iPhone 8 e sull’8 Plus sono identiche, in quanto a funzioni, alla fotocamera frontale del sistema fotografico TrueDepth dell’iPhone X. Tutti questi telefoni scattano foto da 7 megapixel, hanno un diaframma con apertura ƒ/2.2 e registrazione video in 1080p.

L’unica differenza è che l’iPhone X ha alcune funzioni software “esclusive”: Modalità Ritratto per la fotocamera frontale (oltre che per quella sul retro); Illuminazione ritratto, che ti permette di sfumare lo sfondo per ottenere effetti spettacolari; e Animoji, con cui puoi inviare ai tuoi amici emoji animati che imitano la tua espressione facciale, parlando addirittura con la tua voce. Ma, in quanto possessore di iPhone X, secondo me nessuna di queste funzioni valgono la differenza di prezzo tra l’iPhone 8 l’iPhone X.
7. L’iPhone 8 non ha la “tacca” in alto

Apple
La tecnologia TrueDepth sull’iPhone X è l’unica interruzione sul display a tutto schermo. La “tacca” sul mio iPhone X non mi dà troppo fastidio X, ma la noto sempre. Si intromette in qualsiasi cosa: se stai provando un nuovo sfondo, o guardando un video, devi sempre tener presente la tacca. Inoltre, molte applicazioni devono ancora essere ottimizzate per la forma unica e per la configurazione dell’iPhone X, facendo sì che per il momento molte app appariranno come se stessero funzionando su un iPhone 7 o 8, lasciando inutilizzato gran parte dello schermo.
8. Se stai passando da un iPhone 7 o 7 Plus, la tua vecchia cover andrà bene per l’iPhone 8 — ma non per l’iPhone X

Hollis Johnson/Business Insider
Le dimensioni dell’iPhone 8 dell’8 Plus sono praticamente identiche a quelle dei loro predecessori, l’iPhone 7 e 7 Plus. I nuovi telefoni sono un po’ più pesanti, e ci sono lievi differenze nell’altezza, lunghezza e profondità, ma non raggiungono neanche il millimetro, permettendoti di usare le tue vecchie cover per iPhone 7. Le dimensioni dell’iPhone X sono completamente diverse da quelle degli iPhone precedenti, rendendo inutilizzabili le tue vecchie cover — una spesa ulteriore oltre a quella del telefono.
9. La durata della batteria dell’iPhone X è incredibile, ma l’iPhone 8 Plus la fa sembrare poca cosa

Apple
L’iPhone X ha una durata di batteria stupefacente. Secondo molti test, l’iPhone X ha una media di 12/13 ore di durata della batteria; davvero molto buona. Però, in rapporto, l’iPhone 8 e l’8 Plus hanno una durata della batteria superiore all’iPhone X. Aspettatevi 13/14 ore di durata per l’iPhone 8, e 14/15 ore per (o più) per l’Phone 8 Plus. È uno dei pochi telefoni che puoi portarti in giro essendo sicuro che resterà acceso tutto il giorno.

Il voto degli italiani all'estero: le Iene smascherano la truffa

ilgiornale.it
Luca Romano

Il "cacciatore di plichi" è un truffatore che sottrae le schede ancora da compilare prima che arrivino agli italiani residenti in altri paesi, soprattutto in Europa



"Una compravendita di 3.000 voti a Colonia, in Germania, documentata da un filmato esclusivo, ripreso 4 giorni fa con una candid camera.

E il filmato ha dell'incredibile". Le Iene Mediaset tornano a colpire e pubblicano sul loro sito il servizio che fa seguito a altri quattro servizi sulla "possibilità di brogli con il voto degli italiani all'estero grazie alla testimonianza di 'cacciatori di plichì, ovvero cacciatori di schede ancora da votare. Purtroppo da allora non è cambiato nulla e nessuno è intervenuto. Anzi, secondo le nostri fonti, la situazione - si legge nella nota della trasmissione - è addirittura peggiorata: le schede non vengono solo raccolte con il 'porta a portà ma vengono pure comprate quelle stampate direttamente dalle tipografie. La truffa, ai danni dei diritti politici di tutti, coinvolgerebbe anche alcuni consolati. Con cifre economiche e di numero di voti che spaventano".

"C'è stata una battaglia fino all'ultimo sangue perchè era tanta la concorrenza però i miei risultati li ho portati lo stesso", dice a Le Iene il 'cacciatore di plichì che "avevamo già sentito e che con queste elezioni avrebbe guadagnato, soltanto lui, 3.350 euro". "Per carità - avverte la redazione del programma Mediaset - il rischio che si tratti delle sparate di qualche imbroglione c'è sempre. Noi però questa volta ci siamo infiltrati in una vera e propria trattativa e l'abbiamo documentata. Oggetto di scambio: 3.000 voti. Stasera in onda potrete seguire tutti i passi della compravendita.

Questo è quello che abbiamo trovato noi, in una sola città e in soli due giorni. E a questo punto sono troppe le domande aperte". "Quante situazioni come questa ci sono state in giro per il mondo per queste elezioni? E' possibile che un candidato all'estero possa comprarsi la sua elezioni? Avevamo già denunciato lo scandalo: perchè non è stato fatto niente per evitare questa vergogna? Soprattutto, mentre si vota ancora: è democrazia questa?", domanda la nota diffusa ad urne ancora aperte.

Leggi anche: Un bombardamento di asteroidi di miliardi di anni fa ha ‘ingrandito’ la Terra, creando le condizioni per la vita

repubblica.it
Kif Leswing


  • Apple ha appena terminato la costruzione di Apple Park, un quartier generale da 5 miliardi di dollari, per alcuni un vero monumento architettonico.
  • Ma vi sono ammessi esclusivamente i dipendenti Apple, ed è improbabile che saranno effettuate visite guidate.
  • L’Ad Tim Cook dice che il motivo risiede nell’ingente quantità di dati confidenziali presenti all’interno dell’edificio
CUPERTINO, California — Gli azionisti presenti all’incontro annuale di Apple di martedì scorso hanno avuto l’opportunità di scoprire il nuovo Steve Jobs Theater, costruito all’interno del campus Apple Park da 5 miliardi di dollari appena inaugurato. Ma non hanno potuto vedere l’interno dell’edificio principale, l’“astronave”. Un azionista ha quindi chiesto all’Ad Tim Cook quando avrebbero potuto effettuare una visita.

La risposta? Probabilmente mai, perché l’astronave contiene dei segreti. “Il problema nel rendere accessibile l’edificio principale per delle visite è che in giro c’è davvero molto materiale sensibile“, ha detto Cook. “Attualmente, quello di mantenere questi segreti è un po’ il mio assillo”. La risposta di Cook richiama un commento sul campus fatto lo scorso anno dal designer capo di Apple, Jony Ive, che l’ha definito “casa nostra”.

“Non abbiamo realizzato Apple Park per gli altri“, ha detto Ive. “Ritengo quindi che molte delle critiche… siano totalmente bizzarre, dato che non è stato realizzato per voi. E io conosco il modo in cui lavoriamo, voi no”. Fondamentalmente, non riuscirete a entrare all’interno dell’edificio senza essere un dipendente Apple provvisto di badge.

E molte persone che hanno partecipato a incontri di affari presso il quartier generale della società di Cupertino dicono che se avete un incontro alla Apple, generalmente non siete autorizzati a visitare il posto. E le foto dell’interno dell’edificio pubblicate su Instagram da alcuni impiegati hanno iniziato a essere rimosse dopo che Business Insider ne aveva pubblicate alcune all’inizio di febbraio.
Cook ha scherzato con l’azionista, “Le manderò una foto”.
L’alternativa migliore

L’esperienza della realtà aumentata di cui parlava Tim Cook. Kif Leswing
Tuttavia, Apple ha costruito un luogo per i turisti nel proprio nuovo campus. Si trova dall’altra parte della strada. Il centro visitatori dell’Apple Park è una misto tra un Apple Store, un bar e un santuario di tutto quanto è Apple. Fan e turisti sono “il motivo per cui abbiamo creato il centro visitatori, dotato anche di realtà aumentata”, ha detto Cook, riferendosi allo spazio per la realtà aumentata di Apple che include un modello in scala dell’Apple Park che si può animare con la fotocamera dell’iPad.
“Se non ci siete ancora stati vi invito caldamente a farlo”, ha detto.

Ha poi proseguito: “La terrazza sul tetto vi offre una buona visuale. L’abbiamo realizzata per permettere agli utenti e ai fan di Apple di avvicinarsi il più possibile al parco stesso”.Dalla terrazza si può vedere parte dell’edificio astronave che spunta dagli alberi. Ma anche se il centro per le visite è bello e offre alcuni prodotti non disponibili altrove — tra cui magliette, cartoline e vestiti per bambini di marca Apple — non si trova comunque all’interno dell’Apple Park. Dai una sbirciatina qui.


T-shirt esclusive per Apple Park. Kif Leswing

Facebook, quando "Negri" non è razzismo e viene censurato. Nuovi interrogativi sulla moderazione social

repubblica.it
PAOLO GALLORI

Facebook, quando "Negri" non è razzismo e viene censurato. Nuovi interrogativi sulla moderazione social

Una mamma si rivolge a Salvini per fargli capire quanto le sue parole possano indurre incubi nei suoi figli. Una esponente della cosiddetta "sinistra a sinistra del Pd" commenta l'ondata di sdegno per lo spazio dato nella sua città a un incontro con un ex "cattivo maestro" del terrorismo rosso chiedendosi amaramente perché la stessa repulsione non investa l'attualissima presenza neofascista nelle stesse strade. Un candidato alla Camera nelle liste di Sinistra Rivoluzionaria riconosce e identifica per nome e cognome l'autrice dei versi riportati in una citazione.

Cosa hanno in comune queste tre persone? La risposta più ovvia è: la politica. Ma è sbagliata, anche se la politica probabilmente ha il suo ruolo in questa strana vicenda. La risposta esatta è duplice. Tutti e tre hanno usato il termine "Negri" nei loro post su Facebook. E tutti e tre hanno visto bloccati i rispettivi profili su intervento degli amministratori del social network in attesa della rimozione dei loro post. Con la stessa motivazione: "Rimuoviamo i post che attaccano le persone in base a razza, etnia, nazionalità, religione di appartenenza, orientamento sessuale, genere o disabilità".

Facebook, quando "Negri" non è razzismo e viene censurato. Nuovi interrogativi sulla moderazione social

In nessuno dei tre casi la parola messa all'indice da Facebook era stata utilizzata allo scopo di attaccare qualcuno. La signora Gabriella Nobile aveva voluto raccontare al leader leghista dei suoi due figli adottivi, additati a scuola come "negri" e atterriti all'idea di essere rispediti in Africa. Elisa Corridoni, della segreteria nazionale di Rifondazione Comunista ed esponente di Potere al popolo, scriveva della Ferrara indignata per l'arrivo di Toni Negri e invece apparentemente indifferente ai rigurgiti di estrema destra. Il pavese Mauro Vanetti aveva semplicemente scritto che lo stralcio di poesia che qualcuno aveva riportato sul suo profilo recava la firma di Ada Negri. Alla fine Facebook chiede scusa e corregge.

No, il razzismo qui non c'entra. Anche nel caso della signora Nobile, il cui post è palesemente un contributo alla causa della tolleranza. E se il razzismo non c'entra, l'attenzione si sposta naturalmente sulla "qualità" del controllo che Facebook svolge sullo tsunami di post che quotidianamente sommerge il social network. La policy è stata spiegata più volte, in relazione agli innumerevoli casi di censura applicata a foto di nudo artistico, opere d'arte esplicite, messaggi di personalità schierate che nulla avevano di offensivo e persino pagine di eminenti accademici che ai loro libri avevano dato titoli volutamente provocatori e invece scambiati per incitamenti all'odio.

In estrema sintesi, Facebook chiede agli utenti di segnalare i contenuti controversi, discutibili, offensivi, pericolosi. Le segnalazioni vengono prese in carico da un team internazionale di circa 14mila "esperti", a cui spetta decidere, anche in base alla legislazione del Paese dove il post è stato generato e utilizzando madrelingua in grado di decodificare alla perfezione il senso delle parole e delle immagini. Semplice, ma solo in teoria. Perché, se Facebook censura senza andare troppo per il sottile anche quanto non dovrebbe esserlo, la segnalazione si presta a diventare strumento di chi non è mosso da buone intenzioni ma usa Facebook per colpire per altre ragioni.

Rispondendo alle ultime sollecitazioni, Laura Bononcini, responsabile per le Relazioni Istituzionali di Facebook Italia, ha ammesso l'errore umano. "In alcuni casi, purtroppo - scrive in una dichiarazione -, commettiamo degli errori. Il nostro team che rivede i contenuti riceve, infatti, milioni di segnalazioni alla settimana e, occasionalmente, alcuni contenuti possono venire rimossi per errore. Quando veniamo a conoscenza di errori, investighiamo immediatamente, ci scusiamo con l'utente e ripristiniamo il contenuto dove giustificato".

Le tre vicende esposte, accomunate, ripetiamo, dall'uso di un'unica parola, circoscrivono il perimetro di un caso limite, per il quale sentir parlare di errore umano non suona come una spiegazione soddisfacente. Perché errare è umano, perseverare è diabolico. L'errore è ammissibile in un caso, non in tre, per post segnalati per un'unica medesima parola e a distanza di giorni l'uno dall'altro. E allora, se non è stata opera di Satana, chi ha perseverato? O meglio, chi ha deciso? Nonostante ripetute richieste, Facebook non ha voluto entrare nel merito, per cui si possono fare solo delle ipotesi.

La prima riguarda la qualità dei moderatori di Facebook, l'unico asset su cui Bononcini si sofferma. Inchieste degli scorsi anni si sono focalizzate sulla moderazione in ambiente Facebook, rilevando come sia stata in genere appaltata a società esterne le cui condizioni di lavoro, secondo rivelazioni di ex dipendenti, sono al limite. La signora Bononcini oggi enfatizza l'investimento sulle risorse interne: "Sappiamo che abbiamo ancora molto da fare e per questo motivo stiamo potenziando a livello globale i team che si occupano dei contenuti che ci vengono segnalati: ad oggi, abbiamo già circa 14.000 persone che lavorano sulla sicurezza, e arriveremo a 20.000 entro la fine del 2018".

Team di cui fanno parte, a detta di Facebook, persone esperte e madrelingua. Un italiano esperto e consapevole non avrebbe bloccato quei profili né rimosso quei contenuti. A meno che al madrelingua non sia richiesto di pensare, ma di limitarsi a verificare che nei contenuti segnalati vi siano parole e immagini su cui abbia ricevuto precise disposizioni a monte. In questo caso, la parola "negri". E, nel dubbio tra ignorare la pratica o procedere alla rimozione dei contenuti, opti per la seconda soluzione per eccesso di prudenza, o perché è più accettabile in un'ottica interna a Facebook scusarsi e rimettere tutto al suo posto che vedersi scoppiare tra le mani il petardo di polemiche strumentali sul mancato controllo.

Un secondo ipotetico scenario è l'intervento dell'intelligenza artificiale. Ovvero, che a procedere alla rimozione dei post contenenti la parola "negri" sia stato un algoritmo e non il fattore umano. Ad oggi, la moderazione Facebook agisce in automatico in tre aree. La prima è il riconoscimento delle segnalazioni riguardanti lo stesso contenuto, evitando così al team di valutare migliaia di volte la stessa situazione. La seconda è l'identificazione e la rimozione di immagini di nudo o pornografiche già cancellate in passato perché violano gli standard della comunità Facebook.

La terza riguarda il riconoscimento e il blocco di spam a fini commerciali o pornografici. Utilizzato in questo modo, l'algoritmo non si sostituisce al fattore umano ma è inteso come strumento che ne alleggerisce il compito operando una scrematura. La vicenda dei tre post rimossi per la stessa parola non può non alimentare il dubbio che la stessa scrematura automatica sia ora applicata ai termini che l'algoritmo è stato istruito a considerare inaccettabili. L'intelligenza artificiale li blocca a prescindere perché non dotata degli strumenti intellettuali di cui l'umano dovrebbe disporre per valutare le sfumature con cui quei termini vengono utilizzati.

In entrambe le ipotesi, il momento che vive l'Italia, la campagna elettorale, potrebbe aver influito sulle "regole d'ingaggio" della moderazione Facebook. Se ai controllori è stata passata una lista di temi che si sapeva avrebbero infiammato il dibattito online con annesso prontuario delle parole-miccia da disinnescare, o se l'algoritmo è stato aggiornato alla stessa terminologia, ecco che il peso della politica potrebbe spiegare perché il cognome "Negri" o i "negri" da difendere dagli attacchi razzisti facciano la stessa fine. Anche su questo, Facebook ha preferito non rispondere, ferma in una regola del silenzio che rafforza quella fastidiosa sensazione di poca trasparenza in un ambiente in cui le persone riversano una buona quota delle loro esistenze e per questo si vorrebbe fosse chiaro, soprattutto in quello che vi si muove dietro.

Di certo, farsi carico degli umori di un organismo globale come la comunità Facebook facendo sempre la cosa giusta e senza scontentare nessuno non è impresa facile. Si ricorda come, durante la campagna delle presidenziali Usa 2016, il social network finì nell'occhio del ciclone perché i moderatori arginavano nella sezione "news" un'alta percentuale dei contenuti favorevoli a Trump. Zuckerberg rispose alle accuse di parzialità con una mossa spiazzante: "Se non vi fidate, la moderazione sulle elezioni sarà puramente algoritmica". Il risultato fu che la sezione divenne il paradiso delle fake news. Perché al "drone" si può chiedere di inseguire e annientare una preda. Search & Destroy. Non di stanarla e poi chiedersi perché.

I foreign fighter stanno tornando

ilgiornale.it
Alberto Bellotto

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Qualcuno, un po’ ingenuamente, aveva creduto che la caduta di Raqqa, Mosul e Deir Ezzor, fosse il segno della fine dello Stato islamico. In realtà le cose non sono state così semplici. Se è vero che la conclusione del Califfato come l’abbiamo conosciuto ha coinciso con la liberazione delle sue roccaforti, è anche vero che i miliziani guidati da al-Baghdadi non sono ancora stati sconfitti. Sacche di resistenza sono ancora presenti nelle zone desertiche della Siria e in altre aree del Paese. Un crollo che ha fatto tornare l’Isis alle sue origini, a quell’insorgenza locale che la generò nell’Iraq post-Saddam. Ma la fine dell’utopia jihadista ha comportato anche un’altra insidia, molto pericolosa per l’Europa. Quella dei foreign fighters di ritorno.

Un recente studio del think tank Soufan Center ha cercato di tracciare i miliziani che hanno fatto ritorno nei Paesi di origine dopo la sconfitta dell’Isis. In particolare ha provato di rispondere a due semplici domande: dei circa 40 mila combattenti confluiti in Siria e Iraq quanti sono rientrati? E dove sono andati? Lo studio ha “seguito” circa 5.600 persone scoprendo in quali paesi sono finiti combattenti e potenziali terroristi.


Per tutti i Paesi il loro rientro rappresenta una sfida di difficile soluzione. Molti sono stati incarcerati e finiti sotto processo mentre altri sono stati inseriti in programmi di riabilitazione e reinserimento. Ma si tratta di dispositivi che però non sono mai stati provati prima e dei quali non si conosce ancora l’esito. Al momento nessuno dei combattenti rientrati è stato coinvolto direttamente in attacchi o episodi di violenza, ma la loro presenza in contesti sensibili, pensiamo ad esempio a una banlieue francese, potrebbe influenzare diversi giovani spingendoli alla radicalizzazione.

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Una sfida alla sicurezza per Tunisia, Arabia e Turchia

I paesi che in questo senso si troveranno ad affrontare l’insidia più pericolosa sono sicuramente Turchia, Arabia Saudita e Tunisia. Ankara ha visto partire per la vicina Siria circa 1.500 persone e ne ha viste rientrare poco più di 900. Allo stesso modo Riad dovrà trovare un modo di gestire 760 combattenti sugli oltre 3.200 partiti. Non va meglio alla Tunisia. Il Paese è in una situazione di forte fragilità dopo le rivolte del 2011 e gli 800 jihadisti rientrati potrebbero contribuire a una nuova destabilizzazione. Non va meglio ad alcuni Paesi europei già colpiti dal terrorismo tra il 2015 e 2017. La Russia, uno dei bacini più grandi per i foreign fighters (3.400 quelli partiti) ha visto rientrare 400 persone; il Regno Unito che ha ripresi 400 su 850 e la Francia 271 su 1.900.

Numeri molto più bassi per gli Stati Uniti e il Canada. Ottawa ha visto partire 180 combattenti e di questi ne sono rientrati circa una sessantina. Dagli Usa sono invece andate via circa 130 persone e di queste quelle rientrate sono una decina. Secondo il Soufan Center quelli che hanno rimesso piede sul suolo americano sono sette, ma un recente studio della George Washington University ha individuato circa 12 “returnees”, di questi nove sono finiti in manette per terrorismo, mentre altri tre non sono stati incriminati. La ricerca ha mostrato come in generale l’approccio principale di trattare i combattenti di ritorno sia stato quello di delegare la loro gestione al sistema giudiziario e penitenziale.

Cinque categorie per classificare i combattenti

La soluzione però è tutt’altro che a portata di mano. Come hanno più volte sottolineato gli esperti, la questione posta dai combattenti di ritorno è molto complessa. In primo luogo bisogna ricordare che molti degli attentati che hanno colpito l’occidente durante tra il 2014 e 2016 sono stati compiuti da simpatizzanti o persone che non erano riuscite a raggiungere la Siria: terroristi domestici che avevano seguito le indicazioni del portavoce del califfato Abu Muhammad al-Adnani di attaccare con qualsiasi mezzo gli “infedeli”.

In secondo luogo va tenuto presente che l’obiettivo primario di chi viaggiava verso Siria e Iraq non era compiere attentati nei Paesi d’origine ma raggiungere l’utopia sanguinaria di al-Baghdadi. A questo punto l’insidia più grande è rappresentata proprio da come verranno gestiti. Se dovessero ritrovarsi nelle stesse condizioni sociali che ne avevano prodotto la partenza potrebbero ricadere nelle stesse reti di reclutamento jihadista che però nel frattempo sono mutate, ritornate a forme terroristiche più tradizionali. Il Soufan Center ha individuato almeno cinque diverse categorie di returnees:
  1. Quelli che sono rientrati presto o dopo una breve permanenza: si tratta dei combattenti che hanno lasciato il Califfato prima che iniziasse a perdere terreno e che non hanno sviluppato particolare attaccamento nei suoi confronti;
  2. Quelli rientrati dopo, ma disillusi: sono i combattenti che hanno lasciato l’Isis quanto il gruppo ha assunto comportamenti sempre più violenti e brutali e quando sono emerse dei disaccordi sulla dottrina da seguire. In questo caso molti di loro potrebbero ancora condividere il sogno di uno Stato islamico ideale e potrebbero legarsi a nuovi emiri del terrore;
  3. Quelli che non hanno avuto scrupoli nell’attirare le tattiche dell’Isis: i combattenti di questa categoria si sarebbero abituati alla brutalità del gruppo al punto da essere pronti a nuove battaglie come dimostrano i trasferimenti verso la Filippine, nel Sinai e in Afghanistan;
  4. Quelli costretti a lasciare il Califfato o catturati: di questo fanno parte i miliziani arresi durante l’avanzata dell’esercito iracheno e curdo e coloro che in accordo con i vertici del gruppo hanno intrapreso la via della clandestinità per compiere attentati, soprattutto in Siria e Iraq.
  5. Quelli spediti a combattere in altri scenari: è una delle categorie più subdole. Si tratta di combattenti che sono stati preparati alle fasi successive della caduta. Un modello molto simile alle cellule create per compiere attacchi fuori dai confini come i commando che hanno attaccato Parigi o Bruxelles. Il rapporto del Soufan spiega però che solo pochi di loro farebbero parte di cellule attive. 
  6. Che il tema resti delicato viene dimostrato anche dal fatto che non tutti i Paesi sono concordi nel modo di gestire queste persone. Un esempio su tutti è il caso dei terroristi britannici noti come i Beatles, un gruppo di quattro tagliagole di origine britannica del quale faceva parte anche Jihadi John. Gli ultimi due membri del commando sono stati recentemente catturati in Siria dalle forze della colazione a guida americana.
  7. Responsabili di esecuzioni come i giornalisti americani James Foley and Steven Sotloff, hanno causato una frattura tra Londra e Washington. Secondo la diplomazia statunitense i due, El Shafee Elsheikh and Alexanda Kotey, dovrebbero rientrare in Inghilterra ed essere messi sotto processo. Di diverso avviso invece il ministro della difesa britannico Gavin Williamson che ha detto ai giornali del Regno Unito che i due hanno voltato le spalle al Regno e che non devono più mettere piede nel Paese.
  8. Il caso dell’Italia


    La recente “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza” degli 007 italiani ha messo in luce che nel 2017 in Italia “non si sono registrate nuove partenze in direzione del teatro siro-iracheno e che gli ulteriori casi di foreign fighters a vario titolo collegati con l’Italia nel contempo emersi sono da riferire per lo più a trasferimenti verso il campo di battaglia verificatisi in anni precedenti”. Il rapporto però non ha dedicato molto spazio ai combattenti rientrati, ma ha messo in luce i rischi collegati agli “estremisti homegrown, mossi da motivazioni e spinte autonome o pilotati da ‘registi del terrore'”. Una tendenza che ormai è diventata quasi un’ossessione.

Da Napoli a Venezia tra gli scrutatori troppi autisti del trasporto pubblico: meno bus e vaporetti

lastampa.it

E a Roma il Codacons annuncia: «Presenteremo un esposto alla Corte dei Conti perchè apra un’indagine su questa adesione di massa che causerà disagi agli utenti»


A Venezia a rischio anche il servizio di navigazione

Tra gli scrutatori, i rappresentanti di lista nei seggi e i presidenti di questa tornata elettorale, ci sono molti (troppi) dipendenti delle aziende di trasporto pubblico. Per questo si prevedono disagi. 
Napoli A Napoli sono oltre 300 (su 2400) i dipendenti dell’Azienda napoletana mobilità impegnati ai seggi e di questi 300 ben 150 sono autisti. L’Anm comunica di aver chiesto una «rimodulazione del servizio ordinario per la partecipazione di parte del personale aziendale alle consultazioni elettorali di domenica 4 marzo», facoltà, sottolinea Anm, «prevista dalla normativa vigente». Già da oggi, quindi, fino a lunedì 5 marzo bus e filobus circoleranno a regime ridotto per consentire come di diritto i riposi compensativi del personale impegnato nei seggi. Oggi e domani, domenica 4 marzo, la Funicolare di Mergellina resterà chiusa al pubblico per dirottare il personale sugli altri 3 impianti di Montesanto, Centrale e Chiaia che funzioneranno regolarmente con le consuete frequenze e orari di esercizio. La copertura delle fermate della funicolare Mergellina sarà garantita da una navetta sostitutiva.

Venezia
Disservizi anche a Venezia e in terra ferma per lo stesso motivo: sono oltre 300 i lavoratori dell’azienda di trasporto Actv che hanno chiesto il permesso per seguire le elezioni. Queste assenze contemporanee hanno costretto l’azienda a sforbiciare i collegamenti, comunicando che «fino a lunedì 5 marzo, a seguito dell’assenza dal servizio di numerosi dipendenti i servizi di trasporto pubblico locale automobilistico, tranviario e di navigazione Avm-Actv potrebbero subire ritardi, modifiche o cancellazioni». In particolare, la linea 2 tra piazzale Roma e Rialto sarà sospesa e fatta con orario festivo per quanto riguarda i vaporetti, mentre il servizio automobilistico potrebbe essere interessato da occasionali salti corsa, sull’urbano di Mestre e Lido, extraurbano nord e sud, urbano di Chioggia.

Roma
A rischio trasporti e raccolta rifiuti. Circa 1000 dipendenti di Ama e Atac sono impegnati nelle operazioni di voto: una percentuale pari al 10% di tutti gli scrutatori della capitale. Proteste da parte del Codacons: «Già il trasporto pubblico e il servizio di raccolta rifiuti a Roma versano in condizioni pietose e non sono neanche lontanamente in grado di soddisfare le richieste degli utenti. Questa massiccia astensione dal lavoro - denuncia il presidente Carlo Rienzi - rischia di avere ripercussioni per chi si sposta con bus, metro e tram, riducendo le corse e alimentando i ritardi nei collegamenti a tutti danno dei cittadini, e di ritardare il servizio di raccolta rifiuti e pulizia strade». Per questo il Codacons presenterà un esposto alla Corte dei Conti del Lazio «affinché apra una indagine sul caso e verifichi chi ha autorizzato un numero eccessivo di dipendenti Atac e Ama ai seggi, accertando al contempo il danno economico subito dalle due aziende e dalla collettività», conclude Rienzi

I luoghi simbolo della campagna elettorale: ecco le piazze scelte dai partiti di ieri e di oggi

lastampa.it
fabio martini

Il comizio di chiusura dei Cinque Stelle in piazza del Popolo, ex storico spazio dei missini, mentre 5 anni fa i grillini conquistarono la rossa San Giovanni, per anni regno di Pci e Cgil


Piazza del Popolo a Roma scelta dai Cinque Stelle per il comizio di chiusura della campagna elettorale

Un tempo le città italiane, e Roma in particolare, erano divise da linee politiche invisibili: per decenni i militanti di opposte fazioni hanno saputo che per loro alcune zone erano off limits. Come hanno raccontato successivamente ex giovani missini come Maurizio Gasparri e Teodoro Buontempo, fino alla fine degli anni Ottanta per i più noti era talmente sconsigliato farsi vedere in alcune zone di «sinistra», che alcuni di loro hanno passeggiato per la prima volta in piazza Farnese quando oramai erano adulti. E qualcosa di analogo valeva per i militanti di sinistra nel quartiere della Balduina, dove aveva sede una sezione dell’Msi frequentata da militanti molto aggressivi.

Una divisione per zone di influenza che si trasmise anche alle piazze dei grandi comizi, che allora erano autentici eventi, non eccezioni come in questa campagna elettorale. Giorgio Almirante, grande oratore e protagonista di comizi memorabili per i militanti missini, preferiva l’ottocentesca piazza del Popolo e oggi sulla Rete si possono rintracciare foto di folle compatte, molto più dense di quelle che negli anni successivi hanno popolato quella stessa piazza. Folle di fedi diverse, Ulivo, Cgil e il comizio di chiusura dei Cinque stelle per le Politiche 2018. Piazza amata dai partiti perché a seconda di dove si colloca il palco, può ospitare 60 mila persone (il pienone) oppure 15-25 mila.

Ma i due comizi storicamente più importanti restano quelli che si svolsero in questa piazza poco prima del referendum sul divorzio nel maggio 1974. Il comizio di Amintore Fanfani, che usò espressioni colorite per trascinare militanti ed elettori a votare per il Sì all’abrogazione della legge Fortuna che aveva istituito anche in Italia la possibilità di divorziare. Ma anche il comizio dei leader laici (ma non i comunisti) che parlarono uno dopo l’altro in piazza del Popolo e quel comizio fu premonitore di una vittoria imprevista e maturata sotto l’egida laica.

Scrisse Oriana Fallaci: «Da New York ero tornata in tempo per partecipare al grande comizio di Piazza del Popolo e ascoltare Nenni, La Malfa, Parri, Malagodi, Saragat. Un comizio che m’aveva esaltato. Perché era bello, sì, vedere nuovamente riuniti quei vecchi che s’eran battuti una vita intera per la libertà. Sembrava di tornare ai tempi del comitato di Liberazione, guardandoli, ai tempi in cui eravamo sicuri di poterci regalare un mondo più giusto e più intelligente perché il fascismo era stato sconfitto». E pochi giorni dopo, la splendida piazza Navona fece da scenario per al festa in piazza più famosa della storia della Repubblica: quella dei Radicali per la vittoria del No all’abrogazione del divorzio.

Piazza San Giovanni, la più grande di Roma, con una capienza da 200mila persone, è stata la piazza dei grandi comizi del Pci, ma anche da due funerali memorabili e di grande commozione: quelli dei due leader più carismatici nella storia della sinistra italiana, Palmiro Togliatti ed Enrico Berlinguer. Prima che dai grillini, San Giovanni fu «violata» nel settembre 2002 dai «girotondi» di Nanni Moretti, ma soprattutto nel maggio 2007 dai leader del centrodestra, Berlusconi, Fini e Bossi. E ha cambiato ospiti anche piazza Santi Apostoli (7-10mila persone). Dopo aver ospitato comizi socialisti, dal 1996 diventa la piazza simbolo dell’Ulivo di Prodi ma nel luglio 2017 viene scelta da Giuliano Pisapia per il lancio della propria «Opa» sull’area a sinistra del Pd, un’operazione politica che qualche mese dopo verrà giudicata severamente proprio da Romano Prodi.

Verso il voto. Visti dagli altri: così gli inglesi raccontano le ‘incredibilmente complesse’ elezioni italiane

repubblica.it
Will Martin


Reuters

Questo articolo è stato tradotto dall’edizione inglese di Business Insider.

  • Le elezioni politiche italiane del 2018 sono tra poco più di due settimane
  • Il sistema elettorale del Paese è notoriamente complesso e un governo di coalizione è quasi garantito
  • Una nuova legge elettorale sono entratre in vigore per l’elezione del 2018
  • Il voto è pieno di intrighi, con l’ascesa del movimento populista Cinque stelle e il ritorno di Silvio Berlusconi tra i punti più rilevanti
  • Business Insider Uk evidenzia alcune delle questioni chiave di queste elezioni
LONDRA – Le elezioni politiche italiane – che si terranno il prossimo 4 marzo – sono un evento estremamente significativo, non solo per il Paese, ma per l’Europa nel suo insieme.La politica italiana ha sempre avuto qualcosa di caotico. Oltre 60 diversi capi di governo dopo la Seconda Guerra Mondiale, un sistema politico in cui un governo di maggioranza è quasi impossibile e il fatto che venga classificata come “democrazia imperfetta” indicano i problemi che l’Italia deve affrontare.L’elezione di quest’anno non è diversa a questo proposito, e Business Insider (edizione Regno Unito) ha deciso di evidenziare alcune delle caratteristiche più intriganti delle elezioni italiane.
Il movimento Cinque Stelle

Il leader del movimento Cinque stelle, Luigi Di Maio parla durante la manifestazione finale per le elezioni regionali a Palermo, 3 novembre 2017. Reuters/Guglielmo Mangiapane
Fondato nel 2009, il M5S è dato vincente praticamente in ogni sondaggio e potrebbe ottenere il maggior numero di seggi alla Camera dei Deputati. Le politiche del partito non si collocano perfettamente sullo spettro politico tradizionale sinistra-destra: questa è una delle cose che tengono a sottolineare. È anti-establishment, euroscettico, anti-immigrazione e pro-ambiente. La dicitura “Cinque Stelle” si riferisce alle sue cinque questioni principali:
  1. acqua di proprietà pubblica,
  2. trasporti sostenibili (eco-compatibili),
  3. sviluppo sostenibile,
  4. diritto all’accesso a Internet
  5. e ambientalismo.
La popolarità dei Cinque Stelle li ha portati a moderare la loro posizione su alcuni temi e a eleggere un nuovo leader, il 31enne Luigi Di Maio, che ha sostituito il comico Beppe Grillo, fondatore di Cinque Stelle, nell’ottobre 2017. Ciò ha permesso al partito di guadagnare ancora più popolarità e di passare in soli otto anni dall’essere un movimento di protesta a una forza politica a tutti gli effetti.La storia di Di Maio non è quella di un politico classico. È cresciuto a Napoli, ha abbandonato l’università e prima di diventare leader dei Cinque Stelle non aveva mai svolto un lavoro professionale. Un articolo del Daily Telegraph prima della sua elezione lo descriveva come un “ex cameriere”.

Discutendo di Cinque Stelle in un’intervista con il Washington Post nel novembre 2017, Di Maio ha dichiarato: “Il movimento è nato dal fallimento dei partiti sia di sinistra sia di destra”. “Il vero problema in Italia è che ci sono molti cittadini che non si identificano con queste partiti perché non riescono a difendere i valori e gli interessi delle diverse parti del Paese”.
Come funzionano le elezioni?

Reuters/Alessandro Bianchi
Le elezioni politiche in  Italia avvengono attraverso una combinazione di uninominale e proporzionale. La Camera dei Deputati, simile alla Camera dei Comuni del Regno Unito, ha 630 seggi, con 232 eletti tramite collegio uninominale e 386 col proporzionale. I restanti 12 seggi sono assegnati a politici votati dagli italiani che vivono all’estero. Una divisione simile è presente anche nella “Camera alta” del parlamento italiano – il Senato della Repubblica – con 102 membri del Senato eletti tramite uninominale e 207 tramite proporzionale. Sei senatori sono eletti dagli elettori all’estero. Quei deputati e senatori eletti dal proporzionale sono determinati attraverso un sistema basato su liste.

In precedenza, le leggi elettorali italiane davano una maggioranza automatica in Parlamento a qualsiasi partito garantisse il 40% dei voti, ma questa regola è stata abolita. Tuttavia, è probabile che qualsiasi partito o coalizione di partiti sia in grado di governare in modo ragionevolmente efficace.Diversi partiti sono costantemente parte di vaste coalizioni e mettono insieme le loro risorse per formare blocchi elettorali basati sulle loro posizioni ideologiche. Ad esempio, l’attuale governo italiano, guidato dal tecnocrate Paolo Gentiloni, ha ministri di quattro diversi partiti.

A dimostrazione di quanto complesse sia la politica italiana, il grafico seguente illustra le relazioni tra i principali rami governativi dell’Italia:

Facile vero? 111Alleskönner/Wikimedia Commons/CC 3.0
Come funziona la politica italiana
L’elezione del 2018 è la prima votazione in cui sono in vigore le norme di cui sopra, che sono state approvate come legge solo lo scorso ottobre dal governo in carica. Il governo di Gentiloni è salito al potere alla fine del 2016 dopo che gli italiani hanno respinto un referendum sulla riforma del sistema elettorale proposto dall’allora primo ministro, Matteo Renzi. Renzi si giocò la sua reputazione politica individuale su quel voto e fu costretto a dimettersi, portando al governo di Gentiloni. Dopo alcuni mesi di ritiro, Renzi è tornato come leader del Partito Democratico di centro-sinistra (Pd), e vuole essere ancora una volta primo ministro nel 2018. Allo stato attuale, le sue possibilità sono piuttosto ridotte, con il Pd che tocca una media di circa cinque punti in meno dei Cinque Stelle.
Il ritorno di Silvio Berlusconi

Il leader del partito di Forza Italia Silvio Berlusconi saluta i sostenitori accanto al candidato alle regionali siciliane Nello Musumeci durante una manifestazione a Catania, Italia, 2 novembre 2017. Ruters/Antonio Parrinello
Un altro fatto singolare delle elezioni italiane nel 2018 è il ritorno del quattro volte primo ministro Silvio Berlusconi. Berlusconi è stato condannato per frode fiscale nel 2013 ed è stato condannato a quattro anni di prigione. Tre di quegli anni gli sono stati graziati e, a causa della sua età, gli è stata risparmiata la prigione a favore del lavoro di comunità non retribuito. La condanna di Berlusconi significa che non è più idoneo a ricoprire cariche legislative nei prossimi sei anni, creando una situazione unica in cui può rimanere il leader del suo partito, il partito di destra Forza Italia, ma non sarà in grado di detenere alcun tipo di carica se il partito entra in una coalizione di governo.

Nonostante la sua condanna, Berlusconi è ancora estremamente popolare tra molti elettori italiani e Forza Italia è destinata a ottenere circa il 18% del voto popolare. Il partito ha un accordo di coalizione con la Lega Nord, un partito all’estrema destra dello spettro politico. Guidata da Matteo Salvini, la Lega Nord è fortemente contraria all’immigrazione, e promette di chiudere efficacemente i confini italiani, oltre a voler rimpatriare 100mila immigrati all’anno. Oltre ad essere fortemente anti-Ue, il partito vuole anche sconfiggere il crimine, riaprire le case chiuse e migliorare le relazioni con la Russia. Attualmente i sondaggi la danno a circa il 13%.
Chi vincerà?
Allo stato attuale, il Movimento Cinque stelle è probabilmente il più grande partito singolo con circa il 28% dei voti. Ciò, tuttavia, non significa necessariamente che guiderà il prossimo governo. I Cinque Stelle hanno escluso qualsiasi progetto di coalizione in passato, e anche se la loro posizione sul governo in tandem con altri partiti sembra essersi ammorbidita, niente è garantito.

Al secondo posto c’è il Partito democratico di centro-sinistra di Renzi, con circa il 23%. Sebbene sia ben dietro ai Cinque Stelle, il PD ha il vantaggio di avere precedenti partner della coalizione con cui lavorare in un’alleanza di centro-sinistra. Tale alleanza includerebbe i partiti Più Europa, Insieme e Lista Civica Popolare e probabilmente arriveranno a circa il 30% dei voti.

Dietro di loro c’è la coalizione tra Forza Italia di Berlusconi e la Lega Nord, anche se con il sostegno di partiti minori di destra come Fratelli d’Italia e Noi con l’Italia, c’è la possibilità che un’alleanza guidata da Berlusconi possa arrivare al 40%.

Ecco la posizione nei sondaggi, ferma a gennaio (una legenda dei partiti principali può essere vista sotto):

Impru20/Wikimedia Commons/CC 3.0
Cinque stelle: Giallo – Partito Democratico: Rosso – Forza Italia: Blu – Lega Nord: verde

In realtà, però, gli elettori italiani sono un insieme abbastanza volubile e le fedi politiche potrebbero cambiare rapidamente nelle settimane precedenti le elezioni, specialmente di fronte alla realtà economica che sta affrontando l’Italia in questo momento.

Karen Ward, di JPMorgan Asset Management ha fatto il punto a gennaio quando ha dichiarato a Business Insider che l’attuale performance economica dell’Italia – che è più forte di quanto sia stata in molti anni – suggerisce che partiti come Cinque Stelle e Lega Nord difficilmente causeranno uno stravolgimento grande quanto si aspettano alcuni.“Quando le persone arrivano alle urne, se l’economia è stata forte negli ultimi mesi, decidono in fin dei conti di non far affondare la barca e semplicemente rimangono con quelli che hanno visto portare a termine questa ripresa”, ha detto Ward.