Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

lunedì 26 febbraio 2018

Scemocrazia

lastampa.it
Mattia Feltri

Molti ricorderanno gli effervescenti ragazzi del collettivo Hobo, quelli che impedivano le lezioni a Bologna del professore Angelo Panebianco al grido «cuore nero», o che facevano rogo dei libri di Matteo Salvini: non un gran danno alla saggistica, ma tantomeno un inchino alla democrazia. Nelle ultime settimane sono tornati friccicarelli, come si dice a Roma, con un’irruzione in una sede bolognese del Pd per imputare ai presenti di avere «venduto l’Italia ai fascisti», e un’altra in consiglio comunale per esibire lo striscione con su scritto «complici dei fascisti». 

Ne è saltata fuori una discussione coi vigili urbani, due dei quali sono finiti al pronto soccorso, ma non siamo qui a rimarcare la lotta al fascismo, soprattutto là dove non c’è, con metodi fascisti: una vecchia storia evidente a chiunque non chiuda gli occhi. È per tratteggiare questo contegnoso collettivo che per il prossimo giovedì ha organizzato una festa all’Università dove chi strapperà la tessera elettorale avrà offerta una birra. Anche l’astensione ha un significato politico, ma così, l’astensione organizzata come resistenza a tutti i partiti, tutti fascisti allo stesso modo, in una puerile e digrignante persuasione che la democrazia è un inganno, una dittatura mascherata, ecco, così ha dell’esoterico.

Una bizza da bambinetti che scansano la scodella perché sono abituati alla pancia piena. Gli si darebbe in dono una ventina d’anni di fascismo, ma di quello vero, e allora sì che gli tornerebbe la voglia di votare. 

Alassio, «don Lu» riabilitato dal tribunale ecclesiastico regionale

lastampa.it
GIO’ BARBERA

Il sacerdote era stato condannato a sette anni e 8 mesi di carcere per aver molestato una chierichetta della chiesa di San Vincenzo nel 2009 e ha finito di scontare la pena


Luciano Massaferro

Riabilitato «don Lu», l’ex parroco di Alassio condannato in Cassazione a 7 anni e 8 mesi di carcere per aver molestato una chierichetta della chiesa di San Vincenzo nel 2009. Lo ha comunicato ieri mattina, nel corso dell’Assemblea del Clero, monsignor Guglielmo Borghetti dopo aver ricevuto una comunicazione ufficiale del cardinale Angelo Bagnasco circa la sentenza pronunciata dal Tribunale regionale ecclesiastico. 

Il testo recita che il sacerdote Luciano Massaferro «deve essere completamente riabilitato in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti» e che pertanto debbano cessare le pene cautelative imposte dal vescovo di Albenga- Imperia. Resta immutata la posizione del sacerdote Luciano Massaferro come venne disposto a suo tempo nella sentenza penale della magistratura italiana.

Dopo quattro anni di processo penale canonico, tra prove raccolte e testimonianze acquisite, su segnalazione della Congregazione per la dottrina della fede, i giudici ecclesiastici hanno «assolto» il sacerdote alassino. Con la sentenza canonica di assoluzione il sacerdote Luciano Massaferro può tornare a celebrare pubblicamente la Santa Messa e i Sacramenti della vita cristiana. Il vescovo diocesano Guglielmo Borghetti ha prospettato, in pieno accordo con il sacerdote, un suo reintegro graduale nel ministero pastorale e nella vita diocesana. «Auspico che la sentenza canonica sia accolta con animo sereno dai fedeli che in questi anni hanno seguito l’intera vicenda», ha detto il presule.

L’ex parroco di San Vincenzo e San Giovanni di Alassio aveva finito di scontare la sua pena il 5 marzo 2016. Nel 2012 era stato condannato a 7 anni e 8 mesi di carcere nel in Cassazione. L’arresto del sacerdote, da parte della squadra mobile della questura di Savona e del commissariato di Alassio, però risale al 29 dicembre 2009. L’ex parroco aveva trascorso un certo periodo di detenzione nelle carceri di Sanremo e La Spezia, quindi ai domiciliari nel convento di Diano Castello. «Sono libero dopo aver pregato il Signore per sette anni» aveva confidato il sacerdote agli amici e collaboratori più stretti una volta espiata la pena.

Dal 2015 era stato affidato in prova alla Casa della Carità di Imperia. Nella struttura gestita dalla Diocesi di Albenga e Imperia, don Luciano Massaferro lavorava come addetto allo smistamento degli aiuti alimentari per le persone bisognose. Avrebbe dovuto espiare la pena fino all’estate 2017 ma ha usufruito di uno sconto per «buona condotta»: 45 giorni ogni 6 mesi scontati. Alla fine ha espiato 6 anni e 2 mesi. Per il sacerdote c’era stata una grande mobilitazione da parte di amici e fedeli con cortei di solidarietà proprio ad Alassio. Durante la detenzione il prete aveva scritto 100 lettere ribadendo la sua innocenza e ora il «Tribunale della Chiesa» ha confermato la sua tesi.

La bufala via WhatsApp sulle bollette della luce, il Codacons: state attenti

lastampa.it

«Messaggio pericolosissimo perché invita anche a non pagare la bolletta in attesa di una non meglio specificata sentenza del Tar»



Il Codacons lancia l’allarme sul caos scoppiato per la questione delle morosità sulle bollette elettriche addebitate a tutti gli utenti, con tanto di pericolosissime bufale che circolano in queste ore sul web e attraverso catene inviate tramite WhatsApp.

«Sui social network e attraverso testi inviati da cellulare messaggi che annunciano un addebito da 35 euro sulla bolletta della luce di aprile, finalizzato a coprire i debiti degli utenti morosi, quelli cioè che non hanno pagato la propria bolletta elettrica - denuncia il Codacons - Un messaggio pericolosissimo perché invita anche a non pagare la bolletta in attesa di una non meglio specificata sentenza del Tar, e a decurtare questi 35 euro dal bollettino postale. Si tratta di una bufala a tutti gli effetti, che solo in parte si fonda su un aspetto reale».

La deliberazione dell’Autorità per l’energia, spiegano i consumatori, si prefigge infatti l’obiettivo di spalmare sugli utenti finali le morosità, ma solo relativamente agli oneri di sistema non pagati dagli operatori ai distributori dell’energia.

Un principio per il Codacons palesemente ingiusto perché, al di là degli importi e dell’entità dei ricarichi in bolletta, spalma sui consumatori onesti parte dei debiti accumulati sulle bollette elettriche. Proprio in tal senso il Codacons sta preparando un ricorso al Tar della Lombardia, dove si impugnerà la delibera dell’Autorità per l’energia chiedendone l’annullamento nella parte in cui addebita all’intera collettività gli oneri di sistema non pagati. 

Anche Altroconsumo, citato nei messaggi come fonte, prende le distanze: «Continua a generare il panico tra i consumatori. Parliamo della notizia che mette in allerta i clienti in regola con le bollette dell’energia: presto dovranno farsi carico anche delle fatture non pagate dagli altri utenti morosi. Per alimentare la polemica, su WhatsApp sta circolando un messaggio che cita Altroconsumo per dare stime e consigli sbagliati: si tratta di una bufala».

Google rivela altre vulnerabilità dei prodotti Microsoft

lastampa.it
Marco Tonelli

Le falle sono presenti nel browser Edge e su Windows 10. Entrambi i bug sono stati rivelati prima della pubblicazione delle patch da parte di Microsoft



Ancora Google Project Zero, ancora falle nella sicurezza di un prodotto Microsoft. 
Qualche giorno fa, il team di ricerca del colosso di Mountain View aveva reso pubblica una vulnerabilità basata sull’esecuzione di un codice all’interno del browser Edge. Due giorni dopo, i ricercatori hanno rivelato l’esistenza di un altro problema , ma questa volta in Windows 10: A causa dell’errore, un utente normale potrebbe ottenere lo status di amministratore del sistema. Entrambe le vulnerabilità sono state rivelate prima della pubblicazione delle patch da parte di Microsoft.

La prassi di Project Zero è quella di aspettare 90 giorni per dare il tempo alle compagnie di sviluppare una correzione. Nel primo caso, a Microsoft sono stati concessi 14 giorni in più, per permettergli di pubblicare la patch nell’aggiornamento di febbraio. Ma Redmond non è riuscita ad inserirla. Nel secondo caso, i bug erano due, ma solo uno è stato risolto con l’aggiornamento. In passato però, la regola era molto più restrittiva: 7 giorni di tempo. Nel mese di ottobre del 2016, Project Zero aveva rivelato una falla in windows 10, solamente una decina di giorni dopo aver avvertito Microsoft della presenza del bug. 

La pratica di rendere pubbliche le vulnerabilità, prima della pubblicazione di una patch è stata più volte criticata dalla stessa Microsoft che punta il dito contro un comportamento irresponsabile da parte di Google. Secondo The Verge , la prassi del colosso di Mountain View,presenta luci ed ombre: da una parte, si potrebbe dire che se Google sta rendendo più sicuro i prodotti del rivale, la sicurezza aumenta per tutti. Dall’altra, i suoi interessi commerciali potrebbero portarlo ad essere molto aggressivo nei confronti di Microsoft. Allo stesso tempo è vero che i 90 giorni di tempo valgono per tutti. Una regola molto stringente ma forse anche necessaria.

Scuola polacca cancella Garibaldi: «Era antisemita». Ma è falso

corriere.it
di Paolo Salom

Una scuola elementare intitolata all’eroe del Risorgimento vuole cambiare nome sostenendo che Garibaldi fosse anti semita. Ma la storia dice il contrario. Con la breccia di Porta Pia caddero le mura del ghetto di Roma e Garibaldi contribuì ad emancipare gli ebrei italiani dando loro pienezza di diritti civili



L’Eroe dei Due Mondi non sarebbe degno di essere ricordato. Non sui muri di una scuola. Perché? «Era antisemita e anche un mezzo pirata». Tranquilli, questa considerazione poco storica e molto sanguigna non viene da qualche preside nostrano colto da un desiderio (malsano) di entrare a gamba tesa nella campagna elettorale.

E’ invece la proposta di una direttrice di una scuola elementare di Varsavia, intitolata, dal 1963, appunto, a Giuseppe Garibaldi. Parole che sono state diffuse durante una trasmissione in una radio locale. Perché intendiamo cambiare nome al nostro istituto?, si è chiesta retoricamente la direttrice, ma perché il protagonista del Risorgimento italiano era un «avventuriero non estraneo alla pirateria e all’antisemitismo». Immediata la protesta dell’ambasciata italiana a Varsavia, come ha riferito il quotidiano Gazeta Wyborcza, che cita una lettera inviata alla scuola dal nostro rappresentante a Varsavia, Alessandro De Pedys.

«Si tratta di parole che offendono inutilmente tutti gli italiani», ha scritto il diplomatico. Gazeta Wyborcza spiega che la scuola ha intenzione di sostituire l’intitolazione a Garibaldi con quella a Jan Bytnar (1921-1943), eroe della Resistenza antinazista a Varsavia. «Siamo in polemica con Israele e gli Stati Uniti, e ora rischiamo di offendere gli italiani», ha saggiamente commentato il sindaco del quartiere dove si trova la scuola.
La nuova, controversa legge polacca sulla Shoah
Ora, al di là del caso in sé - una scuola polacca ha senz’altro il diritto di cambiare intitolazione quando lo ritenga opportuno - forse vale la pena di soffermarsi sulle motivazioni, espresse in un contesto di confusione politica (non siamo soli in Europa) che ha portato il primo ministro Mateusz Morawiecki a regalare al mondo perle come «gli ebrei hanno responsabilità nell’Olocausto» e il Parlamento di Varsavia a varare una legge che vieta di parlare di «campi di sterminio polacchi». Dunque, il contesto. Il nostro Garibaldi, condottiero celebre per le sue battaglie in favore della libertà dei popoli, nel 1863 inviò in Polonia un suo luogotenente, Francesco Nullo, con altri soldati italiani, per sostenere l’insurrezione polacca contro la dominazione russa.

Il colonnello Nullo e molti altri arrivati da un Paese appena riunificato, non tornò mai in Patria: morì in battaglia in Polonia il 5 maggio dello stesso anno, diventando un simbolo della fraternità italo-polacca. Un suo busto, dono della città di Bergamo, fu posto a Varsavia nel 1939, vicino alla sede del Parlamento. Ecco quindi perché una scuola elementare ha portato per decenni il nome dell’Eroe: per il suo contributo alle aspirazioni di libertà dei polacchi.
Verità storica e propaganda politica
Ora, le accuse. Lasciamo stare la «pirateria»: francamente non riusciamo a immaginarci un Garibaldi in piedi sulla tolda di un brigantino battente bandiera nera con teschio e ossa. Ma il Giuseppe Garibaldi che nel 1866 avrebbe telegrafato la parola «obbedisco» a La Marmora (rinunciando a una facile vittoria sugli austriaci) era antisemita? La risposta è semplice: no. Non esiste un singolo testo che riporti un’affermazione del condottiero contro gli ebrei o l’ebraismo. Mentre si possono trovare molteplici testimonianze del suo anti clericalismo.

Non solo. Gli ebrei hanno partecipato attivamente al Risorgimento e con l’Unità sono cadute le mura degli ultimi Ghetti (quello di Roma subito dopo la breccia di Porta Pia, anno 1870). In conclusione, è stato Garibaldi a emancipare gli ebrei italiani e a dar loro la pienezza dei diritti civili, di concerto con le nuove autorità nazionali: come può essere oggi definito antisemita? La verità è che la mossa polacca nulla a che fare con gli ebrei: è solo un modo sconclusionato e rozzo per ribadire un nazionalismo etnico autoctono, ahimè, storicamente costante (e pernicioso) in quelle terre martoriate. Questione tutta interna, dunque: Garibaldi è stato investito da una tempesta che aveva ben altri obiettivi.

Spunta un'altra tassa occulta nella bolletta della luce

ilgiornale.it
Maddalena Camera

Gli «oneri di sistema»: 15 miliardi per il fotovoltaico E dal 2019 ricadranno solo sui clienti privati in regola



Oltre 15 miliardi di oneri di sistema su una bolletta elettrica totale di 61 miliardi. Il dato è noto ma ciò che non si sa è che dal 2019 quegli oltre 15 miliardi, in gran parte incentivi per il fotovoltaico, potrebbero ricadere in maniera ancora maggiore sulle spalle degli utenti domestici. Prime e soprattutto seconde case sono bersagliate da accise che, già ora, rendono la spesa per l'energia, in alcune tipologie di bollette, inferiore a quella degli oneri di sistema.

«La riforma tariffaria, partita nel 2017, già da quest'anno finanzia in maniera più consistente gli sgravi alle aziende energivore pesando maggiormente sulla bolletta degli utenti domestici - spiega Massimo Bello presidente di Aiget, l'associazione che raggruppa 60 piccoli gestori di energia elettrica - ma l'Autorità per l'energia ha deciso di spostare al 2019 una parte dei rincari che noi come Aiget vorremmo cancellare». La riforma che dovrebbe entrare in vigore nel 2019 infatti porterebbe rincari, per 22 milioni dei circa 29 milioni di utenti domestici italiani, fino al 9%.

Insomma è questa la tegola che, più della decisione dell'Autorità di far pagare a tutti anche una parte degli oneri di sistema risparmiati dai clienti morosi, cadrà sugli utenti consumer. La questione principale nasce dalla necessità di finanziare gli impianti fotovoltaici realizzati dal 2005 al 2013, che usufruiscono del cosiddetto conto energia, un programma di incentivazione per la produzione di energia con questi impianti. E poi ci sono gli sgravi per le aziende energivore che a regime avranno circa 1,8 miliardi di risparmi. «Il problema - continua Bello - è che la remunerazione di queste voci di spesa pesa su tutti i consumatori domestici».

L'Aiget vorrebbe la cancellazione di questi incentivi che di fatto «ingessano» il mercato dell'energia elettrica, pur liberalizzato, dato che la concorrenza è difficile se praticamente la metà della bolletta che i consumatori pagano va in tasse (oltre agli oneri di sistema c'è anche l'Iva). Certo, il conto energia è arrivato in Italia tramite una direttiva europea approvata dal Parlamento ma nessun paese Ue ha messo remunerazioni tanto alte per gli impianti fotovoltaici che, oltretutto, producono solo l'1% dell'energia. Una scelta politica che si è tramutata in una ulteriore tassa nascosta, un po' come le accise della benzina, da pagare in bolletta come il canone Rai voluto dal governo Renzi.

Ed è stato solo l'incombere dell'appuntamento elettorale che ha spostato di un anno il maggior finanziamento alle aziende energivore. Quest'ultimo incentivo, che passerà nel 2019, peserà maggiormente sulle utenze domestiche per residenti con bassi consumi dato che quelle non residenti sono già state abbondantemente penalizzate dalla riforma tariffaria del 2017 mentre i residenti con alti consumi sono già penalizzati da quella partita a gennaio.

«Noi di Aiget - ha proseguito Bello - sosteniamo da anni che la bolletta non può essere caricata di oneri che non hanno a che vedere con la fornitura ma solo con la parafiscalità. Per questo il Tar ha chiarito che il fornitore di energia non li deve pagare perché fa solo un servizio di incasso. Ma per evitare il rischio che quanto non pagato dai clienti morosi finisca sulle spalle di quelli virtuosi bisogna rafforzare strumenti di contrasto. Oggi infatti non si può staccare il contatore dell'utente moroso prima di tre mesi e non c'è un'anagrafe dei cattivi pagatori, che possono così cambiare gestore con estrema facilità».

Un dispositivo di blocco per chi si mette alla guida ubriaco, la proposta al vaglio dell’Europa

lastampa.it
Andrea Barsanti

Secondo l’European Transport Safety Council, sono oltre 5.000 le morti che avrebbero potuto essere evitate nel 2016 utilizzando gli “alcol interlock”

Eccesso di velocità, mancato utilizzo delle cinture di sicurezza, distrazione al volante e guida sotto l’effetto di alcol: sono questi i quattro principali fattori che nel 2016, sulle strade dei paesi dell’Unione Europea, hanno causato la morte di quasi 26mila persone. Un dato preoccupante, soprattutto alla luce del fatto che secondo le stime quasi un quarto delle vittime - 5.120 - abbiano perso la vita per colpa dell’alcol.

Oltre 5mila vite stroncate dalla guida in stato di ebbrezza
La stima arriva dall’Etsc, l’European Transport Safety Council, un ente nato nel 1993 proprio per monitorare la sicurezza sulle strade europee, che a conclusione di uno studio recentemente presentato alle case automobilistiche, e ai governi dei paesi membri dell’Ue, una raccomandazione finalizzata proprio a dare un giro di vite alle morti causate da guida sotto l’effetto di alcol: installare sui veicoli professionali di nuova costruzione (e su quelli di proprietà di persone che hanno avuto in passato pretendenti specifici in materia) i cosiddetti “alcol interlock”, dispositivi che sottopongono il guidatore a un alcol test e impediscono alla vettura di mettersi in moto in caso risulti positivo.

Come funziona l’alcol interlock
L’Etsc ha preso in considerazione i 28 Stati membri dell’Unione Europea insieme con Israele, Norvegia, Serbia e Svizzera, osservando i progressi fatti nei singoli paesi negli ultimi dieci anni nel ridurre le morti su strada legate all’abuso di alcol. E sebbene la stretta legislativa e l’aumento di controlli e altre misure preventive abbiano contribuito al calo di incidenti mortali, lo stato di ebbrezza resta ancora una delle principali cause di decesso su strada, e dunque un problema da risolvere.

Da qui l’idea di diffondere i dispositivi alcol interlock su veicoli usati per lavoro e su quelli che appartengono a chi ha già avuto denunce legate alla guida sotto l’effetto di alcol, una proposta che nel 2015 era già stata presentata negli Stati Uniti e che in Francia (dove il governo ha investito in un importante pacchetto di misure sulla sicurezza stradale che coinvolgono anche l’uso dello smartphone) è già stato annunciato per i guidatori ubriachi recidivi e per gli autobus. Anche Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Polonia e Svezia hanno deciso di ricorrere all’interlock, offrendo a chi è stato sorpreso ubriaco alla guida di iniziare un percorso di riabilitazione installandolo sulla propria auto.

Secondo l’Etsc, questi programmi si sono dimostrati una delle misure più efficaci per combattere l’abuso di alcol al volante, e dovrebbero di fatto essere estesi a tutta l’Unione Europea: l’ente ha già chiesto che nel corso della revisione sulla normativa di sicurezza prevista per maggio 2018, la Commissione Europea approvi l’installazione di un’interfaccia elettronica standard per tutte le auto di nuova costruzione, in grado di facilitare l’adozione dell’interlock quando richiesto dalla legge. 

L’uso di dispositivi di questo genere unito a un atteggiamento di tolleranza zero, per l’Etsc, contribuirebbe in maniera significativa a diminuire i decessi su strada, come dimostrano gli ottimi risultati ottenuti in Estonia, dove gli incidenti dovuti allo stato di ebbrezza sono calati del 90% grazie ad alcol test più accurati e all’abbassamento della percentuale di alcol nel sangue consentita per legge, fissata adesso a 0,2 grammi per litro (in Italia è 0,5).

Il consumo di alcol nell’Unione Europea
Interessante è anche l’analisi che l’ente ha condotto sul consumo di alcol nei singoli paesi dell’Unione Europea nel 2015: in cima alla classifica dei bevitori più accaniti ci sono gli abitanti della Repubblica Ceca e la Lituania, dove i cittadini (lo studio ha preso in considerazione solo i maggiori di 15 anni) consumano mediamente tra i 14 e i 16 litri di alcol all’anno. La Gran Bretagna è di poco sotto con 12 litri l’anno, seguita da Francia, Germania e Spagna che restano invece sui 9 litri di media l’anno. L’Italia, a sorpresa, rientra tra i paesi più virtuosi: gli abitanti dello Stivale consumano una media di 6 litri di alcol all’anno. Più sobria in assoluto, invece, è la Turchia: non più di 2,4 litri l’anno.

“Leggi più rigorose sono fondamentali per risolvere il problema della guida in stato di ebbrezza in Europa, e quei conducenti che continuano a mettersi al volante dopo avere bevuto, nonostante i controlli e le sanzioni gli alcol interlock sono un valido strumento di riabilitazione - è stato il commento di Antonio Avenoso, executive director dell’Etsc -. Allo stesso modo, è cruciale che gli autisti cui sono affidati veicoli per il trasporto di merci o passeggeri non guidino mai se hanno superato il limite. Molte flotte in Europa stanno utilizzando questa tipologia di dispositivi, ed è ora che diventino una caratteristica standard”.

“C’è un cane sperduto in cima alla montagna innevata”, salvato grazie all’appello sui social

lastampa.it



La sua foto era quasi surreale, ed aveva fatto il giro dei social. Un cane solitario e sperduto su una vetta innevata, ad oltre 2400 metri d’altezza. L’immagine, scattata da un escursionista e postata sui social, era diventata virale, tanto che i carabinieri del paese sotto la montagna sono partiti a cercare l’animale.


ANSA

Il cane è stato ritrovato e portato in un canile, e ora attende qualcuno che lo adotti. La storia viene dall’Abruzzo, dai Monti della Laga, ed è stata resa nota con un comunicato dall’Ente Parco nazionale del Gran Sasso. Un escursionista il 4 febbraio scorso stava salendo al Pizzo di Moscio, 2411 metri di altezza, nel comune di Valle Castellana (Teramo). Sulla vetta innevata, vicino alla croce di ferro incrostata di ghiaccio, ha visto da lontano un cagnolino solo, senza collare. L’escursionista lo ha fotografato e ha postato la foto sulla pagina Facebook del Parco nazionale.


ANSA

L’Ente parco ha lanciato sul social network un appello al padrone, ma intanto i Carabinieri della stazione di Rocca Santa Maria sono partiti per ritrovare l’animale. Dopo alcune battute infruttuose, ieri sono riusciti a rintracciarlo: è un maschio di razza lagotto romagnolo, molto spaventato e debilitato, privo di microchip. Il cane è stato rifocillato, visitato dal veterinario e portato al canile di Castelbasso di Castellalto (Teramo). Non avendo microchip, è considerato «cane vagante» e può essere adottato.

Trovati resti umani e animali dell’Era Glaciale nella grotta sommersa più lunga del mondo, in Messico

lastampa.it
noemi penna



Che la grotta allagata più «lunga» al mondo custodisse dei segreti già si sapeva. Ma gli archeologi di certo non pensavano di trovare al suo interno ossa di 2,5 milioni di anni fa, sia umane che di animali estinti dall’Era Glaciale.



È questa la suggestiva scoperta fatta dall’Istituto nazionale di antropologia e storia del Messico nel Sac Actun System di Tulum, nella penisola dello Yucatan. Un mondo sotterraneo «lungo» 347 chilometri, che piano a piano sta svelando i suoi misteri. 

I dati della ricerca parlano di ossa di una fauna estinta fino a circa 2,6 milioni di anni fa. Parliamo di zanne di elefanti antichi, scheletri di bradipi giganti e orsi ma anche un cranio e uno scheletro umano, quest’ultimi risalenti ad almeno 9 mila anni fa. «Penso che sia travolgente. Senza dubbio è il più importante sito archeologico subacqueo del mondo», ha affermato il ricercatore Guillermo de Anda, direttore del Great Maya Aquifer Project dedicato allo studio e alla conservazione delle acque sotterranee della penisola dello Yucatan.



Secondo l’Istituto nazionale di antropologia e storia del Messico, i livelli dell’acqua sono saliti di cento metri dalla fine dell’era glaciale, allagando questo complesso sistema di grotte e creando «le condizioni ideali per la conservazione dei resti di megafauna estinta dal Pleistocene».
Ora non resta che continuare la caccia al tesoro.

I fedeli sfiduciati in fila per Sant’Antonio. “Preghiamo che ci levi dai piedi i politici”

lastampa.it
Alberto Mattioli

Nel luogo simbolo del cattolicesimo. I frati: la gente vuole governanti che si occupino di cose concrete


Fedeli a messa nella Basilica di Sant’Antonio a Padova

Non ci saremo dimenticati qualcuno? In questa campagna elettorale, fateci caso, si parla pochissimo dei cattolici. Sarà che l’unanimismo dei tempi della Dc è un ricordo, e da un pezzo, sarà che la Cei è insolitamente silente, la categoria quasi non compare nei proclami e nei calcoli pre elettorali. E allora vale forse la pena di fare un salto in uno dei luoghi simbolo del cattolicesimo più popolare e tradizionale: a Padova, la basilica di Sant’Antonio. Anzi, «il Santo»: inutile perfino specificare quale, basta la parola. E qui viene subito fuori un’Italia che i giornali non raccontano mai, quella di una devozione forse semplice ma ancora radicatissima.

Infatti in un sabato pomeriggio mediamente uggioso la chiesa, che pure è grande, è pienissima, la messa affollata. Si fa la fila per toccare la tomba con il corpo del Santo, si fa la fila per guardare (e non toccare: è dietro un vetro) la sua reliquia più venerata, quella della lingua. In effetti, a differenza della stragrande maggioranza dei candidati a queste politiche, Antonio era di un’eloquenza prodigiosa, e sulla consecutio si destreggiava sicuramente meglio di Di Maio. Quanto ai frati, il miscuglio di tradizione e modernità è, anche questo, miracoloso. Le messe si ordinano al bancone, una mano porge l’offerta e l’altra riceve un santino neorealista e la ricevuta dei 10 euro. Ma le funzioni, informa il sito, sono anche trasmesse in streaming.

Tra religione e affari
Insomma, sant’Antonio piace sempre moltissimo, e la miscela di fede, turismo, devozione e business pare ancora inossidabile. Lo spiega già il tassista (dalla stazione alla Basilica, 7 euro e 50, prezzo fisso, come per gli aeroporti): «Qui a Padova abbiamo tre grandi industrie: la Safilo, l’Università e Sant’Antonio». Però siamo qui per parlare di politica. Iniziando magari proprio dai padroni di casa, che sono i frati minori conventuali, insomma i francescani, non a caso l’ordine più popolare. Padre Mario Conti è accanto a una bancarella fuori dall’ingresso, e poco male se pioviggina perché porta sul saio un cappellino con visiera, magari non troppo regolamentare ma comodo.

E qui si capisce subito che il voto cattolico non esiste più, esiste il voto dei cattolici, divisi e incerti come il resto della Nazione. «Se i pellegrini ci chiedono per chi votare? No, figuriamoci. Anche perché non sapremmo cosa rispondere. Nel convento siamo una cinquantina e ne discutiamo spesso in refettorio, anche se poi alla fine ognuno resta della sua opinione. Una linea ufficiale non c’è. Parlando con la gente si avverte, più che l’urgenza di scegliere uno schieramento, quella di una politica che si occupi di cose concrete. Lo vediamo quando i fedeli ci confidano le loro preoccupazioni, il lavoro che non c’è, le famiglie che si disgregano, l’incertezza del futuro».

Di fronte allo spettacolo della vita pubblica italiana, vacilla anche la carità cristiana: «Noi preghiamo sant’Antonio che ci tolga i politici dai piedi. O almeno che ci faccia comandare dall’Europa, ma davvero: sono senz’altro più seri loro che i nostri». Parola di Renzo e Marisa, marito e moglie, pensionato lui e impiegata lei, di Castelfranco Veneto. Cattolicissimi: messa tutte le sere, adorazione, vespri, «dico due rosari al giorno» (lui) e «deve assolutamente andare a Medjugorje, le cambierebbe la vita» (lei), e pazienza se la Chiesa è scettica. Ma sul comportamento da tenere davanti alle urne, e non quelle delle reliquie, regna ancora una volta l’incertezza.

«Alle ultime tre elezioni non sono nemmeno andato a votare - racconta Renzo -. Questa volta invece lo farò. Sono indeciso fra il Movimento 5 stelle e il Popolo della famiglia». E poi confessa che sì, un po’ di nostalgia per la Dc c’è, se non altro perché per la maggioranza dei cattolici scegliere era molto più facile: «Forse si stava meglio quando si stava peggio».

L’impressione è che, più che i diritti civili o le questioni morali, dalla politica ci si aspettino risultati su stipendi, pensioni, welfare. «Sono talmente giù di morale», e non per le unioni civili o l’aborto, ma perché «sono sommersa di tasse», dice Marianna, di Novara, origini romene ma in Italia da una vita, a Padova non solo per il Santo («Sono credente ma non troppo praticante, però anche il lavoro è preghiera») ma soprattutto perché un figlio abita qui, poi c’è una figlia in Irlanda, due in Spagna e uno a Novara, almeno lui. «Di certo farò il mio dovere e andrò a votare. Per chi, però, non lo so ancora. Al lavoro ne parliamo moltissimo, ma vedo molta incertezza. Si sceglierà, al solito, secondo coscienza. Ma non credo che oggi in Italia la fede religiosa sia determinante».

Riassume tutto una professoressa di latino in pensione, 67 anni, il nome non lo dice, battezziamola Maria, molto più a posto, quanto a chiarezza di sintassi e di pensiero, della maggior parte degli ospiti dei talk politici. Origini calabresi, Maria vive a Padova dal 2003 e ogni tanto viene a trovare il Santo, ma senza eccessi devozionali «sono cattolica ma non fanatica. Mi ha sempre colpito vedere questo fervore, è un fenomeno interclassista e talvolta anche interreligioso: lì dentro (e indica la facciata della basilica, ndr) ho visto anche dei musulmani». Lei almeno, ha scelto per chi votare, anche se la prende larga: «Io spero nell’unità degli italiani intorno alla nostra civiltà greco-latina, cristiana ed europea».

Quindi? «Quindi ho deciso di votare per il centro-destra». Berlusconi, insomma: «Non esageriamo, proprio lui magari no. Di certo, una preghiera per la nostra Italia la dirò». E che sant’Antonio ci dia una mano, almeno lui.

Cani randagi fuori controllo al Sud: “Serve un piano straordinario”

lastampa.it
Matteo Indice


Immondizia e randagi spesso viaggiano in coppia. Nella foto un cane vaga nell’area di deposito delle ecoballe a Giugliano, in Campania

In provincia di Agrigento sterminano cuccioli da giorni, mentre il parco archeologico delle mura Timoleontee (Gela) è rimasto chiuso per settimane da gennaio poiché il custode rischiava d’essere sbranato. Ad Acquaviva delle Fonti (Bari) cinque mesi fa il sindaco Davide Carlucci ha rivolto un appello all’azienda sanitaria per tamponare l’emergenza randagi, che aveva fatto barricare in casa i residenti. Doveva cambiare tutto dal 13 marzo 2009, quando a Scicli (Ragusa) Giuseppe Brafa fu ucciso a 9 anni da un branco di cani, e invece un pezzo d’Italia è finito fuori controllo.

Il randagismo al Sud, generatore di crudeltà e accanimento sugli esemplari che vagano per campi e città, foriero di pericoli per la salute e l’incolumità degli umani, è in aumento: «Nel nostro Paese - la denuncia del Sivelp, sindacato italiano veterinari - i cani randagi potrebbero essere raddoppiati nell’ultimo quinquennio», rasentando quota 700 mila con stime d’un milione fra i più pessimisti. Meno drammatica la proiezione di Ilaria Innocenti (Lega Antivivisezione): «Settecentomila è una cifra attendibile ed esiste un divario nettissimo fra Nord e Sud. Le presenze nei canili , attualmente siamo a 79 mila, sono scese del 25% su scala nazionale rispetto a dieci anni fa, ma crescono nel Mezzogiorno, Puglia, Campania e Sicilia in primis. Senza dimenticare che spesso non vengono comunicati dati con puntualità».

Perché non se ne viene a capo? «Mancano le sterilizzazioni - insiste Piera Rosati, presidente nazionale della Lega per la difesa del cane - e l’inserimento sistematico d’un microchip che permetta d’individuare la provenienza. Il risultato sono riproduzioni incontrollate (uno studio dell’americana Doris Day Animal League conferma che una femmina «vagante e non sterilizzata» sostiene due parti all’anno da otto cuccioli, ndr). E anche quando un randagio viene intercettato, resta a lungo in qualche struttura». Nonostante una legge del ’91, perfezionata nel 2004, obblighi a sterilizzare ogni animale che entra in un canile sanitario, in concreto avviene solo nel 60% dei casi, lo certifica il ministero della Salute. E nel generale calo delle adozioni (-8,5% nel 2016 rispetto al 2015) è impressionante la differenza tra Centro-Nord e Sud sulle «restituzioni» dai canili al padrone: 50% nel primo frangente, 3,5% nel secondo.

In assenza di chip e prevenzione delle nascite, e con i fondi ministeriali per il contrasto all’abbandono ridotti dai 4,2 milioni del 2005 ai 297 mila euro del 2017, i Comuni s’affannano a sovvenzionare 1100 canili. Sempre secondo la Lav gli enti locali spendono 100 milioni all’anno, con punte incredibili come in Puglia (65 mila euro di esborso giornaliero) o in Sicilia (37 mila, in Lombardia sono 10 mila). «Il giro d’affari è più alto - rilancia Michele Visone, presidente Assocanili -. E alcune associazioni, con fiscalità agevolata a differenza delle imprese private, lucrano sui contributi per gestire rifugi». Sul punto chiede distinguo la presidente nazionale Enpa, Carla Rocchi: «Si punisca chi è colluso con gli amministratori pubblici, s’investa nella formazione dei volontari che svolgono cruciale opera di salvataggio e assistenza.

E i municipi dovrebbero spendere in convenzioni con i veterinari per la sterilizzazione di massa; ma finché non accade, i canili non si chiudono». È in questo mare di contraddizioni che il randagismo non cala. «Eppure i sindaci - chiude Manuela Giacomini, avvocato che lavora per l’internazionale Animal Welfare Fundation - dovrebbero preoccuparsene: sono i proprietari dei randagi, responsabili penalmente del loro comportamento».

“New York è la città più sporca d’America”

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New York è la città più sporca d’America. Sono i risultati di un’indagine condotta da un’azienda di pulizie della Grande Mela che ha messo insieme i dati dell’ente per la Protezione dell’Ambiente, Us Census Bureau e l’American Housing Survey.

La classifica è stata stilata tenendo presente la densità della popolazione, la quantità di rifiuti, pesticidi, inquinamento dell’aria in 40 delle principali città degli Stati Uniti. New York ha ottenuto la maglia nera per quantità di rifiuti e pesticidi, tuttavia è fuori dalla lista delle prime cinque per quanto riguarda l’inquinamento dell’aria, dove primeggiano Los Angeles e Pittsburgh. 

Sempre per quantità di rifiuti e pesticidi, New York è seguita da Los Angeles e Chicago. Al quarto posto c’è Filadelfia mentre al quinto San Francisco.

“Lei ha diritto a un patrimonio”. Il boom dei cacciatori d’eredità

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maria corbi e nicola lillo

Così società specializzate scovano i parenti lontani dei defunti. Esperti in genealogia e avvocati: «Spesso i fortunati non ci credono»



Alla ricerca del nipote dello zio d’America. Chiamateli se volete cacciatori di eredi, sono gli esperti in ricerche genealogiche la cui mission è associare un patrimonio a un erede. E se quando rispondete al telefono dall’altra parte qualcuno vi dice: «Suo zio le ha lasciato un patrimonio», non mettete giù, non iniziate a ridere, non lasciatevi andare a improperi. Perché potrebbe essere vero. A spiegarcelo è Nadia Spatafora, responsabile italiana della Coutot-Roehrig, società francese che da 20 anni opera in Italia, leader in un settore di cui fino a poco tempo fa erano praticamente monopolisti e dove adesso si affacciano nuovi

competitor, altre società specializzate, ma soprattutto avvocati e investigatori attratti dal business. Nadia Spatafora spiega che ogni anno in Italia, all’incirca, si affrontano 100 casi. Una goccia nel mare, visto che sono 5mila i casi che occupano i loro genealogisti nel resto del mondo. Ma il settore è comunque interessante, tanto che è stata appena aperta anche una sede a Torino, dopo quelle di Genova (la capofila), Roma, Milano. 

Solo per farsi un’idea nel 2017 sono stati consegnati a inconsapevoli eredi ben 13 milioni di euro. «Il nostro è un lavoro molto serio e capisco che in Italia sia ancora poco conosciuto e che sembri “strano”», dice la Spatafora. «Infatti la nostra maggiore difficoltà è nell’approccio con gli eredi, perché quando li contattiamo sono molto diffidenti. Per questo noi chiediamo loro se hanno un avvocato, un commercialista, un notaio, di fiducia. E in questo caso tutto diventa molto più facile». 

Le cose funzionano così: gli esperti di ricerche genealogiche, siano essi in una società o invece liberi professionisti, vengo a sapere di un’eredità senza beneficiario apparente da un notaio, da un avvocato, un curatore, o anche da un vicino di casa o da un conoscente del de cuius. A quel punto inizia l’iter. E spesso le persone contattate preferiscono far valutare la serietà di questa proposta da un professionista di fiducia. Ma ancora non viene svelato il nome dello «zio d’America» perché questo accadrà solo dopo la firma del contratto di rivelazione, ossia della scrittura privata in cui gli eredi si impegnano a dare una percentuale del lascito che riceveranno come parcella per il lavoro svolto dai cacciatori di eredità.

Questi, con una procura firmata davanti a un notaio diventano poi anche i legali rappresentanti dell’erede. «Ovviamente se l’eredità svanisce non ci devono nulla», spiega la Spatafora. «E siamo noi ad anticipare tutte le spese, senza contare che fino a quel momento magari siamo stati impegnati in due anni di ricerche». In caso gli eredi non si trovino dopo 10 anni in Italia l’eredità passa allo Stato. E se un Tribunale decide di assegnarla allo Stato prima di questo termine un erede ha comunque il diritto di reclamarla, sempre che non siano trascorsi 10 anni. 

Mentre in Francia i genealogisti sono figure professionali molto riconosciute e assistono i notai nelle consegne delle eredità, verificando che vadano agli eredi giusti, in Italia è ancora considerata una figura «folcloristica» usata magari per rintracciare qualche avo nobile per poi fregiarsi del titolo. Ma non è così tanto che, come abbiamo detto, il business si sta espandendo. E anche la concorrenza si fa dura. Eleonora Grasso, responsabile delle ricerche genealogiche alla Coutot-Roehrig di Genova racconta che a Torino si cercavano disperatamente gli eredi di un patrimonio composto da 500mila euro cash e 2 immobili.

Una società concorrente ha trovato parenti di quinto grado (ricordiamo che per la legge in Italia ereditano i parenti fino al sesto grado) che si sono spartiti l’eredità. Peccato che poi, racconta l’esperta, «noi abbiamo rintracciato un parente di quarto grado e gli altri cugini hanno dovuto restituire tutto». Insomma, una guerra senza esclusione di colpi.

PERCENTUALI E LEGITTIME. COSA PREVEDE LA LEGGE ITALIANA
1 - Chi sono gli eredi?
Ce ne sono di due tipi, quelli indicati in un testamento o, se questo manca, gli eredi legittimi. Secondo il codice civile, questi ultimi sono in ordine il coniuge, i discendenti e gli altri parenti fino al sesto grado, in pratica fino al nipote del cugino (il grado di parentela più vicino esclude gli altri in assenza di coniuge e figli). Per essere eredi bisogna dichiarare di voler accettare l’eredità, ma bastano anche comportamenti da cui si desume la volontà di accettare la quota. Gli eredi hanno dieci anni per decidere, altrimenti se nessuno accetta l’eredità i beni passano allo Stato.
2 - Cosa succede se non c’è un testamento?
Se c’è solo il coniuge, questi diventerà l’erede universale. Se c’è un solo figlio e un coniuge, l’eredità sarà divisa, mentre se ci sono più figli 1/3 spetterà al coniuge e il resto viene diviso tra i figli. Anche le altre quote sono previste dalla legge. Se il coniuge, però, è divorziato non gli spetterà alcuna parte di eredità, così come al convivente (a meno che non sia inserito nel testamento).
3 - È possibile lasciare tutta l’eredità a chi si desidera?
No. Secondo la legge, una quota di eredità spetta di diritto ai cosiddetti «legittimari», cioè il coniuge, i figli e gli ascendenti in mancanza di figli. La legge specifica le quote, mentre il resto può essere destinato liberamente.

Torre Angela dai 5 Stelle ai fascisti. “Solo il Duce ci ridarebbe serenità”

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Flavia Amabile

Viaggio nella periferia romana tra materassi, immondizia, stranieri e slogan


Sui muri del quartiere è un fiorire di scritte che inneggiano al Duce, al fascismo, a «zio Benito». Reportage fotografico di Sara Cervelli

«Per un mondo più pulito, rivogliamo in vita zio Benito». È la ricetta magica di Torre Angela, quartiere della periferia est di Roma, quella che risolve ogni male, che riporta indietro le lancette del tempo, fa arrivare di nuovo i treni in orario, pulisce le strade, restituisce le case e tutta l’Italia agli italiani. È il fascismo della porta accanto che sta prendendo piede con i suoi simboli che a tanti non sembrano affatto pericolosi o incostituzionali. 



Nelle strade di Torre Angela si susseguono materassi e scritte in caratteri neri e gotici, sacchetti di calcinacci abbandonati in spregio di ogni norma e disegni con il Duce che salverà tutti dalla fine. Ci sono anche le campane di plastica verde da riempire con bottiglie e altri rifiuti in vetro come nelle città di tutto il mondo ma qui sono tagliate di netto. Dall’interno colano tutt’intorno rivoli di bottiglie, cartoni, sacchetti di plastica pieni di chissà che cosa. È così ovunque vi sia una campana di rifiuti da sventrare, un angolo di strada libero da auto, un’aiuola più spoglia di altre. 

Le campane verdi sventrate segnano il confine tra il mondo emerso e quello sotterraneo e clandestino che ha trasformato questa periferia in una delle polveriere di Roma, dove lo Stato ha fatto tre passi indietro e i neofascisti quattro avanti. Se alle ultime elezioni comunali qui Virginia Raggi ha sfiorato l’80 per cento delle preferenze, dopo quasi due anni di amministrazione pure il Movimento Cinque Stelle è stato archiviato come l’ennesima occasione persa. Alle prossime politiche ci si aspetta il balzo in avanti dell’estrema destra, l’ultima speranza di chi ormai considera la politica soltanto come una sequenza di dispensatori seriali di inutili promesse. 



«L’Ama non passa da un mese ma non è colpa sua se siamo messi così», spiega Anna, insegnante con cattedra di ruolo in una scuola a pochi chilometri da qui. Ha acquistato casa molti anni fa quando a Torre Angela non si arrivava ancora in metropolitana ma la vita aveva i ritmi tranquilli delle vecchie borgate tirate su tra abusivismo e sudore da chi arrivava dall’Abruzzo, dal Molise, dalle Marche per cercare fortuna nella capitale. Nel 1978 furono costruite le case popolari, la borgata aumentò ancora. Oggi ha oltre 80 mila residenti ufficiali, quanto un capoluogo di provincia come Treviso, Como o Varese. Ma supera di gran lunga i 100mila abitanti se si calcolano tutti quelli che vivono nelle abitazioni del quartiere. 

«Sono tutti immigrati, tutti irregolari - racconta la signora Anna - Come lo si capisce? Dai rifiuti, ovvio! I nostri, che siamo residenti, sono qui da un mese nei contenitori forniti dal Comune. Prima o poi l’Ama passerà e li vuoterà ma nel frattempo li lasc