Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

mercoledì 21 febbraio 2018

Cosa fanno oggi i discendenti ancora in vita dei più brutali dittatori del ‘900

repubblica.it
Mark Abadi

Getty Images
Joseph Stalin, nella foto, è stato il capo dell’Unione Sovietica dalla metà degli anni Venti fino alla sua morte nel 1953. Il suo pronipote è un artista che vive in Georgia. Getty Images

Mentre i nomi dei dittatori più brutali del XX secolo saranno per sempre citati sui libri di Storia, molto meno si sa dei loro discendenti.

Benito Mussolini, Joseph Stalin, Pol Pot hanno tutti discendenti viventi. Alcuni sono politici, altri sono artisti e altri vivono in modo relativamente anonimo.
Scopri cosa fanno oggi i discendenti dei dittatori più spietati:

Alessandra Mussolini, la nipote del dittatore italiano Benito Mussolini, è un’europarlamentare nel gruppo del Partito Popolare Europeo ed in precedenza è stata più volte membro del Parlamento italiano per vari partiti di destra e centrodestra. In passato è stata un’attrice e una modella

Alessandra Mussolini. Franco Origlia/Getty Images
Fonte: Wikipedia, Telegraph
Jacob Jugashvili, pronipote del dittatore sovietico Joseph Stalin, è un artista che vive nell’ex repubblica sovietica della Georgia. Una volta si vergognava del suo lignaggio, secondo The Globe and Mail, ma ora si fa vanto del suo albero genealogico

Jacob Jugashvili
Fonte: The Globe and Mail
Sar Patchata (a destra) è l’unica figlia del dittatore cambogiano Pol Pot. Si è sposata nel 2014 e lavora come coltivatrice di riso, secondo The Daily Mail. “Voglio incontrare mio padre e passare del tempo con lui nella prossima vita, se la prossima vita esiste”, ha detto secondo il giornalista Nate Thayer

Twitter/May Thara
Fonte: The Daily Mail e Nate Thayer
Zury Ríos è la figlia di Efraín Ríos Montt, che ha preso il potere in Guatemala attraverso un colpo di stato nel 1982. È una politica nel suo Paese d’origine e nel 2004 ha sposato Jerry Weller, all’epoca membro repubblicano della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti dell’Illinois

Wikimedia Commons
Fonte: The New York Times
Valentin Ceauşescu è l’unico figlio superstite del leader rumeno Nicolae Ceauşescu e di sua moglie Elena. È un ricercatore in fisica nucleare in Romania

Wikimedia Commons
Jaffar Amin, figlio del dittatore ugandese Idi Amin, ha lavorato come manager per DHL per 11 anni, secondo Foreign Policy. Ora fa la voce fuori campo in pubblicità per aziende come Qatar Airways e Hwansung, un’azienda di mobili sudcoreana

Facebook/Jaffar Amin
Fonte: Foreign Policy
Fernando Martin Manotoc è il nipote dell’ex governatore filippino Ferdinand Marcos. Lavora come modello e possiede aziende nelle Filippine, tra cui un negozio di calzature Doc Martens, secondo Inquire

YouTube/Cosmopolitan Philippines
Fonte: Inquire
Adolf Hitler non aveva figli, ma ci sono ancora cinque membri viventi della sua linea di sangue, discendenti dal primo matrimonio del padre. Avrebbero giurato che non avranno mai figli in modo che la dinastia di Hitler si concluda con loro.

Keystone Features/Getty Images
Fonte: Telegraph

I giocolieri che ingannano sui numeri

lastampa.it
Mattia Feltri

C’è qualche cosa che non torna nelle promesse di questa gioconda e sciagurata campagna elettorale. E non sono i conti. Che quelli non tornino lo sa chiunque abbia un soffio di vita in testa, e le operazioni dei quotidiani, compreso il nostro, di mettere giù il saldo della fantasilandia è soltanto una certificazione ragionieristica del festoso delirio. È già stato detto che nessuno dei leader sarà mai in grado di tradurre in ciccia tanta costosissima munificenza, poiché abbiamo le pezze al sedere, e intanto che l’Unione Europea ci tiene d’occhio attraverso il mirino del fucile.

Ma non è un problema. Siccome è molto improbabile che uno dei tre schieramenti guadagni i seggi necessari a governare in solitudine, per avere la maggioranza in Parlamento serviranno coalizioni più ampie di quelle in gara, o addirittura larghe intese, e così il responsabile del tradimento sarà sotto mano: il nuovo alleato, purtroppo indispensabile. Davvero fantastico: si prendono impegni solenni e surreali perché tanto sarà impossibile onorarli, e la colpa se la prenderà qualcun altro.

Il giochino presuppone però che gli elettori siano tutti gonzi. Ed è qui l’aspetto straordinario della vicenda. Non tanto che i capi politici prefigurino un paese dei balocchi buono per la fiaba della buonanotte, ma che non esista un elettore disposto a prenderli sul serio. Fate la prova. Vi capiterà a cena un amico deciso a votare Silvio Berlusconi. Chiedetegli: ma davvero tu pensi che introdurrà un’aliquota fiscale unica al 23 per cento? Davvero pensi lo farà, dopo averlo assicurato a vuoto per due decenni e mezzo? Chiedete a un elettore di Matteo Salvini: ma davvero tu pensi che pagheremo il 15 per cento di tasse, di colpo, da un giorno con l’altro? Chiedete a un elettore di Matteo Renzi: ma davvero tu pensi che toglierà il canone tv, con la Rai che già non sta in piedi così?

Sono mica matto, vi risponderanno. Una fumisteria collettiva fra chi chiede il voto offrendo la luna e chi lo concede tenendo i piedi per terra. Gli unici a riporre speranze in un immediato arricchimento collettivo sono forse gli elettori a cinque stelle, in buonissima parte persuasi che siamo conciati così perché la casta s’è ingoiata tutto, e che basti uno schiocco di dita per condurre l’intero popolo all’agiatezza. Dovrebbero alzare gli occhi, in certe stazioni ferroviarie, dove i pannelli dell’istituto Bruno Leoni aggiornano sul debito: più 4.469 euro al secondo, 268 mila euro al minuto, 16 milioni all’ora, 386 milioni al giorno, 11 miliardi e mezzo al mese. Ma non saranno i numeri a dissuaderli, perché tanto vogliono la rivoluzione, ovunque conduca.

Se si sceglie di mettere la croce sul simbolo di Forza Italia o del Pd è per terrore di quella rivoluzione, se la si mette sulla Lega è per disfarsi degli immigrati (auguri), se la si mette su Liberi e Uguali è per fare male a Renzi e recuperare un’idea elegiaca di sinistra. Non perché sarà tre volte Natale e festa tutto l’anno: quello lo si promette a qualche residuale ingenuotto, per sottrarlo a Luigi Di Maio o all’astensionismo, in una rincorsa fra matti e che otterrà il solo risultato di aumentare la frustrazione.

Scienziati contro Grey’s Anatomy: “Distorce le aspettative dei pazienti”

lastampa.it
elena masuelli


ANSA

E dopo 14 stagioni qualcuno si fa venire la preoccupazione che Grey's Anatomy possa creare negli spettatori false aspettative. Non tanto sull’avvenenza dei medici, quanto sulla loro capacità di diagnosticare e curare velocemente un’ampia serie di patologie, oltre alla rapidità con cui i pazienti guariscono, anche dopo aver subito gravi lesioni. A mettere sotto accusa il medical drama più amato (che torna su FoxLife il 5 marzo alle 21.05), è una ricerca pubblicata su Trauma Surgery & Acute Care Open. Per supportare le loro “accuse", probabilmente le stesse che si sarebbero potute muovere a E.R. o a Dottor House, gli studiosi hanno confrontato “i casi” di 290 pazienti immaginari, protagonisti di 269 episodi di Grey's Anatomy nelle prime dodici stagioni, fra il 2005 e il 2016, con i traumi reali subiti da 4812 ex degenti della banca dati nazionale Usa Trauma 2012. 

Se il tasso di mortalità è stato tre volte più alto nella serie tv che nella vita reale (22% rispetto al 7%), la maggior parte (71%) dei pazienti del piccolo schermo è passata direttamente dall'emergenza alla sala operatoria, mentre solo uno su quattro (25%) di quelli reali lo ha fatto. Tra i sopravvissuti al trauma “per fiction”, solo circa 1 su 20 (6%) ha dovuto essere trasferito in una struttura di assistenza a lungo termine, molto meno rispetto ai pazienti reali (22%). E ancora, tra i feriti gravi, metà di quelli fittizi ha trascorso meno di una settimana in ospedale, mentre solo uno su cinque (20%) di quelli veri è rimasto ricoverato per così poco tempo. 

I «medical drama della televisione americana tendono a basarsi su trame che presentano malattie rare, manifestazioni insolite di patologie comuni, lesioni fantastiche o bizzarre e incidenti di massa- scrivono gli autori della ricerca -, il tutto inquadrato in una rappresentazione» realistica «di un tipico ospedale americano». Ma la necessità di bilanciare realismo ed effetti drammatici «può effettivamente portare a una percezione distorta della realtà tra i telespettatori», scrivono i ricercatori.Un fenomeno che rischia di avere effetti sulla sanità, quella vera però. «La differenza tra le aspettative dei pazienti e la realtà può, di fatto, contribuire a livelli inferiori di soddisfazione» fra i malati alle prese con traumi reali. 

La valigetta nucleare di Trump non è benvenuta. E scatta la zuffa fra gli 007 americani e cinesi

lastampa.it

Secondo Axios l’episodio si sarebbe svolto lo scorso 9 novembre a Pechino, quando è stato vietato l’ingresso alla «Nuclear Football» nella Grande sala del Popolo



Il capo dello staff della Casa Bianca John Kelly e un agente del Secret service si sarebbero azzuffati con funzionari della sicurezza cinese a causa della valigetta nucleare di Donald Trump durante il suo tour asiatico lo scorso novembre. Secondo cinque fonti citate da Axios, l’episodio si sarebbe svolto lo scorso 9 novembre a Pechino, nella Grande sala del Popolo, dove sarebbe stato sbarrato l’ingresso all’ufficiale incaricato di seguire sempre il presidente Usa con la Nuclear Football, come è soprannominata la valigetta con i codici per lanciare un attacco atomico.

L’addetto militare che porta con sé la valigetta e segue in ogni istante (insieme ad un medico) il presidente Usa, secondo la ricostruzione venne bloccato all’ingresso della Sala dagli addetti cinesi. Vista la situazione, un funzionario Usa corse ad avvertire il capo dello staff della Casa Bianca, John Kelly, che si trovava poco distante. Kelly accorse ed ordinò ai funzionari Usa di procedere spediti e di non curarsi delle rimostranze degli addetti alla sicurezza cinesi. 

È a quel punto, secondo la ricostruzione, che un agente cinese afferrò Kelly per un braccio e il capo dello staff della Casa Bianca scansò con forza la mano dell’addetto cinese. Abbastanza per far scattare un agente del secret service, che mise al tappetto il collega cinese. Il tutto, durò pochi istanti, sufficienti però per creare un potenziale incidente diplomatico, messo poi a tacere dai rispettivi staff. Secondo quanto scrive Axios, i cinesi, che in seguito si sono scusati per il malinteso, non ebbero in alcun istante il possesso della valigetta nucleare Usa.

Cara Boldrini, ora fai chiudere i centri sociali

ilgiornale.it
Giannino della Frattina

Vuole sciogliere "i movimenti neofascisti" per solleticare la pancia dei compagni. Ma tace sugli antagonisti che pestano le persone



Ma come si fa a essere «anti», senza prima riuscire a essere qualcosa? Ad avere una qualche idea positiva da raccontare, mentre si chiede con odio di chiudere la bocca a qualcuno, violentando così la regola somma della democrazia e della Costituzione che si può definire antifascista solo nella preoccupazione dei padri fondatori di impedire il ritorno di un fascismo storico già sepolto da una Guerra mondiale e non certo nella pretesa di impedire a qualcuno di pensare allo stesso modo di Guglielmo Marconi, Luigi Pirandello, Filippo Tommaso Marinetti, Giovanni Gentile, Giuseppe Berto, Gabriele D'Annunzio, Antonio Sant'Elia, Giuseppe Terragni, Primo Carnera e mille altri.

E allora si capisce quanto vuoto morale e soprattutto intellettuale ci sia nella richiesta fatta ieri dalla presidente della Camera Laura Boldrini che violentando ancora una volta l'austerità che la terza carica dello Stato richiederebbe, ha nuovamente fatto bieca campagna elettorale solleticando la pancia dei compagni con la richiesta di sciogliere «i movimenti neofascisti».

A partire, probabilmente, da quella CasaPound che è stato l'unico partito costretto a raccogliere le migliaia di firme necessarie a presentarsi alle elezioni. Il sigillo del popolo sulla richiesta di far parte a pieno titolo della vita democratica del Paese. Diritto sacro e inviolabile che la Boldrini vorrebbe togliere, continuando invece ad accarezzare i delinquenti dei centri sociali che hanno spaccato la spalla a un carabiniere colpevole solo di aver fatto il suo dovere e aggredito Giorgia Meloni, probabilmente l'unica donna che la Boldrini non chiede di proteggere.

Perché la Boldrini non pretende la chiusura dei centri sociali da dove partono le squadracce che picchiano le persone? O l'abolizione di quei gruppuscoli che si ispirano al comunismo, un'ideologia che ha sulla coscienza 100 milioni di morti e che ancor oggi riempie le galere di dissidenti e omosessuali torturati? Quelli vanno bene, a quelli la presidenta dalla penna rossa non chiede conto di nulla. Più facile la scontata retorica antifascista di una sinistra che fa finta di non vedere che per la prima volta nella storia repubblicana nessuno ha il coraggio di inserire proprio la parola «sinistra» nel simbolo elettorale. Troppa la paura di essere schifati dagli elettori.

Meglio cercare di distrarsi con gli «aiuto, al lupo» (fascista). Perché se può essere vero che la Costituzione è nata (anche) dall'antifascismo e non dall'anticomunismo, dobbiamo ricordare che se abbiamo vissuto decenni di benessere (materiale e umano) e la possibilità di pensare e parlare, lo si deve a chi proprio a quei comunisti ha impedito di portarci a Mosca. Se lo ricordi bene la presidenta Boldrini. E magari faccia un salto alla Fondazione Prada che ha appena inaugurato «Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 19181943», una bellissima mostra a cura di Germano Celant che parla dell'arte e della cultura (e quindi della politica) di anni che sarà ben difficile cancellare. Con buona pace della Boldrini.

Dov’è finito il tesoro di Gheddafi? E a chi vanno gli interessi (decine di milioni) che genera?

repubblica.it
Luciana Grosso


Muhammar Gheddafi nel 2000. Issouf Sanogo/AFP/Getty Images
Dove è finito il tesoro di Gheddafi? Nessuno lo sa di preciso, né nessuno sa a quanto ammonti, anche se si favoleggia di un patrimonio gigantesco, attorno ai 200 miliardi di dollari (quello personale di Jeff Bezos, tanto per dire, supera di poco i 100 miliardi).Di questi soldi, dal 2011, anno della morte del leader libico non c’è traccia concreta, ma solo fantomatici avvistamenti. C’è chi dice siano nascosti in forzieri sparsi per l’Africa, c’è chi dice sia in parte caduto nelle mani dell’Isis (altro gruppo sulle cui ricchezze si favoleggia e delle quali, comunque, si sono di nuovo perse le tracce) c’è chi dice sia stato espatriato, e si trovi almeno in parte a Dubai, dopo essere transitato per Londra e per l’Italia.

Lo scorso anno è uscita un’ampia inchiesta della Süddeautsche Zeitung in cui si citano i Panama Papers, nei quali ci sarebbero prove del fatto che buona parte di quei soldi, almeno quelli contenuti nel fondo sovrano istituito da Gheddafi stesso nel 2006, il LIA  (Libya Africa Investment) sarebbero stati investiti in fondi petroliferi in giro per l’Africa, così da permettere la loro circolazione. Si tratterebbe di circa 60 miliardi. Proprio il fondo sovrano libico (che, va precisato, è presente in circa 500 aziende, incluse quelle italiane, dove risulta aver investito negli anni circa 3 miliardi in board di numerose aziende del calibro di Eni, Enel, Unicredit, Finmeccanica, Fiat-Chrysler, Juventus eccetera) è stato, nelle ultime ore, al centro di una corposa inchiesta pubblicata dal sito Politico.eu.

Nel testo si riportano prove del fatto che benché i liquidi del fondo siano stati congelati in attesa che si stabilizzi la situazione politica in Libia (entro il 2018 sono previste le elezioni che, nei desiderata Nazioni Unite dovrebbero pacificare il paese, attualmente diviso in due regioni contrapposte e guidate da governi differenti, uno con capitale Tripoli e l’altro con capitale Tobruk), di fatto abbiano continuato a circolare . Un’ipotesi, quella che il denaro libico sia ancora in giro, benché risulti essere congelato, avvalorata anche dalla recente inchiesta di Politico.eu che ha raccolto prove del fatto che il fondo sovrano LIA distribuisca indisturbato ancora dividendi azionari, reddito da obbligazioni e pagamenti di interessi.

“Sei anni dopo la morte di Muammar Gheddafi- scrivono sul sito- i fondi congelati del regime a Bruxelles stanno generando decine di milioni di euro di interesse, nonostante le sanzioni internazionali”. A questo punto però c’è un’altra domanda a cui rispondere chi incassa questi soldi? Chi beneficia di soldi che, in teoria e in pratica, appartengono al popolo libico (visto che Gheddafi costituì il fondo per amministrare i proventi di petrolio e gas) e che in attesa che il Paese abbia un governo dovrebbero essere congelati? La domanda rimane senza risposta, perché il percorso del denaro è occultato da accordi di riservatezza e risposte reticenti (ove non silenzi) di gestori e avvocati.

Sì sa solo che prende la direzione del Lussemburgo, e poi niente altro. Solo (altre) domande senza risposta.

Facebook prova a fermare i troll russi con le vecchie cartoline

lastampa.it
Andrea Signorelli

Anche nel mondo dei social network, a volte bisogna ricorrere ai rimedi della nonna



Laddove falliscono i filtri automatici e dove nemmeno l’algoritmo di Facebook può nulla, la soluzione ai troll russi – e ai loro tentativi di destabilizzare le elezioni statunitensi – potrebbe passare dalle cartoline. E non una nuova versione digitale, ma proprio le vecchie cartoline spedite nella cassetta delle lettere. Stando a quanto riportato dalla Reuters è questo l’ultimo stratagemma di Facebook per prevenire le interferenze estere nei processi democratici statunitensi.

Katie Harbath, direttore della policy di Facebook, ha affermato che il piano entrerà in vigore prima delle prossime elezioni statunitensi di novembre (quelle di medio termine, in cui si rinnoverà l’intera Camera dei deputati e un terzo del Senato). Ma come funziona questo stratagemma così antiquato che sembra l’equivalente social dei rimedi della nonna? L’idea è molto semplice: chi promuove una pubblicità su Facebook che cita un candidato in corsa alle elezioni, riceverà una cartolina all’indirizzo fornito sul social network, con un codice che dovrà essere utilizzato per l’autenticazione e quindi per dimostrare di trovarsi realmente negli Stati Uniti.

In questo modo, si spera di complicare parecchio la vita a quegli attori esteri che supportano e finanziano i candidati alle elezioni; una pratica che negli USA è illegale. La decisione di usare le cartoline è venuta dopo che il procuratore speciale per le indagini sul Russiagate, Robert Mueller, ha messo sotto accusa tredici russi e tre società russe, che potrebbero essere colpevoli di aver utilizzato i social media per aumentare le possibilità di vittoria di Donald Trump.

Il sistema, secondo quanto ha ammesso la stessa Harbath, non è sicuro al 100% (per esempio, è sufficiente che le entità straniere abbiano qualcuno sul suolo per ingannare il sistema), ma renderà comunque più difficile la vita ai troll. Inoltre, è un segnale importante da parte di Facebook, che si sta perlomeno impegnando a trovare la soluzione a un problema di cui, inizialmente, Zuckerberg non aveva neanche ammesso l’esistenza.

Usa: embeddare una foto da Twitter può violare il diritto d'autore

ilgiornale.it
Raffaello Binelli

Un giudice di una corte federale di New York ha dato ragione a un fotografo, una cui foto era stata incorporato in diversi articoli di siti d'informazione



Un'azione che viene fatta spesso nelle redazioni dei giornali online, "embeddare" (cioè incorporare) una foto o un video, potrebbe violare il copyright. Lo ha stabilito un giudice di una corte federale di New York, dopo una causa che aveva intentato un fotografo, Justin Goldman, contro alcune testate online. Lui aveva twittato una foto del campione di football americano Tom Brady e quello scatto era finito in diversi siti di news, tra cui Time, Boston Globe e Breitbart.

La pratica, come dicevamo, è molto diffusa. Foto e video caricati su Twitter, Facebook ma anche Youtube, vengono riprodotti dai siti ma fisicamente rimangono sui server delle pèiattaforme dove i contenuti sono stati postati. Anzi, quasi sempre sono le stesse piattaforme a mettere a disposizione il codice per "embeddare" il contenuto nelle proprie pagine, visto e considerato che le visualizzazioni ottenute non sono rubate ma finiscono per essere conteggiate. Ma qualcosa potrebbe cambiare, a meno che la sentenza non venga ribaltata.

Electronic Frontiers Foundation, un'associazione no profit che si occupa di diritti digitali, spiega che la sentenza "è oggetto di appello. Se venisse confermata minaccerebbe una pratica oramai diffusa che avvantaggia milioni di utenti Internet ogni giorno". Ma cosa ha scritto il giudice federale nella propria sentenza? "Quando gli imputati hanno fatto sì che i tweet embeddati apparissero sui loro siti web, le loro azioni hanno violato il diritto esclusivo di visualizzazione da parte dell'autore. Il fatto che l'immagine fosse ospitata su un server posseduto e gestito da una terza parte estranea (nel caso specifico da Twitter, ndr) non mette gli imputati al riparo da questo risultato".

Strage di Erba, nuovi reperti sull’omicidio nel ricorso in Cassazione di Rosa e Olindo

lastampa.it

I legali della coppia - che sta scontando l’ergastolo - hanno impugnato in Cassazione il provvedimento con cui i giudici della Corte d’Appello di Brescia non avevano ammesso l’incidente probatorio su reperti mai analizzati sinora


LAPRESSE

I legali di Olindo Romano e Rosa Bazzi hanno impugnato in Cassazione il provvedimento con cui, lo scorso 30 gennaio, giudici della Corte d’Appello di Brescia non hanno ammesso l’incidente probatorio su nuovi reperti mai analizzati nell’ambito di indagini e processi sulla strage di Erba dell’11 dicembre del 1996.

I difensori della coppia che sta scontando l’ergastolo per l’eccidio - quattro le vittime - definiscono «a dir poco eccentrico» il provvedimento dei giudici bresciani, sottolineando che non si sarebbero attenuti alle indicazioni fornite dalla stessa Cassazione, che aveva annullato una loro precedente decisione. Inoltre, la Corte d’Appello si sarebbe resa protagonista di un «cambio di rotta» poiché, durante l’udienza, aveva di fatto ammesso l’incidente probatorio, fissando persino una data per la nomina dei consulenti. 

Nel provvedimento con cui respingevano l’istanza di incidente probatorio finalizzata a un giudizio di revisione presentata dalla difesa di Olindo Romano e Rosa Bazzi, i giudici della Corte d’Appello spiegavano che gli accertamenti chiesti non erano in grado, almeno in astratto, di ribaltare il giudizio di colpevolezza. 

«La richiesta di incidente probatorio - si leggeva nella decisione dei giudici - deve ritenersi funzionale a una, seppure futura ed eventuale, richiesta di revisione. Tale richiesta deve essere, seppur in astratto, rigorosamente orientata e in grado di scardinare le prove già acquisite e che hanno costituito il giudicato; in altri termini, la richiesta di incidente probatorio deve avere un’astratta potenzialità distruttiva del giudicato con il quale si deve in qualche modo confrontare». Altrimenti, era stato il ragionamento dei giudici, sarebbe consentita «una ricerca indiscriminata della nuova prova funzionale alla revisione senza alcun vaglio». 

Giacimenti di gas, il Mediterraneo orientale è a un bivio: pace economica o nuovi conflitti

lastampa.it
giordano stabile



Affidarsi «alle mediazioni internazionali» anziché alle politiche di potenza nazionali perché le scoperte di giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale portino a una «pace economica» e non a una nuova guerra. Per Tareq Baconi, analista dell’ECFR per il Middle East and North Africa programme, la regione è a un bivio. Se imbocca la strada giusta gli Stati avranno più risorse per lo sviluppo interno, saranno «costretti» a riavvicinarsi e a collaborare, almeno a livello tecnologico, e l’Europa potrà trovare nuove fonti di approvvigionamento che la renderanno meno dipendente dal metano russo. Altrimenti potrebbe essere un disastro. Un primo segnale negativo è arrivato dal blocco da parte della marina militare turca della nave dell’Eni Saipem 12000 che si apprestava a cominciare le prospezioni per il giacimento Calypso di Cipro.

Come possono essere risolte queste tensioni, la competizione fra Stati, alcuni formalmente ancora in guerra, per le nuove risorse?
«La strada maestra sono le mediazioni internazionali. Le prove di forza non portano da nessuna parte. Affidarsi a istituzioni sopra le parti significa arrivare ad accordi, trattati, regolamenti internazionali che alla fine garantiscono tutti. Non bisogna esagerare la ricaduta di uno sviluppo in questo senso ma di sicuro l’Ue ha l’opportunità di agire su più fronti: spingere per maggiori riforme in Egitto, mediare nella disputa sui confini marittimi fra Libano e Israele, far ripartire i colloqui fra Turchia e Cipro, dare l’opportunità ai palestinesi di avere accesso a proprie risorse naturali».



Le tensioni fra Turchia e Cipro sono però di nuovo ai massimi. C’entra anche la competizione fra diversi progetti di gasdotti, verso la costa turca o verso quella greca?

«Queste tensioni vanno viste in un contesto più ampio. Il progetto di un gasdotto che parta dai giacimenti israeliani, in particolare il Leviathan, e arrivi in Turchia incontra fortissimi ostacoli. C’è la disputa fra Turchia e Cipro e c’è quella sul confine marittimo fra Israele e Libano. Nel 2010, quando sono cominciate le scoperte nel Mediterraneo orientale, le aspettative per l’esportazione di gas erano altissime, forse sopravvalutate.

Il Leviathan, scoperto cinque anni fa, non è ancora entrato in produzione. Lo Zohr, in Egitto, andrà invece ad alimentare il mercato interno. Aphrodite, poco distante nelle acque cipriote, ha subìto per ora la stessa sorte di Leviathan. Soltanto nuove scoperte vicino alla costa di Cipro, come il giacimento Calypso da parte dell’Eni, potranno far cambiare le cose. Ma insisto, la nostra raccomandazione è per una mediazione internazionale, a livello Ue o dell’Onu. Un primo esempio potrebbe essere proprio per la disputa sulle acque territoriali fra Israele e Libano».

Che impatto prevede per il mercato globale, l’Europa ne potrà trarre vantaggio?
«In prospettiva globale, le riserve nel Mediterraneo orientale sono modeste. È possibile che tutte le scoperte in questa area finiscano per alimentare i mercati interni, in forte crescita, come è successo in Israele e succederà in Egitto. Anche la Giordania e i Territori palestinesi sono possibili sbocchi. Per quanto riguarda la sicurezza energetica, l’Europa si trova in questo momento in una posizione migliore di quel che sembra. Ha molte opzioni disponibili per diversificare le sue fonti. Può puntare sulle energie rinnovabili all’interno e ridurre la dipendenza da combustibili fossili, ha davanti a sé un mercato del gas metano liquido (Lng) in rapida espansione».



Ma il trasporto del gas liquido non costa di più rispetto a quello con i tradizionali gasdotti?
«Dipende dalla provenienza. Il gas liquido (Lng) proveniente dal Qatar ha un prezzo minore di quello che proviene dall’America, che si sta affacciando ora sul mercato. Prevediamo che il Qatar avrà un ruolo molto importante con il suo Lng nel futuro».

Resta la forte dipendenza dell’Ue dalle importazioni da zone ad alta conflittualità, la Russia, il Golfo.
«In realtà né la Guerra Fredda né il recente conflitto in Ucraina hanno interferito nelle importazioni dalla Russia. Anche lo scontro all’interno dei Paesi del Golfo, con l’isolamento del Qatar, non ha avuto conseguenze sul traffico delle navi gasiere».



Tareq Baconi è analista dello European council on foreign relations per il Middle East and North Africa programme

Il Pd cerca voti dall'imam che "vieta" la bici alle donne

ilgiornale.it
Alberto Giannoni

Bussolati e Sumaya ospiti nella moschea di Shwaima. Foto con Gentiloni e i promotori dei cortei pro-intifada



Incontri ravvicinati. Il centro islamico di Milano e Lombardia ha convocato nella sua moschea, a Segrate, un incontro con il segretario del Pd di Milano Pietro Bussolati e la consigliera Sumaya Abdel Qader. Decine di persone ad ascoltarli: gli uomini da una parte e donne dall'altra. Rigorosamente. A introdurre i due illustri ospiti, il leader storico del centro islamico: Abu Shwaima. Difficile stabilire quali affinità possa avere il Pd con l'imam di Segrate, che fra l'altro ha partecipato a uno dei noti cortei «per Gerusalemme», il 16 dicembre, gridando col megafono ai partecipanti messaggi di questo tenore: «Non trattare con israeliani», «di Gerusalemme vogliono farne un ghetto per gli ebrei» e «Intifada contro questo progetto».

Sumaya aveva perso posizione contro gli slogan antisemiti scanditi in quei cortei, in particolare il 9 dicembre. E il Pd ha presentato una denuncia sul caso. Altri hanno chiesto anche agli imam una presa di distanza, di cui a oggi ancora non si ha notizia. Probabilmente Abu Shwaima e il Pd non si troveranno d'accorso sull'uso della bicicletta: per la sinistra è notoriamente da incentivare, per Shwaima invece è sconveniente, per le donne, ovviamente perché sono «un diamante». «È più decoroso e di rispetto per una donna che non vada in bicicletta» ha detto nel 2016 questo imam che ieri ha accolto in moschea i due ospiti Pd.

Obiettivo ufficiale della conferenza? «Sapere i cambiamenti della nuova legge elettorale». Ma a due settimane dal voto, l'incontro appare più come un evento elettorale tout court. D'altra parte nelle urne ha già funzionato. Nel 2016 - dopo il suo incarico da responsabile cultura del Caim (il coordinamento delle moschee locali) Sumaya Abdel Qader è stata eletta con oltre mille preferenze a Palazzo Marino col sostegno decisivo del Pd e soprattutto della sua ala sinistra, la più laica - almeno quando si tratta di cattolici. E Abdel Qader l'anno scorso ha partecipato a «Biciclettiamo», iniziativa nata anche come risposta a certi oscurantismi.

Ma le sorprese non finiscono qui. Quei cortei di dicembre erano stati convocati dall'Associazione dei palestinesi in Italia (Api) e animati dai centri islamici. La Comunità ebraica, uditi i gli slogan contro gli ebrei, in mancanza di una presa di posizione netta e pubblica dei promotori ha chiesto al sindaco la loro esclusione «da qualunque incontro democratico, e dalla concessione di spazi o suolo pubblico». È poi arrivata, a sindaco, Viminale e prefetto, solo una lettera in cui il presidente dell'Api Mohammad Hannoun, definiva «non condivisi» i cori atti-ebraici, esonerandosi da ogni responsabilità per gli slogan gridati da «possibili ignoranti, o fanatici o infiltrati».

La situazione è rimasta tesa e i nodi irrisolti, nonostante la discussione in Consiglio. Oggi comunque spuntano i «selfie» scattati in occasione della festa romana per i 50 anni della Comunità di Sant'Egidio, il movimento cattolico impegnato in iniziative per la pace e l'ecumenismo. Le foto ritraggono uno dei promotori dei cortei di dicembre, Sulaiman Hijazi, insieme a un sorridente presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e al sindaco di Roma Virginia Raggi. Ignare probabilmente le due alte cariche istituzionali, forse non altrettanto ignaro il cerimoniale. E Hijazi, già portavoce della comunità musulmana di Cagliari, risulta vice presidente dell'Associazione dei palestinesi in Italia. E fa parte di quell'area che considera Hamas come «resistenza palestinese».

La rivelazione di Alberto Angela: "Potevo diventare noto archeologo, ma rubarono tutti i miei fossili"

ilgiornale.it
Rachele Nenzi

Alberto Angela ha rivelato durante il Salone internazionale dei Beni culturali e dell'Archeologi un particolare inedito della sua vita


Il racconto inedito

Ad attendere Angela tra applausi e standing ovation oltre duemila persone provenienti da tutta Italia. In platea anche una nutrita rappresentanza degli oltre 23.000 Angelers ovvero il fan club che segue l'Alberto nazionale ovunque. Tra i temi trattati le sue origini da paleontologo e le sue missioni in Africa tra termiti e accampamenti improvvisati alla ricerca delle origini dell'Uomo. "Sarei potuto diventare forse un archeologo famoso quando in Tanzania e in Congo trovai due pezzi molti importanti tra cui un cranio di due milioni di anni fa - ha raccontato all'attenta platea -All'aeroporto però rubarono una borsa, era quella con i reperti che avevo trovato e la storia finì lì. Poi è iniziata quella come divulgatore tv".

Una battuta poi Alberto Angela l'ha riservata sulle bufale del web: "Molte idee, tra cui le fake news per esempio passano dal web e bisogna avere sempre un approccio scientifico. E' chiaro che se senti qualcosa devi cercare un riscontro. Ci vuole buon senso sennò è come tornare nella savana ovvero in un mondo in cui devi stare attento a chi incontri".

Esistono città in cui non si pagano i mezzi pubblici?

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Il Governo tedesco ha annunciato che potrebbe prendere in considerazione l’uso gratuito dei mezzi pubblici in alcune città per far fronte all’inquinamento atmosferico .

Tallin, la capitale dell’Estonia, ha reso tutti i mezzi di trasporto della città gratuiti per i residenti (ma restano a pagamento per chi non vive nella città e per i turisti) a partire dal 2013. Il responsabile del progetto, Allan Alakula ha spiegato che l’iniziativa non è stata presa per ragioni ambientali ma sociali, per avvantaggiare i cittadini che non erano in grado di permettersi il costo del biglietto.
 
Tallin ha poco più di 440.000 abitanti, cresciuti di 25.000 unità dopo che i mezzi pubblici sono diventati gratuiti grazie alle persone che hanno trasferito la propria residenza per poter usufruire di questo vantaggio. L’aumento dei residenti avrebbe contribuito ad aumentare le tasse incassate dall’amministrazione e a rendere così il sistema più sostenibile dal punto di vista economico. Il numero di passeggeri sui 500 autobus, tram e filobus che circolano nelle strade sarebbe cresciuto meno del 10%. Tallin è l’unica capitale e la città più grande ad aver deciso di non far pagare più il biglietto, ma non l’unica. 

In Francia 15 Comuni di diverse dimensioni hanno fatto la stessa scelta. La pioniera è stata la cittadina di Compiegne, che si trova 90 chilometri a nord di Parigi e che ha progressivamente esteso la gratuità a partire dal 1975 fino a renderla totale. Il costo di circa 5,7 milioni di euro è coperto attraverso la tassazione delle imprese che hanno più di 11 dipendenti. L’ultima ad aver intrapreso questa strada è stata la città di Dunkerque, 90.000 abitanti sulla costa settentrionale e un bacino di utenza di 200.000 persone, che l’ha annunciata alla fine del 2017. Ci sono esempi in varie parti del mondo. Gli autobus di linea sono completamente gratuiti per esempio nella cittadina di Chapel Hill, in North Carolina, negli Stati Uniti, ma anche a Livigno, in Italia

Molte città hanno singole linee di trasporto gratuite, come a Oslo, in Norvegia, dove esiste una linea storica di tram su cui si può circolare gratis, o a Miami, in Florida (Usa), dove invece un moderno trenino elettrico senza manovratore attraversa la città ed è l’unico per il quale non si paga biglietto, o a Kansas City, sempre negli Stati Uniti. Altri Comuni hanno singole zone, di solito il centro cittadino, in cui si può circolare sui mezzi pubblici gratuitamente, come avviene a Calgary, in Canada, o a Melbourne, in Australia.

Uno dei casi più citati quando si parla di abolizione delle tariffe per i mezzi pubblici è la città belga di Hasselt, dove il sistema è stato sperimentato a partire dal 1997 e fino al 2013. Dopo 16 anni, nonostante il forte incremento nel numero di persone che sceglievano i mezzi pubblici e l’aumento del numero di autobus in servizio, il pagamento del biglietto è tornato in vigore perché l’amministrazione non riusciva più a sostenere il costo del servizio.

Rubato il pollice di una statua cinese negli Usa. L’ira di Pechino: “Chiederemo un risarcimento”

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A Filadelfia un giovane ha danneggiato uno dei celebri guerrieri di terracotta in mostra. Le autorità orientali: ora punizione severa


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L’Esercito di Terracotta è uno dei reperti archeologici più importanti della Cina

Pechino ha chiesto «una punizione severa» per il giovane che ha rubato il pollice di una statua di guerriero di terracotta in mostra negli Stati Uniti. Il celebre reperto archeologico di oltre duemila anni fa ha un valore di 4,5 milioni di dollari (3,6 milioni di euro) e fa parte di un corredo di dieci statue in prestito al Franklin Institute di Filadelfia. La scorsa settimana il 24enne Michael Rohana è stato accusato di furto e poi rilasciato su cauzione. 


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Secondo le fonti investigative, lo scorso 21 dicembre Rohana stava partecipando a un party al Franklin Institute quando si è introdotto nella mostra dei guerrieri di terracotta. Si è avvicinato al guerriero per scattare un selfie, usando la torcia del suo smartphone per illuminare, e si è appoggiato alla statua, a cui si è rotto il pollice. Il giovane lo ha prontamente messo in tasca prima di allontanarsi. Solo qualche settimana dopo, l’8 gennaio, il personale del museo ha notato il «dettaglio» mancante e in seguito l’Fbi ha rintracciato il signor Rohana, che ha ammesso di aver conservato il pollice in un cassetto della scrivania. 


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Oggi le autorità cinesi hanno «fermamente condannato» il Franklin Institute per essere stato «negligente». «Chiediamo che gli Stati Uniti puniscano severamente il colpevole», hanno chiesto dal Centro per la promozione del patrimonio culturale Shaanxi. Pechino ha fatto sapere che il centro avrebbe inviato due esperti negli Stati Uniti per valutare il danno e riparare la statua. Inoltre, ha annunciato, ci sarà una richiesta di risarcimento.

Il report segreto di Trenord con i numeri di una gestione disastrosa (ma elargisce bonus ad personam)

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Andrea Sparaciari


l tabellone con i ritardi dei convogli Trenord fotografato da un pendolare il 6 febbraio 2015. Paolo Perini/Flickr


Treni delle ferrovie Nord. Imagoeconomica
Da una parte perde 40.127.470 euro in 12 mesi a causa delle migliaia di treni soppressi; dall’altro elargisce centinaia bonus ad personam, ma solo ad alcuni dipendenti “indicati” dai vertici dell’azienda. È la surreale realtà di Trenord, la società ferroviaria posseduta al 50% da Regione Lombardia tramite la holding Ferrovie Nord Milano e Ferrovie dello Stato, alla quale il Pirellone il 10 gennaio 2015 ha prolungato senza gara – tramite una “scrittura privata” – il contratto di servizio fino al 31 dicembre 2020 per complessivi 2,55 miliardi di euro.

Un affidamento fortemente criticato dall’Anac di Cantone che nella delibera del 20 dicembre 2017 non ha ravvisato alcuna chiara motivazione di “economicità” a giustificazione della scelta di conferire quel ricco contratto senza gara. Oggi i vertici della società sono indagati, insieme a quelli di Rete Ferroviaria Italiana, per il deragliamento del regionale 10452 a Pioltello del 25 gennaio scorso, costato la vita a tre passeggere e il ferimento di altre 46 persone. Sulle cause dell’incidente – e sulle relative responsabilità – sta indagando la magistratura e non si può puntare il dito né su Trenord (proprietaria del treno e responsabile della sua manutenzione), né su Rfi (alla quale spetta l’onere della manutenzione dei binari).


25/01/2017 Milano, deragliamento del treno Trenord a Pioltello. AGF
Tuttavia, una cosa è certa: dopo l’incedente di Pioltello, l’attenzione mediatica ha reso evidente a tutti ciò che i pendolari urlano da anni: l’inefficienza del servizio offerto dall’azienda pubblica. La difesa d’ufficio sostenuta per anni dai politici regionali – i quali hanno sempre definito quello lombardo un sistema di trasporti d’eccellenza se paragonato quello offerto ai pendolari di Lazio o Campania – oggi non regge più. Dopo Pioltello, la tesi “comparativa” è miseramente crollata. È bastato sentire le stori