mercoledì 8 agosto 2018

“Io partigiano in bicicletta e gregario di Bartali, a 70 anni dal Tour de France che salvò l’Italia”

lastampa.it
arianna tomola

Vittorio Seghezzi, 94 anni, ricorda: “Spero che l’impresa di Gino nel 1948 dopo l’attentato a Togliatti non sia dimenticata”


Vittorio Seghezzi, 94 anni, mostra il tesserino del Comitato di liberazione nazionale

La velocità nello sfogliare l’album dei ricordi, tra Giri d’Italia, Milano-Sanremo e l’unico Tour de France del 1948, cela un velo di tristezza per rivali e compagni che non ci sono più. Del resto Vittorio Seghezzi, 94 anni trasferito da oltre un decennio a Castelletto Ticino, sul Lago Maggiore, ha vissuto quell’epoca in cui il ciclismo si è annodato alla storia. Partigiano in bicicletta prima, gregario di Gino Bartali poi. 

«Nel 1948 la vittoria del Tour de France di Bartali salvò l’Italia dopo l’attentato a Palmiro Togliatti, spero che a distanza di settant’anni non ci abbiano dimenticati». Della formazione azzurra guidata dal ct Alfredo Binda e giunta a Parigi in treno in seconda classe, faceva parte anche lui, bergamasco, ottavo di undici figli, diventato presto milanese. Allora ventiquattrenne, quasi coscritto di quel Luison Bobet che aveva dominato sui Pirenei, era sempre scatenato: «non me ne voglia Claudio Chiappucci, ma il primo diavolo sono stato io». (in foto Seghezzi a sinistra e Bartali a destra)



In quell’edizione lunga oltre 4.900 chilometri percorse la Trouville-Dinard (seconda tappa) con la sella in mano e la 16ª Losanna-Mulhouse con una gamba sola. Ma fu nel giorno di riposo, il 14 luglio, che a scuotere gli Italiani arrivò la notizia dell’attentato al segretario del Partito Comunista. «Fummo informati personalmente dal ministro Giuseppe Pella e da Pietro Campilli che arrivarono a Cannes - racconta -. Dissero a Gino di darsi da fare perché in Italia c’era aria di rivoluzione. Ci voleva Bartali per placare gli animi. Lui era un rullo compressore, aveva una gran classe». Di quell’edizione su 120 partenti ne arrivarono solo 44. Seghezzi era tra loro, terzo sugli Champs Elysee nell’ultima frazione vinta dal fedelissimo di Bartali, Giovannino Corrieri. «Al rientro in Italia fummo accolti dal presidente della Repubblica Luigi Einaudi e dall’onorevole Giulio Andreotti».  (in foto al centro Andreotti, a sinistra in maglia bianca Bartali e con il caschetto a destra Seghezzi)



Determinazione e coraggio sono doti che non gli sono mai mancate, sin dagli anni della guerra, in cui si è dato da fare per favorire l’attività partigiana. Con il campione toscano e il ticinese Settimio Simonini, è stato infatti uno dei ciclista della Resistenza. «Trasportavo ordini in bicicletta, facevo la staffetta - precisa mostrando il tesserino del Comitato di Liberazione Nazionale - il comandante era il commendator Guidetti di Milano Niguarda, che era presidente della Ciclo Lombardo 1920 per cui io correvo». Guardia in piazzale Loreto dove furono esposti i corpi di Benito Mussolini e Claretta Petacci nel 1945, riconsegnò in quell’istante le armi, profondamente colpito.

Oggi ama rievocare le sue imprese, dalle Milano-Sanremo in cui passò in testa per 7 volte su 12 sul passo del Turchino, al suo idolo Fausto Coppi con cui fu ritratto nel Giro d’Italia del 1949, «gli chiesi più volte di prendermi con lui, ma mi diceva che non ero in gregario bensì un campioncino», senza dimenticare i Mondiali in pista del 1955. Ricorda ancora la sua vita da post corridore, in ammiraglia per guidare «il mio allievo» Gianni Motta, in veste di organizzatore con le vecchie glorie o da imprenditore di un maglificio. «Mai avrei potuto far tutto questo senza mia moglie Anna». Gli altri elisir di lunga vita?: «Non fumare e mangiare il giusto». E cantare, poiché seppur la voce di baritono non sia più la stessa degli anni di Claudio Villa, ancor oggi ai raduni lo acclamano come una star.